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Dieci Domande di Giorgio Linguaglossa a Giorgio Agamben Sull’Angelo della storia e sull’Angelo dell’arte – con una poesia inedita, da La notte è la tomba di Dio

Foto Karel Teige

collage di Karel Teige

Intervista a Giorgio Agamben

Domanda:

È ancora possibile l’esperienza dell’arte?

 Risposta:

L’esperienza dell’arte per Nietzsche non è un’esperienza estetica. Al contrario, si tratta appunto di purificare il concetto di «bellezza» dell’aisthesis, dalla sensibilità dello spettatore, per considerare l’arte dal punto di vista del suo creatore. Questa purificazione è, cioè, compiuta attraverso un rovesciamento della prospettiva tradizionale sull’opera d’arte: la dimensione dell’esteticità – l’apprendimento sensibile dell’oggetto bello da parte dello spettatore – cede il posto all’esperienza creativa dell’artista che vede nella propria opera soltanto une promesse de bonheur. Nell’«ora d’ombra più corta», giunta al limite estremo del suo destino, l’arte esce dall’orizzonte neutrale dell’esteticità per riconoscersi nella «sfera d’oro» della volontà di potenza.

 Domanda:

Le chiedo di conoscere il suo pensiero intorno alla situazione dell’arte di oggi. Spiegarci cosa intende quando scrive che «l’opera d’arte diventa per noi intelligibile soltanto attraverso il confronto con la sua ombra». Il concetto di «ombra» è per noi della nuova ontologia estetica particolarmente importante per introdurre una riflessione sull’arte di oggi. Ad esempio, un’arte interamente illuminata dalla luce al neon, come quella che va di moda oggi, è un’arte senza ombra? E possiamo definire questa forma d’arte, Kitsch? Possiamo dire che un’arte senz’ombra è un’arte Kitsch?

Risposta:

L’arte contemporanea ci presenta, sempre più spesso delle produzioni di fronte alle quali non è più possibile far ricorso al tradizionale meccanismo del giudizio estetico, e per le quali la coppia antagonista arte, non-arte ci appare assolutamente inadeguata. Davanti a un ready-made, per esempio, in cui l’estraneità del principio creativo-formale è stata sostituita dalla estraneazione dell’oggetto non-artistico che viene immesso a forza nella sfera dell’arte, il giudizio critico si confronta, per così dire, immediatamente con se stesso, o, per essere più precisi, con la propria immagine rovesciata: ciò che esso deve ricondurre alla non-arte è, infatti, già di per sé non-arte, e la sua operazione si esaurisce così in un semplice accertamento di identità. L’arte contemporanea, nelle sue più recenti tendenze, ha portato ancora più innanzi questo processo, e ha finito col realizzare quel reciprocal ready-made a cui pensava Duchamp quando suggeriva di usare un Rembrandt come tavolo da stiro. La sua oggettualità spinta rende, attraverso fori, macchie, fessure e l’uso di materiali extra-pittorici, a identificare sempre più l’opera d’arte col prodotto non-artistico. Prendendo coscienza della propria ombra, l’arte accoglie così immediatamente in sé la propria negazione, e, colmando la distanza che la separava dalla critica, diventa essa stessa il logos dell’arte e della sua ombra, cioè riflessione critica sull’arte, arte.

Domanda:

Lei ha scritto: «dovunque il critico incontra l’arte la riconduce al suo opposto, dissolvendola nella non-arte; dovunque esercita la sua riflessione, porta il non-essere e l’ombra, come se per adorare l’arte non avesse altro mezzo che quello di celebrare una sorta di messa nera al deus inversus della non arte».

Se intendo bene il suo pensiero, il critico mette in opera un pensiero inverso che porta l’arte dal polo positivo al polo negativo dissolvendola nel Kitsch. Si tratta di un enigma o di una aporia?

Risposta:

«L’enigma di questo fondamento resta celato nell’origine e nel destino del pensiero moderno. Da quando Kant non riuscì a trovare una risposta soddisfacente alla sola domanda che conti veramente nella storia dell’estetica, e cioè: “come sono possibili, quanto al loro fondamento, i giudizi estetici a priori?”, questa macchia originale pesa su di noi ogni volta che pronunciamo un giudizio sull’arte.

Kant si era posto il problema del fondamento del giudizio estetico come problema della ricerca di una soluzione per l’Antinomia del gusto, che, nella seconda sezione della Critica del Giudizio, aveva compendiato in questa forma:

1) Tesi: il giudizio di gusto non si fonda sopra concetti, perché, altrimenti, di esso si potrebbe disputare.

