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Due poeti a confronto: La poesia-poema di Claudio Borghi e la poesia-frammento di Lucio Mayoor Tosi – Lettura di Mariella Colonna

Gif Shady Obese Albino-smallStrilli RagoMariella Colonna

La liturgia della parola di Claudio Borghi

 Claudio Borghi è un fenomeno singolare e isolato nel contesto culturale dei nostri tempi. E’ un fisico, e i suoi studi nelle discipline scientifiche sono la base culturale su cui costruisce un’opera poetica in cui il rigore del pensiero si fonde con l’adesione appassionata alla natura e al mondo in cui vive. Potrebbe sembrare un paradosso, in realtà è proprio da questo potenziale dissidio tra la prospettiva rigorosa delle scienze e l’amore per la poesia e la vita che nasce la suggestione e la singolarità delle sue opere. Segno espressivo emblematico di questo particolare sentire è il poemetto Rondini, tratto dalla prima sezione di Dentro la sfera (Effigie, 2014), il suo primo libro, di cui leggiamo le strofe iniziali:

Rondini cristalline in uno stupore di spazio
spargono linee in un’atmosfera senza vento,
lucide armonie, folate di idee, immagini increate.
Chiusa in un castello di musica la città di vetro,
la luce bagnata da un disegno di rami in fuga,
sempreverdi, di foglie fiorite
come giovani volti illuminati.

Di Borghi, in una lettera citata nella sezione finale di Dentro la sfera, Giorgio Barberi Squarotti ha scritto:

“Il suo discorso poetico è al tempo stesso concettuale e visionario, e il ritmo è un poco solenne e rigoroso, come compete al sacro a cui tende fortemente”.

Pur non avendo letto questo commento di Barberi Squarotti, percorrendo la difficile e coinvolgente strada della lettura di L’anima sinfonica, Dentro la sfera e, in parte, La trama vivente, ho colto immediatamente il carattere liturgico della parola poetica che si distende in lunghi percorsi, scorrendo e restando ferma ad un tempo come un silenzioso corso d’acqua dalle sorgenti dell’io all’oceano sconfinato dell’Uno. Come l’acqua che scorre, fluido titolo di un libro e racconto molto intensi della Yourcenar, le parole di Borghi si sciolgono l’una nell’altra facendo emergere dal profondo immagini della quotidianità che, nella vibrazione solenne dei versi, acquistano il senso di un religioso (dal latino re-ligare, nel senso di collegare stringendo rapporti) e continuo passaggio dalla realtà conosciuta a quella misteriosa in cui mondo e umanità sono immersi, e che il poeta cerca di esprimere con analogie, metafore e semplici evocazioni del proprio vissuto.

Giorgio Linguaglossa, commentando La vera luce (da La trama vivente, Effigie, 2016), vede nei versi di Borghi “movimenti o sequenze musicali”:

“Molte composizioni sono strutturate come movimenti o sequenze musicali: iniziano con un Cerimoniale lento e rigido che scollina in un Allegro moderato, per poi, subito dopo, alleggerire il tono mediante l’inserimento di un Lamentoso cantabile, molto legato; quindi, di nuovo, ecco un Allegro capriccioso che sfocia in un Vivace energico che si alterna con un Adagio mesto e un Allegro maestoso, fino a giungere ad un Andante misurato e tranquillo. Un pensiero poetico incastonato in una partitura musicale, suddivisa in più movimenti melodici e ritmici”.

La vera luce

Nel viaggio millenario si rinnova
l’onda dell’essere che sviluppa
una storia senza scrittura:
semplice dettato di emozione
il creato si imprime
sulle pareti della percezione,
sullo schermo degli occhi
o sulla volta risonante degli orecchi,
rimandando ogni cosa alle altre
e tutte intonando la forma del principio,
necessaria, presente,
viva eppure gratuita, assente,
quasi morta mentre su di sé
si richiude e ripiomba.

(…)

Strilli LeoneStrilli GiancasperoNon posso essere che d’accordo con Linguaglossa: il rapporto tra poesia e musica è originario e strutturale, ma occorre analizzare la differenza tra i linguaggi delle due forme d’arte per cogliere nello specifico la poesia di Borghi. Linguaglossa sottolinea il “movimento lineare”, il cui andamento non prevede spezzature improvvise, discontinuità e circolarità del tempo, irregolarità sintattiche e così via, che invece connotano le opere dei poeti della NOE. Credo che la quasi sacralità dei versi di Borghi esiga un andamento lineare; occorre inoltre rilevare che in essi le varianti esistono, ma sono da ricondurre alle immagini e ai messaggi e significati che non sempre sono lineari, anzi, molto spesso sono cadenzati dal ritmo stesso del cuore: sistole e diastole, come nella poesia La vera luce. Accade che mente e cuore del poeta si sollevino nella contemplazione, poi un’inspiegabile melancholia lo afferra e il fiore, che era sbocciato in tutto il suo splendore, si richiude, appassisce. I versi scorrono con il ritmo lento inarrestabile della stessa vita in quello che ha di più sacro: la contemplazione della natura, il mistero dell’esistere e il cosmo come espressione di un ordine supremo. C’è, tuttavia, qualcosa che rende difficile una lettura senza interruzioni: mentre, come ho già accennato, l’attrito interno tra le prospettive della scienza e quelle della poesia che ne caratterizzano il pensiero non intacca, anzi esalta la capacità che il poeta ha di abbracciare un vasto campo di argomenti e di individuarne gli invisibili legami, l’andamento dei versi, il loro ritmo, si svolge in modo uniforme e, come dice Linguaglossa, con un movimento rettilineo. Da una parte questo ritmo, che tende a livellare le differenze nell’esprimere il sentimento dominante dell’Uno a cui tutto – e prima di tutto l’anima del poeta – si rivolge, è percepito come un procedere senza scosse e inevitabilmente senza sovvertimenti, sorprese o colpi di scena e quindi prevedibile; dall’altra è proprio questa consustanzialità solenne del linguaggio nelle poesie e nell’insieme del poema a creare quel senso del sacro individuato da Barberi Squarotti e che io ho chiamato liturgia della parola.

Abbiamo visto come Linguaglossa, nel presentare La trama vivente, sia riuscito a sentire la profonda analogia tra la poesia di Borghi e la musica fino a trovare, nei versi del poeta, scansioni ritmiche equivalenti all’ “Allegro moderato” fino ad un “Andante misurato e tranquillo” passando per un “Allegro capriccioso” un “Vivace energico” e così via. E’ evidente che ad ogni lettore o critico arrivi il messaggio da cui la sua sensibilità si sente più attratta e coinvolta, e credo sia un ascolto rivolto soprattutto ai suoni che genera la sensazione di uniformità e moto rettilineo. Con sorpresa, procedendo nella lettura, mi sono convinta che la musicalità, o addirittura la musica dei versi di Borghi non vada letta come quella che si rinviene in uno spartito musicale, ma come un’armonia da cercare in profondità tra sinergie, sinestesie, contenuti, immagini, situazioni, colori e la forma in cui vengono espressi. E’ una musica che deve arrivare non tanto alle orecchie, quanto al centro profondo dell’anima di chi si dispone ad ascoltarla: una musica non di suoni, ma nata dal silenzio contemplativo e destinata al silenzio e alla contemplazione. A ben vedere nella grande musica il suono non è un fine, piuttosto un mezzo per raggiungere l’anima e l’intelletto; ma nella poesia l’ascolto va spinto ancora più in profondità, in estensione anche temporale e nel silenzio, se teniamo conto che il suono distrae dalle recondite armonie che l’anima riesce a captare, grazie ad un insieme di facoltà in cui si impegnano le infinite possibili varianti del linguaggio come significato e come significante, cioè come forma. Nella musica, quando non si risolve in superficiali effetti sonori o astratte armonie ma coinvolge il flusso profondo, quindi il movimento unico dell’Essere, i significati volano liberi da qualunque tentativo di imprigionarli in uno schema mentale o linguistico. Credo che, per comprendere il senso ultimo dell’opera di Borghi, sia necessaria un’apertura ai contenuti e valori a cui l’autore fa riferimento: e ciò richiede che almeno in parte si condividano tali valori. Ma anche chi non li condivide può, con un volo mentale e un tocco di immaginazione, superare il senso di smarrimento che si prova navigando nell’oceano di quest’opera e cercare in quelle profondità la poesia, le immagini, i colori. 

Cito, da Dentro la sfera, alcune strofe di Nel tempo solo senza musica:

Nel tempo solo senza musica, solo e senza musica
e luminoso il sole si corica sul letto viola
del lago, dove la conoscenza è evidenza
e indistinta la potenza diventa particolare
immedesimandosi in un movimento puro senza esistenza

le onde tutte della luce fasciano il pianeta
i corpi degli uccelli volano nell’atmosfera
la terra umida della notte
distesa si copre della grandezza manifestata del giorno
e non so come chiedere alle parole di piegarsi
sulle cose, come pensarle, come venire al bocciolo
dell’apparenza presente che si mostra
e si offre, del volto più puro che si alza

fino all’azzurro incontaminato
(…)

 

Qui non è facile parlare sostituendosi alle parole, bisogna invece far parlare le parole, sprofondare nei significati della poesia perché le parole perdano la durezza di significanti e si associno liberamente grazie alle loro sinergie, ai loro contrasti, al loro legare e sciogliere i misteriosi legami che le avvicinano e le allontanano, ai colori dal cui contrasto nascono segrete, appena percepibili analogie.

Da Visioni da una camera quadrata, in L’anima sinfonica: 

Uno scoiattolo si impadronisce del vuoto. 

Il bianco è un’assenza di suoni.

