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POESIE SCELTE di Faslli Haliti dalla ANTOLOGIA (1969-2004) EdiLet, 2015 a cura di Gëzim Hajdari Presentazione di  Gëzim Hajdari

Tirana scorcio urbano

Tirana scorcio urbano

dalla Introduzione di Gëzim Hajdari

Il poeta Faslli Haliti credeva come Majakovskij ed Esenin in un socialismo dal volto umano. I due poeti della Russia sovietica hanno cantato e sublimato con grande fervore, seppur per breve tempo, la rivoluzione bolscevica e il compagno Lenin. Sulle orme di Majakovskij e di Esenin iniziò il suo cammino poetico anche il giovane poeta albanese di Lushnje. Erano gli anni ’60 quando Haliti scriveva: «Per voi, Partito ed Enver Hoxha[1], noi dormiamo anche sul ghiaccio / per voi noi ci copriamo con lenzuola di neve». Il poeta di Lushnje ha amato molto nella sua gioventù i cantori della madre Russia e, dopo la tragica fine del comunismo nella sua Albania, Haliti diede la ‘colpa’ proprio ai suoi maestri sovietici perché aveva creduto ciecamente in loro. Così come Majakovskij ed Esenin, anche il poeta Haliti, pur in una dimensione assai diversa, rimase ‘vittima’ dell’utopia marxista, che fece decina di migliaia di morti in Albania seminando in tutto il Paese terrore, morti, sangue e distruzione di massa.

 Faslli esordisce nel panorama poetico albanese alla fine degli anni ’60. Proprio nel 1969 venne pubblicata la sua prima raccolta, Sot (Oggi). I suoi versi portano un nuovo respiro poetico nel panorama del realismo socialista, l’originalità, la sobrietà del pensiero, nonché un forte senso critico nei confronti della burocrazia del regime. Il suo linguaggio è lapidario e tagliente. L’intensità del verbo e la particolarità dello stile, fecero attirare l’attenzione dei lettori e della critica ufficiale. Questa silloge vinse il secondo premio nazionale per la poesia. Haliti è di origine contadina, e come tale, portava nei suoi testi la musicalità della campagna, le voci della vita e l’angoscia del vivere quotidiano. Profumi campestri, stagioni, colori, simboli e figure mitologiche percorrono la geografia del suo io poetico, come sfida alla retorica della cultura ufficiale del regime. Fermezza e ribellione convivono nel suo messaggio poetico.

Manifestazione a Tirana, 1990

Manifestazione a Tirana, 1990

 Alcuni suoi testi furono dei veri e propri «manifesti» che colpivano senza pietà il cuore della burocrazia del regime comunista. Si può dire che la parte più interessante della sua produzione, come per la maggior parte dei poeti del blocco sovietico, rimane quella scritta sotto la dittatura comunista, e non è un caso. Basterebbe Njeriu me kobure (L’uomo con la pistola) per capire la forza dei versi e l’impatto che questo testo ebbe sui lettori negli anni ’70. Questi i versi: «Lui aspetta che tiri vento / Non per vedere gli alberi spogli / Non per veder cadere le foglie gialle / Ma per far alzare il lembo della giacca / E far vedere la pistola nella cintola. / Lui aspetta che venga la primavera / Non per mietere e falciare / Ma per togliere la giacca / E far vedere sotto la giacca / La pistola[2]». Questo testo è stato giudicato sovversivo e revisionista, e aspramente criticato durante il IV° famigerato plenum del PCA, nel ’73. Che condannò in prigione decine di intellettuali e scrittori accusandoli di essere influenzati dall’arte borghese dell’Occidente.

Erano gli anni in cui la critica ufficiale insisteva perché nell’arte si rispecchiassero ancora maggiormente gli insegnamenti e le idee del Partito; gli anni della pianificazione della nuova estetica di Stato e dell’affermazione dell’uomo nuovo del socialismo, plasmato dal partito e forgiato sotto l’incudine della classe operaia e contadina; “l’uomo muscoloso e stakanovista” che vigila, giorno e notte, per difendere le vittorie e la patria dai nemici. Nelle opere letterarie, i temi esistenziali e metafisici, come per esempio il sentimento di oppressione e di incertezza quotidiana, erano proibiti. Persino le parole ‘amore’, ‘morte’, ‘buio’, ‘freddo’, ‘angoscia’ venivano considerate pericolose. Coloro che osarono rompere col ‘pesante silenzio’, che aveva cancellato memoria e sogni di libertà, lo pagarono a caro prezzo. Il valore di un’opera si misurava rispetto alla sua forza nel servire il partito, le masse e il socialismo reale. Lo slogan del “realismo socialista” era: «Il poeta dev’essere l’occhio, l’orecchio e la voce della classe», motto che proveniva ovviamente dalla letteratura madre dell’Unione Sovietica.

