Archivi tag: fusibilialibri

Duška Vrhovac DUE POESIE inedite “In città con Bukovski”, “Liberazione a via del Corso” e altre poesie tratte da “Quanto non sta nel fiato” (2015) traduzione di Isabella Meloncelli con un Commento di Giorgio Linguaglossa

 

cockail di immagini femminili

cockail di immagini femminili

Due poesie inedite di Duška Vrhovac

Commento di Giorgio Linguaglossa

Uno dei problemi comuni che la poesia e il romanzo europei hanno di fronte oggi è l’eccesso di realtà, l’iperrealtà, o di ciò che la maggioranza intende sia la «realtà» e il «realismo» che ne consegue. C’è in giro oggi in Eurolandia il timore dell’infezione della realtà, il timore di essere infettati dalla realtà, di non poterla raggiungere o di non volerla raggiungere, di non poter aggiungere nulla a quanto è stato già detto e scritto. Il romanzo e la poesia del Novecento sono ormai alle spalle, cos’altro resta da fare ad un poeta europeo di oggi che parla e scrive in una lingua di un piccolo popolo come Duska Vrhovac che scrive in serbo?. Il problema è tanto più grande quanto più la comunità dei parlanti di un poeta si restringe, e Duska Vrhovac è un poeta particolarmente sensibile a questa problematica, lei che appartiene ad un piccolo popolo guarda all’orizzonte europeo. Problematica ben viva in Europa tanto più in quanto oggi la poesia è chiamata a svolgere non più un ruolo di «supplenza», «specifico», diciamo, di «nicchia» entro le coordinate stilistiche delle letterature di appartenenza, quanto invece un «ruolo assente», «una funzione inesistente». Ed appunto questa, credo, è la sua funzione, che la poesia non corrisponde mai ad una espressione esistenziale immediata, ma è data sempre nella mediazione delle mediazioni. Voglio dire, e la Vrhovac lo dice con me, che anche una «funzione inesistente» ha, per paradosso, una sua legittimità ed un suo valore. Oggi in Europa accade che alla poesia non venga conferita alcuna funzione socialmente identificabile, ma questo, credo, è anche la sua forza. Anche i Dipartimenti di letteratura contemporanea se ne stanno alla larga dalla poesia. Accade che nell’epoca del disincanto e della stagnazione economica e spirituale oggi non si chieda più nulla ad un poeta. E il poeta, per contro, non chiede più nulla al lettore È questa la crisi, di ruolo e di identità, che un poeta europeo di oggi deve affrontare. Duska Vrhovac ne è consapevole, lei che si muove tra Belgrado e Roma, avverte come l’eco di una minaccia: che la più grave accusa che si muove oggi alla poesia è che essa sia una attività onanistica, turistica, olistica. Accusa non del tutto infondata a giudicare dalla poesia che viene prodotta oggi in Europa, poesia che ha il timbro e il sapore di una saponetta, con tutti gli ingredienti e i profumi eufuistici al loro posto. Ecco spiegata una poesia come quella che Duska Vrhovac scrive passeggiando per le strade di Roma: una poesia fintamente turistica, che narra degli «sconvolti turisti» che passeggiano a «via Del Corso». La composizione comincia in sordina, come una poesia simil turistica del tipo di quella che si scrive in Eurolandia; man mano che la poesia progredisce si cambia il colore, si alza il tono, si amplia l’orizzonte, si cambia discorso, si assume un lessico quasi sacrale. Da un minus ad un majus. Fino al peana finale che sembra quasi una partitura di parole per un coro, una sacra rappresentazione, l’incitamento a scrivere poesia perché non ancora tutto è perduto. C’è un’ultima possibilità, un’ultima tenzone da affrontare. Poesia virile, dunque, questa di Duska Vrhovac, che ha alle spalle non solo la tradizione della poesia serba, ma quella europea, rivissute in modo singolare. Ed è questo, forse, il vantaggio di un poeta serbo rispetto alla nostra disincantata e disillusa tradizione poetica del presente, dove va di moda una cultura dell’ironizzazione, dello scetticismo e del disincanto,Duska, invece, rilancia: «I poeti sono i miei soli veri fratelli». (D.V.)