Rimane una fuga di pensieri tra le erbe alte.

In questi versi, di solo apparente semplicità, vedo tre frammenti assai ben organizzati e un linguaggio molto attuale: lo scoiattolo che si impadronisce del vuoto è un’immagine surreale assai suggestiva, una metafora ardita; il bianco è un’assenza di suoni è un’associazione coraggiosa tra il colore bianco e il silenzio; il terzo verso è il più facile da comprendere: la metafora dei pensieri che fuggono tra le erbe alte si valorizza per il contrasto tra la velocità del pensiero e la statica presenza delle erbe che non possono né vogliono in alcun modo frenarlo. Ho commentato questi ultimi versi per far notare quanto siano fuori luogo e ingombranti le parole quando cercano di spiegare l’inspiegabile. La poesia è mistero e le parole possono tendere verso il mistero, alludere ad esso, ma non potranno mai raggiungerlo. Se accettiamo questo limite, forse le parole silenziose ci diranno molte più cose di quante ne abbiamo capite e scoperte noi usandone troppe con lo scopo di interrogare la realtà: la poesia vera parla all’anima, in perfetto silenzio.

Da La trama vivente:

Lascia il microscopio, lascia il telescopio, deponi gli strumenti che ti prolungano nello spazio. Guarda solo con gli occhi. Lascia l’immaginazione, smetti di dipingere, di matematizzare la varietà. Il quadro è dato, chiuso e concluso. Riluce l’illusione del cosmo, soffia il fiato divino che tempera le forme e le pervade di tremori impercettibili, quando nasce il sole e tutta si sfoglia, tenera, la mattina.

Nel vuoto si perde il profumo dei sensi e il chiarore raggiante della mente, la cui essenza è contemplativa: non le è concesso creare, solo plasmare idee e raccoglierle nella memoria, che dentro si compone finché una lama anonima la separa dal corpo della visione. Dal centro al non confine della sfera inconcepibile non c’è storia. Solo una quiete esplosa, che annienta ogni immaginazione o volontà infantile di possederla.

Monadi solitarie vagano come particelle in sospensione in un fluido, atomi zigzaganti tracciano traiettorie browniane, incerti labirinti da cui la matematica fa emergere la traccia statistica di una regolarità, il senso precario di una soluzione.

Nel vuoto, reso a tratti magnifico dal fiorire imprevisto di novità, la poesia cerca animandosi di trovare l’ebbrezza della sua sopravvivenza, nella dinamica fine a se stessa di un ritmo che senza soluzione di continuità si rinnova di parola in parola, di verso in verso, inanellandosi, inviluppandosi, naufragando nel cerchio immobile della presenza del tempo.

Niente so della vita nelle cose, ma della vita posso disegnare i corpi che fuggendo sulla tela corrono come spinti da una forza michelangiolesca, soffiati da un turbine perenne, i corpi inquieti che si cercano per fondersi, si toccano e si amano per sentirsi l’un l’altro vivi.

Mariella Colonna, 20/08/2017

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I cromatismi e la poesia per frammenti di Lucio Mayoor Tosi

Lucio Mayoor Tosi è il caso più singolare di cui io sia stata diretta testimone da quando frequento il gruppo di poeti della NOE e la Rivista Internazionale L’Ombra delle Parole. Lucio Mayoor è “nato” pittore astratto e ha fatto una lunga sperimentazione con i pigmenti come in una Bottega rinascimentale, partendo da una ricerca sull’origine e composizione della materia, che è alla base del suo particolare astrattismo, e approdando ad una straordinaria capacità di usare il colore in modo assolutamente “semplice” ma altrettanto significativo.

Egli crea frammenti di forma regolare quadrata o rettangolare, ma del tutto singolari nell’abbinamento dei colori che si associano liberamente anche a superfici corrugate, con tocchi, effervescenze, sfinimenti, aggressioni, defezioni, brevi accenni al mistero, che sono l’espressione, in arte, dei movimenti delle particelle nel vuoto a cui Mayoor ha dedicato da sempre la propria attenzione. C’è da sottolineare che egli non lo considera analogo al nulla, ma come un brodo primordiale dove individuare i percorsi iniziali dei fenomeni studiati dalla ricerca scientifica  fino a quelli in continuo rinnovamento della cultura e del linguaggio poetico più attuali. La ricerca del “nuovo” in Tosi non è mai fine a se stessa, ma orientata a compensare per opposizione “la perpendicolarità delle linee pavimenti – pareti – soffitto”, connotazioni che caratterizzano la tendenza italiana al “classico”. I frammenti Di Lucio Mayoor nascono, come egli stesso dichiara, dall’osservazione remota del microcosmo, ma del tutto casualmente . Ognuno di essi è indipendente dall’altro o da realtà artistiche a loro esterne. L’autore dice: “E’ stato l’apporto critico di Giorgio Linguaglossa a dare una scossa alla mia ricerca pittorica.” Il rapporto con Linguaglossa è forte e incisivo nella storia dell’artista: hanno anche provato ad associare i versi di due loro poesie e l’effetto era di un insieme  straordinariamente unitario.

Lucio Mayoor Tosi Sponde 1

Lucio Mayoor Tosi, Sponde, composizione

Lucio Mayoor sottolinea molto incisivamente l’interattività, una delle chiavi interpretative della creazione di un’opera mai abbastanza approfondite e comprese sia  dagli uomini di cultura che dai fruitori dell’arte: un’opera infatti continua a nascere e “crescere” grazie al momento della fruizione che la arricchisce di contenuti psico percettivi e di valori che nascono grazie allo “scambio” tra l’oggetto d’arte e chi lo osserva aprendosi al messaggio trasmesso dall’artista. I frammenti di Lucio Mayoor possono essere disposti in maniera sempre diverse dalla persona che li possiede: il fruitore dell’opera  può così partecipare al momento creativo scegliendo di associarli e di comporli di volta in volta in modo differente, lasciandosi ispirare dalle proprie intuizioni in materia di forma e di colore. E’nella dimensione dell’interattività che il frammento pittorico si incrocia in modo organico e sinergico al frammento poetico. Cerchiamo di individuare lo specifico che esplode per novità e originalità nel percorso di ricerca di Mayoor: l’immagine pittorica contiene in sé, potenzialmente, la parola e viceversa la parola contiene in sé l’immagine: ma sarebbe troppo facile e superficiale pensare questo rapporto in senso figurativo e descrittivo. Il “contenere in sé” di Lucio Mayoor supera l’aspetto descrittivo, è il nascere della parola insieme all’immagine: è un processo organico e non di complementarietà. Questa è la novità di Lucio Mayoor come interprete della NOE in chiave artistica e poetica: le sue opere di pittura tendono alla parola, sembra che la cerchino per trovare un completamento: e , viceversa, le sue poesie non solo contengono elementi di un cromatismo analogico e organico, ma tendono a configurarsi in colori e forme rigorosamente astratti. Tutto ciò avviene senza che l’autore si ripieghi mai su se stesso, o si compiaccia nel processo della creazione delle proprie opere.

Lucio Mayoor Tosi Interpretazioni coloristiche.png

Mayoor Lucio Tosi, Interpretazioni coloristiche

Lucio Mayoor è un raffinatissimo autore “di strada” nel senso migliore dell’espressione: cultura, letture appassionate, impegno nelle tecnologie sono come tra parentesi o meglio sottintese alle sue opere, mai esibite. La grafica della Rivista “L’Ombra delle parole” ha fatto un salto di qualità da quando l’ha vigorosamente presa in mano Lucio Mayoor. I pigmenti allo stato puro hanno reso l’idea del nuovo che nasce: oltretutto il nostro ha creato una ritrattistica cromatica di grande effetto, interpretando in modo personale Andy Warhol, direi un Andy Warhol mitteleuropeo, raffigurando e presentando i volti dei poeti con macchie di colore che sfumano verso altri colori per analogia o risaltano per contrasto, oppure danno rilievo in modo unitario ai tratti del personaggio con tinte forti.

Lucio Mayoor Tosi toys composizione di tre doppi frammenti

Lucio Mayoor Tosi, Toys, Tre doppi frammenti

Colpisce come   sia approdato alla poesia della NOE senza soluzioni di continuità, con grande naturalezza: Lucio è poeta non “letterario” ma alimentato da molta lettura ed esperienza di scrittura e con l’evidente consapevole conoscenza di tutte le regole: è poeta e basta, sia nel “dipingere”, sia nella scrittura: e sta elaborando, nella poetica della Nuova Poesia, soluzioni nuove ed originali: non disdegnando le immagini del passato, le rende “dinamiche “ accostandole a situazioni estreme da astronauta e addirittura lanciandole nel vuoto, senza alcun appiglio.

Crea “per frammenti come se respirasse”. Questa semplicità è spesso raffinata come, ad esempio, nella lirica Frammenti per Sally: i primi tre versi realizzano una dialettica tra colore e significato molto efficace, che si appoggia su una visione mentale più che reale del colore:

Frammenti per Sally

Oltre le finestre della casa non c’è nulla.
Solo bianco dipinto su se stesso.
Qualcuno lentamente scompare. Resto
in silenzio. Oltre il grigio vetro smeriglio
il lembo di una camicia a quadri. Molti
pensieri sparsi nell’aria come lucciole.
Cielo di tanti palazzi. Nello specchio
un uomo curvo con il cappello in testa.
Pare gobbo. Cammina a lunghi passi,
sempre guardando a terra. Il pollice
infilato nella cintura, con l’altra mano
tiene sottobraccio il bastone da passeggio.
Mi pervade una dolcezza senza fine.
Le stelle si stanno allineando, finché
musica le scompone. Una donna nuda
porta l’anfora piena di latte.*

*Sally è mia nipote. Oggi compie gli anni. Ho preso dei frammenti alla rinfusa, qualcosa di vecchio e qualcosa di nuovo, li ho confezionati ed ecco pronto un regalo per lei. Che senso ha? Dire che ne ha uno soltanto sarebbe sbagliato, dire che ne ha molti altrettanto. Qui il senso va da ogni parte perché non è svolgimento. Il puro frammento è come neve, polvere, atomi che interagiscono in una danza senza musica.