2) Antitesi: il giudizio di gusto si fonda sopra concetti, perché, altrimenti, non si potrebbe neppure contendere, qualunque fosse la diversità dei giudizi (non si potrebbe pretendere alla necessaria approvazione altrui)

Domanda:

Una antinomia, dunque?

Risposta:

Il giudizio estetico ci confronta così all’imbarazzante paradosso di uno strumento di cui non sappiamo fare a meno per conoscere l’opera d’arte e che, però, non soltanto non ci fa penetrare nella sua realtà, ma, rimandandoci continuamente a ciò che è altro da essa, ci presenta questa realtà come un puro e semplice nulla. Simile a una complessa e articolata teologia negativa, la critica cerca dovunque di aggirare l’incontornabile avvolgendosi nella sua ombra… e, presi in questa laboriosa edificazione del nulla, non ci accorgiamo che l’arte è divenuta, nel frattempo, un pianeta che volge verso di noi soltanto la sua faccia oscura, e che il giudizio estetico non è appunto che il logos, la riunione dell’arte e della sua ombra.

Se volessimo esprimere con una formula questo suo carattere, potremmo scrivere che il giudizio critico pensa l’arte come arte intendendo così, che, dovunque e costantemente, esso immerge l’arte nella sua ombra, pensa l’arte come non-arte. Ed è quest’arte, cioè una pura ombra, che regna come valore supremo sull’orizzonte della terra aesthetica; ed è probabile che noi non potremo uscire da quest’orizzonte finché non ci saremo interrogati sul fondamento del giudizio estetico.

Domanda:

Ma l’esigenza di separare l’arte dalla non-arte è imprescindibile per il giudizio critico, pena l’autoannullamento di esso come giudizio critico.

Risposta:

Sembra che ogni volta che il giudizio estetico si prova a determinare che cos’è il bello, esso stringa fra le mani non il bello, ma la sua ombra, come se il suo vero oggetto fosse non tanto quel che l’arte è, ma quel che essa non è, non l’arte, ma la non-arte (…) Dobbiamo convenire, sia pure a malincuore, che tutto quel che il nostro giudizio critico ci suggerisce di fronte a un’opera d’arte appartiene proprio a quest’ombra, e che, separando l’arte dalla non-arte, nell’atto del giudizio noi facciamo della non-arte il contenuto dell’arte, ed è soltanto in questo calco negativo che riusciamo a ritrovarne la realtà.

paul klee 2

Paul Klee, Angelus Novus

Domanda:

Per costruire un’arte diversa dovremmo uscire dalla metafisica? E se non è possibile uscire dalla metafisica, è destino dell’arte ripetere se stessa fino all’estenuazione, fino all’esaurimento? Ma, ci sarà mai una Fine all’esaurimento?

Risposta:

Il complesso significante-significato fa, infatti, così indissolubilmente parte del patrimonio del nostro linguaggio, pensato metafisicamente come suono significante, che ogni tentativo di superarlo senza muoversi, nello stesso tempo, fuori dei confini della metafisica, è condannato a ricadere al di qua del suo obiettivo. La letteratura moderna offre fin troppi esempi di questo destino paradossale cui va incontro il Terrore. L’uomo integrale del Terrore è anche un homme-plume, e non è inutile ricordare che uno dei più puri interpreti del terrore nelle lettere, Mallarmé, è stato anche colui che ha finito col fare del libro l’universo più perfetto […] E siamo forse ora in grado di chiederci che cosa Nietzsche intendesse dire parlando di un’arte per artisti. Si tratta, cioè, semplicemente di uno spostamento del punto di vista tradizionale sull’arte, o non siamo piuttosto, in presenza di un mutamento nello statuto essenziale dell’opera d’arte che potrebbe darci ragione del suo attuale destino?

Domanda:

«C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che gli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta.»

Il famoso pezzo di Walter Benjamin delle Tesi, che interpreta la celebra tela del pittore Paul Klee ci suggerisce l’idea che compito dell’arte è la trasmissione (Überlieferung) della tradizione mediante la negazione della stessa, il passato che non può essere riscattato può essere redento grazie all’atto della trasmissione in quanto passato non redento. Il passato, ovvero, la memoria, che l’arte redime nell’apparenza, riconosce il suo esser passato perché l’arte lo invera mediante un atto di estraneazione radicale. Di qui la melancholia dello sguardo dell’angelo dell’arte che osserva il cumulo di rovine del passato.

