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Venerdì 28 novembre h. 17.30 all’Aleph, Roma, vicolo del Bologna, 72 si presenta il IL ROMANZO DELLA STAGNAZIONE SPIRITUALE “248 giorni” di Giorgio Linguaglossa (Ed. Achille e la Tartaruga, Torino, 2016 pp. 202 € 16) letto da Gino Rago con un brano del dialogo dell’85 giorno titolato: «L’esistenza senza destino»

Giorgio Linguaglossa 248 giorni COP

Possiamo definirlo il romanzo dell’età della stagnazione spirituale. Una storia di soldi, sesso e violenza psicologica. L’esistenza da saldare. L’esistenza messa in saldo. Il romanzo si svolge all’interno dell’appartamentino della bellissima protagonista, Ely, a Roma; racconta la storia tra Massimo (uno scrittore che si autodefinisce «di terza categoria») ed Ely, una fotomodella, ex pornostar. Una storia intensa, violenta, che si sviluppa in dialoghi serrati, drammatici, in capitoli brevi che scandiscono i giorni dei 248 giorni del loro tragico amore, con uno stile asciutto a metà tra noir e giallo e romanzo esistenzialista, fino all’atto finale dell’ultimo capitolo quando si avvera un tipico scioglimento del plot da romanzo giallo. A pagina 29 del suo recente, godibilissimo romanzo 248 Giorni . Giorgio Linguaglossa fa fiorire sulle labbra di Massimo, il protagonista del romanzo, le seguenti parole derivanti da una severa, profonda meditazione sul «tempo»: «Chi può asserire, con cognizione di causa, di vivere in pieno nella dimensione della coscienza? È questo il limite di un intellettuale: che lui crede sempre di vivere nella dimensione della coscienza vigile, alla luce delle sue categorie logiche o illogiche, razionali o irrazionali. Ma non è vero. Così, avvenne che incontrai Ely proprio nel momento in cui avevo deciso di vivere unicamente nel «presente».

Che cos’è il presente? È una specie di pianura dove si calpesta un pavimento orizzontale; che cos’è il «futuro»? È una strada in salita. E il  «passato»? E’ una strada in discesa ripida dove tutto rotola verso il fondo…».

Faccio mie le immagini di «presente, di «passato» e di  «futuro»  che lo scrittore attribuisce al protagonista di 248 Giorni, immagini scaturenti dal tentativo d’interpretazione del sogno di Massimo, poco tempo prima d’incrociare Ely, ( nel romanzo incarna l’idea di «bellezza»), in cui il signor “X” che proviene dal passato incontra il signor “Y” proveniente dal futuro a metà  d’un ponte su un “fiume turbolento” che collega le “due parti della città che giace lungo le due sponde”.

Ecco un tipico dialogo tra i protagonisti del romanzo:

(Gino Rago)

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85° giorno

L’ESISTENZA SENZA DESTINO

– Tu vivi come una talpa, – mi diceva Ely con la sua voce afona ed agnostica.

– E tu vivi come uno struzzo, con la testa sempre sotto terra, – replicavo con il suo stesso tono neutrale.

   Cominciavano così le nostre schermaglie, con degli appunti reciproci. Era il nostro modo di fare chiarezza. Il poeta Eugenio Montale in un famoso verso degli anni Trenta scrisse: “Tendono alla chiarità le cose oscure”. Ecco, diciamo che le nostre cose oscure, le cose da cui provenivamo, in un certo senso si dirigevano verso la chiarità. Questo per un po’, fin quando durò il nostro amore. Ovvero, una eterna temporaneità. ovvero, 248 giorni. All’improvviso, tutto precipitò. Dapprima lentamente, poi velocemente, sempre più velocemente…

– Tu vivi come una talpa, sotto terra, mentre fuori risplende il sole e cinguettano gli uccellini, –  incalzava Ely con la sua voce esile e sottile.

– Ma per la talpa va bene così.  Il punto di vista della talpa è diverso da quello degli uccelli. Non mi interessano gli uccellini, non mi interessa il sole, –  rispondevo stizzito.

– Sì, ma c’è il sole, ci sono gli uccellini e tutto il resto. Questo tu lo disconosci, –  insisteva Ely.

– Non sono un ministeriale, non sono un impiegato del catasto, –  rispondevo ironico e stizzito perché il discorso si ripeteva per l’ennesima volta con le medesime noiose modalità.

– Tu vivi dentro un buco, e da quel buco non uscirai più, – tambureggiava la Ely con la tenacia di cui sono capaci soltanto le donne.

– Beh, nel buco almeno non c’è l’aria fritta che si respira di fuori, – replicavo senza convinzione tanto per tappare il vuoto della mia coscienza.

– Per quanto tempo ancora resterai nel buco? –  insisteva con tenacia la mia amante che appariva sempre più bella con la sua aria corrucciata.

– Per tutto il tempo che riterrò opportuno, –  rispondeva senza passione una voce che era in me.

   A quel punto dei nostri discorsi inevitabilmente mi rifugiavo nella filosofia. Mentre la Ely accavallava le gambe  inguainate negli autoreggenti e fumava le Astor con filtro sbuffandomi il fumo in faccia. Io ero contrariato quando dovevo rifugiarmi nella filosofia. Però, aspettavo di vederla alzarsi e passeggiare mollemente in perizoma mentre dondolava lentamente i fianchi…

– Vedi, cara, il tuo perizoma mi riconcilia con il mondo. Il resto non ha importanza. Tutto il resto può anche scomparire… –  solevo interloquire tanto per rompere il ghiaccio dei nostri silenzi.

– Non mi sembra una asserzione granché originale, –  mi interrompeva subito Ely la quale tentava di rimettere il discorso sul giusto binario.

– Ti prego, Ely, non pretendere da me frasi originali. Sono corrivo, scontato, uno scrittore di terza categoria. – Tentavo in questo modo di scantonare ed evitare di dare delle risposte sensate.

– Tu non sei né corrivo né scontato, e tantomeno uno scrittore di terza categoria, – replicava Ely convinta sempre di più di quello che diceva.

– Ti sbagli… –  ribadivo io altrettanto convinto.

– Solo che giochi a nasconderti. Continui a fare il gioco a nascondino che facevi da bambino.

– È perché sono convinto che soltanto nascondendoci, noi siamo. Dobbiamo stare nell’ombra per esistere. – Tentavo di smarcarmi dalla morsa delle sue domande buttandola in filosofia.

– Allora, l’ombra è necessaria più della luce? –  mi chiedeva Ely con aria trasognata.

– Sì, l’ombra ci è indispensabile. Pensa tu se dovessimo vivere tutto il giorno alla luce dei neon! – sì, gettavo là questi filosofemi per liberarmi della sua marcatura.

– È per questo che ti interesso? Perché vivo nelle ore notturne?

– Sì,

– Uhm…

– Vedi, cara Ely – cercavo di prenderla un po’ alla lontana – fai conto che noi viviamo dentro un Leviatano dentro il quale mettiamo tutto alla rinfusa: società, civiltà, epoca, gli occhiali, i nostri stracci ovvero tutto ciò che lega e divide gli uomini tra di loro. E poi agitiamo il tutto. Credi tu che questa cosa sia una faccenda seria?

