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MARCO AMENDOLARA  (1968-2008)  POESIE SCELTE – La salvezza infinita delle parole – Scrittura e destino nell’opera poetica di Marco Amendolara  con un Commento di Mario Fresa

città in bianco e nero

città di sera

 Marco Amendolara nasce a Salerno il 17 ottobre 1968. Poeta, critico letterario e d’arte, traduttore di poesia latina. Laureato in Filosofia e in Lettere moderne, ha svolto un’intensa attività pubblicistica, collaborando a vari periodici e quotidiani, tra i quali Il Mattino, Il Giornale d’Italia, Caffè Michelangiolo e L’area di Broca. Tra i suoi libri di poesia: Rimmel, Extravagantes, Ravello 1986 (queste prime due opere come Omar Dalmjrò); Misteri di Seymour, Altri Termini, Napoli 1989; Fogli selvatici, con Ugo Marano, La Fabbrica Felice 1993; Stelle e devianze, La Fabbrica Felice 1993; Epigrammi, Nuova Frontiera, Salerno 2006; La passione prima del gelo (auto-antologia di poesie e traduzioni, Ripostes e Marocchino blu 2007); L’amore alle porte, Plectica & Bishop, Salerno-Giffoni Sei Casali 2007; La bevanda di Mitridate, Marocchino Blu 2008. Muore di sua volontà, a Salerno, il 16 luglio 2008.

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Commento di Mario Fresa

Marco Amendolara ha vissuto come uno straordinario viandante della parola: poeta tragico e adamantino, saggista di rara e luminosa intelligenza, frequentò la scrittura con un’anarchica e selvaggia inquietudine, impaziente e poliedrica, remota le mille miglia da ogni accademismo cattedratico. Poeta, innanzi tutto, abbiamo detto: silenzioso e lontanissimo, certo, dai luoghi delle vetrine dei reading e dei festival e, in generale, dalle cabale dei poeti laureati; studioso puntuale e brillante, fu più volte rifiutato dall’ambiente universitario, le cui arroganti e mafiose combriccole gli negarono l’accesso come docente, preferendogli patentati somari, immersi in un’ignoranza e in un cretinismo inenarrabili. Marco si offriva agli altri col dono di una tenerezza senza pari: sembrava, nella sua chiara trasparenza di uomo indifeso e generoso, una magica creatura precipitata suo malgrado, e per isbaglio, in una terra estranea, sorda e inospitale. La sua disarmante impreparazione alla pesantezza della vita comune lo aveva spinto sempre di più a rifugiarsi nelle fantasime dolci della scrittura.

Persisteva, certo, in lui, un’amarezza profondissima, ogni volta che registrava la meschina disattenzione che la sua città (dico le sue istituzioni “culturali”: in primis l’ateneo, e poi le varie fondazioncine, le case e casupole della poesia, le gazzette locali, eccetera eccetera) sprezzantemente gli mostrava; disattenzione che oggi si è tramutata, com’era prevedibile, in tardiva e ipocrita glorificazione. Dopo l’esordio poetico assai precoce, Amendolara pubblica pochi versi; ma legge molta, moltissima poesia, soprattutto novecentesca, e la analizza con un acume critico eccezionale.

Marco-Amendolara-visto-da-Anna-De-Rosa 2004

Marco-Amendolara-visto-da-Anna-De-Rosa 2004

Nel 2005 stampa – quasi timidamente, presso un editore semiclandestino – un volumetto di testi intelligentemente concisi e affilati, dal titolo Epigrammi. C’è una durezza acuminata e ferma che si esprime nella forza implosiva di questi versi; da essi emerge, incontrastabile, la visione della ostinata crudeltà di un mondo che, insensibile e inerte, non vuole e non sa rispondere al disperato richiamo di ascolto del poeta. Il tempo e la sua vanitas, il suo discendere nell’abisso interminabile della nullificazione, e il folle desiderio di essere, una volta per tutte, fuori dalla ragna imprigionante del tempo stesso, costituiscono i temi e i motivi costanti della breve e intensissima silloge: «lo specchio diventa vecchio, / riflettendo una gioventù enigmatica, / mentre gli altri / si affannano a contare / le tue primavere»; ma vi è pure ritratta, con una impagabile ironia, la patetica schiera dei piccoli finti intellettuali, indefessi carrieristi e galoppini, affatto privi di ritegno, che Amendolara ben conosceva e derideva. Altri versi, invece, tolta la maschera dolce e amara del sarcasmo e dell’ ironia, si aprono sulla pagina come improvvise esplosioni di un’estenuata dolenza: e suonano come un’acuta condanna, irredimibile e totale: «quando vedrai il corpo / da una parte e la mente dall’altra, / il sangue sarà uscito assolutamente, / rimarrà solo uno spettro, / saprai che non c’entravi niente, / che la questione era tutta interiore, / e mi perdonerai.»  

