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In una zona periferica di Roma Capitale, tra l’EUR e il mare, sta la Zelia Nuttal Gallery, Foto di Gianni Godi, Poesie inedite di Mario M. Gabriele

La vasta area è facilmente visibile dal cielo tramite l’app Google Earth

(https://www.gogle.it/earth/download/gep/agree.html ).

È un luogo adatto alla meditazione.

Per qualche tempo e fino a poco fa l’area sottostante il grandioso quadrivio era abitata da Popoli nomadi che contrariamente a quanto si possa pensare, usavano come giaciglio di riposo i comuni materassi forse rottamati dal popolo degli stanziali. I giacigli abbandonati sono ben visibili tra le ampie arcate del viadotto.

La contemporaneità appare in tutta la sua grandezza.

L’insegna Mc Donald in fondo al viottolone certifica, non più l’avvento, bensì il completamento del nulla poetico.

Mi sono recato in Galleria Zelia Nuttal qualche settimana fa. Ho camminato quasi robotica mente in mezzo ai rifiuti urbani fra decine di murales, per un’ora, forse più. Confermo di aver provato l’effetto di inquietudine e respingimento forse simile a quello che prova Paola Renzetti! Ho pensato anche all’esistenza di luoghi ben peggiori di quanto stava davanti ai miei occhi. Il video che poi ho prodotto e che non mi sembra un granché eccezionale, tenta di figurarci la gran massa di collegamenti e stimoli a cui senza interruzioni è sottoposto il nostro cervello costretto a robotizzarsi contro natura umana. I computer in uso, pur essendo iper veloci, eseguono freddamente un’istruzione alla volta. Le istruzioni provengono singolarmente dai più disparati “luoghi”. Il “coordinatore” decide la precedenza senza peraltro “sapere” il significato dell’insieme prodotto.

Mi è sembrato di intravedere nella poesia di Mario Gabriele una simile disumana descrizione. Anche io, come Mario Gabriele, con il quale mi complimento a tutto cuore per l’audacia dei suoi scritti, integro il “cibo normale” con compresse di estratto da Biancospino e Olivo.

Un vero robot non riesce a piangere. Ecco. Almeno per ora.

Grazie a voi tutti per la disamina competente e accurata del prodotto pubblicato dall’Ombra delle Parole.

(Gianni Godi)

*

Ringrazio per questo nuovo excursus sulla mia poesia e di quanto scrive e riporta in immagini Gianni Godi dalla ”zona periferica di Roma Capitale”. Non sempre la Street Art produce effetti di meraviglia, e quando lo fa si rimane incantati per l’eccezionale riproduzione di immagini e cose.

Le facciate delle case  acquistano un’altra estetica. “La contemporaneità”, scrive Gianni Godi, “appare in tutta la sua grandezza”. Nessuno se ne sta accorgendo ma il concetto di Arte sta veramente cambiando forma fuori dalle Pinacoteche.

 Quello dell’Arte è un linguaggio potente e storico, così come avviene in poesia. Si slarga negli occhi con tutta la gigantografia scenica, cogliendoci di sorpresa attraverso la trasposizione di soggetti e cose. E’ il nuovo clima culturale a cui andiamo incontro e che determina una testimonianza dell’Arte nel rapporto diretto con la nostra sensibilità. Un esempio lo ha portato proprio Gianni Godi in un suo  video con i suoi spettacolari Speech Reader  mentre leggono un mio testo poetico.

(Mario M. Gabriele)

Due poesie di Mario M. Gabriele

1

Una casa di soli ologrammi.
Rimettiamo a posto le lettere da Londra.

Milly ha le allucinazioni.
Le dico che non sono né Piero, né Francesca.

Torno a cercare Elizabeth
per una serata tranquilla a bordo di kayak.

Un palazzo esotico lo vorrei con la scritta Hollywood.
C’era un grappolo di sogni nel torchio di novembre.

Maggy ha provato tutti i colori,
tranne il giallo di Klimt.

La Misericordia ha smarrito la strada.
Anaruddha ogni anno si strucca nel Gange.

Mare calmo, mare agitato.
Cerchiamo l’equivalente della tristezza.

