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TORNARE ALLA CORTE DI CESARE? TRE POESIE INEDITE – RISPOSTA DI GIULIO DECIMO A GERMANICO di Francesco Tarantino

legionario sul set

legionario sul set

statua di giulio-cesare

statua di giulio-cesare

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Francesco Tarantino

Ancora a Germanico
da Giulio Decimo che non si rassegna

Non vidi corvi alzarsi in volo,
tanto meno aquile cadere,
e i leoni restan sugli spalti
confusi tra la folla e i gladiatori
con la massa di plebei che attende
il responso del divino e la morte.
¿Che cosa speri, Germanico,
che si scateni l’inferno al tuo segnale?
Son finiti i tempi degli incantatori
e Cesare stavolta ti ha tradito:
è vero, ti teme ma non sa
che dietro a ogni maschera
ci sta un avvinazzato
che non ascolta più il comando
del suo imperatore.
Rinfodera la spada, Germanico,
e corri via, lontano
dalla corte e dai serpenti,
dai cornuti incesarati
e dalle mogli compiacenti.

Quando s’alzarono in volo i sette corvi
e io vidi lo strascico dei martiri:
i crocefissi con le gambe spezzate,
e un pianto di madri a brevi singhiozzi
inciampare tra i denti e la gola arsa
e l’umana pietà tradursi in risate
verso un Dio che non ama i profeti,
ebbi un sussulto e un conato di vomito!

¿Odi, Germanico, i venti contrari
e le torme di barbari ai confini?
Non andare in nome del tuo Cesare
deponi le lance ai loro piedi
e con scudi e spade fanne pure un falò:
starò ad aspettarti finché ritorni
e ti terrò con me finché lo vorrai.

Roma statua
A Selene per intercessione

 

Mia, tu unica e dolce riva,
ti scrivo in un giorno che è già domani
da un posto lontano dal mare
dove non sono accampati soldati
né cortigiane a tendere tranelli.
Non è facile incamminarsi
in un vortice di amarezza
tra le delusioni di gente andata
ormai impercettibile: estranea!
Quasi a vergognarsi girano muti
e arrancano sugli scalini
patibolari e insanguinati
che trasudano morte,
singhiozzi, lacrime e maledizioni:
l’eco d’accuse senza assoluzioni
con il beneplacito delle folle
genuflessanti al Cesare divino.
Tu, che di riconoscenza sei piena,
ascolta Giulio Decimo, l’amico:
ferma Germanico prima del tardi!
Anch’egli tuo amico e liberatore;
la follia lo sta invadendo,
quel suo sogno di abbattere Cesare
– la sua unica ragione di vita –
lo conquisterà e diverrà un despota
al pari di chi pensa essere il migliore.
Tu, schiava un tempo, oggi libera,
intercedi presso il mio comandante
e strappagli dal cuore questa voglia
di andare a morire e con lui: ¿quanti altri?
Tu che puoi acceca la sua distruzione
e non aver timore: ti ascolterà!
Perché sente le vibrazioni
delle tue pene e delle tue memorie,
il sangue caldo che ti scorre dentro
e che ti fa libera.
Intercedi per un amico
presso un amico: preservalo
dalla morte e dalla malinconia.
Ti resterò devoto come sempre
e t’innamorerò d’un altro sogno. Continua a leggere

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POESIE SUL TEMA DEL SIGNOR COGITO – Zbigniev Herbert, Ryszard Krynicki, Giorgio Linguaglossa, Francesco Tarantino, Sandra Evangelisti

Cogito Esculapio

 

testa bronzea di Augusto

testa bronzea di Augusto

Il Signor Cogito è l’uomo dell’Occidente. Colui che pensa dunque è. Herbert in questa poesia lo invita ad agire, perché il pensiero guida l’azione e, quest’ultima è un atto insieme etico, politico e, soprattutto, estetico. Gli rispondono, sul tema, Ryszard Krynicki, Giorgio Linguaglossa, Francesco Tarantino e Sandra Evangelisti.