In questi Epigrammi sono incise parole violentissime, che nella quotidiana gratuità del comune linguaggio accomodante noi spesso dimentichiamo e non vogliamo pronunciare: e cioè «sangue, «svanire», «scomparire», «nulla», «freddo», «crudeltà». Leggerle, intenderle, viverle profondamente significa disperare, schiantarsi, rovinare. La mattina di mercoledì 16 luglio del 2008, Marco continua a chiedere a se stesso dove andare, e in nome di quale amore sia giusto continuare a illudersi della felicità dell’esistenza. In un attimo si abbandona, con una dolce violenza, e apprende a essere nomade e nessuno, per sempre.Sceglie la morte e cancella, in un istante, le larve speciose dei suoi sogni.Lascia inedita una raccolta, Il corpo e l’orto, che i familiari danno alle stampe nel 2014 presso La Vita Felice (la pubblicazione è inficiata, però, da una brutta postfazione di Renzo Paris, assai modesta sul piano critico e scioccamente autoreferenziale). In questo nuovo libro estremo, il soggetto retrocede e si annulla, offrendosi in sacrificio alla crudele rilevanza di una realtà impenetrabile e bruta, e ingaggia un’insostenibile lotta a corpo a corpo con la propria identità e con il mondo che lo circonda e che lo assedia. Amendolara registra: «Coincidi veramente con il tuo corpo, / o sei altro, sei in altro, / e non lo sai?». È la scrittura stessa a diventare immagine di un’alterità che scompone e sconvolge l’identità e il soggetto. La natura immensa precipita nell’infinitesimale spazio del singolo io. Il corpo diventa l’orto che l’ospita, che senza sosta alcuna concima se stesso, e che infine lo consuma.

È un io ch’è pronto ad accogliere, fin dalla nascita, il gelo finale di un desiderato inabissamento, di un freddo eterno e inconsumabile che insidia già «tessuti, giunture, l’intera presenza / umana» e che poi consegna il corpo, misero specchio di crudeli lusinghe, alla pace del «sonno» o dell’«ascensione», facendogli assumere «una dignità oggettiva, /intoccabile, quasi un esempio / di body-art, senza piacere di finzioni». L’esercizio della graduale destituzione di sé, vera meta della scrittura poetica, appare dunque, ora, compiuto. Quando il poeta s’identifica con il suo corpo, smarrendosi in esso, giunge a coincidere, e a confondersi, con il nulla: istante miracoloso, questo, nel quale si discioglie, fino a sparire, l’«ombra delittuosa» che da sempre, con dolore, lo insegue e l’imprigiona.

Bello Giacomo Costa città immaginaria

Giacomo Costa, città immaginaria

Poesie scelte di Marco Amendolara

Un’orrenda pioggia di isotopi
Colpisce violenta i giardini
e gli orti.
Nell’ombra avvengono mutazioni:
la natura si apre come
un fiore velenoso,
colori venèfici si spargono
in ogni dove; noi stessi,
ormai entità prenatali,
ridotti a oggetti mostruosi,
perduta anche la paura…
*

Il pozzo, un antispecchio
che non vuole conoscere
il tuo volto.
Almeno, non quei lineamenti
che tu aspetti riflessi.
Come quando la terra
viene scavata, mai guardare
dentro, troppo tardi
uno si ritrae.

*

Quando non hai corpo ti conosci meglio,
scorre e dice l’acqua
mentre si specchia in te;
quando non sei corpo
susciti ogni meraviglia
e, meravigliato, sei sbigottito
della conquista.
La natura ti annulla, è niente,
e tu sei natura.

