Archivi tag: Giordano Bruno

Intervista a Massimo Donà sul pensiero del filosofo Andrea Emo (1901-1983) – dio è nulla, perciò il mondo è –  Il passato e la memoria sono il regno di Dio – Nel passato… è l’unica sede dell’assoluto…

 

Andrea Emo fu un filosofo che scelse la via della “clausura” e dell’auto-esclusione dal mondo civile, un pensatore di grande profondità ed acume, oggi riscoperto e valorizzato, anche per la sua fibra “teologica”. Nato il 14 ottobre 1901 a Battaglia Terme in provincia di Padova, Andrea Emo fu il primogenito di un’antica e nobile famiglia di origine veneziano-patavina da parte di padre, e calabro-napoletana per parte materna. Nel 1938, Andrea sposò Giuseppina Pignatelli dei principi di Monteroduni, da cui ebbe due figlie, Marina ed Emilia. Allievo di Gentile, riuscì a costruire una sua figura di pensiero addensando appunti e note filosofiche e teologiche su centinaia di quaderni, che volle tenere rigorosamente inediti, una vera summa philosophiae ricca e sofisticata. Morì, dopo lunga malattia, a Roma, l’11 dicembre 1983. Al centro della filosofia di Emo campeggia quanto affermato in queste righe:

Il problema è questo: di quali fedi si nutre e sussiste il mondo moderno; quale è la fede autentica che lo sostiene nella vita che gli dà la forza dell’attività e la convinzione di partecipare con la sua vita (o la sua azione o il suo essere) alla immortalità, cioè all’assoluto? Ogni uomo ha bisogno dell’assoluto e pertanto il suo problema è questa partecipazione all’assoluto”.

In questo quadro teoretico, si inseriscono alcuni snodi filosofici che dilatano lo spazio del pensiero di Emo fino a farlo implicare con l’Incarnazione di Cristo e la “religione dell’individuo”. La persona è uno dei rovelli filosofici del filosofo e la critica radicale alle religioni secolari fondate su una falsa mistica del Collettivo, il comunismo in testa, fa da pendant a questa assunzione di partenza. Emo ha una mistica del rovesciamento del Sacro, da figura collettiva e socialmente stabilizzante, a sostanza della religione dell’individuo. Non esiste niente fuori di questa unicità soggettiva ed individuale, l’unica realtà da difendere, contro le chimere collettivistiche (qui Emo scaglia dardi acuminati anche contro lo Stato etico di Gentile), è il soggetto, l’individuo, ultimamente la persona (termini che il filosofo spesso usa come sinonimi). “L’individuo non può essere un dato; esso può essere solo un soggetto cioè una resurrezione”. “Ogni rinascita è spirituale”, dunque l’età moderna, secondo la prospettiva indicata da Emo, o sarà nuovamente religiosa, per parafrasare Malraux, o non sarà. Ci vuole una fede, questo è certo, osserva il filosofo, ma quale fede? Quale sarà la fede dei laici? Non potrà essere quella collettivistico-sociale, fallimentare e violenta; ma anche quella cristiana rischia di essere contraria alla libertà di coscienza, in special modo nell’alveo cattolico. “I cristiani sono nati sotto il segno dello scandalo”; ed oggi, nella Chiesa, che fine ha fatto questo scandalo originario? A questo punto, compiendo uno scarto evidente, Emo introduce il tema della libertà individuale, sganciandola completamente da qualsiasi legame, anche religioso-sacrale. L’uomo potrà essere finalmente libero solo uscendo da qualsiasi vincolo di fede e da qualsiasi forma di obbedienza ad ogni autorità ecclesiastica. Altrimenti siamo ancora nel pieno del totalitarismo collettivista, dal Leviatano comunista al Leviatano cattolico, ma cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia. L’idea filosofica della libertà personale vive e cresce solo nell’intimo della coscienza. Ogni coartazione morale nei confronti della coscienza potrà soltanto essere, nel tempo, l’anticamera del totalitarismo. Nella fede ciò che è irriducibile è l’amore, poiché quest’ultimo si rivolge all’individualità personale, al “singolo”. Leggiamo un passaggio filosofico veramente importante:

Perché in ogni fede vi è qualcosa di scandaloso e di vergognoso? Perché vi è qualcosa di vergognoso nella verità e nella vita stessa? Forse l’elemento vergognoso è l’individualità pura attorno a cui verte la fede e che si crea con la sua negazione; l’individualità è sempre nuda e la nudità è scandalosa. I vestiti sono l’uniforme della società. Invano l’uomo (e la donna) credono di distinguersi con le vesti; e credono che la nudità sia uniformità. In realtà le vesti sono il riconoscimento della società, del sociale. Ma le vesti sarebbero nulla se non fossero animate dalla vita di una nudità. La veste è orgogliosa della nudità che essa socializza”.

Emo rappresenta certamente uno scenario filosofico originale e seccamente interno ad una tensione teoretica che fa della persona la polarità positiva del mondo. Poi è anche vero che in Emo, almeno in questi quaderni del 1953, non troviamo una compiuta filosofia del Sacro né una teologia in nuce. E’ pur vero, in ogni caso, che un pensatore così vada seguito, con curiosità ed attenzione; è proprio da alcuni marginali individualisti che il novecento ha spesso ricavato nuova linfa vitale e lucida apprensione al vero.

Homo homini lupus si deve intendere nel senso che l’uomo è il lupo di se stesso.

foto ombre sfuggenti

I poeti riconducono le parole al loro valore primitivo

Andrea Emo, Quaderni di metafisica (Quaderno 359, 1973)

Nel passato… è l’unica sede dell’assoluto… (ché) il passato e la memoria sono il regno di Dio… e (solo) nel passato si manifesta l’assoluto che siamo

Andrea Emo, Quaderni di metafisica 1927-1981 (Quaderno 348, 1972)

Ognuno di noi ha continuamente bisogno di essere liberato da tutte le servitù a cui soggiace senza saperlo, a cominciare dalla servitù sotto il giogo del suo stesso io.

Andrea Emo, Quaderni di metafisica 1927-1981 (Quaderno 348, 1972)

Vi è una musicalità nelle idee, una musicalità nelle parole e nei versi, vi è perfino una musicalità nella musica (ma non già in tutte le musiche); una musicalità congiunta e diversa dai suoni e dalle melodie che gli strumenti esprimono e annunciano. Così vi è nelle parole, nei versi dei poemi (talvolta nelle prose) una musica sovrana e insieme tacita, che nessuno strumento musicale può riprodurre, che non può essere trasposta nella musica delle note, nella musica che si esprime senza parole. Essa è il ritmo con cui procede il secondo senso della poesia, quel senso che si diversifica dal senso grammaticale della poesia, dal suo discorso.

