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LETIZIA LEONE: LA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA – Due poesie di  Mario Gabriele e Giorgio Linguaglossa con un Commento aggiunto di Giorgio Linguaglossa

 locandina antologia 3 JPEGLetizia Leone

Commento a due testi di Mario Gabriele e Giorgio Linguaglossa

Parlare di nuova ontologia estetica significa conferire alla poesia portata ontologica, se concordiamo con Vattimo nel pensare che ontologia altro non è che interpretazione della nostra condizione o situazione, giacché “L’essere non è nulla al di fuori del suo “evento”, che accade nel suo e nostro storicizzarsi”. Ma al nostro orizzonte pertiene anche la fine di una idea di Storia come processo unitario, là dove ogni ideale di progresso si svuota dall’interno, non “C’è una storia unitaria portante, ma disseminazione delle Storie, i “centri” si sono moltiplicati, così come insufficiente risulta l’idea di tempo lineare e progressivo. Inoltre sono convinta che l’esperienza post-metafisica della Verità è una esperienza estetica e retorica, come afferma Heidegger, per questo le categorie sulle quali una nuova ontologia estetica deve muoversi e riflettere sono molte, sempre in riferimento a quella che è l’esperienza poetica e magari partendo da testi esemplificativi. Così come avviene sulle pagine dell’”Ombra”.
A questo proposito propongo questa mia parziale lettura di due testi esemplari che offrono l’opportunità di fissare alcune considerazioni sul frammento e l’estraneità: La notte celò i morsi delle murene di Mario Gabriele e Il corvo è entrato dalla finestra di Giorgio Linguaglossa.

Onto Gabriele

Mario M. Gabriele nella grafica di Lucio Mayoor Tosi

Mario M. Gabriele

(da L’erba di Stonehenge, Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2016)

(3)

La notte celò i morsi delle murene.
Tornarono le metafore e gli epistemi
e una folla “che mai avremmo creduto
che morte tanta ne avesse disfatta”:
Wolfgang, borgomastro di Dusseldorf,
Erich, falegname in Hamburg,
Ruth, vedova e madre di Ehud e di Sael,
Lothar e Hans, liutai.

Questa è la casa: -Guten Morgen, Mein Herr,
Guten Morgen-, disse Albert.
Qui curiamo le piante e le orchidee,
offriamo sandali e narghilè ai pellegrini
in cammino verso Santiago di Compostela.
Sui gradini dell’Iperfamila,
tra stampe di Kandinskij e barattoli di Warhol,
Moko Kainda sognava l’Africa di Mandela.
-“Doveva essere migliore degli altri
il nostro XX secolo”- scriveva Szymborska,
tanto che neppure Mss. Dorothy,
chiromante e astrologa,
riuscì a svelare le carte del futuro,
né Daisy si dolse del sole africano,
ma dei muri che chiudevano
le terre di Samuele e di Giuseppe.
E non era passato molto tempo
da quando Margaret e Jennifer
(che pure in vita dovevano essere
due anime perfette e pie),
volarono in cielo.

L’alba illuminava gli angoli bui, gli slums.
Era ottobre di canti e heineken
con la foto della Dietrich sul Der Spiegel.
Riapparve la luce,
ed era tuo il lampo sulle colline
bruciate dall’autunno.

Ma è malinconia, mammy,
quella che ha preso posto nella casa
dove neanche le preghiere ci danno più speranza.
Fuori ci sono il drugstore e il giardino degli anziani,
l’eucaliptus e il parco delle rimembranze,
la guardia medica per il tuo tremore Alzheimer.

Fra poco la neve coprirà il poggetto.
Ci sarà poco da raccontare
a chi rimane nella veglia,
dove c’è sempre qualcuno
che parla della lunga barba di Dio
come una cometa
nella notte più silente dell’anno,
quando il gufo da sopra il ramo
sbircia il futuro e vola via.

Giorgio Linguaglossa nella grafica di Lucio Mayoor Tosi

Giorgio Linguaglossa

(da Risposta del Signor Cogito inedito, 2014)

Il corvo è entrato dalla finestra

Il corvo è entrato dalla finestra.
Una stanza. Atelier del pittore.

C’è solo l’ombra del pittore distesa sul pavimento.
Un cavalletto e una tela bianca.

Il pittore dipinge il mare e un sole livido.
Il sole prende vita dal quadro e se ne va.

Nel quadro è rimasto solo il mare.
Anche il mare se ne va.

E resta un abito in gessato bianco in una barca
che rema verso una proda.

Ma la stanza è vuota, il mare non c’è.
Il Campari rosso è nel calice di cristallo

che il Signor K. sorseggia.
[…]
Osservo il suo pomo di Adamo, che va su e giù.
Un’ombra bianca si guarda il volto nello specchio.

Nello specchio il calice del Campari. E l’ombra.
Ombre bianche escono dalla tromba delle scale

(al trentunesimo piano della Fifth avenue)
nascono dal cimitero chiamato terra

e vanno verso il mare. Si spogliano nude.
Entrano nel mare. Bevono il sonno a sazietà.
[…]
Le ombre nere bevono il sonno bianco.
Le ombre bianche bevono il sonno nero.

Il direttore d’orchestra ripiega le sue ali nere
dietro le spalle, e chiede al musicista:

«Suonate qualcosa, Signore?».
«Non c’è nessuno qui, sono tutti

[…]

morti». «Non posso suonare».

Finestre buie, Finestre nere. Porte buie. Porte nere.
Non c’è musica. Brusio di fondo.

Il musicista imbraccia l’archetto.
Il violino si avvicina al fuoco.

Tra poco dalla finestra entrerà il ghiaccio.
[…]
Bussano a una porta. La maniglia di ottone
gira con un flebile stridio: è il Signor K.

«Vostra Grazia…».
Il Campari si dirige verso le labbra del Signor K.

L’archetto cammina verso il violino
le mie dita corrono verso l’archetto.

Il fuoco incespica, s’impenna, li insegue,
tra poco li raggiungerà.
[…]
«Quale “capriccio”, Vostra Grazia?».
«Paganini, l’ultimo, il ventiquattresimo».

In poeti della statura di Mario Gabriele e Giorgio Linguaglossa, diversi per stile ed esperienze ma accomunati da una sorta di gioia sperimentale, la valorizzazione del frammento è calata nella complessità di una progettualità filosofica, anzi per meglio dire “fenomenologica” della Poiesis. Una fenomenologia qui intesa come concetto di metodo, come procedimento basato sul distanziamento psicologico.

Antonio Sagredo Letizia Leone sorridono 2

Letizia Leone e Antonio Sagredo, Roma, 2017

In linea generale L’io lirico emozionale, categoria obsoleta, ha abdicato a favore di un congegno ottico neutrale fluttuante e decentrato: da qui la configurazione di modalità espressive nuove. Il sentiero è quello di una poesia che parta da una posizione di neutralità rispetto ai concetti di “oggetto” e “soggetto”, una poesia che non risulti affatto consolatoria ma tendente ad inasprire la relazione di estraneità con il mondo. Scrive a proposito Linguaglossa: “Partecipe di un movimento animato da un’assenza, il poeta non solo si troverà così a scrivere in un’assenza, ma a diventare soggetto all’assenza”.

Ecco prefigurata l’epoché filosofica, la “sospensione del giudizio” insieme alla sospensione sentimentale ed emozionale quale motivo ispiratore della modernità:
“Negli anni, la fenomenologia si appropria anche delle immagini in movimento (…) agli universi interiori della rappresentazione (e) ben presto si accorge anche della permanente creazione cinematografica da parte della coscienza e trarrà la conclusione che ciò richieda una specifica analisi filmica, la quale si presenta come teoria della coscienza interna del tempo. Le immagini di cui parliamo vengono catturate con una fotocamera noetica. Quando le pellicole sono impressionate e tolte dagli acidi della contemplazione interiore, le fotografie ottengono uno status filosofico rilevante anche dal punto di vista archivistico e museale: nell’esercizio più importante di tutti, quel che conta è sviluppare le immagini tratte dall’esistenza in quanto fenomeni.” (Peter Sloterdijk)

Ecco le immagini come fenomeni nei testi di Gabriele e Linguaglossa.
E se è vero che la poesia tende a mediare la coscienza complessa del proprio tempo, questa in particolare è poesia speculativa, marchiata dalla fine di ogni pensiero antropocentrico, unitario e sistemico; è poesia aperta, in movimento dove i frammenti lirici disseminati nel flusso caotico dei materiali testuali articolano una mappa di stimoli, straniamenti, atti a far emergere una Stimmug, un Mood, uno stato d’animo.

