Archivi tag: Emerico Giachery

Sabino Caronìa, La ferita del possibile, Rubettino, Soveria Mannelli, 2016 – Lettura di Emerico Giachery e un Appunto di Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa Aleph, Roma, 2017 Sabino Caronia

dx Sabino Caronia, Franco di Carlo, Donatella Costantina Giancaspero Giorgio Linguaglossa Roma,Aleph, 2017

 

.

 Sabino Caronia, critico letterario e scrittore, romano, ha pubblicato le raccolte di saggi novecenteschi: L’usignolo di Orfeo (Sciascia editore, 1990) e Il gelsomino d’Arabia (Bulzoni, 2000); ha curato tra l’altro i volumi Il lume dei due occhi. G.Dessì, biografia e letteratura (Edizioni Periferia, 1987) e Licy e il Gattopardo  (Edizioni Associate, 1995). Ha lavorato presso la cattedra di Letteratura Italiana Contemporanea all’Università di Perugia e ha collaborato con l’Università di Tor Vergata, con cui ha pubblicato tra l’altro Gli specchi di Borges (Universitalia, 2000). Membro dell’Istituto di Studi Romani e del Centro Studi G. G. Belli, autore di numerosi profili di narratori italiani del Novecento per la Letteratura Italiana Contemporanea (Lucarini Editore), collabora ad autorevoli riviste, nonché ad alcuni giornali, tra cui «L’Osservatore Romano» e «Liberal». Suoi racconti e poesie sono apparsi in diverse riviste. Ha pubblicato i romanzi L’ultima estate di Moro (Schena Editore, 2008), Morte di un cittadino americano. Jim Morrison a Parigi (Edilazio EdiLet, 2009), La cupa dell’acqua chiara (Edizioni Periferia, 2009) e la raccolta poetica Il secondo dono (Progetto Cultura, 2013). Del 2016 è La ferita del possibile (Rubbettino).

Laboratorio 30 marzo Sabino Caronia e Giorgio Linguaglossa

Sabino Caronia, Giorgio Linguaglossa Roma, Laboratorio di poesia 30.03. 2017

 

.

Lettura di Emerico Giachery

La ferita del possibile appare dopo un lungo e operoso cammino letterario  di critico-saggista e di narratore, in cui Caronìa esprime una personalità fervida e appassionata, non convenzionale, ricca di interessi e di orizzonti. Appassionata anche nell’incontro critico-saggistico con scrittori che diventano, come è giusto e  bello  che sia, compagni di strada: da Dessì a Santucci, da Borges a Tomasi di Lampedusa. Estranea a schemi vigenti è anche l’attività del narratore, spesso animata di pathos memoriale:  L’ultima estate di Moro, di cui esiste un’ottima trasposizione scenica curata da Ugo De Vita, che meriterebbe di essere rivisitata in teatro; Morte di un cittadino americano. Jim Morrison a Parigi,  e infine La cupa dell’acqua chiara, forse il suo libro più suggestivo e lievitato da una memoria anche storica spesso intrisa di pietas, e in cui, tra l’altro, compare Kafka, così centrale nell’immaginario dello scrittore. Caronìa esordisce come poeta soltanto nel 2013, con una breve raccolta, Il secondo dono, ma s’intende facilmente che la poesia come “dono” esistenziale, come modalità di approccio al mondo, era stata sempre presente nell’esperienza umana e letteraria di Caronìa: compagna, sinora silente ma  segretamente operante, di tutta una vita. La prefazione di Loretto  Rafanelli a La ferita del possibile, densa e profonda, orienta utilmente il lettore : «è indubbio che si può scrivere d’amore, anzi è forse un dovere, come sempre è stato fatto, seppure si sappia che è il tema più arduo da trattare, tant’è che molti poeti ne stanno alla larga». Caronìa, invece, lo affronta con intrepido slancio, per un’esigenza incontenibile, maturata e lievitata negli anni.

E lo fa «con grande delicatezza, attingendo a un linguaggio poeticamente desueto, che pare derivare da antichi canoni, alla maniera di Guinizzelli o, più indietro, di Catullo», per «l’urgenza di tracciare un itinerario umano e affettivo, che spinge il poeta a derogare da codici  artefatti, se non addirittura a situarsi, con i dovuti ‘scarti’, in una struttura classica del verso che con le sue delicate scale è l’unica capace di rappresentare questa cavalcata poetica, che è intima, ma pure tiene un connotato ampio, che va al di là del gioco personale e autoreferenziale». Una   immediata ricezione del libro ce la offre la bella Rivista Internazionale online “L’Ombra delle Parole”. Vi si produce una suggestiva rete interpretativa: interessante operazione letteraria che fa  vivere il libro di una dimensione maieutica, analoga a  ciò che avviene nell’esperienza del Tao, secondo un maestro taoista: prima del cammino del Tao i monti sono monti, i fiumi sono fiumi; durante il cammino, tutto sembra entrare in crisi; ma alla fine i monti saranno ancora più monti e i fiumi ancora più fiumi. Così mi sembra possa avvenire anche al libro: più se stesso dopo una fruizione ermeneutica pertinente e plurima. Da questa bella esperienza di ricezione, che fa coro intorno alla ricordata prefazione di Rafanelli, segnalo qualche passo significativo, in particolare dal magistrale intervento di Giorgio Linguaglossa, che si può considerare un conciso saggio critico sulla poesia di Caronìa. «Caronìa riprende e riattualizza la tradizione primo novecentesca dei crepuscolari per rimetterla in piedi in pieno post-moderno, nella civiltà non più delle macchine ma in quella internettiana del nostro vuoto pneumatico. Caronìa fa una poesia del vuoto e dell’assenza, scrive un diario della assenza con un metro sillabico melodico di nobile ascendenza».

«Ci vuole una grande dose di coraggio o una grande ingenuità, dirà alcuno, per una tale operazione di trasbordo». Letizia Leone considera questa silloge «una personale lettera sull’umanesimo […] che opera per scarti minimi dai modelli novecenteschi». Salvatore Martino avverte nei versi «un cadenza serrata, una musica d’altri tempi». Secondo Ubaldo De Robertis, Caronìa  «riesce a disseminare, durante il proprio viaggio poetico, diverse perle preziose e rare». Pagine senza dubbio da non dimenticare. Continua a leggere

7 commenti

Archiviato in critica della poesia, critica letteraria, poesia italiana contemporanea, Senza categoria

Noemi  Paolini Giachery POESIE “Pensieri a dondolo” (Graphisoft Edizioni, Roma, 2016) “Nomina nuda tenemus”, “I morti fuggono”, “Talvolta ritornano”, “Per la torre”, “Il padre”, “Casa di vecchi”, con una missiva dell’autrice, un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa e una lettera di Cesare Viviani

