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L’ESTRANEAZIONE È LA CATEGORIA BASE DELLA NUOVA POESIA – Pensieri e poesie di Donatella Costantina Giancaspero, Mario M. Gabriele, Carlo Livia, Gino Rago, Giorgio Linguaglossa, Salvatore Martino, Antonio Sagredo, Jan Larrea, Mauro Pierno, Luigina Bigon, Lucio Mayoor Tosi

 

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Giorgio Linguaglossa
19 febbraio 2018 alle 10.00

L’ESTRANEAZIONE È LA CATEGORIA BASE DELLA NUOVA POESIA

L’estraneazione è l’introduzione dell’estraneo nel discorso poetico; lo spaesamento è l’introduzione di nuovi luoghi nel luogo già conosciuto; il mixage di iconogrammi e lo shifter, la deviazione improvvisa e a zig zag sono gli altri strumenti in possesso della musa di Mario Gabriele. Queste sono le categorie sulle quali il poeta di Campobasso costruisce le sue colonne di icone in movimento. Il verso è spezzato e interrotto, segnato dal punto e dall’a-capo è uno strumento chirurgico che introduce nei testi le istanze «vuote»; voglio dire che i simboli, le icone, i personaggi sono solo delle figure, dei simulacri di tutto ciò che è stato agitato nell’arte e nella poesia del novecento, non esclusi i film, anche quelli a buon mercato, le long story, le short story… sono flashback a cui seguono altri flashback che magari preannunciano icone-flashback… non ci sono né domande, come invece avviene nella poesia ultima di Gino Rago, né risposte come avviene, a volte, in alcune mie composizioni.

Altra categoria centrale è il traslato, mediante il quale il pensiero sconnesso o interconnesso a un retro pensiero è ridotto ad una intelaiatura vuota, vuota di emozionalismo e di simbolismo. Questo «metodo» di lavoro introduce nei testi una fibrillazione sintagmatica spaesante, nel senso che il senso non si trova mai contenuto nella risposta ma in altre domande mascherate da fraseologie fintamente assertorie e conviviali. Lo stile è quello della didascalia fredda e falsamente comunicativa che accompagna i prodotti commerciali e farmacologici, quello delle notifiche degli atti giudiziari e amministrativi; Mario Gabriele scrive alla stregua delle circolari della Agenzia dell’Erario o delle direttive della Unione Europea, ricche di frastuono interlinguistico con vocaboli freddi e distaccati, dal senso chiaro e distinto. Eppure, proprio in virtù di questa severa concisione referenziale è possibile rinvenire nei testi, di soppiatto e appena visibili, come nella filigrana delle banconote, delle fraseologie spaesanti e stranianti appena percettibili, appena ridondanti.

Ma tutto questo armamentario retorico era già in auge nel lontano novecento, qui, nella poesia di Gabriele non c’è nulla di nuovo, eppure è nuovo, anzi, nuovissimo il modo con cui viene pensata la nuova poesia che abbiamo denominato nuova ontologia estetica. È questo il significato profondo del distacco della poesia di Gabriele dalle fonti novecentiste; quelle fonti si erano da lunghissimo tempo disseccate e producevano foglie secche, pagine immobili, elegie mormoranti, chiacchiere da bar dello spot nel migliore dei casi, tutta quella tradizione (lirica e antilirica, elegia e anti elegia, neoavanguardie e post-avanguardie) non producevano più nulla che non fosse epigonismo, scritture di maniera, manierate e lubrificate.

Mario Gabriele dà uno scossone formidabile all’immobilismo della poesia italiana degli ultimi decenni, e la rimette in moto… È un risultato entusiasmante… che mette in discussione tutto il quadro normativo della poesia italiana…

Altro scossone formidabile lo dà la poesia-pensiero di Gino Rago che ruota attorno ai pensieri primordiali dell’homo sapiens: il vuoto, l’essere, l’esistenza, il nulla, il senso dell’essere e della poesia con l’ausilio del traslato e della metafora…

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Donatella Costantina Giancaspero
19 febbraio 2018 alle 19:10

Ho qui il libro di Linguaglossa, Critica della ragione sufficiente (verso una nuova ontologia estetica), 500 pagine, l’ho sfogliato di qua e di là, ho iniziato a leggerlo… è un po’ una summa e un riepilogo di alcuni scritti che erano comparsi sull’Ombra delle Parole che affrontano una serie di gigantesche problematiche che galleggiano in questi tempi di debolismo e di epigonismo diffusi. Erano molti decenni (quanti non saprei dire, ma credo che bisogna risalire agli anni settanta) che nelle lettere italiane non venivano sollevate tante e tali questioni: il bello, il vuoto, il nulla, l’esistenza, il tempo interno delle parole, il tempo esterno, lo spazio, la spazializzazione e la temporalizzazione, l’Evento (Ereignis) in arte e tante altre questioni apparentemente slegate e fortuite come il selfie, l’autoritratto, il problema dell’inconscio nella “nuova poesia”… insomma, tali e tante questioni che messe assieme in un libro-zibaldone non si erano mai viste in un libro di critica (militante) in Italia.

E c’è da dire che molte cose sono chiare e lampanti, chiare e distinte direbbe Cartesio, ad esempio la questione dell’essere e dell’essere delle parole, la questione del linguaggio e quella del linguaggio poetico, la questione mandel’stamiana del discorso poetico. Un incredibile excursus su tutte le principali questioni oggi sul tappeto del fare poesia. Perché è bene dirlo con chiarezza: senza affrontare queste questioni non si può scrivere oggi poesia di una qualche serietà, perché è bene che un poeta sia anche un intellettuale e non soltanto un chiacchierone ciarlante, una cicala parlante e scrivente che scrive sulle margheritine e sui broccoli del proprio orto botanico.

Donatella Costantina Giancaspero
20 febbraio 2018 alle 20.30

cari Mario e Antonio,
che Nicolò Ammanniti e Aldo Nove abbiano abbandonato la scrittura in versi la considero una autentica fortuna, quanto a Giorgio Barberi Squarotti, dai, siamo seri, uno che scriveva migliaia di lettere ogni anno piene di elogi a chiunque gli inviasse pseudo poesie, a mio modesto avviso non è una persona attendibile e seria, magari sarà stato serio in altri campi, ma in poesia no, era uno dei tantissimi che voleva accaparrarsi il benvolere di tutti. Ridicolo. Intendo questa acquiescenza alla massa di aspiranti poeti sempre alla ricerca di riconoscimenti e approvvigionamenti. Penso che sia ora di finirla con i complimenti rivolti a tutti, e bene fa l’Ombra che non risparmia critiche a nessuno quando lo ritiene opportuno…
Bisogna ritornare ad essere seri in questo Paese e a non diramare complimenti a nessuno, anche a costo di attirarsi antipatie… la stagione degli scampoli è finita.

*
20 febbraio 2018
Gino Rago

L’atto poetico nel vuoto*

«Ci interessa la forma del limone
non il limone».*

*[Questo scrissero sul manifesto formalista quegli artisti
Nell’ammutinamento sui battelli del figurativismo
E del narrativismo.
Ma fu sera e mattina sulla Forma].

 

I
[…]
Un reziario nell’arena
Con un altro reziario un po’ più antico
Ma nella stessa arena, verso chi tridenti e reti?
Chi o cosa vogliono irretire, senza corazza ed elmo?
Il Vuoto? Vogliono imprigionare il Vuoto
con un balzo estetico.
Perché la bellezza è nel vuoto?
[…]
I due reziari all’unisono: «Perché se sei nel vuoto,
se davvero ti senti nel vuoto, devi agire prima che il vuoto ti risucchi…
È il gesto che salva. È l’urto tra l’atto poetico e il vuoto
che genera lo spazio e il tempo,
perché il vuoto e il nulla non coincidono affatto.
La forma-poesia non è l’inizio
ma il risultato dell’urto dell’atto nel vuoto che fluttua.
Perché il vuoto si può costruire, come al silenzio si può insegnare a parlare,
ma occorrono le parole-stringhe a cinque dimensioni».

II
Roma. Due reziari seduti a un tavolino.
Il bar di via Gaspare Gozzi [la linea B della Metro sferraglia].
A una parete gli occhi e le rughe di Samuel Beckett.
Il barista si avvicina con due tazze fumanti, sorride.
L’uomo somiglia a José Saramago, dice: «Vi ammiro,
voi conoscete la doppiezza delle parole, nelle vostre poesie una parola
tira l’altra e con la stessa parola si può dire la verità».
[…]
– «Una parola davvero scomoda», pensa l’interlocutore non visibile
che siede qui accanto nel bar –
[La verità fa rima con varietà], questo lo affermava il Signor K. nella omonima
poesia di Linguaglossa, dove il Signor K. fuma
un sigaro italiano e cincischia con il revolver…
[…]
«Ma voi non siete ciò che dite, siete dei truffatori, siete…
il credito che le vostre parole vi danno».

* [L’atto poetico nel vuoto è stato costruito come dialogo fra due amici poeti
(Gino Rago e Giorgio Linguaglossa) alla maniera della Nuova Ontologia Estetica) nel quale il parlato fra i due gioca un ruolo estetico decisivo.]