Uno stato d’animo addirittura molto vicino a quello che Heidegger in Che cos’è la metafisica ridefinisce come Angst (Angoscia), la condizione emotiva che apre la comprensione del niente: “angoscia è sempre angoscia di…, ma non di questo o di quello. L’angoscia di… è sempre angoscia per…, ma non per questo o per quello. Tuttavia, l’indeterminatezza di ciò di cui e per cui noi ci angosciamo non è un mero difetto di determinatezza, bensì l’essenziale impossibilità della determinatezza”.
«Tutte le cose e noi stessi affondiamo in una sorta di indifferenza»;
«Nel dileguarsi dell’ente, rimane soltanto e ci soprassale questo “nessuno”. L’angoscia ci rivela il niente»;
«Nello stato d’animo fondamentale dell’angoscia noi abbiamo raggiunto quell’accadere dell’esserci nel quale il niente è manifesto, e dal quale si deve partire per interrogarlo»;
Il mondo dilegua nel non-senso, nella non-significatività e allora l’angoscia si rivela in quanto “emergenza” del niente. Si può allora affermare che per certi versi, i due testi in esame, parlano di Spettri? I resti spettrali di una tradizione umanistica andata in frantumi?

La storia delle cose comincia dai loro spettri. La morte garantisce loro un tempo che va oltre la storia: esso inizia nelle necropoli preistoriche, tra i miseri resti di utensili, armi, attrezzi, vasellame, sparpagliati intorno ai fantasmi di uomini e donne che fluttuano leggeri su mucchietti di ossa polverose. Là dove s’intravedono evanescenti larve, gli oggetti continuano implacabili a narrare, nel loro linguaggio segreto, vicende che si perdono nella profondità del tempo…

Intorno ad essi aleggiano ancora gli spettri di coloro che li usarono nel corso di una vita, alla quale essi sopravvissero con l’indifferente invincibilità delle cose… Le energie tipicamente umane del bisogno e del desiderio aleggiano intorno a loro, ma come instabile memoria, segno indecifrabile di una storia che essi hanno interpretato da protagonisti, prima di svanire nell’ambiguità di un’apparenza, sempre pronta però a offrire a chiunque i propri servigi. (Maurizio Vitta, Le voci delle cose, Einaudi 2016).

Queste considerazioni riferite agli oggetti d’uso, possono essere riferite anche agli oggetti spirituali, (tracce spettrali, Ombre bianche, Ombre nere, inserzioni citazionistiche, larve di memoria, “apparenze sempre pronte ad offrire i loro servigi”) che emergono nottetempo dai sepolcri umanistici… Ad esempio il patrimonio dei classici, mera merce artistica e culturale alla quale ormai è riservato un destino museale. L’ “Inverno della cultura” è l’impossibilità della trasmissione e dell’assimilazione, è la fruizione pubblicitaria, collezionistica, superficiale, sepolcrale, citazionistica.

Così nella poesia di Mario Gabriele una sorta di metrica cinematografica configura il testo come una concentrazione di citazioni implicite e frammentate. L’articolazione intemporale e incantatoria snoda una sorta di recitativo di allusioni eliotiane, o per meglio dire interferenze, nell’accelerazione anonima ed incoerente degli eventi. Finita l’ispirazione e gli stimoli alla creazione di una grande letteratura, al “poeta dell’assenza” restano le apparenze, le ombre spettrali, il cabaret dei lustrini e dei detriti letterari.
Mentre Linguaglossa aggancia il lettore con la torsione surrealista dell’Ekphrasis.
“Il corvo è entrato dalla finestra” in un gioco di specchi, rifrazioni e allusioni effimere: i canoni estetici della rappresentazione tradizionale falliscono e anche “il mare se ne va” esce dal quadro, abbandona la scena. L’arte era truccata…il Campari, il“Capriccio”, l’ultimo…il ventiquattresimo. Creare una Stimmung come sottofondo musicale, l’Angoscia, per un dialogo “autentico” con gli spettri…

Alfredo de Palchi Sabino Caronia, grafica di Lucio Mayoor Tosi

Commento di Giorgio Linguaglossa “La poetica del vuoto del Dopo Il Moderno” di Mario M. Gabriele

Credo che nella situazione del Dopo il Moderno alla poesia non rimanga altro da fare che sopravvivere in attesa di tempi migliori. È questo l’assunto di base della poesia di Mario Gabriele, un poeta della periferia, relegato nello sperduto Molise, a Campobasso, lontano dagli echi delle fucine poetiche di Roma e di Milano. In questa condizione, allontanatisi gli echi dello sperimentalismo novecentesco e le ipotesi di mini canoni che, tra l’altro, nel Sud non avrebbero ragione di essere, per Mario Gabriele l’essenziale era ripristinare il contatto con il lettore, ripartire dal correlativo oggettivo di Eliot, ricucire gli strappi inferti alla forma-poesia del secondo Novecento, suturare le ferite con la tintura di iodio, elaborare una «materia» poetica che facesse uso della narrativa e della saggistica per irrobustire il dettato poetico. Il registro stilistico di Ritratto di Signora viene così improntato a una decisa propensione per la metonimia, sostenuto dalla giustapposizione di elementi dissimili o incongrui, di digressioni e di inserti narrativi che offrissero nuove possibilità di significazione per mettere in evidenza ciò che sta oltre la tradizionale parola poetica, lontano dalle associazioni semantiche tradizionali, magari corredata da una fitta interpunzione, di citazioni implicite ed esplicite, di riferimenti toponomastici ed onomastici, corredata da associazioni ed elencazioni coordinate per asindeto e per paratassi, il tutto volto a raffigurare il disagio e lo spaesamento esistenziale del mondo moderno, non solo dell’io, il caos del mondo, mediante correlativi oggettivi e traslati e cablaggi spaesanti.

Sta qui l’elemento di distinguibilità della poesia di Mario Gabriele, sta qui la rottura con i canoni dello sperimentalismo e con l’eredità della poesia post-montaliana del dopo Satura (1971), vista come la poesia da circumnavigare, magari riprendendo da essa la scialuppa di salvataggio dell’elegia per introdurvi delle dissonanze, delle rotture e tentare di prendere il largo in direzione di una poesia completamente narrativizzata, oggettiva, anestetizzata, cloroformizzata. Di qui le numerose citazioni illustri o meno (Mister Prufrock, Ken Follet, Katiuscia, Rotary Club, Goethe, busterbook, kelloggs al ketchup, etc.), involucri vuoti, parole prive di risonanza semantica o simbolica, figure segnaletiche raffreddate che stanno lì a indicare il «vuoto». Il tragitto, iniziato da Arsura del 1972, e compiuto con quest’ultimo lavoro, è stato lungo e periglioso, ma Gabriele lo ha iniziato per tempo e con piena consapevolezza già all’indomani della pubblicazione del libro di Montale che, in Italia, ha dato la stura ad una poesia in diminuendo, che da noi è stata interpretata come una possibilità di scrittura poetica finalmente privata del pentagramma tonale e timbrico della grande tradizione metafisica, come un rompete le righe e un gettate le armi, con una cultura nutrita di scetticismo piccolo-borghese. Una resa alla democrazia parlamentare della forma poetica e del discorso poetico. Mario Gabriele riprende da qui, innalza il tono prosodico mentre che abbassa il lessico.

