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POESIE SCELTE del poeta indiano Vivek Tandon (1959) che vive a Calcutta, traduzione di Gabriella Kuferzin – “La forza della lingua inglese a macchia di leopardo” “L’inglese indianizzato di Vivek Tandon” Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa [Prima traduzione in italiano]

città Historische Halle mit Cloud Cities, Foto © Friedhelm Denkeler 2011.

Vivek Tandon è l’autore di Climbing the Spiral (poesie), pubblicato sotto la guida di Nissim Ezekiel e Dom Moraes.  Il suo libro Mappa di Mumbai di un cieco, un thriller per lettori dai 10 anni in su, è stato pubblicato da Scholastic India. L’autore premio Booker Prize Roddy Doyle (Paddy Clarke ah ah ah!) dice: “mi è piaciuto molto … La città, come luogo, come un mix, come una cosa caotica ma gloriosa, era molto ben descritta. E mi è piaciuto il finale. “

La sua opera teatrale Lo yoga del sesso, del matrimonio e dell’amore ha vinto il premio Wallace Charles. Vivek è stato selezionato dal Royal Court Theatre come drammaturgo per il loro prestigioso International Residency Programme a Londra.

Ha lavorato come attore a Mumbai, a Prithvi, NCPA Experimental ed in altri teatri, e canta con il famoso coro Paranjoti di Mumbai. Attualmente Vivek sta lavorando ad una sceneggiatura per un film così importante che forse non si farà mai…

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Ho conosciuto Vivek Tandon durante un incontro di poesia internazionale che si è tenuto a Calcutta il mese di gennaio del 2016, in uno scalcinato Hotel al centro di Calcutta, dove erano convenuti tantissimi poeti dell’India e dei paesi limitrofi oltre a una poetessa israeliana. Ero in compagnia di Steven Grieco-Rathgeb. Con grande fatica tentavo di capire il loro modo di parlare l’inglese così ricco di accenti e di suggestioni locali. Mi colpiva molto il loro modo di mangiare con le mani, tipico dei musulmani, e la magnifica sporcizia dappertutto, sontuosa e regale, compresi i piccoli scarafaggi della stanza e le scimmie che si arrampicavano fino al quinto piano dove ero alloggiato e che andavano a caccia della biancheria intima. Steven mi avvertì subito di non stendere le mutande di fuori al balcone perché me le avrebbero portate via le scimmie, evidentemente ghiotte di tali indumenti. Vivek parlava ad una velocità eccezionale, fermandosi di quando in quando come arrestato dalla Wehrmacht, e poi riprendeva il suo fiume di parole. Io oscillavo tramortito. E non si capacitava che non riuscissi a seguirlo a quella velocità infernale. Un giorno, mi porge delle sue poesie in inglese (misto a dialetto punjab) ed io ne rimango folgorato. Quella rapidità del suo eloquio era la medesima rapidità delle sue poesie. Velocissime, a zig zag, che andavano per frammenti, per interruzioni, claudicanti, stralunate, briose, bizzose, ariose che andavano a strappi e a inconseguenze semantiche e sintattiche. Ne restai folgorato, le diedi a Steven Grieco Rathgeb il quale assentì, dicendo che era incredibile come questo modo di scrivere oggi in auge nell’Occidente più evoluto e colto fosse presente anche lì, a Calcutta. Così mi presi la briga di farlo conoscere al pubblico italiano, e, tramite Flavio Almerighi, ho chiesto di farle tradurre da Gabriella Kuferzin. Il risultato mi sembra eccellente, anche per via della sontuosa difficoltà a tradurre un tipo di poesia intimamente intrisa di dialetto punjab e così scombiccherata da far venire i brividi di allergia. Per una poesia, l’ultima, mi sono cimentato io nella traduzione che, spero, i cultori dell’eloquio inglese mi perdoneranno.