Andrea Emo, Quaderni di metafisica (Quaderno 238, 1961)

I poeti riconducono le parole al loro valore primitivo; le sottraggono ai banali riferimenti, sottraggono loro ogni fondamento. Gli assurdi fondamenti con cui tentiamo di giustificarle. Anche la parola, come l’immagine, trascendenza e insieme diversità, non può essere riferimento che al nulla, non può essere che la gloriosa coscienza del nulla.

Andrea Emo, Quaderni di metafisica (Quaderno 260, 1963)

Raramente si può tradurre in parole una musica o una pittura. Non si può tradurre in parole nemmeno una poesia; nemmeno una bella prosa si può tradurre in parole. La parola stessa è intraducibile in se stessa; essa vive e si illumina del proprio mistero. Noi traduciamo tutto nell’intraducibile.

Andrea Emo, Quaderni di metafisica (Quaderno 372, 1975)

Le più belle frasi sono le frasi musicali; forse le più belle fantasie amano diventare realtà come musica. Ma quale verità intraducibile in parole e concetti è narrata dalla musica? Né noi né la musica potremo mai saperlo. La musica ignora la propria verità, quanto più apertamente, potentemente, profondamente la dice. La verità emigra sempre in tutto ciò che la cela. Continua a leggere

44 commenti

Archiviato in critica dell'estetica, filosofia, interviste, nichilismo, Senza categoria

IL 13 FEBBRAIO A ROMA in PIAZZA CAMPO DE’ FIORI ALLE ORE 17,00 SI SVOLGERÀ L’AZIONE POETICA MITOMODERNISTA “2016 EROICI FURORI” in MEMORIA all’EROISMO di GIORDANO BRUNO Con la poesia di Czeslaw Milosz “Campo de’ Fiori” tradotta da Paolo Statuti

giordano bruno 17 febbraio 1600

statua di giordano bruno Roma Campo de’ Fiori

IL 13 FEBBRAIO A ROMA in PIAZZA CAMPO DE’ FIORI ALLE ORE 17,00 SI SVOLGERÀ L’AZIONE POETICA MITOMODERNISTA “2016 EROICI FURORI” in MEMORIA all’EROISMO di GIORDANO BRUNO.
I POETI CHE PARTECIPERANNO ALL’AZIONE AVRANNO IN MANO UN LIBRO DEL FILOSOFO E SONO INVITATI A INDOSSARE PREFERIBILMENTE UNA TUNICA BIANCA
L’AZIONE SI SVOLGERÀ ATTRAVERSO LA LETTURA DI TESTI SUL TEMA DELL’EROICO E DELLA FEDELTÀ AI PROPRI IDEALI IN UN’EPOCA DI TRASFORMISMO GENERALIZZATO E DI DECADENZA MORALE.
CHI DESIDERA PARTECIPARE ALL’AZIONE È PREGATO DI INVIARE UNA EMAIL A grandtourpoetico@gmail.com
NON È GRADITA LA PARTECIPAZIONE DI MAESTRI DELL’ADULAZIONE, CULTORI DELLA PIAGGERIA E VIGLIACCHI E/O VENDUTI A BASSO PREZZO.

Su un’idea di
Tomaso Kemeny, Paola Pennecchi, Angelo Tonelli, Pietro Berra, Flaminia Cruciani, Gianpaolo Mastropasqua.

giordano bruno e Galileo vittime della conoscenzaIl Direttivo del Grand Tour Poetico

Il 13 febbraio del 2016, alle ore 17, in Campo De’ Fiori a Roma, il movimento mitomodernista e i suoi alleati del Grand Tour Poetico celebreranno Giordano Bruno quale eroe della libertà di pensiero.
Sono ancora accesi i roghi del settarismo dogmatico e del fanatismo istituzionalizzato, roghi su cui si fonda l’Impero del Brutto, un Impero che favorisce la sinistra certezza nel cuore e nella mente delle masse di non essere più in grado di costruire un avvenire. Esiliando la speranza dalle menti, l’Impero del Brutto le avvolge nelle tenebre portando i singoli a sottomettersi, costi quel che costi, all’utile immediato, utile che avvia la società e la stessa terra, giorno dopo giorno, alla rovina. La poesia e le arti possono sfuggire all’uso strumentale del lavoro e avversare la gran parte degli intellettuali che si sforzano di parodiare ogni proposta nella prospettiva della libertà creativa, finendo per azzerare gli effetti di ogni gesto disinteressato e costruttivo.
I mitomodernisti e i loro alleati si rifiutano di accettare il mondo così com’è ed intendono compiere, il 13 febbraio, un’azione simbolica e pacifica con la finalità di rovesciare “Roma” in “Amor” per sollecitare lo spegnimento dei roghi che devastano la natura e le menti, per, invece, esaltare quella bellezza insurrezionale che apra alla gioia di vivere, di lottare, che apra a quella giustizia profonda e cosmica che sola può rappresentare un’alternativa radicale all’Impero del Brutto.
giordano bruno film (scena a Venezia)

giordano bruno film (scena a Venezia)

Primavera Mitomodernista in Campo De’ Fiori a Roma (ore 17), 2016
Azione dedicata al coraggio e al libero pensiero di Giordano Bruno
Per l’occasione 9 pensieri come contributo alla nascita di una Bellezza insurrezionale.