Sintomatico di tale percorso è l’ultima poesia qui presentata: «Glossario terapeutico», dove è evidente che l’autore ironizza con una abbondanza di citazioni e di rimandi sulla propria materia poetica prendendone le distanze, ironizza sulla desertificazione del linguaggio poetico di oggi, non più in grado di veicolare una lirica che non sia post-lirica, dalla quale viene bandito ogni riferimento ad una presunta «bellezza» e al «poetico». Si ha la sensazione che l’oggetto della riflessione di Gabriele sia «la morte della poesia» e una «poetica del vuoto». In un certo senso, questa è una poesia che medita sulla propria morte annunciata, una metapoesia, una poesia che sta fuori della poesia, che si situa a distanza dalla poesia. Metapoesia sulla metapoesia, dunque, come nella composizione di apertura «Cara Juliet» che rifà il verso a una raccolta di Alfredo Giuliani del 1965, Povera Juliet. Il titolo della raccolta, anch’esso ironico, Ritratto di Signora (2014), riprende un topos classico, un titolo adottato dalla scrittura narrativa, in ciò perseguendo con la poesia lo stesso tragitto ermeneutico seguito dal romanzo, da quello famoso di Henry James (The portrait of  a Lady) fino al recente Foto di gruppo con Signora (1971) di Heinrich Böll.

Letizia Leone diwali

Letizia Leone

Letizia Leone è nata a Roma. Si è laureata in Lettere all’università  “La Sapienza” con una tesi sulla memorialistica trecentesca e ha successivamente conseguito il perfezionamento in Linguistica con il prof. Raffaele Simone. Agli studi umanistici  ha affiancato lo studio musicale. Ha insegnato materie letterarie e lavorato presso l’UNICEF organizzando corsi multidisciplinari di Educazione allo Sviluppo presso l’Università “La Sapienza”. Ha pubblicato: Pochi centimetri di luce, (2000); L’ora minerale, (2004); Carte Sanitarie, (2008);  La disgrazia elementare (2011); Confetti sporchi (2013); AA.VV. La fisica delle cose. Dieci riscritture da Lucrezio (a cura di G. Alfano), Perrone, 2011. Nel 2015 esce Rose e detriti testo teatrale (Fusibilialibri). Un suo racconto presente nell’antologia Sorridimi ancora a cura di Lidia Ravera, (Perrone 2007) è stato messo in scena nel 2009 nello spettacolo Le invisibili (regia di E. Giordano) al Teatro Valle di Roma. Ha curato numerose antologie tra le quali Rosso da camera (Versi erotici delle maggiori poetesse italiane), Perrone Editore, 2012. Dieci sue poesie sono presenti nella Antologia a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, Roma,, 2016)

 

15 commenti

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Salvatore Martino POESIE VARIE da “La metamorfosi del buio (2006-2012)”, “Libro della cancellazione (2004)”, ora comprese in “Cinquant’anni di poesia (1962-2013)” Roma, Edizioni Progetto Cultura 2014 pp. 1008 € 25 “Nel mio locus amoenus interrogando” “Il messaggio dell’imperatore”, con un Commento di Giorgio Linguaglossa

roma Fayum ANTINOOPOLIS is the site of some of the most spectacular portrait art ever found in Egypt.

Fayum ANTINOOPOLIS is the site of some of the most spectacular portrait art ever found in Egypt.

Salvatore Martino è nato a Cammarata, nel cuore più segreto della Sicilia, a mezza strada tra Palermo e Agrigento, il 16 gennaio del 1940. Attore e regista, vive in campagna nei pressi di Roma. Ha pubblicato: Attraverso l’Assiria (1969), La fondazione di Ninive (1977), Commemorazione dei vivi (1979), Avanzare di ritorno (1984), La tredicesima fatica (1987), Il guardiano dei cobra (1992), Le città possedute dalla luna (1998), Libro della cancellazione (2004), Nella prigione azzurra del sonetto (2009), La metamorfosi del buio (2012). Nel 2015 esce l’opera completa del poeta in Cinquant’anni di poesia (1962-2013). È direttore editoriale della rivista di Turismo e Cultura “Belmondo”. Dal 2002 al 2010  ha tenuto un laboratorio di scrittura  creativa poetica presso l’Università Roma Tre, e nel 2008 un Master presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli

roma Fayyum ritratto di uomo

Fayyum ritratto di uomo

Commento di Giorgio Linguaglossa

Non ho letto I Dodici di Blok o le poesie di Herbert per sapere qualcosa di più sui loro autori: semplicemente, volevo sostare in quell’aura, in quella leggerezza, in quell’atmosfera, o insania. È un paesaggio, la scrittura, che non va a finire da nessuna parte, è lì e basta. Respirare in quel paesaggio la sua atmosfera è tutto quello che si può fare. C’è una trama?, c’è uno sviluppo?, c’è un senso?. No, in poesia non c’è nulla di tutto ciò. Possiamo leggere questo libro di Salvatore Martino come possiamo stare seduti su una sedia a dondolo all’ombra di un albero a goderci un paesaggio, nell’aria pulita del mattino. Ora, provate per un attimo a smettere di dondolarvi. Non è la stessa cosa, vero? L’atmosfera di un bel libro è il dondolio della sedia. Nient’altro. E il vento che ricompone l’erba di quel campo, lo scorrere delle nuvole che proietta ombre passeggere sugli alberi. Quel volo d’un uccello e, in alcuni casi, il rumore delle foglie di un albero o quello di un treno che passa lontano sui binari. L’atmosfera di un libro di poesia è tutto ciò : ciò che vive della scrittura dopo che essa è morta, scritta in un linguaggio morto perché fissato nel tempo e dal tempo. È ciò che rende quella scrittura vivente. È l’increspatura sulla superficie dell’acqua.

Il solo motivo per cui si legge un libro di poesia è perché quel libro ci consente di sostare in un luogo in una atmosfera particolare e irriducibile, respirare quell’aria, quel profumo singolarissimo differente da ogni altro profumo e che c’è solo lì e non in nessun altro libro.

Recentemente, una poetessa contemporanea, Laura Canciani ha scritto: «il libro di poesia ha lo svantaggio di dover fare a meno della “trama” rispetto al romanzo e al giallo; ha lo svantaggio di non poter prendere il lettore per il colletto e trascinarlo nel luogo del delitto che ha deciso il narratore di thriller; il libro di poesia è inerme, non ha alcun potere sul lettore, non il potere della seduzione da risultato né quello di seduzione da abilità che ha invece il romanzo (e in specie il thriller). Il libro di poesia non ha alcun potere sul lettore. Questo è il suo più grande limite ma è anche il suo più grande pregio. I modesti poeti allora tentano dei surrogati: la fibrillazione e l’estroversione dei palpiti dell’io con esagerazioni dionisiache verbovolanti. I poeti di livello superiore invece non ricorrono ad alcuna di queste “seduzioni”, si limitano a disegnare un’atmosfera, un profumo, un minimo rumore di parole…».

roma Fayyum-Portrait-II

Fayyum-Portrait- 120-140 d.C.

Nello stile di Salvatore Martino ci sono, soggiacenti, come in vitro, tutte le contraddizioni e le antinomie che stanno al fondo della poesia di questi ultimi decenni: Da La Bufera (1956) di Montale in poi,  quella particolare ingessatura dei linguaggi poetici che derivavano la propria prassi artistica dalla filosofia del presente, dalle “occasioni” (che non svelano più alcun simbolo, tantomeno metafisico, anzi, che non svelano nient’altro che un segno), dal lacerto di memoria, dal lapsus, dal commento a una notizia di cronaca o di storia o di geografia o di botanica etc..

Dalla fonte dell’Erlebnis, dalle zattere della temporalità, dalla Lingua degli angeli e da quella del Mito siamo arrivati a quella «cosa» che si è fatta in questi ultimi decenni di tutto e per tutti. La poesia si è democratizzata. Si è creduto così di fare una «cosa» democratica, di portare la poesia alla mensa delle masse dei lettori. Ma ci si ingannava. Nel frattempo, con l’invasione della cultura di massa, il mondo si era imbarbarito e la poesia, in risposta aveva tentato di inseguirlo diventando sempre più democratica, demagogica, seduttiva e permissiva.