Vivek è un poeta sui generis, non è affatto sperimentale come lo intendiamo noi in Italia, è semplicemente originale, ma non è la ricerca dell’originalità che lo fa poeta quanto il suo modo di essere indiano del Punjab nella lingua inglese; di qui le striature e le fenditure impresse alla lingua inglese e quell’ironia tipicamente indiana con tanto di deismo indiano. Si fa evidente qui la forza impressionante della lingua inglese, capace di adattarsi ai continenti più dissimili, il suo comportamento a macchia di leopardo, il suo sopravvivere a se stessa in ogni parte del mondo. La forza della poesia di Vivek Tandon è la forza del suo inglese indianizzato. A suo cospetto i tentativi di apparire originali degli autori italiani sa tanto di muffa di sagrestia e di chierichetti. La forza di una lingua non la può inventare un poeta, ma è la lingua stessa che ha quella forza, un poeta può al massimo prenderla in prestito.

Penso ai timidi tentativi dei parolieri italiani che tentano di fare poesia a far luogo dalla poesia edulcorata di un Sandro Penna o dallo sperimentalismo telefonato di un Edoardo Cacciatore.

Sono dell’idea che dopo questa lettura dovremmo rivedere i nostri mini canoni e i nostri mini calcoli poetici.

Vivek Tandon 11 sett. 2015

Vivek Tandon 11 sett. 2015

Poesie di Vivek Tandon

 Lungvaje, Chapter I

(With Appalgies to my rispactdd P’raantan)

i.
when i was little
i knew the meaning of ‘Sone peh Suhaaga’.
Only, i thought the actual words were,
‘Sone peh Suhaagraat’.

ii.
Once, visting raltvvs in chandigarh
They sat me in an armchair
For their afternoon’s antertainmant;
Gathering around me, they said
‘Chal! Hun Punjabi’ch gal karr’

iii.
ik Sampll:
“Oi vhutt! Ainvi!? Aahon, horrr… teh main kya …
Teh, I taell you! Oi!! Lae,
Bhencho! Ab baas karr!
Soun, smbhaall ke chalio,
Khyall rakhiyo, Bai Gaad!
O g’rantee ji … 100%. 120%. 200%!
TWO HANDRED PERCANT JI!”

iv.
“The three most frightening words in any language”,
said the Tamilian,
he heard when he went to a Punjabi frand’s house:
“Kha puttar; kha!”

Lungvaje, Capitolo I
(Con delle scuse al mio rispettabile P’raantan)

i.
quando ero piccolo
conoscevo il significato di ‘Sone peh Suhaaga’.
Solo pensavo che le parole esatte fossero
‘Sone peh Suhaagraat’.

ii.
Una volta, facendo visita a raltvvs a chandigarh
Mi hanno fatto sedere su di una poltrona
Per il loro divertimento pomeridiano;
Radunandosi intorno a me, dissero:
‘Chal! Hun Punjabi’ch gal karr’

iii.
ik Sampll:
“Oi vhutt! Ainvi!? Aahon, horrr… teh main kya …
Teh, ti dico! Oi!! Lae,
Bhencho! Ab baas karr!
Soun, smbhaall ke chalio,
Khyall rakhiyo, Bai Gaad!
Ti garantisco … 100%. 120%. 200%!
DUECENTO PER CENTO JI!”

iv.
“Le tre parole più spaventose in ogni lingua”
Disse il Tamil
Le ha sentite quando andò a casa di un amico Punjabi:
“Kha puttar; kha!”

v.
In the Paranjoti Choir, we sing
Brahms GERMAN REQUIEM:
Beethoven’s 9th
Handel.
The bawas and macs
think, I think
That I do the Germanic power rather well.
Unnanoo ki patta – Pnjaabi puttarr da paawrrr …
ROTTI! :D!

vi.
Inspiration suddenly struck me.
When asked, “parlez vous francais”?
“If cursse! Dafnitivment! Mais oui, vraiment, bien sur – seulement, d’un peu de la francais. Sans doute, d’accord! Veritevement, pardonnez moi?,
Peut-etre, un interesent combination de doute,
pas de deux, definetivement!
Alors! Absolutement!
Off course!