Luigina Bigon
20 febbraio 2018 alle 22.10 Continua a leggere

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Mario Gabriele, Poesie scelte da In viaggio con Godot (Progetto Cultura, 2017), con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

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Ci sono state calunnie su Donovan,/ ma il vento ha pulito le piazze

Mario M. Gabriele è nato a Campobasso nel 1940. Poeta e saggista, ha fondato nel 1980 la rivista di critica e di poetica Nuova Letteratura. Ha pubblicato le raccolte di versi Arsura (1972); La liana (1975); Il cerchio di fuoco (1976); Astuccio da cherubino (1978); Carte della città segreta (1982), con prefazione di Domenico Rea; Il giro del lazzaretto (1985), Moviola d’inverno (1992); Le finestre di Magritte (2000); Bouquet (2002), con versione in inglese di Donatella Margiotta; Conversazione Galante (2004); Un burberry azzurro (2008); Ritratto di Signora (2014): L’erba di Stonehenge (2016). Ha pubblicato monografie e antologie di autori italiani del Secondo Novecento tra cui: Poeti nel Molise (1981), La poesia nel Molise (1981); Il segno e la metamorfosi (1987); Poeti molisani tra rinnovamento, tradizione e trasgressione (1998); Giose Rimanelli: da Alien Cantica a Sonetti per Joseph, passando per Detroit Blues (1999); La dialettica esistenziale nella poesia classica e contemporanea (2000); Carlo Felice Colucci – Poesie – 1960/2001 (2001); La poesia di Gennaro Morra (2002); La parola negata (Rapporto sulla poesia a Napoli (2004). È presente in Febbre, furore e fiele di Giuseppe Zagarrio (1983); Progetto di curva e di volo di Domenico Cara; Poeti in Campania di G.B. Nazzaro; Le città dei poeti di Carlo Felice Colucci;  Psicoestetica di Carlo Di Lieto e in Poesia Italiana Contemporanea. Come è finita la guerra di Troia non ricordo, a cura di Giorgio Linguaglossa, (2016). Si è interessata alla sua opera la critica più qualificata: Giorgio Barberi Squarotti, Maria Luisa Spaziani, Domenico Rea, Gaetano Salveti, Giorgio Linguaglossa, Letizia Leone, Steven Grieco Rathgeb, Antonio Sagredo, Giuseppe Talìa, Luigi Fontanella, Ugo Piscopo, Giorgio Agnisola, Stefano Lanuzza, Sebastiano Martelli, Francesco D’Episcopo, Pasquale Alberto De Lisio, Carlo Felice Colucci, Ciro Vitiello, G.B.Nazzaro, Carlo di Lieto. Altri interventi critici sono apparsi su quotidiani e riviste: Tuttolibri, Quinta Generazione, La Repubblica, Misure Critiche, Gradiva, America Oggi, Atelier, Riscontri. Cura il Blog di poesia italiana e straniera Isoladeipoeti.blogspot.it

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la storia qui è ridotta a storialità, a cartoline, flash, lampeggiamenti, icone, patterns, involucri, simulacri, ready made, parole usa e getta, parole plastificate e di polistirolo

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Astorialità per eccesso di storia definirei questo ultimo lavoro di Mario Gabriele, al quale corrisponde un pluritematismo e un pluristilismo, in linea con i fondamenti della «nuova ontologia estetica». Ma la storia qui è ridotta a storialità, a cartoline, flash, lampeggiamenti, icone, patterns, involucri, simulacri, ready made, parole usa e getta, parole plastificate e di polistirolo, e parole monouso gettate nella discarica abusiva dell’epitelio semantico dove questa poesia soggiorna gratis con tanto di permesso di soggiorno e di tramonto.

Dire che nella poesia di Mario Gabriele c’è solo metalinguaggio equivale a dire che tutto è metalinguaggio, il nostro ordo idearum è fondato sul metalinguaggio, che lo stesso ordine significante è un metalinguaggio in azione, che non c’è una significazione «ultima» del linguaggio e non c’è mai stata neanche una significazione «prima», che non v’è parola né ultima né prima, la parola, e quella poetica in particolare, semmai si pone come «mancante», come non-presente. Così, genialmente, la poesia di Gabriele mostra come tutta la tradizione poetica è finita nel buco dell’ozono della propria disparizione. Al posto della parola che cercavamo troviamo altre parole, quelle usa e getta, e così via, l’una tira l’altra in un saliscendi senza fine, come al luna park. Non c’è alcun linguaggio perché tutto l’armamentario linguistico della poesia moderna è diventato metalinguaggio, cartapesta linguistica e iconica.

È il linguaggio in quanto metalinguaggio che apre nell’esistenza il vuoto entro cui la parola si dà come rifrazione di presenza-assenza, specchio duale che autoriflette il «vuoto» di cui essa è presenza. La poesia di Mario Gabriele può essere intesa alla stregua di una immensa e variegata superficie specchiante che riflette altri specchi, che vive in un gioco di rifrazioni e di rimandi semantici ed iconici. Ma si tratta di rimandi svuotati di qualsiasi simbolismo, sono specchi vuoti che riflettono il vuoto, come in una famosa poesia di Kikuo Takano. Il «viaggio», che l’autore richiama finanche nel titolo, nel nostro mondo telematico e globale è ormai diventato un viaggio turistico con tanto di accessori e di monitor, non è più possibile alcuna autenticità se non nel similoro e nel kitsch. Le poesie di oggidì che trattano con seriosità il tema del viaggio, fanno sorridere per la loro bontà perché periclitano agevolmente nel kitsch e nel piacevole, si adattano al piacevole e all’intrattenimento, sono un diversivo al gioco della canasta e della macumba.

Strilli GabrieleStrilli Gabriele Da quando daddy è andato viaMario Gabriele  intende il «viaggio», appunto, «con Godot», con questo misterioso ospite che è la nostra Ombra, il nostro irraggiungibile sosia. Siamo noi stessi Godot, per questo non potremo mai raggiungere la nostra interiorità perché essa è stata ampiamente colonizzata dall’Altro dell’Altro, non c’è più nemmeno un angolino, un ricettacolo di autenticità nel mondo disilluso e amministrato da un ordo rerum onnivoro e globale.

Non v’è più alcuna economia monetaria della dicibilità perché tutto è diventato dicibile, tutto è scambiabile in base al valore di scambio, e la parola non fa eccezione, anch’essa è finita nell’imbuto del valore di scambio, perché non può esservi una esteriorità che non sia inclusa anche nel linguaggio, ed il linguaggio è il luogo per eccellenza dell’ambiguità e del gioco semantico della significazione, di ciò che non rientra nel linguaggio: quel misterioso «di-fuori» che si chiama «mondo». È per questo che la nuova poesia di Mario Gabriele, così sofisticata da apparire ingenuamente fuori-moda, si presenta come un manufatto ultroneo, ammicca ossessivamente a questo nuovo ordine post-simbolico fitto di simulacri nel quale oggi siamo tutti immersi, dove non c’è dialogo che possa durare qualche minuto, «Il Dialogo fu di breve durata» scrive ironicamente Gabriele in una poesia della raccolta, perché non c’è più nulla di cui dialogare, le cose si capiscono benissimo nell’ambito di un’altra economia monetaria, quella dei titoli di borsa e del mondo ridotto a intrattenimento futile, un ottimo fertilizzante per le menti decorticate della società mediatica.

La tradizione metafisica, ci dice Derrida, vede nell’essere un assoluto, una sostanza impredicabile perché presente in ogni predicazione. Resta però aperta la questione che se l’essere è impredicabile, il linguaggio si trova a colmare una distanza impossibile. L’essere cioè diventa la condizione, il presupposto incluso tuttavia trascendens, il linguaggio. Dire che il «linguaggio è dimora dell’essere» (Heidegger) se da un lato esclude la possibilità che l’essere possa essere detto dal linguaggio come una referenza diretta, dall’altra tende a porre l’essere stesso in una prospettiva sfuggevole e indeterminata – l’essere si rivela come qualcosa di «pienamente indeterminato» afferma Heidegger – e, allo stesso tempo, fondativa, proprio in quanto si tratta di una indeterminazione inclusa nel linguaggio stesso.

In In viaggio con Godot, è il linguaggio stesso ad essere in «viaggio», in una traslocazione locomozione senza tregua… è il linguaggio che si sottrae a se stesso… il linguaggio cessa di essere fondazionale ma appare, si rivela, per il suo essere un rinvio continuo… il linguaggio in quanto potenza del rinvio, fame inappagata di senso per via della stessa logica differenziale che vede nel gioco dei rinvii la sua sola consistenza, si serializza in una molteplicità di sintagmi.

Nel volgere di pochi anni si è avverata la previsione di Marcuse: «è probabile che il secondo periodo di barbarie seguirà  ad un lungo periodo di civiltà». Il perdurare della povertà in presenza di una ricchezza sen­za precedenti è la più imparziale delle accuse contro lo stesso processo della civilizzazione capitalistica, l’arte e la cultura sono state ammorbidite e derubricate a sottoprodotto del prodotto, della merce. L’ideologia dello sviluppo è profondamente irrazionale, non c’è più nulla da sviluppare se non la nostra barbarie ininterrotta. In un mondo in cui dieci famiglie detengono la ricchezza di circa quattro miliardi di persone, non è più possibile fare poesia, almeno la poesia che abbiamo conosciuto. E Mario Gabriele si è regolato di conseguenza. Per questo la sua poesia spinge oggettivamente verso il «nuovo». Pur all’interno di un mare di ciarpame e di belletristica mediatica essa diventa, oggettivamente, «irriconoscibile», in quanto non-merce che assume l’apparenza di merce che Gabriele derubrica a sub-merce.

Mario Gabriele è un poeta troppo dotato per non aver tirato le conseguenze in sede estetica di questa situazione macro storica, la sua è una poesia che assume la presunta «ricchezza» delle merci e delle citazioni della cultura mondiale come specchi per le allodole, è una poesia che si assume l’onere di essere il garante e il guardasigilli della non-verità del mondo amministrato.

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Ogni felicità è frammento di tutta la felicità, che si nega agli uomini e che essi si negano.
(Th.W. Adorno)

[…]
«già l’arte è inutile per gli usi dell’autoconservazione- e la società borghese non glielo perdonerà mai del tutto – e allora deve rendersi utile mediante una specie di valore d’uso, modellato sul piacere dei sensi. Così si falsifica, allo stesso modo di come si falsifica l’arte (…) il piacere sensoriale conserva qualcosa di infantile quando si presenta nell’arte in maniera letterale, intatta. Solo nel ricordo e nella nostalgia, non come copiato e come effetto immediato, esso viene assorbito dall’arte (…)»
[…]
«All’ontologia della falsa coscienza appartengono anche quegli aspetti nei quali la borghesia, che tanto liberò lo spirito quanto lo prese alla cavezza, accetta e gode, dello spirito, proprio ciò in cui non riesce completamente a credere – maligna anche contro se stessa. Nei termini in cui corrisponde ad un bisogno socialmente presente, l’arte è divenuta in amplissima misura un’impresa guidata dal profitto: un’impresa che prosegue finché rende e con la sua perfezione aiuta a superare l’inconveniente di essere già morta».