Figura senza luce e ripiano.
Così è rimasta nonna Eliodora.

All’alba vennero turisti,
coriandoli di ragazze e black power.

Gli stagisti si fermarono alle citazioni.
Un oratore aprì il Convegno.

– Lasciate i documenti negli scaffali – disse.
– Domani, li bruceremo in un unico Fahrenheit. –

Il cellario fu preso dai gesti assolutori
dei Santi sui Cartelloni.

Gridò: – hanno sequestrato la casa.
La casa era tutto quello che avevamo! –

Caro Mister John, da questo luogo di paese-città
alla tua Portsmouth ce ne sono di storie secolari.

Passeremo le vacanze a Disneyland
o in qualche altro pezzo di questa terra.

Ti piace fare la gita?
oh yes, it’s my dream!

E nessuno ebbe più a formulare sentenze
e avvisi di warning.

2

La tua storia è passata come la Pop Art.
Mutazioni colorate esprimono il tuo volto.

Le collezioni autunnali nelle passerelle di Milano
mi riportano alla Ragazza Carla.

Ritrovo la retrospettiva del 65
e un asset-based economy.

Oggi, a fare da transfert è il Sedatol,
come sonno pseudobiologico.

I nostri nomi li ha ridotti il tempo
per economia di lessemi.

Il granturco si è messo da parte
e le Melinde tardano a riempire il mercatino.

Un penny e un nichelino
sono il tributo che vuole questa vita.

Mi rischiara l’autunno il pensiero fossile
come foglia di frassino ai bordi delle ciminiere.

Una generazione dietro l’altra
trova posto nel giardino di Spoon River.

Un certo modo di sentire le parole
passa per Evergreen e le Guerre Stellari.

Abitudine di July è rifare il viso di Marilyn
come nella serie colorata di Warhol.

Mi distruggo se penso a te sul far della sera.
Ci vuole solo un distico per scrivere un epitaffio.

Foto di Gianni Godi

Galleria Zelia Nuttal 6

Galleria Zelia Nuttal 5

Galleria Zelia Nuttal 2

Galleria Zelia Nuttal 4

Galleria Zelia Nuttal 3

Galleria Zelia Nuttal 1

Galleria Zelia Nuttal 7

Galleria Zelia Nuttal 8

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Due poesie di Chiara Catapano e una poesia di Steven Grieco-Rathgeb – La porosità dell’opera artistica

bello figura femminile con gazza

Mani Kaul era intento a creare un “oggetto puramente cinematico”

Steven Grieco-Rathgeb

12 gennaio 2018 alle 1.08

Cari amici, avrei voluto mettere un mio commento qui ieri sera, ma mi trovo da qualche giorno con una nuova traduzione da svolgere in tempi brevissimi, e sono arrivato a leggere i vostri alle una e mezza di stanotte, quando non ero più in grado di scrivere. Stasera ho riaperto l’Ombra, trovando nuovi eccellenti commenti… Mauro Pierno, Chiara Catapano, Giorgio Linguaglossa!

Il testo di Mani Kaul è duro proprio perché è concretissimo: è duro perché apre vie impensate. Non è solo una questione di idee o di un suo ragionare sull’arte –che si possono facilmente opporre o confutare – MA SULLO STESSO OPERARE PSICHICO, MENTALE DELL’ARTISTA.
E’ dunque un testo duro, che costringe il lettore a fare un serio tentativo di concentrarsi per capirlo. Diversamente, la sua comprensione scivola via e si disperde.
Una delle difficoltà nel capire il testo sta nel fatto che Mani Kaul affronta e sbaraglia, il concetto fasullo di progresso che tanto occupa il pensiero mondiale oggi: quel concetto che a sua volta ha portato alla nozione della convergenza, del climax, su cui ancora si basa la stragrande maggioranza di prodotti culturali, alti o bassi che siano, poesie o installazioni che siano. Lo vediamo subito in poesia: pochissime le poesie che abbiano affrontato la questione centrale dello sviluppo, chiamiamolo, meta-tematico. Si tende invece ancora a parlare molto del contenuto. Quando il concetto di contenuto è ormai antiquato.
Ho molto apprezzato i commenti di Mario Gabriele, Lucio Mayoor Tosi, Chiara Catapano, Mauro Pierno. Interessantissimo quello che dice Tosi, del suo mescolarsi interamente al flusso della vita per cogliere il nascere di un’opera. Le sue poesie sono di questo una diretta testimonianza. Su una cosa non mi trovo d’accordo: tu dici, Lucio, che “L’immagine in movimento farà invecchiare i vecchi dipinti, anche quelli di Van Gogh.” Sarà anche vero, ma ahimè è tutt’altra cosa che già adesso sta determinando quell’invecchiamento: il fatto che noi sempre di più guardiamo le immagini sul computer e non sulla carta. Pensa a questo incredibile cambiamento: le immagini risultano intensificate “artificialmente” dalla luce interna allo schermo. E non ci possiamo fare nulla. Perché sempre più guarderemo le foto dei nostri cari, Van Gogh, e la fotografia d’autore sullo schermo del nostro computer di casa. I colori saranno più intensi, i sorrisi più smaglianti, le forme più profonde.