(traduzioni dal polacco di Paolo Statuti)

 

 

 

Cogito soldati romani

Scuola di Atene, Raffaello i filosofi

Scuola di Atene, Raffaello i filosofi

 Zbigniev Herbert

Il sermone del signor Cogito

Va’ dove andaron quelli fino all’oscura meta
cercando il vello d’oro del nulla – tuo ultimo premio

va’ fiero tra quelli che stanno inginocchiati
tra spalle voltate e nella polvere abbattute

non per vivere ti sei salvato
hai poco tempo devi testimoniare

abbi coraggio quando il senno delude abbi coraggio
in fin dei conti questo solo è importante

e la tua Rabbia impotente sia come il mare
ogni volta che udrai la voce degli oppressi e dei frustati

non ti abbandoni tuo fratello lo Sdegno
per le spie i boia e i vili – essi vinceranno
sulla tua bara con sollievo getteranno una zolla
e il tarlo descriverà la tua vita allineata
e non perdonare invero non è in tuo potere
perdonare in nome di quelli traditi all’alba

ma guardati dall’inutile orgoglio
osserva allo specchio la tua faccia da pagliaccio
ripeti: m’hanno chiamato – non credo ch’io sia il migliore

fuggi l’aridità del cuore ama la fonte mattutina
l’uccello dal nome ignoto la quercia d’inverno
la luce sul muro il fulgore del cielo

ad essi non serve il tuo caldo respiro
son solo per dirti: nessuno ti consolerà

bada – quando la luna sui monti darà il segnale – alzati e va’
finché il sangue nel petto rivolgerà la tua scura stella

ripeti gli antichi scongiuri dell’uomo fiabe e leggende
raggiungerai così quel bene che non raggiungerai

ripeti solenni parole ripetile con tenacia
come quelli che andaron nel deserto perendo nella sabbia

e ti premieranno per questo come altrimenti non possono
con la sferza della beffa con la morte nel letamaio

va’ perché solo così sarai ammesso tra quei gelidi teschi
nel manipolo dei tuoi avi: Ghilgamesh, Ettore, Rolando
che difendono un regno sconfinato e città di ceneri
sii fedele va’ Continua a leggere

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TORNARE ALLA CORTE DI CESARE? – SUL TEMA DI ZBIGNIEV HERBERT: IL RITORNO DEL PROCONSOLE – Francesco Tarantino EPISTOLA DI GIULIO DECIMO AL GENERALE GERMANICO – Inedito

roma cesare

roma lupa capitolina

 

 

 

 

 

 

Il comandante di coorte Giulio Decimo risponde alla epistola del suo generale Germanico, compagno d’armi d’un tempo, che lo incita alla rivolta contro Cesare «padrone del mondo», con un rifiuto, gli dice che preferisce restare in provincia con «gente d’ulivo e falegnami» piuttosto che svernare a Roma «tra gli accattoni e gli arrampicatori», «puzzoni, infami mangiatori di cani, d’uccelli e di pollastrelle».

roma il_gladiatore_colosseo

Cogito a Roma

 

 

 

 

 

 

Francesco Tarantino

Un addio? Forse.
da Giulio Decimo a Germanico

Si, Germanico, raccontagli pure
le cazzate che vuoi e altre menzogne,
le improbabili vendette e le corna;
raccontagli il sangue versato e versa
veleno nella sua obnubilata
coscienza (se mai ne ha avuta una)
e tappagli le orecchie ché non senta
le grida, i lamenti di tutti i lutti
seminati e raccolti dalle madri
d’ignari soldati e dei centurioni,
da spose e sorelle e teneri amori.
Consolalo, nelle notti d’angoscia,
il tuo Cesare padrone del mondo,
il condottiero assetato di sangue,
il Deo del verminaio romanico,
il cinto d’alloro tra i senatori:
altri puzzoni, infami mangiatori
di cani, d’uccelli e di pollastrelle.
¿Ma dimmi, Germanico, sei sicuro
ch’è questa la volontà degli dei?
Forse dei tuoi che non sono, certo, i miei!
Tranquillo, amico di un tempo, ora non so!
Me ne resto qui, in questo esilio d’oro,
però non gioco a dadi coi bifolchi
– noi non siamo compagni di merende –
infatti non stiamo nella tua Roma
tra gli accattoni e gli arrampicatori.
Siamo gente d’ulivo e falegnami
piantatori di vigne e di memorie,
seminatori di sementi e pace,
falciatori di grano e di erbe amare,
coltivatori di orti ed altre essenze,
costruttori di flauti, di arpe e cetre.
E alla bella Selene non mentirle:
liberala da assurde devozioni
e lasciala vivere nuovi amori.
¿Dimenticarti? No, non potrei farlo!

