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Odisseo Elytis POESIE SCELTE a cura di Chiara Catapano – La metafisica della luce – Lezione tenuta al Laboratorio di poesia de L’Ombra delle Parole presso la Libreria L’Altracittà di Roma l’8 marzo 2017

grecia scene di omero

Scene di vita omeriche

Odisseo Elitis, poeta greco, premio Nobel per la letteratura nel 1979. Dopo l’opera monumentale, Τὸ ‘Àσιον εϚτί’ (1959), che segna un traguardo nel progetto poetico di E., un punto culminante in cui esperienze intime e collettive si trasmutano in glorificazione delle cose modeste, vengono le poesie di ῞Εζη ϰαὶ μία τύψειϚ γιὰ τὸν οὐϱανό (“Sei e un rimorso per il cielo, 1960) composte nel medesimo periodo, che assicurano invece il proseguimento del disegno lirico iniziale, confermato in Τὸ ϕὗτόδεντϱο (L’albero luce, 1971). Amore sensuale ed esoterismo emanano da ricordi d’infanzia, mentre il poeta vive nei disagi di un esilio volontario a Parigi (1969-71). La rivoluzione giovanile in nome dell’immaginazione incoraggia la realizzazione dell’opera teatrale Μαϱία Νεϕέλη (Maria Nefeli, 1978) e la stesura di prose saggistiche. Nelle poesie più recenti il tema della morte, che il poeta aveva eluso nelle opere precedenti, dà risultati di grande fascino lirico, come in ῾Ο μιϰϱὸσ ναυτίλοσ (Il piccolo nocchiero, 1985).

Tra le sue opere sono state edite in traduzione italiana: Poesie, a cura di M. Vitti (1952); 21 poesie, a cura di V. Rotolo (1968); Sole il Primo, a cura di Nicola Crocetti (1979); Poesia, prosa, a cura di M. Vitti (1982, con studio introduttivo e bibliografia).

Odysseas Elytis, 1911-1996

Odisseo Elytis (1911-1996)

Chiara Catapano

In questo mio primo intervento al Laboratorio poetico, ho deciso di raccontare qualcosa del poeta greco Odysseas Elytis, degli esiti altissimi della poesia greca nell’ultimo decennio del XX secolo.

La poesia greca è poco conosciuta, mal conosciuta, ma a mio avviso è estremamente interessante per aprire nuove possibilità, proprio di fronte alla crisi che la poesia italiana sta conoscendo ormai da molti anni. Sono profondamente convinta che una rilettura della tradizione poetica europea attraverso la lente se volete “deformante” dei poeti greci, ci offrirà nuove prospettive.

Dico “deformante”, perché – cosa che non suonerà del tutto nuova – la poesia greca non è poesia europea. Si trova tra due mondi: erede dell’uno (l’orientale) e capostipite dell’altro (il nostro occidentale), ha accesso a un microcosmo le cui dimensioni, quantisticamente parlando, paradossalmente sono infinite.

Non si tratta di una questione puramente storico-geografica; è la lingua che ci offre la maggior parte delle risposte. La lingua greca vive il fenomeno della “diglossia” (di cui solo la lingua araba in modo similare partecipa). Per comprendere meglio il fenomeno, dobbiamo immaginare l’evoluzione delle lingue neolatine, con un punto di origine e diverse linee che vi si distaccano in varie direzioni, ognuna con un suo vettore. La greca invece va immaginata come due linee orizzontali parallele. Si è andata creando, nei lunghi secoli bizantini e della turcocrazia, una doppia lingua, che per semplificare all’osso indichiamo come parlata/popolare da una parte, e scritta/aristocratica dall’altra. Il tutto è molto più complesso, ma diciamo che ad un certo punto, molto avanti nel tempo, la lingua parlata (la vera erede di una naturale trasformazione di quella antica) ha fatto la sua apparizione in documenti scritti. La questione della lingua ha provocato scontri anche violenti durante il corso del 1900 in Grecia, e una sua parziale soluzione è arrivata appena negli anni ’70.