In risposta al bel commento di Mario Gabriele, devo precisare: Mani Kaul era intento a creare un “oggetto puramente cinematico”, e tutta la parte riguardante i concetti deleuziani “immagine tempo” e “immagine movimento” riguardano solo il cinema: possono far capire a noi poeti molte cose, ma non sono in questa loro forma direttamente applicabili alla poesia o alle altre arti – non prima, almeno, di una ulteriore lunga riflessione estetica sulla questione.
Quello che tu, Mario, chiami ”declassamento dello spazio” in Mani Kaul è un po’ diverso, e si riferisce, operativamente parlando, al cinema, non alla poesia o alla pittura. E comunque tale declassamento viene in gioco nel cinema principalmente come mezzo per abolire la “convergenza”, il climax prospettico, che ha fatto il suo tempo da tanto ormai, ma continua imperterrito a falsare così tanta produzione artistica. In tutti i prodotti culturali, da Hollywood alla quasi totalità dei poeti persiste questo paradigma così profondamente insediato nella mente umana da ormai 5 secoli, da non essere più nemmeno percepito dai fruitori.
Un piccolissimo esempio: in genere si finisce una poesia con una sottolineatura, una intensificazione emotiva di un tipo o l’altro: di “pathos”, di “ira”, di “dolcezza”, di “saggezza”. La tipica chiusa “emotiva” è senz’altro uno dei punti più deboli della poesia oggi, che nessuna avanguardia è riuscita ad abbattere, e che più invalida le nostre composizioni. E’ davvero difficile vedere come i poeti ancora interessati a creare questa convergenza, il climax, nelle loro poesie, possano sfuggire alla forma-poesia novecentesca.

 

 Quello che invece è indubbiamente estrapolabile dal discorso di Mani e trasferibile a tutte le arti compresa la poesia, è la questione dello spazio sacro e lo spazio profano.
Ringrazio Chiara Catapano del primo punto del suo commento: illuminante, perché, ragazzi, la banalità entra ovunque e dovrà fare il suo corso, piaccia o non piaccia. Altro che la porosità dell’opera artistica di cui parliamo noi! I reality ci hanno letteralmente seminato! Chiara infatti evoca il “reale”, ossia “il cinema dal vero” che il filosofo-scienziato-autore e più geniale fantascientista del Novecento, Stanislaw Lem, descrive nel suo Powrot z gwiazd, (Ritorno dall’universo). In questo spettacolo detto “reale”, attori in carne ed ossa vivono tutte le esperienze realissime della vita direttamente davanti agli spettatori: vengono tangibilmente sbranati da tigri, si innamorano, mangiano un panino, scrivono poesie immortali. Poi tutto si scioglie: non era vero nulla! Proprio come il reality. Ma il romanzo di Lem risale agli anni 60 del secolo scorso…
La mia anima artistica non può che gioire di quella meravigliosa aleatorietà di cui parli, Chiara, avvenuto nello spettacolo inscenato nel cortile del carcere. Di questo abbiamo fortemente bisogno.
Sul terzo punto devo ancora pensare, perché viene sollevato un fatto letteralmente rivoluzionario: forse è proprio questo lo spioncino attraverso il quale l’uomo diventa tutto il suo ambiente. Non è detto affatto che l’uomo del dopo plastica, del dopo inquinamento, non sarà così.