1. La poesia, al suo meglio, è energia di ricominciamento che permane verginale, non avvizzisce al tramontare delle epoche.
2. La bellezza non è solo oggetto di nostalgia delle perdute armonie (di quelle classiche, rinascimentali, barocche, romantiche ecc. ecc.), ma è svelamento sconvolgente in grado di spalancare le porte del tempo allo splendore di un futuro possibile.
3. Il movimento mitomodernista sfida gli “allegri becchini” impegnati ad evocare l’agonia della nostra civiltà, pronti a ridicolizzare ogni generoso tentativo di rigenerazione.
4. Basta con la poesia dell’infelicità storica, intellettuale e personale. Basta con l’incapacità di amare senza nulla chiedere in cambio.
5. Nel mondo taroccato di borse, nasi, seni e opere d’arte il cui unico valore consiste nel prezzo, la poesia sprigioni quell’energia metafisica, quella tensione simbolica che è all’origine di ogni civiltà e di ogni esistenza autentica.
6. In un mondo dove domina la libertà di iniziativa e di speculazione, libertà intesa come successo sociale acquisito col denaro, ricordiamo come Dante ritenesse la libertà come il massimo dono di Dio alla natura umana e additiamo le parole di Catone (Purgatorio, 1, vv.71 -72) “libertà va cercando, ch’è si cara,/ come sa chi per lei vita rifiuta”, per invitare a lottare con e per una libertà di pensiero alimentata dalla bellezza terrestre e cosmica.
7. Se il pensiero etnocentrico ci radica nella terra dei padri, il pensiero mitico, circolare, unisce la varie etnie a origini comuni, riportandoci a una primigenia fratellanza.
8. Contro le miserie della mediocrità e del risparmio quotidiano, ricordiamo Gorgia, il sofista, quando fa dire a Callicle che la bellezza dell’esistenza consiste nel “versare il più possibile”.
9. Un pensiero è valido se diventa azione.
Giordano_Bruno fotogramma del film 1

Giordano_Bruno fotogramma del film

Di statura bassa, di colorito scuro (almeno così veniva descritto), facile ad accendersi nelle discussioni e dispute filosofiche, il Domenicano osava sfidare la cultura ufficiale, sostenendo una teoria cosmologica, quella Copernicana, che lo stesso astronomo non aveva osato che presentare timidamente, come una pura ipotesi matematica, ben conscio a quali reazioni si sarebbe esposto, se avesse sostenuto fino in fondo la rivoluzionaria forza ideale intrinseca nella sua concezione Cosmologica.

.

Ecco la poesia di Czeslaw Milosz “Campo de’ Fiori” tradotta da Paolo Statuti:

.

“Campo de fiori”
.

A Roma in Campo de Fiori
Ceste di olive e limoni,
Selciato con spruzzi di vino
E con schegge di fiori.
Frutti rosati di mare
Ammassati sui banchi,
Bracciate d’uva nera
Sulle pesche vellutate.
Proprio su questa piazza
Fu arso Giordano Bruno,
Il boia accese il rogo
Fra il popolino curioso.
E appena il fuoco si spense,
La folla tornò a bere,
Ceste di olive e limoni
Sulle teste dei venditori.
Rammentai Campo de Fiori
A Varsavia presso la giostra,
Una chiara sera d’aprile,
Al suono d’una gaia orchestra.
La musica soffocava
Gli spari dal ghetto,
Volavano le coppie
Alte nel cielo terso.
A tratti il vento alle fiamme
Strappava neri aquiloni,
E la gente ridendo
La fuliggine afferrava.
Gonfiava le gonne alle ragazze
Quel vento dalle case in fiamme,
Scherzavano liete le folle
Nella domenica festosa.
Si dirà che la morale
E’ che a Varsavia o a Roma
La gente si diverte, ama
Incurante dei martiri sul rogo.
Oppure si vedrà la morale
Nella fugacità delle cose
Umane, nell’oblio che nasce
Prima ancora che il fuoco cessi.
Io invece pensavo allora
A quelli che muoiono soli,
Pensavo che quando Giordano
Salì su quel patibolo,
Non trovò nella lingua umana
Nemmeno una parola
Per dire addio all’umanità,
L’umanità che restava.
Già correvano a ubriacarsi,
A smerciare bianche asterie,
Ceste di olive e limoni
Recavan nel gaio brusìo.
E lui era già distante,
quasi fossero secoli,
La sua scomparsa nel fuoco
Essi attesero appena.
Di questi morenti, soli,
Già obliati dal mondo,
Anche la lingua ci è estranea,
Come lingua d’antico pianeta.
Finché tutto sarà leggenda
E allora dopo tanti anni
Nel nuovo Campo de Fiori
Un poeta accenderà la rivolta.
(1943, Varsavia)
GB 1 Alchemico
Dalla Storia della filosofia di Guido Ruggero Edizione Laterza

.

“Copernico per smorzare i contrasti scientifici e religiosi (previsti per la pubblicazione postuma di un suo libro) ne attenuava la novità, facendo della tesi eliocentrica una mera ipotesi al servizio del calcolo matematico. La teoria infatti ha avuto nei primi tempi una voga molto limitata, nella cerchia di pochi seguaci. Il suo più profondo significato anti aristotelico e la novità della intuizione del mondo naturale che vi era racchiusa non sono stati intesi che molto più tardi ad opera del Bruno e del Galilei.”
Questo il motivo per cui, trascorso breve tempo dal suo arrivo, subito per il povero Bruno si rendeva necessaria un’altra improvvisa partenza.
Se questa repulsione della cultura ufficiale nei suoi confronti, l’incomprensione dei dotti, chiamati con disprezzo “pedanti” da Giordano Bruno, saranno state, per il filosofo, fonte d’amarezza, servirono certamente a rinsaldare la sua fermezza nel difendere le proprie idee e a dare al suo pensiero quel carattere cosmopolita ed universale, che si rintraccia nelle sue opere.
Questa particolare specie di “commesso viaggiatore della cultura” ebbe così l’opportunità di attingere personalmente alle principali fonti di conoscenza della sua epoca. Ragionò di filosofia e scienza con uomini sapienti che ebbe il piacere di conoscere personalmente.
La sua formazione mentale ebbe l’intera apertura  del compasso, strumento che prediligeva fra tutti gli altri, come è dimostrato dai dialoghi che in numero di quattro scrisse su di esso.
Da “Giordano Bruno e la tradizione ermetica” di Frances A Yates
giordano-bruno fotogramma del film

giordano-bruno fotogramma del film

Edizioni Laterza anno 1980 – pag. 477

.