Risposta:

Se l’Angelus Novus di Klee è l’angelo della storia, nulla meglio della malinconica creatura alata di quest’incisione di Dürer potrebbe rappresentare l’angelo dell’arte. Mentre l’angelo della storia ha lo sguardo rivolto al passato, ma non può arrestarsi nella sua incessante fuga a ritroso verso il futuro, l’angelo malinconico dell’incisione di Dürer guarda immobile davanti a sé. La tempesta del progresso che si è impigliata nelle ali dell’angelo della storia qui si è placata e l’angelo dell’arte sembra immerso in una dimensione atemporale, come se qualcosa, interrompendo il continuum della storia, avesse fissato la realtà circostante in una sorta di arresto messianico. Ma come gli eventi del passato appaiono all’angelo della storia come un cumulo di indecifrabili rovine, così gli utensili della vita attiva e gli altri oggetti che stanno sparsi intorno all’angelo malinconico hanno perso il significato di cui li investiva la loro utilizzabilità quotidiana e si sono caricati di un potenziale di estraneazione che ne fa la cifra di qualcosa di inafferrabile. Il passato che l’angelo della storia ha perso la capacità di comprendere ricompone davanti all’angelo dell’arte la sua figura; ma questa figura è l’immagine estraniata in cui il passato ritrova la sua verità solo a condizione di negarla e la conoscenza del nuovo è possibile solo nella non-verità del vecchio. La redenzione che l’angelo dell’arte offre al passato citandolo a comparire fuori del suo contesto reale nell’ultimo giorno del Giudizio estetico non è cioè nient’altro che la sua morte (o, meglio, la sua impossibilità di morire) nel museo dell’esteticità. E la malinconia dell’angelo è la coscienza di aver fatto dell’estraneazione il proprio mondo e la nostalgia di una realtà che egli non può possedere altrimenti che rendendola irreale.

Albrecht Durer Angelo malinconico

Durer l’Angelo della malinconia

Domanda: Continua a leggere

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Mariella Colonna, Poesia inedita – Sotto il tendone del Teatro di strada – Allegoria della condizione infernale dell’uomo sulla terra… con un Commento di Mariella Colonna e un Appunto di Giorgio Linguaglossa

 

Commedia eroicomica in versi prosastici sulla trama di una [di Giorgio Linguaglossa] poesia.

Siamo in un tendone di un «Teatro di strada» dove si sta allestendo un «Grande spettacolo» dal titolo misterioso: Il bacio è la tomba di Dio,  con la partecipazione del primo attore, Mario Gabriele,  e di il Signor K., Madame Hanska e  Anonymous (creazioni artistiche di Giorgio Linguaglossa), e Miss Evelyn (creazione artistica di Mario Gabriele). E ancora, in prima persona intervengono gli attori: Giorgio Linguaglossa, Gino Rago, Elena, Ecuba di Troia, Odette, (personaggio scaturito dalla fantasia di Mariella Colonna);  e personaggi vari di altre poesie. Dimenticavo, c’è anche «una Galleria con quadri animati»; e un Signor K2, e, infine, addirittura un K3! Sembra un manicomio ambulante! Ci sono delle Signore che litigano tra di loro, si colpiscono con le borsette… E c’è nientemeno Dio che interviene di qua e di là per tentare di comporre gli innumerevoli dissidi che nel frattempo si moltiplicano come funghi. Siamo nel bel mezzo del paradosso e della peritropè (capovolgimento), di una realtà surrazionale, al di là del reale e del non reale: siamo nel multireale multiprospettico proprio della dimensione psichica, nella dimensione della «nuova ontologia estetica».

Oserei dire, con Andrea Emo, che «nel paradosso è sempre e finalmente l’unica verità; ma nel paradosso, e perciò nella Verità, possiamo soltanto credere. Il linguaggio, il Verbo del Paradosso, è il mito; soltanto il mito sa esprimere il paradosso».1 Infatti, la valorizzazione e la trasmutazione del quotidiano in mito, implica il rivolgimento del linguaggio in linguaggio mitico, come espressione di un «reale» profondamente paradossale e sovra-razionale.

1 Cfr. A. Emo, Il Dio negativo. Scritti teoretici 1925-1981, a cura di Massimo Donà e Romano Gasparotti, Marsilio Editori, Venezia 1989, p. 34

(Giorgio Linguaglossa)

Gif volti

Gif, Roy Lichtenstein

[Interpretazione del testo e regia di Mariella Colonna.]