But I injaay fake Pnjaabi
More than fake franch!

vii.
Ammaji would tell earthy, hearty tales,
Slapping her thigh and going, “Horrrr!”
Sis told her what that meant in English.
Ammaji hooted,
thwacked her thigh harder than ever
and ever after
said “Horrrr”
louder and longer than ever …

viii.
ji
i injaay speaking Pnnjabbi:

v.
Nel coro Paranjoti, cantiamo
Brahms GERMAN REQUIEM:
La Nona di Beethoven
Handel.
I bawas ed i macs
Penso, io penso
Che faccio abbastanza bene il potere germanico.
Unnanoo ki patta – Pnjaabi puttarr da paawrrr …
ROTTI! :D!

vi.
Improvvisamente mi colpì l’ispirazione
Quando mi chiesero: “parlez vous francais”?
“Ma certo! Dafnitivment! Mais oui, vraiment, bien sur – seulement, d’un peu de la francais. Sans doute, d’accord! Veritevement, pardonnez moi?,
Peut-etre, un interesent combination de doute,
pas de deux, definetivement!
Alors! Absolutement!
Certamente!

Ma io injaay un falso Pnjaabi
Più di un falso francese!

vii.
Ammaji raccontava storie terrene, calorose,
Battendosi la coscia e dicendo “Horrrr!”
Sis le ha detto cosa significava in inglese.
Ammaji fischiò
Si batté sulla coscia più forte che mai
E mai
Disse “Horrrr!”
Più forte e più a lungo che mai…

yaane ke – fake pnjabbi.
(Yanni ki, fakeney laik)
I injaay pulling my ma-derr-tang …
Even though I’m not a – tppkill Pnjaabbi:
I haave no Pnjaabi krakterristiks ixcapt
mebbe ke Pnjaabis rush in
vheare angells fear to tradd.
(Aff korse some pnjaabbis vill say thatt
krakterstik I have is ke
Fools rush in vhere Pnjabbis fear to trad.
Chal chadd…)
But hai! I injaay speaking Pnnjaabi-Shunjaabbi.
It puts me in touch with my ROOTTAN!*

* [n.d.t. impossibile tradurre
inglese misto a lingua Punjabi, incomprensibile per il traduttore]
Whatsapp to white girl who liked me

Clear light eyes
Like clean open sky
Inviting me to fly
As long as my heart too
Is clean, open like the skies

Achha now laet uss gett back
to fake angreji.

Whatsapp ad una ragazza Bianca a cui piacevo

Occhi chiari e luminosi
Come cielo aperto e pulito
Mi invitano a volare
Finché anche il mio cuore
È pulito, aperto come I cieli.

Achha now laet uss gett back
to fake angreji.
(?)

Vivek Tandon foto

Vivek Tandon, 2015

Language, Chapter II * Sanskriti = “Culture” in Hindi

Long ago,
nestled in Sanskrit, and Sanskriti,*
on the lower slopes of a White Himalayan Heaven
(snow, clouds, Gods),
We lolled like Gods-in-Waiting,
in gardens rolling with green ornamentation, flowers,
poetry, conceits,
snow-white reflections, and fantasies:
Celebrating our riches in gated communities
Of language, thought, proximity to the Gods,
goodwill, caring for each other,
For our common children:
Rolling with arabesques down centuries, millenia
Lolling, like Gods-in-Waiting, in gardens
Separating our riches
Of metaphor, of humour, of song,
Of four-letter-words, like ‘Love’,
nestled in this, our language, our High Culture
On the lower slopes of a Western-White Heaven …

Fuck man!

Lingua, capitolo II * Sanskriti = “Cultura” in Hindi

Molto tempo fa
annidato nel Sanscrito, e nel Sanskriti *
sui versanti inferiori di un Bianco Paradiso Himalayano
(neve, nubi, Dei),
Ci stendevamo come Dei-in-Attesa,
in giardini ondeggianti di verdi ornamenti, fiori,
poesia, concetti,
riflessi nivei, e fantasie:
Celebrando le nostre ricchezze in comunità cintate
Di lingua, pensiero, prossimità agli Dei,
Benevolenza, cura gli uni per gli altri,
Per i nostri figli comuni:
Ondeggianti di arabeschi lungo i secoli, i millenni
Stesi, come Dei-in-Attesa, in giardini
Separando le nostre ricchezze
Di metafora, di umorismo, di canto,
Di parole a quattro lettere, come ‘Love’,
Annidate in tutto ciò, la nostra lingua, la nostra Elevata Cultura
sui versanti inferiori di un Bianco Paradiso Himalayano…

Vaffanculo!

