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Edith Dzieduszycka POESIE SCELTE “Come se niente fosse” (Prefazione Paolo Brogi, Fermenti, 2016) Commento di Donato Di Stasi: “Lo splendore del vero”, “Non cerchiamo la poesia, ma la ricerca della poesia”, “Ritorno al pubblico”, “Il fatto-atomo”, “plurivocità monologante”

filosofia Hamburger Banhof, Berlino, Città trasparenti

Hamburger Banhof, Berlino, Città trasparenti

D’origine francese, Edith de Hody Dzieduszycka nasce a Strasburgo dove compie studi classici. Lavora per 12 anni al Consiglio d’Europa. Nel 1966 ottiene il Secondo Premio per una raccolta di poesie intitolata Ombres (Prix des Poètes de l’Est, organizzato dalla Società dei Poeti e Artisti di Francia con pubblicazione su una antologia ad esso dedicata). In quegli anni alcune sue poesie vengono pubblicate sulla rivista Art et Poésie diretta da Henry Meillant, mentre contemporaneamente disegna, dipinge e realizza collage. La prima mostra e lettura dei suoi testi vengono effettuate al Consiglio d’Europa durante una manifestazione del “Club des Arts” organizzato da lei e alcuni colleghi di quell’organizzazione.
Nel 1968 si trasferisce in Italia, Firenze, Milano, dove si diploma all’Accademia Arti Applicate, poi Roma dove vive attualmente. Oltre alla scrittura, negli anni ’80 riprende la sua ricerca artistica, disegno, collage e fotografia (incoraggiata in quell’ultima attività da Mario Giacomelli e André Verdet), con mostre personali e collettive in Italia e all’estero. Comincia a scrivere direttamente in italiano.
Ha pubblicato: La Sicilia negli occhi, fotografia, Editori Riuniti, 2004, Diario di un addio, poesia, Passigli Ed., 2007, prefazione di Vittorio Sermonti.  Tu capiresti, fotografia e poesia, Ed. Il Bisonte2007,  L’oltre andare, poesia, Manni Ed., 2008, prefazione di Ugo Ronfani.  Nella notte un treno, poesia bilingue, Ed. Il Salice, 2009, Nodi sul filo, racconti, Manni Ed. 2011.  Lo specchio, romanzo, Felici Ed., 2012.  Desprofondis, poesia, La città e le stelle, 2013,  Lingue e linguacce, poesia, Ginevra Bentivoglio Ed., 2013, A pennello, poesia, Ed. La Vita Felice, 2013, Cellule, poesia bilingue, Passigli Ed., 2014,  Cinque + cinq, poesia bilingue, Genesi Ed., 2014, Incontri e scontri, poesia, Fermenti Ed., 2015,Trivella, Genesi, 2015, Come se niente fosse Fermenti, 2016
Ha curato: Pagine sparse di Michele Dzieduszycki, Ibiskos Ed. Risolo, 2007, prefazioni di Pasquale Chessa, Umberto Giovine e Mario Pirani.  La maison des souffrances, Diario di prigionia di Geneviève de Hody, Ed. du Roure, 2011, prefazione di François-Georges Dreyfus.
roy lichtenstein interior with Built in Bar