Duska Vrhovac Miami Airport 2008

Duska Vrhovac Miami Airport 2008

Liberazione a via del Corso

Questo viola, come indurita goccia di dolore
fuggita dal pennello del pittore stanco,
cade sulle mie pupille annebbiate
e nella misteriosa veste del crepuscolo
avvolge Via Del Corso

Come mai qui, fra gli sconvolti turisti,
che, come la serpe la propria coda,
pescano se stessi sui resti dell’altrui storia,
vedo questi sodali di Kéri
dai visi con le tracce delle doglie
negli sguardi sguerci e agli angoli delle labbra?

Che siano diretti all’incontro segreto
con il Don Chisciotte di Farinelli
che in questi giorni mi sta alle costole
ripetendo all’infinito la stessa domanda:
come elevarsi in perpetuo e irreversibile volo
se come albero con le radici
con i tuoi fragili artigli sei incarnito nel suolo?

Passano degli Arabi, offrono meraviglie da poco
un gruppo di giovani emozionati con gli smartphone
fotografa una nota truccatrice
come passasse in persona Dante Alighieri.
Esaltata dal loro fervore
io dimentico il soffitto bucato
della mia casa belgradese
e leggera come il primo verso di un canto nascente
piano, recito a me stessa:

Salve a te Kéri László!
Salve Ezio Farinelli!
Questi esseri di sangue e carne
che portano i nostri nomi sono usurati
scompaiono, il che ci perseguita,
ma non siamo noi questi, amici miei,
noi siamo le nostre tele indistruttibili
e quei libri incombustibili e lettere, versi
come manciate di colori gettate sul viso del mondo.

Contro di noi nulla possono tutte le fabbriche del male
che lavorano non-stop
né i loro incendi o alluvioni
a scadenza infinita!
Con l’immagine e il verso, noi nonostante tutto
penetreremo tutti i bozzoli e le armature
come il guscio dell’uovo cosmico
da cui torneremo a rinascere.
Salve, a te Roma!

(Roma, 15 luglio 2015)

Duska Vrhovac Cop

In città con Bukowski

Tutt’intorno carne
ossa
sangue
collegati da nervi assottigliati.

In alto
nell’arco del cranio
un’energia
che un tempo fu mente.

Nel vuoto
del torace
fischia il respiro stentato
dell’anima consunta.

Incallite le dita
sui secchi rami delle mani
battono
battono, battono.

Manca la gola
manca la voce
mancate voi
manco io.

Andiamocene altrove, Charles
le discariche cittadine sono colme
i manicomi sono al completo
anche al cimitero si stenta a trovare un posto.

*

Credo che per comprendere una poesia come quella della balcanica Duska Vrhovac sia importante partire da questa sua affermazione:

«Io vengo dallo spazio “buio” dell’Europa dove ad ogni generazione è garantita almeno una guerra ogni 20-40 anni; tutto il resto è incerto. E quindi la cultura è agli estremi margini. Per questa ragione anche il rapporto con la cultura era migliore in quello stato marcio e ormai distrutto, inadeguato e chiamato “comunista”, di quanto non lo sia in questo stato democratico che si sta arrampicando sugli specchi per raggiungere gli standard europei che l’Europa ha già superato, distruggendo se stessa nel senso culturale e culturologico».

Ovviamente, qui ci troviamo di fronte ad una diversa prospettiva. Una vera e propria deangolazione prospettica (almeno dal nostro punto di vista italiano) La Vrhovac guarda alla poesia da questo particolarissimo punto di vista, fatto di negatività e di positività, consapevolezza di provenire da una storia di guerre che si sono succedute ad intervalli regolari di tempo, e consapevolezza che alla poesia debba essere richiesta una parola (non di conforto, certo) positiva, esortativa, parenetica. Sta qui, credo, in questo dualismo e in questo spettro la posizione di partenza della poesia della Vrhovac. Sarebbe errato andare a cercare nella poesia della Vrhovac ciò che non c’è, caro Antonio Sagredo, nella sua poesia non ci sono e non ci saranno mai i giochi di parole, le acrobazie millimetriche della poesia che si fa qui in Occidente, nel nostro mondo disincantato e fuggitivo (sfuggente, fitto di vuoto a perdere). Con le sue parole:

Non devo più andare da nessuna parte,
tutti i viaggi possono cessare,
le fughe, le ricerche, ogni cammino…

*

Il diavolo ha da tempo compiuto il suo lavoro

*

Non più solo la morte ha occhi vuoti.
Anche la nostra vita ha ora occhi vuoti.