*

Dietro il giardino, lì
Non ci vedono.
Mi fai mancare il respiro;
non è una colpa,
vorrei che accadesse anche a te, ma dolcemente,
non come un’asma che spaventa.
E intravedi, dalle pozzanghere,
un’immagine accesa
che appartiene a chi ti parla.
Prima il volto era bruno o grigio;
adesso tu hai colorato di rosso
gentile, innocente,
le vie del corpo
e sento cambiare di me le tinte.
Con lui, con altri lui,
compivi una simile magia?
(Allontana ogni voce,
con tenerezza impedisci la bocca…)

*

Vorresti abbandonare il corpo
rimanendo in vita, adesso che fiamme
maestose, misteriose insidiano
ogni capillare, ganglio, fibra
e consumato il senso della gioventù
avanza inequivocabile, odiata e necessaria,
la maturità.

*

Tutto questo freddo da quando
sei nato; forse è la fine
che viene a liberarti, si spera
nel segno della salvezza.
Per il resto, conviene fingere
ogni smargiassata, adottare
comportamenti da gaglioffo,
per illudersi che questa misera
presenza non scompaia del tutto.

Marco Amendolara

Marco Amendolara

Il gatto, astratto nel paesaggio lunare;
solo, un uomo, lungo un sentiero
dove ogni cosa sembra straniata,
lui per intero, anzi immerso
così completamente nel paesaggio,
da essere unito a quello e indistinto.
Guazza, orti, batraci, giardini,
cavolaie che si attardano sulle verdure;
e tu, dissolto, cenere,
tu stesso orto.

*

Il corpo diventò rosso, febbrile,
e ogni pensiero svanì nel delirio.
L’ossessione era sopravvivere,
con l’inferno che bussava,
orribile come si dipinge.

*

Fu quella sola volta,
seduto al tavolo,
che avesti la sensazione
di vivere sempre,
finché il vino rimase
nel bicchiere.
Dopo, un sapore di ferro
e di sangue invase la bocca,
ti assediò,
e i fantasmi continuarono
una losca frequentazione.

*

I pronomi si rimpiattano in un vortice d’ombra,
in abisso,
e non sai più con chi parli,
se parli,
anche se uno specchio
conforta e ammonisce.
orribile come si dipinge.

(Rimmel, 1986)

I

Lentamente
scrivo sulla sabbia lievemente
con dita poco appuntite, dolcemente,
(par délicatesse) forse, scrivo
parole di cenere per farmi intendere
con più certezza di morire

XX

Le mie poesie si compongono di odii
uccidendomi stratagemmi di delirio,
cripta che vede in pezzi un’eleganza rara
una fine di stelle

XXII

Alla settima coppa
Babilonia si apre di lilla,
e grandi effluvi sprigiona;
(macabra fine, dipinta di
bianchi veli)
con i miei occhiali da sole
varco le mura…

(Seymour, 1989)

Dopo un incendio di parole
Bisogna che le stelle
Invitino il poeta a riposarsi.
Nella cenere del sonno
Le palpebre si socchiudono,
Il sogno prende ali di rosa
Diviene fiore e sigillo
Del giorno venuto e venente.
Nella Venere del cielo
Gli occhi riconoscono
La propria struttura acquea,
E si chiudono nel bianco
Di nuove ipotesi
(I guanti rosa di Baudelaire
Sono un’altra meraviglia del mondo).

*

Il non detto è la prigione della lingua
E le superfici róse, le apparenze
Che non ingannano, si fanno
Come niente specchi del destino.
Nell’enigma degli occhi il poeta
Diviene esteta, profeta degli dei
Fedifraghi del proprio essere.
Nello schianto delle tempie,
Emozione che il cielo non contiene,
Celato il filo d’oro si dipana,
Crea nella mente nuovi magmi.
E’ nostro augurio
Che il vestibolo sia questo.

*

Fine e perversione
Di alcool o follia
E’ scheletro
Di questo libretto: canto, allegoria,
Reliquario di muse alchemiche,
Delirium tremens, magico scontro
Di machinae angelo rum.
Malgrado il pensiero decadente,
La vanità gola di vita e di lussuria,
Tutti gli angioletti di questo mondo,
I micini, le pantere e le ragazze
Sanno
Che la rarefazione dei cieli
Non scompare
Né finirà
Grazie a bestemmie o a radiazioni.

