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LETIZIA LEONE: NERA NOTIZIA DALLE METEORE – LOGOS DELLA SCIENZA E PAROLA DELLA POESIA: UNA RISCRITTURA DAL PRIMO LIBRO DEL DE RERUM NATURA di LUCREZIO. (da AA.VV. La fisica delle cose- Dieci riscritture da Lucrezio – a cura di Giancarlo Alfano, Giulio Perrone Editore, Roma, 2011)

Letizia Leone è nata a Roma. Ha insegnato materie letterarie e lavorato presso l’UNICEF. Ha avuto riconoscimenti in vari premi (Segnalazione Premio Eugenio Montale, 1997; “Grande Dizionario della Lingua Italiana S. Battaglia”, UTET, 1998; “Nuove Scrittrici” Tracce, 1998 e 2002; Menzione d’onore “Lorenzo Montano” ed. Anterem; Selezione Miosotìs , Edizioni d’if, 2010 e 2012; Premiazione “Civetta di Minerva”). Ha pubblicato i seguenti libri: Pochi centimetri di luce, (2000); L’ora minerale, (2004); Carte Sanitarie, (2008);  La disgrazia elementare (2011); Confetti sporchi ,(2013); AA.VV. La fisica delle cose. Dieci riscritture da Lucrezio (a cura di G. Alfano), Perrone, 2011; la pièce teatrale Rose e detriti, FusibiliaLibri, 2015. Dieci sue poesie sono presenti nella Antologia di poesia Come è finita la guerra di Troia non ricordo a cura di Giorgio Linguaglossa (Roma, Progetto Cultura, 2016). Un suo racconto presente nell’antologia Sorridimi ancora a cura di Lidia Ravera, (2007) è stato messo in scena nel 2009 nello spettacolo Le invisibili (regia di E. Giordano) al Teatro Valle di Roma. Ha curato numerose antologie tra le quali Rosso da cameraVersi erotici delle poetesse italiane – (2012). Attualmente organizza laboratori di lettura e scrittura poetica.

Dalla Prefazione di Giancarlo Alfano

“Lucrezio, o la scrittura del momento”

Il tempo non esiste in sé stesso; il senso di ciò che è accaduto «in aevo» è invece inerente alle cose. È quanto leggiamo nel primo libro del De rerum natura (vv. 459-60) dove Lucrezio dimostra la teoria atomica che è a fondamento della sua fisica e della sua complessiva concezione della vita. Non esiste un senso del tempo vuol dire che non esiste un supporto esterno che regoli la direzione delle cose. Per lo scrittore latino, com’è noto, la direzione risiede invece nel clinamen, nella declinazione singolare e casuale degli atomi, i cui aggregati si presentano nella forma di cose. Il senso è, dunque, inerente alle cose. Michel Serres apre il suo commento all’opera di Lucrezio, intitolato Nascita della fisica, ribaltando il luogo comune secondo cui «la fisica atomica è una dottrina antica, ma una scoperta moderna» e che la teoria del clinamen è una fandonia se non un’idiozia, una debolezza concettuale che non sta in piedi. Se torniamo al testo del secondo libro in cui la teoria è formulata, spiega infatti Serres, possiamo renderci conto che Lucrezio ragiona in termini matematici, e che lo fa perché la teoria atomica proviene dai «primi saggi di calcolo inifinitesimale». Lo si può dimostrare per via filologica, riandando indietro ai maestri greci. Ma lo si può anche cogliere in alcune folgoranti battute, come ancora nel libro primo: «Ergo rerum inter summam minimamque quid escit? / Nil erit ut distet» (“che differenza si trova tra la più grande e la più piccola delle cose? / Niente vi sarà che le separi”, vv. 619-20). Inifinitamente grande e infinitamente piccolo si incontrano: ciò è possibile perché non vi è alcuna ragione esterna alle cose; il senso è interno. Ma il senso è direzione, movimento. «Mòmen (termine arcaico per momentum) – ha spiegato infatti Giorgio Agamben – è ciò su cui agisce il clinamen», sicché abbiamo a che fare con un «”momento”, anche nel senso che questo termine ha nella fisica (ciò che misura l’effetto di una forza in un certo tempo)». Di conseguenza, la declinazione degli atomi si presenta al tempo stesso, in senso filosofico, come attualità e come virtualità: essa è la disposizione effettiva delle cose del mondo, il loro prendere posizione, e di conseguenza il loro acquisire senso, il loro evolversi, muoversi in una certa direzione. È per effetto di questo mòmen che avvengono gli eventa, i fatti accidentali che affollano la nostra vita. Insomma, dire che le cose hanno senso in sé stesse vuol dire che non vi è un disegno nelle cose o per le cose; al contrario, tutto ciò che esiste, accade per ragioni inerenti: tutto c’è, attualmente, grazie al suo deposito di energia, e tutto c’è, virtualmente, grazie al movimento che riceve da questo deposito.

