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STRONCATURA DI UNA POESIA di Dante Maffìa con un commento di Giorgio Linguaglossa preceduto da una riflessione di Annalisa Andreoni

Giorgio Linguaglossa in-campagna 2013

Giorgio Linguaglossa in-campagna 2013 nella villa di Salvatore Martino, fuori Roma, foto di Pepito

 Ha scritto di recente Annalisa Andreoni: «il compito di un buon giornalista, anche quando scrive di cultura, rimane prima di tutto quello di informare il lettore in maniera intelligente ed equilibrata, e non quello di validare la bontà di quello che viene proposto. E neanche voglio riferirmi agli interventi, sempre più frequenti, di scrittori che parlano di altri scrittori, i quali spesso scrivono di quanto sono bravi i colleghi per dovere di scuderia. Ma chi fa professione di critico letterario svolge, o dovrebbe invece svolgere, un mestiere diverso.

Guardando alla situazione generale, è un dato di fatto che negli ultimi anni si siano avvicinate pericolosamente la pratica della promozione e la pratica della critica. Il circo Barnum dei premi letterari ha contribuito, forse più di ogni altra cosa, a questa commistione, reclutando tra le file dei giurati molti critici, che finiscono, chissà come, per premiare le scelte più sponsorizzate dalle case editrici. Ma anche lo svilimento della pratica del consulente editoriale, un tempo gloriosa, e la proliferazione delle agenzie letterarie giocano un ruolo non irrilevante. Ora, la promozione è una cosa importante e legittima, perché un libro è prima di tutto un prodotto, al quale hanno lavorato molte persone, il futuro delle quali dipende dalla sua buona riuscita. Se io su un giornale leggo invece un critico, voglio che sia capace di discernere quanto in un romanzo c’è di volontaristico, mal riuscito e velleitario. Mi aspetto che sia in grado di analizzare lo stile e la lingua di un autore, di individuare se vi sia o meno uno scarto rispetto alla comunicazione verbale quotidiana e di distinguere il lavoro profondo che uno scrittore vero fa sulla lingua dalla retorica un tanto al chilo; di capire quanto, nell’autofiction oggi praticata, sia sbrodolamento diaristico, e quanto nella trama ci sia di trito e già visto persino nelle telenovelas; mi aspetto, infine, che si prenda la responsabilità di valutare esteticamente l’oggetto di cui mi parla in quanto opera letteraria e di dirmi se vale la pena che io, lettore affamato di buona letteratura, lo legga oppure no.

Onto Linguaglossa triste

Giorgio Linguaglossa, 2011

 

Il critico militante dovrebbe tenere bene distinta la propria funzione da quella del sociologo della letteratura, al quale tocca studiare e spiegare anche tutto ciò che va sotto il nome di paraletteratura, inclusi i romanzi che una volta si chiamavano d’appendice. E’ il sociologo della letteratura che deve studiare perché si vendano centinaia di migliaia di copie di questi testi e dirci in che cosa sono rappresentativi della nostra contemporaneità. Il critico letterario, invece, non dovrebbe prendere sul serio tutto ciò che viene pubblicato, sulla base dell’assunto che la realtà è questa e che il suo compito è quello di interpretarla.

Se non tocca ai critici militanti dire che un romanzo è mediocre e non merita affatto di essere letto e studiato come si fa con la buona letteratura, a chi tocca? E non mi riferisco tanto alla pratica della stroncatura, in cui i critici si cimentano talora sui giornali con gli autori che non sopportano, quanto all’usanza, molto meno praticata, di tener alta l’asticella qualitativa con gli scrittori ai quali guardano con benevolenza. E’ innegabile che la letteratura, oggi, salvo poche voci note, soffra della mancanza di un tale ruolo».