(Stelle e devianze, 1993)

foto casa in disordine

Fantasmi (1)

Chiamare amico se amore non è aprire
perché una parola è tutto e tu sei
maestro di gesti, un lungo fuoco orientale
a notte, portatore di fiori,
non avrai altro corpo che quello
e basterà per sempre,
nessuno troverà il nome.

Fantasmi (3)

Quello che scrive, per quanto si sa,
potrebbe essere anche lì a bere birra
o a leggere l’ennesimo poeta francese.
O un servo, un attore col sigaro acceso.
Insomma un cadavere quanto altri
pronto all’incendio alla forza pregante
in cerca di messaggi senza parole
tutto consumato nel buio dell’indecenza.

Fantasmi (4)

Fra le docce non ogni scherzo
è permesso perché l’energia
va sempre conservata per disegni
migliori dice l’acqua che scende
su un corpo di bagnoschiuma,
mentre l’ombelico parla una nuova
lingua, verticale quest’altra,
ascensiva, come un viaggio
di bicicletta fra prati
quando la stagione invita al grido
e alla licenza.

A Barbara

Ma i giorni si sono rinnovati nella ricerca,
e più vicini agli angeli perché più umili
i corpi sembrano contenti di vivere
e di bere, ameranno scardinare porte,
chiedere un po’ di celeste sui soffitti;
poi, senza fare baccano in lettura,
suggerire a chi più gli piace i versi
di uno che dice:
“E quanta voglia ho di lasciarmi andare,
di fare un po’ di chiacchiere, di dire la verità,
di mandare lo spleen alla nebbia, al diavolo, alla forca,
di prendere qualcuno per mano e: Sii gentile,
dirgli, visto che andiamo per la stessa strada…”

A Guido

In incendio dal centro un corpo
è chiamato alla lotta, fra veglia
e veglia, fra sosta e sosta,
sotto la pioggia, in gara,
accanto alla forza delle parole,
nel vino, nel vivo, fra rosso e gelo,
fra amici nel grido o nel buio
una voce giusta chiamata in silenzio
lo sguardo.

*

Esodo

Non è come voce scrittura è più santa
e puttana è di chi legge o riscrive
è di chi in parola e in sguardo vive
le indecenze e le stelle, le forze
che il centro di me hanno aperto
alla fuga.

(1993)

Mario Fresa per L'Ombra

Mario Fresa

Mario Fresa è nato nel 1973. Ha compiuto gli studi classici e musicali e si è laureato in Letteratura italiana. Oltre a indagini sulla cultura della traduzione letteraria, si è dedicato alla poesia italiana e francese dell’Otto-Novecento. Come poeta esordisce nel 1999, presentato su «Specchio della Stampa» da Maurizio Cucchi. Altri suoi testi appaiono nell’antologia Nuovissima poesia italiana(Mondadori 2004) e su varie riviste, tra le quali «Caffè Michelangiolo» (n. 3, 2003), «Paragone» (n. 60-61-62, 2005), «Nuovi Argomenti» (vol. 45, Mondadori 2009). È del 2002 la raccolta prefata da Maurizio Cucchi Liaison, cui fanno seguitoCostellazione urbana («Almanacco dello Specchio» di Mondadori, n. 4, 2008), il poemetto Alluminio, con la prefazione di Mario Santagostini (2008) e Uno stupore quieto, introduzione di Maurizio Cucchi (La collana, Stampa, 2012). Un’anticipazione della sua nuova raccolta poetica è apparsa sul n. 16 di «Smerilliana» (2014), con un saggio di Valeria Di Felice. Collabora a riviste e a quotidiani e cura la rubrica Sguardi sul periodico «Gradiva. International Journal of Italian Poetry», di cui è redattore.

