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Sangiuliano (Giuliano Santangeli), Da Belli a Pasolini: L’antilingua della poesia di Giuseppe Gioacchino Belli (Roma, 7 settembre 1791 – Roma, 21 dicembre 1863) come epica e denuncia paradossale della Roma papalina

Gioacchino Belli

Il fatto che Dante, nel suo De vulgari eloquentia, già definisse come tristiloquium la parlata romana, quando era appena sconcio del latino e non aveva ancora maturato quegli elementi fonici e lessicali che poi ne avrebbero stigmatizzato il carattere ruvido e burbanzoso per cui non riuscì mai lingua regionale, probabilmente indica che il Poeta si riferisse a effetti della pronuncia, della cadenza e della recitazione, che erano specchio di un’originaria e ben evidenziata disposizione della plebe romana. Questo essenziale aspetto della lingua restò sempre emblematico dell’ambiente, vieppiù perfezionandosi nel tempo, accolto e tramandato in letteratura in modi e a scopi molto differenti, fra i quali qui vogliamo considerare, per peculiari analogie d’intenti e di procedimenti d’ordine estetico, quelli che si rilevano nei testi del Belli e di Pierpaolo Pasolini, che, a distanza di un secolo l’un dall’altro, scrivono, in sostanziale continuità di simpatia e di raffigurazione, di una lingua e una gente che son tutt’uno, non avendo la gente altro che la lingua come mezzo di azione e, di conseguenza, come prova – o illusione – di identità. Procediamo a un confronto.

La definitiva valorizzazione del Belli, finalmente poeta etico e civile, con fatica sottratto a un’inveterata lettura da preti e goliardi sperimentata come piacere occulto e masturbatorio, ha fatto sì che ormai se ne possa esporre l’immagine completa e a tutto tondo, senza gli equivoci che nel passato hanno contribuito a sacrificarla con purghe, messe all’indice e un più o meno conscio ma sempre inopportuno pudore critico.
Se infatti per tutto il periodo dei papi-re (nel caso Cappellari e Mastai Ferretti) le ragioni dell’emarginazione e della riduzione del Belli a poetastro comico e licenzioso (l’autore dei Sonetti, naturalmente) si scorgono ben nette nei contenuti (per la denuncia aperta di una tirannide quanto mai scellerata e in cattiva fede poiché spacciata in nome e in grazia di Dio) e al tempo stesso nella provocazione di forme dissacranti, volgari e oscene, nel tempo che corre dal 1870 alla pubblicazione degli studi di Giorgio Vigolo nel 1952, non sono i motivi politici del passato a isolare l’autore, ma il lessico procace e perentorio che ormai da tutti viene considerato necessario ad un dire che esprime il genio e il severo rigore intellettuale di un artista di altissima qualità.

Nel Belli tutto è lingua, tutto si brucia per divenire magma originario di materia verbale, dotato di forza ostensiva immediata e diretta di una realtà barbarica cui somiglia, e al contempo si fa canto galoppante, martellamento ritmico su bronzo che attrae la psiche allo stadio precoscienziale, ai primordi indistinti delle passioni, a un pathos ineludibile di natura che solo l’arte attinge e governa in modo da renderlo leggibile alla coscienza. E l’intenzione esplicita del poeta ci mostra il parlare prescelto in funzione esclusiva, scartando sia qualunque forma ufficiale che ogni altra meno sconcia modalità, non solo come mezzi insufficienti a una resa adeguata, ma anche e soprattutto come strumenti di vera e propria, odiosa contraffazione, ingannevoli “a priori” se utilizzati rispetto alla specifica esigenza di fare un monumento alla plebe romana, in cui la plebe stessa si presentasse e si specchiasse fino all’orrore di sé.