“Di giordano Bruno, per il quale una delle quattro guide dell’anima era la mathesis; (conoscenza-universale) che scorgeva significati ermetici nel diagramma copernicano; per il quale il compasso non era un compasso, ma un geroglifico.”
Non meno importante, specialmente per noi Massoni, è l’idea che Giordano Bruno aveva della tolleranza:
Marzo 1588 – Bruno lascia Wittemberg, dove ha preso il sopravvento l’intolleranza calvinista, per Praga. Formula in questo periodo il suo concetto di tolleranza. “La mia religione, scrive, di fatto è la religione della pacifica convivenza delle religioni, fondata sull’unica regola del mutuo intendimento e della libertà di discussione reciproca”.
Uno spirito libero e pertanto disposto alla tolleranza e al rispetto alle idee altrui, ma pur sempre combattivo, pronto a difendere i suoi ideali contro l’ignoranza, l’oppressione, il potere costituito.
Compresi dalla lettura delle sue opere che era un personaggio che nel linguaggio comune si usa indicare come: “scomodo”.
Di questo dovevo prenderne atto; sosteneva le sue idee con tutta la foga di cui era capace, con tutto il lume della sua scienza oratoria. Non cercava di nascondere la natura del suo pensiero, di ispirazione ermetica ed egiziana, che le autorità religiose ritenevano libertino ed eretico, oscuro e demoniaco, contrario alle sacre scritture, condannato e perseguitato dalla “Santa Inquisizione”.
Bruno agiva e pensava in contraddizione con una società,un mondo condizionato da effimere certezze,dove l’uomo e la natura erano murati, spenti e prigionieri della filosofia aristotelica e della astronomia tolemaica, che respingeva e paventava ogni anelito di liberazione.
Non solo nascondeva questa potenzialità dirompente insista nelle sue idee, ma propugnava, auspicava, un cambiamento radicale delle coscienze come inevitabile e necessario per il bene dell’umanità e per il suo progresso.
Bruno era l’araldo di una nuova mathesis del mondo, fondata sulla rielaborazione delle dottrine platoniche ed ermetiche, sulla rivalutazione della natura illuminata da una visione panteistica, magica e vitale.
Le università, i circoli letterari e filosofici che lo ospitarono risuonavano della sua voce che portava la nuova novella. Un universo infinto, con innumerevoli mondi e soli e pianeti; contrapposto alla teoria geocentrica di Tolomeo che poneva la terra al cento e il sistema delle stelle fisse chiuso in un universo finito e limitato. Bruno aveva financo superato l’eliocentrismo copernicano, perché questo ultimo postulando la centralità del sole, aveva accettato il sistema tolemaico delle stelle fisse e quindi l’esistenza di un universo bloccato, finito e limitato.
GB 5 egiziano
Da De la causa principio et uno – di Giordano Bruno

.

“…se il punto non differisce dal corpo, il centro dalla circonferenza, il finito dall’infinito, il massimo dal minimo, sicuramente possiamo infirmare che l’universo è tutto centro; o che il centro dell’universo e per tutto e che la circonferenza non è in parte alcuna, per quanto è differente dal centro; o pur la circonferenza e per tutto, ma il centro non si trova in quanto è differente da quella.”
Un’altra caratteristica peculiare del filosofo Giordano Bruno è l’estrema coerenza tra comportamento e ideali.
Non vi erano fratture tra il suo modo di pensare e quello di agire. Un uomo che non si lascia facilmente inscrivere totalmente in questa o quella corrente filosofica, poiché aveva ideato dei mezzi propri di ricerca: liberatosi della coscienza ordinaria, tuffandosi a capofitto nell’inconscio e usando l’intuizione aveva raggiunto la luce di una coscienza sapienziale e magica. Uno spirito originale e libero che non scadeva mai nella declamazione retorica e nella pedanteria tanto contraria al suo spirito ed alle sue opere.
Giordano Bruno aveva in uggia i pedanti fino alla nausea e nel suo “Calendaio” li espone all’ironia ed al  ridicolo.
Così come irride alle forme allora in voga della magia superstiziosa e fattucchiera. Ma nella stessa commedia “Il Calendaio” traspare il suo estremo amore per l’umanità ed il popolo. Un amore profondo che nelle sue opere filosofiche si ritrova nei confronti della natura riscoperta e riabilitata.
giordano bruno Magia è moltiplicare il dominio sul mondo

giordano bruno Magia è moltiplicare il dominio sul mondo

Da De la causa principio et uno – di Giordano Bruno

.

“TEO: se dunque il spirto, la anima, la vita si ritrova in tutte le cose e secondo certi gradi empie tutta la materia: viene certamente ad essere il vero atto,  e la vera forma di tute le cose. L’anima dunque del mondo è il principio formale constitutivo dell’universo, e di ciò che in quello si contine. Dico che la vita si trova in tutte le cose, l’anima viene ad essere forma di tutte le cose: quella per tutto è presidente alla materia, e signoreggia nei composti, effettua la composizione e consistentia del le parti”
Possiamo tranquillamente affermare: che contro la separazione della materia dallo spirito, operata dalla concezione scolastica, il nostro Bruno riafferma l’unità del creato, riabilitando la materia in cui si cela l’energia.
Riaffiora qui la concezione gnostica e la filosofia delle antiche civiltà orientali: il concetto di energia che impregna l’intero universo e tutte le cose. Per Bruno tutta la materia è animata nel senso che in ogni cosa vi è il principio di energia e che quindi l’energia è creatrice di tutte le cose per trasmutazione.
Riallacciandosi alla filosofia greca di Democrito afferma che gli atomi compongono la materia. Una visione che accanto all’idea panteistica della vita, pone le premesse per gli sviluppi della scienza futura.

.

Da De la causa principio et uno – di Giordano Bruno

.