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Ventotto epigrammi di MARCO VALERIO MARZIALE (38 o 41- 104 d.C.)  scelti e tradotti da Mario Fresa

Marziale

Marziale

Marco Valerio Marziale nasce a Augusta Bilbilis, 1 marzo 38 o 41 e muore a Augusta Bilbilis nel 104, una città della Hispania Taraconensis situata su un’altura, caduta sotto il dominio di Roma in seguito alle guerre cantabriche, come tutta la Hispania, e divenuta municipio sotto il regno di Augusto; si ritiene che la città natale di Marziale si trovasse dove ora sorge Cerro de Bambola, presso Calatavud. Marziale raccontò più volte la sua patria in vari epigrammi, descrivendola come una cittadina che sorgeva su un aspro monte, nota per gli allevamenti di cavalli e per le fabbriche d’armi, grazie alle fredde acque del fiume Salone che scorreva ai piedi della montagna ideali per la tempra degli armamenti. Ricevette un’accurata educazione inizialmente a Bilbilis e in seguito in un’altra città della Spagna Tarraconense sotto la guida di grammatici e retori, a cui si dedicò con impegno; i genitori, che probabilmente si chiamavano Frontone e Flaccilla, sembra che provenissero dalla media borghesia provinciale, e in ogni caso dovevano godere di una buona condizione economica per permettersi di sostenere gli studi del giovane Marziale.

La congiura di Pisone e la vita da cliens (64-80)

« Heu! Nero crudelis nullaque invisior umbra,
debuit hoc saltem non licuisse tibi. »« Ahimè! O Nerone crudele e per nessun’altra uccisione più odioso, almeno questo delitto non doveva esserti permesso! »
(Epigrammi, VII, 21)
Nerone

Nerone

Nel 64, anno del grande incendio di Roma, spinto dalla voglia di conoscere il mondo e dalla speranza di fare fortuna come era accaduto a molti altri letterati spagnoli della sua epoca, Marziale decise di recarsi a Roma. Giunto nella capitale dell’Impero allacciò subito i rapporti con le più importanti e influenti personalità della città provenienti come lui dalla Spagna: la famiglia degli Annei, composta da uomini del calibro di Seneca, Giunio Gallone, Mela eLucano; il grande avvocato Lucio Valerio Liciniano e il giureconsulto Materno, entrambi originari di Bilbili; Deciano di Emerita e il poeta Canio Rufo di Cadice.

Proprio grazie alla famiglia di Seneca Marziale si legò a personaggi potenti della capitale, come Gaio Calpurnio Pisone, Gaio Memmio Regolo eQuinto Vibio Crispo, che con tutta probabilità aiutarono largamente il giovane spagnolo mentre muoveva i suoi primi passi a Roma, tanto che li elogerà anche a distanza di più di trent’anni in un suo epigramma. Ciononostante questo periodo iniziale in cui Marziale si trovò al centro di una fitta rete di amicizie e conoscenze terminò presto e bruscamente nel65, quando l’imperatore Nerone scoprì la congiura ordita proprio da Pisone; la reazione di Nerone fu feroce e immediata: così molti degli amici di Marziale vennero uccisi o costretti al suicidio, lasciandolo solo e senza nessun appoggio su cui contare; l’unica amicizia che gli rimase fu quella di Polla Argentaria, vedova di Lucano, che negli anni successivi citerà più volte nei suoi componimenti.

Vespasiano, il primo imperatore della dinastia flavia con cui Marziale con tutta probabilità instaurò un rapporto di clientela.

Dal 65 quindi Marziale dovette iniziare a frequentare nuovi ambienti: si indirizzò verso una vita dacliens, un’attività pesante e scomoda che lo spingeva ogni mattina a svegliarsi presto per portare i propri saluti ad un ricco signore ed eventualmente accompagnarlo nei suoi giri per Roma, ricevendo in cambio la sportula, un donativo in cibo o denaro. Tuttavia, anche se non è ben chiaro in che modo, riuscì ad ottenere un appartamento sul Quirinale, descrittoci da Marziale come un umile bugigattolo situato al terzo piano, per poi forse spostarsi in un’abitazione sul medesimo colle; il Quirinale era anche il colle dove risiedevano famiglie prestigiose come quella dei Claudii dei Pomponii, dei Valerii e dei Flavii. Con quest’ultima famiglia, che risiedeva non lontano da lui, Marziale dovette instaurare un duraturo rapporto di clientela, forse dovuto alla vicinanza delle due abitazioni, a partire già dal principato diVespasiano, salito al potere in seguito al suicidio di Nerone e alla guerra civile del 68-69.