  Il terrore continuo e sistematico del regime nei confronti degli uomini di cultura soffocò gli spazi e l’energia della Parola. Sul palcoscenico insanguinato della poesia albanese si recitava la più fosca tragedia del tempo. Di fronte a questa tragedia umana, a questa oppressione costante, per sopravvivere spiritualmente e artisticamente i poeti rivolsero lo sguardo alle tradizioni e alla poesia del passato. Così la linfa della loro ispirazione diventò la tradizione orale e l’epica. Per sfuggire alla censura, Haliti si rivolge al mito e all’allegoria per esprimersi. La sua parola affonda le radici nel mito classico greco-latino per rileggere la realtà; la sua poesia divenne quasi un gioco fiabesco, in cui s’intrecciano il reale con il surreale. Ma i censori del regime vigilano, non si fanno sorprendere per fermare in tempo il poeta ribelle.

  La macchina inquisitoria di Hoxha praticava mille forme diverse di repressione per stritolare i “nemici della nazione” e del comunismo. All’occhio vigile dei guardiani del regime nulla poteva sfuggire. Decine di poeti e scrittori vennero allontanati, mandati nelle periferie o nelle campagne per la rieducazione ideologica. Certi furono imprigionati e i loro libri messi al bando. L’elenco dei poeti perseguitati dal regime è lungo e tragico. Le milizie di Enver Hoxha controllavano ogni angolo della vita culturale del Paese. Per il dittatore, lo scrittore era semplicemente uno strumento nelle mani del partito per l’educazione comunista del popolo, il braccio destro del potere: per questo si affermava che, in Albania, la letteratura era nata nel 1941 con la fondazione del Partito Comunista. Il marxismo divenne l’unico principio estetico della poesia e dell’arte.

besnik Mustafaj HoxaAl poeta Haliti venne tolto il diritto di pubblicare per 15 anni consecutivi: fu mandato in campagna per essere «rieducato», in quanto persona indesiderata dal Partito.

 Per diversi anni, pur essendo professore di italiano e di francese, lavora dietro il carro trainato dai buoi nella cooperativa agricola di Stato, a Fiershegan, provincia di Lushnje. Nessuno degli operai e dei contadini poteva rivolgergli la parola, perché egli era considerato dal Partito un “reazionario”.

      Il pretesto per colpire il poeta di Lushnje fu il poema Dielli dhe rrëkerat (Il sole e i ruscelli), pubblicato per la prima volta il 16 dicembre 1972 nel settimanale «Zëri i rinisë» (La Voce della gioventù). La sua apparizione nella rivista suscitò scalpore e indignazione tra gli alti dirigenti del PCA. Costoro organizzarono riunioni e dibattiti pubblici in cui sia il poema che l’autore vennero aspramente criticati. Secondo la censura, “Il sole e i ruscelli” era frutto di una confusione ideologica e politica del poeta che travisava la realtà socialista e il ruolo del Partito, minandone così l’unità con il proprio popolo. I primi versi del poema «Mentre il tetto della mia patria è celeste, ottimista. / Il tetto della mia casa è quello di una stamberga», divennero un pretesto per attaccare e denunciare l’autore. Haliti aveva osato troppo. Con un coraggio inaudito invita il popolo a spezzare “i denti alla burocrazia”. Cito: «Ordine / con il pugno della classe operaia / spezzate i denti / ai compagni. / Per spezzarli ci vogliono pietre / che non abbiamo[3]». I comunisti lo accusano di essere un poeta ribelle e anarchico, mentre i critici di Stato accostano i suoi testi a quelli dell’arte malata e decadente dell’Occidente. Haliti diventa un caso nazionale. Nel Paese si organizzano riunioni per denunciare il poema. I membri della Lega degli Scrittori si dividono in due: quelli che ammirano i versi del poeta e quelli che li disapprovano. Un gruppo di alunni del liceo della sua città natale, Lushnje, pubblica un articolo di denuncia sul giornale «Shkëndija» (La scintilla)[4], organo del PCA. Gli unici studenti che difesero con coraggio “Il sole e i ruscelli” furono Fatbardh Rustemi, Bujar Xhaferri e Tahsin Xh. Demiraj. Tahsin, dal ‘74 all’89, fu regista presso il teatro della città di Lushnje, ma venne licenziato su ordine del Partito. Per 15 anni lavorò in un’azienda di Durazzo che produceva materiali plastici. In una lettera Rustemi si rivolse a Enver Hoxha per protestare contro la condanna del poeta Haliti; Xhaferri, per difendere il suo poema, rischiò l’espulsione dal ginnasio. Per attaccare il poeta trentaseienne di Lushnje si mobilitarono anche le forze dell’ordine pubblico: il questore della città Zija Koçiu pubblicò un articolo sul giornale del partito del dittatore, «Zëri i Popullit» (La voce del popolo), in cui denunciava “l’opera reazionaria” del suo concittadino[5].