– È il nostro mondo, non possiamo cambiarlo, non credi? – mi rispondeva Ely con inguaribile ingenua sfiducia.

– E tu perché credi che mi sia ridotto a scrivere romanzi gialli? – le chiedevo a volte in preda ai miei rarissimi momenti di autenticità.

– Non lo so. Dimmelo tu.

– Credi veramente che la scrittura possa cambiare il mondo? Credi veramente che si possa scrivere altro? Nel migliore dei casi puoi scrivere alla Moravia: dei gialli psicologici. Tutto il resto sono sfoghi personali di intellettuali solitari ed elitari. – Cercavo di spiegare alla Ely le ragioni di fondo della mia scrittura. Ma non c’era niente da fare. Ogni volta la Ely tornava alla carica come se non avessi mai parlato.

– E tu non sei un intellettuale elitario?

– No. Cara Ely, non sono un elitario. In realtà, scrivo degli antiromanzi. – Tentavo ancora una volta di buttarla in caciara, cioè in filosofia.

– Che cosa significa? – replicava Ely con inguaribile tenacia.

– Significa che oggi, nelle condizioni dello stivale, è becero scrivere dei romanzi con un eroe positivo, –replicavo con una insolita convinzione che non mi riconoscevo.

– E va bene, non vuoi scrivere alla Moravia, scrivi almeno come gli scrittori di successo! –  gridava la Ely.

   Era questo il rovello fisso di Ely. Lo capivo, era comprensibile. Era comprensibile il suo punto di vista ma non potevo assolutamente condividerlo.

– Il successo di vendite o il successo di critica? – tentavo invano di cambiare registro con una divagazione.

– Scegli tu.

– No, sei tu che devi dirmelo.

– Facciamo… il successo di vendite.

– Credi tu che io scriva per il successo di vendite o il successo letterario?

– Lasciamo ai posteri il successo letterario.

– Resta il successo commerciale.

– E ti pare poco?

– Il fatto è che non mi interessa.

– E allora, perché scrivi?

– Scrivo per mangiare.

– Vuoi dire: per sopravvivere.

– Esattamente, per sopravvivere e nient’altro.

– Ma tu hai la stoffa per scrivere romanzi di successo!

– In che modo?

– Fai del tuo commissario un eroe positivo!

   Devo dire che quando i nostri dialoghi giungevano a questo punto, mi prendeva una impalpabile tenerezza per l’inguaribile ingenuità di Ely. Lei credeva ancora che fosse possibile scrivere romanzi per il successo! Credeva che ci fosse una formula segreta che io intenzionalmente nascondevo da qualche parte per impedirmi di raggiungere la celebrità e i quattrini.

foto donna con pavimento a scacchi– Il mio commissario è un intellettuale isolato, cosa vuoi che gliene freghi ad un intellettuale isolato di salvare il mondo. O meglio: una piccola, piccolissima fettina del mondo! – rispondevo con aria desolata.

   Dapprincipio, tentavo di spiegare ad Ely le ragioni per cui non si possono più scrivere  romanzi con eroe positivo, romanzi a tesi o romanzi etici o qualsiasi altra diavoleria con valore positivo. Cercavo inutilmente di trovare le parole adatte.

– Vedi – tentavo di spiegarle –  se ne facessi un eroe positivo del mio commissario compierei un reato estetico, un vero atto di falsità ideologica! Non posso, capisci, scrivere una sciocchezza del genere!

– Ma insomma, che te ne importa! fagli acchiappare qualche ladro, qualche assassino, magari per sbaglio, così farai contento il pubblico e l’editore che così ti pagherà  di più…

   Al mio silenzio imbarazzato la Ely si alzava ondeggiando mollemente sui fianchi, si andava a fare un caffè, poi tornava svagata e distratta con una sigaretta in bocca e mi diceva:

– Dai, non fare lo schizzinoso, fai una bella storia con tanto di mafiosi in gattabuia!

– Ma non è una questione di elitarismo… Ely… è che non ci riesco… non ci riuscirei nemmeno sotto tortura!

– E allora?

– Allora, è che non voglio dare al lettore quel che il lettore si attende, lo capisci? –  rispondevo stizzito.

– Sei un bel tipo, tu! È come se io pretendessi di farmi pagare dall’impresario senza fare lo spogliarello! 

– Senti Ely, cerca di ragionare… io sono uno scrittore non una spogliarellista, lo capisci?

– Certo che lo capisco!

– Allora capisci che io non posso esaudire le richieste del lettore?

– Ma perché?

– Perché verrei meno al patto che ho fatto con me stesso!

– Quale patto?

– Quello di non gabbare il lettore, lo capisci?

– No che non lo capisco! E non lo voglio capire! Tu dici che non vuoi gabbare il lettore: è per questo che le tue storie non piacciono, le tue storie sono storie di scacchi matti e di sconfitte. Le sconfitte del commissario sono sconfitte anche nostre, il lettore sente che sono anche le sue sconfitte.

– Bene, vedo che finalmente hai capito, –  tentavo di rispondere tagliando corto.

– Ma è come se io mi rifiutassi di spogliarmi sul palco! Il pubblico chiede che io mi spogli, paga il biglietto perché io mi spogli, e se non mi spoglio lui si sente fregato e non torna più al locale. E se non torna più al locale, sai che fine faccio?

– Che fine fai?

– Vado a fare la commessa in un grande magazzino!

– Spogliarti è una tua scelta.

– No, mio caro, spogliarmi è una necessità.

 Ely aveva il dono di farmi riflettere sulla mia situazione. Non amavo riflettere, non amavo stare a cogitare sugli esiti ultimi della mia scrittura. Erano alcuni anni che avevo smesso di usare il pensiero, andavo avanti a tentoni, in una sorta di stato sonnambolico. In un certo senso, riconoscevo che c’era in Ely una parte di ragione, ma lei non riusciva proprio a capire il mio punto di vista. Ma lei era lì, bella e malinconica come un giglio. E questo mi era sufficiente.

   Poi Ely riprendeva l’interrogatorio come un martello pneumatico.

– Il segreto del successo è molto semplice: dai al pubblico quello che il pubblico chiede. – Diceva Ely riprendendo il fuoco di artiglieria.

   Ely batteva sempre sullo stesso tasto. In un certo senso la trovavo perfino divertente.

– Vuoi dire: dai al pubblico quel che il pubblico vuole? – riprendevo a sparare dalla mia postazione fissa.

– Sì, esattamente. Dai al pubblico quel che il pubblico vuole. –  Ripeteva la Ely con inguaribile tenacia.

   Era il solito ritornello. Che la Ely ripeteva a memoria come un martello pneumatico. Per il principio secondo cui cambiando l’ordine dei fattori il risultato non cambia, Ely ritornava sempre sui medesimi punti, con una percussione monotona e monocorde. Alla fine, cominciai a trovare la cosa perfino divertente. In realtà ero terribilmente annoiato.

– Vuoi che faccia del mio commissario un vincente? – replicavo fingendo un momento di resa.

