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POESIE SCELTE del poeta indiano Vivek Tandon (1959) che vive a Calcutta, traduzione di Gabriella Kuferzin – “La forza della lingua inglese a macchia di leopardo” “L’inglese indianizzato di Vivek Tandon” Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa [Prima traduzione in italiano]

città Historische Halle mit Cloud Cities, Foto © Friedhelm Denkeler 2011.

Vivek Tandon è l’autore di Climbing the Spiral (poesie), pubblicato sotto la guida di Nissim Ezekiel e Dom Moraes.  Il suo libro Mappa di Mumbai di un cieco, un thriller per lettori dai 10 anni in su, è stato pubblicato da Scholastic India. L’autore premio Booker Prize Roddy Doyle (Paddy Clarke ah ah ah!) dice: “mi è piaciuto molto … La città, come luogo, come un mix, come una cosa caotica ma gloriosa, era molto ben descritta. E mi è piaciuto il finale. “

La sua opera teatrale Lo yoga del sesso, del matrimonio e dell’amore ha vinto il premio Wallace Charles. Vivek è stato selezionato dal Royal Court Theatre come drammaturgo per il loro prestigioso International Residency Programme a Londra.

Ha lavorato come attore a Mumbai, a Prithvi, NCPA Experimental ed in altri teatri, e canta con il famoso coro Paranjoti di Mumbai. Attualmente Vivek sta lavorando ad una sceneggiatura per un film così importante che forse non si farà mai…

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Ho conosciuto Vivek Tandon durante un incontro di poesia internazionale che si è tenuto a Calcutta il mese di gennaio del 2016, in uno scalcinato Hotel al centro di Calcutta, dove erano convenuti tantissimi poeti dell’India e dei paesi limitrofi oltre a una poetessa israeliana. Ero in compagnia di Steven Grieco-Rathgeb. Con grande fatica tentavo di capire il loro modo di parlare l’inglese così ricco di accenti e di suggestioni locali. Mi colpiva molto il loro modo di mangiare con le mani, tipico dei musulmani, e la magnifica sporcizia dappertutto, sontuosa e regale, compresi i piccoli scarafaggi della stanza e le scimmie che si arrampicavano fino al quinto piano dove ero alloggiato e che andavano a caccia della biancheria intima. Steven mi avvertì subito di non stendere le mutande di fuori al balcone perché me le avrebbero portate via le scimmie, evidentemente ghiotte di tali indumenti. Vivek parlava ad una velocità eccezionale, fermandosi di quando in quando come arrestato dalla Wehrmacht, e poi riprendeva il suo fiume di parole. Io oscillavo tramortito. E non si capacitava che non riuscissi a seguirlo a quella velocità infernale. Un giorno, mi porge delle sue poesie in inglese (misto a dialetto punjab) ed io ne rimango folgorato. Quella rapidità del suo eloquio era la medesima rapidità delle sue poesie. Velocissime, a zig zag, che andavano per frammenti, per interruzioni, claudicanti, stralunate, briose, bizzose, ariose che andavano a strappi e a inconseguenze semantiche e sintattiche. Ne restai folgorato, le diedi a Steven Grieco Rathgeb il quale assentì, dicendo che era incredibile come questo modo di scrivere oggi in auge nell’Occidente più evoluto e colto fosse presente anche lì, a Calcutta. Così mi presi la briga di farlo conoscere al pubblico italiano, e, tramite Flavio Almerighi, ho chiesto di farle tradurre da Gabriella Kuferzin. Il risultato mi sembra eccellente, anche per via della sontuosa difficoltà a tradurre un tipo di poesia intimamente intrisa di dialetto punjab e così scombiccherata da far venire i brividi di allergia. Per una poesia, l’ultima, mi sono cimentato io nella traduzione che, spero, i cultori dell’eloquio inglese mi perdoneranno.

Vivek è un poeta sui generis, non è affatto sperimentale come lo intendiamo noi in Italia, è semplicemente originale, ma non è la ricerca dell’originalità che lo fa poeta quanto il suo modo di essere indiano del Punjab nella lingua inglese; di qui le striature e le fenditure impresse alla lingua inglese e quell’ironia tipicamente indiana con tanto di deismo indiano. Si fa evidente qui la forza impressionante della lingua inglese, capace di adattarsi ai continenti più dissimili, il suo comportamento a macchia di leopardo, il suo sopravvivere a se stessa in ogni parte del mondo. La forza della poesia di Vivek Tandon è la forza del suo inglese indianizzato. A suo cospetto i tentativi di apparire originali degli autori italiani sa tanto di muffa di sagrestia e di chierichetti. La forza di una lingua non la può inventare un poeta, ma è la lingua stessa che ha quella forza, un poeta può al massimo prenderla in prestito.