Sotto il tendone del Teatro di strada, aperto a nord a sud
ad est e ad ovest, il signor K [personaggio della poesia
di Giorgio Linguaglossa] grida e la voce si diffonde
nelle quattro direzioni dello spazio:

“Venite, venite tutti a vedere
il più grande spettacolo del mondo
dal titolo insuperabile: Il bacio è la tomba di Dio!
Avete mai sentito una cosa del genere??
Vi presento me stesso, il signor Kappa,
il sommo… prestigiatore, il mago portentoso
capace di cambiare i destini degli uomini
e dei popoli!

Alla modesta cifra della vostra anima
(che non vale niente)
posso fare di voi il contrario di quello che siete,
poveri incapaci e depressi abitanti
di questo miserabile pianeta avviati alla catastrofe!
Ascoltatemi dunque!
(si rivolge ai suoi scherani)
“Suvvia, date fiato alle trombe! Inizi lo spettacolo!”

“Un momento…alt!”
“E voi chi siete?”
“Sono il signor K!”
“Ah, questa poi…
il signor K(appa) sono io!”
“Siamo due Signor K, io sono famoso ormai
per essere passato dalle poesie di Mario Gabriele
in quella di Giorgio Linguaglossa intitolata ‘Il corvo entra dalla finestra’…
“per corteggiare una dama, miss. Evelyn…”.

“Ma che state dicendo? Di che diavolo parlate?
Rivolgendosi al pubblico: “Non sa che io
sono tanto più famoso di lui…”
“È la verità. Piuttosto voi…”
“Tacete! Fate un silenzio di pietra quando parlate con me…
State a sentire: vedete quella torre?”
“Sì, la vedo…”
“Ma no, non quella che vedete! Quella che non vedete!”
“Va bene, credo di aver capito.”
“C’è scritta una frase bizzarra.”
“Ma non riesco a leggerla bene. Non ho con me gli occhiali.”
“Vi ho detto che non dovete ‘vederla!’
E neppure leggerla, non avete bisogno degli occhiali,
vi basti immaginare.”
“L’imagination au pouvoir!”
“Così va meglio, però.
Prima di tutto ditemi perché avete interrotto l’inizio
dello spettacolo?”
“Volevo che lei, signor Kappa,
ci spiegasse il senso di tutto questo baccano…”
“Questo mai, se lo facessi, addio suspence…
c’è un incredibile evento che vi inchioderà sulle sedie,
cari signori! Ma adesso
continui lei, signor K2, che dice di essere il mio doppio!
Da quale parte del mondo viene?”

“Vede, signor Kappa, io e lei siamo due personaggi complicati:
io vengo non dalla mia terra, ma da due poesie.
La prima l’ho scritta io che sono un poeta e mi chiamo
Mario Gabriele; nella mia poesia ho creato Evelyn:
lei si è presa una sbandata per me e io per lei.
Ma, per attrarla e farmi desiderare, mi sono recato
con il nome d’arte di Signor K nella poesia-opera d’arte
di Giorgio Linguaglossa!
Una Galleria con quadri animati
che hanno molto movimentato l’Incontro con miss Evelyn.
Quando ho scelto di identificarmi con il signor K,
ero all’oscuro della sua identità, signor Kappa.”
“Lei dunque sa meglio di me chi sono?”
Se è per questo anche lei sa meglio di me
chi sono e chi è il signor K n.3, che poi è il primo!”

“Va bene, allora basta! Non mi confonda le idee
con altre spiegazioni, tenga pure il mio nome,
ma, mi raccomando, coll’aggiunta del 2 , lei è il signor K2!
E sappia che… chi porta il mio nome porta dentro di sé
qualcosa di me”.
“Essere K2 aumenterà il mio fascino agli occhi di Evelyn.
D’altra parte, anche la mia Evelyn è ambigua,
adesso è un’elegante signora Liberty… ma, Gi Elle dice che ha
un passato da megera e prosseneta: si guadagnava da vivere con le carte etc…”.
“Ma sì, la conosco bene anche io, il patto è concluso: vede,
con la musica-luce verde-rossa rivolta ora al suo volto ora al mio…
Diamo inizio allo spettacolo!” Continua a leggere

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Giorgio Linguaglossa Appunti sul Nichilismo – con due poesie inedite: Il bacio è la tomba di Dio, di Giorgio Linguaglossa e Frammenti per Sally, di Lucio Mayoor Tosi

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Laboratorio 4 Nuovi

Laboratorio lilla

Grafica di Lucio Mayoor Tosi

Giorgio Linguaglossa

Appunti sul Nichilismo

Nietzsche definiva il nichilismo il processo di «svalutazione dei valori finora supremi»,

i quali soli  conferiscono all’ente il suo «valore»; un «ospite inquietante». Heidegger diceva del nichilismo, che ormai è impossibile «metterlo alla porta», e invitava a «guardarlo bene in faccia». Nietzsche osava affermare di essere «il primo perfetto nichilista d’Europa, che però ha già vissuto in sé fino in fondo il nichilismo stesso – che lo ha dentro di sé, sotto di sé, fuori di sé».