«L’oscuramento del mondo rende razionale l’irrazionalità dell’arte: essa è la radicalmente oscurata»1].

«Nel mondo disincantato il fatto arte è… uno scandalo, riflesso dell’incanto che il mondo non tollera. Ma se l’arte accetta tutto ciò senza lasciarsi scuotere, se si pone ciecamente come incanto, allora, contro la propria pretesa di verità, si abbassa ad atto di illusione e allora veramente si scava la fossa. In mezzo al mondo disincantato anche la più remota parola di arte, spogliata di ogni edificante conforto, suona romantica».2]

1] T.W. Adorno Ästhetische Theorie, Suhrkamp Verlag, Frankfurt, trad. it di Enrico De Angelis, Teoria estetica, Einaudi, 1975 pp. 21 e segg.

28

La sera ci sorprese
facendo del giorno un rapido declino.
Ti agiti, non sopporti il fumo del barbecue
della signora Polonskij.
Ti rivedo nei colori dell’arcobaleno:
rondine di altri cieli e di altri nidi!
-Qui dura ancora il turnover.
Vado all’estero, mi rifaccio una vita,
troverò un lavoro,
avrò una moglie e dei figli-, disse Simon.
Una stagione infausta si ferma
stretta dalle corde dell’autunno.
Nei vecchi bungalow si contano le ore.
La casa lungo il fiume
non ci appartiene più,
è attracco di pescatori di frodo e di conchiglie.
Max sta finendo Psicostasia politica.
Ti rivedo nel Bacio di Klimt.
Non c’é tavolozza senza il nero.
Quando Marisa tornerà da Dortmund
sarà come un lampo a ciel sereno,
chiederà le catenine di Istanbul,
prima di dire:-oh mamma, mamma,
perché sei rimasta così sola nel silenzio?

Strilli Gabriele

33

Da quale rovo sei venuta?
La stagione porta trappole.
Temi le Centurie, i mesi bisestili.
Un testamento è nel Caveau.
Aspettami quando il leone e l’agnello
si saranno fermati all’ombra delle oasi.
Noè ha attaversato il Topanga Canyon.
Il frutto dell’albero è maturo.
E’ diventata cieca la tua memoria.
Una tettoia d’anni è finita sul selciato.
L’anfora è rotta, Ubaldo!
L’anfora più bella è rotta.
Sono venuti giù acqua e neve.
A tratti si è fermato l’anticiclone.
Il vecchio Osborne non se ne è accorto.
Sta a guardare il sole che nasce e muore.
Preghiamo per i nostri gelsomini.
Il Signore solleva dalla polvere il misero,
innalza il povero dalle immondizie.
Scendiamo in una valle silente
nel giorno di tristezza di Makeda.
Il gran sacerdote,
lasciò messaggi nelle crepe del Muro,
senza piccioni viaggiatori
e pagaie, azzurro-mare.
Il pony express aspetta.Tace.
Augura: Feliz Navidad.
Il cammino si accorcia,
senza il miracolo da ponente.
A Daisy non diremo nulla
che possa scuotere i rami del suo bosco,
nulla di come è fatto il lazzaretto.

Strilli Gabriele Da quando daddy è andato viaStrilli Gabriele Ci sono anni che sembrano boschi

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Due poeti a confronto: La poesia-poema di Claudio Borghi e la poesia-frammento di Lucio Mayoor Tosi – Lettura di Mariella Colonna

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La liturgia della parola di Claudio Borghi

 Claudio Borghi è un fenomeno singolare e isolato nel contesto culturale dei nostri tempi. E’ un fisico, e i suoi studi nelle discipline scientifiche sono la base culturale su cui costruisce un’opera poetica in cui il rigore del pensiero si fonde con l’adesione appassionata alla natura e al mondo in cui vive. Potrebbe sembrare un paradosso, in realtà è proprio da questo potenziale dissidio tra la prospettiva rigorosa delle scienze e l’amore per la poesia e la vita che nasce la suggestione e la singolarità delle sue opere. Segno espressivo emblematico di questo particolare sentire è il poemetto Rondini, tratto dalla prima sezione di Dentro la sfera (Effigie, 2014), il suo primo libro, di cui leggiamo le strofe iniziali:

Rondini cristalline in uno stupore di spazio
spargono linee in un’atmosfera senza vento,
lucide armonie, folate di idee, immagini increate.
Chiusa in un castello di musica la città di vetro,
la luce bagnata da un disegno di rami in fuga,
sempreverdi, di foglie fiorite
come giovani volti illuminati.

Di Borghi, in una lettera citata nella sezione finale di Dentro la sfera, Giorgio Barberi Squarotti ha scritto:

“Il suo discorso poetico è al tempo stesso concettuale e visionario, e il ritmo è un poco solenne e rigoroso, come compete al sacro a cui tende fortemente”.

Pur non avendo letto questo commento di Barberi Squarotti, percorrendo la difficile e coinvolgente strada della lettura di L’anima sinfonica, Dentro la sfera e, in parte, La trama vivente, ho colto immediatamente il carattere liturgico della parola poetica che si distende in lunghi percorsi, scorrendo e restando ferma ad un tempo come un silenzioso corso d’acqua dalle sorgenti dell’io all’oceano sconfinato dell’Uno. Come l’acqua che scorre, fluido titolo di un libro e racconto molto intensi della Yourcenar, le parole di Borghi si sciolgono l’una nell’altra facendo emergere dal profondo immagini della quotidianità che, nella vibrazione solenne dei versi, acquistano il senso di un religioso (dal latino re-ligare, nel senso di collegare stringendo rapporti) e continuo passaggio dalla realtà conosciuta a quella misteriosa in cui mondo e umanità sono immersi, e che il poeta cerca di esprimere con analogie, metafore e semplici evocazioni del proprio vissuto.

Giorgio Linguaglossa, commentando La vera luce (da La trama vivente, Effigie, 2016), vede nei versi di Borghi “movimenti o sequenze musicali”:

“Molte composizioni sono strutturate come movimenti o sequenze musicali: iniziano con un Cerimoniale lento e rigido che scollina in un Allegro moderato, per poi, subito dopo, alleggerire il tono mediante l’inserimento di un Lamentoso cantabile, molto legato; quindi, di nuovo, ecco un Allegro capriccioso che sfocia in un Vivace energico che si alterna con un Adagio mesto e un Allegro maestoso, fino a giungere ad un Andante misurato e tranquillo. Un pensiero poetico incastonato in una partitura musicale, suddivisa in più movimenti melodici e ritmici”.

La vera luce

Nel viaggio millenario si rinnova
l’onda dell’essere che sviluppa
una storia senza scrittura:
semplice dettato di emozione
il creato si imprime
sulle pareti della percezione,
sullo schermo degli occhi
o sulla volta risonante degli orecchi,
rimandando ogni cosa alle altre
e tutte intonando la forma del principio,
necessaria, presente,
viva eppure gratuita, assente,
quasi morta mentre su di sé
si richiude e ripiomba.

(…)

Strilli LeoneStrilli GiancasperoNon posso essere che d’accordo con Linguaglossa: il rapporto tra poesia e musica è originario e strutturale, ma occorre analizzare la differenza tra i linguaggi delle due forme d’arte per cogliere nello specifico la poesia di Borghi. Linguaglossa sottolinea il “movimento lineare”, il cui andamento non prevede spezzature improvvise, discontinuità e circolarità del tempo, irregolarità sintattiche e così via, che invece connotano le opere dei poeti della NOE. Credo che la quasi sacralità dei versi di Borghi esiga un andamento lineare; occorre inoltre rilevare che in essi le varianti esistono, ma sono da ricondurre alle immagini e ai messaggi e significati che non sempre sono lineari, anzi, molto spesso sono cadenzati dal ritmo stesso del cuore: sistole e diastole, come nella poesia La vera luce. Accade che mente e cuore del poeta si sollevino nella contemplazione, poi un’inspiegabile melancholia lo afferra e il fiore, che era sbocciato in tutto il suo splendore, si richiude, appassisce. I versi scorrono con il ritmo lento inarrestabile della stessa vita in quello che ha di più sacro: la contemplazione della natura, il mistero dell’esistere e il cosmo come espressione di un ordine supremo. C’è, tuttavia, qualcosa che rende difficile una lettura senza interruzioni: mentre, come ho già accennato, l’attrito interno tra le prospettive della scienza e quelle della poesia che ne caratterizzano il pensiero non intacca, anzi esalta la capacità che il poeta ha di abbracciare un vasto campo di argomenti e di individuarne gli invisibili legami, l’andamento dei versi, il loro ritmo, si svolge in modo uniforme e, come dice Linguaglossa, con un movimento rettilineo. Da una parte questo ritmo, che tende a livellare le differenze nell’esprimere il sentimento dominante dell’Uno a cui tutto – e prima di tutto l’anima del poeta – si rivolge, è percepito come un procedere senza scosse e inevitabilmente senza sovvertimenti, sorprese o colpi di scena e quindi prevedibile; dall’altra è proprio questa consustanzialità solenne del linguaggio nelle poesie e nell’insieme del poema a creare quel senso del sacro individuato da Barberi Squarotti e che io ho chiamato liturgia della parola.