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LA GRANDE BELLEZZA DI ROMA – SUL TEMA DI ZBIGNIEW HERBERT: IL RITORNO DEL PROCONSOLE. Zbigniev Herbert, Giorgio Linguaglossa, Sandra Evangelisti, Francesco Tarantino

Il Mangiaparole rivista n. 1 

Zbigniew Herbert

Il ritorno del proconsole

Ho deciso di tornare alla corte di Cesare
ancora una volta proverò se è possibile viverci
potrei restare qui nella remota provincia
sotto le foglie del sicomoro piene di dolcezza
e il mite governo dei malaticci nepoti
quando tornerò non intendo cercare meriti
offrirò una parca dose di applausi
sorriderò di un’oncia aggrotterò le ciglia con discrezione
non mi daranno per questo una catena d’oro
questa di ferro deve bastarmi
ho deciso di tornare domani o dopodomani
non posso vivere tra le vigne tutto qui non è mio
gli alberi sono senza radici le case senza fondamenta la pioggia
è vetrosa i fiori odorano di cera
un’arida nube bussa sul cielo deserto
in ogni caso tornerò dunque tornerò domani dopodomani
bisognerà di nuovo intendersi con il volto
con il labbro inferiore perché sappia reprimere lo sdegno
con gli occhi perché siano idealmente vuoti
e con il povero mento lepre del mio volto
che trema quando entra il capitano delle guardie
di una cosa sono certo non berrò il vino con lui
quando accosterà la sua ciotola abbasserò gli occhi
e fingerò di estrarre dai denti le tracce del pasto
cesare del resto ama il coraggio civile
entro certi limiti entro certi ragionevoli limiti
in fondo è un uomo come tutti gli altri
e ne ha abbastanza dei trucchi col veleno
non può bere a sazietà incessanti scacchi
la coppa a sinistra per Druso nella destra bagnare le labbra
poi bere soltanto acqua non staccare gli occhi da Tacito
uscire in giardino e tornare quando già hanno portato via il corpo.
Ho deciso di tornare alla corte di cesare
spero proprio che in qualche modo ci intenderemo

(traduzione di Paolo Statuti)

Roma_legionari in marciaGiorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa

Il generale Germanico scrive al suo comandante di Coorte Giulio Decimo

…mio amato Giulio Decimo, tu dici
che «non son sicuro di voler tornare
ma tornerò alla corte di Cesare,
domani o anche dopodomani».

Cosa vuoi che ti dica?, un tempo
sei stato un valoroso soldato,
il tuo generale era fiero di te,
vessillifero della centuria, ti ho visto in
cento battaglie sempre davanti ai manipoli,
forse sei stato inviso agli dèi ctonii
se mille frecce non ti hanno colpito
e cento spade si sono spezzate sul tuo scudo…

Tu mi dici che adesso pianti gli alberi
di ulivo sui declivi dei colli di Miromagnum
e insegni ai bambini le poesie di Ennio
e dei neoteroi di Roma, e che sei
contento così, che il tuo animo
ha trovato la quiete che cercavi…
Lascia che io ti dica come tutto ciò è fallace amico mio

Cesare si pasce della nostra quiete,
lui è munifico e beffardo, sordido
e astuto, distribuisce frumento
alla plebe, sesterzi ai fedeli pretoriani
e spettacoli con i tori, i leoni e con curiosi
cavalli dal lungo collo che vengono dall’Africa,
le arene sono rosse per il sangue
dei gladiatori, i prezzi della Suburra
sono alla portata di tutte le tasche
e il regime è democratico, temperato;
ci danno ad intendere che il Principato
sia lo sbocco naturale del peripato…
Cinquanta inverni ci pesano sul volto
attraversato da spighe di grano maturo.