– Sì, crea un eroe positivo e così guadagnerai più lettori, – diceva Ely con quella sicurezza che la rendeva ancora più amabile e avvenente.

– Devo fare come Camilleri con il suo eroe positivo, il commissario Montalbano, che sbroglia tutte le matasse più intricate?

– Come fanno tutti gli scrittori di romanzi gialli!

– Ma io non sono uno scrittore di romanzi gialli, Ely. Faccio soltanto finta di scrivere romanzi gialli.

– E allora cosa sei?

– Sono uno scrittore di seconda categoria, scrivo i gialli di un perdente. E questo è il miglior modo di essere contemporaneo.

– Ma che cosa significa «essere contemporaneo»? me lo dici? – mi chiedeva la Ely con un’aria spaventosamente ingenua.

– Essere contemporaneo significa esattamente essere contemporaneo, – rispondevo laconico più per evitare un vero confronto che per tentare di spiegarmi.

– E allora non farai mai un romanzo di successo! –  replicava Ely.

– Ma non capisci che non voglio essere uno scrittore di successo? –  ribadivo senza convinzione.

– No, non lo capisco, –   replicava Ely con il volto adirato.

– Bene, lo capisco io. – Rispondevo pacato e annoiato.

– Questo non è il modo migliore per risolvere la questione.

– Non capisci che non posso scrivere un romanzo di successo, Ely?

– E perché?

– Perché nel successo non c’è stile, mia cara.

– Ne fai una questione di stile?

– Sì, mettiamola così, ne faccio una questione di stile.

– Con lo stile non si risolvono le questioni di quattrini.

– Ebbene, mettiamola in un altro modo. Tu avresti potuto fare la ballerina classica. Avresti avuto successo, saresti stata una celebrità. Perché non l’hai fatto?

– Perché le cose sono andate così.

– Così come?

– Sono andate come sono andate.

– Allora, anche tu sei una perdente.

– No, non è vero. Non mi andava di studiare danza classica, richiedeva molto tempo e molta dedizione, molta tenacia, virtù che io non avevo. Ma per te è diverso. Avresti tutte le capacità per scrivere romanzi di successo.

– Per carità

– Perché per carità?

– Sì, forse avrei le capacità, ma non voglio.

– E perché?

– Sarebbe troppo facile. Non mi interessano le cose facili.

– E cosa ti interessa, una vita sempre in bolletta? Sempre ad inseguire l’editore che ti tiene alla fame?

– Questa è un’altra faccenda. I miei rapporti con l’editore sono rapporti commerciali.

– Puoi andare avanti così: caffè e sigarette. Per quanto ancora, un anno, due anni, dieci anni?

– La questione del tempo è un’altra faccenda ancora.

   Di solito, a questo punto delle nostre discussioni, la questione da astratta diventava concreta e si passava alle accuse reciproche. Guardavo ancora con speranza la massa dei suoi capelli biondi.

– Lasciamo stare la letteratura, parliamo di te, –  mi incalzava Ely con la solita voce afona.

– Allora, rivoltiamo la frittata: e tu perché fai la ballerina? Non c’è un altro modo per guadagnarti da vivere? – tentavo una via di fuga dal terribile interrogatorio.

– Sì, c’è un altro modo, ma è faticoso, –  rispondeva Ely con la solita voce afona.

– Esatto, anche per me ci sarebbe un altro modo, ma è faticoso, –  replicavo distratto e sibillino.

– È per questo che stiamo insieme?

– Sì, in un certo modo siamo speculari.

– Ed essere speculari significa andare d’accordo?

– Essere speculari significa che per un certo tempo possiamo viaggiare in parallelo.

– E poi?

– Non c’è un poi, si vive un eterno presente.

– È questa la tua tesi filosofica?

– Non è una tesi filosofica, è la mia impostazione di vita.

– Con questa impostazione di vita andrai dritto all’inferno.

– Sia come sia.

– Sia come sia.

   Così terminavano a quel tempo le nostre discussioni, con una specie di armistizio. Con una tregua e senza una soluzione. A quel tempo, la mia esistenza scorreva quietamente perché non contemplava la possibilità di una soluzione. Anche l’esistenza di Ely correva come dentro un imbuto, senza la possibilità di alcuna via di scampo. Ma lei non si accorgeva che stava correndo dentro l’imbuto. Correvamo tutti e due dentro due binari che credevamo paralleli senza sapere dove quegli attrezzi ci conducessero. Correvamo dentro due imbuti. Proprio come in un romanzo, ciascuno dei due personaggi accusava l’altro del proprio fallimento. Ma il nostro non era un fallimento, era l’attesa del fallimento. Ciascuno di noi due era troppo impegnato a procrastinare il momento della resa dei conti. Mi guardavo allo specchio e vedevo la mia esistenza riflessa nello specchio come un’esistenza priva di destino. Anche la Ely evitava di guardarsi allo specchio, forse per evitare di riconoscere nello specchio l’assenza di destino che era riflesso nel suo volto.

gino rago al ceffè San Marco di Trieste 2015Gino Rago nato a Montegiordano (CS) il 2. 2. 1950, residente a Trebisacce (CS) dove, per più di 30 anni è stato docente di Chimica, vive e opera fra la Calabria e Roma, ove si è laureato in Chimica Industriale presso l’Università La Sapienza. Ha pubblicato le raccolte poetiche L’idea pura (1989),Il segno di Ulisse (1996), Fili di ragno (1999), L’arte del commiato (2005). Sue poesie sono presenti nelle Antologie curate da Giorgio Linguaglossa Poeti del Sud (EdiLazio, 2014) Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, Roma, 2016)   Email:  ragogino@libero.it

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Giuseppe Talìa (pseud Giuseppe Panetta) DODICI POESIE INEDITE – Con un Commento dell’Autore: “Biografia delle Vocali Vissute” e un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa “scrittura della ritrascrizione parodica di testi stilisticamente stabilizzati al fine di tellurizzarli e destabilizzarli. Una procedura ironico-parodica struttivamente in endecasillabi da hilarotragoedia o da hilarocommedia”

Giuseppe Talìa (pseudonimo di Giuseppe Panetta), nasce in Calabria, nel 1964, risiede a Firenze. Pubblica le raccolte di poesie: Le Vocali Vissute, Ibiskos Editrice, Empoli, 1999; Thalìa, Lepisma, Roma, 2008; Salumida, Paideia, Firenze, 2010. Presente in diverse antologie e riviste letterarie tra le quali si ricordano: Florilegio, Lepisma, Roma 2008; L’Impoetico Mafioso, CFR Edizioni, Piateda 2011; I sentieri del Tempo Ostinato (Dieci poeti italiani in Polonia), Ed. Lepisma, Roma, 2011; L’Amore ai Tempi della Collera, Lietocolle 2014. Ha pubblicato i seguenti libri sulla formazione del personale scolastico: LʼIntegrazione e la Valorizzazione delle Differenze, M.I.U.R., marzo 2011; Progettazione di Unità di Competenza per il Curricolo Verticale: esperienze di autoformazione in rete, Edizioni La Medicea Firenze, 2013. È presente con dieci poesie nella Antologia Come è finita la guerra di Troia non ricordo a cura di Giorgio Linguaglossa, Ed. Progetto Cultura, Roma, 2016.