Salvatore Martino, in una certa misura, avverte tutto ciò e tenta la risalita, tenta di andare contro corrente, di ritornare indietro, di fare una poesia «difficile», elitaria, solistica, forse presuntuosa come può essere presuntuoso parlare di sé, dell’io, del dramma della morte che si è dovuto affrontare, come se ciò potesse veramente interessare a qualcuno; alza il tono, alza l’asticella delle difficoltà, tenta di sfondare il pentagramma lessicale e sonoro, cambia spesso la chiave di violino. Ma tant’è, Martino traccia la sua dritta via nella selva oscura della democrazia dispiegata e va dritto per la strada tracciata:

Ancora una volta
una lunga degenza in ospedale
e stavolta davvero
ho guardato l’abisso
e l’abisso ha guardato dentro di me
Sono disceso come Odisseo nell’Ade
e mani d’amore
mi hanno trascinato fuori
dal gorgo dove ero scivolato
come chi dorme si abbandona ai sogni

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Fayyum Portrait (120-140 d.C.)

È una poesia che nasce dal fondo oscuro della coscienza «In my beginning is my darkness (…) In my darkness is my beginning», forse con un eccesso di reminiscenze classiche. Continua l’autore:

Angelo atterrito
che abiti le caverne del mio fiato
tieni lontana
dall’orma del mio piede dall’approdo
la bianca figura dell’Isola dei morti
riportala nel gorgo della sua tela
con l’alito atroce della tua parola

È un libro che nasce dall’esperienza della morte toccata con mano dopo una lunga malattia. Un’esperienza terribile. Ma è grazie ad essa che la poesia è tornata ad abitare nella casa di Salvatore Martino. Di questo libro preferisco le poesie in cui l’autore commenta le proprie esperienze di vita con parole semplici, dirette:

Dopo mesi d’insperato silenzio
è tornata a inquietarmi
la poesia
con le sue beghe e le ambiguità
le sue maledizioni
la consueta tirannia della parola
la sua equivoca trascendenza

Credevo di averla confinata
in una stanza priva di finestre
senza il sospetto
di una impossibile sortita

Invece è ancora qui
a colmare di sangue
la nostra liturgica ferita

roma Fayyum portrait d'homme

Fayyum portrait d’homme (120-140 d.C.)

Scrivevo in una recensione pubblicata sulla rivista “Poiesis” nel 2004 a proposito del libro di Salvatore Martino Libro della Cancellazione Roma, Le Torri, 2004:

“Il poeta siciliano Salvatore Martino, nato ad Agrigento nel 1940, fa parte di quella generazione di poeti che intorno agli anni Ottanta e Novanta ha percorso la strada di una ristrutturazione del discorso poetico. Per Martino, poeta eminentemente e modernamente lirico, la strada da seguire era quasi obbligata: la sliricizzazione della poesia e il tono understatement, il piano basso del linguaggio, con abbandono del terreno eminentemente novecentesco delle pratiche di «ironizzazione» del reale e di «supponenza» dell’io.

Con il senno del poi, possiamo guardare agli anni Novanta come un percorso ad ostacoli nel quale era già stata tracciata la direzione da seguire: una poesia «dopo l’età della lirica»: da alcuni ipotizzata come una sorta di generica poesia narrativa, da altri invece preconizzata come una ripresa dei modelli poetici novecenteschi rivisitati e opportunamente ristrutturati.

Clausura e restrizione, esperienza del limite e della soglia e conseguente angoscia di non poter attraversare la soglia della propria contemporaneità. È la problematica centrale attorno alla quale ruota la poesia di Salvatore Martino. Quello che si intende genericamente per poesia «moderna» è una sorta di «cancellazione», una sorta di tabula rasa che l’ultimissima poesia sembra volerci comunicare, in un contesto di eterna «belligeranza» (vedi la poesia «E lotteranno sempre l’angelo-dèmone e il bambino») e di ripiegamenti al privato, ad un privato depurato di ogni narcisismo cronachistico. Quanto a Salvatore Martino potremmo, fra tutti, citare l’esempio dei tre autoritratti («Autoritratto a punta secca», «Autoritratto su carta pergamena», «Autoritratto in sanguigna sopra carta di riso»), dove la ricerca ruota attorno alla condizione del soggetto che scrive il proprio autoritratto. È ancora possibile il ritratto? E l’autoritratto? È ancora possibile stabilire il binomio: ritratto-verità? È ancora possibile intendere lo spazio poetico come il luogo della verità? E, infine, l’ultima domanda: È ancora possibile lo spazio poetico? Ecco, il libro di Salvatore Martino tenta una risposta a tutte queste istanze. E già averlo tentato è motivo di grande considerazione. Innanzitutto il «viaggio», turisticamente attrezzato, polisticamente computerizzato e stilisticamente standardizzato.

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Fayyum ritratto femminile (120-140 d.C.)

Perché sia chiaro che per Salvatore Martino chi parla di «viaggio» o è un laudatore tempore acti o è un furbo o un baro, un prestigiatore, un falsario che tenta di spacciare la moneta falsa del «viaggio» per quella vera con il ritratto, o meglio, l’autoritratto del poeta in effigie. La strada che Martino percorre è l’esoterismo, a metà tra il triviale e il sublime, che è la replica, in negativo, di «Oswald’s Restaurant» di Cattafi («la vermiglia rete che ci tiene») in una suite così ricca di cromatismi quale è «Partenza da Greenwich», per non parlare di certo Cendrars, con le sue trasvolate oceaniche in altri continenti. Leggasi la poesia «Quella ragazza-dèa del Guatemala» ecco un colore che chiude, pur con la sua controllatissima tinteggiatura: «Ricordo una ragazza creola / nel bananeto presso Quiriguà / rideva imprecava si esibiva / contro una ciurma oscena d’individui / Non ho mai visto una bellezza uguale / perduta in un totale smarrimento». Mi sembra degno di nota che la serie intitolata «Dobbiamo imparare ad amare le nostre tenebre / anch’esse hanno bisogno dell’amore», consacrata più delle altre al dilatato sapore dell’avventura nel mondo fuori di casa, venga a culminare nella stanza di «Mi ricordo una notte in Amazzonia», àmbito circoscritto di per sé, cella senza confini, tempio della fantasia, continente della libertà fissato in una «sospensione temporale». Il tema del viaggio, paradigmatico e diaristico insieme, vi potrà far posto alla descrizione d’una temperie spirituale, ma più volentieri il perimetro formale sarà quello d’un luogo all’aperto, distante dalla stanza dove si svolge l’autoritratto del poeta. Fino alla sezione finale del libro, che così suona: «Alla radice al pozzo che risuona / alla dolce risacca torneremo / limpidamente oscuri d’ogni traccia», dove la borgesiana esibizione metaforica risulta ben orchestrata in contrappunto con una metessi metonimica. È la sezione forse più alta e concentrata del libro, il luogo dove si assembrano e si consumano tutte le linee di forza della sua poesia. Esemplare è il componimento «Il messaggio dell’imperatore» dove il re dei re, il morente Dario, sussurra disteso sul campo di battaglia, ad un soldato superstite, le parole che dovrà riferire all’orecchio del vincitore Alessandro il macedone. Forse, il senso ultimo della poesia di Salvatore Martino è questo: comunicare all’orecchio del lettore l’ultimo messaggio di una civiltà morente. L’ingresso nel Tramonto, il Libro della Cancellazione.