“Cossì mutando questa forma sedie, e vicissitudine, è impossibile che si annulle: perchè non è meno subsistente la sustanza spirituale che la materiale. Dunque le forme esteriora sole si cangiano, e si annullano ancora, perché non sono cose, ma de le cose: non sono sustanze, ma de le sustanze sono accidenti e circostanze.
Certo se de le sustanze s’annullasse qualche cosa, verrebbe ad evacuarse il mondo”.
Questa affermazione preannuncia la legge di conservazione della massa, il fatidico “nulla si crea e nulla si distrugge” che nell’anno 1774  verrà comunicata dal chimico Lavoisier alla Accademia di Francia.
E’ il principio di entropia applicato all’universo dall’astronomia moderna.
Fratelli debbo confessarvi che in quel momento, sbalordito, mi chiesi: come aveva potuto, Bruno, senza disporre di validi strumenti per l’osservazione astronomica, senza la disponibilità di apparecchiature tecniche e scientifiche, precorrere nel 1500 la nostra conoscenza della fisica e della astronomia di cui siamo fieri? Come aveva potuto raggiungere dei risultati così avanzati per quei tempi?
Da queste domande nacque una ricerca, i cui risultati mi gettarono nel più completo stupore.
A me uomo moderno, innamorato della tecnologia, radicato mentalmente nel metodo e nel mito scientifico mancò, si fa per dire, la terra sotto i piedi.
Bruno era pervenuto a queste rilevanti conclusioni senza l’ausilio di metodi  scientifici, ma esclusivamente usando un’antica scienza, praticando un’arte introspettiva che ben poco ha in comune con la scienza tecnologica odierna.
Si trattava della scienza esoterica e simbolica dell’ermetismo, della quale anche noi massoni ci occupiamo, da cui dovremmo essere particolarmente attratti, che dovremmo usare negli architettonici lavori, per il nostro perfezionamento interiore.
GB 4 cosmo
I
Giordano Bruno questo essere animato da un’insaziabile sete di conoscere che lo sospinge ad esplorare i confini misteriosi di un’antica sapienza. Un uomo teso, proiettato verso il futuro, ma che però affonda le radici del proprio essere nell’humus vitale di un lontano passato.
Archeologo di una sacra scienza tradizionale, che illumina e risveglia con il linguaggio misterico dei simboli, con l’armonia cosmica risonante nelle cattedrali. Musica silenziosa di pietra e sangue, che seduce e trascolora chi l’ascolta.
Ricordate Fratelli il Tempio? Questo luogo sacro su cui si aprono i cieli? Pensate per un momento all’iniziazione al grado di compagno. Ricordate a settentrione si legge su un quadro la scritta: MOSE’ – PLATONE – ERMETE TRSIMMEGISTO – PITAGORA – PARACELSO.
Questo il filo conduttore della maestria, questi i veri e soli Maestri che uniscono Bruno e noi alle epoche d’oro della conoscenza. Un sapere universale che sembra non possa essere imprigionato in confini geografici, ne risente dello spazio temporale. A questa fonte hanno attinto uomini diversi, per tempi, nazionalità e cultura. Un fiume luminoso che nei millenni, dai lontani giorni di costruzione delle piramidi discende fino a noi e lambisce le porte di questo Tempio.
II
Ma nelle opere di Giordano Bruno, nel suo metodo di ricerca vi è, Fratelli, un motivo l’avvicina, l’accumuna a noi. Raggiunse la conoscenza, l’illuminazione questo mago rinascimentale, attraverso il simbolismo trasposto nell’arte della memoria.
Che cosa è l’arte della memoria? Un sistema usato dai Greci per pronunciare lunghe, complicate, declamazioni. L’oratore, memorizzava le varie parti del discorso in diverse stanze di un simbolico edificio e, ricordando progressivamente e con una precisa sequenza ogni stanza, contenente la propria parte  di discorso, esponeva l’intero argomento in un perfetto ordine e senza dimenticare nulla. Dalla Grecia il sistema passò a Roma ed anche nel Medioevo fu molto usato.
giordano-bruno-volontè film

giordano-bruno-volontè film

Da Giordano Bruno e la tradizione Ermetica di Frances A Yates pag. 296 – Edizione Laterza 1981

.

“La cosa più importante nella concezione di Bruno, era di trovare immagini, segni, “voci”, sigilli viventi che potessero risanare la frattura prodotta dai pedanti nei mezzi di comunicazione con la natura divina, e, una volta trovati questi mezzi viventi di comunicazione (o dopo averli impressi nella coscienza durante esperienze estatiche) unificare tramite essi l’universo quale si riflette nella psiche, acquisire conseguentemente i poteri magici e vivere la vita di un sacerdote egiziano in comunione magica con la natura. Nel contesto di questa concezione incredibilmente strana, un procedimento come quello descritto nel “de umbris idearum” la fissazione nella memoria dei domini decani – risulta -, se non proprio chiaramente intellegibile, quanto meno coerente con la logica del sistema”.

.

Da Giordano Bruno e la tradizione Ermetica di Frances A Yates pag. 221 – Edizione Laterza 1981

.

“Imprimendo nella memoria le immagini celesti, le immagini archetipe del cielo che sono ombre vicino alle idee del mens divina dalle quali dipendono tutte le cose inferiori, Bruno spera, così almeno mi sembra, di conseguire questa esperienza “egiziana” di divenire, in senso veramente gnostico, l’Aion che racchiude in sé i poteri divini. Imprimendo nella fantasia le figure zodiacali, si può ottenere il possesso di un’arte figurativa che assisterà meravigliosamente non solo la memoria, ma tutti i poteri dell’anima, “quando ci si conforma alle forme celesti” si arriva dalla confusa pluralità delle cose, all’unità che esse sottintendono. Poiché, se le parti delle specie universali non vengono considerate separatamente, ma in rapporto all’ordine implicito che le collega, quali cose mai non riusciremo a comprendere, a memorizzare e a fare?
Il sistema magico bruniano della memoria è perciò rappresentativo della memoria di un mago, di uno che conosce la realtà oltre la molteplicità delle apparenze, avendo conformato la propria immaginazione alle immagini archetipe, e che grazie alla sua penetrazione della realtà, ha conseguito anche poteri operativi.
Bruno non usò l’arte della memoria nella sua funzione solamente mnemotecnica, ma elaborò attraverso essa un sistema per potenziare la mente, attraverso l’uso del simbolismo insito nello zodiaco, cercò di scatenare le forze dell’inconscio per arrivare alla conoscenza”.
Il Tempio Fratelli può essere visto ed usato proprio come un teatro della memoria. In esso vi sono inscritti i segni zodiacali, i simboli, i passi, le parole, le latenze, le pause o profondo silenzio, cose tutte che percepite nel profondo del nostro essere diverranno parte integranti di noi stessi, del nostro sangue e della nostra carne, del nostro spirito. E allora può anche accadere il miracolo che questo teatro che sembra immoto, si animi e diventi vivo e parlante.
E’ la rubedo degli alchimisti, l’illuminazione dello yoga. Il compimento tanto agognato dell’opera. La piccola scheggia di materia che noi siamo, la stella fiammeggiante, improvvisamente si accende del lume della conoscenza e la riverbera.
GB 8 Rosacroce
Da: L’Arte della Memoria di Frances A Yates pag. 281 – Edizione Einaudi 1972

.