Chi ha saputo raccogliere la sfida di Nietzsche è stato innanzitutto Heidegger. Dalla metà degli anni Trenta, nel lungo periodo in cui elaborò il suo imponente Nietzsche (1961), Heidegger individua nel nichilismo la traiettoria dell’Occidente, quello che domina la sua storia non già dai sussulti rivoluzionari ottocenteschi, ma fin dalle origini greche.

Il concetto di nichilismo assurge dignità di elemento portante nella filosofia in Nietzsche. Ne La gaia scienza, infatti, il filosofo tedesco annuncia la «morte di Dio» e la vacuità di ogni valore, auspicando l’autosoteria dell’Übermensch, dell’Oltreuomo, unico modello in grado di sottrarre l’uomo europeo dalla decadenza in cui l’ha precipitato la religione cristiana.

Heidegger individua la causa del nichilismo nella metafisica,

sostenendo che: «La metafisica in quanto metafisica è l’autentico nichilismo. L’essenza del nichilismo si dà storicamente nelle vesti della metafisica. La metafisica di Platone non è meno nichilistica di quella di Nietzsche. In quella l’essenza del nichilismo resta solo celata, in questa giunge interamente alla comparsa», dove per «metafisica» egli intende quella tradizione di pensiero che pone il problema dell’essere dell’essente, andando oltre (metà) l’essente stesso, in una irrealistica dimensione trascendente.

L’inizio del Novecento È caratterizzato dal fenomeno delle avanguardie che porteranno a compimento la rivoluzione delle arti plastiche, letterarie e figurative in un impeto di distruzione del vecchio mondo volto alla realizzazione di uno nuovo (proprio come sosteneva Turgenev nel romanzo Padri e figli!). Da questo punto di vista, le due guerre mondiali devono essere ricomprese nel quadro ideologico-psicologico  del compimento della potenza detonante del nichilismo e della progressiva perdita dei nicciani «valori» orientativi di «scopo», «unità» e «verità».

Laboratorio quattro

Grafica di Lucio Mayoor Tosi

Il fenomeno delle post-avanguardie letterarie

e artistiche del secondo Novecento rappresenta la stigmatizzazione del riposizionamento combattivo di gruppi artistici e soprattutto letterari che cercano  di ritagliarsi un posto e una funzione nell’ambito del dispiegamento universale della forma-merce e del mercato globale che non contempla più alcuna funzione di «valore» all’arte e alla letteratura nel sistema società. È la reazione della nuova letteratura di fronte ai cambiamenti epocali che la relegano al di fuori del sistema mercato e delle nuove istituzioni culturali. La metafisica ha prodotto il mercato globale, e il mercato globale è il compimento (Vollendung) della metafisica. È qui che si apre la nuova stagione del nichilismo come «stato psicologico» del mondo contemporaneo. Il nichilismo, dirà Heidegger, viene concepito come «stato psicologico», «ciò significa allora: il nichilismo riguarda la posizione dell’uomo in mezzo all’ente nel suo insieme, riguarda il modo in cui l’uomo si pone in relazione con l’ente in quanto tale, in cui configura e afferma questo rapporto e quindi se stesso; ciò non significa altro che il modo in cui l’uomo è storicamente.»1]

«Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore» , così recitava il nono punto del manifesto programmatico del Futurismo di F.T. Marinetti e soci, pubblicato il 20 Febbraio 1909 su Le Figaro. O più ‘nichilisticamente votate soltanto alla distruzione: questo È il caso di Dada, definito dagli stessi dadaisti come: «un fenomeno che scoppia nella metà della crisi morale ed economica del dopoguerra, un salvatore, un mostro che avrebbe sparso spazzatura sul suo cammino. Un sistematico lavoro di distruzione e demoralizzazione… che alla fine non è diventato che un atto sacrilego».

Del resto come preannunziarono nel loro manifesto: «Dada non significa nulla. È solo un prodotto della bocca».