Salvatore Martino in pensiero

Salvatore Martino

da Salvatore Martino da Cinquant’anni di poesia (1962-2013) Roma, Edizioni Progetto Cultura 2014 pp. 1008 € 25

Da Libro della Cancellazione (2004)

Questa partita che non sai giocare

Chissà? Sono gli dei
a muovere il bianco e il nero
della nostra partita?
O forse sono gli uomini a sognare
i movimenti alla scacchiera
questa battaglia con la sorte

I giocatori inseguono la mossa
inventano quelle successive
non conoscono il volto
il freddo e l’efficienza la paura
dell’avversario cieco
dalla parte opposta del quadrato
Tentano di spostare torri alfieri
di attaccare il re con le pedine
prestano il fianco ai cavalli
tendono l’agguato alla regina
sul piano fatalmente in due colori

Siamo i pezzi d’avorio?
O gli uomini? O gli dei?
Tutti ingabbiati Tutti senza uscita

Chissà se Dio la gioca la partita?
Se distratto ci muove col pensiero?
O anch’Egli è mosso
da una pedina ancora più lontana?

Come diventa strana questa storia
un calcolo e condiziona tutto il gioco
Io lo vorrei incontrare questo fuoco
questa divina conoscenza
in una stazione di periferia
nella hall di un albergo fatiscente
in una folle corsa in autostrada

Ma è veramente nata
questa sciocca contesa che viviamo?

Mestamente abbandono
i quadrati perfetti
dove le schiere si fronteggiano
in cromatica fuga
sul letto fatalmente in due colori
la verità e l’inganno
nell’alba e nel sogno ricomposti.

.
La moneta di ferro

Angelo dell’inizio e della fine
segreto mormorio del mio destino
sorvegli il respiro della casa
ogni mio movimento familiare

Come un serpente
scivolato all’alba
o nell’ora più atroce
prima dell’ultimo duello
tra la notte e il mattino
prepari l’imboscata

Indovino i tuoi trucchi
i sortilegi
l’ombra evocata dallo specchio
Del mio corpo e dell’anima
conosci ogni dettaglio
della mente

Ma io non ignoro
il tuo tremore
io come te la vedo l’avventura
che percorriamo insieme
in questo letamaio

Dèmone bianco
che baci il mio cuscino
quasi assetati di vergogna
senza una lira in tasca
in questo viaggio
dimenticammo l’armatura
in un campo di ortiche
e stranamente i cavalli
erano uno

Portami sulle spalle all’altra riva
un rosso fazzoletto di saluto
l’occhio giallo perduto nell’addio

Salvatore Martino guarda

Salvatore Martino

Non puoi non farlo

Neri cespugli coprono
il teatro in rovina
la maschera lasciata in camerino
il pane raffermo sulla tavola
la minestra gelata nell’acquaio
Perfetta si chiude la moneta
in entrambe le facce

Anch’io ti porterò
ai campi di narcisi in fiore
che l’isola nostra ha custodito
laggiù saremo
una bianca risacca
una canzone
un’alga perduta nella spuma

.
Le candele della notte si sono consumate

Sopra le balze di tufo
Machu Picchu domestico
che forse mi appartiene
il verde dilaga a primavera
il raffinato canto degli uccelli
Qui persino il vento
assume un andamento circolare

In questo paradiso ricercato
come un lontano appuntamento
dovrebbe sorridermi la vita
l’ansia distendersi sul volto

Incubi invece i miei pensieri
s’insinuano tra i muri
come morti giganti
Si fermano talvolta sulle soglie
sugli stipiti sbattono la fronte
agitando le chiavi

Dormono al mio fianco
affondano la testa sui cuscini
respirando a bocca spalancata
Usano il bagno schiuma
le mie saponette profumate
si radono la barba nello specchio
sussurrano parole
alitano vendette sulle spalle
s’infilano persino le mie scarpe
Attraccati alla sedia
guardano con sospetto
la macchina da scrivere
e questa d’improvviso
incomincia a battere da sola

Frugano la dispensa
negli armadi
senza testa né piedi
i vestiti passeggiano da soli
come svuotati di pensieri

Invece sono là questi nemici
spiaccicati negli angoli
aspettano pazienti
un passo falso
un alibi una resa
come tentacoli di seta
protendono le braccia
e la domanda accesa
dentro l’occhio cavo
mi arriva dentro l’occhio
sempre la stessa
e non avrà risposta

Sono divenuti familiari
complici di scalate nell’abisso
L’orologio commenta questo imbuto
dove qualche volta c’infiliamo
per addestrarci a non sentire
il rumore ostinato del silenzio

Li vedo sparire nella doccia
ma l’acqua non bagna i loro corpi
non raggiunge la bocca
non diviene fontana
sembra che trascini i loro piedi
come un fiume infernale senza uscita
simile a quelli nella piana di Olimpia
un’estate lontana
nel clamore di un’assurda vittoria
purificammo il corpo nell’Alfeo
prima di naufragare nel profondo

.
Intorno a quel che intendo di poesia

Io non credo sia giusto
come tu asserivi
dolcissimo De Libero
nella casa al quartiere Flaminio
in una Roma ormai dimenticata
che la poesia può essere creata
solo coi ritagli
sfuggiti al macellaio

Del mio stile caotico parlavi
oscuro nel mare di parole
Ma io dovevo camminare quella strada
verso una meta di semplicità
ascoltando il magma informato
che dormiva dentro

Ricercare il volto dell’enigma
questo è per me la poesia
la risposta che non puoi trovare
la follia dello specchio
la musica il silenzio l’armonia
quella capacità di penetrare
il palazzo segreto
di colmare il distacco dalle stelle
la beata innocenza della luna

È l’angelo caduto la poesia
ma possiede l’orecchio del Signore
è il fanciullo che incendia
la tenebra infinita

È il custode del viaggio
il faro circolare
quella fatalità mai presagita
il lampo dell’aurora
è quella ingannevole storia
che vanamente e dolce ci possiede

Autoritratto in carta pergamena

Vieni a bruciare questo male oscuro
l’astuto tradimento dell’aurora
dèmone bianco ma dal volto oscuro
con dolcezza confondi la memoria

Fossilizzati nella tua dimora
i tentativi di ferire il muro
non fummo costruiti per la gloria
ch’è solo un’illusione del futuro

C’incontreremo a un varco desolato
voce che mi perseguiti al mattino
sarò di lancia di pistola armato

C’incontreremo forse in un giardino
il caso il sogno l’hanno disegnato
t’annienterò con l’occhio di bambino

Salvatore Martino in tralice

Salvatore Martino

Un racconto ascoltato a tarda notte

Il letto ora sembra più vuoto
l’odore del fumo nella stanza
Raccoglie a fatica
il libro aperto sopra il pavimento
Non ricorda se ieri l’ha sfogliato
sempre quel numero
sempre quella pagina
che porta una dedica sbiadita
Prende una sigaretta
non l’accende
quel gesto è l’immagine di lui
il sapore crudele della bocca

– Andrò a vivere altrove
lascio questa città
senza rimpianto
forse ti scriverò
se mai hanno senso le parole
è stato bello a volte –

Da allora non ha avuto sue notizie
si augura che sia un po’ felice
si saranno ingrigiti i suoi capelli
forse più consapevole lo sguardo

Come dimenticare la sua faccia
la forza delle mani
il corpo disegnato all’abbandono?
Il letto ora è più solo
il libro chiuso
sopra il pavimento
una dedica ancora più sbiadita

Tutto era bianco

Le macchie rapprese sui lenzuoli
un corpo levigato tra le braccia
l’inquietante risveglio dopo il sesso
un bacio rubato in un vagone
il respiro a mordere le labbra
a violare di sangue la saliva

Ho lasciato socchiusa la finestra
perché le ombre possano tornare
i gesti le parole
la bianca giovinezza

.
Autoritratto non finito

Questa maturità che oggi mi tiene
non ha trovato quello che cercava
il sogno liberato dall’angoscia
la parola di luce

Chissà se all’ultima fermata
incontrerò i frammenti del mio specchio
come in un gioco assurdo ricomposti
e avranno finalmente la mia faccia

Sulla porta ti aspetta un cavaliere

Questa sera che il tempo
asserragliato carcere discute
se concedermi l’atroce libertà
il respiro mi agghiaccia
dell’orbita spietata
del suo occhio cavo
che massacra
ogni mio tentativo di fuggire
Ordina ai clarinetti di trovarla
la variazione in sol minore
la sarabanda che mi cancellerà
Si affida ai contrabbassi
ai violoncelli soli
per colpirmi alla gola
per aprirmi nel petto una ferita

Ma la musica vince
disegna sul suo volto la sconfitta
forse soltanto una dilazione

La prossima giocata
la inventerai in uno scalo merci

in uno specchio che non ha memorie

roma Fayyum fratelli

Fayyum, ritratto di fratelli

Preghiera al limitar dell’alba

Salito a deturpare
con la luce l’inganno
astro che ragiona della notte
la magia del rimpianto
quella solare della cancellazione

Il dio non parla
nell’ambigua dimora
ogni vendetta sua è una speranza
ogni mia ribellione un obbedire

Treccia di neve liquefatta
mi chiami dall’oracolo perduto
a quale segno mi trascini?
Come vanificare il tradimento?