      L’eco di questa vicenda si diffuse in tutto il Paese. Piovvero critiche e denunce da varie città. Della vicenda si parlò anche al di fuori dell’Albania. A Parigi, nel 1974, il trimestrale albanese «Koha jonë» (Il nostro tempo) riportò il poema “Il sole e i ruscelli” e, nello stesso tempo, condannò la campagna denigratoria del PCA verso il poeta Haliti. Un anno più tardi, a Roma, Ernest Koliqi, nella  rivista che curava, «Shenjzat» (Le Pleiadi), conferma che «la voce di Haliti è stata soffocata dal Partito».

Tirana square

Tirana square

Nonostante tutto questo, il poeta ribelle di Lushnje non smette di scrivere. Con lo stesso coraggio pubblica altri testi contro la burocrazia, e altrettanto feroci: Djali i sekretarit (Il figlio del segretario), Unë dhe burokracia (Io e la burocrazia), Edipi (Edipo), e altri ancora. I testi di Haliti diventano oggetto di discussione persino nell’Olimpo del partito. Nel ‘73 Fiqrete Shehu, moglie del Premier Mehmet Shehu, critica la poesia Vetëshërbim (Fai da te) definendola «una poesia che non ha nulla a che vedere con l’arte rivoluzionaria»[6]. Un anno dopo, nella rivista «Rruga e Partisë» («Il percorso del Partito»), ella si esprime contro la poesia Njeriu me kobure (L’uomo con la pistola)[7]. Negli anni seguenti l’opera di Haliti verrà sempre censurata. Il Partito gli toglierà il diritto di pubblicare e lo spedirà a lavorare nei campi. Nel 1985, dopo 15 anni di silenzio forzato, egli riappare sulla scena culturale con la raccolta Mesazhe fushe (Messaggi di campagna). La lunga condanna al silenzio ha fatto pesare molto sul suo futuro e sul destino della sua poesia. La presentazione del nuovo libro avviene nel teatro della città. Doveva essere una festa, per il poeta, invece fu ancora una volta un processo vero e proprio. Rammento come oggi quel pomeriggio. Alla presentazione partecipava il segretario del Partito Comunista, Rudi Monari, il quale, insieme allo ”pseudo-poeta” M. Nezha, mise alla berlina il poeta e il suo nuovo libro. I testi che abbiamo scelto per il lettore italiano raccolgono il meglio del poeta, che va dal primo libro Sot (Oggi) 1969, fino alla raccolta Iku (Se n’è andato) 2004. La scelta di proporre questo poeta al lettore italiano, non è casuale ma fa parte di una missione culturale ben precisa, quella di costruire la memoria storica e culturale della mia Albania, come parte integrante della memoria della cultura europea. Faslli Haliti e Besnik Mustafaj (Leggenda della mia nascita, Edizione Ensemble 2012, cura e traduzione del sottoscritto), fanno parte di quei poeti che, pur vivendo e scrivendo sotto il canone del realismo socialista, sono riusciti a creare valori letterari di portata internazionale, che resistettero anche dopo il crollo della dittatura di Enver Hoxha, uno dei regimi sanguinari più spietati dell’Europa del secolo scorso.

[1] Enver Hoxha (1908-1985): il dittatore comunista

[2] In «Nëntori 4», pp. 154-159, Tiranë 1972.

[3] Idem.

[4] In «Shkëndija», Lushnje, 25.1.1973.

[5] In «Zëri i popullit», Tiranë, 2. 8. 973.

[6] In «Zëri i popullit», Tiranë, 26. 7. 1973.

[7] In« Revista Rruga e Partisë», Nr. 3. p. 41. Tiranë 1974.

Faslli Haliti copertinada OGGI / SOT  (1969)

UNË, MËSUESI I FSHATIT

Çaj baltrat e rrugës.
Çizmet mbyten e zhyten në baltë.
prapa, në llucë,
mbeten gjurmët e mia,
si mbresa të thella në trurin e rrugës,
mbeten gjurmët e çizmeve
të NISH-gomave-Durrës.

Eci.
Në kokë formula,
Konvencione,
Kryengritje fshatare,
Esklamacione dhe vargje poetësh
Dhe imazhi i vajzës brune,
Që prapa mbeti,
Kur mua më përcolli
Herët nga qyteti.

Futem në klasë.
Era shtyn xhamat me gjoks.
Nxënësit shikojnë çizmet e mia me baltë,
Pantallonat e mia zhytur në çizme,
Flokët e mi të qullur,
Që kullojnë,
Që varen teposhtë,
Si flokët e Senekës,
Shikojnë ditarin e lagur
Dhe supet qull të xhaketës.