Ti chiedo: per quanto tempo ancora dovremo
Roma1 tollerare questo Cesare di argilla?
Per quanto tempo ancora dovremo fingere
assenso alle sue magagne e inneggiarlo
con iperboli sottili e lambiccate?
Per quanto tempo, Giulio Decimo?
Già, dicono le folle che Cesare è magnanimo,
che alla corte di Cesare c’è posto,
che c’è sempre un posto al sole
per chi accetta di stare all’ombra.
«Appunto – dico io – per chi accetta di stare all’ombra». Continua a leggere

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SUL TEMA DI ZBIGNIEW HERBERT: IL RITORNO DEL PROCONSOLE. Zbigniew Herbert, Giorgio Linguaglossa, Francesco Tarantino

 

Zbigniew Herbert

Il ritorno del proconsole

Ho deciso di tornare alla corte di Cesare
ancora una volta proverò se è possibile viverci
potrei restare qui nella remota provincia
sotto le foglie del sicomoro piene di dolcezza
e il mite governo dei malaticci nepoti
quando tornerò non intendo cercare meriti
offrirò una parca dose di applausi
sorriderò di un’oncia aggrotterò le ciglia con discrezione
non mi daranno per questo una catena d’oro
questa di ferro deve bastarmi
ho deciso di tornare domani o dopodomani
non posso vivere tra le vigne tutto qui non è mio
gli alberi sono senza radici le case senza fondamenta la pioggia
è vetrosa i fiori odorano di cera
un’arida nube bussa sul cielo deserto
in ogni caso tornerò dunque tornerò domani dopodomani
bisognerà di nuovo intendersi con il volto
con il labbro inferiore perché sappia reprimere lo sdegno
con gli occhi perché siano idealmente vuoti
e con il povero mento lepre del mio volto
che trema quando entra il capitano delle guardie
di una cosa sono certo non berrò il vino con lui
quando accosterà la sua ciotola abbasserò gli occhi
e fingerò di estrarre dai denti le tracce del pasto
cesare del resto ama il coraggio civile
entro certi limiti entro certi ragionevoli limiti
in fondo è un uomo come tutti gli altri
e ne ha abbastanza dei trucchi col veleno
non può bere a sazietà incessanti scacchi
la coppa a sinistra per Druso nella destra bagnare le labbra
poi bere soltanto acqua non staccare gli occhi da Tacito
uscire in giardino e tornare quando già hanno portato via il corpo.
Ho deciso di tornare alla corte di cesare
spero proprio che in qualche modo ci intenderemo

(traduzione di Paolo Statuti)

 

Giorgio Linguaglossa

Un giorno o l’altro tornerò alla corte di Cesare

Un giorno o l’altro tornerò alla corte di Cesare.
Non posso stare qui in eterno in questa villa di campagna
all’ombra del sicomoro e al canto degli uccelli
nell’aria vetrosa del mio esilio
ad attendere un cenno che non verrà.
Ho deciso: domani andrò alla corte di Cesare.
Mi chiederà Cesare le ragioni della mia insolvenza?
Userà clemenza o pretenderà la mia resa
dinanzi al Senato? Userà il bastone o la carota?
Mi imporrà una resa senza condizioni?
O mi lascerà parlare, spiegare le mie ragioni?
Sia come sia, ho deciso, mi devo preparare,
in fin dei conti l’imperatore ha bisogno di soldati
e non va tanto per il sottile, bada al sodo
e al solidus. Mi riabiliterà?, o mi darà in pasto
alle murene della sua piscina? Non lo so
e non lo voglio neanche sapere ma ciò che so
è che non posso stare qui in eterno
all’ombra del sicomoro e al canto degli uccelli.

A un battito di mani accorrono le schiave.
«Portatemi la praetesta con la danda bianca,
i calzari di cuoio e la tunica lussuosa».