Alla fine, come spesso succede, Giorgio Linguaglossa centra la questione in pieno, dicendo: “Mi sembra chiaro. Per cambiare la forma-poesia finora in uso nella poesia italiana, bisogna andare molto in profondità, alla scaturigine della forma-poesia, all’origine. Se ci si ferma a metà strada, se ci si limita a riformattare l’aspetto fono simbolico, che so, o l’aspetto meramente metrico del vers libre, faremo opera di salvataggio della vecchia forma-poesia, faremo del riformismo più o meno moderato…”

Caro Gino Rago, c’è un’altra frase nel Bravo Soldato Schweik, non so se te la ricordi, che dice che i comandanti sono spesso più umili dei luogotenenti. Ma io, diversamente da te, penso che sull’Ombra delle Parole non ci sono né luogotenenti, né comandanti. Perché non ci sono battaglie, e nemmeno guerre qui. C’è soltanto la sincera volontà di offrire poesia, e idee e concetti il più possibile concreti: applicabili concretamente alla poesia. E’ quello che tutti noi stiamo cercando di fare.
A questo riguardo, dedico a te e a noi tutti una poesia cinese dell’ottavo secolo, per ricordarci che nei nostri multiversi – almeno letterari! – la NOE è già esistita più volte in passato. Sì, caro Gino, sono assolutamente d’accordo, coltiviamo l’umiltà! La poesia è di Li I, poeta dell’epoca Tang, che estrapolo dal mio prossimo post:

Spedizione a Nord

vento gelido sulla neve di T’ien Shan
suoni di flauti, dura la marcia
fra le rupi trecentomila soldati
si girano tutti insieme: la luna

E aggiungo qui il geniale incipit della poesia di Mauro Pierno,

L’incontro
a breve in video-conferenza
devastò l’immagine.

Grazie, Mauro!

 

Chiara Catapano

IL CORBEZZOLO ROSSO
(2013)

Nipfjället, la Tundra Comoda – come la chiamano qui – c’innalza sui mille metri sotto il cono d’ombra dello Städjan,

e tra le ossa dell’altopiano riconosci la mia voce, cauto frinire di foglie del Rossello Alpino nell’infinito albeggiare:

sono il Corbezzolo Rosso che t’inquieta il sonno
e macchia la zolla del risveglio avvampandone la linfa.
Mi troverai dentro questa definizione, palpandomi i fianchi;
oseranno i polpastrelli raggiungere la polpa tenera del frutto?
Qui ogni amore lo separa il setaccio della metamorfosi, imposta per magia.
Così tu dovrai vagare alla ricerca dell’orizzonte esatto col quale dialogare,
e sorreggermi fino a casa senza far patire le radici.

È, questa inquietudine che sa di latte, la bussola prestata dall’infanzia alla mia vita.
Mi districavo con essa i capelli nella sera.
Ogni nodo soffoca un lieve incanto, e per quanti ne sciolga non conosce il destino del giorno successivo: altri se ne assieperebbero, frequentazioni incaute di memoria.

Se scoverai il segreto che mi tiene ancorata a terra,
arriverà precocemente la fine dell’estate;
raccoglierai quel che resta della mia voce nella neve sciolta
a margine del bosco. Maturerò nel viola
della Campanula Patula i pensieri che serrano le nostre decisioni.
E a Dalarna dipingerai un cavallino intagliato nel mio ricordo,
souvenir da mercato per le ore giocate a rincorrerci
nell’acqua dove non si tocca.

bello Patrick Caulfield (1936-2005) was one of the pioneers of British Pop Art, his work is my favourite from a British artist and I actually bought, 'I've only the ...

Patrick Caulfield (1936-2005) was one of the pioneers of British Pop Art, his work is my favourite from a British artist and I actually bought, ‘I’ve only the …

Chiara Catapano

 INN

(2012)

I

A Sils l’onda che incide il suo corso fluttuante tra gole d’acciaio è la similitudine che concedo alla mia infanzia.