Night

The joint family gathers for the day’s final feast: sleep.
The charpais are brought out into the cool, starry courtyard.
Bodies are splayed against their latticed, open ropework.
The men rub hairy paunches and, with their wives, loudly discuss
Business, neighbours, servants, children, holy men, each other.
The children dodge and duck around the charpais.

After the hot day, no-one wants to let go of the coolness:
so there is general, sleepy, resistance to sleep.
Conversations, and reveries, are artificially prolonged.

They are reluctantly abandoned, one by one, as each man is overcome
by the ripening of sleep, which bursts and floods the mind
with rich, pleasurably cleansing juices.
Finally the last, sporadic, conversation limps into
monologue, occasionally interrupting the crickets.
Soon there is only breathing and snores,
broken by now a creak, now a clatter of bangle.
The night moves on: cool, lazy, yet precise with stars.

.
Notte

La famiglia riunita si raccoglie per l’ultima festa del giorno: il sonno.
Si portano fuori le brande nel fresco cortile stellato.
I corpi si stendono sulle reti di corda intrecciata.
Gli uomini si grattano pance pelose e, con le mogli, discutono ad alta voce
Di affari, vicini, servi, bambini, santi.
I bambini giocano a nascondino intorno alle brande.

Dopo la calda giornata, nessuno vuole perdersi il fresco:
Così c’è una generale, assonnata, resistenza al sonno.
Le conversazioni, e le fantasticherie sono artificialmente prolungate.

Ad uno ad uno si abbandonano, quando ogni uomo è sopraffatto
Dal maturarsi del sonno, che scoppia e allaga la mente
Con succhi ricchi e piacevolmente purificanti.
Alla fine, l’ultima, sporadica, conversazione scivola in un
Monologo, interrotto di quando in quando dai grilli.
Presto si sente solo respirare e russare,
Intervallati da cigolii e clangore di bracciali.
La notte prosegue: fresca, pigra ma accurata di stelle.
steven grieco piccioni sul terrazzoLa traduzione di questa poesia è di Francesca Diano

I HAD TO RE-READ THE WHOLE
FUCKING PLAY TO WRITE THIS POEM

.
(1st draft)

.
Is it only me?
OK: I googled, and it is only me….
For me, ‘Romeo and Juliet’ is not about love:
But about a dangerous phantom of love.
A parable about a deadly parabola of the hyperbole of love
And what it can do to a couple of innocents.
It’s
about a heaving arch – arc – of hot poisonous air
embracing the hapless millions
only to scythe them down.

(BTW both my therapists –
And that one on CNN too –
said that this ‘love’
Is the modern age’s greatest sickness:
a modern superstition; creation myth.
A modern religion;
demanding a modern obeisance, and reverence.
Though they didn’t quite get what I said about ‘Romeo
and Juliet’.)

Oh, the
Fatal
Deceptively shiny
parabola of
heavens…

Was Shakespeare
one of those hapless millions?

Or was he just the one who wrote them a prescription:
so subtle,
the medicine, wielded so
Powerfully-fine,
that it grew the poison it was supposed to kill.
Turning an illness
into THE epidemic
Of the modern age.
Yup! I think that about sums up
The story of the modern age.
The age of
Romeo, Juliet, and me.

.
HO DOVUTO RILEGGERE L’INTERA FOTTUTA COMMEDIA

PER SCRIVERE QUESTA POESIA

(Prima bozza)
Sono solo io?     (cioè si chiede se è solo lui che la pensa così)
Ok: ho cercato su Google, e sono solo io.
Per me, “Romeo e Giulietta” non parla d’amore:
Ma di  una pericolosa illusione dell’amore.
Una parabola su una parabola mortale dell’iperbole dell’amore
E su cosa può fare ad una coppia di innocenti.
È  un arco che si leva – arcata – di aria calda velenosa
Che abbraccia milioni di infelici
Solo per poi falciarli.
(cmq sia il mio terapista –
che quello della CNN –
Hanno detto che questo “amore”
È la più grande malattia dell’età moderna:
Una superstizione moderna; mito della creazione.
Una religione moderna;
Che richiede una moderna obbedienza e reverenza.
Benché non abbiano capito cosa ho detto a proposito di ” Romeo
E Giulietta ‘.)