Questo per spiegare quanto intimamente l’uomo greco e la sua lingua vivano anche traumaticamente la loro comune evoluzione.

Dunque la diglossia, vissuta come handicap per decenni, in alcuni letterati ha dato il via a un processo profondissimo di revisione delle istanze poetiche. Lì dove c’era il limite, è apparsa una ricchezza inestimabile.  Tra tutti, Elytis ha portato al massimo grado le possibilità del greco, dando vita alla fine della sua esistenza, negli anni ’80 e ’90, ad una lingua poetica nuova che ha spezzato e ricostituito quella fino ad allora esistente.

Pensate di poter raggiungere, come bucando il tempo, vocaboli usati più di 3000 anni fa; parole che oggi sono scritte – spesso pronunciate – nello stesso modo, e che conservano lo stesso identico significato. Poterle recuperare nella loro forza primigenia, nella loro purezza, e contemporaneamente cariche dell’esperienza dei secoli; se volete, anche cariche delle scorie del tempo. Questa è l’operazione che ha attuato Elytis.

Credo che questi esiti siano stati possibili per il fatto che il greco popolare, parlato, nei secoli minacciato dall’egemonia della katharevusa, ha mantenuto anch’essa – ma in modo più vivo, più reale – un rapporto molto stretto con il greco antico, nel timore di una dissoluzione definitiva.

***

LETTURE

Quando dico METAFISICA SOLARE intendo certamente la metafisica della luce, e questo è un tema difficile, impossibile da trattare in modo divulgativo. Comunque l’aggettivo “solare” lo adopero per indicare la conformazione nucleare del poema, qualcosa che ha a che fare non solo con il contenuto ma anche con la tecnica.

I filosofi possono parlare liberamente e a livello teorico, ma il poeta deve sintonizzare la teoria con la pratica, ovvero la sua teoria deve poter apparire realizzata nell’opera.

Se ci s’immagina la coscienza al posto del sole, da un lato, e dall’altro tutti i fattori che convergono dentro l’espressione poetica – immagini, similitudini, metafore, pensieri – in luogo dei pianeti, si vedrà come il movimento che presenta questo insieme acquisti il medesimo carattere di un sistema solare. In questo senso dicevo che è la conformazione nucleare del poema.

Così la luce, inizio e fine di ogni fenomeno apocalittico (rivelatore), dichiara attraverso il conseguimento di una maggiore continua visibilità, una definitiva trasparenza dentro il poema che consente di vedere allo stesso tempo dentro la materia e dentro l’anima. Questo è anche l’obbiettivo finale secondo il mio parere, di un poema.

A Patmo lo si comprende meglio. Si comprende cioè come San Giovanni è giunto fino all’apocalisse.”

(da Audioritratto, Upsilon Biblia) trad. Chiara Catapano

Odysseas Elytis, 1911-1996_1

Odisseo Elytis (1911-1996)

Cosa avranno dunque provato gli uomini quando chiamarono per la prima volta il cielo “cielo” e il mare “mare”? Sarà sgorgato un po’ di colore azzurro? Si saranno sollevate le onde irruenti? Questo ha importanza. Spesso accade di pensare che una donna non sarebbe mai stata tanto bella se il suo nome fosse stato diverso; un’illusione, certo, che però nasce dall’amore e che per questo non è affatto da ignorare. Il corpo influisce sul nome e il nome sul corpo secondo una legge che ci sfugge. Lo stesso accade al poeta con le parole e la loro reciproca attrazione. Non dimentichiamoci che scavalca cadaveri su cadaveri per rendersi infine degno di un neonato vivo e che lotta un’intera vita per lui: per il neonato della sua voce. Dio mio, quanto è difficile!