Dhe lodhja më ikën, më zhduket pas kësaj,
Si balta që rrugëve thahet,
Si balta që zhduket në maj…

IO, INSEGNANTE DI CAMPAGNA

Affronto il fango della strada.
I miei stivali vi sprofondano.
dietro
restano le mie orme,
impresse nella memoria della strada,
orme di stivali di gomma di Durazzo.

Cammino.
Nella mente formule,
convenzioni,
ribellione di contadini,
esclamazioni e versi di poeti
e l’immagine di una fanciulla bruna,
che mi accompagnava
di buon’ora.

Entro in classe.
Il vento con furia colpisce i vetri
gli alunni scrutano i miei pantaloni,
e gli stivali infangati,
i miei capelli bagnati
che gocciolano
come i capelli di Seneca,
scrutano i miei quaderni,
e la giacca bagnata.

La stanchezza sparisce
come il fango dalle strade
nel mese di maggio.

Faslli Haliti con Gezim Hajdari

a destra: Faslli Haliti e Gezim Hajdari

ARDHJA E VJESHTËS

Mbi koka jeshile pemësh
Natyra derdhi bojë të verdhë,
Vjeshta krahët e artë
Mbi fusha i hodhi
Dhe kodrave lart.

Fytyrën pa vjeshta mbi pellgjet me ujë,
Flokrat bionde pakrehur, rrëmujë.
Shirat ardhjen e saj
E shpallën me gaz e me bujë.

Qielli si lodër vigane gjëmoi,
Krisën pushkë rrufetë,
Si pushkë gazmore në ditën e dasmës,
Në pritje të nuses që zbret.

ARRIVO DELL’AUTUNNO

Sulla fronte dei verdi alberi
la natura getta il mantello dorato,
con le ali d’oro copre l’autunno
la campagna
e la collina.

Sulle pozzanghere il volto dell’autunno
con i capelli biondi spettinati.
Le piogge con i tamburi proclamano
il suo arrivo.

Come in un gigante grancassa tuona il cielo,
i fulmini sparano come fucili gioiosi
nel giorno del matrimonio,
in attesa della sposa.

MIRAZHE HËNE

Hëna pluskonte në bardhësinë e një reje
si e verdhë veze.

Dhe unë fëmija i dikurshëm që kisha uri
zgjasja duart drejt vezës hënore,
reflekse hëne haja ndër gishtat e mi
netve të dëborta dimërore.

Hëna piqej në prushin e yjeve
si misërnike e verdhë,
djersë të verdha djersinte,
avuj buke përhapte në qiell.

Dhe unë fëmija që kisha uri
zgjasja duart, të thyeja një copë,
por hënën e hanin netët
dhe unë s’e haja dot!

MIRAGGI DI LUNA

La luna galleggia nel bianco di una nuvola
come il giallo dell’uovo.

Ed io bambino affamato di allora
tendevo le mani verso l’uovo lunare,
mangiavo riflessi lunari stretti tra le mie dita
nelle notti nevose invernali.

La luna lievitava nella brace delle stelle
come focaccia gialla di mais,
e profumo di pane,
diffondeva nel cielo.

Avevo fame,
tendevo le mani per spezzarne un boccone,
ma la luna veniva mangiata dalle notti
ed io non riuscivo ad averla!

Faslli Haliti

Faslli Haliti

LULE DHE FRUTA

Të gjitha lulet,
Të egra,
Të buta,
Luet i kanë të bukura.

Mos ubesoni lueve të bukura pa fruta!

TUTTI GLI ALBERI

Tutti gli alberi,
selvatici,
e domestici,
fioriscono.

Non credete ai bei fiori senza frutta!

TRASPARENCË

Nuk lulëzojnë lule të zeza
Mbi pemë,
Mbi pjeshkë,
Mbi lëndina.

Nuk i fut të zezë pranverës natyra.

(1982)

NON FIORISCONO FIORI NERI

Non fioriscono fiori neri
sugli alberi,
nei prati,
sui peschi,
nella pianura.

La primavera non mette il nero alla natura.

(1982)

UNË NUHAS PRANVERËN

Nyja, nyjen thërret.
Me rrezet paralele zgjaten kërcellët,
Blerimi hap syrin e gjelbër gjithë qejf.
Ujrat pranverorë buzëqeshnin të qeta,
Pemishteve pjeshka fustanin e purpur
Nis zbukuron me lulet e veta.

Nyja, nyjen thërret,
Zgjaten kërcellët,
Rrinë përpjetë.

ATTENDO LA PRIMAVERA

Le gemme chiamano l’un l’altra.
Come raggi paralleli crescono i ramoscelli,
il verde inverdisce sempre di più,
le acque primaverili scorrono tra le ombre,
nel giardino il pesco abbellisce di porpora,
il parto dei suoi fiori.

Le gemme chiamano l’un l’altra,
crescono i giunchi rigogliosi
verso l’alto.