Intagliavo rami così come i monelli sul Timavo scelgono legno adatto per le fionde, ma poi le tue le spezzavano, gelosi tu sapessi far meglio; la differenza è che io non t’avrei tradito. Ma di questo pare non lasciar traccia il beneficio che da lontano ha saputo, suo malgrado, mutare gli orizzonti fino a piegare l’arco tra Sils e Trieste.

Tu non capisci con quale potenza l’acqua addomestichi il corso al proprio volere: l’Inn procede con intenzione, munifico, nonostante sia rasoio sulla già affilata geometria elvetica.

Filo su filo, senza scintille.

E, dentro, tutto il fuoco della creazione.

Francesco riposa come in un risvolto di vita, cucito per essere – in un giorno di crescita – liberato e adattato alla nuova misura. È paragone da sarta che lo imbriglierebbe nel muto accordo tra donne (sì, anche tra una svizzera ventenne e una donna pisana funziona l’antico patto di reciproco sostegno), se pigiate dentro l’esistenza esse sentissero -magari pure senza conoscersi, magari scostando appena la cortina densa che le separa dalla propria fine – l’inestinguibile canto d’agonia con cui lo spirito femminile si lascia riconoscere all’interno di una metafora.

Lungo le rive di questo fiume, che qui è richiamo, puro accenno al suo fulgore, la tua CC gioca ad abbandonare i sensi – per ripescarli sbiaditi più a valle, nell’ansa amichevole scavata dall’acqua, lontano dalla corrente impetuosa.

Ti ci porto ogni volta che vieni, sperando tu accolga l’invito a rianimare – nel corso dell’infanzia- questa predisposizione all’abbandono di me, cedevolezza che ammolla il petto ammaestrandolo alla giusta disposizione, senza disperare.

Questo tu potresti, ogni volta, in virtù delle fionde che non danneggiai; sebbene ancora non possa vedere l’esito di ciò che non svolsi, in tutta purezza.

Qui ti consegno i polsi. La lametta sei tu, s’agita dentro il tuo seme come dentro un’estinzione.

Così m’acquatto, sfidando il battito blu delle piccole vene che affiorano turgide, che tu le beva una volta per tutte. O mi liberi dalla mia stessa schiavitù, di cui non fosti l’artefice, ma di cui – scoperta – t’impossessasti. Continua a leggere

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L’EPOCA DELLA STAGNAZIONE PERMANENTE – LA CRISI È IL PRODOTTO DELLA STAGNAZIONE PERMANENTE – L’AMMINISTRAZIONE GESTISCE LA CRISI E GLI OGGETTI DELLA CRISI -Donatella Costantina Giancaspero: La metafisica trapassa in micrologia – Colloquio tra Giorgio Linguaglossa, Steven Grieco-Rathgeb e Gino Centofante

 

 

Gif chador   Steven Grieco-Rathgeb

2 settembre 2016 alle 15:47

Cito qui un articolo, “Una marea di (brutte) immagini sta annegando la fotografia”, di Luca Gabriele per “Il Giornale” dello scorso sabato 27 agosto 2016. L’articolo mi è capitato sott’occhio per caso, ma l’ho trovato illuminante.

“La fotografia è morta, proprio mentre stiamo vivendo nell’epoca dell’immagine compulsiva che ci accompagna 24 ore su 24 come mai era accaduto prima.

È questa la tesi, davvero interessante, espressa da Michele Neri nel saggio Photo Generation appena pubblicato da Gallucci. Figlio di Grazia Neri, fondatrice della più importante agenzia fotografica italiana, si è dovuto arrendere all’evidenza dei fatti, alla rivoluzione cominciata poco più di dieci anni fa con il lancio sul mercato degli Smartphone che ha sovvertito il nostro rapporto con le immagini. E dunque ha deciso di chiudere i battenti perché le fotografie hanno trovato un modo diverso per diffondersi e vivere.