Mi è stato concesso, cari amici, di scrivere in una lingua parlata solo da qualche milione di persone. E purtuttavia una lingua che è parlata da 2500 anni senza interruzione e con differenze minime. Questo scarto spazio-temporale, in apparenza sorprendente, trova il suo corrispettivo nelle dimensioni culturali del mio paese. Che è ridotto nella sua area spaziale, ma infinito per estensione temporale. Non lo ricordo certo per inorgoglirmi ma per mostrare le difficoltà che affronta un poeta quando, per nominare le cose che più ama, deve ricorrere alle stesse parole usate da Saffo o da Pindaro, ad esempio, senza tuttavia avere la loro fama, riconosciuta da tutta l’umanità.

Se la lingua fosse semplicemente un mezzo di comunicazione, non vi sarebbe alcun problema. Ma talora accade che essa sia anche uno strumento di “magia” carico di valori morali. Ancora di più, nel lungo corso dei secoli, la lingua ha fatto proprio un certo modo di essere altamente morale. E questo modo di essere crea degli obblighi. Non va dimenticato che nei suoi venticinque secoli non ve n’è stato neppure uno, neppure uno lo ripeto, in cui non si sia scritto poesia in greco. Ecco qual è il grande peso della tradizione che questo strumento solleva. La poesia greca moderna ne offre un’immagine oltremodo incisiva.

Grecia eroi-di-Troia

Scene di vita omeriche

(da Il metodo del dunque, Donzelli) trad. Paola Maria Minucci

Da Elegie di Oxòpetra, 1991 (Crocetti)

Intrepido, fiducioso, audace

Ora io guardo dalla barca che arriverà sempre vuota
Ovunque tu salga, a un Cimitero lontano sul mare
Con Core di pietra che stringono fiori in mano. Sarà notte e agosto
Quando cambiano guardia le stelle. E le montagne leggere
Piene di vento buio sono appena sopra la linea dell’orizzonte…
Intorno odore di erba bruciata. E una pena d’ignota stirpe
Che dall’alto
scende in un rivo sul mare addormentato

Risplende dentro di me tutto quel che ignoro. E tuttavia risplende

Ah bellezza anche se mai ti concedesti intera
Qualcosa sono riuscito a carpirti. Parlo di quel verde della pupilla che per primo
Entra nell’amore e dell’oro che ovunque lo posi infuoca luglio
Ritirate i remi voi usi ad una vita dura. Portarmi là dove vanno gli altri
Non si può. Nacqui per non appartenere a nulla e a nessuno
Vassallo del cielo chiedo di tornare di nuovo là
Nei miei diritti. Lo dice anche il vento
Da piccolo lo stupore è fiore e quando cresce morte

Ah bellezza tu mi consegnerai come Giuda
Sarà notte e agosto. Enormi arpe si udranno di tanto in tanto e
Con il poco turchino della mia anima l’Oxò Petra comincerà a
Emergere dal buio. Piccole dee, da sempre giovani
Frige o Lidie con corone d’argento e ali verdi intorno a me si raduneranno cantando
Quando le pene di ognuno saranno scontate
Con colori di amari ciottoli: tanto
Con fibule di dolore tutti i tuoi amori, tanto
La torba della roccia e l’orrendo crepaccio del tuo sonno non recinto due volte tanto

Finché una volta il fondo del mare con tutto il suo plancton invaso di luce
Si rovescerà sulla mia testa. E altre cose fino ad allora non svelate
Appariranno come viste attraverso la mia carne
Pesci dell’aria, capre dall’esile corpo erto contro le onde scampanio di San Demetrio il Profumato

Mentre in fondo lontano continuerà a girare la terra con una barca nera perduta al largo e vuota.