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Commento di Donato Di Stasi
.
Noi non cerchiamo la poesia, ma la ricerca della poesia (parafrasando Pascal).
Facciamo conto che a un occhio ci sia la passione e all’altro l’ideologia, in proporzioni pressoché pari, per disoccultare ciò che realmente viene sottinteso: il buon senso di cui nessuno scrittore o poeta dovrebbe esserne privo.
Edith Dzieduszycka di buon senso ne profonde a iosa in questa sua ultima fatica letteraria, che assume il carattere ribelle, anarchico, anticonformista, protestatario, arrabbiato, come si conviene a un libro che rinuncia alle comode arcadie floreali e alle scontate consolazioni ombelicali per costruire un sistema di rappresentazioni e di riflessioni dal forte taglio etico. Qui si viaggia sulle rotaie arroventate della cronaca e si incontrano gli eventi italiani e mondiali tra gli anni 1978 e 2015. Le due sezioni, non a caso intitolate Interni e Esterni, si fermano di stazione in stazione, di dolore in dolore, a commemorare i massacri in giro per il pianeta, l’abbattimento delle torri gemelli nel settembre del 2001 (“accasciata montagna/incredulo ground zero”), l’eccidio di soldati italiani a Nassiyria in Iraq nel novembre del 2003, le torture dei prigionieri iracheni a opera dei soldati americani a Abu Grahib nel maggio del 2004, e ancora la tragedia dei migranti per mare a Lampedusa, le malversazioni della politici italiani che certamente non trovano pace nella figura di Grillo-Robespierre (“Peccato che/finora/(…)/faccia giù rotolare/di chi appena accenna/a contestarlo/le teste/che si mettono/in testa/di pensare”, Grillo e Casaleggio).
Il segreto di Come se niente fosse va ravvisato nelle due colonne d’Ercole della credibilità e della leggibilità.
Credibilità a proposito del vero storico e sociale in una nazione come la nostra, dove la manipolazione costante dei fatti e il loro insabbiamento costituiscono una prassi abituale, non ammettendosi come contraltare altro che qualche innocua e querula lagnanza.
Scrittura per vocazione very readable: pochi aggettivi, quelli indispensabili, segno di chi sa tenere a freno la naturale enfasi dei versificatori, i quali tendono a stravolgere in più di un’occasione sentimentalmente il mondo.
Testi dunque compatti da cima a fondo, quadrati, senza sbavature e vanitose oscurità (“Si parlava dell’uno/si menzionava l’altro/erano eroi/d’un eterno conflitto/ A qualcuno/fastidio/dava/la loro grinta/Non potevano/vincere/dovettero/morire”, Attentati a Falcone il 23 maggio 1992 a Borsellino il 19 luglio 1992).
La prevalenza del verso breve (in specie la dominanza del musicale e espressivo settenario), la rapida e precisa scansione delle immagini, la linearità del dettato rispecchiano (quantum sufficit) il bisogno di giungere fin nel sottosuolo dei meccanismi sociali e dell’animo umano per rinvenire una chiave interpretativa che salvi tutti dall’assurdità corrente.
Alle auratiche emissioni liriche si contrappone la riscrittura demistificante e smascherante: la parola poetica viene interrogata in praesentia per sondare i confini del reale, per saggiarne l’oggettivazione. Edith Dzieduszycka trasferisce la poesia nella cronaca e la mette in bilico sul crinale dei riti sociali, dove la folla anonima e anomica si pigia e ondeggia, schiumeggia di desiderio, urla e plaude al populista di turno.
Edith Dzieduszycka Come_se_niente_fosse_Il Villaggio Globale Mediatico è un oceano e ci annega nelle sue onde, provoca ogni sorta di nausea, ci impone fissazioni sbagliate e estraniazioni di ogni genere. Di questi mostruosi rapporti con noi stessi e con gli altri chi ne è consapevole? Prevale quasi sempre la contemplazione affascinata di lustrini e oggetti del desiderio, questo vuol dire che la dilettazione incantata fa agio su ogni tentativo di comprensione e che la subumanità consumatrice non ritiene scandalose le porcherie che si succedono sotto il cielo delle matematiche.
La poesia può svolgere un ruolo liberante proprio oggi che la letteratura e la politica hanno rinunciato all’emancipazione come proprio ruolo specifico.
Non suona peregrino allora porre a documento questo ritorno al pubblico, a uno scrivere in punta di pensiero. Affabulazione e riflessione concorrono a congiungere micro-storia e macrostoria, l’individualità l’universalità che si rendono intelligibili attraverso i fatti che accadono. In particolare Il fatto-atomo esce salvo dal naufragio dell’oblio e si fa memoria: dal magma cominciano a venire fuori molteplici livelli di interpretazione, le parole riacquistano spessore nel senso di fisicità e sonorità, tornano a significare e a rifondare paradigmi di senso.
Il fatto-atomo si serve di parole e le parole pesano, recuperano il centro della scena espressiva attraverso l’eccentricità dello stile (“E per quell’anima /fuggita /per sue sorelle /perse /che vagano sfumate /tra due mondi grigi /esiste da qualche parte /un luogo /sala d’attesa /loft di periferia /dove pazienti /silenziose /viaggio interrotto /ritardato /rifiutato /possono aspettare /forse pretendere /la liberazione /delle loro carcasse /sequestrate?”, Terry Schiavo – Usa. Morta il 31 marzo 2005).
Come se niente fosse ricorre a una plurivocità monologante, vale a dire una sola voce che raccoglie il mandato della comunità silenziosa e parla, assumendo una funzione semiotica progressiva.
I versi di Edith Dzieduszycka marchiano a fuoco con le loro immagini (“la città vomitata/da bocche spalancate/piantata di macerie”), tuttavia al pessimismo troppo abusato e troppo rotondo viene sostituito un pessimismo che sconfina nell’avvenire, che si muove in piena chiarità e indulgenza, quasi che un epico chiarore si possa ancora diffondere sulle città squartate come Sarajevo nei terribili anni della pulizia etnica nell’ex-Jugoslavia (“mentre mani aperte/avrebbero potuto/ forse potrebbero/farla rinascere”).
Edith Dzieduszycka crede nella poesia come forza vitale, tensione, energia, sovrabbondanza di vita, desiderio di mutamento, di innovazione, di divenire etico.
La vecchia poesia che fissa il mondo in forme immutabili è superata.
Mi pare un buon viatico per questo inizio di secolo.
.
Nereidi, 17 febbraio 2016, Donato di Stasi
filosofia Hamburger Banhof, Berlino, Città trasparenti 1