Giuseppe Talia: Biografia delle Vocali Vissute

Un pomeriggio del 1992 ho acceso una miccia ed ho fatto esplodere il Logos nelle Vocali Vissute. Non so quanto quel gesto iniziale fosse consapevole. Come un bambino che sfrega lo zolfanello sulla superficie ruvida per accendere un petardo, così, quel pomeriggio in Calabria, io capii, o forse solo percepii, che le strade erano due: l’epigono, “la morta gente, o epigoni, fra noi…(Carducci), oppure il sommovimento dell’Io, la ribellione.
La creta della poesia era nel bivio, bisognava solo plasmarla, darle forma. Gli ingredienti c’erano tutti, letture, studio, poeti conosciuti, allora altisonanti pubblicati dallo Specchio, circoli letterari viziosi e viziati, premi letterari con tasse di lettura (allora come ora), antologie sciatte e furbe. C’erano tutti gli ingredienti, bisognava solo shakerarli e versare nelle coppe un nuovo cocktail, “Se giro e mi rigiro/mimando le correnti /Se mi rannicchio a nuvola/ o mi distendo carico di pioggia/.
Lo scoppio del Logos non poteva non avvenire senza la polvere da sparo del recente passato, polvere da sparo umidiccia, bagnata dall’ideologia morta e dall’archeologia post-industriale. Così nel dopo il disastro di Chernobyl, Rimbaud e Rodari messi insieme, un pomeriggio asciugano le polveri e danno luogo all’atomismo semantico delle Vocali Vissute, “Che forma hanno/ le particelle atomiche/ del nucleare?/ Perché mi è sembrato/ di averne visto una.”
Come ogni scoppio rivoluzionario, l’ironia, amara, la libertà dalle catene del perdurante modus operandi della poesia italiana di allora, stretta tra un esistenzialismo esautorato e miriadi di stelle doppie e false, tra un’oggettistica quotidiana (Natura e Venatura, Magrelli), la pianta dai fianchi stretti e il cactus (Chissà che corpo avrai/ magro come sei), hanno aperto scenari nuovi nell’asfittica poetica, almeno per me, di quegli anni.
E anche il corpo, spremuto nel suo sperma si fa parola e immagine, “realismo solare fino a generare dalla crisalide del fallo la farfalla a mano libera e liberata” (Cristiano Mazzanti).
Le Vocali Vissute sono state pubblicate da Ibiskos Editrice di Empoli nel 1999. Non senza aver avuto una storia travagliata prima, a causa di un editore, Edizioni Terrasanta di Palermo, che indicatomi da amici (?), mi fregò dei soldi per la stampa mai avvenuta. Le cicatrici vanno esposte.
E come ogni bambino che dopo una birbonata nasconde la mano, allo stesso modo io ho nascosto per anni, dall’uscita delle Vocali Vissute, il cerino dello scoppio del Logos. Oggi, però, con maturità, con una Musa Last Minute che mi dice “prendimi se puoi, acchiappami”, cerco di ricostruire dalle macerie un edificio che non ha più fondamenta (Thalìa), popolato solo da gechi (Salumida) e che guarda al cosmo come una nuovissima risorsa. In fondo è solo questione di Logos.

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Scrivevo nella prefazione alla Antologia Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Ed. Progetto Cultura, Roma, 2016 pp. 252 € 18), un concetto importante:

«La questione centrale non è più la questione dei linguaggi, al di sotto dei quali si intravvedevano altre questioni. La verità è che non siamo più dentro la problematica dei linguaggi, per via del fatto che i linguaggi non fanno più testo, si sono extra territorializzati, sono diventati delle zattere significazioniste che restano in auge fin quando producono segni adatti alla lallazione del «reale».
Autori molto diversi tra loro (…) sanno, o intuiscono, che non sarà più possibile ripristinare le fratture che l’epoca del Moderno ha inferto alle categorie un tempo ritenute stabili quali il soggetto, il linguaggio e il reale. Lo sperimentalismo si basava sulla convinzione rassicurante che introdurre la casualità e il caos nei linguaggi, operare una manipolazione di essi, era una operazione dotata di un forte significato critico; oggi non è più così, sono venuti meno i presupposti sui quali si basava quella filosofia della prassi artistica.

Tutto sommato lo sperimentalismo era una pratica rassicurante, pacificatrice, introduceva delle certezze, delle comodità. E così tutte le ipotesi di poetica che emanavano un editto, un verdetto, tutte crollate con il crollo del Fondamento e della de-territorializzazione dei linguaggi. E questo nichilismo, questo rotolare della “X” verso la periferia, come diceva Nietzsche, altri non era che il soggetto che si andava a frangere nella periferia. Questo, appunto, oggi è diventato nuda evidenza».

Ecco, Giuseppe Talìa è un poeta dell’età della stagnazione, fa parte di quella pletora che sa di non poter più contare su situazioni conciliatrici e pacificanti, su procedure stilisticamente riconosciute e riconoscibili.

È ormai ampiamente noto che l’unità metrica, o meglio, la metricità, è stata dissolta dalla intervenuta invasione delle emittenti linguistiche della civiltà mediatica; parlare ancora di unità metrica in poesia è diventato problematico. L’unità metrica pascoliana è morta, per fortuna, già negli anni Cinquanta quando Pasolini pubblica Le ceneri di Gramsci (1956). Da allora, non c’è più stata in Italia una unità metrica riconosciuta, la poesia italiana ha cercato altre strade metricamente compatibili con la tradizione con risultati alterni, con riformismi moderati (Sereni) e rivoluzioni linguistiche (Sanguineti e Zanzotto). Il risultato è stato che la poesia italiana ha perduto per sempre l’unità metrica e si è aperta sempre di più ad una metricità diffusa. Dagli anni Settanta sono saltati tutti gli schemi prestabiliti. I poeti dell’epoca, i maggiori, hanno scelto di cavalcare la tigre: Zanzotto pubblica nel 1968 La Beltà (il risultato terminale dello sperimentalismo) e Montale nel 1971 pubblica Satura (il risultato iniziale della nuovametricità diffusa). Nel 1972 verrà Helle Busacca a mettere in scacco queste operazioni mostrando che il re era nudo. I suoi Quanti del suicidio (1972) sono delle unità metriche di derivazione interamente prosastica. La poesia è diventata prosa. Rimanevano gli a-capo a segnalare una situazione di non-ritorno.

Oggi c’è ancora chi pensa in termini di unità metrica stabile. C’è chi pensa ad una poesia pacificata, che abiti il giusto mezzo, una sorta di phronesis della poesia. Probabilmente, la stabilità della stagnazione politica e spirituale di questi ultimi due tre decenni ha favorito le derive conservatrici anche in poesia e nel romanzo, oltre che nelle altre arti; si è continuato a riproporre ricette pacificatrici e omologate dalla motorizzazione civile con tanto di bollino blu (vedi la poesia di Jolanda Insana e di Vivian Lamarque). Questo è un fatto che è sotto gli occhi di tutti.