Venere statua copia romana

Venere statua copia romana

La vita da cliens fu dispendiosa e priva di soddisfazioni per il giovane spagnolo, che avrebbe potuto sicuramente condurre una vita più agiata esercitando la professione dell’avvocato, alla sua portata visto gli studi giovanili, strada che però non fu mai disposto ad intraprendere e per la quale non si sentiva adatto; preferì la via della poesia e la vita da cliens, per quanto dura, si dimostrò estremamente utile per osservare la quotidianità dell’ambiente romano, le più svariate personalità e situazioni che poi trasporterà con crudo realismo nella sua poesia; è possibile che proprio in questi anni Marziale si addentrò nelle sue prime sperimentazioni poetiche, forse anche su commissione di Vespasiano: infatti l’imperatore era solito offrire durante i Saturnalia, agli uomini, e durante le Martiae kalendae, alle donne, degli apophoreta, biglietti d’accompagnamento ai doni distribuiti durante le feste; a scriverli su commissione potrebbe essere stato Marziale, dato che è l’unico poeta di cui ci è giunta una raccolta di questi biglietti, denominata proprio Apophoreta.

Tito, i giochi inaugurali e gli esordi letterari (80-85)

Isola Tiberina ricostruzione Roma antica

Isola Tiberina ricostruzione Roma antica

Marziale, ormai intrapresa la strada letteraria, scrisse alcune poesie, pubblicate da Quinto Pollio Valeriano di cui non ci è giunta traccia. Nell’80 per volere del nuovo imperatore Tito vennero organizzati dei giochi inaugurali dell’anfiteatro Flavio, completato nel 79 poco dopo la morte di Vespasiano, che ne aveva avviato la costruzione molti anni prima; in occasione di questi giochi Marziale pubblicò il suo primo libro di epigrammi, il Liber de spectaculis, che gli procurò onori e gloria. Grazie a questo primo successo ebbe dall’imperatore Tito lo ius trium liberorum, che comportava una serie di privilegi per i cittadini che avessero almeno tre figli, nonostante – a quanto pare – il poeta non fosse nemmeno sposato. Il successore di Tito, Domiziano, confermò i privilegi concessi dal fratello e lo nominò tribuno militare, e con esso ottenne anche il rango equestre.

Verso l’anno 84o 85 comparvero altri due libri di epigrammi: “Xenia” (doni per gli ospiti) e “Apophoreta” (doni da portar via alla fine del banchetto), composti esclusivamente di monodistici. L’accoglienza di tali libri, però, deluse le aspettative del poeta che si ritirò per alcuni mesi aForum Cornelii (Imola), ospite di un potente amico. Lì pubblicò il suo terzo libro ma, la nostalgia dell’ambiente variopinto e multiforme romano, fonte di ispirazione della sua poesia, lo fece tornare nella capitale.

La maturazione poetica e la morte di Domiziano (85-98)

Dopo l’assassinio di Domiziano nel 96, sotto i principati di Nervae poi di Traiano, si instaurò a Roma un clima morale austero. Marziale tentò di ingraziarsi i nuovi governanti, ma i suoi epigrammi mal si conciliavano con il nuovo orientamento del potere. Inoltre probabilmente egli era ormai troppo noto per i suoi passati rapporti con l’odiato predecessore di Nerva. Nel 98, infine, compì il viaggio di ritorno alla città natia. Tra il 90 e il102 pubblicò complessivamente altri otto libri di epigrammi.

pittura parietale romana epoca pompeiana

pittura parietale romana epoca pompeiana

Il ritorno in patria e la morte (98-104)

A Bilbilis una ricca vedova di nome Marcella, presa d’ammirazione per la fama e la poesia del poeta, gli addolcì gli ultimi anni della vita, mettendolo nella situazione di poter vivere agiatamente col dono di una casa e di un podere. Marziale morì a circa 64 anni a Bilbilis come attesta una lettera dell’anno 104, inviata da Plinio il giovane a Cornelio Prisco, nella quale il mittente dà un giudizio sul poeta spagnolo, che gli aveva indirizzato alcuni epigrammi di elogio per la sua attività di avvocato.

Epigrammata, edizione del 1490.

Di Marziale ci sono pervenuti quindici libri di epigrammi, per un totale di 1561 componimenti, pubblicati tutti dallo stesso poeta. Quelli monotematici non hanno un numero progressivo ma sono noti con un nome: nel caso di Xenia e Apophoreta anche il nome è autoriale. Sembra anche che i dodici libri di epigrammi vari siano stati così numerati dal poeta medesimo. I libri sono inoltre preceduti da una prefazione in prosa che ha la funzione di fornire al lettore elementi sulla composizione dell’opera.