(Lucio Mayoor Tosi)

Questo “bianco dipinto su se stesso” è indescrivibile con altre parole, richiede le parole del prossimo verso: è e scompare “in uno”, cioè contemporaneamente…infatti “qualcuno lentamente scompare”: chi scompare? il colore, perché bianco su bianco scompare. Ma c’è anche l’ospite misterioso, il Signor Nemo…anche lui, abitante del “Nulla”, scompare insieme all’invisibile colore che lo ospita.

In Lucio Mayoor si sentono echi: assai poco della poesia del ‘900, Transtromer ma, soprattutto Giorgio Linguaglossa Gino Rago e Mario M.Gabriele, maestri della NOE, con i quali c’è piena sintonia e stima reciproca, in piena autonomia di scelte e prospettive culturali.

Altra espressione nuova e in cerca di completamento cromatico, nel verso 7: “Cielo di tanti palazzi”…qui il poeta associa l’idea del cielo a quella dei palazzi, contrariamente a quanto accade di solito: i palazzi, in città soprattutto, sembra che ci rubino la vista del cielo, invece lo sguardo di Lucio va oltre il limite imposto dai palazzi, che qui sostituiscono “la siepe” famosa che far scattare in Leopardi il pensiero dell’infinito, per sconfinare e perdersi nell’azzurro.

S’apre una porta

 Un notturno di seta deve essere passato
davanti alla casa in Illinois. La persona che stava piangendo
ora si vede al centro dell’umanità

dove tutti son voltati di spalle. E nudi.

 «Nessuno sa del silenzio che c’è qui».

«Giuro su niente che ti sarò fedele e darò la vita
per ognuno che passi, anche sbadatamente, nel mio
corridoio».

 « Nei libri di scuola si parla di rondini meccaniche
che
a primavera. E di scritture distratte. Pomeriggi assolati».

Le figure, insieme ai versi, si rintanano
nell’ombra.

 I primi tre versi: “il notturno di seta” è una metafora che evoca immagini d’ombra cangiante su questa casa magica nell’Illinois…Il seguito è invece drammatico e imprevedibile: La svolta improvvisa “al centro dell’umanità / dove tutti son voltati di spalle. E nudi.”: dal pianto la persona sofferente si trova all’improvviso nel cuore dell’umanità, in una posizione  importante, “centrale” e vede gli altri di spalle. “al centro dell’umanità / dove tutti son voltati di spalle. E nudi.”:  Sono tutti uguali, non c’è (più) differenza di persone e li vede nella loro nudità primordiale. C’è, nel cuore dell’essere, un silenzio che nessuno ascolta perché non ne ha consapevolezza. (Nuova Poesia Ontologica). Poi un altro salto di significati rafforzati dalla contraddizione: “Giuro su niente che ti sarò fedele…”. Non c’è commento che possa dire meglio con altre parole  ciò che è detto nei due versi che seguono: “Nei libri di scuola si parla di rondini meccaniche / a primavera. E di scritture distratte. Pomeriggi assolati”. Una primavera del futuro, cioè “utopica” perché la primavera, oggi, non esiste più, ma sui libri di scuola ai bambini la faranno immaginare annunciata da rondini meccaniche. Ci domandiamo: quale futuro?  Possiamo pensare a tutto quello che abbiamo appreso in materia…e i colori , chiari o tetri, passano veloci attraversando i nostri pensieri.

Lucio Mayoor Tosi Sponde

Lucio Mayoor Tosi, Composition per frammenti

La poetica di Lucio Mayoor Tosi è pittorica nel senso più completo e complesso della parola: egli fa poesia come dipinge, seguendo impulsi della mente e del cuore in contemporanea. La doppia componente artistica dà spessore alle immagini, come in

 Ballerine:

 Del pianista non si hanno notizie.
Vestiva sempre di nero, a volte una camicia bianca.
Aveva mani delicate.

 Qui il poeta fa un vero ritratto del pianista: lo vediamo, in bianco e nero come una rondine, le mani delicate sulla tastiera. Poi non lo vediamo più. Ma il pianista-rondine resta nella memoria e, pur non avendo lasciato notizie di sé, ci segue.

Presto il cielo azzurro farà da sfondo. Inizieranno
le parole il loro tour, di fianco a diapositive sorridenti.
Sul mare tranquillo vola bianca una breve storia.
Ora provo i cento modi per uscire di casa.
Senza le scarpe.

Nella poesia n. 3 di Ballerine gli ultimi cinque versi si impongono per l’originalità e freschezza delle immagini, per i ritmi espressivi che scivolano sulla riva del foglio e restano lì, intense di evocazione e di movimento appena accennato: il cielo e l’azzurro, il mare e l’azzurro percorso dal bianco…di quella breve storia che vola sulle onde: è un’idea nuova e di notevole fascino poetico parlare di una barca a vela come di una “breve storia” che scivola sul mare! Anche se l’estrema apertura poetica dell’immagine può far venire in mente altre interpretazioni. E poi l’apparente semplicità del finale che nasconde un modo di concepire la vita: si può uscire di casa in cento modi, ma Lucio sceglie di abbandonare la prigione delle scarpe. Sono questi tocchi di originalità assoluta che connotano la poesia di Lucio Mayoor, il suo affacciarsi all’universo delle parole con il desiderio di creare mondi alternativi e la gioia di esserci, di volta in volta, riuscito. La “poetica” su cui Lucio Mayoor fonda le sue opere è quella della NOE, ma l’artista ci aggiunge di suo questa immediatezza d’intuizione in cui si fondono e si esaltano a vicenda l’arte del colore-simbolo, sempre da intendere come qualcosa di diverso dal colore materiale e quella della parola.

Vorrei concludere con una poesia …d’amore. (già sento mormorii di disapprovazione: “in realtà è una poesia sul “nulla”…non tutto è come appare!” (…non è vero è d’amore!). Vediamo dunque la III poesia dell’insieme intitolato “Tre Chiese”:

Il bacio sa di te. L’ho imparato a memoria. Possiamo
guardarci i profili. Restare assorti, come fossimo in coda
davanti a due uffici diversi. Ma non c’è nessuno davanti,
nessuno oltre noi. Il palazzo celeste in fondo al viale
indica il sottosuolo, il pianeta che avvertiamo sotto le scarpe.
Hai belle gambe, rametto di salvia e capelli scuri.
Sssssh! Fai silenzio. Labbra sporte e borsetta sottobraccio.
Tra le nervature del marciapiede scorre acqua azzurrina.
Poi siamo soli. Volta pagina. La tua voce nei pensieri
canta.

 C’è il bacio, c’è il senso di solitudine incantata che due innamorati vivono anche in mezzo alla folla. C’è il mistero di quel celeste e azzurro che ogni tanto si affaccia: da “Il palazzo celeste…“indica il sottosuolo” a “tra le nervature del marciapiede scorre acqua azzurrina.”Qui il “colore” è nell’atmosfera surreale che avvolge la poesia e la salva dal sentimentalismo giustamente rifiutato e condannato dalla NOE: atmosfera surreale a cui, però, si affianca con grazia poetica qualche notazione realistica:

Lucio Mayoor Tosi Frammenti_1

Lucio Mayoor Tosi, Composition

Hai belle gambe, rametto di salvia e capelli scuri.”Labbra sporte e borsetta sottobraccio.” E, a conclusione, lo squillo della voce che canta nei pensieri del poeta.” L’idea è semplice e intensa e acquista rilievo dal “sistema solare” in cui sono inserite le parole, ognuna al suo posto e tutte insieme a creare suggestioni…a cui fa eco il mistero dei tocchi di azzurro.

Bravo Lucio, non è assolutamente facile scrivere poesie d’amore senza cadere in sentimentalismi retorici: e tu ci sei riuscito.

Lucio Mayoor Tosi ci ha dimostrato che, nei frammenti interpretati e rivissuti interiormente, in piena libertà espressiva è possibile sia tratteggiare un’immagine del futuro e parlare di astronavi e di costellazioni, sia evocare il passato con la tenerezza e il distacco della nostalgia, senza cadere in fratture o contraddizioni stilistiche: ormai superato il dramma della “cosa” irraggiungibile dalle parole, si guarda a quel centro misterioso intorno a cui le parole ruotano come altrettanti pianeti intorno al sole. Mi piace immaginare Lucio che le rincorre su una navicella spaziale…che, alla fine,

approda sulla luna per dedicarle un “romantico” frammento tra colore e scrittura.

Chi tra noi oserebbe sostenere che il “Romanticismo” di Leopardi e Foscolo è roba superata, e che Lucio Mayoor non deve, non può dedicare versi alla luna, pena la cancellazione dal gruppo della Nuova Ontologia Estetica?

E ora, in nome dell’interattività, vorrei che i lettori esprimessero il loro pensiero sul valore e significato del blu dell’azzurro del giallo e del rosso, o di altri colori dominanti nelle poesie di Lucio Mayoor Tosi. A voi la parola, dunque… invito i lettori a rivedere attentamente i frammenti pittorici e a rileggere quelli poetici del nostro autore. Egli sarà felice di scoprire quanto è arrivato a voi della sua arte e dei suoi messaggi.