Evgenia Arbugaeva Weather_man_02-1

Evgenia Arbugaeva Weather_man

Noemi Paolini saggista, vive a Roma. Nata da famiglia elbana, a Roma ha sempre vissuto e operato. Il suo interesse culturale si è molto presto rivolto alla dimensione dell’arte e in particolare della poesia (in senso lato) e della musica, in una ricerca particolarmente attenta alla portata conoscitiva che nell’arte si manifesta attraverso i valori formali. Significativo è il precoce amore, al tempo del liceo, per Giambattista Vico, poi scelto come argomento della tesi di laurea. Il grande filosofo aveva tra l’altro il merito di “aver riconosciuto il valore della poesia come forma di conoscenza autonoma rispetto alla conoscenza concettuale, e di essersi così affrancato dai limiti del razionalismo cartesiano”. Nella sua attività sia di insegnante sia di interprete e critico letterario l’impegno della studiosa si è sempre concentrato, soprattutto attraverso l’analisi testuale, sulla rivendicazione di questo alto valore in opposizione a metodologie ideologiche a lungo vigenti e ancora dure a morire: da una parte un formalismo astratto e asettico che aveva svalutato la dimensione semantica preparando il nichilismo di certa ermeneutica, dall’altra una poetica ostinatamente realistica che aveva ridotto il “senso” al rispecchiamento di una improbabile “cosa in sé”. Per la studiosa il “senso” della poesia e dell’arte in genere è invece arricchito proprio dall’apertura polisemica e ossimorica del messaggio (parola che va liberata dalla compromissione politica e moralistica). Tardivo è stato il matrimonio con Emerico Giachery con il quale ha poi collaborato anche alla stesura di due libri. Tardiva la pubblicazione dei suoi studi critici e di qualche breve scritto autobiografico incentrato prevalentemente sull’“iniziazione” alla cultura. Bisogna dire che nell’ossimoro vivente riconoscibile nella sua personalità (e forse nella personalità di tutti noi) il carattere perentorio e spesso vivacemente polemico delle sue prese di posizione convive con una profonda coscienza del limite e della soggettività del pensare individuale. Si definisce, con una formula che ha inventato per il suo Svevo, “recensore autobiografico”.
.
Ha pubblicato: Vita d’un uomo: fenomenologia d’una ricerca ([1988]), Italo Svevo. Il superuomo dissimulato (1993); L’artefice l’orafo la bellezza (1997); Il volto bivalente. Saggi di letteratura italiana (1997), “Pas de deux” per la poesia di Alberto Caramella (2000, in coll. con Emerico Giachery), Ungaretti “verticale” (2000, in coll. con Emerico Giachery), Luoghi, tempi e oltre. Divagazioni di un’egotista (2001), In cerca della “pianta uomo” (2003); Le “mani tese” di Dolores. I romanzi di Dolores Prato (2008), Le ragioni dell’ovvio (rileggendo Svevo, Pascoli, Ungaretti, Montale) (2011). Oltre a molti saggi su riviste.
.
Presentazione libro “Ungaretti: vita d'un uomo”

Presentazione libro “Ungaretti: vita d’un uomo”

Missiva di Noemi Paolini Giachery
.
Caro […],
capisco che il lettore possa domandarsi che intendono essere quei versi che io non chiamo poesie. Le parole vi si affiancano per abitudine cioè senza quelle inedite frizioni che fanno scintille e che ti fanno vedere il mondo con occhi nuovi. Sembra inutile cercare un senso riposto. Avrei fatto bene ad avvertire, come pensavo di fare, che “non c’è una introduzione perché queste parole dicono quel che dicono e basta”. È vero che avrei però aggiunto in fondo alla pagina, in caratteri piccoli piccoli – e questo sarebbe stato l’unico segno di poetica, ammiccante ambiguità – questa domanda: “ma sarà proprio vero / che questo è il mio pensiero?”.
Chi scrive se ne sta piedi a terra , testa china a guardarsi l’ombelico (come si usa dire con squallida immagine), rinunciando al cielo, al mare, alla natura, ingredienti naturalmente poetici. La natura in realtà compare una volta in una specie di panoramica o, meglio, di carrellata ,  in una filastrocca finale che finisce male, cioè con la previsione allegra di un cataclisma universale. E qui solo prendendo in prestito da Montale “la cenere degli astri” si respira per un momento un’aria poetica.
 Perfino la memoria, tema privilegiato della poesia anche per me che ero nata leopardiana, compare nella prima pagina per annunciare le sue esequie, protratte nel tempo ma poi definitive. È vero che l’orizzonte in questo percorso sembra allargarsi: dalla più chiusa e dimessa contingenza del piano ravvicinato iniziale (l’ultimo mucchio di panni da lavare, ultimo segno di una presenza viva) si tenterà addirittura, in tempi più oziosi, un volo spaziale per calar di nuovo, delusi, a pianterreno (si raggiunge una cometa per scoprire che era solo “un sasso bitorzoluto”). Per finire con l’ultimo inganno di un “giro d’isola” anche questo, si è visto, catastrofico e nullificante sotto un’idillica apparenza. C’è forse la possibilità di consolarsi dopo tanta delusione cercando di scovare un senso secondo, più poetico e più gratificante? Negavo che ci fosse. Mi limitavo a osservare la non casuale scelta di una espressione-comunicazione conforme ai criteri se non della razionalità almeno di quella ragionevolezza che porta a evitare suggestivi scarti dalla norma e dalla logica comune. Ma, a guardar bene, la realtà qui si rivela molto meno sistemabile su un piano di comoda univocità. Non si cela nelle parole il mistero delle cose e nemmeno nel principio di non contraddizione.
E la contraddizione stessa, cioè l’associazione di due termini per opposizione forse fa essa stessa parte dell’inganno. Si scopre che la morte non è il contrario della vita e questo non perché la vita continui, come in fondo si desidererebbe, ma perché tra i due termini si può cogliere una totale estraneità. E proprio il sospetto che il principio di estraneità sia la chiave per leggere la vita e il mondo   è il sentimento che raffredda questo dettato sottilmente tragico o nichilista nonostante il fermento che si nasconde nel sottosuolo dell’inconscio.
.
giovanni testori Con-Aldo-Moro