*

A questa mia unica vita
piccola e personale
quando penso
di rado
potrebbe andare molto bene
sarebbe anzi bella:
un po’ di primavera
erba
fiori
amori
una casetta
dei figli
un marito
un amante
dei parenti
amici
un grammo di carriera
bagliori
un briciolo di talento
giochi di parole
un anno dopo l’altro
occhiali sempre più forti
e anche se
la morte è certa
questa è la vita
qui sono
qui sono stata
ho intessuto un nido
e gli uccellini poi
il canto festivo
ed è così umano
gradevole
caldo
che quasi ti viene da piangere.
Eppure
caro mio
a questa mia vita
piccola e personale
quando ci penso
e mi fermo a guardare
tolti gli occhiali
mi lascio un po’ trasportare
e copro gli occhi con le mani
non mi aiuta neppure la morte certa:
da quando l’uomo esiste
caparbio e abile
mente a se stesso.

*

Inatteso
come un segreto
o una vendetta
per tutta la notte qualcuno
ha martoriato la mia anima
fredda la mano
ruggine il palmo
gli occhi vuoti
non terreni
come se non intuisse
che non sono morta abbastanza:
non lo sono
e non penso
di aprire gli occhi umidi
anche se è buio
e non si vede
né quello che sono
né quello che non sono.

*

Quando gli occhi s’incontrano
e si fissano
dimmi allora
la parola
che ti è rimasta in gola.

Sarà
che sono sfuggita alla morte
come se ci fossimo
riconosciuti ancora.

*

Non sei venuto.
Lo testimoniano il pane
il vino e la voce fievole,
il tavolo su cui tutto freme
nel suo restare confuso
davanti alla porta chiusa,
mentre mi consumo io,
e non la candela.

*

Vorrei scriverti una lettera
comincio e ci rinuncio
tu sai bene da quando.
Mi sembra sempre
che io stessa abbia
una conoscenza incerta
e pallida di ciò che vorrei dirti.
Per cui non dice nulla
ovvero niente di quanto desidero
che tu sappia veramente.
Sulla carta la parola è dura
ma io vorrei che tu la sentissi
ammorbidita, avvolta nel respiro.
Sulla carta ho paura che tu
non mi riconosca affatto
e ancor più che tu comprenda
il mio non saperti dire nulla.

da Quanto non sta nel fiato, (2015)

Duska Vrhovac

Duska Vrhovac

Duška Vrhovac, poeta, scrittrice, giornalista e traduttrice è nata nel 1947 a Banja Luka (Bagnaluca), nell’attuale Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina, e si è laureata in letterature comparate e teoria dell’opera letteraria presso la Facoltà di filologia di Belgrado, dove vive e lavora come scrittrice e giornalista indipendente, dopo aver lavorato per molti anni presso la Televisione di Belgrado (Radiotelevisione della Serbia).

Con 20 libri di poesia pubblicati, alcuni dei quali tradotti in 20 lingue (inglese, spagnolo, italiano, francese, tedesco, russo, arabo, cinese, rumeno, olandese, polacco, turco, macedone, armeno, albanese, sloveno, greco, ungherese, bulgaro, azero), è fra i più significativi autori contemporanei di Serbia e non solo. Presente in giornali, riviste letterarie, e antologie di valore assoluto, ha partecipato a numerosi incontri, festival e manifestazioni letterarie, in Serbia e all’estero.

È autrice di tre volumi di racconti per bambini e per la famiglia dal titolo Srećna kuća (La casa felice) e anche ha pubblicato sei libri in traduzione serba: due libri di prosa e quattro libri di poesia.

Membro, fra l’altro, dell’Associazione degli scrittori della Serbia, e dell’Associazione dei traduttori di letteratura della Serbia, è attuale vicepresidente per Europa del Movimento Poeti del Mondo e ambasciatore in Serbia. Ha ricevuto premi e riconoscimenti importanti per la poesia, tra cui:

Majska nagrada za poeziju – Maggio premio per la poesia – 1966, Yugoslavia;
Pesničko uspenije – Ascensione di Poesia – 2007, Serbia;
Premio Gensini – Sezione Poesia 2011, Italia;
Naji Naaman’s literary prize for complete works – Premio alla carriera – 2015, Libano e il Distintivo aureo assegnato dal massimo Ente per la Cultura e l’Istruzione della Repubblica di Serbia.

