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QUATTRO POESIE di Giorgio Linguaglossa da “Blumenbilder (Natura morta con fiori)” [2013] Commenti di Letizia Leone e di Navìo Celese(pseud. Luigi Manzi)

Bartolomeo Veneziano Lucrezia (Borgia) in décolleté

Bartolomeo Veneziano Lucrezia (Borgia) in décolleté

 Giorgio Linguaglossa è nato a Istanbul nel 1949 e vive e Roma. Nel 1992 pubblica Uccelli e nel 2000 Paradiso. Ha tradotto poeti inglesi, francesi e tedeschi. Nel 1993 fonda il quadrimestrale di letteratura «Poiesis» che dal 1997 dirigerà fino al 2005. Nel 1995 firma, Giuseppe Pedota, Lisa Stace, Maria Rosaria Madonna e Giorgia Stecher il «Manifesto della Nuova Poesia Metafisica», pubblicato sul n. 7 di «Poiesis». È del 2002 Appunti Critici – La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte. Nel 2005 pubblica il romanzo breve Ventiquattro tamponamenti prima di andare in ufficio. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesia La Belligeranza del Tramonto. Nel 2007 pubblica Il minimalismo, ovvero il tentato omicidio della poesia in «Atti del Convegno: È morto il Novecento? Rileggiamo un secolo», Passigli, Firenze. Nel 2010 escono La Nuova Poesia Modernista Italiana (1980 – 2010) EdiLet, Roma, e il romanzo Ponzio PilatoMimesis, Milano Nel 2011, sempre per le edizioni EdiLet di Roma pubblica il saggio Dalla lirica al discorso poetico. Storia della Poesia italiana 1945 – 2010. Nel 2013 escono il libro di poesia Blumenbilder (natura morta con fiori), Passigli, Firenze, e il saggio critico Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (2000 – 2013), Società Editrice Fiorentina, Firenze. Ha fondato il blog lombradelleparole.wordpress.com e-mail: glinguaglossa.@gmail.com

 da Giorgio Linguaglossa Blumenbilder (Natura morta con fiori) Passigli, 2013 pp. 90 € 12

venezia 5*

Rugiada. Nella lastra gelatinosa
della fotografia è entrato un bosco
pieno di foglie… hai ripreso a respirare
come il profilo di Simonetta Vespucci!
all’orizzonte, dietro il tuo ritratto,
s’intravedono uomini armati che
scherniscono un prigioniero con le mani
legate che sostiene una croce;
una folla di pellegrini e pastori
li seguono; più oltre non posso gettare
lo sguardo: il limite esterno rivela
la cornice – la storia disegna il teatro
del mondo, sopprime le comparse
inutili e resuscita i fantasmi –
ma noi, dietro il diaframma, enigmatici…
il mio ritratto osserva il volto
del tuo ritratto; due parvenze, o due essenze!
stormiscono gli alberi; un lieve vento
inanella i tuoi capelli; tu sorridi
come la vittima al carnefice; sei sola
nella tua casa veneziana, slacci
il busto e ti avvicini alla mia ombra;
una farfalla si arresta sul tuo gomito
e tu sorridi fra i tre alberi in fiore
e i tre ritratti…
in una piega del tuo volto abita una stella.
dietro la parete vi sono tre vascelli
idrocaedro invisibile che non hai mai
visto; ma tu sospetti… e aspetti
che da una fessura esca uno stormo di uccelli
e una nuvola di anelli…

ma noi, dietro il diaframma, prismatici

*

… forse ci siamo incontrati in un budello
di Istanbul – io ero il portantino e tu
la regina assira distesa sulle mie spalle
rigonfia di perle e altezzosità… forse
siamo stati catturati nel tranello
di Abu Talal, il sultano celeste, prigionieri
del suo celeste gineceo… forse siamo
entrati nel mantello di Samelech
il diavolo dalle quattro corna e sbucati
in una notte di luna piena a Taskent
soldati del crudele emiro turco… forse
siamo lèmuri di disertori sgozzati
per ordine dello scià di Persia, dopo
una notte di orgia, nel cortile della
prigione al rullo dei tamburi… forse
siamo saltatori di Marrakesch, defunti
dopo un triplo salto mortale: le mie
mani non hanno agganciato le tue tese
allo spasimo… siamo i domatori
delle tigri del Bengala, belli come dèi,
strangolati dalla nostra impari audacia,
o contorsionisti cinesi dalla strabiliante
flessuosità che irridono il rozzo pubblico
bulgaro in un circo della lontana provincia
dell’imperatore…
forse siamo illusionisti della notte,
brilliamo come fari nella tenebra