Strilli Tranströmer1

Strilli Tranströmer2

Questa notte

È di notte che la metropoli
si addormenta e urla.
Quando i morti si spaventano
e vivono indisturbati animali
di carne notturna.
Migliaia di tramonti alle palpebre.
Quel dialogo incerto di noi due
all’angolo del soffitto.

E’ altro spazio,
giorno negativo e assordante.
Tra gli altissimi palazzi capovolti
si aggira il tempo nero
come un gendarme a controllare
le lenzuola delle larve.
Siamo nell’oscuro parallelo,
al cantico spettrale della Via lattea.
Nel tunnel.

Dentro i motori spenti della R.
nel “Vietato entrare”, all’ora più densa
quando la gravità dei passi
colpisce al suolo stormi di uccelli
caduti. E li addormenta.
Un colpo di tosse infrange le barriere.
Tutti i ritorni si spaventano.

Mi dicevi dell’appartamento,
che era luminoso
per via di quelle finestrelle al soffitto.
E colorato. Ma il resto della stanza,
nessuno lo ricorda.
Quando la sera è bella solitudine,
dicevi.

Mi baciavi come un uccellino.
Avevi le labbra piccole
per nulla seducenti.
E sempre ti aggiustavi le calze.

M.
Mayoor – set 2017

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Lucio Mayoor Tosi
                  (a Giorgio Linguaglossa)

Si ritrovarono in piazza, non sotto i portici
ma nemmeno in strada. Dovunque andassero
erano sempre fuori posto, solo stando attenti
a che non si notasse. Poi erano trascorsi secoli.
Tante vite spezzettate. Senza memoria.
Due uomini e una donna.
Il primo mostrò quel che sapeva fare.
Sollevò la gamba destra e l’accavallò sull’altra.
Quindi restando in fragile equilibrio
sollevò la sinistra. Ohplà! eccolo sollevato
in aria nella posizione del loto.
– E tu che sai fare?
L’altro uomo lo guardò sorridendo
e senza muovere le labbra iniziò a parlargli
nella mente. I tre si misero a ridere.
Poi i due amici guardarono la donna.
Ma non la videro. Lei sapeva come fare
per non esser/ci.

Commento.

Sembra di stare davanti ad un quadro Zen. Ci sono dei personaggi tratteggiati con un tratto di penna, dietro di loro c’è il vuoto. La presenza del vuoto prende forma dai gesti dei personaggi, meccanici come l’atto di accavallare le gambe, o di ridere; si sta «non sotto i portici / ma nemmeno in strada», altro non è detto, non c’è bisogno di dire altro. Il tutto è appena accennato con pochi tratti essenziali e casuali. Sono «Due uomini e una donna», «senza memoria». Si sta in presenza. Ma noi sappiamo che la presenza è una figura dell’assenza, qualcosa è presente perché qualche altra cosa è assente, perché l’assenza è una figura della presenza, perché non potrebbe darsi una presenza sopra un’altra presenza, una sommatoria di presenze darebbe in ogni caso per risultato ancora una volta il nulla dell’assenza… Sotto e d’intorno c’è il vuoto. Ecco, in fin dei conti è questa la «nuova ontologia estetica», far aleggiare il «vuoto» e l’«assenza» intorno alle esistenze e alle presenze in modo del tutto normale…
(g.l.)

Lucio Mayoor Tosi
28 agosto 2017 alle 18:21

Grazie, ma l’ho postata poco sopra. Non so quanto sia riuscita ma era dovuta. Tra le tue domande filosofiche e l’ironico (si può dire così?) citazionismo di Gabriele, c’è molto spazio per sperimentare. Comunque era un vecchio sogno, che avevo conservato senza sapere per quale occasione; che è arrivata e ne sono contento

Translation
Lucio Mayoor Tosi

                              (for Giorgio Linguaglossa)

They met in the square, not under the porticos
but neither in the street. Where they went
they were always misplaced, only being aware
not to be noticed. Then centuries passed.
Many lives shattered. Without memory.
Two men and one woman.

The first showed what he could do.
He raised the right leg and crossed it on the other.
So staying in precarious equilibrium
he lifted the left. Ohplà! Here it’s lifted
in the air in the lotus position.
-And you what can you do?

The other man looked at him smiling
and without moving the lips started to speak
to his mind. The three started to laugh.
Then the two friends looked at the woman.
But didn’t see her. She knew what to do
not to be seen.

© 2017 American translation by Adeodato Piazza Nicolai of the poem by Lucio Mayoor Tosi All Rights Reserved for the orpginal poem and the translation.

 

Mariella Colonna.  Sperimentate le forme plastiche e del colore (pittura, creta, disegno), come scrittrice ha esordito con la raccolta  di poesie Un sasso nell’acqua. Nel 1989 ha vinto il “Premio Italia RAI” con la commedia radiofonica Un contrabbasso in cerca d’amore, musica di Franco Petracchi (con Lucia Poli e Gastone Moschin). Radiodrammi trasmessi da RAI 1: La farfalla azzurra, Quindici parole per un coltello e Il tempo di una stella. Per il IV centenario Fatebenefratelli sull’Isola Tiberina è stata coautrice del testo teatrale La follia di Giovanni (Premio Nazionale “Teatro Sacro a confronto” a Lucca), realizzato e trasmesso da RAI 3 nel 1986 come inchiesta televisiva (regia di Alfredo di Laura). Coautrice del testo e video Costellazioni, gioco dei racconti infiniti in parole e immagini (Ed.Armando/Ist.Luce) presentato, tra gli altri, da Mauro Laeng e Giampiero Gamaleri a Bologna nella Tavola Rotonda “Un nuova editoria per la civiltà del video” ha pubblicato, nella collana “Città immateriale ”Ed.Marcon, Fuga dal Paradiso. Immagine e comunicazione nella Città del futuro (corredato dalle sequenze dell’omonimo film di E.Pasculli), presentato nel 1991 a Bologna da Cesare Stevan e Sebastiano Maffettone nella tavola rotonda sul tema “Verso la città immateriale: nell’era telematica nuovi scenari per la comunicazione”. Nel 2008 ha pubblicato Guerrigliera del sole nella collana “I libri di Emil”, ediz. Odoya. Nell’ottobre 2010 ha pubblicato, con la casa editrice Albatros “Dove Dio ci nasconde”.  Nel febbraio 2011 ha pubblicato, presso la casa editrice. Guida di Napoli “Due cuori per una Regina” / una storia nella Storia, scritto insieme al marito Mario Colonna. Un suo racconto intitolato “Giallo colore dell’anima” è stato pubblicato di recente dall’editore  Giulio Perrone nell’Antologia “Ero una crepa nel muro”; nel 2013 ha pubblicato “L’innocenza del mare”, Europa edizioni; nel 2014 “Paradiso vuol dire giardino”, ed Simple; nel 2016 coautrice con il marito Mario di “Mary Mary, La vita in una favola.”

Mayoor  Lucio Tosi è nato a Gussago, vicino a Brescia, il 4 marzo dell’anno 1954. Dopo essersi diplomato all’Accademia di Brera è entrato in pubblicità. Ne è uscito nel 1990, quando è diventato sannyasin, discepolo di Osho (da qui il nome Mayoor: per esteso sw. Anand Mayoor = bliss peacock). Ha trascorso più di vent’anni facendo meditazione e sottoponendosi a ogni sorta di terapia psicanalitica: sulla nascita e l’infanzia, sul potere, sulle dipendenze affettive ecc. Di particolare importanza, per la realizzazione di Satori, sono stati alcuni ritiri Zen dove ha potuto lavorare sui Koan (quesiti irrisolvibili).
Vive a Candia Lomellina (PV), nel mezzo delle risaie, dove trascorre il tempo dipingendo e scrivendo poesie.
Sue poesie sono state pubblicate on line su Poliscritture, L’Ombre delle parole, e su alcune antologie. Dieci sue poesie sono presenti nella Antologia di poesia Come è finita la guerra di Troia non ricordo a cura di Giorgio Linguaglossa (Progetto Cultura, Roma, 2016).

Claudio Borghi è nato a Mantova nel 1960. Laureato in fisica all’Università di Bologna, insegna matematica e fisica in un liceo di Mantova. Ha pubblicato articoli di fisica teorica ed epistemologia su riviste specializzate nazionali e internazionali, in particolare sul concetto di tempo e la misura delle durate secondo la teoria della relatività di Einstein. Presso l’editore Effigie sono uscite due sue raccolte di versi e prose, Dentro la sfera (2014) e La trama vivente (2016).  Una selezione di testi da La trama vivente è stata pubblicata nella rivista Poesia (settembre 2015).

 

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Claudio Borghi Riflessioni sulla poetica del «frammento» e del «tempo interno». Poesie tratte da Dentro la sfera (2014) con un Commento di Luigi Manzi

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Claudio Borghi è nato a Mantova nel 1960. Laureato in fisica all’Università di Bologna, insegna matematica e fisica in un liceo di Mantova. Ha pubblicato articoli di fisica teorica ed epistemologia su riviste specializzate nazionali e internazionali, in particolare sul concetto di tempo e la misura delle durate secondo la teoria della relatività di Einstein. Presso l’editore Effigie sono uscite due sue raccolte di versi e prose, Dentro la sfera (2014) e La trama vivente (2016).  Una selezione di testi da La trama vivente è stata pubblicata nella rivista Poesia (settembre 2015).