Hamburger Banhof, Berlino, Città trasparenti

Edith Dzieduszycka da “Come se niente fosse” (Fermenti, 2016)

Arduo decidere
un punto di partenza
scegliere un evento
piuttosto che un altro
Arbitrario per forza
non può che essere
in seno alla massa
da cui attingere
A ritrosa nel tempo
certo si può andare
ma da dove scattare
soprattutto da quando?
Quale evento starà
nella storia colpito?
Quale scomparirà
presto dimenticato?

***

Ultima mezzanotte
ben presto scivolata
nelle luci nei botti
della ragione il sonno
Neonato un anno
un altro
ma soltanto più tronfio
chi sa cosa si crede?
Uguale ai precedenti
invece con la pretesa
di essere diverso
di essere speciale
d’aver saltato il fosso
compiuto un grande passo
aprendo così la via
verso un’era nuova.

Capodanno 1999-2000

***

A volte ritornano
certi sassi
che si credono massi
per combattere monti
Li speravi spariti
finalmente sepolti
da muffa polvere
Invece riemergono
indistruttibili
incalliti narcisi
vestigi d’altri tempi
Fingendo di riempire
una missione sacra
salvare la nazione
abbracciare la storia
nelle torbide acque
dell’incredulo stagno
testardi si rituffano
spargendo i loro miasmi.

***

Il rombo cupo
lassù
d’un elicottero
attento a controllare
registrare seguire
le mosse concitate
delle folle oscillanti
laggiù
nelle strade serpenti
le piazze brulicanti
di bandiere brandite
e nani accalcati
dal rabbioso vociare
dallo sguardo cattivo
e pronti intorno a loro
idranti cordoni fumo
braccio pure alzato
a salutare un’alba
imprevedibile.

edith dzieduszycka 1

***

La folla
fa paura
massa compatta
bestia imprevedibile
Si snoda
oscilla
s’inalbera
serpeggia
Banco
branco
gregge
stormo
Urla
canta
osanna
minaccia
Segue la storia
a volte la precede
fa paura
la folla.

***

Da lontane contrade
con cadenza incalzante
ritmo frenetico
come dentro le trappole
sponde della vita
sgorgano
senza freno
sulle infide rotte delle onde
e speranzosi s’avviano
verso lidi che ospitali sperano
invece affondano
disperati gli avanzi
delle nostre disfatte.