Per fortuna, ci sono poeti che pensano in termini di unità metrica instabile, anzi, mi correggo, di metricità diffusa e di diversità metrica instabile in tutti i registri linguistici. Questo è, per l’appunto, il caso della poesia di Giuseppe Talìa, per il quale vale il principio che è il materiale metrico-tonico che fornisce i binari della costruzione a metricità diffusa. Per Talìa tutti i registri linguistici sono sullo stesso piano, in essi c’è una equivalenza di tonicità, e quindi tutti, a buon diritto, possono entrare nel discorso poetico con parità di diritti. Non c’è in Talìa una metricità stabilita o una eufonia prestabilita, ma un sistema seriale che inserisce automaticamente il principio disautomatizzante. Ad esempio, nella prima composizione, il primo verso ricalca la scrittura surrealista («Astro notturno come in filigrana»), il secondo introduce una deformazione grottesca («Tra gobba di ponente e di levante»), per poi continuare con il terzo verso a ricalcare la scrittura surrealista («Nell’ardesia celeste il Nettariano»), e così via. Si tratta di una scrittura della ritrascrizione parodica di testi stilisticamente stabilizzati al fine di tellurizzarli e destabilizzarli. Una procedura ironico-parodica struttivamente in endecasillabi da hilarotragoedia o da hilarocommedia. Questo è il ruolo storico della parodia poetica, la cui funzione è quella di rendere il linguaggio poetico altamente instabile e infiammabile. Dopo di ciò si potrà procedere con minori remore. Come ogni procedimento parodico, Talìa segue l’acustica del verso, la reiterazione al fine di sgonfiare e profanare le unità foniche mostrandone la funzione, appunto, fonica, e quindi strumentale alla ideologia del bel verso fonicamente posizionato ad illustrare il «bello». Ecco, c’è in Talìa questa operazione portata fino alle estreme conseguenze di una parodia che si converte in auto parodia, di un linguaggio che si deautomatizza parodicamente in modo, diciamo, automatico. La poesia innesta da sé la guida automatica. Al lettore il compito, arduo, di deautomatizzare il verso.

Giuseppe Talia foto, Il buco nero

Poesie inedite di Giuseppe Talìa

Astro Notturno come in filigrana
Tra gobba di ponente e di levante
Nell’ardesia celeste il Nettariano
Piazze di maree e lande deserte
Con isotopi di dolori e canti
A Te le nostre invocazioni:
Mare Anguis
Mare Crisium
Mare Fecunditatis
Mare Humorum
Mare Ingenii
Mare Marginis
Mare Nectaris
Mare Vaporum
(…)
*

Quando a notte soffia il sistro
Una nicchia spettrale di visus
Dall’adeano sale in collisione
E frange zirconi di nessun valore
Col sangue ossidato dell’Apollo 11
Sonda la transfuga corona degli Eoni
Nella cronozona dell’eratema
Psoriasi di stelle marce & merce
Come un abbozzo nell’intervallo
Temporale d’un paio di occhiali nuovi
Lenti di Hubble e tratta di Nane Brune
Nella brughiera del cosmo lottizzato
Tra orci rotti alla Luna e sistole
Che strizzano limoni senza confini
Pour homme pour femme pour bébé
Pour ancienne – meccanica celeste
Di rotazione e rivoluzione d’orbita
Del perielio d’Icaro ticchete e tacchete
Nell’apogeo del balbettio d’afelio
O nel pareo del perigeo dal poco spazio
Delle carcasse dei missili vettori

.
*

Ogni stanza è un universo parallelo
E ogni universo ha la sua stanza
Così tra corridoi di materia
Solo il pulviscolo della supernova
Odora di basilico nell’espansione
Quantica degli arti intergalattici
E zero è uguale a zero anzi lo zero
È il ventre espanso la costante
Fisica che trita stelle e galassie
Come tartufi di luce della via lattea
Zero è la bulimia del buco nero
Incorporato nel redshift del moto
Relativo delle cose di natura
Un principio d’inerzia sul sofà
E quel piccolo ammasso di roccia
Carnica dal moto ballerino in TV

.
*

L’asteroide impatta in un frontale di larve
Dai pedicelli statici nello spaziotempo
Dei fondali sabbiosi duri come rocce
Cosmiche fatte in Cina.
Scaffali ambulacrali di Starlette
Divorano il dermascheletro
Delle spore madreporiche al plenilunio

.
*

Se s’aprissero gli archivi segreti
Dell’universo si saprebbe di stragi
Di stelle pianeti galassie asteroidi
Come schegge impazzite da cumuli
Galattici e di satelliti di neutroni
Che come bombe cosmiche nello scoppio
Allargano i limiti dello spazio e creano
Anelli vorticosi di luce e nebulose
Ma così come in cielo anche in Terra
Il macrocosmo pensa e il microcosmo
Agisce nel silenzio fragoroso del cosmo
*

Giuseppe Talia Nunzio Pino. La Grande Madre.

Chissà se al pari nostro il cielo agisce
E nell’espellere l’indesiderato colma
Di maestrie di luce l’ascia dell’agglomerato
Dell’unica moneta lo smeraldo bianco
E senza profferir parola di popolo
Decide lo StarExit l’unica via atomica
Del colpo del razzo di Méliès in clinex
Selene firma con chimica gli assegni
Dei cargo orbitali che trasportano
Derrate criogenetiche e combustibili
Cespi di straccetti di nubi Veggie
Estratti a fratturazione di infrarossi
Così quando questo Nostro pianeta
Sarà totalmente crivellato ed ogni
Antro remoto distillato con pompe
A vuoto di memoria solo un quanto
D’un bosone un’antiparticella chiarirà
L’ampiezza vettore del probabile

.
*

Dalle propaggini di Wallops Island
Come una regina vergine la sonda
Caravella Ladee coglie l’aria effimera
Acque ricche d’ammoniaca delle terme
Sublunari che sbiancano lo spirito
Gravido di granito ionizzato e nella
Insalubre atmosfera di Nettuno
I fanghi Spa certificati squamano
La dura coscienza di Widia il diamante
Nero dell’antroposfera strutturata
D’echi d’oscurità distesa della galassia
Gorgonzola del quaglio cosmico
Che la luce dei tuoi occhi vede
Come spettri e membrane d’ombra
Della costellazione di Poppa
Un doppio prospettico d’ammasso
Nella via lattea tra giovani giganti
Blu rosse rarefatte come braci
E vecchie giallognole pronte
Ad esalare un ultimo respiro
Cosmico avvolte nel prosciutto
*

Ma che storia è? Che tappe sono queste
Che lasciano macchie solari sul pastrano
Dell’esosfera cocktail d’ozono e di vapore acqueo
Nelle migliori distillerie del planetario
E ad ogni goccia una sorgente di conoscenza
Che sgorga nell’umana coscienza del profitto?
Rivoli di artrite cosmica o come per gli Apaches
Nel buio sottile disco giallo siede un barbuto
Piccolo uomo “Colui che vive al di sopra”

.
Epitaffio

Di giorno è tutto un brigare
di notte è tutto un disfare
Al cimitero di Ramacca
i putti affrescati come falene
circondano i sogni di gloria
Rose di silicone evanescenti
Granchi tagliati a buona luna
Nessun blog a nostra misura
Nessun www. miserere
Nessuna camera ardente
Né pietre tombali da cesellare
Moriremo forse inascoltati
nel Mare Cognitum di cenere
disperse?