Penso ai timidi tentativi dei parolieri italiani che tentano di fare poesia a far luogo dalla poesia edulcorata di un Sandro Penna o dallo sperimentalismo telefonato di un Edoardo Cacciatore.

Sono dell’idea che dopo questa lettura dovremmo rivedere i nostri mini canoni e i nostri mini calcoli poetici.

Vivek Tandon 11 sett. 2015

Vivek Tandon 11 sett. 2015

Poesie di Vivek Tandon

 Lungvaje, Chapter I

(With Appalgies to my rispactdd P’raantan)

i.
when i was little
i knew the meaning of ‘Sone peh Suhaaga’.
Only, i thought the actual words were,
‘Sone peh Suhaagraat’.

ii.
Once, visting raltvvs in chandigarh
They sat me in an armchair
For their afternoon’s antertainmant;
Gathering around me, they said
‘Chal! Hun Punjabi’ch gal karr’

iii.
ik Sampll:
“Oi vhutt! Ainvi!? Aahon, horrr… teh main kya …
Teh, I taell you! Oi!! Lae,
Bhencho! Ab baas karr!
Soun, smbhaall ke chalio,
Khyall rakhiyo, Bai Gaad!
O g’rantee ji … 100%. 120%. 200%!
TWO HANDRED PERCANT JI!”

iv.
“The three most frightening words in any language”,
said the Tamilian,
he heard when he went to a Punjabi frand’s house:
“Kha puttar; kha!”

Lungvaje, Capitolo I
(Con delle scuse al mio rispettabile P’raantan)

i.
quando ero piccolo
conoscevo il significato di ‘Sone peh Suhaaga’.
Solo pensavo che le parole esatte fossero
‘Sone peh Suhaagraat’.

ii.
Una volta, facendo visita a raltvvs a chandigarh
Mi hanno fatto sedere su di una poltrona
Per il loro divertimento pomeridiano;
Radunandosi intorno a me, dissero:
‘Chal! Hun Punjabi’ch gal karr’

iii.
ik Sampll:
“Oi vhutt! Ainvi!? Aahon, horrr… teh main kya …
Teh, ti dico! Oi!! Lae,
Bhencho! Ab baas karr!
Soun, smbhaall ke chalio,
Khyall rakhiyo, Bai Gaad!
Ti garantisco … 100%. 120%. 200%!
DUECENTO PER CENTO JI!”

iv.
“Le tre parole più spaventose in ogni lingua”
Disse il Tamil
Le ha sentite quando andò a casa di un amico Punjabi:
“Kha puttar; kha!”

v.
In the Paranjoti Choir, we sing
Brahms GERMAN REQUIEM:
Beethoven’s 9th
Handel.
The bawas and macs
think, I think
That I do the Germanic power rather well.
Unnanoo ki patta – Pnjaabi puttarr da paawrrr …
ROTTI! :D!

vi.
Inspiration suddenly struck me.
When asked, “parlez vous francais”?
“If cursse! Dafnitivment! Mais oui, vraiment, bien sur – seulement, d’un peu de la francais. Sans doute, d’accord! Veritevement, pardonnez moi?,
Peut-etre, un interesent combination de doute,
pas de deux, definetivement!
Alors! Absolutement!
Off course!

But I injaay fake Pnjaabi
More than fake franch!

vii.
Ammaji would tell earthy, hearty tales,
Slapping her thigh and going, “Horrrr!”
Sis told her what that meant in English.
Ammaji hooted,
thwacked her thigh harder than ever
and ever after
said “Horrrr”
louder and longer than ever …

viii.
ji
i injaay speaking Pnnjabbi:

v.
Nel coro Paranjoti, cantiamo
Brahms GERMAN REQUIEM:
La Nona di Beethoven
Handel.
I bawas ed i macs
Penso, io penso
Che faccio abbastanza bene il potere germanico.
Unnanoo ki patta – Pnjaabi puttarr da paawrrr …
ROTTI! :D!

vi.
Improvvisamente mi colpì l’ispirazione
Quando mi chiesero: “parlez vous francais”?
“Ma certo! Dafnitivment! Mais oui, vraiment, bien sur – seulement, d’un peu de la francais. Sans doute, d’accord! Veritevement, pardonnez moi?,
Peut-etre, un interesent combination de doute,
pas de deux, definetivement!
Alors! Absolutement!
Certamente!