Ha pubblicato i seguenti libri di poesia:
San po san (Sogno dopo sogno), (Nova knjiga, Beograd 1986)
S dušom u telu (Con l’anima nel corpo), (Novo delo, Beograd 1987)
Godine bez leta (Anni senza estate) (Književne novine i Grafos, Beograd 1988)
Glas na pragu (Una voce alla soglia), (Grafos, Beograd 1990)
I Wear My Shadow Inside Me (Forest Books, London 1991)
S obe strane Drine (Sulle due rive della Drina), (Zadužbina Petar Kočić, Banja Luka 1995)
Žeđ na vodi (Sete sull’acqua), (Srempublik, Beograd 1996)
Blagoslov – stošest pesama o ljubavi (Benedizione, centosei poesie d’amore), (Metalograf, Trstenik 1996)
Knjiga koja govori (Il libro che racconta), (Dragoslav Simić, Beograd 1996)
Žeđ na vodi (Sete sull’acqua) edizione ampliata, (Srempublik, Beograd 1997)
Izabrane i nove pesme (Le poesie scelte e nuove), (Prosveta, Beograd 2002)
Zalog (Il pegno), (Ljubostinja, Trstenik 2003)
Zalog (Il pegno), edizione bibliofilo (Ljubostinja, Trstenik 2003)
Operacija na otvorenom srcu (L’ operazione a cuore aperto), (Alma, Beograd 2006)
Za sve je kriv pesnik (La colpa è di poeta), (elektronsko izdanje 2007)
Moja Desanka (Lа mia Desanka), (Udruženje za planiranje porodice i razvoj stanovništva Srbije, Beograd 2008)
Postoje ljudi (Ci sono persone), edizione dell’autore (Belgrado 2009)
Urođene slike / Immagini innati (edizione bilingue), (Smederevo, 2010)
Pesme 9×5=17 Poems (poesie scelte in 9 lingue), (Beograd 2011)
Savrseno ogledalo (Lo specchio perfetto), (Prosveta, Beograd 2013)
Quanto non sta nel fiato, poesie scelte, (FusibiliaLibri 2014)

12 commenti

Archiviato in Crisi della poesia, critica dell'estetica, critica della poesia, Poesia serba

Letizia Leone, Rose e detriti, FusibiliaLibri, 2015 – Teatro di poesia: Ultimo monologo impossibile del Battista di Letizia Leone da Rose e detriti – Con un estratto dalla nota al libro di Giuseppe Napolitano

Salomè con la testa del Battista, Tiziano (circa 1515), Galleria Doria Pamphilij, Roma.

Salomè con la testa del Battista, Tiziano (circa 1515), Galleria Doria Pamphilij, Roma.

Letizia Leone è nata a Roma. Ha insegnato materie letterarie e lavorato presso l’UNICEF. Ha avuto riconoscimenti in vari premi (Segnalazione Premio Eugenio Montale, 1997; “Grande Dizionario della Lingua Italiana S. Battaglia”, UTET, 1998; “Nuove Scrittrici” Tracce, 1998 e 2002; Menzione d’onore “Lorenzo Montano” ed. Anterem; Selezione Miosotìs , Edizioni d’if, 2010 e 2012; Premiazione “Civetta di Minerva”).

Ha pubblicato i seguenti libri: Pochi centimetri di luce, (2000); L’ora minerale, (2004); Carte Sanitarie, (2008);  La disgrazia elementare (2011); Confetti sporchi ,(2013); AA.VV. La fisica delle cose. Dieci riscritture da Lucrezio (a cura di G. Alfano), Perrone, 2011; la pièce teatrale Rose e detriti, FusibiliaLibri, 2015.

Un suo racconto presente nell’antologia Sorridimi ancora a cura di Lidia Ravera, (2007) è stato messo in scena nel 2009 nello spettacolo Le invisibili (regia di E. Giordano) al Teatro Valle di Roma. Ha curato numerose antologie tra le quali Rosso da cameraVersi erotici delle poetesse italiane- (2012). Attualmente organizza laboratori di lettura e scrittura poetica.

solario_andrea_514_salome_with_the_head_of_john_the_baptist_1506

solario_andrea_514_salome_with_the_head_of_john_the_baptist_1506

Giuseppe Napolitano: Del sogno che è la vita. Una impossibile guarigione.