Faslli Haliti

Faslli Haliti

da NON SO TACERE / S’DI TË HESHT (1997)

MIRAZHE HËNE

Hëna pluskonte në bardhësinë e një reje
si e verdhë veze.

Dhe unë fëmija i dikurshëm që kisha uri
zgjasja duart drejt vezës hënore,
reflekse hëne haja ndër gishtat e mi
netve të dëborta dimërore.

Hëna piqej në prushin e yjeve
si misërnike e verdhë,
djersë të verdha djersinte,
avuj buke përhapte në qiell.

Dhe unë fëmija që kisha uri
zgjasja duart, të thyeja një copë,
por hënën e hanin netët
dhe unë s’e haja dot!

MIRAGGI DI LUNA

La luna galleggia nel bianco di una nuvola
come il giallo dell’uovo.

Ed io bambino affamato di allora
tendevo le mani verso l’uovo lunare,
mangiavo riflessi lunari stretti tra le mie dita
nelle notti nevose invernali.

La luna lievitava nella brace delle stelle
come focaccia gialla di mais,
e profumo di pane,
diffondeva nel cielo.

Avevo fame,
tendevo le mani per spezzarne un boccone,
ma la luna veniva mangiata dalle notti
ed io non riuscivo ad averla!

da NON SO TACERE / S’DI TË HESHT  (1997)

NË FËMIJËRI

Kur shihja laureshën në kthetrat e skifterit,
E lemerisshme,
Tmerr.
Në vend të këngës së saj pranverore
Dëgjoja të qarat e saj tragjike në pranverë.

Dëshira ime është:
Të thyeja krahë skifterësh egërsisht.
Në fëmijëri,
Pa e ditur këshillën e xha Hygoit:
«Kush shëron krahun e skifterit
Përgjigjet për kthetrat e tij…»

Ç‘lemeri,
Ç‘tmerr,
Të dëgjoje të qarat tragjike të zogjve,
Dhe mos të t‘i thyeja krahët ty, skifter!

NELL’INFANZIA

Quando scorgevo l’allodola tra gli artigli del falco,
che terrore,
che orrore!
Al posto del suo canto primaverile
sentivo i suoi pianti tragici in primavera.

Il mio desiderio era
di spezzare ali di falchi crudelmente
nell’infanzia,
senza ascoltare il consiglio dello zio Hugo:
«Chi guarisce l’ala del falco
è responsabile dei suoi artigli…»

Che terrore!
Che orrore!
Sentire i pianti tragici delle allodole
e non spezzare le ali al falco!

Faslli Haliti

Faslli Haliti

NUSJA

Gjyshja pret që nusja të lindi djalë,
Gjyshi përfytyron një nip me emër trimi,
Babai dëshiron një bir të talentuar,
Inteligjent, mundësisht
Gjeni.

Nusja thur triko për një njeri.

(1984)

LA SPOSA

La nonna attende che la sposa partorisca un maschio
e sogna un nipote dal nome coraggioso,
il padre desidera un figlio di talento,
intelligente,
genio.

La sposa tesse una maglia per il figlio.

PRANVERË

Sythi shkrin dëborën me zjarrin e lules,
Lulja pohon pranverën,
Lidh frutin
Dhe bie me nderim.

Toka e pret me blerim.

(1984)

PRIMAVERA

La gemma fa sciogliere la neve con il fuoco del fiore,
il fiore annuncia la primavera,
si trasforma in frutto
e cade a terra con onore.

La terra inverdita lo accoglie.

(1984)

Gezim Hajdari

Gezim Hajdari

Gëzim Hajdari, è nato nel 1957, ad Hajdaraj (Lushnje), Albania, in una famiglia di ex proprietari terrieri, i cui beni sono stati confiscati durante la dittatura comunista di Enver Hoxha. Nel paese natale ha terminato le elementari, mentre ha frequentato le medie, il ginnasio e l’istituto superiore per ragionieri nella città di Lushnje. Si è laureato in Lettere Albanesi all’Università “A. Xhuvani” di Elbasan e in Lettere Moderne a “La Sapienza” di Roma.

In Albania ha svolto vari mestieri lavorando come operaio, guardia di campagna, magazziniere, ragioniere, operaio di bonifica, due anni come militare con gli ex-detenuti, insegnante di letteratura alle superiori dopo il crollo del regime comunista; mentre in Italia ha lavorato come pulitore di stalle, zappatore, manovale, aiuto tipografo. Attualmente vive di conferenze e lezioni presso l’università in Italia e all’estero dove si studia la sua opera.