Il Belli vuole esporre, non commentare, ed espone la plebe esponendo lingua, la lingua più rozza possibile che si trovi a testimoniare la vita di un genere umano che la possa parlare (o meglio si direbbe tirare addosso, vomitare, sputare e via discorrendo): una registrazione della natura come sarebbe il verso di un animale, l’eco roca di un rantolo, di un respiro, filato in versi che, nella cadenza etnica endecasillaba del parlare romano, paiono giustapporsi, farsi da soli. E un parlare di classe, non un dialetto dovuto a qualche “pattern “ culturale come i tanti vernacoli che hanno il crisma di un comune sentire municipale, e in questo ricorso a una lingua che non è sua, e in quanto tale meglio predisposta a trasformarsi in pura materia sonora nelle mani al poeta, il Belli agisce in una posizione che deve ritenersi privilegiata, maneggiando in funzione significante le parole così come uno scultore lavora il marmo in forme compatte e continue, libero dunque – il Belli – dalle ipoteche che gravano sull’uso del dialetto come «lingua del cuore».

Per tale valenza la lingua speciale del Belli, sconciata due volte rispetto ad un italiano onde si generava, per corruzione, quel dialetto ben poco individuato, come corpo linguistico strutturato, che a Roma si poteva considerare un fiorentino messo in bocca romana (data la forte toscanizzazione subita dal dialetto urbano medio), si definisce meglio come antilingua, espressione felice che è stata usata, nel libro Belli epico e popolare (Roma 1980), da un trascurato quanto eccellente studioso: Raniero Sabarini, accompagnato, almeno nella firma, dal fidato sodale Fiorenzo Nappo.

Se fu Giorgio Vigolo il primo ad aprire la strada ad una lettura adeguata del nostro poeta, fondando tante ipotesi successive che variamente avrebbero messo in luce la tempestività storica e la sensibilità etica in cui si compongono tutte le ambivalenze e le ansie personali dello scrittore, fu Sabarini l’ultimo a sviscerare, con novità e sapore di argomenti, seguendo la traccia lasciata da Carlo Muscetta, gli aspetti che fanno del Belli un autore europeo e rivoluzionario di gran rilievo, ideale continuatore della letteratura democratica dell’illuminismo, precursore dello straniamento di Brecht e dell’ironia di Hasek, frequentatore di una comicità intrinseca all’impiego dell’antilingua, con risultati di critica complessiva della cultura e dell’ideologia: specillando nel corpo dell’antilingua, Sabarini si mostra, come già il Belli, biclasse e bilingue per via di speciale empatia, in quella condizione unica e sola che permette di entrare con competenza all’interno di un dire paradossale, di un fare linguistico tutto performativo, imagine sonora di un ambiente che non si può annunciare in altro modo, perché altro non ha che l’interiezione – di cui l’imprecazione è una variante – per avvisare della sua sofferenza, che nella fattispecie sostituisce – o, se paia più giusto, costituisce – esistenza e presenza.

Che cos’è l’antilingua? L’opposto della lingua, evidentemente; e, come questa serve a veicolare valori organici sedimentati e condivisi in una società, attraversandone tutte le classi in un continuum culturale omogeneo, così quella serve a negarli, a rappresentare solo stati umorali, che inevitabilmente sono estremi, aggressivi e amari, latori di cinismo e istinto animale, risarciti soltanto da tutti i gradi del sarcasmo e l’osceno, lo spazio vitale del comico che accompagna la continua denuncia come unica reazione esistenziale a forze minacciose incontrollabili. La lingua copre vizi e difende interessi che la plebe non ha; I’antilingua è la prova, la stessa voce della disperazione e del dolore, un rantolo superbo, rassegnato ma mai riducibile a qualche consenso genuino.