Adesso sono pronto. Ho già fatto testamento.
In ogni caso mi preparo al peggio.
Ho deciso: domani andrò alla corte di Cesare,
gli dirò che amo la vita di campagna
stare in compagnia di villici e di bifolchi,
in qualche modo mi giustificherò,
lui capirà, capirà che faccio ammenda
dei miei trascorsi, mi riabiliterà,
sorriderà di certo, non so se di scherno
o altro, vedremo…

 

francesco tarantino 0

Francesco Tarantino

Eppur mi tocca ritornare

Com’è dura recalcitrare!
Eppur mi tocca ritornare,
a quale corte non oso decidere
che sia Cesare o qualunque altro porco
non sarà la calma della provincia
né l’ondeggiar di foglie ai sicomori:
lascerò ogni dolcezza e sentimento
per inchinarmi ai cortigiani
di un potere malato e nepotista.
Non ho meriti e non li cerco,
le mani sono pronte ad applaudire
quel che resta di un discorso profano
interrotto allorquando
mi allontanai per viver tra la gente.
Porto un fardello che non mi appartiene,
intriso di catene e di memorie,
di passi ridondanti nella mente
serrati da cancelli senza scorie.
Sarà per domani o dopodomani
che abbandonerò le vigne, le case
e tutto quanto non ha più radici;
lascerò le nubi intorno al deserto
e non aspetterò che il cielo
venga a domandarmi con che coraggio
riporterò il mio piede e gli occhi
e il mio sdegno al capitano
delle guardie e degli incantatori.
– No, statene certi, non berrò con lui! –
No, non mi fido del suo vino
dolce, al miele ma pieno di veleno!
Ad occhi chiusi fingerò di bere
e affilerò i denti restando muto
fino all’ultimo colpo di martello
col plauso di Cesare e degli dei
tra i pretoriani e le baccanti.
In fondo sono un uomo come gli altri
e ne ho abbastanza di giocare a scacchi
stando attento a Druso o a Tacito,
a quelli di sinistra
che vanno in giardino e tornano,
dopo aver seppellito il corpo
e lavano nell’acqua le lor colpe.
Non son sicuro di voler tornare
ma tornerò alla corte di Cesare,
domani o anche dopodomani,
sperando che c’intenderemo.*
* Risposte ad una poesia di Zbigniev Herbert

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“La Grande Bellezza” di Roma. Atto secondo. Due Epistole di Francesco Tarantino e Giorgio Linguaglossa

Roma3Francesco Tarantino

Replica di Lucio Decio a Germanico: Dimenticarti?

Come potrei dimenticarti
dopo aver condiviso il pane,
le donne ed il vino ed il dispiacere
per un imbroglio dell’imperatore,
lo sciagurato tempo dei fantasmi
che ancora inquietano le tristi notti
di lune incandescenti e piene,
di ululati e lamenti dall’inferno;
di quanti ne abbiamo ammazzati
Roma2e non sono stati ancora vendicati,
perché Cesare è ancora vivo
e ci rende schiavi di quel passato
ogni volta che la luna si fa piena.
Potrei vivere anch’io nella calma
sotto un sicomoro o al pascolo
tra i cani che badano al gregge
e leccano le mie ferite
che non si sono chiuse ancora.
Roma statuaTu lo sai, caro amico,
quante cicatrici mi porto addosso,
come sigilli di battaglie
e di agguati nelle notti di luna
– è la stessa luna che non mi lascia
dormire – che s’illumina d’argento
e nel suo canto algido
mi scava nel profondo e mi domanda
il conto delle mie magagne.
Roma1Anche il canto degli uccelli suona in me
come una litania di soccorso
che non m’abbandona e ancor mi sospinge
verso un’inquietudine
di giorni senza compimento.
No, non ti dimentico compagno mio;
no, non posso, non voglio, non ci riesco:
se innamorarsi è proprio così facile,
dimenticarti è davvero difficile! Continua a leggere

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Su “La Grande Bellezza” di Roma, capitale dell’Impero universale. Poesie di Giorgio Linguaglossa, Francesco Tarantino, Antonella Antonelli, Antonio Coppola