***

Da Il piccolo marinaio, 1985 (Donzelli)

Incenso al migliore

II

Ho abitato una terra che sorgeva dall’altra, la reale, come il sogno dai fatti della vita. L’ho chiamata anch’essa Grecia e l’ho incisa sulla carta per vederla. Sembrava così piccola, così inafferrabile.
Mano mano che il tempo passava la mettevo alla prova: con qualche improvviso terremoto, con antiche tempeste naturali. Cambiavo posto alle cose per togliere loro ogni valore. Studiavo l’Insonne e l’Eremita per poter creare colline castane, piccoli monasteri, fonti. Ho fatto persino un frutteto pieno di agrumi con la fragranza di Eraclito e di Archiloco. Ma il profumo era tale che ho avuto paura. E piano paino ho cominciato a legare parole come fossero diamanti e a nascondere il paese che amavo. Perché nessuno ne vedesse la bellezza. O sospettasse che forse non esiste.

IV

La primavera non l’ho trovata tanto nei campi o, diciamo, in un Botticelli quanto in una piccola icona rossa della Domenica delle Palme. Così pure un giorno, l’ho sentito il mare guardando una testa di Giove. Quando scopriamo le segrete relazioni dei concetti e li penetriamo sin nel profondo arriviamo a un’altra forma di chiarezza che è la Poesia. E la Poesia è sempre una, come uno è il cielo. La questione è da quale parte uno vede il cielo.

Io l’ho visto proprio stando in mezzo al mare aperto.

***

Da Sei rimorsi più uno per il cielo, 1960 (Donzelli)

L’autopsia

Dunque, si trovò l’oro della radice d’olivo stillato sulle foglie del suo cuore.

E delle molte volte che aveva vegliato accanto al candeliere, aspettando i primi albori, una strana vampata gli aveva preso le viscere.

Appena sotto la pelle, la linea azzurra dell’orizzonte intensa per colore. E numerose tracce di celeste nel sangue.

Le voci degli uccelli, ripetute in ore di grande solitudine a memoria, irruppero sembra tutte insieme, tanto che il bisturi non riuscì a incidere a fondo.

Forse l’intenzione bastò per il Male.

Che affrontò – è evidente – nell’atteggiamento atroce dell’innocente. Spalancati, fieri gli occhi, e tutto il bosco che si agitava ancora sulla retina immacolata.

Nel cervello niente, all’infuori di una distrutta eco di cielo.

E soltanto nella cavità del suo orecchio sinistro, poca sabbia minuta, fine, come dentro le conchiglie. Segno delle molte volte che aveva camminato solo lungo il mare, con la pena d’amore e l’urlo del vento.

Quanto a quelle scintille di fuoco sul pube, mostrano che davvero andava avanti per ore, ad ogni suo nuovo amplesso con la donna.

Avremo raccolti precoci quest’anno.

***

Da Sole il primo, 1943 (Donzelli)

Non la conosco più la notte, atroce anonimia di morte
Una flotta di stelle approda in fondo alla mia anima.
Espero, sentinella, brilla accanto alla brezza
Turchina di un’isola che sogna
Mentre annuncio l’alba dall’alto degli scogli
I miei occhi ti fanno navigare abbracciato alla stella
Del mio cuore più giusto: Non la conosco più la notte.

Non li conosco più i nomi di un mondo che mi rifiuta
Chiaramente leggo conchiglie foglie stelle
L’inimicizia mi è superflua nelle strade del cielo
A meno che non sia il sogno a guardarmi
Attraversare con lacrime il mare dell’immortalità
Espero, sotto l’arco del tuo fuoco d’oro
La notte che è soltanto notte non la conosco più.

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Chiara Catapano

Chiara Catapano nasce a Trieste nel 1975. Si laurea nell’ateneo tergestino in filologia bizantina.

Vive per alcuni anni tra Vienna, Atene e Creta, approfondendo così i suoi studi sulla cultura e la lingua neogreca.

Collaborazioni recenti:

Fondazione Museo storico del Trentino: assieme al dott. Andrea Aveto dell’Università di Genova; riedizione dei “Discorsi militari” di Giovanni Boine, nell’ambito di uno studio sull’autore portorino.