Abbiamo visto come Linguaglossa, nel presentare La trama vivente, sia riuscito a sentire la profonda analogia tra la poesia di Borghi e la musica fino a trovare, nei versi del poeta, scansioni ritmiche equivalenti all’ “Allegro moderato” fino ad un “Andante misurato e tranquillo” passando per un “Allegro capriccioso” un “Vivace energico” e così via. E’ evidente che ad ogni lettore o critico arrivi il messaggio da cui la sua sensibilità si sente più attratta e coinvolta, e credo sia un ascolto rivolto soprattutto ai suoni che genera la sensazione di uniformità e moto rettilineo. Con sorpresa, procedendo nella lettura, mi sono convinta che la musicalità, o addirittura la musica dei versi di Borghi non vada letta come quella che si rinviene in uno spartito musicale, ma come un’armonia da cercare in profondità tra sinergie, sinestesie, contenuti, immagini, situazioni, colori e la forma in cui vengono espressi. E’ una musica che deve arrivare non tanto alle orecchie, quanto al centro profondo dell’anima di chi si dispone ad ascoltarla: una musica non di suoni, ma nata dal silenzio contemplativo e destinata al silenzio e alla contemplazione. A ben vedere nella grande musica il suono non è un fine, piuttosto un mezzo per raggiungere l’anima e l’intelletto; ma nella poesia l’ascolto va spinto ancora più in profondità, in estensione anche temporale e nel silenzio, se teniamo conto che il suono distrae dalle recondite armonie che l’anima riesce a captare, grazie ad un insieme di facoltà in cui si impegnano le infinite possibili varianti del linguaggio come significato e come significante, cioè come forma. Nella musica, quando non si risolve in superficiali effetti sonori o astratte armonie ma coinvolge il flusso profondo, quindi il movimento unico dell’Essere, i significati volano liberi da qualunque tentativo di imprigionarli in uno schema mentale o linguistico. Credo che, per comprendere il senso ultimo dell’opera di Borghi, sia necessaria un’apertura ai contenuti e valori a cui l’autore fa riferimento: e ciò richiede che almeno in parte si condividano tali valori. Ma anche chi non li condivide può, con un volo mentale e un tocco di immaginazione, superare il senso di smarrimento che si prova navigando nell’oceano di quest’opera e cercare in quelle profondità la poesia, le immagini, i colori. 

Cito, da Dentro la sfera, alcune strofe di Nel tempo solo senza musica:

Nel tempo solo senza musica, solo e senza musica
e luminoso il sole si corica sul letto viola
del lago, dove la conoscenza è evidenza
e indistinta la potenza diventa particolare
immedesimandosi in un movimento puro senza esistenza

le onde tutte della luce fasciano il pianeta
i corpi degli uccelli volano nell’atmosfera
la terra umida della notte
distesa si copre della grandezza manifestata del giorno
e non so come chiedere alle parole di piegarsi
sulle cose, come pensarle, come venire al bocciolo
dell’apparenza presente che si mostra
e si offre, del volto più puro che si alza

fino all’azzurro incontaminato
(…)

 

Qui non è facile parlare sostituendosi alle parole, bisogna invece far parlare le parole, sprofondare nei significati della poesia perché le parole perdano la durezza di significanti e si associno liberamente grazie alle loro sinergie, ai loro contrasti, al loro legare e sciogliere i misteriosi legami che le avvicinano e le allontanano, ai colori dal cui contrasto nascono segrete, appena percepibili analogie.

Da Visioni da una camera quadrata, in L’anima sinfonica: 

Uno scoiattolo si impadronisce del vuoto. 

Il bianco è un’assenza di suoni.

Rimane una fuga di pensieri tra le erbe alte.

In questi versi, di solo apparente semplicità, vedo tre frammenti assai ben organizzati e un linguaggio molto attuale: lo scoiattolo che si impadronisce del vuoto è un’immagine surreale assai suggestiva, una metafora ardita; il bianco è un’assenza di suoni è un’associazione coraggiosa tra il colore bianco e il silenzio; il terzo verso è il più facile da comprendere: la metafora dei pensieri che fuggono tra le erbe alte si valorizza per il contrasto tra la velocità del pensiero e la statica presenza delle erbe che non possono né vogliono in alcun modo frenarlo. Ho commentato questi ultimi versi per far notare quanto siano fuori luogo e ingombranti le parole quando cercano di spiegare l’inspiegabile. La poesia è mistero e le parole possono tendere verso il mistero, alludere ad esso, ma non potranno mai raggiungerlo. Se accettiamo questo limite, forse le parole silenziose ci diranno molte più cose di quante ne abbiamo capite e scoperte noi usandone troppe con lo scopo di interrogare la realtà: la poesia vera parla all’anima, in perfetto silenzio.

Da La trama vivente:

Lascia il microscopio, lascia il telescopio, deponi gli strumenti che ti prolungano nello spazio. Guarda solo con gli occhi. Lascia l’immaginazione, smetti di dipingere, di matematizzare la varietà. Il quadro è dato, chiuso e concluso. Riluce l’illusione del cosmo, soffia il fiato divino che tempera le forme e le pervade di tremori impercettibili, quando nasce il sole e tutta si sfoglia, tenera, la mattina.

Nel vuoto si perde il profumo dei sensi e il chiarore raggiante della mente, la cui essenza è contemplativa: non le è concesso creare, solo plasmare idee e raccoglierle nella memoria, che dentro si compone finché una lama anonima la separa dal corpo della visione. Dal centro al non confine della sfera inconcepibile non c’è storia. Solo una quiete esplosa, che annienta ogni immaginazione o volontà infantile di possederla.

Monadi solitarie vagano come particelle in sospensione in un fluido, atomi zigzaganti tracciano traiettorie browniane, incerti labirinti da cui la matematica fa emergere la traccia statistica di una regolarità, il senso precario di una soluzione.

Nel vuoto, reso a tratti magnifico dal fiorire imprevisto di novità, la poesia cerca animandosi di trovare l’ebbrezza della sua sopravvivenza, nella dinamica fine a se stessa di un ritmo che senza soluzione di continuità si rinnova di parola in parola, di verso in verso, inanellandosi, inviluppandosi, naufragando nel cerchio immobile della presenza del tempo.

Niente so della vita nelle cose, ma della vita posso disegnare i corpi che fuggendo sulla tela corrono come spinti da una forza michelangiolesca, soffiati da un turbine perenne, i corpi inquieti che si cercano per fondersi, si toccano e si amano per sentirsi l’un l’altro vivi.

Mariella Colonna, 20/08/2017

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I cromatismi e la poesia per frammenti di Lucio Mayoor Tosi

Lucio Mayoor Tosi è il caso più singolare di cui io sia stata diretta testimone da quando frequento il gruppo di poeti della NOE e la Rivista Internazionale L’Ombra delle Parole. Lucio Mayoor è “nato” pittore astratto e ha fatto una lunga sperimentazione con i pigmenti come in una Bottega rinascimentale, partendo da una ricerca sull’origine e composizione della materia, che è alla base del suo particolare astrattismo, e approdando ad una straordinaria capacità di usare il colore in modo assolutamente “semplice” ma altrettanto significativo.

Egli crea frammenti di forma regolare quadrata o rettangolare, ma del tutto singolari nell’abbinamento dei colori che si associano liberamente anche a superfici corrugate, con tocchi, effervescenze, sfinimenti, aggressioni, defezioni, brevi accenni al mistero, che sono l’espressione, in arte, dei movimenti delle particelle nel vuoto a cui Mayoor ha dedicato da sempre la propria attenzione. C’è da sottolineare che egli non lo considera analogo al nulla, ma come un brodo primordiale dove individuare i percorsi iniziali dei fenomeni studiati dalla ricerca scientifica  fino a quelli in continuo rinnovamento della cultura e del linguaggio poetico più attuali. La ricerca del “nuovo” in Tosi non è mai fine a se stessa, ma orientata a compensare per opposizione “la perpendicolarità delle linee pavimenti – pareti – soffitto”, connotazioni che caratterizzano la tendenza italiana al “classico”. I frammenti Di Lucio Mayoor nascono, come egli stesso dichiara, dall’osservazione remota del microcosmo, ma del tutto casualmente . Ognuno di essi è indipendente dall’altro o da realtà artistiche a loro esterne. L’autore dice: “E’ stato l’apporto critico di Giorgio Linguaglossa a dare una scossa alla mia ricerca pittorica.” Il rapporto con Linguaglossa è forte e incisivo nella storia dell’artista: hanno anche provato ad associare i versi di due loro poesie e l’effetto era di un insieme  straordinariamente unitario.

Lucio Mayoor Tosi Sponde 1

Lucio Mayoor Tosi, Sponde, composizione

Lucio Mayoor sottolinea molto incisivamente l’interattività, una delle chiavi interpretative della creazione di un’opera mai abbastanza approfondite e comprese sia  dagli uomini di cultura che dai fruitori dell’arte: un’opera infatti continua a nascere e “crescere” grazie al momento della fruizione che la arricchisce di contenuti psico percettivi e di valori che nascono grazie allo “scambio” tra l’oggetto d’arte e chi lo osserva aprendosi al messaggio trasmesso dall’artista. I frammenti di Lucio Mayoor possono essere disposti in maniera sempre diverse dalla persona che li possiede: il fruitore dell’opera  può così partecipare al momento creativo scegliendo di associarli e di comporli di volta in volta in modo differente, lasciandosi ispirare dalle proprie intuizioni in materia di forma e di colore. E’nella dimensione dell’interattività che il frammento pittorico si incrocia in modo organico e sinergico al frammento poetico. Cerchiamo di individuare lo specifico che esplode per novità e originalità nel percorso di ricerca di Mayoor: l’immagine pittorica contiene in sé, potenzialmente, la parola e viceversa la parola contiene in sé l’immagine: ma sarebbe troppo facile e superficiale pensare questo rapporto in senso figurativo e descrittivo. Il “contenere in sé” di Lucio Mayoor supera l’aspetto descrittivo, è il nascere della parola insieme all’immagine: è un processo organico e non di complementarietà. Questa è la novità di Lucio Mayoor come interprete della NOE in chiave artistica e poetica: le sue opere di pittura tendono alla parola, sembra che la cerchino per trovare un completamento: e , viceversa, le sue poesie non solo contengono elementi di un cromatismo analogico e organico, ma tendono a configurarsi in colori e forme rigorosamente astratti. Tutto ciò avviene senza che l’autore si ripieghi mai su se stesso, o si compiaccia nel processo della creazione delle proprie opere.

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Mayoor Lucio Tosi, Interpretazioni coloristiche

Lucio Mayoor è un raffinatissimo autore “di strada” nel senso migliore dell’espressione: cultura, letture appassionate, impegno nelle tecnologie sono come tra parentesi o meglio sottintese alle sue opere, mai esibite. La grafica della Rivista “L’Ombra delle parole” ha fatto un salto di qualità da quando l’ha vigorosamente presa in mano Lucio Mayoor. I pigmenti allo stato puro hanno reso l’idea del nuovo che nasce: oltretutto il nostro ha creato una ritrattistica cromatica di grande effetto, interpretando in modo personale Andy Warhol, direi un Andy Warhol mitteleuropeo, raffigurando e presentando i volti dei poeti con macchie di colore che sfumano verso altri colori per analogia o risaltano per contrasto, oppure danno rilievo in modo unitario ai tratti del personaggio con tinte forti.