Il quadro politico italiano bloccato

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa
.
«Il vivere», lo stato vegetativo del vivere, per Nietzsche è «la forma di essere a noi più nota». Vivere, respirare, bere, mangiare, amare, odiare, appassionarsi, illudersi etc., sono tutti appetiti che interessano questa forma della «vita», la sola che abbiamo e che conosciamo. La téchne è la mediazione con cui interviene la volontà di potenza dell’artista sulla «vita» per plasmare quella cosa che  da Platone e Aristotele designiamo convenzionalmente con il nome di «arte». Orbene, la téchne è nemica della «forma» della «vita», è ciò che falsifica la «vita» e quindi deve essere bandita dall’arte e dall’arte poetica in particolare per poter parlare con qualche verosimiglianza al «vero», senza tradirlo. È questo il pensiero profondo di Noemi Paolini Giachery: fare poesia senza tecnica, come parlando e parlare come tacendo, nella consapevolezza che il mondo illusorio ci attende in agguato con i suoi fantasmi e i suoi illusionismi per farci inorgoglire e costringerci alla menzogna, all’arte della menzogna, all’arte della téchne. E così Noemi sceglie la rinuncia alla parola ornata e alla retorica del linguaggio, per usare il linguaggio allo statu nascendi, allo stato aurorale, come se fosse nato stamattina, senza alcun orpello e/o infingimento retorico, dall’albero del bene e del male, dall’albero del pane e del salame della Cuccagna delle comunità contadine; un parlare che proviene da prima di quel giorno maledetto del coglimento della mela da parte di Eva. La poesia di Noemi Paolini Giachery vive nell’utopia di questo progetto-miraggio: parlare con una lingua pura delle cose dei vivi e dei morti, di «Noi morti», perché «i morti fuggono» e perché «Talvolta ritornano», perché «Nomina nuda tenemus». Davvero, una poesia fuori tempo, fuori moda, fuori luogo. Potrebbe essere stata scritta cinquanta anni fa, come stamattina. In una lingua quasi fuori dalla storia. E dall’utopia sanguinaria della storia.
.
Da una lettera del 23. settembre 20 11 di Cesare Viviani
.
Ieri sera è stato un ascolto memorabile. La tua rappresentazione della morte  è straordinaria. Ogni parola ha la dignità di un sentimento spersonalizzato, profondo e naturale, definitivo e limpido, lieve come un battito. C’è la musica nelle tue parole, quella che rende sopportabile la fine, quella delle acque e del vento. C’è lo sguardo che supera l’orizzonte dopo essersi inchinato ad esso, uno sguardo duplice e rivelatore: c’è la vita che guarda la morte, e c’è la morte che guarda la vita. C’è la dolorosissima accettazione dell’inaccettabile, che è la massima possibilità che abbiamo di umanità. Io ascoltavo in un silenzio quasi religioso. Il timbro e i toni della tua voce, e il sentimento che esprimeva, erano per me un insegnamento.

.

Evgenia Arbugaeva Weather_man_04-1

Evgenia Arbugaeva Weather_man

Poesie di Noemi Paolini Giachery “Pensieri a dondolo”

Non poesie, dunque, ci vuol altro,
ma tristi pensieri che cercano
un ritmo che li culli e li consoli.

I morti fuggono I

Il mucchio dei tuoi panni si riduce
appiattito e consunto come un moccolo
all’ultima sua luce.
Tra poco, quando l’ultima camicia
sarà stata lavata,
sarà proprio finita.
Cominceranno allora giorni uguali
con atti che non ti riguarderanno.

Dove ti cercherò?
Nel ramo con le tre more appassite?
Nelle fette di pane abbrustolito?
Nella carta di “Gigi con gli occhiali”?
No, sono cose troppo ferme e mute.

Scoprirò forse allora
che anche l’estraneità d’un cimitero
può farmisi domestica
se posso trapiantarci
le faccende della vita di casa.
Curerò dunque la tovaglia bianca,
il vaso di metallo da lustrare,
non la pietra che non voglio guardare.

(Marciana Marina, settembre 1976)

*

È passato gran tempo:
estraneo è sempre stato il cimitero.
Estranea è forse ormai la figlia al padre?…

E il padre estraneo a lei?

(Marciana Marina, settembre 1999)

.
Acquiescenza e rivolta

Si è fermata una macchina
irreversibilmente.
Se la manutenzione
fosse stata più accorta
funzionerebbe ancora
quella macchina che chiamavo papà.

Se difronte all’evento capitale
collaudo su di te
l’ipotesi che credo più probabile
e dico le parole
dell’oggettività
sento che dentro mi urlano le viscere
e qualcosa che voglio chiamare anima.
Mi urla di non tradire
di non prostituire
il segreto indicibile,
il segreto dolcissimo e letale
di questa nostra storia irripetibile.
Questo solo, un segreto
prezioso non per felice potere
di superare il tempo,
ma per la sorte che vuole che identico
non riviva mai più

(Roma, ottobre 1976)

.
Noi morti

Forse mi stenderò presso di voi
senza più orrore
fatta sorella
dalla comune esclusione
o anche, perché no?, dalla comune
vita di cui si dice che è da vivere
senza palpiti e tempo,
quella cui non so credere
e neppure desidero
io che vivo di cose che trapassano,
che non voglio finire
né so vedermi in una eternità.
Così se penso a voi,
o piuttosto a quel noi che formeremo
quando sarò della vostra partita,
non so vederci spiriti vaganti
o fissi in luce o in tenebra
ma penso a quelli stretti in società
da un’offesa avvilente:
il rispetto, o l’oblio,
di questi, che ci chiameranno “i morti”
o “i defunti” o “le anime purganti”.
Quest’oltraggio mi tocca
più di qualsiasi nulla metafisico
ed è il solo futuro
che sento riguardarmi
e dunque in qualche modo farmi esistere
oltre la fine.

(5 novembre 1976, sotto Tarquinia, di ritorno da M.M.)

.

Evgenia Arbugaeva Slava_observatory-1

Evgenia Arbugaeva Slava_observatory-

Talvolta ritornano…

.
Così ho incontrato anche te
in questa discesa agli Inferi,
sorella dimenticata.
Ora che la voragine
rimane spalancata
e l’occhio vi cade a tratti
nella passeggiatina quotidiana,
ora che son cadute
le marcate parentesi
che chiudevano la parola “morte”,
è stato facile riaprire
la scatola delle reliquie
e tentare di immettere nel flusso
continuo del passato
quei tre anni congelati.
Ma era tardi oramai
per memorie tanto remote
— perché perché scegliemmo
questo crudele scampo
che ci pareva pietà? —
Eppure ti ho vista com’eri
fuori dello stereotipo
della fotografia
con il fondale bianco iperuranio,
accettata per simbolo,
e anche quella a fatica.
Sei riuscita alla luce
nelle foto istantanee:
e ora so che anche tu toccasti
i luoghi a noi familiari,
la spiaggia, la panchina
e il balcone di casa nostra
e ti abbracciavo con amore
ed ero spesso tiranna
per poterti riabbracciare
e allora eravamo quattro.

E mi domando: chissà
se quella vita che sarebbe stata,
che si legge negli occhi
vivissimi di arguzia
di sapiente allegria
e di perenne femminilità
esiste almeno a titolo
di probabilità?

(Roma, 13 dicembre 1976)

.
I morti fuggono II

Era proprio così,
ti ripeti fissando la sua immagine,
e pensi: ho sottratto il suo viso alla tenebra.

Tu non sai che ti stai mettendo comoda,
che, affidati alla carta
quei sorrisi sempre più fermi e rigidi,
come nel prolungarsi della posa,
ti liberi dal pungolo
di ricercare, attimo per attimo,
tutti i volti ed i gesti del suo esistere,
e che così ti muore
anche nella memoria.

(Marciana Marina, agosto 1977)

.
I morti fuggono III (“È stato”?)

.
Solo così si poteva accettare
quando “la cosa” è accaduta:
pensando alla sorte comune,
mettendolo in fila
tra tutti i rassegnati
nella nudità di Buchenwald
e della valle di Giosafat,
inscrivendo quel nome
nella lista delle generazioni
perché si nasce per morire
e per tutti è stato così.

Ma per me che vivo ancora
vivere è un’altra cosa,
e la mia vita, finché dura,
è la sola verità,
è la sola eternità;
e finché era anche lui
dentro questo fluire
non poteva certo morire

(Marciana Marina, 17 agosto 1977)

.
I morti fuggono IV

.