Oh, la
Fatale
Ingannevolmente luccicante
Parabola del
Cielo…

Era Shakespeare
Uno di quei milioni di sventurati?
O era solo quello che ha scritto per loro  una ricetta:
Così astuta,
la medicina, somministrata con
tale potente finezza
da alimentare il veleno che avrebbe dovuto uccidere.
Trasformando una malattia
Ne L’epidemia 
Dell’età moderna.
Sì! Penso che questo riassuma
La storia dell’età moderna.
L’ età di
Giulietta, Romeo, e mia.

Gabriella Kuferzin è nata a Trieste nel 1964. Di madrelingua slovena, si è sono trasferita a Cittadella (PD) all’età di sei anni e ha studiato lingue straniere all’Università di Venezia. Insegna Inglese alla Scuola Secondaria Inferiore di Cittadella. Ama l’arte in tutte le sue forme che tende a sperimentare quando e come può. Dopo anni di depressione la poesia l’ha aiutata a trovare una dimensione e a tentare di capire se stessa.

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DIECI POESIE INEDITE di Gabriella Kuferzin da “Symphony No. 2″  con una nota dell’autrice e un Commento di Giorgio Linguaglossa

film belle de jour  con Catherine Deneuve

film belle de jour con Catherine Deneuve

 Gabriella Kuferzin è autrice completamente inedita, questa è la sua prima pubblicazione; è nata a Trieste nel 1964. Di madrelingua slovena, si è trasferita a Cittadella (PD) all’età di sei anni e ha studiato lingue straniere all’Università di Venezia. Insegna Inglese alla Scuola Secondaria Inferiore di Cittadella. Ama l’arte in tutte le sue forme che tende a sperimentare quando e come può. Dopo anni di depressione la poesia l’ha aiutata a trovare una dimensione e a tentare di capire se stessa.

Nota dell’autrice

Nelle poesie di questa breve raccolta, scritte in diversi periodi nell’arco di cinque o sei anni, scandaglio non solo gli anfratti del mio io ma affronto anche vaste tematiche, che vanno dall’essere poeta alla poesia in sé, alla filosofia, alla depressione, alla letteratura, ad avvenimenti accaduti come le bombe nella metropolitana di Londra, oppure scrivo semplici cartoline da Boston. Gioco con la lingua, con i ritmi, azzardo versi scrivendoli e riscrivendoli, scarnificandoli fino all’osso, e, rileggendomi, ne sono sempre insoddisfatta. E’ un mio difetto: dopo aver visto l’abisso, voler vivere troppo intensamente, come se ogni giorno fosse l’ultimo, voler provare tutto, magari senza concludere nulla ma, anche se per brevi attimi, gioire dell’ineffabile bellezza della mente umana. Quella degli altri e anche la mia.

Commento di Giorgio Linguaglossa

Quando lessi queste poesie di Gabriella Kuferzin (propostami da Flavio Almerighi) rimasi molto colpito dalla asciuttezza della sua versificazione e dalla capacità che dimostrava l’autrice di utilizzare il lessico come pietre appuntite, come armi di difesa e di offesa; un lessico affilato come ossidiana quello dell’autrice, breve, preciso, scolpito. Con le sue parole:

«Gioco con la lingua, con i ritmi, azzardo versi scrivendoli e riscrivendoli, scarnificandoli fino all’osso, e, rileggendomi, ne sono sempre insoddisfatta. E’ un mio difetto: dopo aver visto l’abisso, voler vivere troppo intensamente, come se ogni giorno fosse l’ultimo, voler provare tutto, magari senza concludere nulla ma, anche se per brevi attimi, gioire dell’ineffabile bellezza della mente umana. Quella degli altri e anche la mia».