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Riflessione di Claudio Borghi sul «Frammento»

La poetica del frammento e del tempo interno è un tentativo di superare l’impasse della stagnazione e della mancanza di ispirazione che blocca buona parte della poesia moderna. La ricerca di nuova linfa poetica procede con attenzione al progresso scientifico, in particolare della fisica teorica, dell’astrofisica e della cosmologia, e trova spunti nella riflessione di filosofi come Heidegger e Barthes, o di romanzieri quali Rushdie e Pamuk. L’intenzione è encomiabile, come ogni nuova esplorazione che porti una forma d’arte a indagare territori poco conosciuti e a tentare nuove sintesi e forme di scrittura. Una ricerca implica, tuttavia, perlomeno sapere o cosa si sta cercando o in quale direzione si sta cercando qualcosa che non si conosce ancora bene. Poiché la scienza è considerata un modello di riferimento e una fonte di ispirazione, provo a spiegare con un paio di esempi quali possibili rischi di interpretazione si corrono a sposarne le teorie e, altresì, quale ricchezza può nascere da una riflessione poetica sulla vertigine straniante dei fenomeni naturali.

Il primo esempio riguarda l’atomo, parte essenziale dell’edificio della materia. Nessuno ha mai osservato un atomo, ma abbiamo buone basi sperimentali e teoriche per concepirlo, in modo semplificato, senza cioè entrare nei meandri quantistici, come una sfera al cui centro sta un nucleo che contiene praticamente la totalità della massa, in cui stanno neutroni e protoni, intorno alla quale si muovono (poco importa qui se su orbite classiche o orbitali quantistici) i leggerissimi, impalpabili elettroni. Ora, la cosa sorprendente è che il diametro del nucleo è centomila volte più piccolo della distanza media tra gli elettroni e il nucleo e che tra nucleo ed elettroni c’è, quanto a materia, il vuoto. Questo significa che l’atomo è praticamente fatto di niente in termini di materia: è sede di interazioni nucleari (forte e debole, all’interno del nucleo) ed elettromagnetiche (tra elettroni e protoni), quindi di campi di forza, e sono in pratica questi campi che giustificano la struttura della materia, più che la materia stessa. Sono le interazioni la chiave della fisica, quindi le relazioni tra le particelle. Un’ingenua, statica immagine della realtà fisica come qualcosa di pieno è quindi fuorviante e sbagliata, per quanto sembri incredibile che un corpo sia in definitiva un vuoto strutturato grazie alle forze tra i costituenti elementari di cui è fatto.

Il secondo esempio riguarda i buchi neri, con chiaro riferimento all’ipotesi “Il frammento è un buco nero?”, contenuta nei commenti al post “Dialogo a più voci sui concetti di paradigma, nuova poesia, tempi interno, ecc.”. Non sto a ricostruire l’articolo di Rovelli, perché è lì a spiegare chiaramente, senza bisogno di commenti. Cosa c’è di problematico, qui? Il fatto che la relatività generale, da cui pure si deduce la previsione dell’esistenza dei buchi neri (che pare confermata grazie alla scoperta delle onde gravitazionali, ma io ci andrei sempre con grande cautela sulle verifiche sperimentali, specie quelle che vanno tutte nella stessa direzione), proprio in relazione alla struttura interna dei buchi neri cade tragicamente in errore. Rovelli lo dice quando parla di buchi bianchi e sembra che dica poca cosa. In realtà sta dicendo qualcosa di drammatico. Quando la materia entra in un buco nero, la teoria (non Einstein, ma chi l’ha sviluppata in seguito, in particolare negli anni sessanta, Hawking, Wheeler, ecc.) prevede che debba viaggiare verso il centro del buco nero. Il fatto è che, se questo accade, la teoria stessa impazzisce, in quanto nel centro del buco nero tutte le sue capacità di previsione crollano. Cosa possiamo pensare? Di tutto, si direbbe, vista la fioritura immaginifica e poetica di teorie su wormholes, universi paralleli e quant’altro. Oppure, dice la gravità quantistica, più ragionevolmente si dovrebbe pensare che il centro non viene raggiunto, si crea una sorta di enorme pressione quantistica che provoca un rimbalzo all’indietro per cui tutto quello che entra prima o poi dovrà uscire. In che forma? Di radiazione, di altra materia? Non lo sappiamo. Ebbene, cosa significa? Che una delle più grandi scoperte sperimentali degli ultimi decenni, quella delle onde gravitazionali, conferma una teoria (la relatività generale) che necessariamente è sbagliata, perché non consente di prevedere quello che accade nel centro di un buco nero, e non abbiamo a tutt’oggi teorie che ci consentano di fornire spiegazioni alterative convincenti.

Questi esempi significano una cosa molto semplice, che sto dicendo da qualche tempo nei miei articolati interventi sul blog: andiamoci piano con la scienza, in particolare quella che si fonda su congetture di così ampio respiro. Il mio invito a ritarare la mente sul mistero del cosmo e della psiche umana, oltre che sulla varietà stupefacente di creature che ci circondano, ha proprio questo significato: lasciamo la scienza ai suoi voli prometeici, alle sue ambizioni sovrumane, concentriamoci sul breve volo dell’io che davvero è fatto di tempo interno che si scandisce in istantanee di memoria, in frammenti sfuggenti e impalpabili. Questa ricerca, che si concentra sul dato ineludibile della creazione, esperita nella sua sostanza sensibile e percettiva, contiene un tesoro immenso di potenziale poesia, ben più ricco delle congetture sull’infinitamente piccolo o l’infinitamente grande, in cui la mente necessariamente si perde, non essendo, come scriveva Pascal, proporzionata per capire. La poesia dovrebbe tornare all’umanità, allo stupore dell’essere, alla dimensione che ci è concessa in quanto creature, al nostro ruolo nel cosmo e nei cicli del divenire, che è transitorio e inafferrabile, nonostante la mente ci illuda di poterci trascendere e trovare la legge che chiude in sé il mondo.

Un’ultima nota riguardo ai miei libri, in particolare Dentro la sfera, che della Trama vivente costituisce la premessa necessaria e fondamentale. Il libro è in pratica strutturato in due parti, la prima in versi, con qualche prosa, la seconda in prosa, con rari versi. La sfera è un’unità, di cui i due emisferi formano le parti complementari. Mi riferisco in breve alle sezioni in prosa, tessute con aforismi filosofici e lirici, strutture molecolari a loro volta tenute insieme da atomi-segmenti di intuizioni e illuminazioni, percorse da rapidi voli del pensiero che cattura immagini, idee, voragini abissali, percezioni di volatile apparenza, sullo sfondo del basso continuo di una disillusione amara e malinconica circa il senso del nostro essere parti di un tutto che non possiamo cogliere globale. Il libro è concepito come un non finito frammentario, quindi non come il riflesso emozionale di un infinito possibile, ma di una struttura umanamente imprendibile. Mi limito a fissare l’attenzione su una sezione per me espressivamente tra le più efficaci, Forma del tempo, in particolare allo stacco tra un frammento aforistico e la successiva, vertiginosa sintesi in versi:

Nell’intera forma viva che sotto il sole splende, non si cura il creatore di aver lasciato creature che si sfibrano e gridano il loro corpo che scolora: la forma intera sempre in qualche nuovo corpo rinasce, comunque nel complesso accesa brilla, ignorando che nelle anime si cela l’ombra e lo spavento, il dubbio sfila o sfugge come uno sfiato o l’acqua che si chiude sparendo in un tombino.

Dì ai rami e alle foglie che il senso è dentro,
immobile, chiuso nel verde invisibile
della linfa che risale la gravità, nel rigagnolo
che alla prim’ora lascia il suo segno sulle foglie,
e nella vertebra gigantesca del tempo,
nell’urlo primordiale che infuoca la voragine impaurita della sfera,
non nel pianto piegato
dell’albero intero,
costretto a subire il vento, e la pioggia vuota insensata delle ore.

Il libro è concepito come un itinerario della mente verso il Cerchio intelligente, la sezione finale. E il frammento ne è la naturale forma espressiva, un dire senza mai attingere il cuore della sostanza del pensiero, come nell’atomo il vuoto tra il nucleo e gli elettroni, o il centro inattingibile del buco nero, quella regione di smarrimento e straniamento che l’intelligenza non potrà mai colmare, ma in cui la poesia può trovare una ricchezza espressiva inestimabile.

Concludo con un’ultima citazione, tratta sempre dalla sezione Forma del tempo:

Non c’è calma: un frenetico cambiare, un’opera che ne genera un’altra, frammenti tenuti insieme da forze improbabili, lastre che sporgono una sull’altra poggiate avanzando sullo strapiombo, lische di materia che si sollevano per concedere alla vista il brivido di essere più avanti, in tappe successive di vuoto che avanzando dimenticano la propria origine: la stasi immutabile e senza tempo. La cupola emerge unica, perfetta, immobile. La città ne riceve beatitudine. Una calma diffusa si sparge come un uccello smarrito, confuso o impaurito dal suo stesso canto.

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Commento di Luigi Manzi a Dentro la sfera

Trovo Dentro la sfera ambizioso quanto coraggioso se rivado con la memoria ad altri grandi esempi del passato, compreso l’immenso De rerum natura. Debbo dirti che tu hai affrontato il tema con sicura maestria tecnica poiché hai saputo inseguire l’impeto e l’urgenza dell’ispirazione (nel tuo caso si deve parlare certamente di ispirazione) senza tentennamenti e senza neppure disperdere l’eco avvolgente che via via ti ha indotto alla scrittura. Il tuo è un esempio raro di ascolto visionario; proprio quando la poesia contemporanea sta attraversando il deserto dell’insignificanza fino all’aridità se non al singulto e infine all’afasia; per non dire alla ottusità dei sensi oltre che dell’intelligenza. Il minimalismo stilistico dell’odierna poesia – sponsorizzata dagli editori di levatura – si sovrappone alla penuria della fonte o ne maschera la siccità.