.
Eau de Cygnus

Un fine settimana con una scocca altisonante
Nella moderna costellazione del cigno di cuoio
Base gelsominica d’avvento e fresca acqua marina
Una mise en place di piume e biancheria abbacinante
Gourmet di mitili ignoti boreali nel germinatoio
Un fresco cicalino a metà mattino e una canzoncina

Eau de Orion

Centinaia di stelle visibili ad occhio nudo
Come nuda lepre sopra la cintola di Orione
Tre re tre magi tre mercanti tre bastoni a crudo
E due cani da caccia a difesa dallo scorpione
Meccanica dello spruzzo a sprazzi di magnitudo
Di mito meticcio e del tridente di Poseidone

.
Eau de Andromedae

Nel triangolo invernale l’asterismo flatulente
Di stelle variabili con i selfie di Pegaso
Su instagram e lobby labili di milioni d’anni luce
Spiccioli di spaccio amaro di manga irriverente
La vanitosa Cassiopea a Giaffa sul sasso abraso
Vende la dominatrice d’uomini al mostro truce

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MAURIZIO PITTAU: LA GENERAZIONE PERDUTA NELL’ETÀ DELLA STAGNAZIONE —  con smartphone e jeans firmato e la paghetta di papà tra un inesistente futuro e un gigantesco debito pubblico. Nel 1963 il debito pubblico italiano era pari al 32.6% del prodotto interno lordo. Oggi è pari a 2138 miliardi di euro, oltre il 121% del Pil (dati Banca d’Italia)

Roma capitale

Roma La grande bellezza fotogramma Jep Gambardella in una strada di Roma con spazzatura

Vivo all’estero e non è mai facile spiegare come mai i giovani italiani senza diritti, lavoro, opportunità, solidarietà intergenerazionale non abbiano fatto ancora una rivoluzione. La risposta semplicistica che do comunemente è che quelli come me nati negli anni settanta e ottanta hanno scelto due vie: adeguarsi a una società basata sulle raccomandazioni, la precarietà giovanile, il nepotismo, le corporazioni, il familismo amorale oppure andare via. Io sono andato via.

Ho la sensazione che i miei coetanei abbiano ancora poco chiaro che non è normale che i giovani in Italia non abbiano un sussidio di disoccupazione, nessuna garanzie per la pensione, nessuna meritocrazia, nessun supporto all’acquisto della prima casa, nessun assegno familiare per sostenere la natalità, nessuna rappresentanza sindacale per lavoratori a contratto e disoccupati di piccole imprese. I giovani italiani tollerano, come fosse una situazione naturale, una violenta esclusione nel mondo del lavoro, nella politica, nell’università e una atroce disparità intergenerazionale. I giovani vivono in una società che non è la loro ma quella dei loro genitori. Privi di punti di contatto con un mondo reale che è loro estraneo, non hanno alcuna forza antagonista, vivono nella società come in famiglia, come il gatto di casa: a proprio agio, ma senza voce in capitolo. Manca la dialettica tra loro e la società, e questo produce falsi miti. Gli attacchi populistici da destra a sinistra — anche da parte di autolesionisti giovani — alle riforme Fornero, che hanno cercato di riequilibrare la società italiana a favore dei giovani, sono sintomatici.

Nella sclerotizzata società italiana l’assenza di massa di un’intera generazione dal lavoro sta modificando la struttura del modello sociale in modo devastante. La cultura, l’industria, l’imprenditoria mancano di innovazione e giovani non sviluppano la carica antagonista che sempre ha fatto da propellente sul costume, sulla cultura e sulla stessa politica del nostro come degli altri paesi. Il “parricidio” e l’allontanamento dalle famiglie di origine è un passo fondamentale per la crescita di un individuo. I giovani italiani rimangono in vari modi ancora legati alla paghetta settimanale in una società neomediovale dove la fluidità interclassista è praticamente inesistente.

roma La grande bellezza fotogramma 1

Roma, La grande bellezza fotogramma, Jep Gambardella in cammino a fianco l’acquedotto romano

I giovani italiani — con smartphone e jeans firmato — hanno certamente una condizione di vita migliore dei giovani di trent’anni fa, i loro genitori. Altrettanto certo però è che la loro visione del futuro è nettamente peggiore, e più oscura. Non fanno figli, si sposano tardissimo, non si comprano la casa. Le speranze di costruire piani di vita credibili si sono ridotte: quello che si percepisce è un regresso generalizzato nelle condizioni di vita dei giovani. Le prospettive dei giovani sono più incerte di quelle che avevano i loro genitori alla stessa età. Colpa delle famiglie e del malfunzionamento dell’economia. Il problema è profondo e la soluzione è complessa: occorre rivitalizzare la società affrontando due problemi, quello delle competenze da valorizzare e utilizzare da un lato, e dall’altro quello di una società corporativa da sradicare. Tra dieci anni tre quarti dei giovani, che a quel punto non saranno nemmeno più giovani, si saranno trasformati in un’enorme, indistinta generazione di sfigati probabilmente sovvenzionati dallo Stato, in un nuovo tipo di Stato assistenziale e plebiscitario.

Le generazioni dei nostri padri hanno condannato i figli a un precario presente e a un inesistente futuro attraverso il debito pubblico. Per costruire risparmio privato e alimentare una spesa pubblica folle, ha costruito uno stock di debito pubblico smisurato, zavorra per qualsiasi ipotesi di investimento produttivo. Nel 1963 il debito pubblico italiano era pari al 32.6% del prodotto interno lordo. Oggi è pari a 2138 miliardi di euro, oltre il 121% del Pil (dati Banca d’Italia). Sette anni fa, nel 2005, era pari a 1512 miliardi di euro: il 105% del Pil. In soli sette anni, 526 miliardi in più di debito. A seconda di come chiuderà l’anno l’Italia avrà comunque pagato solo per interessi sul debito tra i 90 e gli 100 miliardi di euro. Questa spesa annuale, sommata allo stock infinito del debito pubblico italiano, sono la palla al piede di qualsiasi ipotesi di politica nazionale di sviluppo, ricerca, innovazione. Se non avessimo questa dimensione incontrollata del debito pubblico avremmo i soldi per la ricerca, la scuola, l’università, le famiglie. La sommatoria perversa di mancati introiti fiscali per un’evasione fiscale calcolata certamente oltre i 100 miliardi di euro l’anno e una spesa per interessi sul debito di 100 miliardi, ovviamente impedisce qualsiasi ipotesi di investimento produttivo. Per questo dramma c’è una responsabilità e ricade tutta sui nostri padri. Come si è formato questo immenso stock di debito pubblico? Perché classi dirigenti anziane e per niente interessate alle condizioni delle generazioni più giovani, hanno costruito su una politica di spesa dissennata le condizioni del loro consenso.