(Annalisa Andreoni)

dante maffia

dante maffia

Una poesia di Dante Maffìa (candidato al Nobel per la letteratura dal Consiglio comunale di Roseto Capo Spulico)

Apro una pagina a caso della Antologia di Dante Maffìa La casa dei falconi. Poesie 1974-2014 puntoacapo, 2014 a pagina 143, e leggo la seguente composizione:

Sul precipizio delle cose: lezione ultima

  Il desiderio si arrende soltanto alla forma e la forma amata non sapremo mai da che cosa è determinata, forse dalle abitudini del succhiotto, forse dal roteare degli occhi mentre la madre allatta. Nella tettarella si concentrano vocali e consonanti e poi si dispiegano in azioni e pensieri che fanno le sorti del mondo. Il corpo viene chiuso nell’involucro degli stimoli primordiali. E se indugi nei riverberi ti accorgi che da ogni lato sfugge la consonanza e l’accordo per farsi improbabile dissenso inchiodandoti a un dopo di cui non sarai parte.

giorgio linguaglossa sul mare Ionio 2013

giorgio linguaglossa sul mare Ionio 2013

Commento di Giorgio Linguaglossa

Mi chiedo: «E la poesia?, a che punto sta la critica militante della poesia?». E mi rispondo: «In nessun luogo, la critica è come l’utopia, abita il non luogo dell’Utopia».

Ma come si fa, dico io, a scrivere in un italiano così sciatto, approssimativo, incongruo, maldestro, improvvisato che viola sistematicamente l’ossatura della lingua italiana: la sua sintassi. Come si sa, la sintassi è l’ossatura di una lingua, la legislazione interna che regge la lingua, su di essa si possono plasmare i muscoli e il sistema nervoso centrale e periferico, senza di essa, o violandola, è come voler edificare un castello con la sabbia. Ebbene, mi chiedo, come si fa a scrivere il primo enunciato:

«Il desiderio si arrende soltanto alla forma»

Che cosa vuole significare (comunicare) l’autore con questa frase?, che il «desiderio» si arresta dinanzi alla «forma»? Che la «forma» sconfigge il «desiderio?». E mi chiedo: che cosa vuole significare (comunicare) l’autore con questo misterioso enunciato?, qual è il significato, diciamo, filosofico, di un tale enunciato sibillino?. Mistero della fede. Ma passiamo alla seconda frase:

«e la forma amata non sapremo mai da che cosa è determinata»

Ma, mio caro Maffìa, questa è una filosofia spicciola che lei ci sta dando, dopo duemilaequattrocento anni di studi filosofici sulla «forma» lei ci dice che «non sapremo mai da che cosa è determinata». A parte la superficialità di un tale frasario, mi colpisce l’assoluta misconoscenza dei problemi estetici che lei ha Maffìa, intendo problemi della «forma», l’arroganza con la quale erige la sua ignoranza dei problemi estetici ad assioma imperativo che vuole coinvolgere anche il lettore, tutti i lettori, ma mi stupisce anche il candore con il quale viene esternata questa filosofia spicciola come monumento di saggezza popolareggiante (o meglio, di arroganza di chi ignora le problematiche filosofiche). Ma è la precarietà intellettuale della fraseologia che segue che mi lascia veramente allibito e mi turba:

«forse dalle abitudini del succhiotto, / forse dal roteare degli occhi mentre la madre allatta»

Se ho capito bene, le questioni di «forma» «forse» dipendono «dalle abitudini del succhiotto». Beh, non nascondo il mio stupore dinanzi ad una simile lallazione di tale formidabile fraseologia. Indubbiamente, che la «forma» dipendesse dal «succhiotto» erogato in tenerissima età, a tale vertice di pensiero non c’era arrivato nessun filosofo. Resto basito. Ma, queste paralogie (o meglio, questo pressappochismo del pensiero), in confronto a ciò che segue sono nulla. Ecco il versicolo seguente:

«Nella tettarella si concentrano vocali e consonanti»

Resto ulteriormente basito. Sono sconvolto. Dunque, se ho capito bene, i problemi del linguaggio poetico («vocali e consonanti») dipendono dalla «tettarella». Lascio ai lettori ogni commento, non aggiungo altro. Ma quel che segue è ancora più sconvolgente:

«e poi si dispiegano in azioni e pensieri / che fanno le sorti del mondo».