Lucio Mayoor Tosi toys composizione di tre doppi frammenti

Lucio Mayoor Tosi, Toys, Tre doppi frammenti

Colpisce come   sia approdato alla poesia della NOE senza soluzioni di continuità, con grande naturalezza: Lucio è poeta non “letterario” ma alimentato da molta lettura ed esperienza di scrittura e con l’evidente consapevole conoscenza di tutte le regole: è poeta e basta, sia nel “dipingere”, sia nella scrittura: e sta elaborando, nella poetica della Nuova Poesia, soluzioni nuove ed originali: non disdegnando le immagini del passato, le rende “dinamiche “ accostandole a situazioni estreme da astronauta e addirittura lanciandole nel vuoto, senza alcun appiglio.

Crea “per frammenti come se respirasse”. Questa semplicità è spesso raffinata come, ad esempio, nella lirica Frammenti per Sally: i primi tre versi realizzano una dialettica tra colore e significato molto efficace, che si appoggia su una visione mentale più che reale del colore:

Frammenti per Sally

Oltre le finestre della casa non c’è nulla.
Solo bianco dipinto su se stesso.
Qualcuno lentamente scompare. Resto
in silenzio. Oltre il grigio vetro smeriglio
il lembo di una camicia a quadri. Molti
pensieri sparsi nell’aria come lucciole.
Cielo di tanti palazzi. Nello specchio
un uomo curvo con il cappello in testa.
Pare gobbo. Cammina a lunghi passi,
sempre guardando a terra. Il pollice
infilato nella cintura, con l’altra mano
tiene sottobraccio il bastone da passeggio.
Mi pervade una dolcezza senza fine.
Le stelle si stanno allineando, finché
musica le scompone. Una donna nuda
porta l’anfora piena di latte.*

*Sally è mia nipote. Oggi compie gli anni. Ho preso dei frammenti alla rinfusa, qualcosa di vecchio e qualcosa di nuovo, li ho confezionati ed ecco pronto un regalo per lei. Che senso ha? Dire che ne ha uno soltanto sarebbe sbagliato, dire che ne ha molti altrettanto. Qui il senso va da ogni parte perché non è svolgimento. Il puro frammento è come neve, polvere, atomi che interagiscono in una danza senza musica.

(Lucio Mayoor Tosi)

Questo “bianco dipinto su se stesso” è indescrivibile con altre parole, richiede le parole del prossimo verso: è e scompare “in uno”, cioè contemporaneamente…infatti “qualcuno lentamente scompare”: chi scompare? il colore, perché bianco su bianco scompare. Ma c’è anche l’ospite misterioso, il Signor Nemo…anche lui, abitante del “Nulla”, scompare insieme all’invisibile colore che lo ospita.

In Lucio Mayoor si sentono echi: assai poco della poesia del ‘900, Transtromer ma, soprattutto Giorgio Linguaglossa Gino Rago e Mario M.Gabriele, maestri della NOE, con i quali c’è piena sintonia e stima reciproca, in piena autonomia di scelte e prospettive culturali.

Altra espressione nuova e in cerca di completamento cromatico, nel verso 7: “Cielo di tanti palazzi”…qui il poeta associa l’idea del cielo a quella dei palazzi, contrariamente a quanto accade di solito: i palazzi, in città soprattutto, sembra che ci rubino la vista del cielo, invece lo sguardo di Lucio va oltre il limite imposto dai palazzi, che qui sostituiscono “la siepe” famosa che far scattare in Leopardi il pensiero dell’infinito, per sconfinare e perdersi nell’azzurro.

S’apre una porta

 Un notturno di seta deve essere passato
davanti alla casa in Illinois. La persona che stava piangendo
ora si vede al centro dell’umanità

dove tutti son voltati di spalle. E nudi.

 «Nessuno sa del silenzio che c’è qui».

«Giuro su niente che ti sarò fedele e darò la vita
per ognuno che passi, anche sbadatamente, nel mio
corridoio».

 « Nei libri di scuola si parla di rondini meccaniche
che
a primavera. E di scritture distratte. Pomeriggi assolati».

Le figure, insieme ai versi, si rintanano
nell’ombra.

 I primi tre versi: “il notturno di seta” è una metafora che evoca immagini d’ombra cangiante su questa casa magica nell’Illinois…Il seguito è invece drammatico e imprevedibile: La svolta improvvisa “al centro dell’umanità / dove tutti son voltati di spalle. E nudi.”: dal pianto la persona sofferente si trova all’improvviso nel cuore dell’umanità, in una posizione  importante, “centrale” e vede gli altri di spalle. “al centro dell’umanità / dove tutti son voltati di spalle. E nudi.”:  Sono tutti uguali, non c’è (più) differenza di persone e li vede nella loro nudità primordiale. C’è, nel cuore dell’essere, un silenzio che nessuno ascolta perché non ne ha consapevolezza. (Nuova Poesia Ontologica). Poi un altro salto di significati rafforzati dalla contraddizione: “Giuro su niente che ti sarò fedele…”. Non c’è commento che possa dire meglio con altre parole  ciò che è detto nei due versi che seguono: “Nei libri di scuola si parla di rondini meccaniche / a primavera. E di scritture distratte. Pomeriggi assolati”. Una primavera del futuro, cioè “utopica” perché la primavera, oggi, non esiste più, ma sui libri di scuola ai bambini la faranno immaginare annunciata da rondini meccaniche. Ci domandiamo: quale futuro?  Possiamo pensare a tutto quello che abbiamo appreso in materia…e i colori , chiari o tetri, passano veloci attraversando i nostri pensieri.

Lucio Mayoor Tosi Sponde

Lucio Mayoor Tosi, Composition per frammenti

La poetica di Lucio Mayoor Tosi è pittorica nel senso più completo e complesso della parola: egli fa poesia come dipinge, seguendo impulsi della mente e del cuore in contemporanea. La doppia componente artistica dà spessore alle immagini, come in

 Ballerine:

 Del pianista non si hanno notizie.
Vestiva sempre di nero, a volte una camicia bianca.
Aveva mani delicate.

 Qui il poeta fa un vero ritratto del pianista: lo vediamo, in bianco e nero come una rondine, le mani delicate sulla tastiera. Poi non lo vediamo più. Ma il pianista-rondine resta nella memoria e, pur non avendo lasciato notizie di sé, ci segue.

Presto il cielo azzurro farà da sfondo. Inizieranno
le parole il loro tour, di fianco a diapositive sorridenti.
Sul mare tranquillo vola bianca una breve storia.
Ora provo i cento modi per uscire di casa.
Senza le scarpe.

Nella poesia n. 3 di Ballerine gli ultimi cinque versi si impongono per l’originalità e freschezza delle immagini, per i ritmi espressivi che scivolano sulla riva del foglio e restano lì, intense di evocazione e di movimento appena accennato: il cielo e l’azzurro, il mare e l’azzurro percorso dal bianco…di quella breve storia che vola sulle onde: è un’idea nuova e di notevole fascino poetico parlare di una barca a vela come di una “breve storia” che scivola sul mare! Anche se l’estrema apertura poetica dell’immagine può far venire in mente altre interpretazioni. E poi l’apparente semplicità del finale che nasconde un modo di concepire la vita: si può uscire di casa in cento modi, ma Lucio sceglie di abbandonare la prigione delle scarpe. Sono questi tocchi di originalità assoluta che connotano la poesia di Lucio Mayoor, il suo affacciarsi all’universo delle parole con il desiderio di creare mondi alternativi e la gioia di esserci, di volta in volta, riuscito. La “poetica” su cui Lucio Mayoor fonda le sue opere è quella della NOE, ma l’artista ci aggiunge di suo questa immediatezza d’intuizione in cui si fondono e si esaltano a vicenda l’arte del colore-simbolo, sempre da intendere come qualcosa di diverso dal colore materiale e quella della parola.

Vorrei concludere con una poesia …d’amore. (già sento mormorii di disapprovazione: “in realtà è una poesia sul “nulla”…non tutto è come appare!” (…non è vero è d’amore!). Vediamo dunque la III poesia dell’insieme intitolato “Tre Chiese”:

Il bacio sa di te. L’ho imparato a memoria. Possiamo
guardarci i profili. Restare assorti, come fossimo in coda
davanti a due uffici diversi. Ma non c’è nessuno davanti,
nessuno oltre noi. Il palazzo celeste in fondo al viale
indica il sottosuolo, il pianeta che avvertiamo sotto le scarpe.
Hai belle gambe, rametto di salvia e capelli scuri.
Sssssh! Fai silenzio. Labbra sporte e borsetta sottobraccio.
Tra le nervature del marciapiede scorre acqua azzurrina.
Poi siamo soli. Volta pagina. La tua voce nei pensieri
canta.

 C’è il bacio, c’è il senso di solitudine incantata che due innamorati vivono anche in mezzo alla folla. C’è il mistero di quel celeste e azzurro che ogni tanto si affaccia: da “Il palazzo celeste…“indica il sottosuolo” a “tra le nervature del marciapiede scorre acqua azzurrina.”Qui il “colore” è nell’atmosfera surreale che avvolge la poesia e la salva dal sentimentalismo giustamente rifiutato e condannato dalla NOE: atmosfera surreale a cui, però, si affianca con grazia poetica qualche notazione realistica:

Lucio Mayoor Tosi Frammenti_1

Lucio Mayoor Tosi, Composition

Hai belle gambe, rametto di salvia e capelli scuri.”Labbra sporte e borsetta sottobraccio.” E, a conclusione, lo squillo della voce che canta nei pensieri del poeta.” L’idea è semplice e intensa e acquista rilievo dal “sistema solare” in cui sono inserite le parole, ognuna al suo posto e tutte insieme a creare suggestioni…a cui fa eco il mistero dei tocchi di azzurro.

Bravo Lucio, non è assolutamente facile scrivere poesie d’amore senza cadere in sentimentalismi retorici: e tu ci sei riuscito.