 …Quanto ha goduto e quanto vorrebbe farci godere della sua scrittura, Letizia Leone, e quanta vita – sognata, immaginata o riflessa, raccontata – ci ha messo, in questo sogno straziante delle ultime ore di Giovanni il battista, anzi: delle prime ore dopo la sua morte? nel raccontare cioè in una sua forma teatrale (ma in versi) una vicenda stranota e stra-raccontata svariate volte, in forme le più svariate?

E quanto vale, per chi vale, a cosa, la poesia? Continuiamo – in tanti (qualcuno dice troppi, addirittura) – a scrivere e a pubblicare (“scrivere a questo mondo bisogna – disse Svevo –, pubblicare non occorre”) del più e del meno che ci capita o vorremmo ci capitasse o non abbiamo saputo evitare che capitasse proprio a noi… e lo diciamo perché altri, ma chi poi sono questi altri non è dato sapere, ci legga, ci ascolti, ci consoli, condividendo magari o solo venendo a conoscenza delle nostre più intime cose.
Cercare (e magari anche trovare) echi e suggestioni – riconoscibili, per quanto (magari anche) involontarie e inconsapevoli posano essere –, non rende comunque più facile definire questo libro lacerante e libidinoso di Letizia Leone. Ma così una prima definizione è già concepita: è un libro che si lacera nella libidine della parola (quella di chi scrive, e dei personaggi che vivono la vicenda presentata attraverso torrenti di parole, quasi monologando anche quando parlano tra di loro), invitando a delibarne ad libitum.

Libidine linguistica a cominciare dall’iniziale gioco dell’ossimoro, fin dal doppio ossimoro nella prima battuta (“luce umida” e “incendio freddo”, per non parlare della “festa buia”, nelle immediate vicinanze, e finire alla “fanciulla sfatta”): esaltazione di contrasti che si fondono per fondare una inquieta ridda rissa riffa di passioni e sentimenti, turbamenti e pulsioni. Attrazione e repulsione (e la “e” potrebbe tranquillamente essere accentata, a legare ancora di più i termini): in fondo è questo, è in questo sottile perverso eppure fascinoso gioco/giogo che si costruisce la pièce, animata dal contrasto continuo e risolta in una dichiarazione di impotenza (come se la fame e l’ingordigia, la voglia di piacere pur nello squallore di volgari attrazioni, finisca per divorarsi da sé e putrefarsi nello stesso alimentarsi da un banchetto succulento di vivande esiziali).

Letizia Leone rose-e-detriti cover5Le ascendenze – sempre a volerle ritenere tali, anche fossero citazioni inconsce – si vedono e non danno fastidio (un solo esempio: Salomè di Carmelo Bene). La stessa autrice non si nasconde: ha voluto provare a sfidare la conoscenza proponendone liberamente una sua visione, una “visione” (quasi di medievale discendenza…) ma librata nella sua mente.

Provoca un certo effetto straniante, per quanto accortamente definito “impossibile” nella didascalia introduttiva, l’ultimo monologo del Battista, che riempie metà del secondo episodio (bipartito, appunto, e decisamente equilibrato), perché nella seconda parte di quest’episodio c’è un altro monologo, quello di Erode, finora peraltro ben presente, ma nelle parole degli altri personaggi, il quale chiude la rappresentazione in un delirio di impotenza. Come delirante è l’orrida testa parlante, in terza persona peraltro, ad acuire ancora il distacco da una vita, rifiutata per eccesso di virtù.

Rose e detriti vuol essere, ed è, fin dal titolo di questo libro – scandaloso perché dedicato ad uno scandalo –, un proclama di libertà, rischio e azzardo in una spericolata scansione che insieme è del ritmo e del linguaggio. In bilico sempre tra sacro e profano, il linguaggio è di chi non ha paura dell’ovvio e sa come adattarlo al bisogno di un ritmo che al tempo stesso scatta e si rattiene, ancora secondo il bisogno dell’azione. In definitiva, pur leggendo un testo poetico, assistiamo ad una vera messa in scena, e siamo coinvolti in un torbido e turbinante eloquio, che non poco ci turba.