Quest’antilingua, dunque, non è un dialetto (né perciò è autore dialettale il Belli), ma – si è detto – è una voce, raccolta dal poeta come folclore (di tipo urbano – è chiaro – e del tutto alieno da ogni visione romantica del fenomeno), nel modo in cui da altri si è proceduto a inventariare il canto popolare, quello più puro, senza età né autore, e spesso senza luogo o testo certo, che dilata all’intero mondo dei vinti le verità intuite nell’ignoranza. Non per nulla lo stesso Gioacchino Belli definì la favella del suo poema idioma romanesco e non romano, idiotismo continuo, effetto di abnorme sconciatura, deformazione instabile e arbitraria fermata solo nella registrazione della pagina scritta. Così, catturata la fluida e incisiva parlata dei luoghi più sordidi e ignobili della città, è in grado di esibire una sua “figura “ in cui convergono potentemente significato e significante: le descrizioni sono dirette e corpose, i giudizi sommari, espressi con nettezza e brevità, convenzioni e finzioni sono aggredite dall’irruzione dell’oscenità e dell’irriverenza più’ volgari che rompono le attese precipitando l’ascoltatore verso uno straniamento in grado di condurre al contatto intimo con la realtà sottesa alle parole; e d’altro canto dure allitterazioni, amalgami serrati e vigorosi di sibilanti e . suoni rotacizzati con effetti aspri e rochi, in traduzione acustica degli ambienti e degli umori guasti della città, dove pur “antivive” la maggior parte degli abitanti, i malestanti dell’Urbe. Di tale figura si può indovinare il colore: un livido grigio diffuso, talvolta avvivato da lampi sanguigni evocati indirettamente, soprattutto da vesti e da processioni (mettiamo il rosso che c’è in “cardinale “). Sono toni barbarici, primordiali, con rimandi all’inconscio e, in definitiva, epici e popolari – si diceva -, intendendosi l’epica in quella forma capovolta e istintiva attinente a gruppi che vivono senza essere mai soggetti della propria avventura, anche per ciò avvertita come sventura.

Tutto questo, che è frutto d’arte squisita, si potrebbe riuscire a verificare in qualunque sonetto, ma forse nessuno sarebbe efficace allo scopo quanto il seguente, che si riferisce alla prima delle manifestazioni sanfediste organizzate in risposta ai moti popolari liberali del 12 febbraio 1831: circa quattromila pezzenti furono fatti scendere, il giorno 21, dal quartiere Monti a piazza San Pietro, concedendo a una loro rappresentanza di trasportare in processione il papa. Il sonetto – per dirla con Sabarini – con un semplice elenco di soprannomi e una terzina che ne mostra un gesto, si fa ad un tempo «compiuto trattato di storia, di sociologia e di psicologia politica collettiva»:

UNO MEJJO DELL’ANTRO (n. 379, 27 gennaio 1832)

Miodine, Checcaccio, Gurgurnella,
Cacasangue, Dograzzia, Finocchietto,
Scanna, Bebberebbè, Roscio, Panzella,
Palagrossa, Codone, Merluzzetto,

Cacaritto, Ciosciò, Sgorgio, Trippella,
Rinzo, Sturbalaluna, Pidocchietto,
Puntattacchi, Freggnone, Gammardella,
Sciriàco, Lecchestrèfina, er Bojetto,

Manfredonio, Chichì, Chiappa, Picozza
Grillo, Chiodo, Tribbuzzio, Spaccarapa,
Fregassecco, er Ruffiano e Mastr’Ingozza.

Cuesti sò li cristiani, sora crapa,
C’a Ssampietro stacconno la carozza,
E se portonno in priscissione er Papa. Continua a leggere

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Sangiuliano,  Emozioni  esplicite, Diciannove  poesie erotiche in stile belliano, Dalla rivoluzione sessuale alla Porn Culture, con un Appunto di lettura di Giorgio Linguaglossa

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dalla rivoluzione sessuale alla Porn Culture