Trovo, in Dentro la sfera, quasi la fluida trascrizione di una energia cosmica che ci seduce non appena ne assecondiamo la danza e la finalità; ma che ci abbandona impietosamente quando ce ne allontaniamo con protervia intellettuale e provochiamo inerzia. Questo te lo dice un laico (e pagano) come me, senza nostalgie, che non cede ad altro se non alla ragione e ai sensi. La tua scrittura non ha punti d’attrito e non soffre d’artifici ma segue l’onda lunga e flessuosa delle visioni come in una armonica coreografia in cui i testi e i versi assumono proporzioni nello slancio vitale: esso stesso colmo di significati reconditi e di seduzioni.

(Luigi Manzi, 2014)

Poesie scelte da Dentro la sfera
Dalle sezioni in versi

La distensione delle ali (estratti)

Sono una strada i versi una strada in discesa
su cui scivolano presenze e si sentono andare
verso il limite del dire il limite semplice
di questo essere manifestato aperto fiorito.
Convinto di potere, di riuscire a vedere,
di avere la chiave, io: albero sempreverde,
foglia umida, nudo ramo annerito.

Attimo senza tempo, polvere di luce,
perla condensata, universo di materia ridotto a idea,
mi distendo in una forma di volo
verso i tuoi occhi di stella, unico vivo, solo
in tanto spazio allungo la mente
a carpire un significato eterno.

Cosa sento, cosa vedo, dove battono i tacchi
della mia danza? Sul mio confine –
sul tuo confine, mio Dio – mio
come è mio il viso come sono miei i figli
come è mia la malinconia dell’autunno
che irrora i giardini e ne impregna le foglie
acquarellando gli occhi sfumando le ciglia
riducendo a polvere ogni gesto ogni linea
di vento?

Un nero discendere di muro riscaldato dal sole –
la luce laterale bagna spiovendo gli alberi
e riempie anche me. Io mi lascio riempire mi sento
riempire fino ad essere colmo come se l’essere io
fosse un vaso – che tracima e subisce il non capire.
Vita fatta di sola mente, di contemplazione,
di memoria intermittente.
Mi confondo lasciandomi pensare, chiudo gli occhi,
immagino il mio cosmo che si svuota e vola,
entro (ma si può entrare?
e posso io entrare?) nel niente.

Sento il cuore, ma non serve. Non serve l’emozione,
il sentimento del diramarsi e abbracciare
se c’è un destino già scritto il cui nome
è divenire, se l’io è solo un punto
che raccoglie ed emana profumo, e la rondine
alta si spiana sulla casa, e i sogni rientrano
nella casa, e mi sento riscaldare vicino al camino
e di nuovo respiro, lentamente – di nuovo
mi sento bambino.

Mia madre si alza. Nel presente eterno
chiama a raccolta gli uccellini in piena mattina
ed è una creatura nuova che risplende – unica madre
di un unico figlio che la cerca e beve le sue parole
e si sente appagato dall’essere vivo
in quest’ora dal sapore sospeso – come l’essere
fosse foglia, e il corpo senza peso.
Ma io non conosco ciò che vedo,
mi lascio filtrare da ciò che penso,
come un pesce immerso in un oceano che lo avvolge
catturo l’essere come una presenza silenziosa,
il fondale su cui la mia ala atterra
e lievemente si posa.

[…]

Passato e futuro orbitano,
gravitano intorno all’io
spogliato dell’apparenza,
ridotto a semplice cuore.
Consegnato al pianto senza forma del nascere
affida al mondo il suo essere,
si svuota del calore del grembo eterno
che lo avvolge e lo protegge, prima chiuso nel sole
ora si dissolve, per sempre, nell’aria.

Un emanarsi istantaneo tremendo definitivo
come un colore che si diffonde sull’acqua,
un cuore divino costretto a sfogliarsi,
uno sfumare della materia in pensiero,
una rarefazione tendente al grigio,
una vitalità che diventa affanno,
un voler tornare all’ombra del bocciolo
che precede la dissoluzione: stordito dal volo
dell’essere-qui, vivo tra presenze che si sfanno.

Infanzia che ti strappi e rinasci
dai frantumi, dalle pieghe del tempo
e violenti la velina dei sensi,
sostanza di un’eternità di luce
giunta al tramonto, bagna di onde
la riva umida di questa sera,
ridiventa passeri e voci, e altalene
vicino al fosso, e profumo di erba fradicia,
ascolta questo intenebrarsi affondare,
questa ricerca di armonia nei flutti del tempo
che cancellano le forme vive –
la musica non ha più sapore ormai –
le foglie sono diventate scure, le case rosse
si sono riempite di vento –
come un filo lungo della luce mi sono perso
o forse solo disteso come una grande chioma,
ho catturato intera la mia forma di tempo
addormentata viva tra la nascita e la morte,
addormentata tra le braccia forti di un dio
che consola, gli occhi risvegliati
tra le sue mani, i capelli ancora neri, i bambini
affacciati al balcone
affidano al vuoto il loro sguardo incantato,
la mattina è serena il cielo tranquillo
la strada una pelle bianca toccata dal vento.

Forme nel marmo

Ferma la materia sul fondo del corpo
della visione senza peso,
l’albero fresco senza corteccia, la riva
senz’ombra, la tempera illimpidita
del pomeriggio calmo nell’ora lunga del campanile,
la luce del viso unica e veloce
emerge dai raggi teneri dell’acqua, istante
chiaro senza identità, senza nome,
onda sui sassi, atomo di suono leggero
salito a morire nella macchia alta del cielo.

Perché chiedere,
perché allungare le mani?
Il volto mi è sconosciuto: come posso dire
di possedere, di vedere,
al limite di conoscere
se la ventata di luce mi disperde le idee,
le forme di marmo del mio pensare
diventate polvere senza contorno?

L’orizzonte interrompe la cupola troppo alta
su cui il sole sommerso sparge dal profondo
gradazioni scure di colori che sfumano.

Il volo della terra tranquillo si disegna
traiettoria eterna intorno alla quiete centrale:
chiedo chiarezza se è possibile domandare
ma nessuno sente – la parola
ferma sul filo – l’uccello
la chiude nel suo corpo che pesante si solleva
e si spegne in distanza.

Nel tempo solo senza musica

Nel tempo solo senza musica, solo e senza musica
e luminoso il sole si corica sul letto viola
del lago, dove la conoscenza è evidenza
e indistinta la potenza diventa particolare
immedesimandosi in un movimento puro senza esistenza

le onde tutte della luce fasciano il pianeta
i corpi degli uccelli volano nell’atmosfera
la terra umida della notte
distesa si copre della grandezza manifestata del giorno

e non so come chiedere alle parole di piegarsi
sulle cose, come pensarle, come venire al bocciolo
dell’apparenza presente che si mostra
e si offre, del volto più puro che si alza
fino all’azzurro incontaminato

e azzurra è la potenza, e senza occhi

e tua la fronte che si immedesima ancora
nel nettare unico della vita,
quasi senza saperlo, nel flusso lavico
del calore senza luce delle idee

che diffondendosi come mille lune
opache gialle sbocciate come piccoli fiori
sembrano dire una nascita senza morte

e tua è la certezza, tua la forza

di vedere oltre il centro che si lascia conoscere
perché il senso non ha parola, e l’immagine vola
aprendosi a ventaglio da ogni minimo respiro

perché tua è la nascita, tua la forza

che pensa e dice, e il ventre di lucciola
segno ultimo del vivente acceso
ha il sapore di una canzone raccolta
nel minimo cuore dello spazio
impregnata della luce acquatica dell’altrove
la penna trascrive l’armonia lucida
di una filosofia nuova dell’incanto
il corpo enorme uscito dall’universo mare
scrosciando tutta l’acqua intorno
lasciando la sua presenza spaventosa di balena
formarsi dall’elemento informe come il senso dello spazio
dal centro-miracolo della vita-poesia…

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(particolare del Ponte della Garbatella, Roma)

Dalle sezioni in prosa                      

 Quanto più sento la vicinanza del cielo senza confine, tanto più mi accorgo di essere concentrazione anonima di materia in un viso, in un organismo momentaneo che si porta in posti diversi senza muoversi. Il soggetto del viaggio non viaggia: semplice punto, si apre prima in forma di cuore, poi di mente che spiega complicando, per richiudersi infine nel luogo in cui si era aperto, lasciando i suoi petali avvolgere l’essenza vuota, incorporea, senza spazio, che si era scoperta viva. Il viaggio è fatto di istantanee, volti riflessi, fotografie senza memoria.

*                      

Se del corpo solo conosco la figura, della filosofia il contorno che non racchiude sostanza, in definitiva solo il fantasma, l’indice del libro che non ho mai finito, lo sguardo che la luce assapora, e l’ondulare chiaro delle frasche, il vociare dei bambini mescolato all’innocente modularsi dei passeri sulle chiome – se solo ho potuto inventare l’illusione di un mondo sconosciuto, inciso nel marmo pensante come un affresco improvvisato in un tepore infantile di un maggio ritrovato, magica consistenza, fuoco ravvivato, nome pulito, chioma che si sfalda nel correre del torrentino – solo posso rinverdire questo quadro che germina dal centro con forza imprevista – la novità del battito come una conoscenza ultima – monade viva che rinnova la visione riducendola al cerchio unico e inapprofondibile della rappresentazione.