Nell’inverno del 1991, Hajdari è tra i fondatori del Partito Democratico e del Partito Repubblicano della città di Lushnje, partiti d’opposizione, e viene eletto segretario provinciale per i repubblicani nella suddetta città. È cofondatore del settimanale di opposizione Ora e Fjalës, nel quale svolge la funzione di vice direttore. Allo stesso tempo scrive sul quotidiano nazionale Republika. Più tardi, nelle elezioni politiche del 1992, si presenta come candidato al parlamento nelle liste del PRA.

Nel corso della sua intensa attività di esponente politico e di giornalista d’opposizione, ha denunciato pubblicamente e ripetutamente i crimini, gli abusi, la corruzione e le speculazioni della vecchia nomenclatura di Hoxha e della più recente fase post-comunista. Anche per queste ragioni, a seguito di ripetute minacce subite, è stato costretto, nell’aprile del 1992, a fuggire dal proprio paese.

La sua attività letteraria si svolge all’insegna del bilinguismo, in albanese e in italiano. Ha tradotto vari autori. La sua poesia è stata tradotta in diverse lingue. È stato invitato a presentare la sua opera in vari paesi del mondo, ma non in Albania. Anzi, la sua opera, è stata ignorata cinicamente dalla mafia politica e culturale di Tirana.

È presidente del Centro Internazionale Eugenio Montale e cittadino onorario per meriti letterari della città di Frosinone.

Dirige la collana di poesia “Erranze” per l’editore Ensemble di Roma. È presidente onorarario della rivista internazionale on line “Patria Letteratura” (Roma), nonché membro del comitato internazionale della Revue électronique “Notos” dell’Université Paul-Valery, Montpellier 3. Considerato tra i maggiori poeti viventi, ha vinto numerosi premi letterari. Dal 1992, vive come esule in Italia. Le sue recenti pubblicazioni sono: I canti dei nizam, Besa 2012; Nur. Eresia e besa, Ensemble, 2012; Evviva il canto del villaggio comunista, Besa, 2013; Poesie scelte, Controluce, 2014 e Delta del tuo fiume, Ensemble, 2015.

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ANTOLOGIA DI POESIA (Estratto III) “Il rumore delle parole Poeti del Sud” (2015) Giuseppina Di Leo, Michele Arcangelo Firinu, Maria Grazia Insinga, Eugenio Lucrezi, Abele Longo, Marco Onofrio a cura di Giorgio Linguaglossa

Antologia Il rumore delle parole (2)Estratto (III) da ANTOLOGIA DI POESIA “Il rumore delle parole. Poeti del Sud” Giuseppina Di Leo, Michele Arcangelo Firinu, Maria Grazia Insinga, Eugenio Lucrezi, Abele Longo, Marco Onofrio a cura di Giorgio Linguaglossa Roma, EdiLet, 2015 pp. 280 € 18 

 

giuseppina di leo

giuseppina di leo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giuseppina Di Leo

A nonno Leonardo

Su materassi di paglia dormivo da bambina
accanto la voce amata. Su due piedi possibili
il tempo sosta in attesa fino all’ultimo,
un piolo per volta, fino alla lunga stanza;
il pavimento in cemento lo scorgevi infine,
proscenio della camera dalle due finestre.
E sulla scena, l’odore delle pesche sotto il letto.

*

[Le quattro pietre]

Le quattro pietre ancorate al mare sembrano sorelle,
quattro dita in tutto afferrano il mare. Così, se tu temi
la luce vorrebbe dire dover lasciare l’uscio chiuso per
troppo ancora. Rimanda la paura. A dopo. E intanto
siediti. Resta. Con un gesto del piede allontana dunque
il pensiero dalla fronte, troppi angoli mostra il prisma,
troppi colori conta l’arcobaleno, nel sole i raggi,
tanti quanti i visi. Lontano dagli sguardi serba il seme
per piantarlo all’uso del lunario, e di quel che resta
a me basterà l’odore delle cotogne e della paglia.

*

L’uomo onda

All’inizio fu il silenzio e la terra era feconda
foreste lussureggianti racchiudevano suoni di vento
e nel mare era nascosta la voce profonda di un amore
sarebbe arrivato sulla riva nelle vesti di uomo scolpito
dal flusso delle onde, sarebbe salito sulla parte alta
e avrebbe poi urlato al silenzio il suo segreto.

«Dalle tasche del mare altri suoni arriveranno», disse al giovane fiore
e così parlando pensò lo avrebbe colto nel sonno di un’estasi.
«Si giunge lontano stando fermi», gli rispose allora il fiore
«nessuno tra noi due sa chi per primo cederà il suo stelo
al vento». Non si sa se fu lo stato di paura, irrazionale quanto basta
foriero e preannuncio di ogni altro eco terrifico a portarlo via
ma a quel dire colpì dapprima la terra sollevandola
con le mani aperte rivoltò più volte la zolla, afferrò poi
il bastone potente del comando e percosse con quello
stelo a stelo ogni singolo filo d’erba; ogni singolo gambo
si abbassò diventando tutt’uno con la terra
afferrò nuovamente con due mani la spada
l’elsa della forza lo istigò a tracciare scavi profondi nelle viscere
la terra rimasticava le sue radici d’oro e la farfalla si tramontò
in bruco e il bruco in terra, mentre l’uomo continuava a far
marcire nel sonno il silenzio prezioso di un tempo. La parola attesa
si trasformò in bestemmia, la bestemmia in rancore
fino a quando il fiore del silenzio si aperse in rosa di sangue
con due ali sui fianchi scese nell’imbuto del tempo
fino a che insieme al tempo non si squarciò il dolore.