“…Ciò che appare presto evidente è la messa in discussione dell’autorialità, che nella cultura occidentale è questione dirimente fin dal Medioevo. Oggi invece, grazie alla facilità d’uso e alla disponibilità di tecnologie sempre più sofisticate e a basso costo, chiunque può sentirsi a ragion veduta creatore di immagini che i social network diffonderanno capillarmente abbattendo qualsiasi confine…”

Queste stesse cose le ho apprese da un giovane amico indiano nel febbraio scorso, ecco perché trovo questo articolo così interessante. Le parole dell’amico erano identiche a queste: “… E spesso su Instagram, Snapchat, Facebook si trovano cose talmente interessanti, magari inconsapevoli, da oscurare il lavoro dei professionisti certificati. Immediatezza dunque invece che autorialità? Può davvero essere.
L’articolo continua:

“Gli aggeggi da cui siamo diventati inseparabili, veri e propri prolungamenti del nostro corpo, hanno però, paradossalmente, una memoria molto breve. Basta cambiare telefonino o computer e buona parte delle immagini andranno perse. Il rischio è dunque quello di un deserto digitale perché oggi, a differenza che nel passato, nessuno stampa più le foto affidando dunque i propri ricordi al tempo limitato della condivisione. I milioni di immagini, molte delle quali va detto assai poco interessanti perché inerenti alla sfera privata degli individui, andranno inevitabilmente persi e dunque quella che Neri chiama la «Photo Generation» rischia di rimanere senza un proprio archivio mnemonico. Davvero un paradosso.

 

L’attacco alle Torri Gemelle del 2001, quando ancora gli Smartphone non esistevano, rappresenta l’ultimo storico momento di immagini condivise. Poi anche gli specialisti, i fotoreporter attivi soprattutto nei teatri di guerra, hanno dovuto cambiare radicalmente il modo di procedere dopo essersi resi conto di non essere più gli unici depositari dello scatto realistico che un tempo li distingueva. Persino i più noti specialisti, come Salgado e McCurry, si sono trasformati in autentici brand paragonabili alle griffe della moda. Molto popolari eppure impoveriti nei contenuti, al punto che sono stati sollevati dubbi sul metodo e sulla veridicità delle loro testimonianze.

Oggi una persona capitata per caso in un luogo può immortalare un evento tragico ma anche la bellezza di un tramonto. Con i selfie, un linguaggio inventato proprio con lo smartphone, sono state moltiplicate all’ennesima potenza le immagini disponibili in rete che danno accesso alla vita privata degli altri, tema che sembrerebbe essere di maggior interesse rispetto ad argomenti di pubblico dominio che in altre epoche avrebbero fatto ben più discutere di una foto delle vacanze.

Resta da capire quanto l’estetica e la fotografia contemporanea possano risultare influenzate da questo passaggio epocale che sembra stia decretando la fine prematura di un linguaggio di appena un secolo e mezzo di vita. Non è un caso che i maestri della fotografia vengano oggi considerati quegli artisti attivi ormai da diversi decenni, un po’ come accade nella pittura, mentre a partire dagli anni Novanta prima con la diffusione delle macchinette usa e getta poi con la possibilità di modificare le immagini reali attraverso il morphing e la manipolazione per mezzo di programmi al computer che ora appaiono rudimentali, si è diffusa l’idea di uno stile fotografico amatoriale praticato persino dai professionisti.

Ha ragione quindi Michele Neri nell’affermare, con un po’ di preoccupazione, che le immagini stanno uccidendo la fotografia. Potrà quest’ultima sopravvivere al diluvio? Sarà possibile riscoprire, magari tra qualche anno, un Mapplethorpe, un Gursky, una Sherman, insomma uno di quegli artisti il cui stile e l’uso della camera hanno segnato indelebilmente un’epoca? Oppure troveremo nel flusso indifferenziato di istantanee, poste tutte sul medesimo piano orizzontale, senza gerarchia alcuna, gli omicidi con gli aperitivi, le tragedie con i viaggi, l’unica possibile risposta, la sola via di salvezza per la fotografia che a quel punto non si chiamerà neanche più così?”