***

Corta la coperta
e rapaci le mani
sporca la coscienza
di chi forse ce l’ha
rigide le posizioni
schizzate le pedine
incrociati i veti
vuote le tasche
alta la tensione
vibrante la protesta
strapiene le palle
vicino il baratro
esplosiva la situazione
accorati gli appelli
inestricabili i nodi
lontana la soluzione…

***

Confini e frontiere
appoggiati sul vuoto
invisibili sbarre
di odio scintillanti
scudi trasparenti
indecenti cancelli
qui
lontano
altrove
ma domani chi sa?
Senza gioia
stridente
vi attraversa
qualche grido d’uccello
uno sciame dorato
l’implacabile marcia delle termiti
che voraci rosicchiano
gli oscuri passaporti
di rancori antichi.

***

Tra mezzaluna e croce
irti su fondo stelle
come dentro un frutto
succoso dolce amaro
s’è infiltrato un verme
che sottile
dell’uomo
rosicchia la ragione
scavando gallerie
la sua scia sbavando
in fondo a labirinti
ingombri di macerie
facendoli scontrare
minacciosi straziati
nell’amaro sapore
delle loro sconfitte.

***

Semi multiformi
intolleranti germi
detentrici convinte
d’assolute verità
si pretende
ognuna
quella giusta e buona
perfino l’unica
mentre in verità
i fossati che scava
e le barriere eleva
ammucchiando tabù
divieti dogmi leggi
dividono gli uomini
accaniti a cercare
nelle pieghe tortuose
di opposte coscienze
virtuosi pretesti
per dilaniarsi.

***

Filosofia Hamburger Banhof, Berlino, Città trasparenti 2

Hamburger Banhof, Berlino, Città trasparenti

Parole impotenti
orrore indignazione
meccanica verbale
formule consumate
esauste abusate
aggrappate
pietose
bende derisorie
ad oscure regie
Flussi dilaganti
immagini offerte
video incessanti
disponibili sempre
per l’occhio universale
gaudente avido
spettatore mai sazio.

***

Le nubi s’interrogano
quando le caccia il vento
sopra muri eretti
al di là le frontiere
Muti sono gli dei
né sfiora i carnai
il loro soffio assente
Ai diversi orizzonti
si alza e mescola
all’urto di tal silenzio
il clamore del mondo
e le voci disperse
a poco a poco spente
si sciolgono sconfitte
nello stupore muto
che copre il fragore.
***

Persona
essere cosciente
o povera cosa scucita
legata solamente
da qualche tubo
fragile filo
a parvenza di vita
Oscena indecenza d’un corpo
mostro di fiera
esibita conchiglia
nella sua impotenza
di leggi legacci ostaggio
dietro ambigue sbarre
implacabile amalgama
scienza in marcia
immutabili credo
Involucro ingozzato
dentro di se ancora
conserva una scintilla?
O soltanto rimane
materia senza anima?
E per quell’anima fuggita
per sue sorelle perse
che vagano sfumate
tra due mondi grigi
esiste da qualche parte
un luogo sala d’attesa loft di periferia
dove pazienti silenziose
viaggio interrotto
ritardato rifiutato
possono aspettare
forse pretendere
la liberazione
delle loro carcasse
sequestrate?

***

Dall’uomo all’uomo
nell’andare del tempo
che si ripete e si rincorre
cadono
rosse
irrefrenabili
le gocce lenti della sua ferocia
Nelle carni alternativamente
scavano solchi profondi
ove deporre
cieco
inesauribile
il seme velenoso
dal quale docili
germineranno cloni.

***

Un tiranno
se ne va
un altro seguirà
Già
se ne ode
il primo vagito
il digrignare
già
l’urto delle mascelle
gli urli
gli strepiti
delle folle stregate.
***
Vetrina mediatica
pornografica
stravaccata
web furia psicopatica
paranò sincopata
pubblico su canapé
mefitiche zaffate
volute avvelenate
sesso e sigari
burka e bikini
petrolio e preghiere
sangue e dollari
voluttà e incenso
verso divinità
sorde cieche
tirate per la manica
ma piuttosto distratte.