Grazie, amica d’un tempo, che mi hai chiesto
di lui come se fosse vivo ancora.
Per il tuo non sapere si è annullato
il tempo che tutto spiana.
Per un attimo è stato come quando
la sua morte era un mare in tempesta,
non ancora una ferma palude.

(Marciana Marina, agosto 1977)
Non potrò darti mai più
un fresco fiore
un sentimento vero,
da quando per te piango e mi domando
se t’amo o no,
da quando mi sfoglia l’analisi
come una cipolla.

(Marciana Marina, agosto 1977)

Evgenia Arbugaeva Weather_man_05-1

Evgenia Arbugaeva Weather_man_

Per la torre

Non più saluti e soste. Come sta?
È bel tempo. Dal tempo sono usciti
quelli che salutavo per la strada.
Come stanno e se stanno non si sa.

(Marciana Marina, agosto 1977)

.
Il padre (estremo mito di onnipotenza per amore)

.
Se là dove sei andato
fosse male per noi andare
non mi aspetteresti certo,
non mi vorresti con te,
ma mi diresti: non venire,
e, sbarrata la porta,
per non farmi entrare.
per non farmi vedere,
te ne staresti solo
a berti il calice amaro
tutto per te.

Ma non deve essere male
andare dove tu sei
perché la porta è rimasta
aperta anche per me,
se pure ora non so
quando la varcherò.

(Marciana Marina, giugno 1977)

.
Vecchio alibi

Cos’è questo sollievo quando chiudo
un fugace pensiero
in una gabbia di parole?
Come per un approdo getto l’ancora
e spiego una bandiera
con i colori della libertà.
Escluso che si tratti
del canonico exegi monumentum,
cos’è quel senso di stabilità?
Escluso che dipenda
dal sentire più viva la parola
della vita, dov’è la libertà?
Ecco, ti riconosco, vecchio alibi:
mettere sulla carta
per poter non pensare non lottare non vivere.

(Marciana Marina, 20 agosto 1977)

.
Registrazione

Sto registrando la mia voce
per quando sarò morta.
Potrà essere utilizzata
per qualche esposizione
d’arte “concettuale”
— se ancora esisterà —
e chi ascolterà saprà che
quando registravo la voce
ero ancora viva e pensavo
che un giorno sarei morta
e qualcuno avrebbe sentito
la voce di me — morta —
di quando ero viva e sapevo
che poi dovevo morire.
Diranno: che bel coraggio!
Parlare con tanta fermezza
sapendo di dover morire.

(Roma, inverno 1977-78)

.
Odore

All’improvviso ti annuso
ma eri già qui in agguato
nella mia stanza, odore.

Odore di anziani curati,
di cassetti tarlati
di grumi non disciolti
di panni involti
di ritornanti novene
di pazienti pene
di tormentate vene
di spente falene
………….. ene
………….. ene
………….. viene
quella che non viene ma è
anzi non è
anzi neppure non è.
Che dire allora?
Puoi solo tacere
Perché non ha pensiero
né parola
né odore
e non è neppure il contrario
di qualcosa che è.

So solo che me ne ricordo
sentendomi d’un tratto
vecchia zia.

Roma, 17 gennaio 1978

.

Il solitario
Tento e ritento ma mi s’ingarbuglia
il solitario. Cade la speranza.

È solo in un astratto
gioco che mi è dato di tentare
la sorte, e mi accanisco per vedere
se l’arzigogolo, estrema mia risorsa
e vizio irrefrenabile,
approdi a qualche segno.

(Marciana Marina, settembre 1978)

Era oggi

Da chissà quale dei miei iperurani
notturni riprecipito nel tempo.
A quale punto sono
della mia storia? È questa la domanda .
Dicembre settantotto.
Era un mercoledì.
È l’imperfetto ormai
il tempo dei diari
tanto presente è il termine .
Lui già perduto, lei
era ancora con me.
Ancora un’illusione dell’amore
ritardava la tenebra.

(Roma, dicembre 1978)

Pasolini e UngarettiNomina nuda tenemus

Negli enunciati lapalissiani
cerca il mistero più fondo.
Non ti inganni
la falsa equivalenza dei sinonimi.
La verità vacilla e si ribalta
detta da una litote.
La più chiara parafrasi
vanifica il messaggio.

Così ho scoperto — un po’ tardi —
che morto non significa non vivo
e riscopro ogni giorno
come una folgorante assurdità
che, prima di morire,
il était encore en vie.

(Roma, gennaio 1979)

.
Volevo ancora dire, con parole semplici e con ritmo liberatorio – ma non ci sono
riuscita – della follia amara che ti fa tornare a seguire con ansia le vicende di
personaggi fittizi e a tirare il fiato tutte le volte che con loro la morte fallisce
il bersaglio – quella morte che poco fa con il tuo caro ha avuto buona mira -.
Ti resta cioè fiato da tirare quando scampa alla morte un Michele Strogoff, se pure,
poco fa, tuo padre non è scampato.
Ma, a pensarci, più che di ingrata e angusta smemoratezza, si tratta ogni volta di
fantasia onirica da interpretare simbolicamente con ampio raggio di riferimenti.
È il sogno di una vittoria dell’uomo sulla morte, e perciò anche di una tua vittoria,
e perciò forse anche il sogno che quello che è stato non sia stato.
.

Un’altra volta ho ritagliato
tre giorni dal calendario
ma fu per vivere solo quelli
e non vedere il prima e il poi.
Fu quella l’unica volta
che seppi vivere l’attimo,
e questo solo perché
non c’era un prima né un poi.
Non so raccontare nulla
di quell’insolito limbo,
posso solo parlare,
prese ormai le distanze,
di un raro fiore sbocciato
nel campo della morte.
Ma non è proprio così
ad essere sinceri.
É vero al contrario che
nessuna cosa mi piace
senza il gioco degli specchi
e allora ruppi soltanto
gli specchi più vicini
perché troppo mi spaventava
l’immagine mia più vera
E senza il solito gioco
quel raro fiore in sé
non sarebbe stato un gran che.

(Roma, settembre 1978)

.
Casa di vecchi

.
É la mia una casa di vecchi
piena di fiori secchi.
Imbalsamati gli anni passati
in oggetti disanimati.
Finché tutto resta uguale
si nasconde il rischio letale.
La polvere su ogni cosa
benignamente si posa.
Vuol celarne la precarietà
con un velo di pietà.
Ma non si salva la creatura
dalla fatale usura.

(Marciana Marina, 11 luglio 2007)

.

Tra musica e metafisica

Forse è vero che c’è
un Dio Persona.
E se c’è è molto più su
del quintetto di Schubert.
Ma certo non l’ignora,
lo conosce bene e lo ama
e forse mi parla proprio
con quei suoni di ombra e di luce,
e forse anche lì risplende
la sua suprema bellezza.
Solo così posso amarlo
e sperare di incontrarlo
per parlare con Lui di Schubert
e della bellezza del mondo.

(Roma, febbraio 2008)

*

Epigrafe (Noemi con Emerico)

Prossimi anche noi alla fuga
dal tempo e dalla memoria
salutiamo gli amici cari
sventolando un fazzoletto blu.

.