Scene from film CALIGULA (1979) starring HELEN MIRREN.   FOR USE Immagini tratte dal film Io Caligola (1979) di Tinto Brasscaligola 1

Giorgio Linguaglossa

a Giulio Decimo sulla Grande Bellezza dell’Urbe

Un giorno o l’altro scriverò una lettera
a Giulio Decimo, gli dirò della Grande Bellezza dell’Urbe,
gli dirò che c’è un tempo interiore
ed un tempo esteriore,
gli dirò che è tempo di rientrare in patria,
gli dirò che gli ostracismi sono finiti,
che l’imperatore ha condonato gli eslegi
ed ha concesso l’indulto a tutti i malfattori,
gli scriverò: «ti prego Giulio Decimo
torna nella tua Roma, ritorna come sei,
come un cittadino qualunque: se sei povero
ritorna come povero, se sei ricco ritorna
in quanto ricco; le tue sostanze?, no
mio caro, non verranno confiscate,
e poi, perché dovrebbe?
Caligola_film_1979In fin dei conti Cesare è clemente, magnanimo,
preferisce tenere in vita i suoi nemici,
così può sempre ricattarli, morti non saremmo
utili alla sua causa, non credi?.
In fin dei conti, si vive bene qui nell’Urbe,
qui il tedio non è di casa, gli amores
non mancano, le matrone non sono certo caste
Caligula 3-come nella sperduta Bitinia, alle terme
non ci si annoia, e poi qui tutto è spettacolo
circense, qui tutto è frivolo e leggero,
dal Tevere spira il tiepido vento del Tirreno
e gli uccelli gorgheggiano anche d’inverno,
e l’inverno è mite quant’altri mai
e ci sarà dolce annegare in questa città».
Devo affrettarmi a scrivere a Giulio Decimo,
devo fare in fretta, gli dirò che mi sono ricreduto,
lo pregherò di tornare, che il tempo si è compiuto,
gli dèi sono fuggiti, che la città eterna
continuerà ad essere eterna, e così via…
mi devo sbrigare, sì,
scriverò a Giulio Decimo, gli dirò
di far presto, che non è mai troppo tardi,
di non frapporre il tempo al tempo,
così potremo reciderci le vene dei polsi
al tepore delle vasche delle terme,
e insieme brinderemo con il rosso vino di Falerno,
potremo vivere gli ultimi istanti della nostra vita
che ormai non ha più senso…

Giorgio Linguaglossa e Socrate

Giorgio Linguaglossa

Risposta di Giulio Decimo a Germanico

Caro generale Germanico
il tuo fidato amico Giulio Decimo è stanco
ha il ventre molle e le gambe malferme,
sono vecchio caro amico
per tornare a Roma,
e poi, come ci tornerei?, da vinto?, da servo?,
perdonami Germanico, perdona
la mia stoltezza, o la mia viltà,
chiamala come vuoi,
la nostra è stata una seconda Teutoburgo,
caligolasiamo dei vinti, amico mio, e poi
quale Roma vedrei?, la Roma di Mecenate
con il suo codazzo di poeti di corte
e di pretoriani?, no, caro amico,
risparmiami questo scacco, quest’onta,
un’altra disfatta sarebbe rovinosa,
non potrei tollerarla,
preferisco stare qui, nella mia villa
a Calcedonia, lontano dalla vile lussuria dell’Urbe
voglio stare qui all’ombra del sicomoro
e al dolce canto degli uccelli
ad occuparmi della mia insalata che coltivo
con mestizia,
Roma è un lontano ricordo
che voglio allontanare sempre di più,
sempre di più.
Voglio dimenticare Roma, le sue meretrici
e i suoi poeti di corte,
voglio dimenticare la mia vita passata,
le nostre gloriose battaglie,
le nostre ingloriose sconfitte,
adesso voglio riposare, lasciami,
amico mio riposare all’ombra del sicomoro
e al dolce canto degli uccelli.
Dimenticami.