Edith Dzieduszycka immagine

Edith Dzieduszycka immagine

***

Terra
te ne freghi
di chi ti sta in groppa
ché se te n’importasse
un segno d’interesse
a volte lo daresti
Semplicemente
indifferente
a tutto quanto sei
patetiche formiche
per te altro non siamo
Ti agiti e tremi
erutti e dilaghi
ci scuoti affoghi bruci
unica reazione
alla nostra impotente
immensa presunzione.

***

Imposture verbali
oggi non si dichiarano
le guerre d’una volta
si lanciano petardi
razzi di Capodanno
non si mandano missili
Orecchie più non sentono
spari crolli né grida
s’alternano denti
stretti ad occhi spenti
per meglio mascherare
occhio per dente
Si organizzano
civili conferenze
con tripudio di tregue
solenni ammonimenti
cortesi intimazioni
condite di sanzioni
Non importa il sangue
conta la faccia
quella
quella soltanto
anche se sporca
non si può perdere.

***

Dalla putrida pancia
dell’umanità
in raffiche oscene
a getto continuo
nauseanti
esplodono
rumorose flatulenze
granate missili
bombe obici
gas e razzi.

***

Gli alberi tremavano
sotto l’ira del vento
gli alberi nel parco
d’essere condannati
già lo sapevano
E aspettavano
dritti contro il cielo
le seghe e le ruspe
e le mani
che avrebbero troncato
i colli ruvidi
tagliato i capelli
fatto colare il sangue
linfa in terra cresciuta
lungo l’arco sapiente delle stagioni
Unendo il loro canto
ultimo canto
al grido di rivolta
salito in mezzo a loro
gli alberi tremavano.

***

Se oltre le parole
vanno
le cose
che succedono
soltanto possono
silenzio
e stupore
esprimere l’angoscia
che ci assale
di fronte all’indicibile.

***

Sull’orizzonte oscuro
dolente
scivola
l’anima delle pietre
assassinate
La raccoglie
e conserva
un’ombra senza testa
che le amava.

***

Posseggono
ancora
qualcosa di umano
a parte le sembianze
quattro fra braccia e gambe
tronco una testa
oppure giungono
da un altro pianeta
da profondità buie
tetre insondabili
ove di notte tornano
per dormire ormai sazi
in bare di cristallo
fino al giorno dopo?

***

Dovevano sbocciare
fiori di libertà
non acqua li ha nutriti
solo sangue sommerse
E di nuovo nel cielo
azzurro
indifferente
sfrecciano rondini
come se niente fosse.

Donato Di Stasi

Donato di Stasi

Donato di Stasi è nato a Genzano di Lucania, ha viaggiato a lungo in Europa Orientale e in America Latina prima di stabilirsi a Roma dove è Dirigente Scolastico del Liceo Scientifico “Vincenzo Pallotti” dal 1999. Ha studiato Filosofia a Firenze, interessandosi in seguito di letteratura, antropologia e teologia. Giornalista diplomato presso l’Istituto Europeo del Design nel 1986, svolge un’intensa attività di critico letterario, organizzando e presiedendo convegni e conferenze a livello nazionale e internazionale.
Ha pubblicato articoli per il Dipartimento di Filologia dell’Università di Bari, per l’Università del Sacro Cuore di Milano e per l’Università Normale di Pisa. In ambito accademico ha insegnato “Storia della Chiesa” presso la Pontificia Università Lateranense. Attualmente collabora con la cattedra di Didattica Generale presso l’Università della Tuscia di Viterbo.
È Consigliere d’Amministrazione della Fondazione Piazzolla, è stato eletto nel Direttivo Nazionale del Sindacato Scrittori. Per la casa editrice Fermenti dirige la collana di scritture sperimentali Minima Verba.
Ha pubblicato «L’oscuro chiarore. Tre percorsi nella poesia di Amelia Rosselli», «II Teatro di Caino. Saggio sulla scrittura barocca di Dario Bellezza» (1996, Fermenti) e la raccolta di poesie «Nel monumento della fine» (1996, Fermenti)

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POESIE SCELTE di Edith Dzieduszycka da “Incontri e scontri” (Fermenti, 2015) con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Edward Hopper room in New York.

Edward Hopper room in New York.