Lucio Mayoor Tosi ci ha dimostrato che, nei frammenti interpretati e rivissuti interiormente, in piena libertà espressiva è possibile sia tratteggiare un’immagine del futuro e parlare di astronavi e di costellazioni, sia evocare il passato con la tenerezza e il distacco della nostalgia, senza cadere in fratture o contraddizioni stilistiche: ormai superato il dramma della “cosa” irraggiungibile dalle parole, si guarda a quel centro misterioso intorno a cui le parole ruotano come altrettanti pianeti intorno al sole. Mi piace immaginare Lucio che le rincorre su una navicella spaziale…che, alla fine,

approda sulla luna per dedicarle un “romantico” frammento tra colore e scrittura.

Chi tra noi oserebbe sostenere che il “Romanticismo” di Leopardi e Foscolo è roba superata, e che Lucio Mayoor non deve, non può dedicare versi alla luna, pena la cancellazione dal gruppo della Nuova Ontologia Estetica?

E ora, in nome dell’interattività, vorrei che i lettori esprimessero il loro pensiero sul valore e significato del blu dell’azzurro del giallo e del rosso, o di altri colori dominanti nelle poesie di Lucio Mayoor Tosi. A voi la parola, dunque… invito i lettori a rivedere attentamente i frammenti pittorici e a rileggere quelli poetici del nostro autore. Egli sarà felice di scoprire quanto è arrivato a voi della sua arte e dei suoi messaggi.

Strilli Tranströmer1

Strilli Tranströmer2

Questa notte

È di notte che la metropoli
si addormenta e urla.
Quando i morti si spaventano
e vivono indisturbati animali
di carne notturna.
Migliaia di tramonti alle palpebre.
Quel dialogo incerto di noi due
all’angolo del soffitto.

E’ altro spazio,
giorno negativo e assordante.
Tra gli altissimi palazzi capovolti
si aggira il tempo nero
come un gendarme a controllare
le lenzuola delle larve.
Siamo nell’oscuro parallelo,
al cantico spettrale della Via lattea.
Nel tunnel.

Dentro i motori spenti della R.
nel “Vietato entrare”, all’ora più densa
quando la gravità dei passi
colpisce al suolo stormi di uccelli
caduti. E li addormenta.
Un colpo di tosse infrange le barriere.
Tutti i ritorni si spaventano.

Mi dicevi dell’appartamento,
che era luminoso
per via di quelle finestrelle al soffitto.
E colorato. Ma il resto della stanza,
nessuno lo ricorda.
Quando la sera è bella solitudine,
dicevi.

Mi baciavi come un uccellino.
Avevi le labbra piccole
per nulla seducenti.
E sempre ti aggiustavi le calze.

M.
Mayoor – set 2017

Onto Mario Gabriele_2

 

Lucio Mayoor Tosi
                  (a Giorgio Linguaglossa)

Si ritrovarono in piazza, non sotto i portici
ma nemmeno in strada. Dovunque andassero
erano sempre fuori posto, solo stando attenti
a che non si notasse. Poi erano trascorsi secoli.
Tante vite spezzettate. Senza memoria.
Due uomini e una donna.
Il primo mostrò quel che sapeva fare.
Sollevò la gamba destra e l’accavallò sull’altra.
Quindi restando in fragile equilibrio
sollevò la sinistra. Ohplà! eccolo sollevato
in aria nella posizione del loto.
– E tu che sai fare?
L’altro uomo lo guardò sorridendo
e senza muovere le labbra iniziò a parlargli
nella mente. I tre si misero a ridere.
Poi i due amici guardarono la donna.
Ma non la videro. Lei sapeva come fare
per non esser/ci.

Commento.

Sembra di stare davanti ad un quadro Zen. Ci sono dei personaggi tratteggiati con un tratto di penna, dietro di loro c’è il vuoto. La presenza del vuoto prende forma dai gesti dei personaggi, meccanici come l’atto di accavallare le gambe, o di ridere; si sta «non sotto i portici / ma nemmeno in strada», altro non è detto, non c’è bisogno di dire altro. Il tutto è appena accennato con pochi tratti essenziali e casuali. Sono «Due uomini e una donna», «senza memoria». Si sta in presenza. Ma noi sappiamo che la presenza è una figura dell’assenza, qualcosa è presente perché qualche altra cosa è assente, perché l’assenza è una figura della presenza, perché non potrebbe darsi una presenza sopra un’altra presenza, una sommatoria di presenze darebbe in ogni caso per risultato ancora una volta il nulla dell’assenza… Sotto e d’intorno c’è il vuoto. Ecco, in fin dei conti è questa la «nuova ontologia estetica», far aleggiare il «vuoto» e l’«assenza» intorno alle esistenze e alle presenze in modo del tutto normale…
(g.l.)

Lucio Mayoor Tosi
28 agosto 2017 alle 18:21

Grazie, ma l’ho postata poco sopra. Non so quanto sia riuscita ma era dovuta. Tra le tue domande filosofiche e l’ironico (si può dire così?) citazionismo di Gabriele, c’è molto spazio per sperimentare. Comunque era un vecchio sogno, che avevo conservato senza sapere per quale occasione; che è arrivata e ne sono contento

Translation
Lucio Mayoor Tosi

                              (for Giorgio Linguaglossa)

They met in the square, not under the porticos
but neither in the street. Where they went
they were always misplaced, only being aware
not to be noticed. Then centuries passed.
Many lives shattered. Without memory.
Two men and one woman.

The first showed what he could do.
He raised the right leg and crossed it on the other.
So staying in precarious equilibrium
he lifted the left. Ohplà! Here it’s lifted
in the air in the lotus position.
-And you what can you do?

The other man looked at him smiling
and without moving the lips started to speak
to his mind. The three started to laugh.
Then the two friends looked at the woman.
But didn’t see her. She knew what to do
not to be seen.

© 2017 American translation by Adeodato Piazza Nicolai of the poem by Lucio Mayoor Tosi All Rights Reserved for the orpginal poem and the translation.

 

Mariella Colonna.  Sperimentate le forme plastiche e del colore (pittura, creta, disegno), come scrittrice ha esordito con la raccolta  di poesie Un sasso nell’acqua. Nel 1989 ha vinto il “Premio Italia RAI” con la commedia radiofonica Un contrabbasso in cerca d’amore, musica di Franco Petracchi (con Lucia Poli e Gastone Moschin). Radiodrammi trasmessi da RAI 1: La farfalla azzurra, Quindici parole per un coltello e Il tempo di una stella. Per il IV centenario Fatebenefratelli sull’Isola Tiberina è stata coautrice del testo teatrale La follia di Giovanni (Premio Nazionale “Teatro Sacro a confronto” a Lucca), realizzato e trasmesso da RAI 3 nel 1986 come inchiesta televisiva (regia di Alfredo di Laura). Coautrice del testo e video Costellazioni, gioco dei racconti infiniti in parole e immagini (Ed.Armando/Ist.Luce) presentato, tra gli altri, da Mauro Laeng e Giampiero Gamaleri a Bologna nella Tavola Rotonda “Un nuova editoria per la civiltà del video” ha pubblicato, nella collana “Città immateriale ”Ed.Marcon, Fuga dal Paradiso. Immagine e comunicazione nella Città del futuro (corredato dalle sequenze dell’omonimo film di E.Pasculli), presentato nel 1991 a Bologna da Cesare Stevan e Sebastiano Maffettone nella tavola rotonda sul tema “Verso la città immateriale: nell’era telematica nuovi scenari per la comunicazione”. Nel 2008 ha pubblicato Guerrigliera del sole nella collana “I libri di Emil”, ediz. Odoya. Nell’ottobre 2010 ha pubblicato, con la casa editrice Albatros “Dove Dio ci nasconde”.  Nel febbraio 2011 ha pubblicato, presso la casa editrice. Guida di Napoli “Due cuori per una Regina” / una storia nella Storia, scritto insieme al marito Mario Colonna. Un suo racconto intitolato “Giallo colore dell’anima” è stato pubblicato di recente dall’editore  Giulio Perrone nell’Antologia “Ero una crepa nel muro”; nel 2013 ha pubblicato “L’innocenza del mare”, Europa edizioni; nel 2014 “Paradiso vuol dire giardino”, ed Simple; nel 2016 coautrice con il marito Mario di “Mary Mary, La vita in una favola.”

Mayoor  Lucio Tosi è nato a Gussago, vicino a Brescia, il 4 marzo dell’anno 1954. Dopo essersi diplomato all’Accademia di Brera è entrato in pubblicità. Ne è uscito nel 1990, quando è diventato sannyasin, discepolo di Osho (da qui il nome Mayoor: per esteso sw. Anand Mayoor = bliss peacock). Ha trascorso più di vent’anni facendo meditazione e sottoponendosi a ogni sorta di terapia psicanalitica: sulla nascita e l’infanzia, sul potere, sulle dipendenze affettive ecc. Di particolare importanza, per la realizzazione di Satori, sono stati alcuni ritiri Zen dove ha potuto lavorare sui Koan (quesiti irrisolvibili).
Vive a Candia Lomellina (PV), nel mezzo delle risaie, dove trascorre il tempo dipingendo e scrivendo poesie.
Sue poesie sono state pubblicate on line su Poliscritture, L’Ombre delle parole, e su alcune antologie. Dieci sue poesie sono presenti nella Antologia di poesia Come è finita la guerra di Troia non ricordo a cura di Giorgio Linguaglossa (Progetto Cultura, Roma, 2016).

Claudio Borghi è nato a Mantova nel 1960. Laureato in fisica all’Università di Bologna, insegna matematica e fisica in un liceo di Mantova. Ha pubblicato articoli di fisica teorica ed epistemologia su riviste specializzate nazionali e internazionali, in particolare sul concetto di tempo e la misura delle durate secondo la teoria della relatività di Einstein. Presso l’editore Effigie sono uscite due sue raccolte di versi e prose, Dentro la sfera (2014) e La trama vivente (2016).  Una selezione di testi da La trama vivente è stata pubblicata nella rivista Poesia (settembre 2015).

 

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 PASQUALE BALESTRIERE: LE RADICI DELLA POESIA DI DINO CAMPANA (1885-1932). Nel centenario della stampa dei “Canti Orfici” con una scelta delle poesie dell’autore.