caligola_malcolm_mcdowell_tinto_brass_012_jpg_krik

caligola

Francesco Tarantino

Al generale Germanico

dal suo devoto liberto lasciato a marcire in provincia

Io sono deluso,
amareggiato, disgustato!
¿Come potrei, e con quale coraggio,
rientrare nei ranghi
senza disseppellire le mie spade
e marciare alla testa dei soldati?
No, mio alto generale,
e non ti ringrazio di avermi chiesto
di tornare alla corte dei soloni
– che Dio li fulmini! –
francesco tarantino 0Immagino le strade ancora piene
di meretrici e mercanti d’Oriente,
angoli bui dove trama e ordito
sono un unico atto già in scena.
No, mio generale resto ove sono!
Mi ricordo bene Giulio Decimo,
fu proprio lui a suggerirti:
“lascialo a marcire in provincia
sbollirà i suoi bollori”.
E così è stato!
Ho lasciato le spade e l’arroganza
per abitare in via delle cetre,
non ho più centurie da comandare
Caligula 8e coi vecchi mangio cipolle
e mastico erbe amare.
Tu lo sai, generale,
dove inizia l’inganno: Menenio Agrippa
che indusse la plebe a ricominciare
a servire i cialtroni e le matrone.
Mio amato generale, sai
che il tuo liberto
non è un collaborazionista.
Scrivi a chi vuoi ma io resto in Bitinia
e se passerai di qui
ti offrirò del vino amabile
e una cetra da pizzicare:
sarà bella l’Urbe, ma qui la vita
tiene ancora un senso e gli uccelli
cantano e cantano davvero
tra le foglie degli alberi che ancora
svettano verso il cielo.

caligola in portantina

 Francesco Tarantino

La Grande Bellezza?

Trascino ormai le gambe
in un tempo che fu di Grande Bellezza
lungo ville e splendidi viali
con intorno lo sconcio
di un insulso ed insano blaterare
di ostinate nobiltà decadute.
E m’incammino
lungo un Tevere che esonda la storia
e annega ogni voce contraria
all’acqua che più non racconta
e raccoglie solitudini e detriti.
¿A che serve estrinsecare domande
che dall’anima salgono alla mente
se non hai di fronte un santo penitente?
Non avrai alcuna risposta
da intellettuali e cardinali
che per denaro hanno venduto l’anima:
dispensatori d’indulgenze
chiusi in una liturgia obsoleta
di giaculatorie e travisamenti.
Non basta un tiro d’eroina,
uno sballo, né un blando spino;
una futile danza in compagnia
dimenticando d’esser stato spia!
¿Dov’è finita La Grande Bellezza?
Più non la trovi e neanche la vedi;
più ti manca e più s’allontana:
forse l’hai perduta con l’innocenza!

Antonella Antonelli3

Scene from film CALIGULA (1979) starring HELEN MIRREN. FOR USEAntonella Antonelli

Ambrosia della decadenza

Il vapore sale dall’acqua
mi sento nascosta, ma la voce arriva
nevrotica, sclerotizzata dietro un suo acuto

“allora, Ambrosia, tornerà mai
il terrone Vegezio a Roma?”

“Non lo so. Dalla sua ultima mail
ho intuito…”
Sghignazza la cagna
“capito…che ama vivere a Los Angeles.
Ama la polvere.”

“Sei meno di un chicco di polvere
mia povera Ambrosia”

“non lo siamo forse tutti?”

Immergo la testa,
a naufragare in una pozza
non è complicato. Vedo il mio fiato
risalire in piccole bolle sputate
e la tua figura plastificata, denudarsi.
Mi tocchi, pensi di poterti concedere tutto
in questa nostra Roma di segreta bellezza,
deturpata dall’arroganza della decadenza.
Mi stringi in un abbraccio maschio

Antonella Antonelli in orange“lasciami!”
“Sei arrabbiata?”
“E forse… sono qualcosa?”

Avessi un lavoro
non starei a fare il giunco

“Vieni questa sera da Pompeo Magno?”

Mi chiedi rivestendoti.
E come potrei mancare?
Mi ha già versato tutti i sesterzi,
“Il patto va rispettato”
mi ha detto tenendo il suo fallo tra le mani
come fosse un gladio.