Salomé recibe la cabeza del Bautista, de Bernardino Luini

Salomé recibe la cabeza del Bautista, de Bernardino Luini

Quanto sia o possa davvero considerarsi attuale – in tempi di “bulimia consumistica” – discettare di lussuria e sacrificio, di esibizione della sessualità (anche priva di vero desiderio, poiché fine a se stessa, alla per nulla celata volontà di essere come si crede che si debba apparire – nemmeno sapendo più come essere chi si è), disquisire, anche in forma poetica, di massimi sistemi della morale potrebbe sembrare o dare l’impressione di velleitaria operazione narcisistica (nel fluire vorticoso del gusto, oggi, se ancora ha senso parlare di un gusto comune, oggi – se una volta aveva senso parlare di comune senso del pudore…).

Ma l’arte è tale, ancora e sempre, nel dire quel che normalmente si tace, nell’esprimere apertis verbis quanto – per abitudine, conformismo, timore o convenienza – si evita di manifestare. Allora è libertà anche lo sberleffo, o l’ironica fotografia di un reale che non ha il coraggio di guardarsi allo specchio. E qui sono speculari Erodiade e la sua schiava, la quale spesso le fa il controcanto, come un “doppio”, come a tirarle fuori il peggio che lei non riesce ad esprimere; e sono speculari Erode e il Battista: vittime entrambi – l’uno dell’altro!, e chi sa chi veramente ha perso la testa –, vittime soprattutto della femminile insaziabile violenza erotica. E, per carità… cambia poco davvero che l’abbia scritto una donna! cambia poco anche se dice molto: non ha sesso chi racconta la verità, chi costringe a leggere oltre la vita.
…Rose e detriti si chiude in un quadro da caduta dell’impero, con le milizie straniere alle porte, ma è la testa del Battista (“là sul vassoio ormai nero di mosche”) la bocca della verità, è la voce della coscienza (inascoltata, inascoltabile), è l’invito a razionalizzare la stessa foga (o la fuga) dei sensi, l’eruzione verbale, la smania (e la nausea) di un vivere oltre misura.

“Piccole cariche esplosive / grumi azzurri di pensiero”…

Non resta che raccogliere i cocci, i “detriti” di quelle “rose” che furono il passato splendore di un mondo appena posseduto.

Teatro di poesia: Ultimo monologo impossibile del Battista di Letizia Leone da Rose e detriti – Con un estratto dalla nota al libro  di Giuseppe Napolitano.

(Letizia Leone, Rose e detriti, FusibiliaLibriCollana: Palco -Collezione di teatro- 2015)

 

Lucas Cranach il Vecchio (1472, Kronach - 1553, Weimar), “Salomè

Lucas Cranach il Vecchio (1472, Kronach – 1553, Weimar), “Salomè

Voce fuori campo.
Descrizione

TESTA DI MORTO

È stato accertato con sicurezza:
nodose radici del collo
che pulite dal sangue brillano come cavi elettrici staccati
ma lacerati malamente
come se il capo fosse stato segato dal busto con un coltello corto
in una lotta feroce.

Le labbra? Un orlo di sangue.
Le chiome lunghe come si conviene agli invasati
o ai profeti perché si sa,
la forza del cielo si deposita sulle ciocche.

Tutti i capelli scomposti dal turbine delle parole
attraversati dal vento delle maledizioni
dai colpi caldi
dei godimenti inferiori
di una femmina di bastoni, tutti i nodi della tentazione

nel crine ferrigno e appiccicoso.
Quanto ha gridato quel Santo
con l’aria da sparo!
L’urlo gli usciva dalla coppa bucata a cui è ridotta
la bocca
questo blocco di terra rossa.

Che voluttà.
Quella donna tronfia della sua vergogna
di meretrice
gli si rivela – per tutti i giorni come pane quotidiano –
e senza stanchezza
cosi piena di grazia, lo assalta.
Lui, crocifisso alla sua croce invisibile;
lei si avvicina con pietà,
sempre più aderente alla pelle.
Una crociata contro anima e corpo:
certi spicchi di carne bianca gli ululavano
nella mente, nel cervello anzi, nel solo cervello
che l’anima, o la mente, o quello che di noi non ci
appartiene,
e in gravi preoccupazioni
ne si può dissipare
in gioia inutile… Gioia?!
Perché aveva usato quella parola?
Quando avrebbe dovuto dire diavolo? Maledetto
diavolo di donna e di odio.
La bastarda sconsacrata ammicca tutti i giorni
viscida cagna
senza sentimento. Lo aveva accarezzato
a sangue quella volta, quasi sfiorato,

ma per uno che e già morto da vivo
questi sono richiami, bruciature di tomba, tatuaggi
e la vertigine di un profumo è un oltraggio.