*                      

Il tema tracciato, nel tondo enorme senza figura inscritto, ridotta a punto la potenza del dire, il nome dissolto – chiara apparenza – limpida apparizione, dettato senza errori, giorno! – la scienza intera lavata nel grande contenitore e lì dispersa come inchiostro nel mare: nomino e mi sollevo – dovrei dire parlo, ma la voce non suona: l’intelligenza per un attimo conquistata – poi  si apre l’uovo nell’altrove – l’identità decomposta moltiplicata si sfibra in mille grani.

*                      

Spunta qualcosa, per miracolo combinatorio o invenzione emerge e si dilata – da rami interiori germina – unico flusso illusorio, anonimo pulsare quieto, irraggiamento momentaneo o definitiva visione?

*                      

In queste pause bianche come fogli enormi non scritti libere sgorgano nuove forme, partenze impreviste di ritmo come mari da una conchiglia, luoghi di una rinascita definitiva, strade impercorribili o senza uscita. Dietro le spalle il sole freddo scende come un rivolo lungo la schiena. Migliaia di rondini nerissime salpano verso la terra promessa. Rintocca l’inverno, come fosse il primo.

*

La vita più sottile di una foglia, stelo capillare da cui l’esistente è sempre sul punto di staccarsi lasciando l’identità evaporare. La mente pulsante beve orbite, spazio, profondità accese in freddi abissi. In punta di suono i versi come coccinelle primaverili sbocciate sulla mano portano l’età al suo principio, ai primi battiti, quando l’unica porta aperta era quella sul giardino. Il pensiero gravita latitando, spaesandosi in nuvole fiorite, distanze leggere, prati.                               

*

 Liberato dalla necessità, vicino al cuore dello stormire – definitivamente reso all’intatto, fiorito nella circolarità che non si rinnova, nel vuoto del movimento dove l’immaginazione non riesce a creare, dove la scansione non è legata al ripetersi ciclico – dove non suona verso o nota, la mano sapiente traccia il cerchio perfetto e dentro, specchiata, l’immagine dell’Eterno – dove il flusso termina, le piante si fermano in potenza verde, il futuro è impensabile, l’onda non cade, il viale aperto all’inverosimile, la mano chiusa nella cattura che non fa male, il bacio rientrato nel bocciolo – il tema si apre come mai si era aperto, nel tempo – il fiume torna nel ghiaccio da cui tutto è scaturito – circondato da materia, invenzioni rapprese, oscurità timorose, guardo nel fondo senza peccato scendere la pietra – la mente raggelarsi al contatto, il fiore scaturire diffondersi fino a sbiancare tutta la sfera pensante. 

 *                      

 Al chiaro di una saggezza chiusa in una mano, nel vento purpureo di un principio indeciso di mattino, con voce provvisoria, senza tumulto, in un timore a tratti dolce, tra un respiro e l’altro –   l’aria entrata con il fiato della profondità raccolta – lo sguardo fisso sulla rosa particolare, forse coincidente con la rosa totale – come una storia senza conclusione sospesa – senza ragione la grazia di un grappolo di parole si corica sul tavolo piatto inconsistente della visione.

*                      

La sorgente accesa nel centro, cero che splende riscalda il formarsi dell’istante, la felicità consapevole del dire – dal principio di pura quiete discende un fioccare di luce senza suono: tra la superficie del pianeta e il confine dell’atmosfera senza necessità di canto le creature si rinnovano tra l’imbozzolarsi e il fiorire: farfalle a piene ali, striature primaverili, gocce iridate, schegge cristalline – occhi da sempre aperti.

*                      

 Sale un’amarezza sottile dal filo invisibile di una fiamma di candela. Il piatto arrossato dal calore lascia che la mente si bagni specchiandosi. Il tono assunto dalla stanza è lievemente inquieto, ma la sostanza musicale si percepisce evidente come lo spazio ne fosse imbevuto, penetrato, rinnovato da un’alterazione sonora della luce.

 *                       

 Nel pieno esatto, nel chiuso compatto, nel disegno che ha solo un dentro – nel punto senza moto, semplice centro, nudo, nuovo, senza nome – cristallo di sillabe senza continuità né senso – si insinua la voce a spostare accenti, a inventare, sicura di sé, padrona. Le linee nere intonate dei rami disegnano il perdersi senza fondo. L’acqua compone il tono franco acceso del mondo: una fuga di uccellini insieme terrorizzati dal battito: la mano toccando lo specchio àltera, lievemente in salire, la melodia inerte, in nascere, del cielo.

 *                      

 Affido questa intelligenza sensibile al soffio fresco della brezza che passa: la affido alla neutralità del tempo che la ingloba, al fatuo essere che senza pensiero chiude ogni cosa nel suo ventre inanimato: le individualità provvisorie, gli involucri biologici che le intrappolano, gli occhi aperti che cercano uno sboccio nell’altrove, i cuori spompati che bramano la dissoluzione nella dimenticanza, lo sfascio nella demenza, nello sfarfallio di note microscopiche come goccioline finissime di mercurio, molecole di intelligenza private dell’anima che le fascia in un corpo – ritaglio immemore, nuvola ferma irraggiungibile su sfondo azzurrissimo chiaro.

 *                      

 Batte alto il rumore delle persiane al vento che le percuote: il senso si compone, in un brivido si compone, le ali dell’attesa stazionano sul corpo intero del divenire, nel flusso inquieto delle forme la mente, forma repentinamente accesa, riassume in un’immagine il vuoto, fa che l’apparenza abbia un nome: filtra dai sensi un’impressione. Il senso è il disegno che sulla carta si imprime, chiostro di versi colorato, armonia illusoriamente percepita, serenità, bellezza sorridente di un velo notturno su un’acqua mai ferma. La musica si rapprende in una corolla insapore di versi, entra e si perde in un fazzoletto di melodia, entra e si perde la forma chiusa del tempo, il tempo della sfera, la sfera senza dimensione, il fiato stremato ansimante bagnato insieme spegne tutte le candele.

*                      

Nell’intera forma viva che sotto il sole splende, non si cura il creatore di aver lasciato creature che si sfibrano e gridano il loro corpo che scolora: la forma intera sempre in qualche nuovo corpo rinasce, comunque nel complesso accesa brilla, ignorando che nelle anime si cela l’ombra e lo spavento, il dubbio sfila o sfugge come uno sfiato o l’acqua che si chiude sparendo in un tombino.

*                                     

Ritirati nel verso netto e temprato, nel fiato che scema e cala, nel punto indiviso, non sciupare l’immagine, quella data, quella che invade, quella che originaria si imprime e non cede. Ritirati nel buio – nel fondo senza forma, nel pieno senza fine, nella nascita che da quel pieno riparte: nel sopravvivere della forza che si rinnova dopo la morte di un corpo: altri continuano ad accendersi, altrove, nell’unica fiamma del tempo che sempre nuova esca dà al pensiero.

 

*                      

 L’anima tesse ostinata il telaio – il bimbo da figlio si ramifica diventa uomo (solo il piano a dar luce e suono, nell’angolo alla finestra vicino) – oh canto delle immagini, radura vegetante! – il fumo risale la vallata si dona alle nuvole diventa nuvola che filtra la luce e la luce e l’ombra passano sui contorni dei monumenti e le case ne prendono atto e dicono il tempo – il tempo senza parti – l’arte cede come un ciclamino senza volto, acqua morta cerino spento la forma non ha più spazio ormai, si vuota la filosofia nella semplice immagine, nel cerchio intelligente senza corpo: solo guarda il sole da cui viene – e più non si addormenta.

*                      

 Fiducia sia, ingenua e meravigliosa, nella potenza trascolorante, nel fiato pensante, nella corona fatata del mattino che sbianca, nella parola definitiva, nel ritorno all’origine, nel dispiegarsi del come e del perché, nella storia indivisa, nel centro immobile irradiato senza divenire, nella distanza che più non sfiorisce non tramonta, nella primavera che gocciola sognata, nel fosso sottile che risale tra gli alberi acquerellati nel boschetto, a perdita di voce. Nel riverbero sereno amaro dell’intelligenza si illumina il telaio vivo, si scrive nuotando nel buio la sua faticosa rinata armonia.

 *                      

 Il canto che ha avuto sboccio si conclude malinconicamente sfiorendo – implodendo nel centro della visione. Indifferente alla necessità del divenire, un essere calmo dai mille volti. La mostruosità della vita ramificata tentacolare ha il solo senso del suo manifestarsi. Il pensiero è pioggia battente, le finestre occhi cigliati, un fiume d’ombra rinfresca e distende la melodia sincopata azzurra dell’estate afosa e torrida. Il giglio bianco chiama da lontano, ma la sua voce è senza suono. Ogni mente lo vuole vedere pensare immaginare. Una nuvola di moscerini fluttuando con altalena di suono di intensità sinuosamente modulata dal basso vortica in crescendo sul prato di recente verde. Oh come piano e lento si impone gigante il corpo della sostanza insonne e musicale del mondo! Nel cerchio che delimita il possibile, invade il torpore tiepido e vuoto della piazza. Il muro della meridiana non ha tempo. La parete è limpidissima. Ogni nome disabitato.