Laboratorio 5 poeti

Alcuni componenti della nuova ontologia estetica

Scrive Heidegger: «Forse l’essenza del nichilismo

consiste nel non prendere sul serio la domanda del Niente. In effetti la si lascia inesplicata, si rimane cocciutamente fermi allo schema interrogativo di un aut-aut da tempo abituale. Con l’approvazione generale si dice: o il Niente “è” “qualcosa” senz’altro nullo oppure deve essere un “ente”. Poiché però, evidentemente, il Niente non può mai essere un ente, non rimane che l’altra possibilità, cioè che il Niente sia l’assolutamente nullo.

[…]

E se il Niente, in verità, non fosse un ente, ma non fosse nemmeno mai ciò che è soltanto nullo? E se la domanda dell’essenza del Niente non fosse, sulla scorta di quell’aut-aut, nemmeno posta in termini sufficienti? E, ancor di più, se la mancanza (Ausbleiben) di questa domanda dispiegata che chiede dell’essenza del Niente fosse la ragione (Grund) del fatto che la metafisica occidentale deve cadere vittima del nichilismo? Il nichilismo sarebbe allora esperito e concepito in modo più originario ed essenziale, quella storia della metafisica che spinge a una posizione metafisica di fondo nella quale il Niente, nella sua essenza, non solo non può essere compreso, ma non vuole più nemmeno essere capito. Nichilismo significherebbe allora: il non pensare, per essenza, all’essenza del Niente. (…) Nietzsche riconosce, sì, il nichilismo come movimento soprattutto della storia occidentale, ma non è capace di pensare l’essenza del Niente perché non è in grado di cercarla domandando, egli deve diventare il nichilista classico che esprime la storia che sta accadendo ora. Nietzsche riconosce ed esperisce il nichilismo poiché pensa lui stesso in modo nichilistico. Il concetto nietzschiano del nichilismo è esso stesso un concetto nichilistico. Nietzsche non è capace, nonostante tutte le intuizioni, di riconoscere l’essenza occulta del nichilismo perché lo concepisce fin dall’inizio e soltanto in base al pensiero del valore come il processo della svalutazione dei valori supremi. Egli deve concepire il nichilismo in tal modo perché, mantenendosi nella traiettoria e nell’ambito della metafisica occidentale, pensa quest’ultima fino in fondo.»2] Continua a leggere

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Rossella Seller OTTO POESIE INEDITE “Le rovine del senso: il post-negativo”, «Lo Spirito non ha alcuna forma. Attraverso le cose prende forma. Il nostro pensiero è tracciare le linee interne delle cose», “Per una poetica del vuoto”, “Rosa tardiva”, con un Commento di Giorgio Linguaglossa

Evgenia Arbugaeva Weather_man

Evgenia Arbugaeva Weather_man

Rossella Seller è nata a Bari, ma vive a Roma da molti anni, dove lavora come medico, psichiatra e psicoterapeuta in prima linea contro lo stigma sui malati mentali e l’emarginazione. Svolge anche un’intensa attività di ricercatrice e divulgatrice scientifica. Appassionata viaggiatrice, scrive racconti e poesie dall’età di quindici anni. Giovanissima ha creato un programma radiofonico dedicato alla poesia italiana ed è stata finalista del concorso letterario “Guido Gozzano”. Nel corso degli anni ha ricevuto altri premi e riconoscimenti letterari e i suoi versi sono presenti in numerose riviste e raccolte antologiche. Nel 2008 ha pubblicato la sua prima raccolta Nello  Specchio di Alice  (Lietocolle). I suoi testi poetici sono inseriti in alcune opere teatrali e all’interno di spettacoli musicali. Email: lellanit@yahoo.it

Evgenia Arbugaeva Slava_observatory-

Evgenia Arbugaeva Slava_observatory-

Commento di Giorgio Linguaglossa. Le rovine del senso: il post-negativo

 Pensiero di Tsung Ping: «Lo Spirito non ha alcuna forma. Attraverso le cose prende forma. Il nostro pensiero è tracciare le linee interne delle cose»

Tao: Prima dell’Uno c’è il Vuoto supremo, il Soffio primordiale che precede lo Yin e lo Yang