Una poesia che si immerge decisa nell’autoanalisi, alla scoperta di se stessa, una ininterrotta immersione alla scoperta del buco nero dell’esistenza con un coraggio encomiabile e ammirevole. Un tipo di poesia che ha come capostipite l’americana Sylvia Plath di “Ariel” e di “Lady Lazarus” e che da noi ha avuto dei tentativi di imitazione da parte di tante generazioni di poetesse ma tutti mal riusciti perché non è affatto facile mimare un tormento linguistico senza che vi sia un sotto stante tormento esistenziale. Nella Kuferzin invece si può percepire la genuinità di ciò che scrive perché l’autrice non cerca mai di mettere in vetrina i propri tormenti interiori ma anzi tende a nasconderli sotto il velo delle metafore. Complimenti.

Bella di giorno film di Bunuel con Catherine Deneuve

Bella di giorno film di Bunuel con Catherine Deneuve

 

Symphony No. 2

Un abbaglio
sul metallo
gelido dell’ala
ed è
un nuovo sole

fuori dalle nebbie instabili
da multiformi ansiti di vuoto
via dalla palpitazione ritmica
di oboi misteriosi
un volo oltre le nuvole
in un largo maestoso

dilatazione cosmica del tempo
battiti decelerati
si espande l’orizzonte
sugli ondeggianti afflati

plana la sinfonia e gli archi
ne danno la misura
e il mondo sottostante
diventa solamente
una reminiscenza oscura.

.
Symphony No. 2, Philip Glass
sul volo London-Esbjerg, 11.04.200

Bella di giorno film di Bunuel con Catherine Deneuve

Bella di giorno film di Bunuel con Catherine Deneuve

The Bostonians

Fra i due pinnacoli
del Longfellow Bridge si adagia
il sole prima di morire
scie di un rosso buono
caldo lungo il fiume
alle spalle boulevard francesi
nozze di Figaro sull’erba
e
abbracciate alla laguna sotto i salici
due gondole riposano sognando
il Vecchio Mondo oltre i grattacieli.
Underground

Mind — the gap.
ripeteva la voce sicura
ad ogni stantuffante apertura
di porta automatica

Chissà se lo dice ancora a chi
va nel girone dei deflagrati
a raccattar brandelli
di sorrisi e sangue raggrumato

mentre il vento dondola
fotografie impiccate
ad un afono “ecce homo”
di ogni lampione prosternato
su fiori lividi di lacrime.

E noi qui a disperdere parole
nel ragionare di teodicea
e di quale dio esecrare
e quando si spegne il televisore
cercare malamente di dormire.

Vorrei ancora solo quel prato a Regent’s Park
anestetico di margherite ingenue in cui
bere il cielo mimetizzata a palmi in su
mentre una bacchetta ritma un Maple Leaf Rag
e la domenica si srotola.

Bella di giorno film di Bunuel con Catherine Deneuve

Bella di giorno film di Bunuel con Catherine Deneuve

Versus

Andare a capo anche se c’è ancora
spazio, allagare quanti di acetilcolina
cortocircuitando sovraccariche sinapsi
divergenti di intelletto danneggiato

Giustificare acrobazie di salti
mortali su filigrane di rasoio, versi
impiccati sopra il vuoto esistenziale
di un’assordante afasia feriale

Impastare crete di significanti
a seccar su fogli degni solamente
di raffermare scrivanie malmesse
ad arte accartocciati su se stessi

e mai – lasciati entrare nelle teste

batte alle porte, urla mendico il poeta
e trova spranghe – sputa tutto il sangue
sulle incensate librerie di niente
e scarnificandosi le unghie scava

la sua fossa ancora troppo grande
per quello sterile cumulo di ossa
avrà un rottame di narcisi finti
e in croce un verbo, una sola voce

visse.

Gabriella Kuferzin

Gabriella Kuferzin

Ofelia

Occhi spalancati
di due fiori abbandonati
nel ghiaccio
del lago
stupiti guardate lassù
le nuvole scorrere via
su di un sorriso
imprigionato
di una primavera che fu
di un’estate che non sarà

Il sole non vi scioglierà
dalle orbite vuote
di chi ha vissuto
e smarrito
l’amore

abbiatene cura,
accarezzatela
di angelici petali

non le restate che voi.