La cometa ( dove si tenta senza dondolo una deludente ascesa nello spazio fisico)
.
La cometa! Dopo anni di viaggio spaziale ci siamo arrivati. Questo sasso volante, nemmeno bello, è tutto nostro! Che ce ne facciamo? Sapremo qualcosa di più su di noi esseri umani? Non credo, ma se scopriremo tracce di vita sapremo, contenti, che la vita c’era anche lì. Almeno avessimo trovato una pianticella! Aveva ragione Galilei a dire che è più gradevole e interessante, a pensarlo, un corpo celeste da cui germogli la vita, di quei nudi sassi aerei che agli astronomi conformisti, un po’bigotti, piacevano tanto (forse perché più asettici e puri, almeno in apparenza, e non soggetti alla conturbante aleatorietà dello sviluppo vitale). A me questo sasso bitorzoluto dice poco. Preferisco aggirarmi dalle parti nostre, anche se molto, forse troppo, note e scontate e non per questo meno esposte a rischi. E quando un improvviso attacco di curiosità culturale mi porta a cercare di andare oltre le apparenze (cosa che si suppone sia il fine di chi fa ricerche scientifiche) allora cerco di sospendere la dipendenza dai sensi per concepire un vero impercettibile e anche, pare, paradossale, e vado a scovare quegli elettroni, a cui, a quanto dicono, tutto si riduce e che per esistere devono incontrarsi (così mi è sembrato di capire). Prima di incontrarsi c’erano o non c’erano? E se non c’erano che cosa mai si è incontrato? Ma i paradossi mi piacciono, come mi piacciono, è una mia bandiera, gli ossimori. E mi piace ancor più sentir parlare, invece che di elettroni, di fotoni. Ecco la luce! Tutto è luce. Anche questo sasso è luce! Che bella notizia! La luce si avvicina di più a quello che chiamiamo “spirito”. Ma che cos’è che chiamiamo luce? Qualcosa che, per sussistere come tale ed essere concepita come suprema positività immanente (e perché non anche metafisica?), ha bisogno del senso fisico della vista. Da questa gabbia non si esce! E poi è certo una cosa bella, la luce, e utile, ma qualche volta abbaglia e si sente il bisogno di una confortevole ombretta o addirittura di un’ombra cupa, per esempio per dormire (questo non sempre e non per tutti) o sviluppare fotografie o tentare affascinanti avventure anche col pensiero e con la fantasia.
Ha parlato fin qui il solito Simplicio oscurantista. Che però se pensa ai cervelloni umani che hanno progettato e attuato il viaggio per arrivare al sasso-cometa si rallegra e si conforta di nuovo. Ha di fatto un gran bisogno di quel “senso alto”, di quel “valore” obiettivo e assoluto che si era illuso poco fa di poter trovare nell’idea di realtà come luce. A questo punto gli pare che possa intravedersi nella superiorità dell’essere umano nei confronti degli altri animali, superiorità che sembrerebbe implicare un salto di qualità. Parlo della mirabolante capacità di astrazione intellettuale che apre all’uomo una porta al di là della sensorialità e di quella costruttiva operatività che, per esempio nelle formiche, sembra frutto di un puro inconsapevole istinto radiocomandato dall’esterno. Ha certamente fatto effetto e influito sulle belle pensate di Simplicio l’allarmante documentario visto ieri in Tv. Dopo averlo visto Simplicio ha inventato un bell’aforisma: “La realtà naturale è un gioco razionale ma non ragionevole”. Chi gioca? Ma c’è proprio bisogno di un “chi”? Simplicio ne ha bisogno come di un padre o un protettore che al figlio prediletto garantisca un’eterna felicità. Poco dopo Simplicio, che ha pure un suo senso della giustizia, si sente egoista e prepotente per aver cercato un suo spiraglio per l’eternità squalificando e lasciando fuori tutti gli altri rappresentanti del mondo animale. E cerca di riparare. Perché non provare a pensare tutte eterne queste povere creature? Arrampicandosi per un momento fino al piano dell’alta filosofia tira fuori da un cassetto la teoria dell’eternità come “eterno ritorno”. Non l’ha mai capita bene perché si trova sempre nei guai quando prova a pensare al tempo in modo non convenzionale, ma pensa che con quello, l’eterno ritorno, non si perda nulla. Scendendo poi sul piano (pianterreno o seminterrato o, meglio ancora, interrato) del paranormale ricorda che lì qualcuno ha parlato di un accesso privilegiato per i cani che appaiono talvolta con i simpatici musi su fotografie medianiche. Perché solo i cani? Un favoritismo per gli amici dell’uomo? Tutti eterni allora. O nessuno, nemmeno l’uomo. Anche gli scarafaggi eterni? Anche i virus? (a questi minimi rappresentanti del mondo animale mi capita di pensare difronte al nobile impegno degli animalisti che talvolta mostrano una certa parzialità). Se valesse il principio, concepito secondo una nostra idea di giustizia, che ci deve pure essere un compenso per il “male di vivere” che è nel destino dell’uomo, perché tutti gli altri esseri non dovrebbero godere di questo risarcimento? La tarma maschio che io lascio agonizzare sbattendo le elitre sul cartone colloso su cui lo ha attirato l’illusione di un esperienza amorosa non avrebbe diritto di protestare con le parole di Sganarello:”E me chi mi paga?”

.
Due poesie del caro amico Alberto Caramella
e una mia poesiola con lettera

.
Dalla parte di Noemi e della sua finestra
sfila in fronda
la nave bianca
freccia puntata al profondo azzurro
verso la casa verso l’infanzia
dove scalpiccia la nuova danza
si sente correre in lontananza
ed i profumi trascinar via
e già l’autunno piano si sveglia
stanco di danza
pronto a pulsare
muta risacca muta distanza
la lunga nave in lontananza.

Alberto

(22 settembre 2000, h. 17,30)

Giro d’Elba

È stato come emergere dal mare
alla luce rosata delle case
di villaggi che sembravano remoti
ora nati da rocce bianche e scisti
grandiosi contrafforti folgorati
che l’un dall’altro secchi distanziati
man mano dispiegandosi
cadevano nel mare spumeggiando
sciogliendo forze immani circolari
che nell’occhio remote si stupivano

ritrovando.

Alberto

(Firenze, 27 settembre 2000, ore 11,30)

.

Caro Alberto,
sì, questo è il bello della poesia, che compone e rifonde soggetto e oggetto dando al soggetto quel che è dell’oggetto e all’oggetto quel che è del soggetto (ma che cosa è poi dell’oggetto?). Così per il poeta le rocce “si stupivano [penso al ‘limpido stupore dell’immensità’] ritrovando”. Ma ha ragione il poeta di oggi quando precisa che si stupivano “nell’occhio” perché solo nell’occhio e dall’occhio che le guarda assumono non solo la carica emotiva ma anche il colore, la consistenza; forse anche l’esistenza, come l’io dalla poesia che lo rispecchia?
L’esistenza penso di no: quanto a esistere esistevano, era vero e oggettivo anche il conflitto di magmi diversi, l’urto primordiale degli elementi. Ma che cos’era se non c’erano né occhio né parola per guardarlo e per dirlo? Questo mi sgomenta appena esco anche solo col pensiero dal guscio protettivo della casa (la parola ha naturalmente un’estensione simbolica): questa realtà terrestre e cosmica che fa così bene a meno di noi, di Me.
E ora la poesiola (la rima baciata farà capire subito che si tratta solo di uno scherzo, di una tiritera per bambini, magari un po’ cresciuti).