Vuoto artificio
che soccorri i naufraghi
astro gelato dei mattini
crocifero dell’ansia
col tuo mantello celi la paura
nella voce sicura fioriscono
tutti i tradimenti

Quando potremo sconfinare il mito
e consacrare al vento la saliva
come una cantilena di silenzi?

Vieni a confondere le menti
dèmone bianco
a circondare i passi dell’uscita

.
Ballata del cavaliere

Vieni a inquinare
il giardino ferito dalle rose
cavaliere smarrito senza lancia

Un ronzino scheletrico
la tua cavalcatura
un pronosticato fallimento

Avrai compagno il vento di grecale
il viaggio sarà verso l’oriente
solo un ragguaglio ti hanno suggerito
una crepa scavata nella faccia
la sparizione
senza lasciare traccia
di quello che non siamo

Contro la piccola trincea
la lancia acuminata del nemico
spera di annientare il soffio
l’alito la mente

non sa

è indifferente
lottare cedere o morire

Il giardino dei sentieri che si biforcano

Mi ritirai nel giardino
a scrivere poesia
per consegnare agli altri un labirinto
una mappa divorata dal tempo
che conducesse in un secondo altrove
Un giardino pensato all’italiana
un gioco di armonia
immagine speculare della vita
Mi ritirai a scrivere a poesia
ritornando bambino
in un sogno da un altro già sognato

Perché la fine del viaggio è ritornare
al punto esatto da dove sei partito
e saranno le rughe del tuo volto
la carta del disegno iniziale
a segnalare il punto dell’arrivo
la fanciulla che attende sulla porta

.
Viaggia con i serpenti della notte

Un altro ramo si è spezzato
un altro uccello è volato via
e io non so
dove il ramo sia caduto
verso quali orizzonti
l’uccello s’è involato

La vita è una carezza
la follia di credere al destino
è la gioia di crescere e morire
di ritornare al cerchio
e come una farfalla
scomparire

roma Fayyum femme 5

Fayyum, ritratto

Il messaggio dell’imperatore

L’avanguardia macedone avanzava
a fatica
dimenticato il clamore
dell’ultima battaglia

Cercavano Dario che fuggiva

All’estremo orizzonte
d’improvviso
appena visibile
poi sempre più vicino
quello che restava
dell’esercito persiano

E staccato da esso
ancora più lontano
un solitario carro trascinato
da due vacche ferite

Un anonimo soldato si avvicina
a quello che era stato
il Re dei Re
disteso e morente
il suo cane soltanto
lo guardava
Immagino che l’uomo
in un sacro silenzio
abbia accostato alle sue labbra
un bicchiere di vino
un ultimo segno di follia
e accarezzando il cane
nel gesto antico della fedeltà
abbia ascoltato
le ultime parole del sovrano

– Ti prego
di al tuo Re
che mi incontrasti
nell’ultimo bagliore della vita
ti prego
devi dire ad Alessandro
quando una sera di giugno lo vedrai
poi sempre più vicino
quello che restava
dell’esercito persiano

E staccato da esso
ancora più lontano
un solitario carro trascinato
da due vacche ferite

Un anonimo soldato si avvicina
a quello che era stato
il Re dei Re
disteso e morente
il suo cane soltanto
lo guardava

Immagino che l’uomo
in un sacro silenzio
abbia accostato alle sue labbra
un bicchiere di vino
un ultimo segno di follia
e accarezzando il cane
nel gesto antico della fedeltà
abbia ascoltato
le ultime parole del sovrano

– Ti prego
di al tuo Re
che mi incontrasti
nell’ultimo bagliore della vita
ti prego
devi dire ad Alessandro
quando una sera di giugno lo vedrai
disteso e morente a Babilonia
che il suo impero di sabbia
si scioglierà nell’acqua

Quello che fu il mio impero
ritroverà il passato splendore

Così nella mia morte
il mio sogno ritorna
nella sua discende nell’oblio –
Da “La metamorfosi del buio” (2009-2013)

Nel mio locus amoenus interrogando

I
E una farfalla grande
così rara nei nostri climi
azzurra maculata di rosso
volò ondeggiando
tra le camelie
e il muro giallo della casa
e non cercava fiori
certo appagata della sua libertà

Chissà
forse era la stessa che Elena
vide lungo le rive dell’Eurota
navigare sulla scorza di un albero
che si era scortecciato da solo
Anche lei creatura dell’aria
scivolava libera sull’acqua

Può darsi sia arrivata da me
traversando il mare
malgrado il vento e la bonaccia
risalendo il Tevere
fino al mio giardino

No

Quella farfalla nera
striata d’arancio
siede sulla riva del suo fiume
nell’attesa di ripetere
per l’ultima volta
quel viaggio impossibile e felice

II

Sdraiato sull’amàca
tra le due grandi querce
che a settentrione vegliano la casa
il calore del mio cane sul ventre
e il fischio lontanissimo
del treno della Nord
il telefono a portata di mano
un richiamo una voce che interrompe
questa solitudine voluta

Chissà perché mi viene in mente Aiace
in quell’ultima alba sopra il mare
e spera d’incontrare un uomo
e parlare con lui almeno un po’
prima di gettarsi sulla spada amica

e mi sorprende
il coraggio virile di affrontarla
quest’unica vita che ci è data

III
Immersi nel giallo
sotto un cielo velato col suo sole
un primo pomeriggio
che il terrore ci appare
un’ immagine lontana
quasi appartenesse ad altri
la scalata dell’ansia che c’insegue
perché crollate le difese
i dèmoni sotterrano
la lira del Cantore
che non trafigge quel buio
dall’assurda miniera delle anime
non mi trascina il corpo nella luce
IV

Come è volato in casa questo fiore?
Lo guardo che sembra un’orchidea
e allo stessa maniera lo coltivo
quasi lo fosse veramente
nel vaso ho messo una torba leggera
scaglie di corteccia
e nei giorni prefissati
uno specifico concime

L’ho custodito
al centro della mia finestra
perché la bacia soltanto
il sole del mattino

Che importa s’è venuto dal campo
se non ricorda tropici e foreste
portato qui dal vento
o chissà quale uccello
se come credo si svelerà un inganno

Così nel mio delirio
invento
che come la farfalla dell’Eurota
anch’esso sia quel fiore che Elena
mostrandosi quasi nuda sotto i pepli
sugli spalti di Ilio
mentre Achei e Troiani
avevano sospeso
la loro interminabile battaglia
per ammirarla nella sua bellezza
lascia cadere dalla bocca
con gesto di sublime degnazione
come il suo terzo fiore
il primo l’aveva lanciato dal seno
l’altro dai capelli
questo proprio dalla bocca
per rivelare
a quei guerrieri insensati
l’eterno sorriso della libertà

roma Fayyum donne romane

Fayyum ritratti di donne romane 120 – 140 d.C.