.

Monossido di Carbonio

.
Eleganti spire di fumo
vestivano il corpo sensuale
snello rantolante nervoso
Maledetta vena di pazzia
che aveva pulsato fra i teli
fibrillata nei polsi incagliati
alle laccate sbarre del letto

.                      .                   .E tu con quella voce che Urlava Poesia come un uomo

Indossati i vermigli rossetti
E gli occhi incendiati di brama
d’amore carnale cos’hai fatto

                       .                   .Come ti sei permessa

di dare del tu a dio senza temere
alzare la testa altera combattere
e poi decidere quando tacere

.                       .                  .Come hai potuto

accodarti all’ignobile fila di
Suicide Vergini dei Grandi
Versi tu che potevi alzarti
Dai medesimi scranni dei vati
lanciando alla folla in delirio
scarpe rosse dai tacchi a spillo
incoronandoti i ricci d’alloro

.                      .                    .Se potessi ti ucciderei io.

catherine-deneuve nel film belle de jour

catherine-deneuve nel film belle de jour

Fard

A dadi si gioca la vita
Death sul Vascello di ossa,
la sua amante colore di lebbra
strappa spettrali vittorie
alle paludose Tombe
e urlare non serve – le Ferraglie
del Tempo Sospeso
vendicano l’empietà
di una esistenza
in assenza
di vento
in assenza
di pianto elucubrazione
e gravoso movimento

Sottrarsi alle passioni
disertare l’amore
assoluto per l’azzardo
di poter soffrire
lega il tuo Albatro
attorno al tuo collo
marcio putrefatto monile
su sacrileghi strati di fard
e vestiti sfarzosi
e dietro la pelle
un infinito

Niente.

.
Cavalli di Frisia

Lasciata cader l’armatura
alle ultime luci la sera,
o lavati inviolabili incanti
alle vene di debole aurora
uno spacco e torno disorientata
in terra di nessuno dannata
e non trovo più casa

e ancora li vedo arrivare
i furenti cavalli di frisia
fra nubifragi di filo spinato
e quell’eco di urlo strozzato
nel groviglio mi incaglio le vesti
e stupisco di sangue le mani

Ma dura solo un momento oramai
perché da dodici mesi sei tu
ad uscire da quella trincea
riafferrarmi le braccia e gli stracci
riportarmi oltre quel muro a secco
che sfiancherà la mia guerra

e clemente ricami gli strappi
mi raccogli i capelli e i brandelli
e mi baci.

quadro fatto con i chiodi dall'autrice

quadro fatto con i chiodi dall’autrice

A proposito di Heidegger

A stendere righe
incaute bisettrici
dell’anima

mi si svelano percezioni
psichicamente dislocate
tortuose sinapsi
metabolicamente alterate
astrusi ingranaggi
ellitticamente accelerati
avulsioni da rette parallele
insonni incubazioni
e travagliate germinazioni
di retorico nulla
o macrografico tutto
emorragie verbali
aberrazioni intellettuali
macerazione di sé

e sinestetiche
folgorazioni

Righe
.           .di
.               .grafemi
.                             .ingombranti

A volte vorrei
dissiparle alla scogliera

e riuscire a stare ferma
distesa
a prendere il sole.

Bella di giorno film di Bunuel con Catherine Deneuve

Bella di giorno film di Bunuel con Catherine Deneuve

Piombo

Spurio il sole dissecca
stracci di petali appesi
ad agonizzanti rimpianti
di un’estate dissolta

e allaga lenzuola aggrovigliate
ad avanzi di sogni lasciati
affossare nel letto

Scrivimi una poesia – mi chiedi
e non ricordo nemmeno il mio nome
in quest’altra risacca di piombo

slegate le braccia s’impigliano
in vesti e capelli, nei gesti
del non pensare

seziono curiosa le vene
al tagliere in cucina, niente
sangue né rivelazioni

quindi aspetto seduta il ritorno
del riflesso allo specchio,
delle mie perdute parole

nel frattempo vivendo i tuoi versi
mescolando amore e caffè
e sorrisi.

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