Se abbiamo capito bene dalla «tettarella» si dispiegano azioni e pensieri che «fanno» «le sorti del mondo». A questo punto chiedo l’aiuto dei lettori perché non riesco ad afferrare come dalle «tettarelle» possano dispiegarsi «azioni e pensieri che fanno le sorti del mondo». Si tratta indubbiamente di un pensiero filosofico di straordinario pressappochismo e supponenza espresso con una sintassi claudicante e approssimativa: sarebbero le «azioni e i pensieri» «che fanno» «le sorti del mondo». Mi fermo un momento, ho bisogno di riprendere fiato, non riesco a capire come una persona di 68 anni che ha insegnato nelle scuole pubbliche possa pensare di esprimersi con questi frasari acconciati alla bell’e meglio. Ma non è finita, la frase seguente mi lascia ancora più sbigottito:

«Il corpo viene chiuso nell’involucro degli stimoli primordiali»

E qui perdo definitivamente il bandolo della matassa: adesso è subentrato «il corpo» che se ne sta «chiuso nell’involucro degli stimoli primordiali». A parte l’efferatezza dell’idioletto con il quale l’autore si esprime, di una bruttezza strabiliante, non riesco neanche a comprendere che cosa voglia dire l’autore o a che cosa alluda. Questi frasari trasudano letture frettolose e superficiali, questo linguaggio è la spia di una irredimibile subalternità culturale dell’autore calabrese. Il linguaggio poetico è uno strumento sensibilissimo frutto di secolari stratificazioni che necessariamente rifugge dalle semplificazioni e dai barbarismi di chi è culturalmente un provinciale subalterno: il linguaggio ti scopre e ti rivela sempre per quello che scrivi, non c’è possibilità di sfuggire alla legislazione della Lingua, alla sua sorveglianza. Finché è in vigore, la Lingua esercita sempre la sua jurisdictio sui suoi sudditi.

La frase seguente è:

«E se indugi nei riverberi»

E che cosa significa?, annoto che è impossibile nella lingua italiana che un soggetto indugi nei «riverberi» (e poi, riverberi di che cosa?), vocabolo certamente errato e incongruo che la fretta e la superficialità dell’autore ha ficcato dentro la composizione per darle forse, a suo avviso, lustro o profondità, e che invece rivela il pressappochismo dei suoi strumenti linguistici.

La fraseologia che segue rischia il diapason del  drammatico:

«ti accorgi che da ogni lato sfugge la consonanza o l’accordo»

Veramente un monumento di non senso o di un pensiero inespresso e inesprimibile che non entra nelle scarse attitudini linguistiche dell’autore, prodotto di una violazione sistematica delle regole sintattiche e semantiche oltre che della logica. Chiedo aiuto ai lettori: che cosa vuole dire questa fraseologia malconcia?

Il finale però è un vero monumento al pressappochismo e alla faciloneria di chi proviene da una cultura subalterna:

 «per farsi improbabile dissenso / inchiodandoti a un dopo di cui non sarai parte».

 Così finisce questa drammatica composizione di fraseologie spurie e a-significanti. Non riesco a capire (sintatticamente) a chi si riferisca il lemma «dissenso» messo in relazione con quell’«inchiodandoti a un dopo», mi sfuggono sia il soggetto che l’oggetto di questa composizione, mi sfugge l’argomento che ha in mente l’autore, mi sfugge anche con chi e per che cosa l’estensore di queste fraseologie sta polemizzando. Quello che resta al lettore è un senso di disagio nei confronti dell’estensore di questa malconcia composizione, nei confronti della sua lingua pressappochista e improvvisata, avverto sulla pelle un senso di contaminazione per la bruttura, non tanto e non solo delle singole fraseologie, quanto dell’insieme, del tutto sgradevole, pasticciato, supponente e maldestro. Un vero circo Barnum di fraseologie mal messe in lingua italiana.

 Rammento che dopo aver dato alle stampe il suo penultimo libro di “poesia” di 700 pagine, il Maffìa mi diceva vantandosene che la sua “poesia” era come un battaglione di carri armati che avrebbe asfaltato la poesia italiana del Novecento. Io, che avevo letto in anteprima alcune sue “poesie”, gli dissi incautamente che forse «era necessario intervenire con le forbici e lasciare il materiale a dormire per un po’». Il Maffìa mi guardò dall’alto del suo soggolo poietico con manifesta commiserazione. Cinque mesi più tardi uscì un altro volume di poesie di 550 pagine. “Un altro battaglione di carri armati”, pensai. Nel frattempo adottai la decisione di interrompere qualsiasi rapporto con questa persona.

 (Giorgio Linguaglossa)

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