Il giovane bello si guarda nel suo stagno

In una delle Metamorfosi di Ovidio
la terza se ricordo bene
si narra di una ninfa
si chiamava Eco
che non parlava mai per prima
ripeteva la chiusa di una frase
lunghissima magari
Vide Narciso vagare per i campi
e se ne innamorò perdutamente
Seguiva di nascosto i suoi passi
lo spiava dietro un albero o un cespuglio
ma non poteva rivolgergli
per prima la parola
raccoglieva ogni suono
che usciva dalla sua bocca
lo trasformava in parole nuove

A Narciso capitava spesso
di perdere per strada i suoi compagni
C’ è forse qualcuno?
Ed Eco rispondeva- Qualcuno-
Stupito lascia vagare lo sguardo
da ogni parte gridando a gran voce
– Dove siete che ancora non venite?-
e la ninfa richiama al suo chiamare
– Venite –
Si gira di nuovo ma non viene nessuno
Perché fuggite? e lei ripete
le stesse parole appena dette
Ma Narciso è ingannato dallo scambio
che riverberano gli alberi e le pietre
Riuniamoci dice
E lei –Uniamoci – risponde

Esaltata da quello appena detto
esce dal bosco
e quasi l’abbraccia
in un volo di felicità
Narciso fugge come inorridito
e fuggendo le grida

Via quelle mani non toccarmi
meglio morire che concedermi a te 
Lei risponde soltanto
Cedermi a te

Forse anche noi siamo soltanto
un’eco del nostro pensiero
una frase incompiuta della nostra storia
un racconto narratoci una sera
mentre la luce cadeva in altra luce
e io morivo dal sonno
e diventavo un’eco di quelle parole
che giungevano vuote al mio sentire

Un’ eco chissà delle nostre gioie
un’allegoria dei nostri desideri
una spia implacabile
delle nostre speranze calpestate
l’illusione di vincere sul tempo
di sfuggire alla morte

 

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TRE POESIE di Salvatore Martino da “Cinquant’anni di poesia (1962-2013)” – Dimenticata stazione delle ombre, La visita, Quello che accade prima dell’alba con un Commento di Giorgio Linguaglossa

 Erich Eckel Il giorno di vetro 1913

Erich Eckel Il giorno di vetro 1913

 Salvatore Martino è nato a Cammarata, nel cuore più segreto della Sicilia, a mezza strada tra Palermo e Agrigento, il 16 gennaio del 1940. Attore e regista, vive in campagna nei pressi di Roma.

Ha pubblicato: Attraverso l’Assiria (1969), La fondazione di Ninive (1977), Commemorazione dei vivi (1979), Avanzare di ritorno (1984), La tredicesima fatica (1987), Il guardiano dei cobra (1992), Le città possedute dalla luna (1998), Libro della cancellazione (2004), Nella prigione azzurra del sonetto (2009), La metamorfosi del buio (2012). Nel 2015 esce l’opera completa del poeta in Cinquant’anni di poesia (1962-2013).

È direttore editoriale della rivista di Turismo e Cultura Belmondo. Dal 2002 al 2010  ha tenuto un laboratorio di scrittura  creativa poetica presso l’Università Roma Tre, e nel 2008 un Master presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli.

schimdtt, volti

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Commento di Giorgio Linguaglossa

Scrivevo a proposito del libro di Salvatore Martino Libro della Cancellazione Roma, Le Torri, 2004:

Il poeta siciliano Salvatore Martino, nato ad Agrigento nel 1940, fa parte di quella generazione di poeti che intorno agli anni Novanta ha percorso la strada di una ristrutturazione del discorso poetico. Per Martino, poeta eminentemente e modernamente lirico, la strada da seguire era quasi obbligata: la sliricizzazione della poesia e il tono understatement, il piano basso del linguaggio, con abbandono del terreno eminentemente novecentesco delle pratiche di «ironizzazione» del reale e di «supponenza» dell’io.

Con il senno del poi, possiamo guardare agli anni Novanta come un percorso ad ostacoli nel quale era già stata tracciata la direzione da seguire: una poesia «dopo l’età della lirica»: da alcuni ipotizzata come una sorta di generica poesia narrativa, da altri invece preconizzata come una ripresa dei modelli poetici novecenteschi rivisitati e opportunamente ristrutturati.

SCHMIDT-ROTTLUFF_Jahre

SCHMIDT-ROTTLUFF_Jahre

Clausura e restrizione, esperienza del limite e della soglia e conseguente angoscia di non poter attraversare la soglia della propria contemporaneità. È la problematica centrale attorno alla quale ruota la poesia di Salvatore Martino. Quello che si intende genericamente per poesia «moderna» è una sorta di «cancellazione», una sorta di tabula rasa che l’ultimissima poesia sembra volerci comunicare, in un contesto di eterna «belligeranza» (vedi la poesia «E lotteranno sempre l’angelo-dèmone e il bambino») e di ripiegamenti al privato, ad un privato depurato di ogni narcisismo cronachistico. Quanto a Salvatore Martino potremmo, fra tutti, citare l’esempio dei tre autoritratti («Autoritratto a punta secca», «Autoritratto su carta pergamena», «Autoritratto in sanguigna sopra carta di riso»), dove la ricerca ruota attorno alla condizione del soggetto che scrive il proprio autoritratto. È ancora possibile il ritratto? E l’autoritratto? È ancora possibile stabilire il binomio: ritratto-verità? È ancora possibile intendere lo spazio poetico come il luogo della verità? E, infine, l’ultima domanda: È ancora possibile lo spazio poetico? Ecco, il libro di Salvatore Martino tenta una risposta a tutte queste istanze. E già averlo tentato è motivo di grande considerazione. Innanzitutto il «viaggio», turisticamente attrezzato, politicamente computerizzato e stilisticamente standardizzato che oggi va di moda.

Salvatore Martino cinquantanni-di-poesia-1962-2013Perché sia chiaro che per Salvatore Martino chi parla di «viaggio» o è un laudatores tempore acti o è un furbo o un baro, un prestigiatore, un falsario che tenta di spacciare la moneta falsa del «viaggio» per quella vera con il ritratto, o meglio, l’autoritratto del poeta in effigie. La strada che Martino percorre è l’esoterismo, a metà tra il triviale e il sublime, che è la replica, in negativo, di «Oswald’s Restaurant» di Cattafi («la vermiglia rete che ci tiene») in una suite così ricca di cromatismi quale è Partenza da Greenwich, per non parlare di certo Cendrars, con le sue trasvolate oceaniche in altri continenti. Leggasi la poesia «Quella ragazza-dèa del Guatemala» ecco un colore che chiude, pur con la sua controllatissima tinteggiatura: «Ricordo una ragazza creola / nel bananeto presso Quiriguà / rideva imprecava si esibiva / contro una ciurma oscena d’individui / Non ho mai visto una bellezza uguale / perduta in un totale smarrimento». Mi sembra degno di nota che la serie intitolata «Dobbiamo imparare ad amare le nostre tenebre / anch’esse hanno bisogno dell’amore», consacrata più delle altre al dilatato sapore dell’avventura nel mondo fuori di casa, venga a culminare nella stanza di «Mi ricordo una notte in Amazzonia», àmbito circoscritto di per sé, cella senza confini, tempio della fantasia, continente della libertà fissato in una «sospensione temporale». Il tema del viaggio, paradigmatico e diaristico insieme, vi potrà far posto alla descrizione d’una temperie spirituale, ma più volentieri il perimetro formale sarà quello d’un luogo all’aperto, distante dalla stanza dove si svolge l’autoritratto del poeta. Fino alla sezione finale del libro, che così suona: «Alla radice al pozzo che risuona / alla dolce risacca torneremo / limpidamente oscuri d’ogni traccia», dove la borgesiana esibizione metaforica risulta ben orchestrata in contrappunto con una metessi metonimica. È la sezione forse più alta e concentrata del libro, il luogo dove si assembrano e si consumano tutte le linee di forza del libro. Esemplare è la poesia intitolata «Il messaggio dell’imperatore» dove il re dei re, il morente Dario sussurra disteso sul campo di battaglia, ad un soldato superstite, le parole che dovrà riferire all’orecchio del vincitore Alessandro il macedone. Forse, il senso ultimo della poesia di Salvatore Martino è questo: comunicare all’orecchio del lettore l’ultimo messaggio di una civiltà morente. L’ingresso nel Tramonto. Il libro della Cancellazione.