Giuliano Santangeli è nato a Roma nel 1942, ha pubblicato in poesia: Geometria del cuore Forlì, 1976; Il presente impossibile, Quarto d’Altino, 1978; Notizie dall’uomo, Bologna, 1980; Bestiario ’80, Roma, 1980; Erbario ’81, Roma, 1981; Inventario con lessico, Roma, 1983; Ordine chiuso, Roma, 1983; Ipotesi di lettore, Roma, 1985; Il serpente a sonetti, Roma, 1988; Ode a Balzani, Roma, 1992; Palme e altro mondo, Roma, 1996; Tre malumori, Roma, 2005; Le ragioni del canto, Varsavia, 2008; Emozioni esplicite, Novi Ligure, 2014.  Narrativa: Roma d’autore: Memorie, canti e incanti di una città, Roma, 2009. Saggistica: Il mito America. Hollywood e Fitzgerald, Roma,1983; Quando Roma cantava. Forma e vicenda della canzone romana, Roma,1986, e, ampliato, Novi Ligure 2011; Balzani fra spettacolo e folklore, Roma, 1986; Il tempo della finzione. Modi e orizzonti della creatività, Roma, 2004, premio internazionale Città di Marino. Antologistica: Eidolon. Le rovine e il senso poesia italiana contemporanea, Roma,1983; Tanto pe’ cantà, canzone romana, Roma,1994; 2 I giorni della Fenice, poesia mediterranea contemporanea, Roma,1999; Canzoniere per Borges poesia italiana contemporanea, Pasian di Prato,1999.

Appunto di lettura di Giorgio Linguaglossa

«Non credo in una filosofia non erotica. Diffido del pensiero asessuato», ha scritto Witold Gombrowicz.

Sangiuliano è stato definito un «irriducibile»  «materialista metafisico», e, in effetti, queste «poesie pornografiche» lo confermano, semmai ce ne fosse bisogno, per lo stile boccaccesco, il lessico sboccato, direi belliano, frutto di una operazione che vuole ripristinare la linea del Belli in italiano, per il linguaggio esplicito, denotativo, dichiarativo, crudo e colto nello stesso tempo. Non è affatto facile per un poeta di oggi confezionare delle poesie erotiche, se non addirittura pornografiche, per via della montagna inarrivabile di filmografia pornografica che invade il nostro mondo internettiano; c’è semmai una difficoltà oggettiva nel confezionare una poesia pornografica che abbia in sé il DNA della tradizione letteraria pur sempre trattata sul pedale basso che più basso non si può. Io sarei propenso a leggere l’operazione di Sangiuliano come un modo di osare in poesia l’inosabile, di adire la poesia pornografica con un linguaggio appena appena paludato commisto con lessemi e sintagmi appartenenti alla sfera della sessualità non nominabile dalle persone bene educate, ma Sangiuliano è un intellettuale intriso di letteratura o, se si vuole, un letterato intriso di intellettualismi e di cerebralismi, e così si è gettato a capofitto in questa impresa che definire temeraria sarebbe dir poco.

È che in breve tempo siamo passati dalla rivoluzione sessuale alla Porn Culture che ha messo al centro dell’immaginario la serietà del significato del simbolo fallico come equivalente della serietà serissima del simbolo aureo qual è la moneta. Del resto, tra la Porn Culture delle nostre società  ad economia globale e il capitale finanziario liberato, non esiste un legame sinallagmatico? La Porn Culture può prosperare solo in una società che ha operato una rimozione collettiva del fallo e del sacro. Il fallo e il sacro costituiscono per eccellenza una endiadi sinallagmatica, ma la società del wishful thinking  ribalta il significato del sacro e del fallo, ne fa una falsificazione, una aberrazione, e quello che per una società pagana non è pornografico né triviale, nella società attuale diventa pornografico e triviale; in questa dicotomia e in questo capovolgimento di valori riposa la struttura profonda dell’odierno concetto di pornografia che la cultura bene educata fa finta di ignorare. Ecco perché un poeta colto come Sangiuliano si ripromette di liberare la pornografia dalla rimozione collettiva, per mostrarla per quella che è: un gioco di parole, di significati e di significanti che restituisce alla cultura ciò che la cultura bene educata le ha tolto.