C’è un passaggio strabiliante in cui il nostro autore mostra come il senso delle cose sia dato dal “momento”. È un passaggio quasi casuale, un nodo che sembra essersi slacciato nella trama concettuale dell’opera, un’increspatura nella sua lucida tela argomentativa. E invece è una dimostrazione esemplare della logica che governa l’assembramento degli atomi in genera, cioè in configurazioni specifiche. “Poiché – dice Lucrezio – alle cose è dato un limite nella crescita [finis crescendi] e nel mantenersi in vita secondo le diverse specie [generatim]”, allora si capisce che secondo le leggi di natura (per foedera naturai) è stabilito che le cose non mutino: lo dimostra il piumaggio degli uccelli – continua il testo latino –, dove spiccano le «maculas generalis», le macchie dei progenitori, il segno della replica di cui gli individui consistono. Da qui, sorprendentemente, sarebbe partito anche Charles Darwin per ragionare sulla Origine delle specie animali secondo leggi evolutive che appaiono tutte interne a quella singolare combinazione di elementi abitualmente chiamata “individuo”. Strisce, ocelli, screziature sul vello e sul piumaggio – osserva il naturalista, come già il suo antico collega – sono l’incisione del seme antico nel corpo attuale, la dimostrazione che il vuoto si anima di elementa, di semina rerum per cristallizzarsi in forma singolare. Casualità, cioè declinazione individuale, e necessità, cioè schematismo delle configurazioni atomiche: è tra questi due poli che si muove il pensiero naturalistico ed etico di Lucrezio. Per l’individuo non vi è dunque alcuna libertà, alcuna possibilità di autodeterminarsi e porsi come soggetto. Allo stesso tempo, vi è però un movimento istantaneo (ancora un mòmen, col suo carico di forza) verso la comprensione. Non libertà ma liberazione, ha sintetizzato Agamben, «una prassi e un processo, non uno stato». A questo punta la grande fisica lucreziana: proporre un’etica processuale. Il processo conoscitivo ci fa comprendere che non vi è un disegno secondo il quale tutto venga disponendosi, e che dunque non vi è una ragione superiore, un dio; il movimento incessante delle cose ha ragione in sé stesso, al di là anche degli individui. Vige il sistema, non la pedina; la Natura, non la mia singola esistenza. Venere, cui il poema è dedicato, moltiplica gli esseri viventi (animantes) per cielo, in mare e sulla terra, ma non mira al soddisfacimento del singolo. Esattamente come Darwin. E poi come Freud. O, prima, Leopardi. Il modello naturale del mondo diventa una teoria del piacere (si veda la fine del libro quarto), che si volge in etica. Tutto, infine, si esprime in un’estetica che supporta lo stesso processo gnoseologico.

(…) Lucrezio «inizia a scrivere da un’epoca remota», ha scritto De Angelis, e Letizia Leone lo tratta come un poeta proveniente da lontano, come un poeta “antico” con lo sguardo fisso nei misteri (che non sono però i mysteria di un sapere iniziatico, attingibile a pochi, attraverso il quale ci si possa ricondurre al senso del cosmo). Al «maestoso ritratto dei semi» realizzato dall’autore latino la poetessa si rivolge per riconoscervi la dialettica tra gli atomi e gli eventi, quei fatti «Inani» (ancora questo termine) destinati a tornare nuovamente allo stato primitivo di «solido nudo» che è l’atomo. Evento tra gli eventi, l’uomo non predomina nel cosmo; anzi, la sua verticalità, così tipica tra gli animali, tende a disfarsi in caduta («la mia vocazione al vuoto è cedimento»), come del resto essa è il risultato di una precedente convergenza di più “cadute” di atomi. Un movimento discenditivo vi è dunque tutt’intorno e dentro di noi, in una cascata di elementi che si compongono, scompongono, ricompongono facendosi di volta in volta zampa, rosa, occhio, pietruzza.