La cosa che trovo più interessante di tutte in questo articolo – e in quello che mi disse l’amico in India – è questa: che l’autorialità – l’artista unico e irripetibile – venga di nuovo, dopo secoli, messa in discussione. Io come poeta dovrei in qualche modo crederci in questa autorialità, eppure in un altro modo trovo parole come queste un sollievo. Ben venga l’anonimato. L’artista unico e irripetibile ci era diventato antipatico da lunghissimo tempo. Ben vengano le anonime e rarissime gemme che affiorano dall’oceano indistinto di opere su internet. Era sempre stato così, nel mondo. Ammiriamo capolavori in Asia e in Occidente e in Africa, vecchie di migliaia di anni, rimaniamo a bocca aperta anche se non sappiamo chi sia l’autore. Certo, la macchina tritacarne della storia dell’arte occidentale ha ridotto tutto a epoche, stili, a gerarchie di qualità ed eccellenza modellate sul paradigma rinascimentale. Ma questo paradigma è solo uno dei tanti, non è in nessun modo esclusivo. A dispetto di tutto questo catalogare e sistematizzare e “autorializzare”, quel capolavoro anonimo che ammiriamo magari nella giungla della Cambogia, o in una chiesina romanica della Toscana, rimane folgorante cionondimeno. E misterioso

gif glasses-sunglasses-twiggy-vintage

giorgio linguaglossa

2 settembre 2016 alle 16:14 Modifica

L’AMMINISTRAZIONE GESTISCE LA CRISI E GLI OGGETTI DELLA CRISI – LA CRISI È IL PRODOTTO DELLA STAGNAZIONE PERMANENTE

Una volta una rivista di questi giovanotti che scalpitano e sgomitano mi ha rivolto un questionario con domande sulla «critica della poesia». Mi avevano chiesto, questi giovani, che cosa intendessi per «critica della poesia», quale «scuola di pensiero estetico seguissi», se esistesse, a mio giudizio, oggi, «una critica della poesia»… E via di questo passo.
Io risposi che non sapevo cosa fosse la «critica della poesia», che non seguivo «nessuna scuola di pensiero estetico e che, a mio avviso, non esisteva la critica della poesia».

La risposta di quei giovanotti fu più o meno questa: «se avessi inteso prendermi gioco delle loro domande e se intendessi proprio quello che avevo scritto». Inutilmente io ribadii che ero serissimo e che non mi sarei mai permesso di prendermi gioco di loro né delle loro domande. Il risultato fu che le mie risposte alle domande del questionario non videro mai la luce nella loro rivista.

Questo aneddoto lo riferisco perché illumina bene il livello della cultura che quei giovanotti hanno introiettato e come sia ormai interiorizzato tra gli «appassionati alla poesia» un genere di credenze e convincimenti tipici di una cerchia SACERDOTALE la quale non ammette chi pone in discussione i presupposti della cultura di quella cerchia di sacerdoti del conformismo culturale. Intendo dire con questo aneddoto quanta strada all’indietro le nuove generazioni abbiano percorso dal pensiero critico di persone della mia età. Si è trattato, a mio modesto avviso, di una regressione a un pensiero soteriologico, sacerdotale,di chi si crede di detenere le chiavi per l’accesso al Paradiso delle lettere…

Insomma, vedo intorno a me questa sorta di regressione profondissima verso un pensiero acrilico e acritico, L’aspetto più ridicolo è il concetto di cultura che quei ragazzi avevano ed hanno, un concetto dal quale sono stati espunti gli elementi di critica delle ideologie e di critica tout court.

Il fatto sensazionale è che questi giovanotti avevano ed hanno interiorizzato il meccanismo mentale dell’Amministrazione globale della Crisi, ovvero, il principio della censura e dell’esclusione di chi non condivide la loro cultura agiografica del presente. E questo è proprio il metodo di dominio che l’Amministrazione delle cose ha in Occidente: l’Amministrazione gestisce le CRISI insinuando nelle menti deboli di pensiero critico la convinzione secondo cui occorre espungere dal catalogo degli «addetti ai lavori» chi non la pensa come la maggioranza imbonita, chi la pensa in modo diverso. E chi agisce in modo diverso.