.
Dalla barca bianca Noemi
guardava e si incantava
guardava e si spaventava.
Le case gialline e rosate
passavano … Passate!
Dominavano grandi scogliere,
le bianche, le rosse, le nere
fermato il cozzo furente
in un abbraccio silente.
Sembrava dolce l’andare,
sembrava dolce il guardare.
La natura pacificata
offerta alla vista incantata
sembrava farsi in suo onore
bellezza forma colore.

Ma era solo impostura,
non si cura di noi la natura.
Simulava immortalità
sfidando la precarietà.
E non so se può consolare
fermarsi un poco a pensare
che, scampata a tanti disastri,
se ne andrà con la cenere degli astri.

(Marciana marina, 28 settembre 2000)

5 commenti

Archiviato in critica della poesia, poesia italiana, poesia italiana del novecento, Senza categoria

Marco Onofrio Lettura di Giuseppe Ungaretti tra vocalità e immagine televisiva negli anni Sessanta. L’aspetto fonosimbolico della poesia di Giuseppe Ungaretti dalla “Allegria” al rientro nella Tradizione

29198b

29198b

Commento di Marco Onofrio

Le apparizioni in video di Ungaretti cominciano negli anni ’60. A quel tempo “televisione” in Italia significa monopolio esclusivo della Rai, e questa, in quanto Tv di Stato, non ancora condizionata dalla concorrenza delle reti private, è in grado di privilegiare criteri qualitativi nella gestione del palinsesto. Con il democristiano Ettore Bernabei al timone (1961), la Rai plasma il mezzo televisivo in senso pedagogico e politico, come opinion leader egemonico, utilizzabile a fini di consenso. L’assenza di strategie commerciali salvaguarda la durata del prodotto culturale. Caso emblematico il programma L’Approdo, curato da Leone Piccioni e trasmesso a cadenza settimanale dal 2 febbraio 1963 al 28 dicembre 1972. Si tratta della trasposizione televisiva di una rubrica radiofonica della Rai, già rivista cartacea trimestrale pubblicata dalla ERI. Ungaretti è membro di un comitato di redazione sontuoso, che annovera nomi del calibro di Bacchelli, Betocchi, Bo, Cecchi, De Robertis, Longhi, Valeri…

È soprattutto attraverso L’Approdo che passa l’apparizione in video di Ungaretti. Fin dalla seconda puntata (9 febbraio 1963: a poche ore dal sessantacinquesimo genetliaco), la trasmissione dedica tributi di attenzione ad uno dei suoi maggiori garanti di dignità culturale. E certo Ungaretti – grande poeta e già universalmente noto – sembra adatto quant’altri mai ad incarnare lo spirito di un programma che si propone di coniugare qualità e divulgazione: sostanzialmente perfetto, insomma, per l’“iperdimensione” pubblica che il mezzo televisivo si appresta con il tempo a veicolare. Ungaretti? Conosciuto dalla gente, non solo dai letterati. La sua fama pubblica già consolidata gli garantisce l’autorevolezza e la credibilità necessarie per proporsi alla platea televisiva come “il” poeta; la televisione finisce a sua volta per estendere e approfondire questa fama oltre il riverbero banalmente rimasticato del «M’illumino d’immenso», sino a farne una sorta di mito vivente. Egli può così ritagliarsi uno spazio nell’immaginario collettivo ed essere identificato anche da chi non lo conosce, o non conosce la sua poesia, o nutre scarso interesse per il fatto culturale. È anche grazie alla Tv che Ungaretti assurge, anno dopo anno, alla statura di personaggio. Nel 1968, per esempio, traduce e commenta l’Odissea in Rai, e la gente comune, incontrandolo, lo scambia per “quel grande attore della televisione”. Qualcuno, più fantasiosamente, potrebbe anche immaginare che Omero stesso sia stato catapultato a parlare dagli schermi televisivi, tanto ieratica e autorevole appare la figura del poeta. Si era fatto crescere una barba bianca alla Hemingway, da vecchio lupo di mare, pur mantenendo accesi i suoi celebri occhi da bambino, enigmatici come quelli d’un gatto: un appeal nobile e umano, austero e familiare, in grado perciò di guadagnare piuttosto naturalmente il centro della scena, assicurandosi non solo il rispetto ma anche l’affetto dei telespettatori.

Giuseppe Ungaretti

Giuseppe Ungaretti

Ma la sua presenza nei programmi Rai non si limita a L’Approdo, giacché comprende anche diversi “specials” nel contesto di altre trasmissioni: sin dal “ritratto” di diciotto minuti che gli dedica Clemente Crispolti, trasmesso la sera del 7 luglio 1959. Sono appunto “ritratti”, “incontri”, “conversazioni” e “documentari” incentrati sull’uomo e sul poeta. Generalmente Ungaretti appare in video per recitare poesie, ma anche per esprimersi su certe questioni, rispondendo alle domande di un intervistatore; o per presiedere o ricevere un premio letterario; o per partecipare a un convegno o a un festival; o per incontrare gli studenti nelle scuole. Le riprese sono per lo più in interno. Ma l’occhio indiscreto della telecamera deve anche poter soddisfare le curiosità del pubblico, che vuole conoscere il poeta-personaggio nella totalità della sua sfera esistenziale. Ed ecco “Ungà” colto nel privato quotidiano, ripreso a passeggio per Roma, lungo il Tevere o tra le rovine di Caracalla, o nell’avita Lucca, o a parlare al tavolino di un bar, o a casa con accanto la nipotina… Il caso più tipico è offerto dal poeta nel suo studio mentre recita versi. Nelle immagini televisive lo si vede seduto in poltrona, inquadrato a mezzo busto, in primo piano. Non accompagna la lettura con gesti delle mani, che sono occupate a reggere il libro. La performance vocalica è doppiata da smorfie espressive e dal movimento degli occhi. Di tanto in tanto li alza dal libro verso un punto immaginario, in alto alla sua sinistra. Lo sguardo è intensamente visionario, inciso nelle rughe di sofferenza che lampeggiano sul volto per l’ansimante scansione sillabica dei versi. È come se scorgesse, fuori di sé, una sorta di oggettivazione simbolica delle parole che pronuncia; o le parole stesse gli nascessero spontanee, per la prima volta, dettate da ciò che “vede”.

montale e il picchio

eugenio montale e il picchio

Quando legge ad alta voce le sue poesie, in televisione, o in pubblico durante le presentazioni, Ungaretti può destare sospetti di istrionismo; in realtà non è un fine dicitore o un “attore” distanziato dalla materia, ma un uomo che soffre dal vivo, autenticamente –: che dona e spende tutto se stesso, e si ricapitola dalle origini, ancora una volta, ogni volta daccapo. Non risparmia nulla al “fratello umano” che lo ascolta: offre tutto ciò che può dare, anche ciò che ancora non sa di poter dare. La parola è vissuta nel sangue, in ogni sua fibra. Il pathos espressivo è autentico e per questo impressionante. Ungaretti arde all’improvviso come un tirso, e la sua fiammata non si lascia facilmente dimenticare. Sul viso gli si rende visibile una sofferenza, una pena effettiva, e a tratti un illuminarsi e vibrare che colpisce per sempre chi lo vede. È in definitiva un grande comunicatore, capace di bucare il silenzio o il teleschermo con i suoi sguardi profondissimi e la sua voce cavernosa e dolce, i suoi estri repentini e i suoi furori. Ricorda Francesco Paolo Memmo: «Aveva quegli occhi incredibili, scavati, che ti scavavano, quando lo vedevo in televisione; con una bellissima barba bianca, negli ultimi anni: lo ricordo, ad esempio, seduto accanto a un albero, su un prato, in un videoclip ante litteram, mentre Iva Zanicchi cantava una canzone evidentemente a lui dedicata» (ma Ungaretti stravedeva per Mina).