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Commento di Pasquale Balestriere

Piero Bigongiari nel 1959 includeva i Canti Orfici di Dino Campana tra i venti libri del Novecento da salvare . Dopo poco più mezzo secolo il poeta toscano trova solo breve spazio in diverse antologie scolastiche ed è generalmente sconosciuto ai giovani che hanno compiuto un regolare ciclo di studi medio-superiore. Recentemente (soprattutto dagli anni Novanta in poi) si è manifestato  un risveglio d’interesse nei confronti di questo artista che è, anche per vicende biografiche, l’unico vero esempio di “maledettismo”  -autentico, dico-  (e non, come accade oggi in qualche discutibile poeta, esibito, se non addirittura ostentato) della poesia italiana.

Dino Campana (Marradi 1885 – Castelpulci 1932) ebbe un’esistenza vagabonda e travagliatissima. Una grave forma di psicopatia, manifestatasi vero i 15 anni, gli fu compagna assillante e tremenda. Nel 1913 aveva già scritto i Canti Orfici, unica sua opera (se si eccettuano alcune pubblicazioni postume di “carte” campaniane curate da vari studiosi), della quale lo stesso Ardengo Soffici non comprese appieno il valore se è vero che, avendone addirittura smarrito il manoscritto, purtroppo in unico esemplare, costrinse il Campana a ricostruire mnemonicamente la raccolta. E pensare che lo sventurato Dino sperava nell’aiuto di Soffici e della redazione di Lacerba (innanzitutto di Papini, che per primo aveva avuto tra le mani l’opera) per la pubblicazione dei suoi versi! Così i Canti Orfici vennero stampati nel 1914, a spese dell’autore, presso il modesto editore (o tipografo) Ravagli di Marradi. I primi studiosi ad interessarsi di quest’opera furono, manco a dirlo, i critici militanti di quel periodo: Giuseppe De Robertis, Emilio Cecchi, Giovanni Boine. Poi, nel corso del tempo, hanno scritto di Campana biografi, esegeti, poeti, narratori, critici: da Mario Luzi a Giorgio Bàrberi Squarotti, da Carlo Bo a Franco Fortini, da Antonio Tabucchi a Sebastiano Vassalli, da Gianfranco Contini a Eugenio Montale, da Gianni  Turchetta a Luciano  Anceschi, giusto per citarne alcuni.

Ardengo Soffici Chimismi

Ardengo Soffici Chimismi

Ma perché Canti Orfici?

Va innanzitutto precisato che il titolo originario della raccolta manoscritta, quella affidata a Papini, che l’aveva passata a Soffici,  era “Il più lungo giorno“. Il caso ha voluto che la raccolta venisse ritrovata nel 1971 nel mare magnum delle carte di  Soffici (morto nel 1964) nella sua casa di Poggio a Caiano.

Per ritornare alla domanda, occorre dire che nel 1910 Domenico Comparetti pubblicava a Firenze un’opera fondamentale per la conoscenza dell’Orfismo: la silloge delle Laminette orfiche, sottili làmine d’oro rinvenute in tombe di alcune località della Magna Grecia e della Grecia stessa, che sembrano essere le uniche testimonianze dell’ escatologia di tale dottrina. È noto, infatti, che l’Orfismo fu un culto misterico (“il più misterioso dei misteri greci”, lo definisce Vincenzo Cilento) che si collegava in qualche modo al mitico Orfeo, poeta, vate, e citaredo, del quale il Böhme sostiene addirittura la storicità, collocandolo, cronologicamente, in piena età micenea (XV/XIV sec. a. C.). E quindi Orfeo sarebbe vissuto prima di Museo, Omero ed Esiodo.  Dell’esistenza di un credo orfico offrono testimonianze degne di fede Pindaro, Empedocle e Platone ma soprattutto le cosiddette “lamelle auree”, le già citate laminette d’oro sulle quali sono incisi ammaestramenti ai defunti e formule sacre: esse sono state ritrovate, quasi sempre in tombe, a Thurii, Petelia, Farsalo, Eleutherna (Creta) e Hipponion. Il culto orfico, praticato da una setta di iniziati, non ebbe mai larga diffusione per la sua dogmaticità e per l’eccessiva imposizione di divieti (molti   accoliti in più  ebbero i misteri eleusini); si affermò quando vennero meno le “poleis” e con esse la religione omerica, promettendo all’uomo greco, in ambasce religiose, una eroizzazione (più che divinizzazione) del miste.

È lecito chiedersi a questo punto in quale misura l’Orfismo abbia influito sulla produzione poetica di Campana. Ho già detto che la silloge comparettiana vide la luce nel 1910 ed è noto che nel 1913 i Canti Orfici  erano praticamente composti; nel 1914 infatti vennero dati alle stampe.  Mi pare dunque difficile che la pubblicazione del Comparetti abbia potuto incidere a fondo sulla poetica di Campana; verosimile è invece che essa, come afferma il Galimberti, abbia avvicinato il poeta alle fonti più pure dell’Orfismo, già del resto conosciuto, forse attraverso Nietzsche e Rohde.

Bello Starry_Night by Eugeal

Starry_Night by Eugeal

Uno degli aspetti orfici più eclatanti in Campana è il titanismo, venato di colpa, di scelleraggine, di perfidia; il quadro però si slarga in una visione amplissima, variamente colorata e infine analogica: titano è Adamo, è Lucifero, è Faust, è l’uomo, è chiunque si ribelli all’autorità costituita; ma, orficamente, è impuro, è colpevole (e Campana non sentiva colpevole la sua stessa follia?); pertanto, chiuso nel ciclo delle nascite, trova in questo il suo limite e la sua speranza di salvezza.

Più che all’escatologia orfica la spiritualità di Campana sembra protesa allo svelamento del mistero che circonda l’uomo e la sua vita: l’orfismo misterico e misterioso gli offre allora l’espressione –Canti Orfici– adatta ad indicare il sordo lavorio di scavo e di ricerca, l’affannoso impegno poetico che gli consente di strappare alla fitta ragnatela del mistero l’immagine poetica, incerta e torbida, e di cristallizzarla in religione e mito, motivo e scopo dell’esistenza; sicché lo sguardo allucinato del poeta si fissa a scrutare una realtà profonda e oscura che reclama di essere condotta alla luce; e forse Campana sente di dover indossare i panni del poeta-vate, ierofante e profeta, titano e uomo.

Come che sia, un fatto appare indiscutibile: Campana ha fatto tutt’uno della sua vicenda biografica e della rappresentazione poetica: vita e poesia, quotidianità ed estasi, serenità e pazzia si fondono senza soluzione di continuità.

Non è da credere però che Campana non abbia avuto ascendenti culturali, del resto ben individuati: Carducci, Pascoli, D’Annunzio, Poe, i preromantici e i romantici, Nietzsche, Rimbaud; così l’io titanico che si esprime nei Canti non sarebbe comprensibile né spiegabile senza tener conto della Geburt der Tragödie (Nascita della tragedia) nicciana  o de Le bateau ivre (Il battello ebbro) rimbaudiano; e l’intero mondo lirico non sarebbe rettamente interpretato senza certe mediazioni dannunziane e romantiche o senza la lezione poetica e morale carducciana.

de chirico l'eterno ritornoDino Campana, “poeta maledetto” della letteratura italiana non ha trovato finora, come ho già detto, veri continuatori, anche se ha determinato influenze letterarie, come nel caso degli ermetici e di certa recente poesia: il fatto è che sul suo sostrato culturale e sulle sue esperienze biografiche s’innesta una tendenza odissiaca e avventurosa unita a una predisposizione, non solo  visiva, come pur sostiene qualcuno, ma  visionaria, che attentano all’integrità del mistero e quindi richiedono lo svelamento o, almeno, l’intuizione della vera realtà, dell’inconoscibile, con tutta l’acutezza morbosa e le innumerevoli possibilità di “lettura”, di interpretazione e di discorso poetico che solo l’autentica genialità,  magari -come nel nostro caso-   venata di follia, può consentire. Per questo la strada percorsa da Campana è rimasta impraticata; per questo i Canti Orfici non sempre trovano piena realizzazione artistica; ma per questo, anche, esistono.

A questo punto si può tranquillamente affermare  che Campana ci ha lasciato un guizzo d’umanità inquieta, che cerca di superare e spiegare una foresta di simboli, tipicamente baudelairiana, attraverso l’onirismo evocativo e medianico, le folgorazioni improvvise, le sciabolate di luce torbida, creando immagini spesso solo accennate, ricche di colore, di suggestioni e rapporti analogici; si spiega così il dettato poetico a volte estremamente dovizioso, a volte fratturato e sconnesso, disseminato di passaggi arditi, logicamente inspiegabili; e l’aggettivazione, quasi abbacinata in illusoria fissità, non riesce a nascondere l’ansimo del verbum strappato al mistero.

Pertanto, non è assolutamente pensabile di legare Campana a una scuola poetica; del resto i suoi legami con il futurismo furono brevi ed epidermici.

È invece legittimo pensare a lui come a un titano folle e irriverente, che, per aver partecipato allo sparagmòs (dilaniamento) di Dioniso-Zagrèo (a proposito, si noti l’analogia con la morte dell’apollineo Orfeo fatto a pezzi dalle Mènadi tracie), è condannato a scontare la propria colpa e a vivere dolorosamente la propria umana condizione.

(da “I fiori del male”, Anno X, n. 60, gennaio-aprile 2015)

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Dino Campana

Poesie di Dino Campana

LA CHIMERA

Non so se tra roccie il tuo pallido
Viso m’apparve, o sorriso
Di lontananze ignote
Fosti, la china eburnea
Fronte fulgente o giovine
Suora de la Gioconda:
O delle primavere
Spente, per i tuoi mitici pallori
O Regina o Regina adolescente:
Ma per il tuo ignoto poema
Di voluttà e di dolore
Musica fanciulla esangue,
Segnato di linea di sangue
Nel cerchio delle labbra sinuose,
Regina de la melodia:
Ma per il vergine capo
Reclino, io poeta notturno
Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,
Io per il tuo dolce mistero
Io per il tuo divenir taciturno.
Non so se la fiamma pallida
Fu dei capelli il vivente Segno del suo pallore,
Non so se fu un dolce vapore,
Dolce sul mio dolore,

Sorriso di un volto notturno:
Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti
E l’immobilità dei firmamenti
E i gonfi rivi che vanno piangenti
E l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti
E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti
E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.