Nera notizia dalle meteore (Riscrittura dal libro I, 483- 640)

paucis dum versibus expediamus
Esse ea quae solido atquae aeterno corpore constent,
semina quae rerum primordiaque esse docemus,
unde omnis rerum nunc constet summa creata.
(De rerum natura – vv. 499-502- Liber I)

Atomo punto

A mani nude ho conosciuto il mondo
archi di ortiche e atomi
massicci sotto lo strato goloso
delle polpe.
Questo è il maestoso ritratto dei semi
il catalogo di glorie
dei muri naturali.

È difficile credere al pensiero
delle cime, frigorifera fiamma
del piacere che fibra a fibra incarta
panorami di rose.

Stammi vicino spirito ingegnere.
Atomi contenti,
microscopiche rocce a salti interi
o i soliti soli rotti
nel solcare gas e carbone
l’alfa del vuoto, l’omega d’opaco
corporale, il patimento in croce
con l’agire.
L’atomo è avvento non visto
veliero Argo
numero re
fulgido carro che modella volando.

I primi scudi
li ho sentiti al vento
frizione dei piombi trasparenti
sulla pelle. E la cipria delle rive
raccolta sulla soglia dell’origine
era la stessa pasta di astro
e di salina scorza. Stati di aggregazione.

Guarda a quei corpi con occhi primordiali
potresti arguirne angoli o gonie
le gole gonfie di note non umane
per armonie di piume, aspre aritmie
sono mattoni vivi? Ma nell’acquario
del nulla. Io cerco prove
decisive, le cerco nell’aria di rapina
che afferra cose schianta le trascina
– trottola fantasma –
corpi forzuti nascosti bene a fondo
negli uragani e venti.

Mi basta uno sbatter d’occhi. E poi gli odori.
Una vela mi tocca
ne nasce il turbamento
perfuso tra limoni con che rapidità
qualcosa mi ha tastato, lama nel naso…

Il mantello del viaggio? steso
su riva egeria
uva umida diventa, ma se aderente al sole
panno secco e cotto: ecco
acque piccole che albergano nel grembo
vanno, acque piccole vengono.

Così dall’esordio dei mondi
non hai l’occhio per vedere il macigno
divorato, effimero che l’intemperie sguscia
la sottrazione nella pleura dei secoli
tocco di morte ruvida che scartavetra
con l’amara minerale erta immobilità
del primo corpo.
Eppure
sotto gli aratri un sangue
Orfeo freddo che risorge
nello zenzero dolce dei pistilli.

L’atomo esiste
è polvere cerniera, quasi
di sorpresa un brivido
di luce e di materia.

I solidi all’inizio

Alle cose infrante
c’è un limite
tutte le notti morire non si può
questi giochetti dell’abbandono
no

i resti
sono grani d’ancoraggio robusti
col tempo sopra e sotto sparso
e a grappoli setacciati gli atomi
(che non li prende mai morte)
in questa masticazione. Le smorfie? scorticati
germogli.

Tutto ci è nascosto:
la camera piena di materiali semplici
faville informate, ori, cocci lucidi
di mare
schiocchi
ceci alieni glaciali che non vanno in pezzi

ti sto parlando di ultime macerie armate
indistruttibili
argenti
che navigano sulla coda delle comete.

Tu che attraversi il giorno in un granello.

Qualcosa non muta nella catastrofe
ignota. Un solido nudo
resistente all’erosione interna.

La perla della generazione
nel caos amaro, il tessuto
di canto profondo
stupefatto di querce
irradia e si fracassa
in tutta la bellezza (in tutta sera) si veste
della molecola d’asteria.

A volte
era una fisica del fuoco:
Eraclito pertanto.

Ma io ho un solo incanto

agli atomi agri
agli aghi
intrecciando di lancia e di danza
dei boschi freschi i pilastri e il mare imperatore
e puro di domani.
Agli atomi maghi
nevicando,

un inno

e alla fine le rose…

letizia leone

letizia leone

Inani gli eventi

la mia vocazione al vuoto è cedimento
via sacra dell’aria
dove la solitudine ha lasciato il posto
alla carne infine, dolorosa
ai rigori invernali sulle ossa, sui muri di casa
sul pomo divinato abbandonato al sole
ad asciugare.

Che le lacrime, puoi sperare, s’infiltrino
nell’odio fondente, nell’ime botti dai tronchi
dove è rimasto spazio, si abbondante ma
millimo nelle latebre (se palla di lana
pesa meno di palla di piombo)
là,
per ricaricare la sorgente.

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