Roma la Grande Bellezza della Grande decadenza vigilantes, guardie private, odalische, optimati, spintrie

Roma la Grande Bellezza della Grande decadenza: vigilantes, guardie private, odalische, optimati, spintrie

I nostri genitori, anziché chiedere rigore nei conti, hanno votato quelle classi dirigenti e le hanno tenute al governo, acquistando i titoli di Stato che pagavano interessi favolosi e zavorravano ancora di più il futuro del paese, costruendo attraverso le cedole di quei Bot, Btp, Cct il proprio gruzzolo di risparmio privato. Perché si dice sempre questo: è vero che l’Italia ha di gran lunga il peggior dato in termini di debito pubblico, ma ha tanto risparmio privato, che fa da ammortizzatore sociale. Ma in mano di chi è quel risparmio privato? Lo gestiscono i padri o i figli? I padri si sono comprati le case di proprietà, con tutto quell’attivo circolante l’inflazione ha galoppato, i prezzi delle case si sono impennati. Quali sono le generazioni che detengono il patrimonio immobiliare del paese e quali sono quelle che non possono neanche trovarsi una stanza in affitto per studiare fuori sede perché la fanno pagare uno sproposito? Tutte conseguenze del dramma del debito pubblico.

Durante le recessioni la disoccupazione aumenta di più per i giovani che nelle altre fasce di età. Questo avviene perché i datori di lavoro bloccano le assunzioni restringendo ogni canale di ingresso nel mercato del lavoro. Ma nella media dei paesi Ocse la disoccupazione giovanile è arrivata in questa crisi a essere al massimo il doppio di quella per il resto della popolazione. In Italia invece è quasi cinque volte più elevata. Viaggia in direzione del 35% a livello nazionale e del 50% nel sud Italia ormai da parecchi mesi. Il punto è che non è stata solo la crisi a privare i giovani delle loro legittime aspirazioni a un lavoro, un reddito dignitoso, un posto nella società. L’emergenza italiana affonda le sue radici in un mercato del lavoro strutturalmente caratterizzato da bassi tassi di occupazione, specie per le donne e i giovani, così come da molteplici dualismi di genere, generazionali e territoriali. Le riforme realizzate nell’arco di più legislature hanno introdotto nel mercato del lavoro italiano importanti elementi di flessibilità, in particolare attraverso le nuove tipologie contrattuali atipiche, senza però che queste fossero corredate dai diritti e dalle tutele sociali che invece configurano la flexsecurity di stampo europeo. L’uso distorto dei contratti atipici ha permesso una “fuga dal costo del lavoro e dai diritti”, come illusoria scorciatoia per la competitività, in alternativa a quella, di più alto profilo e durata, sorretta da maggiori investimenti nell’innovazione.

Roma gladiatores de Roma

gladiatores de Roma

Le varie leggi di riforma hanno creato negli ultimi quindici anni in Italia un mercato “duale”. Da un lato i tutelati, con diritto al mantenimento del posto di lavoro, allo stipendio e alla pensione. Dall’altro i giovani: precari, spesso sottoccupati, sottopagati, con le prospettive di una vecchiaia miserabile. Non può esservi spazio per i giovani in questo sistema. I lavoratori già assunti e protetti da sindacati sono per molti versi “intoccabili”. La riforma del ministro del Welfare Elsa Fornero, che aveva garantito “Più articolo 18 per tutti”, era molto ambiziosa. Partiva dall’idea di non essere contrattata dalle parti sociali per poter favorire chi non era seduto al tavolo della trattativa, mentre in realtà poi è stata contrattata eccome e c’è veramente poco di innovativo per favorire l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro.

Se guardiamo le statistiche vediamo che durante tutto l’arco della crisi il numero di posti persi è relativamente basso rispetto ad altri Paesi, perché in realtà la tutela dei sindacati è stata per chi è già lavoratore a ulteriore discapito di chi non lo è ancora. Negli ultimi vent’anni i contratti nazionali dei lavoratori sono stati siglati da sindacati in modo tale da garantire lo status quo ai lavoratori esistenti a tempo indeterminato a scapito dei giovani e dei disoccupati che, senza loro rappresentanti nella concertazione, sono stati abbandonati alla precarietà e allo sfruttamento. Per tenere alti i livelli salariali dei già tutelati sindacati e politici hanno abbassato i livelli salariali di ingresso e i meccanismi di crescita dello stipendio per i neoassunti. Abbiamo affrontato la crisi salvaguardando il più possibile i posti di lavoro, ma questo ha avuto come conseguenza quella di alzare un muro di fronte alle generazioni più giovani. Perché la cassa integrazione blocca posti, tutela gli esistenti ma non ne crea di nuovi. E se il salvagente della cassa viene utilizzato a lungo, per molti anni, la porta girevole del lavoro si inceppa, intere generazioni rischiano di rimanere bloccate nel meccanismo.

roma La dolce vita Fellini

roma fotogramma de La dolce vita, Fellini

Il salario medio in Italia è pari a 14.700 euro netti (fonte Eurispes). In Corea del Sud e Irlanda si guadagna mediamente il doppio, in Francia, Stati Uniti e Germania crica il 50% in più. C’è poi un cuneo fiscale del 46.5% che fa sì che il lavoratore incassi il 53.5 di quello che il datore di lavoro effettivamente paga per assumerlo. Con questa premessa andiamo ora a studiare i valori lordi per classi di età così come riportati dal Sole 24 Ore. Un operaio trentenne prende mediamente 21.332 euro lordi l’anno. Un operaio cinquantenne ne prende 30.555, quasi il cinquanta per cento in più. Disparità ancora più evidente: un operaio appena assunto con meno di ventiquattro anni di età prende mediamente 19.217 euro lordi l’anno; un operaio cinqantacinquenne 31.873 euro, poco meno del sessanta per cento in più. Queste politiche salariali sono riprodotte con dimensioni analoghe in qualsiasi livello e in qualsiasi comparto. Persino tra i dirigenti di fascia molto alta nelle aziende un quarantenne brillante può sperare di portare a casa mediamente 99.746 euro lordi l’anno, il suo pari grado ultrasessantenne e forse un po’ stanco ne porta mediamente a casa 130.367. Secondo i dati della Cgil sarebbero 8 milioni i precari in Italia (compresi quattro milioni di lavoratori in nero), in massima parte under 40 con un salario medio inferiore ai mille euro e senza diritti. Non sarebbe più ragionevole, visti i rischi assunti da un lavoratore che accetta la flessibilità del mercato del lavoro, pagare di più i precari e di meno chi ha più garanzie e certezze sul proprio futuro come capita in tutta Europa?