Appunto di Sangiuliano per Emozioni esplicite

Da un punto di vista emotivo, queste poesie nascono da un desiderio di vendetta linguistica e filosofica, a recuperare una libertà concreta e diretta di nominare, illustrare e glorificare le cose che si pensano più spesso, le parole che si usano in privato addirittura come intercalari, perché si riconosce senza dirlo, che non possono esser sostituite, per ragioni di semantica specifica, efficacia di suono e di evocazione. Ad evitare equivoci, e mi scuso, ma soprattutto a dimostrare la proprietà e la forte disposizione poetica delle cosiddette “parolacce”, le ho gioiosamente inserite in un contesto di mistico elogio della lussuria, nobilitato, per la  mia prima volta in italiano, dall’uso della rima. E spero, infine, che a nessuno sfugga come ogni elemento conoscitivo, sentimentale, morale e disciplinare è presente e vivace per quanto vige in ogni altro mio scritto. Se ci sono riuscito.

(Sangiuliano)

Poesie erotiche

I

Tu, sedula apprendista di varianti,
godevi sia di dietro che davanti,
e come perla ti prestavi al cazzo
correggendo del mondo il tristo andazzo
ond’era pippa. La tua bocca bella
(fregna con lingua) a giro di cappella
molceva la mia pena: per cui muovo,
allo scader del piangere e il gioire,
fra sesso e amore senza poter dire
dei due qual sia gallina e quale uovo.
II

Erbe tagliate, diti in fregna, stalle,
cazzi illavati, piogge estive, palle,
sanno di buono, quasi a suggerire
quanti segreti ha vita in suo fluire,
prosciutto a parte, per non dir le cose
che, buone in bocca, qual che sia la dose
si dice faccian male: il Padreterno
ci insidia con gli afrori, i sali e i peli,
per mandarci all’Inferno.

III

Amore mio, che baci, che sospiri!
Ad uno ad uno li ricordo tutti,
e piango ancora, dopo tanti giri
d’anni e dolori, i tuoi bocchini asciutti.

IV

Dicevi “ficca, ficca” e intanto prona
inarcavi la schiena offrendo il segno
ad altre pippe, nel diuturno impegno
giusta libido. Nuda, eri Sorbona
al cazzo mio studioso senza posa
della tua carne; candida e pelosa
quant’era d’uopo, fosti la più degna
delle mie inondazioni. E un’altra cosa:
già negli occhi eri fregna.

V

Tirarlo fuori era una croce quando
al culmine giungeva quel sollazzo
premio alla gioventù, quasi gridando
“povera vita mia, povero cazzo!”.
Ma la tua carne tutta era sorriso
per docili aperture sempre in grado
di riportare in terra il Paradiso
ond’era pace, nel difficil guado,
usar di quella legge d’Archimede
che dice “ se l’inculi non dà erede”.

VI

La prima volta te lo diedi in mano
ch’eri girata, proprio alla scadenza
dell’ora onesta, e tu, poco sorpresa,
me ne facesti cinque: tanta resa
fu in tempi angusti evento sovrumano
(quasi a recuperar la penitenza
di cessi grigi in giorni maledetti
di carestia carnale) se ci metti
che di fracosce, per manovre blande,
t’avevo già bagnato le mutande.

VII

Come a cercar le vene, una per una,
me lo stringevi cupida e nel gesto
giungevi fino all’anima. Nessuna
aveva ancora il brando mio rubesto
risarcito a dovere, e fu mia sorte
quando con desiderio a tutto sesto
me lo dicesti “robustoso e forte”.

VIII

Sì, ti somigliano quei manichini
ventenni dei negozi, tutti cosce
e stinchi di gazzella…(sì, gli inchini
precipitosi – metti che piovesse –
senza neppure toglier le galosce…)!
Per questo ancora, dietro a ogni vetrina,
vi vedo tutte insieme a culombrina.

Gif Donna con mani sulla testa
IX

Dio mio che pippe dietro al cancelletto
col cuore in gola e il sangue in testa al punto
di veder rosso! Dal vestito stretto
ti sgusciavan le cosce; il labbro smunto
aveva impresse, ormai perso il belletto,
le fatiche d’amore…e nel riassunto
della memoria torno all’emozione
di quando lo palpavi, duro e matto,
come per misurarmi la pressione.