D’origine francese, Edith de Hody Dzieduszycka nasce a Strasburgo dove compie studi classici. Lavora per 12 anni al Consiglio d’Europa. Nel 1966 ottiene il Secondo Premio per una raccolta di poesie intitolata Ombres (Prix des Poètes de l’Est, organizzato dalla Società dei Poeti e Artisti di Francia con pubblicazione su una antologia ad esso dedicata). In quegli anni alcune sue poesie vengono pubblicate sulla rivista Art et Poésie diretta da Henry Meillant, mentre contemporaneamente disegna, dipinge e realizza collage. La prima mostra e lettura dei suoi testi vengono effettuate al Consiglio d’Europa durante una manifestazione del “Club des Arts” organizzato da lei e alcuni colleghi di quell’organizzazione.
Nel 1968 si trasferisce in Italia, Firenze, Milano, dove si diploma all’Accademia Arti Applicate, poi Roma dove vive attualmente. Oltre alla scrittura, negli anni ’80 riprende la sua ricerca artistica, disegno, collage e fotografia (incoraggiata in quell’ultima attività da Mario Giacomelli e André Verdet), con mostre personali e collettive in Italia e all’estero. Comincia a scrivere direttamente in italiano e partecipa a premi di poesia con inserimenti in numerose antologie.
Edith copertina incontriHa pubblicato: La Sicilia negli occhi, fotografia, Editori Riuniti, 2004, prefazione di Giampiero Mughini e Antonio Ducci. Diario di un addio, poesia, Passigli Ed., 2007, prefazione di Vittorio Sermonti. Tu capiresti, fotografia e poesia, Ed. Il Bisonte, 2007, prefazione di Vittorio Sermonti, postfazione di Giovanni Paszkowski. L’oltre andare, poesia, Manni Ed., 2008, prefazione di Ugo Ronfani. Nella notte un treno, poesia bilingue, Ed. Il Salice, 2009, prefazione di Salvatore Malizia. Nodi sul filo, racconti, Manni Ed. 2011. Lo specchio, romanzo, Felici Ed., 2012. Desprofondis, poesia, La città e le stelle, 2013, presentazione di Massimo Giannotta. Lingue e linguacce, poesia, Ginevra Bentivoglio Ed., 2013, prefazione di Alessandra Mattei, illustrazioni e nota di Paola Mazzetti, A pennello, poesia, Ed. La Vita Felice, 2013, prefazione di Elisa Govi, postfazione di Mario Lunetta. Cellule, poesia bilingue, Passigli Ed., 2014, prefazioni di Sandro Gallo e François Sauteron. Cinque + cinq, poesia bilingue, Genesi Ed., 2014, prefazione di Sandro Gros-Pietro. Incontri e scontri, poesia, Fermenti Ed., 2015, postfazione di Anton Pasterius.
Ha curato: Pagine sparse di Michele Dzieduszycki, Ibiskos Ed. Risolo, 2007, prefazioni di Pasquale Chessa, Umberto Giovine e Mario Pirani. La maison des souffrances, Diario di prigionia di Geneviève de Hody, Ed. du Roure, 2011, prefazione di François-Georges Dreyfus.

Colored Folks Corner

Colored Folks Corner

Poesie di Edith de Hody Dzieduszycka da Incontri e scontri (2015)