Lorenzo Lippi Allegorie della simulazione

Lorenzo Lippi Allegorie della simulazione

* …

è probabile che ci siamo incontrati
in qualche hall d’albergo di terza categoria,
tu facevi la ballerina ed io
il perdigiorno…
o alla biglietteria di qualche aeroporto:
Santa Fè, Lisbona, Madrid, alla fine o all’inizio
di una tournée, oppure in una latrina di Mogadiscio
al termine di una soirée…
sono indizi che mi tornano alla memoria
ora che ti rivedo in un ritratto
che forse ti assomiglia…
forse progettammo di prendere un tè
in un bar di sottoripa, a Venezia; dovevamo
essere in tre: io il tuo doppio e te;
sì, il tuo doppio! che adesso si vendica
della tua esistenza!
Eravamo drasticamente giovani
questo lo rammento – quanto al resto
non mi dà tormento la stanza sprangata,
ha l’odore d’un vassoio di crisantemi…
ti sei seppellita con le tue mani
in un cunicolo dell’oblio… «ma perché?»
– mi chiedo – «perché?»
saggiamente, sono rimasto a debita distanza,
la memoria è una stanza chiusa
dove non si entra senza bussare…
dovremmo essere in due a chiedere
il permesso…
ma questo il fato non l’ha concesso

*

Dalla prospettiva isometrica dell’aria
guardo il ragno dodecapodo che risale
il margine ove dormi. Il tuo argine,
la sponda che ti raggriccia alla vita,
la sonda lasciata nell’adipocera
il sigillo nascosto nel cronometro.
Acrostòlio e termometro dell’esilio.
…………………………………..
Rammento il tuo olofrastico ritegno.
Il libro di poesie aperto come un pegno
alla sorte, la farfalla di Dinard,
Dora Markus, e non v’era bufera o segno
di ventura, né stetoscopio per ascoltarti
il cuore. Le tue mani accese dal
fiore di aconito e di belladonna così
singolari da rammentarmi le manette.
Rammento il tuo teocratico disdegno.
Vincere le barriere, essere come l’aria!
Oh, il ragno improvviso che risaliva
la tua guancia… il cammeo appeso al collo…
…………………………………………
Per chi guarda con un occhio centrale
dallo spioncino di un oblò, il reale
appare tradire il principio di costanza
il malessere quieto dell’esistenza,
l’abisso di là dal gradiente terminale…

particolare dei volti

particolare dei volti

Commento di Letizia Leone

Giorgio Linguaglossa lo dichiara già dal primo verso, in una sorta di protasi implicita nel senso delle parole assolute e metaforiche che aprono il libro, «Rugiada. Nella lastra gelatinosa / della fotografia è entrato un bosco pieno di foglie…hai ripreso a respirare»; come un poeta classico, mette subito le carte in tavola e dice chiaramente che questo poema è un modo di “guardare-attraverso”, in una doppia e tripla rifrazione di specchi. Il primo specchio potrebbe essere addirittura la goccia di rugiada (la prima parola isolata dal punto e gravata da una sua obsolescenza poetica), convocazione quasi favolistica e provocatoria di aurore primordiali, per poi ricollocare la visione in una modalità di percezione contemporanea, «dentro la lastra gelatinosa di una fotografia», o schermo liquido che sia. Questo il nostro sguardo oggi, la nostra realtà, graduata da un filtro: «Noi dietro il diaframma»:

ma noi, dietro il diaframma, enigmatici… il mio ritratto osserva il volto del tuo ritratto;