Della vocalità di Ungaretti si è occupato Emerico Giachery in un  breve e magistrale saggio, Ungaretti a voce alta (2008). Occorre premettere che ogni voce, nella sua grana originaria, ha per natura incorporato un destino di credibilità. La voce non è mai neutra, ma ha significato di per sé: è portatrice di un “valore” che prescinde dal linguaggio. Questo spiega perché un bravo attore, dotato di bella voce, è in grado di far apparire valida una poesia mediocre; o, viceversa, perché una poesia valida, o anche splendida, può essere completamente rovinata da una lettura scadente. La vocalità (grazie a cui il testo poetico viene eseguito, a mo’ di partitura musicale) abbraccia i poteri del significante – intonazione, accento, ritmo, interpretazione delle figure foniche e metro-ritmiche del testo – che, secondo la distinzione di Émile Benveniste, consentono al registro semiotico-denotativo di espandersi negli “armonici” del livello semantico-connotativo: la pienezza del senso poetico (ovvero la “significanza” epifanica del testo) scaturisce dalla coesione strutturale che incorpora i poteri del significante, sondati dalla voce, ai messaggi convenzionali del significato.

Giuseppe ungaretti mentre leggeIl linguista Giuseppe Paioni ha descritto in modo assai preciso la fonetica ungarettiana: il celebre “sillabato”, la nettezza degli iati, la purezza delle vocali e la variabilità della loro durata, «la vibrante rinforzata se associata a dentale o velare (…), ma senza asprezza, quasi che il suo ruolo simbolico fosse quello di virilizzare la dolcezza, senza abbandonarla (…), la sibilante preconsonantica o geminata allungata, come accarezzata (…), le nasali marcate a delimitare il prefisso»… Il sillabato ungarettiano cerca «la letteralità, le articolazioni naturali della lingua. L’effetto di questi eccessi, di questi timbri marcati è quello di astrarli, come se la voce ne accentuasse l’idea, l’evidenza, cioè di allucinarli». È un recitativo che frantuma il continuum vocale in un “salmodiare” rotto e sofferto, modulato su variazioni di volume e di altezza. «Né meramente illustrativa o espressiva né enfatica o al limite isterica, la performance ungarettiana si definisce essenzialmente come una drammaturgia sottile della parola, una “mise-en-scène” puntuale e allo stesso tempo lussuosa del testo e delle modalità con cui il testo e la sua ritmicità “lavorano” la lingua e i suoi significanti».

Peraltro, la lettura a voce alta di un testo è – già di per sé – un atto ermeneutico. Lettura e critica convergono: l’interpretazione vocale della poesia va intesa come «momento di sintesi e punto d’arrivo del processo interpretativo». E aggiunge, precisando, Giachery:  «Si tratta, entro un certo limite, anche di una sorta di lettura-confessione, e certo», per ciò che riguarda Ungaretti, «di una lettura che aiuta non poco ad intendere il suo modo di sentire, di vivere l’esperienza della parola, di scandire, spaziare, scatenare la materia verbale». Orbene, che rapporto intercorre tra la vocalità dell’Ungaretti performer e il presunto ermetismo della sua poesia? E anzitutto: che cosa c’è di realmente ermetico in Ungaretti, prescindendo ovviamente dalla classificazione scolastica che lo assomma – nella comune cifra dell’ermetismo – a due poeti molto differenti (anche tra loro) come Quasimodo e Montale? La poesia di Ungaretti è “ermetica” in quanto rende ampio lo spettro del senso e si apre alla libertà delle interpretazioni. Il lettore è coinvolto attivamente nella produzione del senso (cioè nell’attuazione di una fra le tante letture possibili) della poesia. Si legga, ad esempio, l’attacco di “O notte” (da Sentimento del tempo, 1933):

Dall’ampia ansia dell’alba

svelata alberatura.

Giuseppe Ungaretti alla Hemingway (1)Dove si noti il predominio fonosimbolico della [a], vocale di apertura cosmica a uno «smisurato orizzonte in ansia crescente di luce e di evento» (Giachery); ma anche l’ambivalenza di «alberatura», che può denotare sia (com’è più probabile) un intrico di fronde “svelato” dalla luce del nuovo giorno, sia gli alberi di una nave privata di vele, con gradienti simbolici successivi di identificazione del mondo (compatto divenire delle cose esistenti) in imbarcazione che attraversa gli «oceanici silenzi» del tempo, e a cui l’alba toglie le vele tenebrose della notte… Quanto più cresce, come in questo caso, la libertà interpretativa del lettore, tanto più il testo è “oscuro”, cioè ambiguo, polisemantico, non chiaramente determinato. La poesia di Ungaretti è “ermetica” anche nella misura in cui tiene nascosta la significanza, cioè il livello semantico globale che saprebbe – viceversa – renderla chiarissima. Per meglio dire: tiene la significanza accessibile soprattutto alla voce viva, attraverso l’operazione supplementare, successiva alla scrittura, della performance.

La performance ungarettiana, in particolare. Come un testo magico che suppone la tradizione di un rito vocalico, e solo in esso e per esso accetta di rivelare o riflettere il proprio segreto. La voce è il passepartout che permette di aprire le gabbie del segno, di entrare nel testo, di chiarirlo nella sua verità originaria. Il suono performativo della voce è un imbuto che ci porta nell’utero della poesia, dentro la cuna del senso. Oltre quest’utero si spalanca l’abisso del silenzio infinito che contiene tutte le parole, e ogni parola è l’imboccatura di questo abisso. La voce scardina l’ordigno della poesia, ne spiega le pieghe, ne svela i sottotesti, laddove urgono i significati più profondi e veri. Capiamo allora che l’oscurità era solo apparente: si trattava in realtà di un bagliore nascosto dentro la tenebra opaca dei segni. Il “senso” della poesia ermetica è come una candela accesa: si vede appena in piena luce, alla superficie della “forma”, ma risplende come un piccolo sole nel buio cavernoso dei sottotesti. Leggendo e ricreando drammaticamente la poesia, il poeta ci restituisce l’infinito che “non cape” nella forma, ovvero gran parte di ciò che avrebbe voluto o potuto dire. Ci comunica, usando linguaggi diversi dalla scrittura, i segnali e i sensi di ciò che la scrittura non dice, o dice oscuramente. Così facendo guida e controlla l’indirizzo della decodifica, introducendo un principio di determinazione già parecchio notevole rispetto alla libertà “aperta” del lettore solitario.