Donatella Costantina Giancaspero

«La metafisica trapassa in micrologia», questa asserzione di Adorno contenuta nell’ultima pagina della Dialettica negativa (1966, trad. it. Einaudi, 1970), è vera al di là della sua funzione grammaticale, il suo contenuto di verità trapassa l’ambito filosofico per giungere fin dentro la nostra vita quotidiana. Oggi siamo tutti presi nel sortilegio totale, siamo tutti epifenomeni del sortilegio. Per fare una poesia bisogna che si pensi al di là della poesia; per esprimere un pensiero, bisogna che si forzi il pensiero oltre di esso, oltre i limiti del pensiero. Scrivere una poesia non è affatto un bisogno, esso è al di là del bisogno e al di qua del desiderio. La poesia esige che si pensi qualcosa al di là della poesia, senza scomparire in essa e senza alcuna speranza di sopravvivervi; soltanto per chi è senza speranza è data la speranza, e meno che mai la poesia è una speranza, essa è al di qua della speranza, perché spera sempre qualcosa che non può essere data, essa viene sempre dopo il tramonto e il trionfo della speranza. Non si fa poesia con la speranza, e neanche con il desiderio, ma con qualcosa che è al di là della speranza e del desiderio. La «nuova ontologia estetica» è il pensiero che pensa una poesia al di là del «sortilegio» e del museo dell’apparenza.

gif twiggy-1

 

Il 2 settembre 2016 la rivista ha pubblicato la seguente COMUNICAZIONE DI SERVIZIO.

“In data odierna entrano nella redazione dell’Ombra delle Parole i seguenti poeti e scrittori: Sabino Caronia, Chiara Catapano, Donatella Costantina Giancaspero, Lucio Mayoor Tosi e Giuseppe Talia. Ci guida la convinzione che la Rivista deve essere un lavoro collettivo, aperto al contributo di tutti, nel quale c’è posto per tutti, per chiunque abbia delle idee, poiché tra le idee non c’è rivalità ma semmai competizione, perché sono le idee migliori quelle che si faranno strada, e il nostro compito è quello di selezionare le idee,  perché si avverte oggi il nella poesia italiana il bisogno di un nuovo scatto, di nuove idee. Ci guida la consapevolezza che la «Nuova Poesia» non può che essere il prodotto di un «Nuovo Progetto» o «Nuovo modello», di un lavoro che si fa tutti insieme, nel quale ciascuno può portare un proprio contributo. In tal senso, la redazione affiancherà al lavoro della Rivista anche un Laboratorio Pubblico e gratuito aperto a tutti che si riunirà con cadenza all’incirca quindicinale presso la libreria L’Altracittà di Roma, via Pavia, 106 alle ore 18, del quale il prossimo appuntamento è fissato a mercoledì 1 febbraio alle h. 18.00. Ovviamente l’Invito a partecipare è rivolto a tutti e tutti saranno i benvenuti.”

Gino Centofante

3 settembre 2016 alle 2:52

Rispondendo a Steven Grieco-Rathgeb, certa autorialità è meglio perderla che difenderla, si innalza a verità assolute che nessuno ha in tasca. Ormai, come già detto le tecnologie rappresentano un prolungamento dell’essere umano, una sua estensione, l’uomo è più fugace, mangia e vive a colpi di click come se non immortalarsi in uno scatto non sia più lo stesso, come se il momento non incastrato in una foto digitale – ad alto deperimento – valga di meno. C’è tanto da riflettere, e spesso i giovani perdono la bussola, vengono sovrastati. Non hanno misura ne equilibrio. Verissimo anche ciò che dice Giorgio Linguaglossa, su certe derive autoritarie proprio da chi dovrebbe essere smart per sua natura, e invece stranamente non fa altro che dimostrarsi figlio della clava. Peccato, ma neanche troppo. La selezione fa il suo gioco, e per fortuna decidiamo noi con chi giocare le nostre carte.
Concludo con un apprezzamento all’intervista a Ken Loach proposta da Almerighi, mi fa pensare, e amplia gli orizzonti di senso, su quanto l’Arte sia in mutamento in ogni campo. Siamo in una fase recessiva o semplicemente adattiva al cambiamento, all’esigenza delle persone, dei giovani, di un cinema mutato, di una poesia priva di mordente?

 

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