“Cosa dobbiamo concludere sulla straordinaria sequenza delle opere di Giordano Bruno sulla memoria? Esse si legano tutte strettamente l’una all’altra. Si intrecciano fra loro. Ombre e Circe in Francia, Sigilli in Inghilterra, Figurazioni nel corso della sua seconda visita in Francia, Statue in Germania, Immagini, l’ultima opera pubblicata prima del suo fatale ritorno in Italia: sono tutte tracce del passaggio attraverso l’Europa del profeta di una nuova religione, che trasmette messaggi in codice, il codice della memoria? Tutta l’intricata didattica della memoria, tutti i vari sistemi sarebbero delle barriere erette a confondere i non iniziati, ma in grado di indicare agli iniziati che, dietro a tutto questo, c’era un Sigillo dei Sigilli, una setta ermetica, forse persino una organizzazione politico religiosa”.
“Nell’altro mio libro su Bruno ho attirato l’attenzione su certe voci secondo cui avrebbe fondato in Germania una setta, detta dei Giordanisti, formulando l’ipotesi che essa possa avere avuto qualcosa a che fare con i  Rosacroce, la misteriosa confraternita della Croce Rosa, annunciata dai manifesti n Germania agli inizi del secolo XVII, attorno alla quale si sa tanto poco che alcuni studiosi concludono che non sia mai esistita.
E’ un problema ancora irrisolto. Ci sia stato qualche legame o no con questi Rosacroce, di cui si vocifera siano stati le origini della Massoneria, di cui si sente parlare come Istituzione in Inghilterra, per la prima volta, nel 1646, quando venne fatto massone Elias Ashmole.”.
“Bruno comunque diffuse le sue idee sia in Inghilterra, sia in Germania, sicché i suoi movimenti potrebbero essere considerati una fonte comune al Rosacrucianismo ed alla Massoneria.
Le origini della Massoneria sono avvolte nel mistero, sebbene le si voglia far derivare da corporazioni medioevali di muratori operanti cioè costruttori effettivi. Nessuno è riuscito a spiegare come queste corporazioni “operanti” si siano trasformate nella Massoneria speculativa, e l’uso simbolico delle immagini architettoniche nel Rituale Massonico.
Questi argomenti sono stati il fertile terreno di caccia di scrittori dall’immaginazione sbrigliata, con scarso freno critico. E’ tempo che siano esaminati con metodi adeguati di critica storica e ci sono indizi che questo tempo si stia avvicinando”.
“Nella prefazione ad un libro sulle origini della Massoneria si afferma che la sua storia non dovrebbe essere considerata come una cosa a parte, ma come una banca di storia sociale, lo studio di una particolare istituzione e delle idee che le stanno alla base “che deve essere studiata e descritta esattamente secondo il metodo della storia delle altre istituzioni”.
“Dove mai si ritrova una simile sintesi di tolleranza religiosa, di solidarietà psicologica col passato medievale, di esaltazione delle buone opere, di adesioni entusiastica alla religione ed al simbolismo degli Egiziani?
L’unica risposta a questa domanda che mi venga in mente è: nella Massoneria, con il suo mitico collegamento con i muratori medievali, con la sua tolleranza, la sua filantropia, il suo simbolismo egiziano.
La Massoneria come istituzione ben caratterizzata, non appare in Inghilterra che agli inizi del XVII secolo, ma certamente essa ebbe precedenti che risalgono molto indietro nel tempo, sebbene sia questa una materia estremamente oscura. A questo proposito brancoliamo nel buio, fra strani misteri, ma non possiamo fare a meno di domandarci se non sia stato proprio fra gli Inglesi spiritualmente insoddisfatti i quali trovarono nel messaggio “egiziano” di Bruno qualche motivo di sollievo, che i temi del Flauto Magico risuonarono per la prima volta nell’aria”.

39 commenti

Archiviato in poesia italiana contemporanea, Senza categoria

ALCUNE CONSIDERAZIONI SUL RAPPORTO TRA CULTURA E POLITICA IN ITALIA di Roberto Onofrio

italia tripartita Roberto Onofrio è nato a Roma nel 1963. Ha studiato fisica presso l’Università “La Sapienza” di Roma conseguendo la laurea nel 1986 ed il dottorato nel 1991. Ricercatore presso il dipartimento di fisica ed astronomia “Galileo Galilei” dell’Università di Padova dal 1991, ha trascorso diversi periodi di ricerca presso l’Università di Rochester, NY, il Massachussetts Institute of Technology, MA, i Los Alamos National Laboratories, NM. Attualmente è visiting scientist presso l’Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics di Cambridge, MA, e visiting professor presso il Dartmouth College, NH. È Fellow dell’American Physical Society dal 2009, e autore di oltre centotrenta articoli su rivista e comunicazioni a congressi su tematiche di teoria quantistica della misura, fenomeni macroscopici in elettrodinamica quantistica, atomi ultrafreddi, fisica delle particelle elementari ed astrofisica.

Roberto Onofrio, fisico teorico negli USA

Roberto Onofrio

Ispirato dall’articolo di Marco Onofrio apparso su questo blog il 15 ottobre 2014, ho provato a raccogliere alcune delle mie riflessioni sul problema della meritocrazia in Italia. Data la mia visuale un po’ anomala rispetto alla maggioranza dei commentatori del blog, come scienziato che trascorre una parte consistente dell’anno all’estero, spero che i miei commenti siano stimolanti, o almeno possano far capire meglio alcune caratteristiche, in apparenza sorprendenti, del ‘sistema Italia’. La mia tesi di fondo è che non ci si può stupire della situazione attuale dato che essa è il risultato quasi deterministico, causale, della convoluzione di eventi storici peculiari della Penisola. Se si accetta questo assunto ne conseguono diversi vantaggi, anzitutto minori arrabbiature – in quanto si possono razionalizzare situazioni altrimenti percepite come grottesche –, e si può provare a convogliare energie intellettuali in direzioni più costruttive della pura demoralizzazione o dell’abbandono.

https://lombradelleparole.wordpress.com/2014/10/15/la-letteratura-invisibile-pensieri-a-briglia-sciolta-di-marco-onofrio-sul-sistema-letterario/

La prima domanda a cui proverò a rispondere brevemente nasce dal bisogno di capire la specificità del ‘sistema Italia’: cosa rappresenta di unico al mondo l’Italia? L’aspetto immediato che risalta del nostro Paese è che è l’unico tra i membri del G7 con una civiltà plurimillenaria ad alto impatto storico. Roma è al tempo stesso la capitale di un Paese industrializzato (come del resto lo sono Berlino, Londra, Ottawa, Parigi, Tokio, Washington) e la ex-capitale politica e culturale di una civiltà antica (come del resto Alessandria, Atene, Bagdad, Damasco, Gerusalemme, Istanbul, tra le altre). Questo aspetto unico, all’intersezione tra l’attuale e l’antico, affascina milioni di turisti e visitatori ed è qualcosa di cui essere ben orgogliosi, anche perché mostra una grande solidità e continuità storica, e una notevole capacità di resilienza.