 

Michele Arcangelo Firinu

Michele Arcangelo Firinu

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Michele Arcangelo Firinu

a mia figlia Eleonora

Come usignolo, che becchetta il globo,
va razzolando chiccoli di grano,
così i miei occhi tremano inesausti
su troppi temi e testi
e mi avveleno delle carte sparse
e plastiche e fosfeni;
il mondo è troppo ricco e misero
ma io vorrei licheni
sulle palpebre, che ormai si fanno pietra
e io statua di sale,
granito
nel deserto
*
Più che le umane amai
le chiacchiere dei venti
che ridono dei templi sgretolando,
coi trapani dei grilli,
nelle statue i sorrisi, labbri e nasi.
E i muschi si sommano ai licheni tra le scaglie
di pinne bicaudate.
Mirabile monstrum!
Si va su ali di sirena,
tra castagni e querci.
Dorme un dono di bimba
e partorisce un sogno:
due leoni di pietra
che van cantando me, che son
Passato
Padre mio

 

(In memoria)

Avevo non so più quale
ragione di poesia,
padre mio, ora non so più quale,
se i pensieri s’inseguono nel tempo:
bucano il tempo, i tempi,
e una strana ragione
corre a riordinare
fili interrotti di pensieri:
incompiuto ordito della trama
del tempo già intessuto, ed ora liso,
trasognato e sognato:
i miei fili confusi
annodati a inglobare altri tempi:
i tuoi come miei, come gli altri
degli altri: come i tempi di tutti:
come tutti i tempi dei tempi rovesciati
nella ristretta lana del mio lacerto di tempo:
come una poesia che rifila gli enigmi:
le infinite trame dei tempi
nel buco della trama
in cui mi perdo: tremando
alla tua morte:
alla mia morte:
come a un buio
che fa ammenda di stelle.

maria grazia insinga

maria grazia insinga

Maria Grazia Insinga

[Nascita]

Nulla di poetico da segnalare:
sempre dall’inizio nella rimessa del mondo nel mondo
da un armadio appeso schiantano vestiti
e sospesa la camera in un lampo si iberna.
Cibarti – cibarmi – di me l’unico fuoco.

*

Tra le costole scorre via il nome.
Ne convengo: è morto. Sta un passo oltre.
Prima che io arrivi. Prima di voler andar via.
Asincronica affinità con la morte il mio povero nome!
E tu, per suo nome affondi la lingua. Tengo serrati
i denti sul rigoglio bachiano. Poi, disinfetto.
Disinfetto questa purezza così tecnicamente dolce
questa purezza antropizzata, per semplificare il male.
Metterlo alla porta. Ma è un incendio.

*

Al risveglio eravamo mostri in cima al mondo
affinché da lì fossimo scagliati come pietre
– avvolgi il sasso nella carta cesserà di battere
dappertutto assorella forbici a carta e carne
s’impallidirà bellezza – e al risveglio eravamo morti e non
è bastato lanciare quattro modanature
imperite sul marmo rosso imprestato ai dirupi a
fianco delle cave raccogliendo il quinto sasso non
recuperavo in aria gli altri piccoli marmi di
perfezione lingua di balena senza linguaggio da
consumare e non credo più o meno di quanto io non
creda rido di me e non riesco a credere come
io abbia potuto credere più o meno di quanto
io non avrei mai dovuto credere
hai dimenticato Orcaferone morte
immortale che il sasso batte dappertutto e io
sono un mare di giardini d’aranciare.

abele longo

abele longo

Abele Longo

Terra di nessuno

Non ricordo chi per primo
parlò di quel pezzo di terra
pietraia non lontana dalla cappella

Forse era della Chiesa
ma non lo chiedemmo al prete
o di qualcuno andato in Svizzera
e mai più tornato

Ci lasciammo una lavatrice arrugginita
seguirono altri elettrodomestici
materassi sventrati
pile di rifiuti che vedevamo
portando in spalla il santo alla cappella

Se nei meriggi d’estate
succedeva di passare
non potevamo non notare
come le cicale frinissero
quasi a coprire il silenzio
di quella terra di nessuno

.
Mappe

In una terra senza corsi d’acqua
m’inventai un ruscello dietro casa

Vennero in missione punitiva
raccontare balle non stava bene
ma se ne stettero ad ascoltarmi
e fumammo le nazionali