Giuseppe Ungaretti Soldati-in-trincea-Prima-Guerra-MondialeAttenua dunque il principio ermetico della collaborazione attiva del lettore: il poeta stesso, ora, legge per lui. Il lettore-ascoltatore, divenuto oggetto di fascino, dovrà “limitarsi” a rielaborare segni già incanalati verso una certa direzione del senso (così leggere ad alta voce è, appunto, interpretare). Ungaretti, leggendo la propria poesia in un modo tanto scenografico e ammaliante, è come se volesse “suggerire”, se non imporre, la decodifica originaria del testo, avendo a cura che si comprenda entro il raggio di una certa direzione. La performance rappresenta una forma di comunicazione totale, sicché «nel modo della lettura di Ungaretti, molte di quelle cose che sono sempre sembrate caratteristiche tanto della sua personalità quanto della sua poesia vengono fuori. Si affaccia a un certo momento una ricomposizione di tutto in chiave di possibile auto-teatro, e tuttavia il teatro è anche rivolto agli altri» (Zanzotto). Egli torna al punto di partenza, rivive le premesse dell’atto creativo, si tuffa di nuovo nel magma da cui è emersa la poesia.

Il testo scritto viene “fissato” dalla voce come textus ne varietur, come versione ideale e forma massima della potenza: la poesia risuona in armonia con le intenzioni originarie, sfiora il luminoso archetipo da cui la scrittura – pallida copia – proviene, de-finendosi in forma. E che la scrittura, forma immobile e incisa nello spazio, debba essere “fissata” dalla voce, mobile e vibratile nel tempo, testimonia sia la straordinaria potenza della voce (e non una voce qualsiasi, ma quella suggestiva di Ungaretti), sia la particolare qualità di questa scrittura, il suo essere preformata in vista della performance, scritta a mo’ di “partitura” da eseguire, dilatandosi ed esaltandosi nella voce. È una poesia che chiede giustizia alla voce, che insomma deve “suonare” per essere davvero se stessa. Nella lettura ad alta voce si produce dunque una forma di “variante assoluta”: la poesia vive autenticamente – nella pienezza delle sue potenzialità – attraverso un rito vocalico che la accende, e la fa palpitare all’unisono col ritmo interiore del poeta, mentre questi la rivive e la scandisce attimo per attimo, respiro dentro respiro, parola dopo parola. Non è difficile rendersi conto che questo è il modo del primo Ungaretti.

Giuseppe Ungaretti i-flood-myself-with-the-light-of-the-immenseDopo i versicoli dell’Allegria, distillati per quintessenza dal simbolismo francese ed europeo, il poeta rientra nell’alveo accademico della tradizione italiana: un certo sentire barocco, che gli appartiene per istinto e anche per cultura (traduce da Gongora, Shakespeare, Racine), viene travasato entro le strutture ormai “archetipiche” del petrarchismo (dopo secoli di codificazioni stratificate e sbiadite imitazioni). La “restaurazione” operata con Sentimento del tempo determina un sovrappiù di forma che ingorga, offusca e, da ultimo, porta fuori strada il percorso aperto dalla scintillante e davvero creativa novità del Porto sepolto. Che il modo originario fosse il più conforme e congeniale alla sua verità di uomo e di poeta, lo si capisce dal fatto che Ungaretti lo conserva, nel corso degli anni, come metodo di lettura performativa. Talché anche il verso lungo (e l’endecasillabo, in particolare) delle raccolte successive, viene destrutturato, nell’atto della lettura ad alta voce, secondo il modello dell’Allegria. Come a dire che l’autentico Ungaretti è e resta il poeta dell’Allegria, anche quando scrive e poi legge pubblicamente testi che distorcono o contraddicono quelle originarie implicazioni. Si prenda ad esempio, da Il taccuino del vecchio, lo struggente e disperato appuntamento d’amore, oltre i confini del tempo, che è “Per sempre”, del 1959, in memoria della moglie Jeanne morta da un anno:

Senza niuna impazienza sognerò,
mi piegherò al lavoro
che non può mai finire.
E a poco a poco in cima
alle braccia rinate
si riapriranno mani soccorrevoli.
Nelle cavità loro
riapparsi gli occhi, ridaranno luce.
E, d’improvviso intatta
sarai risorta, mi farà da guida
di nuovo la tua voce,
per sempre ti rivedo.

Giuseppe Ungaretti era interventista ma, di fronte alla morte ed alla distruzione, cambiò le proprie posizioni mostrando, attraverso le sue liriche, gli aspetti più ...Ecco come la poesia si trasforma, per una lettura televisiva, nella dizione ansimante e pausata di Ungaretti:

Senza niuna impazienza
sognerò
mi piegherò
al lavoro
che non può mai
finire
e
a poco a poco
in cima
alle braccia
rinate
si riapriranno
mani
soccorrevoli
nelle
cavità loro
riapparsi
gli occhi
ridaranno luce
e d’improvviso
intatta
sarai
risorta
mi farà
da guida
di nuovo
la tua voce
per sempre
ti rivedo.

Giuseppe Ungaretti 1Il metro viene spezzato dal respiro della voce, nella sua misura organica, perché emerga la verità profonda delle parole, incise – queste più che mai! – nella carne dell’esistenza, del dolore e della memoria. La pausa isola la parola nella sua densità semantica. Il silenzio accentua, per contrasto, il suono della voce: ne esalta la magia, la persuasività. La voce può così manifestare il percorso spirituale della parola, afferrandone l’eco remota. Ungaretti cerca di catturare, nella dizione franta, il ritmo nativo ed essenziale della sua poesia, lasciando affiorare il chiarore dei sottotesti e consentendo di significarne la “verità” (su tutte le possibili letture).

Anni erano passati, e vicende e tragedie Ungaretti aveva oltrepassato, evolvendo nel proprio percorso. Nuove opere, nuove ispirazioni, nuovi orizzonti. Eppure l’Ungaretti che recitava versi restava ancorato al tempo dell’Allegria, al modo di quel capolavoro, al bagliore folgorante del suo avvio. Era quella la voce “nativa” del poeta, ed egli fin da allora l’aveva conquistata, definitivamente, per sempre. Conservare così la voce più chiara, la più limpida, di cui era capace, gli serviva anche per sciogliere i grumi, le opacità della forma, nella vita pulsante della voce, dispiegata attraverso il rito divulgativo della lettura. Leggendola ad alta voce, Ungaretti estrae la propria poesia dal nodo semantico che ne racchiude il senso, dentro la profondità delle strutture. La poesia ermetica si “dis-ermetizza” nel fuoco liquido della voce. La poesia di Ungaretti, ermetica nello spazio bianco della pagina, cessa di esserlo nell’espressione totale della performance, nell’urgenza della sua vocalità.

26 commenti

Archiviato in Autori dei Due Mondi, critica letteraria, poesia italiana, Poesia italiana anni Sessanta, poesia italiana del novecento, Senza categoria