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

«Conversazioni colte / pettegolezzi perfidi / ampio buffet», insomma, la chiacchiera della middle class intellettualizzata. È qui che si va ad appuntare il sarcasmo e l’ironia di Edith Dzieduszycka. La poetessa utilizza il piano basso del linguaggio, un parlato a metà tra la conversazione e la confessione, lessico sobrio, visione minimale o minima delle cose, attenzione che si posa sugli aspetti minimi delle vicende rappresentate, «tra persone ben educate» come l’attesa in un ufficio dell’anagrafe dove con 26 centesimi ci si assicura «d’esistere in vita». Una serie di luoghi non-luoghi di baumiana memoria, sale d’attesa, bar, conversazioni in strada, in automobile, pensieri non detti etc. Una condizione esistenziale nella quale «mi manca l’orizzonte», quel malessere quieto dell’esistenza tipico delle società della affluent society, come si diceva una volta, prima dell’epoca della stagnazione e della recessione. Versificazione breve e brevissima spezzata, frantumata, segmentata, veloce, che transita dalla illuminazione al neon alla penombra degli angoli bui. Non c’è altro da dire per un poeta della metropoli odierna come Roma dove la Dzieduszycka vive, tutto è a posto, la borghesia colta mediatizzata vive nella «sfilata di salotti con arredi pregiati / Nulla da contestare», alla poesia non è rimasto nulla da dire. Altro che poesia civile, o impegnata, qui è la poesia che è stata fatta sloggiare dal ruolo di critica sociale nel quale un tempo si pacificava la coscienza delle anime nobili, ormai la pacificazione è entrata dentro le cose, dentro le parole, dentro un modo di vita che non promette alternative. E alla poesia non resta altro da fare che prenderne atto e scattare delle istantanee di inautenticità. Tante istantanee da farne una copiosa enciclopedia.

Edith  Dzieduszycka  cinque-cinqda Incontri e scontri, poesia, Fermenti Ed., 2015

Però non era male
quella serata
chiamiamola mondana
gente di qualità

conversazioni colte
pettegolezzi perfidi
ampio buffet squisito
sfilata di salotti con arredi pregiati

Nulla da contestare
insomma
si sol dire
una bella serata

E allora perché
questo strano magone
quel senso di assenza
quell’estraneità

come se precipitata in fondo
ad un acquario dalle pareti opache
invano ne cercassi
una qualche uscita?

*

Nelle roventi ore
d’un’estate di fuoco
quando sul corpo nudo
in affanno

galleggia
greve
soffocante
un’aria immobile

ecco dal movimento
leggero della mano
prolungata dall’ala
gentile d’un ventaglio

lo spostamento lieve
dell’aria che ti sfiora
e magica
sollievo ti regala.

*
Tra gente ben educata
ci si fa dei sorrisi
Ma che bella sorpresa
tanto che non t’incontro

Come stai?
Bene e tu?
Dobbiamo veramente
vederci un po’ di più

Chiamami
qualche volta
A presto
Alla prossima.

edith dzieduszycka

edith dzieduszycka

Senz’altro
sono persone
davvero meravigliose
mai si sono smentite

sincere affidabili
come si dice per bene
puoi rimaner sicuro che
mai

e dico mai
un torto ti recheranno
Solo che tempo fa
ma no non dovrei dirlo

tempo fa ho sentito
m’è sembrato
però
probabilmente

anzi
sicuramente
avrò capito male
guardi come non detto.

*
Non mi hai ascoltata
te l’avevo ben detto
che era uno stronzo
tu lo credevi un dio

Non dovevi tastarlo
tanto meno gustarlo
quel frutto avvelenato
formato paradiso

Ha piantato il suo chiodo
e poi ti ha piantata
ora tu fai un pianto
te lo sei meritato

Non venire da me
ora a lamentarti
t’avevo avvisata
non mi hai dato retta.

*

Dai vieni con me
ti vorrei far vedere
una cosa speciale
una cosa che mai

scommetto
in vita tua
hai nemmeno sognata
Vedrai ti piacerà

Non ti posso dir niente
che sorpresa sarebbe?
ma solo garantirti
che non sarai delusa.

*

Si è fatto silenzio
Solo frinisce il grillo
nascosto
solitario

all’angolo del muro
del palazzo di fronte
La strada è deserta
s’irraggia d’ogni lampione

nella notte bambina
un alone dorato
che spruzza le facciate
come di cipria

Un cane blu smarrito
sniffando raso terra
scivola silenzioso
lungo il marciapiede

alzando ogni tanto
contro le ruote inermi
delle auto in sosta
una zampa o l’altra

pittura Edward Hopper Compartimento C vagone 293

Edward Hopper Compartimento C vagone 293

e poi ringhiando scatta
minaccioso
dietro un gatto nero
che scappa come razzo

Una luce s’accende
nella casa di fronte
svelando la finestra
nuda senza tende

così che nel riquadro
si può seguire
di due ombre grigie
inconsapevoli

il lento muoversi
Si allontanano
subito poi s’addensano
Ora un’ombra sola

immota
nel rettangolo ferma
sembra cristallizzata
per un’eternità.