E la Storia di mezzo. Si, ma storia malinconica di Arte e Bellezza e dunque lente d’ingrandimento luminosa, a voler suggerire, nonostante tutto, che la nostra carne umana è ormai impastata nel colore della Pittura, nelle parole di Shakespeare, nei gesti di Ofelia o di Fidia che leviga il marmo. Nonostante la grande dimenticanza di una tradizione messa in rovina. Linguaglossa con una poesia raffinata e colta è qui a ribadircelo che la bellezza è vivo accadimento degli occhi e del cuore: «…hai ripreso a respirare/come il profilo di Simonetta Vespucci». Innumerevoli fantasmi artistici, alter ego, angeli e demoni, si aggirano e si specchiano in queste sontuose stanze gravate da un incantesimo saturnino tra gli emblemi e i correlativi di un tempo defunto. E siamo trascinati dalla forza poetica di un moderno gongorismo in paesaggi di drastica lussuria, risucchiati dentro i quadri del tempo appesi alle «pareti infernali»,

acclamiamo le virtù del paesaggio: stemmi, stendardi, bandiere dal tortile profilo, spadini che feriscono Balena a tratti lo sgomento di un «io» rapito dentro l’ambiguità di una percezione in bilico tra sonno e veglia, sogno decadente o allucinazione del tempo. «Sono io me stesso? -Io mi travesto a me stesso», come nella «Commedia degli errori» di Shakespeare io sono qui: lo spadino che scintilla cinto alla vita come un catetere… …Ero bello ma mi arrestai sull’orlo di un pensiero quando lo spadino mi ferì alla gola / io non sono. Io ero.

helmut newton modella che fuma

helmut newton modella che fuma

Vocazione barocca in questa proliferazione di immagini rare e preziose, in questa spirale regressiva in tanta «materia culturale remota», e per citare il Graciàn, «le cose rare sono immortali». La metafora dello specchio, in tutte le sue varianti fonda l’economia della narrazione poetica, sebbene poi la narrazione proceda per inquadrature iconiche in un «montaggio fascinatorio» sotteso dalla logica ferrea del pensare per immagini. Quella potenza immaginativa che Henry Corbin chiamò himma nel suo studio su Ibn ‘Arabī: «questa potenza del cuore è espressa in modo specifico dalla parola himma, un termine al cui contenuto si avvicina forse più di ogni altra la parola greca enthymesis, che designa l’atto del meditare, concepire, immaginare, progettare, desiderare ardentemente: cioè avere una cosa presente nel thymos, che è forza vitale, anima, cuore, intenzione, pensiero, desiderio…». La stessa potenza di rendere reali i propri fantasmi, le figurazioni dei sogni, le maschere del grande teatro della memoria. Di conseguenza una ricca nominazione di strumenti per la visualizzazione attraversa tutto il libro, a volte anche in cadenza anaforica: cornice che abbaglia, diaframma, spioncino dell’oblò, fotogrammi, vetrate screziate e specchi ustori, arricchita da un’oggettistica di richiamo, clessidre, orecchini brillanti, vaso di vetro e quadrante, monocolo e dagherrotipo ecc. Sebbene il motivo dello specchio sia generatore di effetti illusori e ingannevoli, come se leggendo camminassimo sull’orlo di un precipizio, sul muro in rovina rifratto da un caleidoscopio, accecati nella visione dei mille riflessi sgargianti di luce e di tenebre. Lo spirito di Eliot, tra i tanti evocati in queste pagine, aleggia e fosforeggia: puntellare le rovine con i frammenti della Poesia. Linguaglossa con le sue poesie ci concede un ultimo giro di walzer:

…oh, la veste sfarzosa cui seguivano i tuoi passi rutilanti e il valzer notturno di Chopin…

(…)…la tua veste di raso cremisi ondeggia come il volo di Iris l’uccello di fuoco… (…) il tuo minuto piedino accenna un’aria di minuetto

…i tuoi lenti passi sono una danza macabra di cigno, volteggia il tuo azzurro guardinfante sul giallo bosco autunnale… Allora se la Bellezza forse è il vizio cardinale / maschera da teatro, ciarpame dozzinale, questi lemuri aristocratici e galanti con passo leggero scrivono nell’aria una danza, e noi con loro ad affollare la lussuosa festa funebre, prima che tutte queste nostre rovine franino definitivamente in deserto.