Si ripromise di combatterla
con bestemmie onnipossenti e
affogarla nelle ingiurie come si fa con le streghe
ingorde.

Ogni giorno la condannò
sebbene vacillante
larva del nulla ormai.
Era bastato lo sbandamento di una volta
per essere travolto dalla corrente
dei venti che ustionano il cuore.

Da allora inorridi nel vederla
mentre lei affinava le sue armi.

Il peso fossile di questo tormento
ha scavato segni sulla fronte
come solchi planetari
aperti da un ininterrotto brivido.

Ora pochi resti: una povera testa
tumefatta;
una palla da gioco
per una fanciulla sfatta che s’invola
sulle gambe, leggera Salomè
che ha voluto così
prima uccidere il poeta e poi il censore

ha voluto strappare gli occhi obliqui del santo
sempre pronti ad uncinare ogni desiderio
a spargere carbone,
a indurirla come un sasso
come sogno secco da non meritare… mai.

Poveri resti che parlate in modo chiaro
e confessate, inerti, i più cupi segreti
davanti a quest’orda
che festeggia il delitto.

Che dire dei lampi
rimasti accesi
dentro le pupille malgrado la morte?
Piccole cariche esplosive
grumi azzurri di pensiero
con dentro l’impronta
leggera di un ballo di seduzione

e nei timpani,
nel lago asciutto dell’orecchio
in un unico bozzolo di corno
i carmi degli incantamenti
o le canzoni allegre
note lanciate come mattoni
sui nervi. Tumefazioni.
Mentre nella camera più interna
nell’estremo padiglione soffia una ninnna nanna
suadente di Erodiade mamma:
“gioca bambino bello”… La falsa!

Si presentava con un amore casto
per cullare le ossa
all’uomo straziato dal buio e dalla fame
ma non era vero.
Una volta entrata nella cella del prigioniero
si strappava la maschera dell’amore celeste
e sussurrava
ne senti l’eco (se parli piano)
dell’implorazione:
“Si, toccami e anch’io ti tocco
a che serve vivere
dentro una voce, – (o dentro un foglio scritto) –
direbbe il poeta.
Sporcati, si anche con la mia mano
vellutata.
I miei seni…
ti faro togliere queste catene;
desisti dal continuo bestemmiare;
perché batti la testa e cerchi chiodi?”.

Sirena che indovinava i sogni.

Continua pure l’esplorazione,
leggi il racconto su queste pagine di carne
ulcerata:
guarda:
tanta saliva o bava a formare nel cavo della gola
più interna un lago
o forse uno specchio
se non una lacrima dove
(al microscopio) si direbbe e riflesso
un abbraccio,
anzi
il feroce amplesso di due bestie felici.

letizia leone

letizia leone

Giuseppe Napolitano, nato a Minturno (LT) nel 1949, risiede a Formia. Si è laureato in Lettere a Roma con una tesi sul teatro surrealista francese ed ha insegnato per trentatré anni, quasi sempre nei Licei. Ora si occupa a tempo pieno di promozione culturale: nel 2006 ha fondato una sua etichetta editoriale: “la stanza del poeta”, nella quale sono apparsi centoundici piccoli libri (suoi e di numerosi autori del bacino mediterraneo). La sua poesia è tradotta in quindici lingue, tra cui arabo, serbo, esperanto, estone, turco, armeno. Pubblicazioni più recenti: Antologia (poesie 1967-2007, a cura di Stelvio Di Spigno), 2008; Genius Loci (18 poesie per Normanno Soscia), 2009; Ditet e Naimit (premio “Venafro”), 2009; Tren po tren (Momento per momento, con traduzione in serbo di Dragan Mraovic), 2011; Pintar la luz /Dipingere la luce (traduzioni da Gustavo Vega), 2012; È questo un figlio?, 2012; A repentaglio, 2015; Cartoline da Gaeta, 2015; Seminari di lettura, 2015.

4 commenti

Archiviato in poesia italiana contemporanea, teatro