È lontana Los Angeles, la polvere del deserto
è vita, davanti a questo tirare di bighe
e facce truccate di un carnevale perenne.
Mi circondo col peplo, appunto la spilla,
vorrei infilarla nella spalla
per risentire il dolce rimpianto
del dolore.
Un gesto e tutto cadrà a terra.
Come le statue maschie del Gianicolo e
le vie maschie di questa Roma femmina,
zoccola, sdolcinata e papalina,
inquinata dalle stesse famiglie
dai geni contorti e gemelli.

“Tiriamo su i capelli mia signora”
“Mia piccola ancella, fuggi, stanotte fuggi.
E resta quella che sei,
ché niente, sarà più lo stesso.”
“State male mia signora?”
“Mai stata meglio. Non quello, passami la recta.”
“Vi vestite da sposa mia signora?
E’ una festa in maschera?”
“Tutto è in maschera oggi a Roma.
E questa storia, finirà nella storia.
Passami il velo”.
“Quale?”
“Quello rosso, non vedi?”
“Non si è mai vista una sposa così…”

caligola 1Accadono cose strane a volte, di notte.
Non ci sono più ratti né reclute, tutti nascosti.

“Chiama il taxi ora. È l’ora.”
“E le scarpe?”
“Indosserò stivali.”

L’aria profuma di pino.
Perché continuano a mettere questi
“odori chimici” nelle macchine?
Temono il fumo, lo smog, il sudore, la carne…
niente sa più di sé.

Fanno rumore gli scarponi sulla ghiaia.
Questa storia, dunque, finirà nella storia.
Il velo rosso si accosta al viso
come il sangue delle ferite ai vivi.

“Fermi!
Avete portato le vostre spade?
Allora su,
sparate!”

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Antonio Coppola

La città impazzita ( I-IV)

1
Che ci sta a fare una città
posata sulla terra ferma
(mare avvelenato per affari suoi)
le confessioni degli uomini,
i lamenti, le inedite storie.
Da una parte le medaglie
i monumenti gli alberi, le bandiere
gli inni di Dio, la paranoia dappertutto.
Dentro le orecchie delle vecchie o
dei bambini le nostre voci, questo sto
ascoltando muto, desolato nei diritti.
2
Questa città così infantile, folle,
ancora sventola bandiere.
I predatori sono ovunque
sfilano per i loro anniversari;
se un poco ti ribelli è arrivato
l’attimo ultimo; gira l’amato
paesaggio e non puoi far niente
vederlo così triste, non puoi neppure
cantargli una canzone. In questo luogo
sono nato e sento ogni notte squillare
il telefono, par che mi prelevano i gendarmi.
Cosa ho fatto di male, oh amor mio!
ANTONIO COPPOLA 19983
Terra in cui sono nato forse
non abbastanza intonato, da anni vivo
prigioniero in altro luogo, ma sempre
prigioniera la mia vita perché ero
e sono sopravvissuto, poi tornai a casa
al confino, roba da seppellire laggiù
con l’ultima bandiera che mi rimase.
Là la mia vita fu un codice
di annunci funebri, la strada a perdita
d’occhio termina su un filo di lana
e/o continua dall’altra parte.
4
Vissi le amarezze, i tornaconti
gli anni che mi visitarono;
ora sono a parlare di queste cose,
non seppi resistere alle voci del padre
che in scena fa l’ultima apparizione.
Quelle voci
l’ho nel mio cranio e vissi ascoltando
tutto questo dentro le orecchie.
Ora chiudo il respiro
in quest’aria pesante della città.
Merda, Merda, Merda.
Qui per la mia pazzia
ho vissuto abbastanza.

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Francesca Diano

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Viatico in undici stazioni

I
L’ESCLUSA

Andavo per strade coperte di polvere
L’orlo della mia gonna sfilacciato
Non si curava di fango o sterco
I piedi scalzi – segnati dal rifiuto persino della terra.
Signori o plebei – non facevo alcuna differenza
Nessuna presenza era presenza
Ed ogni assenza – assenza.
Mi dolevano le ossa – ero una casa diroccata
Disabitata persino da me stessa
Preda di predatori e depredata di me. Continua a leggere

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