GIARDINO AUTUNNALE (FIRENZE)

Al giardino spettrale al lauro muto
De le verdi ghirlande
A la terra autunnale
Un ultimo saluto!
A l’aride pendici
Aspre arrossate nell’estremo sole
Confusa di rumori
Rauchi grida la lontana vita:
Grida al morente sole
Che insanguina le aiole.
S’intende una fanfara
Che straziante sale: il fiume spare
Ne le arene dorate: nel silenzio
Stanno le bianche statue a capo i ponti
Volte: e le cose già non sono più.
E dal fondo silenzio come un coro
Tenero e grandioso
Sorge ed anela in alto al mio balcone:
E in aroma d’alloro,
In aroma d’alloro acre languente,
Tra le statue immortali nel tramonto.
Ella m’appar, presente.

LA SERA DI FIERA

Il cuore stasera mi disse: non sai?
La rosabruna incantevole
Dorata da una chioma bionda:
E dagli occhi lucenti e bruni: colei che di grazia imperiale
Incantava la rosea
Freschezza dei mattini:
E tu seguivi nell’aria
La fresca incarnazione di un mattutino sogno:
E soleva vagare quando il sogno
E il profumo velavano le stelle
(Che tu amavi guardar dietro i cancelli
Le stelle le pallide notturne):
Che soleva passare silenziosa
E bianca come un volo di colombe
Certo è morta: non sai?
Era la notte
Di fiera della perfida Babele
Salente in fasci verso un cielo affastellato un paradiso di fiamma
In lubrici fischi grotteschi
E tintinnare d’angeliche campanelle
E gridi e voci di prostitute
E pantomime d’Ofelia
Stillate dall’umile pianto delle lampade elettriche
………………………………………………………………………..
Una canzonetta volgaruccia era morta
E mi aveva lasciato il cuore nel dolore
E me ne andavo errando senz’amore
Lasciando il cuore mio di porta in porta:
Con Lei che non è nata eppure è morta
E mi ha lasciato il cuore senz’amore:
Eppure il cuore porta nel dolore:
Lasciando il cuore mio di porta in porta.

IMMAGINI DEL VIAGGIO E DELLA MONTAGNA

…poi che nella sorda lotta notturna
La più potente anima seconda ebbe frante le nostre catene
Noi ci svegliammo piangendo ed era l’azzurro mattino:
Come ombre d’eroi veleggiavano:
De l’alba non ombre nei puri silenzii
De l’alba
Nei puri pensieri
Non ombre
De l’alba non ombre:
Piangendo: giurando noi fede all’azzurro
…………………………………………………………………………………….
…………………………………………………………………………………….
Pare la donna che siede pallida giovine ancora
Sopra dell’erta ultima presso la casa antica:
Avanti a lei incerte si snodano le valli
Verso le solitudini alte de gli orizzonti:
La gentile canuta il cuculo sente a cantare.
E il semplice cuore provato negli anni
A le melodie della terra
Ascolta quieto: le note
Giungon, continue ambigue come in un velo di seta.
Da selve oscure il torrente
Sorte ed in torpidi gorghi la chiostra di rocce
Lambe ed involge aereo cilestrino…
E il cuculo cola più lento due note velate
Nel silenzio azzurrino
…………………………………………………………………………………….
…………………………………………………………………………………….
L’aria ride: la tromba a valle i monti
Squilla: la massa degli scorridori
Si scioglie: ha vivi lanci: i nostri cuori
Balzano: e grida ed oltrevarca i ponti.
E dalle altezze agli infiniti albori
Vigili, calan trepidi pei monti,
Tremuli e vaghi nelle vive fonti,
Gli echi dei nostri due sommessi cuori…
Hanno varcato in lunga teoria:
Nell’aria non so qual bacchico canto
Salgono: e dietro a loro il monte introna:
…………………………………………………………………………………….
E si distingue il loro verde canto.
…………………………………………………………………………………….
…………………………………………………………………………………….
Andar, de l’acque ai gorghi, per la china
Valle, nel sordo mormorar sfiorato:
Seguire un’ala stanca per la china
Valle che batte e volge: desolato
Andar per valli, in fin che in azzurrina
Serenità, dall’aspre rocce dato
Un Borgo in grigio e vario torreggiare
All’alterno pensier pare e dispare,
Sovra l’arido sogno, serenato!
O se come il torrente che rovina
E si riposa nell’azzurro eguale,
Se tale a le tue mura la proclina
Anima al nulla nel suo andar fatale,
Se alle tue mura in pace cristallina
Tender potessi, in una pace uguale,
E il ricordo specchiar di una divina
Serenità perduta o tu immortale
Anima! o Tu!
…………………………………………………………………………………….
…………………………………………………………………………………….
La messe, intesa al misterioso coro
Del vento, in vie di lunghe onde tranquille
Muta e gloriosa per le mie pupille
Discioglie il grembo delle luci d’oro.
O Speranza! O Speranza! a mille a mille
Splendono nell’estate i frutti! un coro
Ch’è incantato, è al suo murmure, canoro
Che vive per miriadi di faville!…
…………………………………………………………………………………….
Ecco la notte: ed ecco vigilarmi
E luci e luci: ed io lontano e solo:
Quieta è la messe, verso l’infinito
(Quieto è lo spirto) vanno muti carmi
A la notte: a la notte: intendo: Solo
Ombra che torna, ch’era dipartito…

VIAGGIO A MONTEVIDEO

Io vidi dal ponte della nave
I colli di Spagna
Svanire, nel verde
Dentro il crepuscolo d’oro la bruna terra celando
Come una melodia:
D’ignota scena fanciulla sola
Come una melodia
Blu, su la riva dei colli ancora tremare una viola…
Illanguidiva la sera celeste sul mare:
Pure i dorati silenzii ad ora ad ora dell’ale
Varcaron lentamente in un azzurreggiare:…
Lontani tinti dei varii colori
Dai più lontani silenzii
Ne la celeste sera varcaron gli uccelli d’oro: la nave
Già cieca varcando battendo la tenebra
Coi nostri naufraghi cuori
Battendo la tenebra l’ale celeste sul mare.
Ma un giorno
Salirono sopra la nave le gravi matrone di Spagna
Da gli occhi torbidi e angelici
Dai seni gravidi di vertigine. Quando
In una baia profonda di un’isola equatoriale
In una baia tranquilla e profonda assai più del cielo notturno
Noi vedemmo sorgere nella luce incantata
Una bianca città addormentata
Ai piedi dei picchi altissimi dei vulcani spenti
Nel soffio torbido dell’equatore: finché
Dopo molte grida e molte tenebre di un paese ignoto,
Dopo molto cigolìo di catene e molto acceso fervore
Noi lasciammo la città equatoriale
Verso l’inquieto mare notturno.
Andavamo andavamo, per giorni e per giorni: le navi
Gravi di vele molli di caldi soffi incontro passavano lente:
Sì presso di sul cassero a noi ne appariva bronzina
Una fanciulla della razza nuova,
Occhi lucenti e le vesti al vento! ed ecco: selvaggia a la fine di un giorno che apparve
La riva selvaggia là giù sopra la sconfinata marina:
E vidi come cavalle
Vertiginose che si scioglievano le dune
Verso la prateria senza fine
Deserta senza le case umane
E noi volgemmo fuggendo le dune che apparve
Su un mare giallo della portentosa dovizia del fiume,
Del continente nuovo la capitale marina.
Limpido fresco ed elettrico era il lume
Della sera e là le alte case parevan deserte
Laggiù sul mar del pirata
De la città abbandonata
Tra il mare giallo e le dune …………………………………………….

FANTASIA SU UN QUADRO D’ARDENGO SOFFICI

Faccia, zig zag anatomico che oscura
La passione torva di una vecchia luna
Che guarda sospesa al soffitto
In una taverna café chantant
D’America: la rossa velocità
Di luci funambola che tanga
Spagnola cinerina
Isterica in tango di luci si disfà:
Che guarda nel café chantant
D’America:
Sul piano martellato tre
Fiammelle rosse si sono accese da sé.

Pasquale Balestriere 1

Pasquale Balestriere

Pasquale Balestriere è nato a Barano d’Ischia il 4/8/1945. Laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Napoli “Federico II”.
Ha svolto attività didattica nelle scuole secondarie superiori. Viene infatti eletto consigliere comunale di Barano nel 1975 e poi anche assessore. Nel 2000 viene chiamato a ricoprire la carica di Difensore Civico del suo Comune.
Opere di poesia: E il dolore con noi (Menna, Avellino, 1979), Effemeridi pitecusane (La Rassegna d’Ischia – Rivista Letteraria Editrici, Ischia,1994), Prove d’amore e di poesia (Gabrieli Editore – Roma, 2007), Del padre, del vino (ETS- Pisa, 2009), Quando passaggi di comete (Carta e Penna Editore, Torino, 2010), Il sogno della luce ( Edizioni del Calatino, Castel di Judica -CT-2011). Ha scritto saggi o articoli su argomenti letterari di vario genere, tutti pubblicati in rivista. Tra questi: Quinto Orazio Flacco (L’uomo, lo scrittore, il motivo simposiaco, il tema della femminilità); Uno strano amore (Note in margine al romanzo “Per amore, solo per amore” di P. Festa Campanile); L’orfismo di Dino Campana: nota interpretativa; Nell’Odissea la più antica testimonianza letteraria dei muri a secco “parracine”; Nitrodi, storia di un toponimo; La scrittura poetica di Giorgio Barberi Squarotti, Aspetti e motivi della poesia di Nazario Pardini; Arte e vita nella genialità rappresentativa di Michelangelo Petroni, detto Peperone; Lettura de L’isola e il sogno di Paolo Ruffilli; Ricordo di Giuseppe Berto; Ricordo di Vittorio Sereni; Ricordo di Marino Moretti; Il trionfo della metafora nella poesia di Giuliano Avidano; Note in margine a venti storie d’amore (di Un’altra vita di Paolo Ruffilli); Nota di lettura su Affari di cuore e Natura morta di Paolo Ruffilli; La poesia secondo la mia intenzione (scritto ancora inedito).

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