 Dopo l’11 settembre 2011, la storia sembra andare verso l’implosione del senso piuttosto che verso il suo ripiegamento, verso la demoltiplicazione piuttosto che verso il dimagrimento.  La poesia che si fa oggi è simile ad una femmina giunonica che mercanteggia il prezzo delle sue prestazioni. Ma la Poesia di oggi ha coscienza di questa negatività? La Poesia ha coscienza di questo de-moltiplicatore?. Oggi forse è possibile soltanto una poesia negativa, del negativo. Ma è una negatività senza impiego, una negatività da disoccupati dello spirito, senza contraltare, una negatività che permette di essere rappresentata soltanto attraverso la finzione, l’allestimento di un palcoscenico vuoto. Attraverso una secondarietà. E il primario? Che fine ha fatto il Primario? Non lo sappiamo più. Oggi, noi sappiamo soltanto che al posto del Primario è subentrato il Secondario, al posto dell’impegno è subentrato il disimpegno, al posto del negativo è subentrato il post-negativo. Le ipertrofie, le faglie, le erosioni, le citazioni, i rimandi, i geroglifici, i percorsi sotterranei del senso diventano i veri protagonisti del miglior romanzo e della migliore poesia, diciamo, del post-negativo.

La poesia ironica e scettico-urbana del post-negativo si muove in questa topografia assiale delle rovine del linguaggio e del senso; si muove, con eleganza e ironia magari, ed un quantum di elegia in questa topografia delle rovine (con una tipografia delle rovina!); si trastulla sfoderando le risorse antiche del plurilinguaggio e della polisemia, esibendo l’abilità del rhetoricoeur, nell’improvvisare paronomasie, omofonie ed anafore, iperbati, corto circuiti tra suono e senso, tra citazione e citazione; mima un senso plausibile ed effimero per poi subito dopo negarlo e de-negarlo ammiccando alla impossibilità per la poesia di prendere la parola, di parlare facendosi schermo dei famosi versi di Montale: «Solo questo oggi possiamo dirti / ciò che non siamo ciò che non vogliamo».

È dalla fine degli anni Novanta e dall’inizio del nuovo secolo che si può datare il fenomeno della esondazione di una poetica femminile unanimemente accettata come una vulgata indiscussa. Si torna a credere nel linguaggio del corpo  e nel linguaggio delle sensazioni come un dato stabilmente acquisito. Si stabilizza così un codice della partecipazione a questo nuovo altare della iniziazione salvifica. Una nuova deità si profila che ruota attorno al «corpo» e al «privato».  Si ritiene da più parti che sia ancora possibile poetare con pensieri assolutamente originali se vissuti in modo personale individuale, si torna a credere ad una singolarità che opererebbe in modo quasi magico e numinoso sul piano della «poesia», si torna a credere ad una autenticità, anch’essa numinosa e salvifica, a volte anche esoterica, con tanto di ingresso nel tempio dell’«io».

Rossella Seller, per sua fortuna, si allontana da questo paradigma di ciò che si intende come poetico, ha una sua tematica alla quale si attiene fedelmente fin dall’opera di esordio: lo specchio di Alice (2008), il narcisismo non visto come un mito dai risvolti negativi come comunemente crede la communis opinio ma come un elemento ineliminabile della sensibilità e del linguaggio femminili, una chiave di volta per aprire il mistero del reale. C’è una delicatezza quasi giapponese in certi passaggi di queste poesie, una timidità di accenti, avverti quasi il frusciare di vesti femminili che si muovono in un luogo privo di segni riconoscibili, si direbbe quasi privo di realtà distinguibili; ci sono «sagome incerte», c’è una «rosa tardiva», quasi una personificazione di un «sogno»; c’è «una fiamma sacra» dove «un Dio compare»; ci sono enigmi dappertutto, nascosti ed esiziali, per lo più muti, che dissimulano la propria ingombrante presenza-assenza. Sono questi gli «ostaggi dell’assenza», «accolti dal silenzio delle arcate», figure che inquietano, misteriose presenze delle antiche deità dei Lari oscurate dal nostro mondo di luci ecologiche ed ecometriche. Ci sono «occhi» di un tu misterioso che «hanno visto molte ombre»; interviene un personaggio misterioso del quale si dice: «il tuo enigma è un sussulto». Sono appena dei frammenti, delle tessere di un mosaico sconosciuto con i quali il poeta tenta di ricomporre l’infranto. «E i pensieri non sono argilla di parola / ma respiri del vento in stanza chiusa».