Ma io injaay un falso Pnjaabi
Più di un falso francese!

vii.
Ammaji raccontava storie terrene, calorose,
Battendosi la coscia e dicendo “Horrrr!”
Sis le ha detto cosa significava in inglese.
Ammaji fischiò
Si batté sulla coscia più forte che mai
E mai
Disse “Horrrr!”
Più forte e più a lungo che mai…

yaane ke – fake pnjabbi.
(Yanni ki, fakeney laik)
I injaay pulling my ma-derr-tang …
Even though I’m not a – tppkill Pnjaabbi:
I haave no Pnjaabi krakterristiks ixcapt
mebbe ke Pnjaabis rush in
vheare angells fear to tradd.
(Aff korse some pnjaabbis vill say thatt
krakterstik I have is ke
Fools rush in vhere Pnjabbis fear to trad.
Chal chadd…)
But hai! I injaay speaking Pnnjaabi-Shunjaabbi.
It puts me in touch with my ROOTTAN!*

* [n.d.t. impossibile tradurre
inglese misto a lingua Punjabi, incomprensibile per il traduttore]
Whatsapp to white girl who liked me

Clear light eyes
Like clean open sky
Inviting me to fly
As long as my heart too
Is clean, open like the skies

Achha now laet uss gett back
to fake angreji.

Whatsapp ad una ragazza Bianca a cui piacevo

Occhi chiari e luminosi
Come cielo aperto e pulito
Mi invitano a volare
Finché anche il mio cuore
È pulito, aperto come I cieli.

Achha now laet uss gett back
to fake angreji.
(?)

Vivek Tandon foto

Vivek Tandon, 2015

Language, Chapter II * Sanskriti = “Culture” in Hindi

Long ago,
nestled in Sanskrit, and Sanskriti,*
on the lower slopes of a White Himalayan Heaven
(snow, clouds, Gods),
We lolled like Gods-in-Waiting,
in gardens rolling with green ornamentation, flowers,
poetry, conceits,
snow-white reflections, and fantasies:
Celebrating our riches in gated communities
Of language, thought, proximity to the Gods,
goodwill, caring for each other,
For our common children:
Rolling with arabesques down centuries, millenia
Lolling, like Gods-in-Waiting, in gardens
Separating our riches
Of metaphor, of humour, of song,
Of four-letter-words, like ‘Love’,
nestled in this, our language, our High Culture
On the lower slopes of a Western-White Heaven …

Fuck man!

Lingua, capitolo II * Sanskriti = “Cultura” in Hindi

Molto tempo fa
annidato nel Sanscrito, e nel Sanskriti *
sui versanti inferiori di un Bianco Paradiso Himalayano
(neve, nubi, Dei),
Ci stendevamo come Dei-in-Attesa,
in giardini ondeggianti di verdi ornamenti, fiori,
poesia, concetti,
riflessi nivei, e fantasie:
Celebrando le nostre ricchezze in comunità cintate
Di lingua, pensiero, prossimità agli Dei,
Benevolenza, cura gli uni per gli altri,
Per i nostri figli comuni:
Ondeggianti di arabeschi lungo i secoli, i millenni
Stesi, come Dei-in-Attesa, in giardini
Separando le nostre ricchezze
Di metafora, di umorismo, di canto,
Di parole a quattro lettere, come ‘Love’,
Annidate in tutto ciò, la nostra lingua, la nostra Elevata Cultura
sui versanti inferiori di un Bianco Paradiso Himalayano…

Vaffanculo!

Night

The joint family gathers for the day’s final feast: sleep.
The charpais are brought out into the cool, starry courtyard.
Bodies are splayed against their latticed, open ropework.
The men rub hairy paunches and, with their wives, loudly discuss
Business, neighbours, servants, children, holy men, each other.
The children dodge and duck around the charpais.

After the hot day, no-one wants to let go of the coolness:
so there is general, sleepy, resistance to sleep.
Conversations, and reveries, are artificially prolonged.

They are reluctantly abandoned, one by one, as each man is overcome
by the ripening of sleep, which bursts and floods the mind
with rich, pleasurably cleansing juices.
Finally the last, sporadic, conversation limps into
monologue, occasionally interrupting the crickets.
Soon there is only breathing and snores,
broken by now a creak, now a clatter of bangle.
The night moves on: cool, lazy, yet precise with stars.