Chiamato anche Liber spectaculorum, nell’edizione del filologo Gruterus del 1602, fu pubblicato nell’80 e rappresenta la prima raccolta di epigrammi di cui abbiamo notizie (nessun epigramma giunto fino a noi sembra essere precedente a questa data). La raccolta contiene 33 o 36 epigrammi in distici elegiaci che descrivono i vari spettacoli offerti al pubblico in occasione dell’inaugurazione del Colosseo ad opera dell’imperatore Tito, figlio di Vespasiano.

Nell’edizione che suddivide i lavori di Marziale in quindici libri, queste due raccolte costituiscono rispettivamente il XIII e XIV libro, secondo l’ordine in cui sono riportati nei manoscritti, benché criteri interni rendano quasi certa la loro seriorità rispetto al I libro. Sono composti esclusivamente di epigrammi in distici elegiaci. I titoli (o lemmata) che menzionano l’oggetto descritto di volta in volta furono dati dall’autore stesso.

I “doni per gli ospiti” (xenia) sono una raccolta di 127 (124 e 3 introduttivi) epigrammi che accompagnavano, appunto, i doni che ci si scambiava durante i Saturnali.

I “doni da portar via” (apophoreta), invece, sono quelli (221 più due introduttivi) che accompagnavano i doni destinati ai commensali alla fine di un convivio. Bisogna sapere che tali doni venivano sorteggiati tra gli invitati: da questo fatto potevano derivare talvolta situazioni curiose o comiche (ad esempio: un pettine assegnato a un calvo) su cui il poeta poteva sbizzarrirsi divertendo i lettori.

Cogito soldati romani

I, 30

Faceva il chirurgo, ora il becchino. Poco male:

si vede che gli piace, il cliente orizzontale.

I, 80

Dunque, tu già speravi, adesso, di avere una gran mancia, a torto.

Meno soldi del previsto? Allora eccoti là, sùbito morto.

I, 91

Non pubblichi mai versi, però le mie poesie

le critichi e ti danno dispiacere.

Deciditi una volta: o pubblichi i tuoi

versi, oppure cerca di tacere.

I, 71

Sette bicchieri per Iustina

e quindi sei per Laevia

e cinque per Lycas

e quattro per Lyda

e infine tre per Ida

Le mie amiche le chiamo con tanti

bicchieri quante sono le lettere dei nomi:

e se non viene nessuna, allora il sonno

con un profondo sorso

mi berrà

attori sul set

attori sul set

II, 13

Soldi al giudice, e al cancelliere, e all’avvocato:

ma pagare i creditori, scusa, non è forse più sensato?

II, 88

Non ci leggi mai nulla,

caro Antonello,

ma ti passi per poeta.

Bene, te lo concedo:

a patto che continui

a non leggerci mai nulla.

Sarà più bello.

III, 18

«Stasera, mi scuserete, ci ho la voce raffreddata»: così sospiri.

E allora, Massimo caro, perché vuoi leggere, perché non ti ritiri?

III, 84

[a Sebastiano]

Che racconta, di bello, la tua cara troiaccia?

Non parlo di tua moglie: ma della tua linguaccia.

IV, 12

Non si vergogna mica di non negarsi a nessuno:

almeno si vergogni di non negarlo a nessuno.

Fayyum, ritratto di fratelli

Fayyum, ritratto di fratelli

VII, 3

[a Rossella]

Perché, mi chiedi, non ti regalo le mie raccolte di poesia?

Perché, in cambio, io già temerei le tue. Risparmiami la cortesia.

VIII, 27

Ricco e decrepito, sei carico sempre di moltissimi regali.

Ma ognuno di questi generosi ti sussurra: «a quando i funerali?».

XI, 66

[A Massimo]

Spia, traffichino, imbroglione; sagace addestratore

di critici d’accatto; maligno calunniatore;

presenzialista, succhiacazzi, sordido coboldo:

però, malgrado il gran daffare, sei sempre senza un soldo.

VII,16

«Non ho un centesimo, Mario!

Allora, quasi quasi, quei regali

che mi hai comprato

me li rivenderei.

T’interessa, per caso, ricomprarli?»