roberto cicchinè untitled 2009

roberto cicchinè untitled 2009

Tuttavia, questo è in parte anche il tallone di Achille del ‘sistema Italia’. La complessità culturale sviluppata in circa trenta secoli ha portato anche ad una stratificazione su tutti gli aspetti che determinano la funzionalità di una nazione moderna. Il richiamo alle tradizioni è spesso invocato per evitare radicali cambiamenti di rotta, per cui tutto appare come eccessivamente complicato nella vita quotidiana, in particolare nel campo legislativo e giudiziario. Inoltre, in tempi non troppo lontani il continuo richiamo ad un passato glorioso e le conseguenti politiche imperialistiche hanno anche provocato tragedie, ad esempio i due interventi ritardati ed entusiastici (e quindi in principio con la piena conoscenza e coscienza delle difficoltà alle quali si andava incontro con la scelta belligerante) nelle due guerre mondiali del secolo scorso, con le gravi perdite umane, materiali e morali che scontiamo ancora oggi. Ma l’unicità dell’Italia ed alcuni dei suoi mali odierni nascono da molto lontano, e dal modo col quale si è reagito a forze storiche esterne alla Penisola, come cercherò di sintetizzare nel seguito, per quanto si possa riassumere la storia di un Paese così complesso in poche righe.

La repubblica romana, e il successivo impero nel quale essa si trasmutò, si basava su una disciplina ferrea, un forte senso dello Stato ed uno strumento militare efficiente. È interessante al proposito leggere un brano di Simone Weil: «I Romani hanno conquistato il mondo con la serietà, la disciplina, l’organizzazione, la continuità delle idee e del metodo, con la convinzione di essere una razza superiore e nata per comandare, con l’impiego meditato, calcolato della più spietata crudeltà, della fredda perfidia, della propaganda più ipocrita». Sebbene sia necessario contestualizzare queste considerazioni – Simone Weil le scrive nel 1940 tentando di tessere delle analogie con la Germania di allora; in realtà la civiltà romana nasce e si sviluppa come civiltà inclusiva e multietnica, a differenza della Germania nazionalsocialista – è chiaro che Roma ha costituito un codice di comportamento studiato, emulato e raffinato dai successivi imperi di stile occidentale fino ai giorni nostri. In questo contesto il rapporto tra cultura e politica si limita, essenzialmente soltanto dopo la conquista della Grecia e dei regni ellenistici, alla dimensione celebrativo-trionfalistica, soprattutto a compensazione delle viceversa molto umili origini di Roma stessa.

Italia tricolreLa situazione cambia drasticamente con la caduta dell’impero romano. Il vuoto di potere da esso lasciato nella Penisola viene colmato dalla Chiesa. Quest’ultima, pur dotata di una propria struttura militare, per ovvie ragioni di immagine morale edifica progressivamente un poderoso e capillare impianto ideologico-culturale, costringendo le opposizioni ad agire di conseguenza. È la nascita di quello che oggi chiameremmo ‘soft power’, ovvero potere esercitato non sulla base della forza bruta di tipo militare, ma sulla base del dialogo e del controllo culturale sia ai vertici, sia alla base, anche attraverso la costituzione di ordini religiosi con scopi ben definiti. Il successivo mecenatismo nei vari stati della penisola durante l’Umanesimo e il Rinascimento è il riflesso locale di questa scelta, e la relazione tra cultura e potere diviene ancora più stretta durante quella che potremmo definire come la prima controrivoluzione italiana, più comunemente nota come Controriforma. In reazione alla Protesta si decide per un irrigidimento della cultura, che deve essere filtrata attraverso alcuni meccanismi tesi a garantirne la conformità con i dogmi della variante cattolica del Cristianesimo.

Se da una parte l’Italia evita sanguinose guerre religiose come in Germania, Francia, Inghilterra – un risultato tutt’altro che trascurabile – d’altra parte ciò ritarda la nascita di quella diversità culturale che è caratteristica del mondo moderno. Ne sono vittime quelle personalità che avrebbero potuto portare la Penisola ad una civiltà avanzatissima per l’epoca. In particolare gli impedimenti alla diffusione delle opere di Giordano Bruno nell’ambito filosofico e cosmologico, di Tommaso Campanella in campo religioso e politico, e Galileo Galilei nel rapporto tra scienza, tecnologia e società, risultano in una autodecapitazione culturale dell’Italia, che da lì in poi si avvia ad un ruolo secondario di potenza culturale, cedendo la fiaccola del primato ai Paesi del nord Europa. Il latino, anziché essere concepito come lingua franca per le lettere e le scienze in grado di permettere il dialogo colto nell’intera Europa, diventa primariamente uno strumento di autoconservazione della classe dirigente e di intimidazione delle classi subalterne, come farà poi brillantemente notare il Manzoni nel suo capolavoro.

Italia stemma della repubblicaL’unificazione politica della Penisola apre delle speranze nella seconda metà dell’Ottocento, anche a causa di una struttura dichiaratamente laica dello Stato unitario. Tuttavia, con modalità che non solo a posteriori appaiono scellerate, lo Stato unitario si lancia in un vasto programma imperialista, sproporzionato alle risorse, ambendo a colonie e al controllo del Mediterraneo. Questo in alternativa alla soluzione più razionale e realistica, e cioè dedicarsi alla costruzione di uno Stato coinvolgente le masse popolari, con tangibili vantaggi per esse rispetto agli statarelli preesistenti, e come modello alternativo alle potenze coloniali: il che avrebbe suscitato l’ammirazione e la stima del mondo intero. L’ingordigia dell’Italia unita traspare da qualsiasi analisi oggettiva e disadorna dei deliri patriottici che si tramandano di generazione in generazione sui banchi di scuola. L’Italia ha sempre dichiarato guerra, mai subìto una singola dichiarazione di guerra; e spesso, a giochi fatti, ha chiesto più del dovuto in base agli effettivi risultati sul campo di battaglia. Il disprezzo dei vinti si manifesta evitando o rimandando la resa e la diretta cessione dei territori richiesti, spesso attraverso un intermediario. Questo avviene ad esempio con l’Impero austriaco nel 1859 dopo Solferino e San Martino, e nel 1866 dopo Custoza e Sadowa; con la Francia nel 1940; con la Grecia l’anno successivo. Del resto è un esperto di diplomazia del livello di Bismark ad osservare sarcasticamente che l’Italia ha denti piccoli ma grande appetito. La credibilità politica italiana e il prestigio culturale del Paese ne fanno le spese, e nascono innumerevoli incidenti politici e diplomatici. Queste profonde incomprensioni, unite a quella che viene percepita in Italia come la grande jacquerie del XX secolo, ovvero la formazione di un embrione di Stato dei lavoratori nell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, sono tra i fattori principali ai quali l’Italia risponde, in linea con la sua natura, con una seconda controrivoluzione: il ventennio fascista.