X

Occhiali da pompino, tacchi a spillo
da pedicatio, il reggicalze sotto
le mutande veloci, ivi compresi
i rossetti da troia e ogni altro squillo
di cosmesi ruffiana un culo rotto
fanno valer per nuovo e ai cazzi lesi
arrapo infondono checché si dica
sulla bastevolezza della fica.
Fin dagli albori sono condizione:
altro che, a luce spenta, acqua e sapone!

XI

Se glie la lecchi è il massimo: anche a lei
prima che in fregna agogni altre energie,
quasi fosse la stessa degli dèi,
spetta la lingua con le sue magie.
E va da sé che, al par di cazzo grosso,
mercé la grazia di cotanta cura,
quand’anche non godesse a più non posso,
faresti sempre tua gentil figura.

XII

Con ciò, persa ogni fede e la fortuna
erettile a onorare le occasioni
della piccola morte, bionda o bruna
che fosse la motrice degli ormoni,
or che non posso più incular nessuna
ho inteso ristorar donna mia prima
che in mille guise a cazzo si fe’ cruna,
col canto e coi rimbalzi della rima.

XIII

Ognuno scopa come crede meglio,
ma non ne sa mai tanto – e qui ti voglio –
da soddisfar la femmina una volta
che s’appastelli e al maschio dia di piglio
dalla corazza del pudore sciolta,
ond’io ti raccomando, buon lettore,
dall’ansie mie anabatiche distrutto,
di non pensarci troppo, ché all’amore
basta ed avanza per goderlo tutto
metterci il cazzo preservando il cuore.

XIV

Esibivi mistero, il guardo basso
e i capelli montati, la farfalla
di velluto alla nuca; avevi il passo
palpitante sul piede onde mai stalla
l’antilope del tutto, sempre pronta
allo scatto ulterior mostrando l’anca
invito per la caccia e per la monta.
Mai di sborrevol numero eri stanca,
e la lussuria che l’intorno impregna
faceva echeggiar Roma di tua fregna.

XV

Le tue dita da pippa erano quelle
che ogni cazzo vorrebbe avviluppate
fino a schizzo rampante e non c’è calle
d’Appio-Latino che non l’ha ospitate
in compiuto maneggio e sbroglio-palle.
La prima sera ti lasciai incordato,
e fu mia pecca tal figura indegna,
ma quando te lo misi in mano al prato
ci fu luogo per bocca, culo e fregna.
L’averti persa fu tremenda croce
e, più di mezzo secolo passato,
ancor ti conto i peli della voce.

XVI

Il tuo profumo ancor lo porto addosso,
e par che dica senza reticenza
“pascimi di tuo cazzo a più non posso”.
Facevi il colmo della confidenza,
e, quanto è ver che ti chiamavi Anna,
ti masturbavi il tutto con veemenza
gemendo “sorca mia fatti capanna”:
però, mutande in borsa e faccia pia,
rientravi entro le otto e poi, madonna,
telefonavi per la pippa mia.

XVII

Credevo che bastasse alla lussuria
Il nostro porcheggiare al borotalco,
e il dircelo, passando per via Etruria
diretti al prato ai nostri orgasmi palco.
Ma non te la leccavo, a parte il poco
tanto per dire che l’avevo fatto,
ma se tornassi come fosse foco
sentiresti mia lingua a buon baratto
di cazzo moscio che non trova loco.

XVIII

Gira la ruota, gira tutto quanto,
gira la femmina a tentare il canto,
e ogni piacer che pur giunga alla meta
sempre finisce in pippa di poeta.

XIX

Pur come un tempo la passione infuria
in barba ad Epicuro e si decurta
ogni efficienza della mia lussuria…
Ma che conforto può recar memoria,
quand’anche Calliopè sia alquanto surta?

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