Parliamo ora di equilibrio
ma l’ascolto è gutturale
ha bisogno del vivavoce
ogni gioia si accomoda come
la tristezza all’odore della pioggia

Fermi tra un treno e l’altro
propositi e pensieri
a perderci è la vista
lo spazio oltre lo schermo

Molto meglio il libro delle letture
piccoli neri persi nella giungla

Il sussidiario dice
che ci inghiottirà il mare
e man mano che la cartina scende
spariscono i nostri nomi

eugenio lucrezi con la moglie paola nasti

eugenio lucrezi con la moglie paola nasti

 Eugenio Lucrezi

Guardare da lontano chi è vicino, guardare da vicino chi è lontano
Festa di compleanno

a Francesco Maria

.
Stordente come tutto ciò che torna
per volte numerose e persuase
nel punto dell’arrivo, alla partenza,
abile come so che siamo,
che sono e che sei,
all’esercizio della morte, del solo
abito che ci sta bene, arriva l’anteprima
che ride e che ci abbraccia, senza posa.
Ho fatto festa solo, da lontano,
tenendo tutti gli attimi per mano,
tutti i respiri tirati con le briglie,
ed il rumore che si tuffava cieco, beato,
nel buio del ristoro, in fondo a tutto.
O vita, vita, sonora eco e ricanto,
appena lascio il buio sento chiara
la voce cristallina dell’altro me
che mi segue e mi chiama, infante
del trabocco, ingenuo canto.
Tra il basso e l’alto, misuratore di spazi,
tu tutti li riempi, nato da poco,
esperto e trapassato, occupato da voci,
appena nato.

Fratelli

a Bernardo Kelz

.
La fratellanza aggiunge alla rinfusa,
se fosti tolto fu per dare terra
a una nuova radice, non fa niente
se la voce che parla dice forte
di stare al posto tuo. Qui, riparato
da te, il vento mi travolge. Abilitato
dal debito degli anni, prendo tempo,
convoco folle nuove al tuo cospetto.
Ma dare non è un dono, è la ventura
di chi nell’ecatombe chiude gli occhi.
Il tempo che mi prendo non mi è dato
da te, solo sfiorato nell’oscuro
dei sangui e delle lacrime. Nessuno
volle unirci nell’abbraccio. Ciascuno
per l’altro inconosciuto. Poco meno
di Dio, praticamente.

Marco Onofrio e Aldo Onorati

Marco Onofrio e Aldo Onorati sullo sfondo

 Marco Onofrio

Anatomia

È vuoto, il corpo del pianeta
in fondo al cosmo. Pare
l’anatomia dell’argine, la forma
invisibile e presente
da esplorare
nel rovescio nostro: ci tiene
e contiene, dal caderci dentro
come l’aria che aderisce
a quel che siamo.

Il respiro abita, materia
dove la luce crepa di salute
ma ci inocula una rara
malattia.

Lievita la terra come il pane
che mastico sapendo ogni boccone
mentre arranco sulle rapide
a sghimbescio: appeso
ai fili del silenzio, il cielo
diverso ogni volta che lo guardo
mi apre un grande buco
sotto i piedi. E inutilmente
corro, sono stanco.

Sera di giugno

Eccomi, sono arrivato. Tremo
di gioia fino ai bordi dell’estate
ancora nuovamente innamorato
dinanzi a una bellezza così pura.

Oh estasi, infinità sognante!
Profonda limpidezza della vita.

Scie d’azzurro viola nel gran blu
scavano gallerie nel sole:
isole, sulle foglie larghe
della tua magnolia.

Ondeggia – crisoberillo – il manto
luminoso della sera.
La ragazza si prepara per
il ballo. Annoda il tappeto del tempo:
ora dopo ora si fa storia.
Tra poco sarà notte.

C’è del pulviscolo che rotea lento
dentro i raggi obliqui:
vaga per l’aria tenera
giallo d’opale e amaranto
l’oro misterioso verderame
il dolce incanto…
e il cielo, gonfio, s’introna
con gli uccelli a frotte:
cupa spelonca purpurea
lucido reame
spento dal suo ultimo bagliore…

Ecco, i colori lasciano le cose.
Un altro giorno muore.

La stella dell’alieno

«Se potessi andare lassù
su quella stella!»
mi dici trasognando in un sospiro.
Come fosse un luogo più degno,
più bello o straordinario
del gabinetto rotto di casa tua
e non fosse già un miracolo
che esistiamo, che pensiamo
e possiamo parlarne.
Anche qui, quaggiù, è universo:
nel posto che ti sembra più banale
nel giorno più imperfetto del dolore.
È questa la stella, su cui l’alieno
vedendola brillare da lontano
sogna di arrivare!

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