Per Thauma edizioni: ha curato l’edizione di Per metà del cielo, della poetessa sovena Miljana Cunta (trad. Michele Obit).  Per l’Istitucio Alfons el Magnanim CECEL – Consejo Superior de Investigaciones Cientìficas, rivista “Anthropos” numero di febbraio 2015, l’articolo: “Sopra la rappresentazione transmoderna del sé”.

http://www.anthropos-editorial.com/DETALLE/LA-CONDICION-TRANSMODERNA.-ROSA-MARIARODRIGUEZ-MAGDA-RA241

L’attività prevalente e continuativa (da ottobre 2012), consiste nella direzione, accanto allo scrittore Claudio Di Scalzo, della rivista d’autore on-line Olandese Volante (www.olandesevolante.com); al cui interno, oltre alla pubblicazione di testi letterari in poesia e prosa dei direttori e di alcuni collaboratori, vengono curati autori e maestri in modo “transmoderno”, come la rivista attesta nel sottotitolo:“Transmoderno, arti, pensosità, letterature”.

Con Giulio Perrone esce a giugno 2011 la sua prima raccolta Apice stretto in “Verso libero- antologia poetica a cinque voci” con prefazione di Letizia Leone. A ottobre 2011 esce la sua raccolta La fame edita da Thauma Edizioni, A novembre 2013 pubblica la raccolta La graziosa vita (Thauma edizioni) dialogo sulla tomba di Giovanni Boine, uscita sotto l’eteronimo di Rina Rètis – opera dedicata allo scrittore portorino.

Ha collaborato fino al 2013 con l’associazione culturale “Thauma” di Pesaro, per la omonima casa editrice. Ha curato per il Comune di Bolzano, assieme alla regista Katia Assuntini un cortometraggio nell’ambito di un progetto d’integrazione delle giovani ragazze immigrate: in particolare ha coordinato il lavoro di traduzione per una giovane poetessa pakistana.

Cortometraggio poetico basato sul poemetto inedito Alìmono, in collaborazione con gli artisti pugliesi Iula Marzulli, Marianna Fumai (RecMovie) e Gaetano Speranza: prima proiezione il 26 dicembre 2016 al Lecce Film Fest.

Collabora con la compagnia teatrale Fierascena, fondata dall’attrice e regista Elisa Menon.

Sue poesie e prose poetiche sono apparse in riviste, siti e blog letterari, quali:

blog di intercultura italo-slovena La casa di carta-Papirnata hisa, “Poeti e poesia” e “AbsolutePoetry” (http://www.absolutepoetry.org/il-figlio) a cura di Francesca Matteoni (2011); Fiabesca”, blog di Francesca Matteoni;

Catalogo della mostra personale di Jara Marzulli (http://www.jaramarzulli.it/) Come bocca di pesce i pensieri”; “Di là dal bosco”, ed. Le voci della Luna, 2012; Le voci della Luna, rivista: n. 55 “L’inutile bellezza, il senso di colpa nella poesia di Maria Barbara Tosatti”, marzo 2013; n. 56 “L’artista primordiale, omaggio a Odysseas Elytis”, luglio 2013.

“A Topolò, questa dolce sera…”, e “Oggi a Udine è risorto un poeta” apparsi sul sito ufficiale del poeta Gian Giacomo Menon, voluto e curato dal giornalista Cesare Sartori. http://www.giangiacomomenon.it/testimonianze/oggi-udine-e-risorto-un-poeta/

Intervista sul sito “World War I Bridges”, http://www.worldwarone.it/2015/12/rediscovering-italian-intellectualsnew.html?m=1

“Giovanni Boine: la punta dell’iceberg”, nel blog di Alberto Cellotto, LibrobreveHa presentato nell’ambito del FestivalTrieste Poesia” la raccolta La graziosa vita, presso lo storico caffè San Marco. Presentazione-intervista con Michele Obit, presso il Festival internazionale “Stazione Topolò”, luglio 2014

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