.
Notte

La famiglia riunita si raccoglie per l’ultima festa del giorno: il sonno.
Si portano fuori le brande nel fresco cortile stellato.
I corpi si stendono sulle reti di corda intrecciata.
Gli uomini si grattano pance pelose e, con le mogli, discutono ad alta voce
Di affari, vicini, servi, bambini, santi.
I bambini giocano a nascondino intorno alle brande.

Dopo la calda giornata, nessuno vuole perdersi il fresco:
Così c’è una generale, assonnata, resistenza al sonno.
Le conversazioni, e le fantasticherie sono artificialmente prolungate.

Ad uno ad uno si abbandonano, quando ogni uomo è sopraffatto
Dal maturarsi del sonno, che scoppia e allaga la mente
Con succhi ricchi e piacevolmente purificanti.
Alla fine, l’ultima, sporadica, conversazione scivola in un
Monologo, interrotto di quando in quando dai grilli.
Presto si sente solo respirare e russare,
Intervallati da cigolii e clangore di bracciali.
La notte prosegue: fresca, pigra ma accurata di stelle.
steven grieco piccioni sul terrazzoLa traduzione di questa poesia è di Francesca Diano

I HAD TO RE-READ THE WHOLE
FUCKING PLAY TO WRITE THIS POEM

.
(1st draft)

.
Is it only me?
OK: I googled, and it is only me….
For me, ‘Romeo and Juliet’ is not about love:
But about a dangerous phantom of love.
A parable about a deadly parabola of the hyperbole of love
And what it can do to a couple of innocents.
It’s
about a heaving arch – arc – of hot poisonous air
embracing the hapless millions
only to scythe them down.

(BTW both my therapists –
And that one on CNN too –
said that this ‘love’
Is the modern age’s greatest sickness:
a modern superstition; creation myth.
A modern religion;
demanding a modern obeisance, and reverence.
Though they didn’t quite get what I said about ‘Romeo
and Juliet’.)

Oh, the
Fatal
Deceptively shiny
parabola of
heavens…

Was Shakespeare
one of those hapless millions?

Or was he just the one who wrote them a prescription:
so subtle,
the medicine, wielded so
Powerfully-fine,
that it grew the poison it was supposed to kill.
Turning an illness
into THE epidemic
Of the modern age.
Yup! I think that about sums up
The story of the modern age.
The age of
Romeo, Juliet, and me.

.
HO DOVUTO RILEGGERE L’INTERA FOTTUTA COMMEDIA

PER SCRIVERE QUESTA POESIA

(Prima bozza)
Sono solo io?     (cioè si chiede se è solo lui che la pensa così)
Ok: ho cercato su Google, e sono solo io.
Per me, “Romeo e Giulietta” non parla d’amore:
Ma di  una pericolosa illusione dell’amore.
Una parabola su una parabola mortale dell’iperbole dell’amore
E su cosa può fare ad una coppia di innocenti.
È  un arco che si leva – arcata – di aria calda velenosa
Che abbraccia milioni di infelici
Solo per poi falciarli.
(cmq sia il mio terapista –
che quello della CNN –
Hanno detto che questo “amore”
È la più grande malattia dell’età moderna:
Una superstizione moderna; mito della creazione.
Una religione moderna;
Che richiede una moderna obbedienza e reverenza.
Benché non abbiano capito cosa ho detto a proposito di ” Romeo
E Giulietta ‘.)

Oh, la
Fatale
Ingannevolmente luccicante
Parabola del
Cielo…

Era Shakespeare
Uno di quei milioni di sventurati?
O era solo quello che ha scritto per loro  una ricetta:
Così astuta,
la medicina, somministrata con
tale potente finezza
da alimentare il veleno che avrebbe dovuto uccidere.
Trasformando una malattia
Ne L’epidemia 
Dell’età moderna.
Sì! Penso che questo riassuma
La storia dell’età moderna.
L’ età di
Giulietta, Romeo, e mia.

Gabriella Kuferzin è nata a Trieste nel 1964. Di madrelingua slovena, si è sono trasferita a Cittadella (PD) all’età di sei anni e ha studiato lingue straniere all’Università di Venezia. Insegna Inglese alla Scuola Secondaria Inferiore di Cittadella. Ama l’arte in tutte le sue forme che tende a sperimentare quando e come può. Dopo anni di depressione la poesia l’ha aiutata a trovare una dimensione e a tentare di capire se stessa.

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