Roma6VIII, 51

Ad Aspro, il cieco, Amore finalmente oggi concede

una magnifica ragazza; e già per lei stravede.

II, 38

Tu vuoi sapere qual è la rendita di quel lontano mio terreno?

Questo mi frutta: della tua vista posso, finalmente, fare a meno.

III, 34

Fai guerra col tuo nome: sei bruna, ma non certo calorosa;

ti chiami Bianca, ma appari sempre, ahimé, costantemente ombrosa.

VII, 4

Friedrich, lo vedi, è rachitico, è palliduccio:

perciò si crede poeta. Povero ciuccio!

XI, 89

Le ghirlande di fiori me le spedisci adesso intatte: ma perché?

Lo sai che mi piacciono soltanto le rose stropicciate da te.

XII, 26

Flavia denuncia d’essere stata violentata, a turno, dai ladroni.

Quelli protestano: saremo pure delinquenti, ma non coglioni.

II, 25

Galla, mi dici continuamente : mai ti concedi, però!

Se allora sei così contraddittoria, tu dimmi, ti prego… no.

VIII, 20

[A Francesco]

Scrivi molti versacci; però, alla fine, non pubblichi mai niente.

Che caso strano: tu sei, allo stesso tempo, cretino e intelligente.

X, 8

Vorrebbe sposarmi, Paola, dice: ma di sicuro io no, non lo vorrei.

È vecchia, Paola: ma se fosse decrepita, allora sì, la sposerei.

VIII, 35

Siete fatti l’uno per l’altra:

un’oca, ignorante e scaltra,

e un imbecille monocordo.

E non andate d’accordo?

imperatore romano

imperatore romano

IV, 33

Ora non pubblichi nemmeno un verso.

«Dopo morto, lo faranno gli eredi».

Al pubblico in attesa, allora, questi tuoi

capolavori quando concedi?

VI, 31

La moglie scopa col dottore. Lui non discute.

Morirà, ne sono certo, in perfetta salute.

XI, 19.

Beh, tu ce l’hai con me perché alla fine, poi, non ti ho sposata.

Ma tu sei chic e perfettina; e io ho la minchia scostumata.

VIII, 69.

Solo i poeti superclassici e i defunti sai lodare e recensire.

Quanto a me, non ho interesse alcuno – soltanto per piacerti – di morire.

  Nota.

Le versioni saranno intese come una interpretatio ludica dei testi: la scelta della rima nasce dall’idea di una costruzione burlesco-sintetica della parola tradotta, nell’ipotesi di un travestimento di trasversale giocosità straniante. Non c’è «modernizzazione», ma, al contrario, una specie di regressione gioiosamente infantile, in cui lo strumento edonistico del suono tende alla demolizione della presenza, e soprattutto dell’autorialità, dello stesso traduttore-giocatore. I nomi dei personaggi citati sono (quasi) puramente casuali.

                                                                                                                                     m.f.

Salerno, luglio 2011 e agosto 2015

Mario Fresa

Mario Fresa

Mario Fresa è nato nel 1973. Ha compiuto gli studi classici e musicali e si è laureato in Letteratura italiana. Oltre a indagini sulla cultura della traduzione letteraria, si è dedicato alla poesia italiana e francese dell’Otto-Novecento. Come poeta esordisce nel 1999, presentato su «Specchio della Stampa» da Maurizio Cucchi. Altri suoi testi appaiono nell’antologia Nuovissima poesia italiana(Mondadori 2004) e su varie riviste, tra le quali «Caffè Michelangiolo» (n. 3, 2003), «Paragone» (n. 60-61-62, 2005), «Nuovi Argomenti» (vol. 45, Mondadori 2009). È del 2002 la raccolta prefata da Maurizio Cucchi Liaison, cui fanno seguitoCostellazione urbana («Almanacco dello Specchio» di Mondadori, n. 4, 2008), il poemetto Alluminio, con la prefazione di Mario Santagostini (2008) e Uno stupore quieto, introduzione di Maurizio Cucchi (La collana, Stampa, 2012). Un’anticipazione della sua nuova raccolta poetica è apparsa sul n. 16 di «Smerilliana» (2014), con un saggio di Valeria Di Felice. Collabora a riviste e a quotidiani e cura la rubrica Sguardi sul periodico «Gradiva. International Journal of Italian Poetry», di cui è redattore.

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