(Letizia Leone)

venezia balloCommento di Navìo Celese (pseud. Luigi Manzi)

Blumenbilder mette sotto assedio il concetto di realtà, lo sospinge giustamente nel limbo dei “falsi problemi”. Nel libro si entra attraverso una vorticosa galleria degli specchi (l’occhio con il quale ti guardo è l’occhio/ con il quale tu mi guardi); o una sequenza di fotogrammi labirintici, più irreali della nebbia gelata, in cui spazio e tempo si avvolgono su se stessi, come nel nastro di Möbius. Il lettore incauto si ritrova diffratto dietro prismi e diaframmi. O addirittura sperso in una sequela di loculi occlusi, riverberati da cunicoli illusori. Avviene che, in Blumenbilder, i materiali (antropologici) della nostra cultura vengano utilizzati in un bricolage che ricompone e decompone – appunto – la realtà (l’ideale chincaglieria) e la metta in crisi: la renda fantasmatica nel momento stesso che viene asservita al poetico. Il lettore non può entrare che in ceppi, sottomesso e stordito dagli echi che s’infrangono sulle pareti, su fondali mobili e avvolgenti. La letteratura – l’arte in generale – viene riassemblata per frammenti memoriali ancora attuali e inquietanti. Nient’affatto vintage. Nel frattempo l’autore si è allontanato, eretto a pieno busto, in vedetta da un estremo punto di fuga (l’asse/ fagocitante ove si celebra il rito/ dell’oblio). Da lì egli guarda con un occhio centrale/ dallo spioncino di un oblò la minutaglia che si riflette in basso e si aggira come un ragno dodecapodo o un astruso ghirigoro di ofidi: (il reale che appare tradire il principio di costanza). L’autore ha abbandonato cinicamente il lettore al proprio destino, l’ha consegnato a una irrisolvibile antinomia; e da un lembo di galassia lo irride. Egli, infatti, come tutti i poeti, è un bugiardo. Blumenbilder è la dichiarazione di totale libertà del poeta, fino al visionarismo destrutturante e distruttivo. Fino alla dichiarazione che il reale non esiste, ma è appena un’accozzaglia babelica di figure mitiche, allegoriche; di ritratti che si accalcano, di singulti smembrati dalla memoria e dall’intelletto. A rimanere intatto, di volta in volta, è appena un oggetto inutile quanto coreografico: il «guardinfante» che nasconde e rende vieppiù seduttiva la nudità dell’essere. Anche la letteratura, la poesia più o meno recente, viene offerta al riuso. Lacerti di futurismo (pag. 48, per intero), stilemi barocchi (es. pgg. 64, 66); tentazioni gotiche (pg. 35); Mallarmé, Eliot, Montale. Ovunque il mito; e poi musica di sottofondo, e pittura; senza la volta sovrastante di un pantheon; ma in cumuli disordinati dentro fondachi e latomie. Bazar. Tanta paccottiglia che diviene orpello di nobiltà: adatta a illuminare di splendori obliqui l’irrealtà: la tortuosa irrealtà che si esplica nelle ombre problematiche di chi scrive o di chi ascolta. La parola stessa è stata indotta a un accoppiamento incestuoso, per generare mostri. Ciascuna “parola” in Blumenbilder è ridotta alla propria autonomia significante; spesso viene aspirata come dalla cannula di un sontuoso quanto sensuoso narghilè, in un budello di Istanbul…

L’autore ora è fuori da Blumenbilder: ne è uscito scalando l’albero sciamanico che lo ha proiettato nello spazio libero, dopo un’immersione visionaria quanto allucinata allorché dichiara arrendevolmente: sapevamo che il nostro marciapiede/ non era il Sipario della Storia. Un “percorso poematico”, quindi, tutto d’un fiato. Liberatorio. Il ritmo versale ha sostenuto l’escursione ipnagogica, come il rullio assordante d’un tamburo – quasi un rumore cardiaco – fino all’estasi. Salvaguardando tuttavia l’inconfessabile. Poi, l’abbandono e la distanza. La consegna al lettore.

(Luigi Manzi) Roma 26 aprile 2013

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