Antonio Gramsci

Antonio Gramsci

È in tale contesto di forte controllo dello status quo e di capillare repressione politica che si inserisce il concetto di egemonia culturale di Antonio Gramsci, anche a causa della sua analisi del ‘soft power’ della Chiesa cattolica. La nascita di un solido partito comunista nel secondo dopoguerra si basa sull’idea di conquistare il potere estendendo man mano il consenso sia a livello popolare sia nell’élite culturale. Nasce una forte competizione dialettica tra i due maggiori partiti popolari nel Paese, che riporta temporaneamente l’Italia nel novero della nazioni creatrici di cultura: il neorealismo è solo l’aspetto più evidente di questa stagione felice. Il tutto anche alla luce di un ripensamento della politica internazionale che finalmente vede l’Italia rinunciare una volta per tutte a megalomanie imperialistiche, con una politica di raccolta nella ovvia ricostruzione materiale e morale del Paese. Competizione culturale tra i due maggiori partiti, reclutamento delle energie sul territorio, abbandono di velleità da grande potenza e forti aiuti economici esterni per impedire il passaggio dal campo capitalista al campo socialista, consentono all’Italia di godere di un periodo di rinascita che però, proprio per la fragilità di tutti questi elementi e per la mancanza di piani a lungo termine per sfruttare al meglio la situazione favorevole, si rivela effimero.

Con la caduta del muro di Berlino prima, e la dissoluzione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche poco dopo, si dissolvono tutte queste condizioni. La competizione culturale non ha più ragione di esistere, la globalizzazione è in contrasto palese con la politica di raccolta prima praticata, gli Stati Uniti d’America si ritirano progressivamente investendo aiuti altrove, ad iniziare dai Paesi dell’Europa dell’est in precedenza membri del Patto di Varsavia. Infine, l’Italia torna, anche se in ambito europeo, ad una politica interventista con consistente impiego di uomini e mezzi in tutte le operazioni militari susseguenti, inclusi quei contesti, come nel caso libico, dove le azioni portano palesemente alla destabilizzazione di un’area limitrofa e alla parziale compromissione degli stessi interessi economici italiani. A questo si aggiungono mali di lunga durata, quali l’assenza di meccanismi sistematici di formazione della classe dirigente, che in un Paese moderno avvengono attraverso il sistema universitario. L’Italia del secondo dopoguerra emerge sì ferita da un dissesto umano, morale e materiale, ma è almeno rappresentata da personaggi della statura di Alcide De Gasperi, in precedenza rappresentante al Parlamento austriaco, e Palmiro Togliatti, braccio destro di Stalin. La visione globale assimilata da queste esperienze storiche risulta preziosa per la ricostruzione del Paese, e per il suo inserimento nel novero delle Nazioni Unite. Da questo punto di vista ogni paragone con la classe dirigente di oggi è, nella maggioranza dei casi, abbastanza patetico.

italia che taceNon che manchino le energie intellettuali, ma nel momento stesso in cui un Paese ha disseminato sul territorio più di un centinaio di sedi universitarie, la maggior parte delle quali carenti di infrastrutture necessarie per poter definire un luogo di studio quale ‘università’, manca il confronto tra idee diverse derivanti dalla presenza nella stessa sede di giovani provenienti da tutte le regioni. Il tutto degenera in un localismo (peraltro vulnerabile a corruzione locale nell’assegnazione di cattedre, di posizioni amministrative, di gestione dell’edilizia) ed un orizzonte limitato nello spazio che rendono uno scenario con l’emergenza degli equivalenti di De Gasperi o Togliatti altamente improbabile. Con pochissime eccezioni, le università italiane si muovono ormai in un ambito regionale, senza perseguire la formazione di una classe dirigente con visioni di ‘interesse nazionale’. Ciò rende il Paese molto suscettibile a spinte centrifughe, e non sarei sorpreso (fortunatamente non avrò la possibilità di verificarlo) se tra meno di un secolo l’Italia decidesse più o meno spontaneamente di tornare ad una confederazione di statarelli controllati da forze esterne. Sarebbe stato più opportuno incoraggiare studenti e docenti alla mobilità nazionale ed internazionale, concentrando gli investimenti su una trentina di università storiche di alto livello, con diritto assicurato allo studio, alloggi e mense per tutti, e solide infrastrutture di ricerca, affiancate ove possibile e necessario da istituzioni parauniversitarie finanziate da enti regionali e provinciali. Ora è troppo tardi per cambiare rotta, la situazione è purtroppo irrecuperabile.

Alla luce di queste brevi e superficiali considerazioni, sarebbe incredibile e quasi fantascientifico pretendere che il settore culturale propriamente detto segua una dinamica diversa dall’attuale involuzione politica ed economica del Paese. Il piattume culturale discusso nell’articolo di Marco Onofrio e nei successivi 125 commenti,  è assieme la causa e l’effetto di politiche effimere, opportunistiche, ambiziose oltre ogni misura, che si susseguono da secoli – per ragioni che poco hanno a che fare con la cultura nel senso stretto del termine. Ogni Paese sconta la mancanza di lungimiranza ed io mi stupisco, al contrario di Marco, del fatto che l’Italia sia ancora, nonostante tutto, un Paese vivace, nel quale parecchi individui lottano quotidianamente e producono cultura, se non di primo livello, almeno di discreta qualità, e con grande onestà intellettuale. Sono gli eredi dei Bruno, dei Campanella, dei Galilei, dei Gramsci, e come tali devono essere pronti a sconfitte locali e a grosse amarezze, quali l’Italia ha sempre riservato ai suoi figli migliori, salvo poi eventualmente idealizzarli post mortem.

12 commenti

Archiviato in Senza categoria