*

Lo sguardo calamitato
dal quadro luminoso
sportello 4 G016
GO paradossale

essendo l’andamento
d’una lentezza estrema
mi conquisto una sedia
nella sala gremita dell’anagrafe

Subentra un torpore
sensazioni sospese
le palpebre pesanti
mentre ronza il brusio

delle voci dintorno
Gente seduta in piedi
rassegnata nervosa adirata
perfino per l’attesa infinita

Dopo un’ora e mezza
finalmente arrivata al G024
mi alzo e m’avvio verso l’ambita
stanza dello sportello 4

ove con 26 centesimi
benedetto sollievo
mi viene certificato
d’esistere in vita.

*

Ormai rassicurata
perfino fiduciosa
con tale talismano
in tasca ripiegato

di buon passo mi dirigo
fischiettando verso casa
Però dopo un po’
mi sento a disagio

Anche voi una volta
forse avrete provato
l’insolito sospetto
che qualcosa non va

E se per caso penso
avessero sbagliato?
Se fossi un miraggio
fugace un’illusione?

Se quel esistere
fosse una finzione?
Adesso che quel dubbio
addosso mi è saltato

mi sta venendo un’ansia
che non so controllare
Così mi guardo intorno
e vedo che la gente
m’osserva in modo strano.

pittura edward hopper-room-in-brooklyn-18x18

edward hopper-room-in-brooklyn-18×18

Nella soffitta buia
gremita di cianfrusaglie
di ogni casa
abbandonato giace

chiuso polveroso
un baule di cuoio
dalle borchie sporgenti
come denti mordaci

Da tempi immemorabili
se n’è persa la chiave
e nessuno più sa dire
cosa contiene

Arrugginita ruvida
la serratura ostile
si difende e rifiuta
di venire violata

Nelle sue viscere cosa nasconde?
Segreti inconfessabili
messaggi lettere
malefici tesori?

O più semplicemente
di qualche sventurato
disperso
le vecchie ossa?

*

Dalla porta socchiusa
si sono infiltrati
silenziosi
alzando polvere
seminando sentori

Non pensino però
illusi
di spaventarmi
ché ho chiuso gli occhi
appena entrati loro

Così non posso dirvi
a che somigliano
come non ho idea
di cosa siano fatti
né di quanti saranno

Voleranno?
Strisceranno?
Forse su due piedi
mi verranno incontro
armati fino ai denti?

*

Mentre dorme qualcuno
vigile qualcun’altro
sentinella
rimane

Osserva l’orizzonte
segue i movimenti
spia le carovane
in fondo alla pianura

finché intorpidito
da silenzio attesa
non più avverte l’ombra
che vela il suo sguardo.

*

Non vi capita mai
di sentirvi legati
da corde invisibili
dai nodi ben stretti

di non potervi muovere
di non averne voglia
nemmeno
di stare in stand by

di non sapere poi
se durerà a lungo
ma senza che la cosa
vi turbi più di tanto?

*

Buste nastri sacchetti
spaghi e scatole
derisorie reliquie
infimi testimoni
del nostro permanere

accumulati
fitti
dentro armadi
cervelli e cassetti
giacché non si sa mai

un giorno
o forse l’altro
saranno utili
faranno comodo
per tappezzare e tessere

la parete sicura
la coperta di Linus
che dall’oscuro mondo
là fuori
ci protegge e ripara.

*

Mi manca l’orizzonte
al di là l’orizzonte
ché sempre più lontano
un altro ancora sta

Mi mancano le stelle
nella cupola cupa
della grande città
da dove son fuggite

Mi manca il profumo
del tiglio del gelsomino
soprafatto dal lezzo
di metil e benzene

mi manca il tuo passo
felpato silenzioso
sul quadrante furtivo
dell’orologio.

*

Mi stropiccio gli occhi
cerco di capire
di afferrare un senso
a quello che accade

Ma un senso l’avrà
se solo ombre vedo
nell’ombra in piena luce
che mi circonda?

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