Ernst-Ludwig-Kirchner

Ernst-Ludwig-Kirchner

da Salvatore Martino da “Cinquant’anni di poesia (1962-2013)” Roma, Edizioni Progetto Cultura 2014 pp. 1008 € 25

 Dimenticata stazione delle ombre

La stazione sembrava abbandonata
al primo scivolare dei miei passi
ma la notte era tiepida d’estate
incatenava l’ansia e la paura
Non ricordo perché
mi trovavo in quel posto
se aspettavo qualcuno
o dovevo imbarcarmi
verso quale città non indovino

Sul marciapiede opposto
un uomo seguitava
in un andirivieni fastidioso
come di un carcerato nella sua cella

E non c’erano annunci di ritardi
e io dovevo prendere quel treno
e non dilazionare questo viaggio

D’un tratto l’uomo
fermò il suo andirivieni maniacale
guardandomi negli occhi
pronunciò con disprezzo il mio cognome

– Lei ha sbagliato orario
il suo treno arriverà più tardi
su questo mio binario
venga si fidi delle mie parole
e non abbia timore
la sua destinazione la conosco –

In preda ad una angoscia inesplicabile
scesi rapidamente
ma le scale non finivano mai
e quando mi sembrò
d’aver raggiunto il marciapiede
dove quell’uomo mi aspettava
ma i gradini seguitavano a crescere
come le cellule in tumulto
di una formazione cancerosa
Alla fine lo vidi
al fondo della scalinata
l’ambiguo sorriso sulla faccia
-Ecco! Sappia che questa
è la fine del suo viaggio
di sopra il treno sta fischiando
e al suo posto c’è un altro passeggero
che certamente le somiglia
e come lei
ha sognato il proprio viaggio
senza confine e meta
perch’ è lo stesso attendere o viaggiare
il treno esiste soltanto nel sogno
che entrambi avete già sognato
in un luogo senza ore e tormenti
in un domani che forse non vedrete
e il rifiuto di essere se stessi
è la più grande disperazione-

Quando tentai di colpirlo
era svanito
e compresi che io ero nel sogno
che l’altro stava sognando
e che lui apparteneva al sogno
che io sognavo
che la stazione e il sogno
concludevano entrambi
un tempo senza fine

da La metamorfosi del buio (2006-2012)

salvatore martino

salvatore martino

Quello che accade prima dell’alba

Non molto lontano da qui
uccisero mio padre
era un aprile senza alcun segno
della primavera
L’avevano sorpreso
mentre saliva le scale esterne
credo di travertino
che portavano al suo ufficio
forse io compivo tredici anni
si girò come per salutarmi
per dirmi ci vediamo più tardi
magari per andare allo stadio

Qualcuno fece fuoco
non compresi da dove
vidi la macchia rossa dilatarsi
dall’addome ai polmoni
e un rantolo prolungato si fissò sulla bocca
Io tentavo di gridare d’invocare aiuto
ma le labbra restavano serrate
in una sorta di disgusto doloroso
Cercai allora maldestramente
di girarlo sul fianco
per fargli volar via l’anima e il cuore
ma era troppo pesante
per i muscoli acerbi di un adolescente

Allora cominciai a carezzarlo
soffocando un sentimento di paura
dapprima sulla fronte
poi la mano discese sopra gli occhi
e con dolcezza
gli composi le palpebre e la bocca
adesso non ricordo se anche lo baciai

Poi d’improvviso comparve
non m’accorsi da dove
a sirene spiegate l’ambulanza
e senza che mi rendessi conto
il suo corpo non c’era più

Una mano che mi parve affettuosa
mi batteva la spalla
e mi parlava in una lingua
che afferravo appena
Di scatto mi girai un poliziotto
due braccia robuste mi stringevano
quasi in una morsa
-Non avere paura
nessuno ti farà del male
sei ancora minorenne
avrai un regolare processo
il carcere per te non sarà duro –

Parole confuse mi ronzavano alla testa
carcere minorile affidamento
parricida custodia
chissà che tragedia poverino
avvisare la madre
cosa diranno le sorelle?
una casa distrutta
ma perché lo avrà fatto?

Dunque ero io il colpevole
Io l’avevo ucciso
Gli avevo rubato la pistola
Forzando il cassetto della sua scrivania

Guardavo la folla il poliziotto
la macchina giù che mi aspettava
e non potevo piangere
annichilato dall’orrore
guardavo i gradini dove sostava il sangue
e il buco nel suo corpo s’ingrandiva
s’ingrandiva
fino a diventare
la stanza dove l’avevo ucciso
ed era insostenibile il suo sguardo
i suoi occhi grigi erano
diventati un monumento equestre
e il cavallo lanciato contro la mia faccia
e la sua cinghia di cuoio mi colpiva
mi colpiva
sui fianchi sul culo sulla schiena
Mi nascosi dapprima nell’armadio
poi sotto il che mi sembrò l’unica via d’uscita
ma lui mi minacciava
-Tanto uscirai da lì
Sono paziente aspetto
Ti coglierò per fame –

E dopo sulle scale esterne del suo ufficio
non intesi più nulla
soltanto un dolore insopportabile
fatto di fisico e di angoscia
un desiderio feroce di sparire
di cancellare ogni traccia
non solo del delitto
ma di ogni mia volontà
e finalmente cominciai a piangere
senza rumore
quasi con dolcezza
come se ogni grumo si sciogliesse

Era quell’alba di un disperato aprile
non un segno di primavera all’orizzonte
allontanai la faccia dai cuscini
fissai lo sguardo sulla mia finestra
e ritrovai le cose familiari
l’armadio il cassettone
la scrivania contro il muro
l’attaccapanni con i miei vestiti
Così da sveglio mi girai supino
sopra il mare che era la mia stanza
e ricordai
perfettamente ricordai

Era morto mio padre
un dicembre ormai solo memoria
disteso quietamente nel suo letto
mia madre e le sorelle lo vegliavano
ed io ero lontano
quando mi raggiunse la notizia
e riuscii a baciarlo soltanto
era già freddo
soltanto sulla fronte

Salvatore Martino

Salvatore Martino

La visita

Hanno aperto il cancello
senza rumore
qualcuno è salito
scivolando le scale
la porta spalancata
io fermo nel letto
tra incubo e delirio

non so dove suonavano le tre

A mezz’aria nel vuoto
nel buio introvabile della stanza
mi colpì quasi verde una luce
fluttuavano due occhi
se anche uno senza pupille e cavo

Poi come un fiato senza voce
il vento li ha dissolti
salirono altri occhi
gialli e rotondi come di felino
a fissare il mio capo
abbandonato al bianco

E questo tempo mi sembrò infinito

L’uomo era tornato
sussurrando al mio orecchio
parole inesistenti
ha strisciato al mio letto
soffiando sulla faccia

Il Compagno paventato da sempre?
L’Ospite o il nemico l’assassino?
L’Altro che dorme
nel fondo nel groviglio dei pensieri?
Senza lasciare traccia
anch’egli risucchiato dal vuoto

Un incubo soltanto un lurido vaneggiare
una lipotimia della ragione?
Ritorneranno a visitarmi questi occhi?
Si siederanno a bordo letto
come angeli a veglia della casa
aspettando un rantolo un singhiozzo
o forse come un branco di avvoltoi?

Si fermerà il metronomo del cuore
e nell’alba sterminata
quella notte in cui ciascuno fu tutti
e l’angoscia invadeva le finestre
come un segreto fiume
sarà nel ricordo
oscura e luminosa e senza fine

da La metamorfosi del buio (2006-2012)

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