roma La grande bellezza 5

Roma La grande bellezza di Paolo Sorrentino, fotogramma di discoteca

Grande parte dei falsi miti riguardano le pensioni e innnalzamento dell’età pensionabile. Prima del 1995 delle scriteriate politiche che poi hanno portato alla dilatazione del debito pubblico permettevano di andare in pensione con criteri a dir poco generosi. C’erano persone andate in trattamento di quiescenza prima dei quarant’anni di età perché nei favolosi Anni Ottanta bastava aver versato quindici anni, sei mesi e un giorno di contributi per aver diritto a pensione. Pensioni che si sono rivalutate negli anni a ritmo di inflazione fino ad arrivare a costare attualmente allo Stato 240 miliardi di euro all’anno, il 15.6% del prodotto interno lordo (dati Istat). La riforma Dini del 1995 decise, sostanzialmente, che i nostri padri (cioè coloro che avevano versato almeno diciotto anni di contributi) continuassero ad andare in pensione con i vecchi criteri e il metodo retributivo, ottenendo così una pensione che nei fatti è pari a più del novanta per cento dell’ultima retribuzione. Gli altri, i più giovani, sarebbero andati in pensione con il metodo contributivo, calcolato dunque sui contributi effettivamente versati. Ora, la sommatoria dei fattori della precarietà dei posti di lavoro e di politiche salariali basse, fa sì che i contributi versati siano poca cosa e una recente stima del Corriere della Sera prevede che la pensione media di un under 40 di oggi sarà pari al 36% dell’ultima retribuzione e ammontante comunque ad un importo inferiore rispetto ai 540 euro della pensione minima sociale.

Calcoli fatti dal Center of Research di Pittsburgh sui sistemi di welfare occidentale affermano che la pensione media di un italiano nato negli anni Ottanta sarà pari a 340 euro mensili. Per integrare questa miseria sono stati invitati i giovani lavoratori italiani a versare il proprio TFR presso fondi di previdenza integrativa. il risultato finale è che oggi i nostri padri possono andare in pensione a sessant’anni, con il novanta per cento dell’ultima retribuzione e il TFR in tasca. Chi è nato dopo il 1 gennaio 1970 andrà in pensione a settant’anni, con il 36% dell’ultima retribuzione e senza il TFR. A questa ingiustizia colossale si lega quella dell’importo delle pensioni. Intanto diciamo subito che, secondo i dati Istat, vengono erogati ogni mese oltre 23 milioni di trattamenti previdenziali. Alcuni italiani percepiscono anche più di una pensione. Ebbene, il 27.4% delle pensioni ha un valore superiore ai 1.500 euro mensili e il 13.7% superiore ai 2.000 euro mensili. Insomma, lo Stato eroga circa sei milioni di pensioni superiori almeno del 50% al salario medio di otto milioni di precari.

Giorgio Linguaglossa Duska Vrhovac e Steven Grieco Roma giugno 2015

Tre poeti: Duska Vrhovac, Giorgio Linguaglossa, Steven Grieco, Rita Mellace Roma, 25 giugno 2015 Isola Tiberina

Per continuare a pagare trattamenti di quiescenza senza pari al mondo per quantità e età pensionabile, la generazione dei nostri padri tolto ogni ipotesi umanamente accettabile di tutela previdenziale alle mezza Italia degli under 40. I padri, per stare bene loro, hanno depredato i loro figli. La recente riforma delle pensioni e l’innalzamento della età pensionabile è stata una soluzione positiva e indispensabile per parificare doveri e diritti intergenerazionali e risolvere nell’immediato l’emergenza, ma non basta. La politica, come il sindacato, ha spesso assecondato, per mero calcolo elettorale, l’egoismo degli anziani. Per esempio, tra gli iscritti alla Cgil sono i pensionati quelli numericamente più consistenti: la loro forza d’urto, in caso di votazioni, supera quella di ogni altra categoria. Come si può pensare che i giovani vogliano ancora iscriversi a un sindacato?

Da sempre in alcune professioni la successione e il ricambio sono garantiti dalla famiglia: il notaio lascerà lo studio al figlio, il taxista gli lascerà la licenza. Se però oltre a questi anche tutti gli altri posti di lavoro si ostruiscono, chi non è figlio di nessuno dove va? Per facilitare l’ingresso delle nuove generazioni nel mercato del lavoro occorre smontare gli attuali meccanismi di cooptazione. Se per le aziende fosse più economico assumere i giovani, lo farebbero di più? Probabilmente sì, garantendosi la possibilità di avere dei quadri nativi digitali, nuova linfa vitale. Che da dieci anni a questa parte non c’è più. Non siamo in grado di riconoscere le competenze perché il mercato non funziona: nelle società funzionanti è il mercato che riconosce la professionalità.

Roma statua di romano epoca imperiale

imperatore romano Caracalla

In un Paese con oltre due milioni di disoccupati “ufficiali”, e 2,7 milioni di “scoraggiati” (di persone cioè che non hanno un lavoro, ma hanno rinunciato a cercarlo, scoraggiati dalle difficoltà) a favorire le difficoltà di incontro tra domanda e offerta di lavoro contribuiscono l’inesistenza di un valido sistema di Agenzie dell’impiego (da un’indagine Istat risulta che solo il 5% degli italiani trova lavoro attraverso le agenzie, mentre il 55% lo trova attraverso amici e parenti), la frammentazione dei possibili datori di lavoro in una miriade di imprese piccole e piccolissime, ma anche la mancanza di qualifiche adeguate da parte degli aspiranti lavoratori. La meritocrazia, a scuola e all’università, dovrebbe essere valorizzata molto più di adesso. Oggi chi esce con un voto alto non ha nessun vantaggio rispetto chi esce con un voto meno alto ma con un patrimonio di contatti e amicizie.

L’età media dei nostri docenti, politici e dirigenti è tra le più alte del mondo occidentale. Il gap retributivo tra giovani e anziani è in continuo aumento, mentre la possibilità di fare un salto rispetto alle condizioni socioeconomiche dei genitori è sempre più bassa. D’altronde con una disoccupazione che supera il 30% le possibilità di riscatto sono molto ridotte. Questa esclusione sistemica dei giovani ha radici culturali, esacerbate certo dalla crisi, ma ben più antiche. Esiste una vera e propria corporazione generazionale che è decisamente più forte nelle istituzioni accademiche e politiche, ma anche nelle grandi professioni e nei centri del potere culturale. Esiste un meccanismo di cooptazione inventato e consolidato dalla generazione del Sessantotto, proprio quella che ha fatto la rivoluzione contro i poteri costituiti. Le relazioni sono tutte impostate sull’omologazione e sul riconoscimento reciproco. Questo discorso certo vale soprattutto per i posti apicali, ma è ovvio che anche questi vadano liberati, per sbloccare il ricambio generazionale anche ai gradini inferiori della scala gerarchica.

È un problema di asfissia culturale. I cattivi maestri, e gli pseudo maestri, ci sono sempre stati. Poi però si cresceva e si faceva a pugni con il sapere acquisito dai padri. I giovani di oggi non hanno gli strumenti per farlo, e si appiattiscono sulle idee dei vecchi. Temono l’incertezza, più che in passato, sono terrorizzati dai rischi che il cambiamento porta con sé. Se l’Italia fosse un paese forte, cosciente e solidale si occuperebbe di loro, e quindi del suo stesso futuro. Sempre che non sia troppo tardi. Le generazione dei nati negli anni settanta e ottanta ormai sono perdute, ma forse non è ancora troppo tardi per i nati negli anni novanta e negli anno zero.

da Maurizio Pittau  http://www.mauriziopittau.it

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