Evgenia Arbugaeva Weather_man

Evgenia Arbugaeva Weather_man

Rosa Tardiva

Mi vedi come sono, sbocciata tardi,
oltre il guscio coriaceo che mi avvolge,
con le necessità impellenti di una rosa tardiva
dischiuse alle porosità del mare.
Nessuno si aspettava dal fiore
il coraggio di strisciare
fino alla fessura di un sogno,
alla vecchia porta scolorita
e bussare e affacciarsi alla valle
rigogliosa, in uno spasimo
in un dolore che si scioglie
ogni volta che muoio se
riconosco la tenerezza effimera
lungo la piega ferita della mano,
quel riparo che cerco ancora
e non mi vuole.

Chiesa

Sagome incerte,
spuntati dal nulla come fuggiaschi
gli ostaggi dell’assenza.
Accolti dal silenzio delle arcate
e finalmente soli a interrogare il cielo.
Una fiamma sacra e Dio compare
sulla bocca di ognuno.
Fremono intorno alla mensa
e i pensieri non sono argilla di parola
ma respiri del vento in stanza chiusa,
colomba fuggita che si è persa.
A qualcuno Egli concede
l’invenzione della leggerezza,
ad altri il segreto canto dell’attesa,
altri ancora, resi sordi dal risentimento,
andranno via senza nutrire di stelle
la notte che li aspetta.

Skipass
per G.

Ultima luce, ultime cime rosseggianti
contro un cielo disinvolto d’ azzurro.
Lame luccicano ai piedi,
tra gli alberi una coltre di cristalli
la neve brillò al tuo passaggio.
Hai lasciato una scia di domande e stupore:
“ Perché l’hai fatto?”.
Giovane alle soglie del nulla
ti voltasti a guardare l’obiettivo,
nella foto il pollice alzato, Okay.
Sull’abisso hai detto:” BASTA!”.
Hai sorriso e sembravi felice
mentre spezzavi l’ anello.
Ti buttasti senza altre parole
a braccia aperte
nel volo interminabile verso la valle,
nell’urlo di tua madre.

Evgenia Arbugaeva Weather_man_

Evgenia Arbugaeva Weather_man_

Invece tu

In un lungo richiamo lanciasti
Il mio nome tra le stelle,
in fuga da me stessa
scappai da te invece.
Prima che finisco in fondo ad un abisso
che non scruto e non posseggo
chiudi la ferita delle promesse spese invano
e trattieni la corda dei miraggi,
legami per non volare.
Oggi sono anni che ti cerco
ora sei una quieta risacca
impigliata alla mia rete.

Dal ritratto

Passo agli angoli del tuo sguardo
sulle labbra tese contemplo
la piega intrusa del naso.
Hai passato secoli
a cercare risposte immortali
domestiche conferme
e mi vieni incontro
sconosciuto fratello
simile allo sguardo curioso
di chi mi passa accanto
in questa piazza affollata oggi.
Alla fine del viaggio riponi la maschera,
e i tuoi occhi mi cercano
hanno visto molte ombre
nell’ ordine ignoto e mi sorridono.
Il tuo enigma è un sussulto.

Corale *

Uccello delle tempeste
che veleggi tra le onde
uccello farfalla
attraverso il tempo
dove tutto ha inizio e tutto finisce.
Uno splendore lunare ammanta la tua solitudine,
forse tu custodisci il segreto
che a noi non è dato sapere.
Facci uscire dalle nostre tane
alla speranza di splendere con te.
Osserva quella scia luminosa
che si dipana al di là degli scogli
forse altri uccelli sfidano le tenebre.
Tu volteggi e non sorridi,
poi scompari in lontananza
e noi restiamo sospesi
nel clangore della tempesta.

* L’uccello delle tempeste (Hydrobates pelagicus) è un piccolo uccello notturno in via d’estinzione che nidifica in mare aperto, scegliendo scogli inaccessibili. Col suo piumaggio nero si confonde nell’oscurità. Sorvola incessantemente le acque e si tuffa tra i fortunali, nel fragore delle onde per acchiappare a volo piccoli pesci.

Rossella Seller

Rossella Seller

VAPORI DELL’ALBA

Capita a volte che la mente nebulosa del risveglio infili parole ordinate, spuntate dal sonno, come perle a una collana.

Vapore 1

Il pensiero è un pendolo
nell’andamento taciturno
dell’anziano che si appisola
e si sveglia, un dondolio leggero
con cui si appisola e si risveglia
mentre sogna il fuoco della gioventù.

Vapore 2

Sbuffo all’alba
come il caffè che attende il giorno
lungo la riva del mare corro
al giro equilibrato di un gabbiano.
Prima che svanisca
incontro il mio angelo
e dispiego la spada
alla meritata vittoria di un’utopia.

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