 

*                      

 

Oltre la sfera della grande immobile percezione riposa tutto l’invisibile o il visibile nascosto e inaccessibile. La mente emana, nello spazio della ragione matematica o della visione poetica, una rappresentazione che lascia cadere lieve nel suo alveo. Illudendosi di cristallizzare il flusso inarrestabile delle forme, consuma la sua linfa fino a diventar fibra dell’altrove. Il mondo si dissolve nel ghiaccio del cuore che sciogliendosi muore. Il mondo non ha tempo. Il tempo non ha misura.                                                                          

 bello città nel traffico

Dalla sezione “Lettere”

 Conosco ormai (o mi illudo?) il nucleo forte da cui nascono le immagini, ma perdo troppo spesso la concentrazione: ho la sensazione di aver finito il combustibile, di essere diventato una stella fredda. Ho passato anni a seminare idee e versi lungo la strada, come Pollicino. Adesso devo ricostruire il cammino: mi affido a momenti di forza ritrovata, brevi periodi in cui l’anima mi é restituita tutta insieme –  poi mi lascio cullare dalla musica che ho già generato, in vuoti di pura contemplazione. Mi restano tra le mani queste forme provvisorie, questi disegni cristallini della mente aperta alla luce, e l’angoscia di non riuscire a costruire il corpo finale del libro unico a cui tendo e dentro il quale voglio entrare. Ho sempre creduto che la sintesi di pensiero e forma sia fatta di (pochi) versi. Mi muovo illusoriamente verso questa saggezza estrema che mi sfugge in continuazione: la poesia che mi contenga tutto, la descrizione finale che sia perfetta coincidenza di pieno e vuoto: un entrare nel mare unico, nella sintesi di anima e corpo che è conquista e oblio insieme. Questa, la strada: immerso in intuizioni sospese tra lirismo e filosofia, nell’accendersi del pensiero sulla pagina, continuo a seminare. Fin quando? (…)

a Elia Malagò, 3 maggio 2000

  La poesia indaga il pensiero, la sua vitalità la sua innocenza il suo telaio esile come le ali di un insetto. La scrittura scaturisce dalla presenza allucinata di idee e parole, costanti immaginative di un volo che, negli anni, si è sempre più abbassato verso la terra, fino a chiudersi in cristalli filosofici e lirici. Il dato evidente è la ripetizione di parole luoghi e temi: le ali il tempo il sole la luce l’ombra la terra l’aria l’acqua il fuoco l’eterno gli uccelli le farfalle i fiori il cerchio la sfera il centro il pensiero la coscienza la mente l’anima l’io dio l’uno il mondo l’origine il bocciolo l’infanzia la madre i figli il battito il respiro il silenzio la polvere la voce il cristallo la struttura l’idea la memoria l’oblio il chiuso l’aperto l’emanazione la città la piazza la strada il marmo la quiete le foglie i rami il giardino le forme il divenire l’essere il vuoto sono presenze ossessive, strumenti dell’invenzione, chiavi di lettura del baratro splendente che si mostra ai sensi e alla mente. (…)

a Andrea Zanzotto, 2 dicembre 2009

Luigi Manzi sorrideLuigi Manzi è nato nel 1945. Vive a Roma. Ha esordito in Nuovi Argomenti nel 1969. Ha pubblicato le raccolte di poesia La luna suburbana (1986), Amaro essenziale (1987), Malusanza (1989), Aloe (1993), Capo d’inverno (1997), Mele rosse (2004), Fuorivia (2013), con note introduttive di Dario Bellezza, Dante Maffia, Giò Ferri, Giacinto Spagnoletti, Cesare Vivaldi, Gian Piero Bona, Gezim Hajdari. E’ stato tradotto in varie lingue. E’ stato antologizzato in Rosa corrosa (2003) traduzione macedone di Maria Grazia Cvetkovska (pref. A. Giurcinova), Il muschio e la pietra (2004) traduzione albanese di Gezim Hajdari (pref. P. Matvejevich). Ha vinto vari premi letterari fra i quali il Premio Internazionale Eugenio Montale per l’edito, il premio Alfonso Gatto, il premio Franco Matacotta, il premio Guido Gozzano. Per l’haiku ha vinto il Chairman’s Prize Of the Organizing Committee nel The World Haiku Contest in occasione del Trecentesimo Anniversario di Okuno Hosomici e, appena recentemente, il Gran Prix Tsunenaga Hasekura riservato alle lingue europee e giapponese, in occasione del Quattrocentesimo Anniversario del viaggio per mare del samurai Tsunenaga Hasekura. Ha partecipato a festival internazionali e italiani, fra i quali il Festival Serate Poetiche di Struga 2001, in Macedonia, e il Festivaletteratura di Mantova. E’ presente in varie antologie, fra le quali Il pensiero dominante. Poesia italiana 1970 – 2000, Garzanti 2001

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Claudio Borghi POESIE SCELTE da La trama vivente (Effigie, 2016) Poesia metafisica – Tra fisica e poesia non c’è discontinuità – con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

cinese drago Si racconta che nei tempi antichi, in Cina, quando arrivava un'eclissi di sole, si usasse battere i tamburi per cacciar via il dragone che si stava ...

cinese drago Si racconta che nei tempi antichi, in Cina, quando arrivava un’eclissi di sole, si usasse battere i tamburi per cacciar via il dragone che si stava …

Claudio Borghi è nato a Mantova nel 1960. Laureato in fisica all’Università di Bologna, insegna matematica e fisica in un liceo di Mantova. Ha pubblicato articoli di fisica teorica ed epistemologia su riviste specializzate nazionali e internazionali, in particolare sul concetto di tempo e la misura delle durate secondo la teoria della relatività di Einstein. Presso l’editore Effigie sono uscite due sue raccolte di versi e prose, Dentro la sfera (2014) e La trama vivente (2016).  Una selezione di testi da La trama vivente è stata pubblicata nella rivista Poesia (settembre 2015).

giuseppe pedota acrilico su persplex anni Novanta

giuseppe pedota acrilico su persplex anni Novanta

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Claudio Borghi costruisce i suoi versi e le sue prose poetiche come partiture musical-pittoriche secondo una scansione temporale. Luce e Tempo sono i protagonisti di questa poesia, posta su un piano metafisico alto ma non nobile, piuttosto, direi, posata su un registro lessicale piano e prosastico. Il flusso del Tempo, scandito come una entità metrica variabile, spiega il ritmo ondulatorio che contrassegna questa scrittura.

Molte composizioni sono strutturate come movimenti o sequenze musicali: iniziano con un Cerimoniale lento e rigido che scollina in un Allegro moderato, per poi, subito dopo, alleggerire il tono mediante l’inserimento di un Lamentoso cantabile, molto legato; quindi, di nuovo, ecco un Allegro capriccioso che sfocia in un Vivace energico che si alterna con un Adagio mesto e un Allegro maestoso, fino a giungere ad un Andante misurato e tranquillo. Un pensiero poetico incastonato in una partitura musicale, suddivisa in più movimenti melodici e ritmici, è chiaramente rinvenibile sia ne La vera luce (di seguito riportata per intero) che nelle sequenze poematiche Il tempo immemore e La trama vivente (da cui più avanti vengono proposti alcuni estratti). Il Tempo è una entità sostanziata di ritmo e flusso lineare, una materia elastica governata da un metronomo esterno, un demiurgo che a suo piacimento dilata e restringe i tempi della partitura, un regista nascosto tra le pieghe del reale.

In un certo senso la Luce abita il Tempo, è il suo auriga.

Scrive Claudio Borghi, in una lettera in cui mi spiega come ha elaborato l’idea del tempo interno in fisica e in poesia:

«Non sento discontinuità tra fisica e poesia: l’idea del tempo interno mi è maturata dentro poeticamente prima che fisicamente. Osservando un volo di uccelli sollevarsi da terra, una mattina, ho pensato: c’è il tempo esterno, il tempo del movimento, il tempo-movimento, e il tempo che misura un divenire interno al volo: sono due tempi diversi, e il fatto che la fisica abbia dato, eccezion fatta per la termodinamica (vedi Prigogine, ecc.), risalto al tempo come misura del movimento (da Aristotele a Newton a Einstein, ecc.), non significa che il concetto di tempo si esaurisca nel movimento. Il divenire è potenzialità di cambiamento, lontano dall’equilibrio può accadere di tutto, che nascano e fioriscano e si evolvano in modo inatteso diversi mondi possibili, materiali o ideali.»

La poesia abita una struttura musicale che il poeta percepisce già esistere nell’universo: basta saperla riconoscere e snidare, saper scovare «l’onda dell’essere» che scrive «una storia senza scrittura». La poesia tende a diventare musica scritta in un pentagramma privo di note, all’utopia di una scrittura nobile che possa spaziare libera, oltre la terrestrità della «terra», oltre gli dèi e il dio monocratico, perché l’universo mal si adatta all’idea di una unità monocratica che diriga le molteplici sfere del cosmo. In definitiva, la poesia è una partitura musicale su foglio bianco: niente di più, niente di meno. Eppure il ritmo non solo assume un’importanza del tutto nuova, ma forma il nostro orecchio famelico di melodia, nutre la nostra fame insaziabile di suoni, profumi e ricordi, talvolta lontani e freddi, talvolta vicini e densi.

Un elemento qualificante della ricerca di Borghi è la considerazione dello spazio della poesia come realtà immaginaria che il pensiero poetico deve attraversare: il pensiero vivifica poeticamente lo spazio che, di per sé, sarebbe uno spazio morto.

La vera luce

Nel viaggio millenario si rinnova
l’onda dell’essere che sviluppa
una storia senza scrittura:
semplice dettato di emozione
il creato si imprime
sulle pareti della percezione,
sullo schermo degli occhi
o sulla volta risonante degli orecchi,
rimandando ogni cosa alle altre
e tutte intonando la forma del principio,
necessaria, presente,
viva eppure gratuita, assente,
quasi morta mentre su di sé
si richiude e ripiomba.

Sospeso il tempo si rapprende in nuvole
provvisorie come miraggi di attenzione,
lontananze illusorie
in un pieno di coscienza vigile,
nel miracolo della forza nell’inarcarsi
senza peso di un volo.

Il fiato si condensa,
la nebbia serpeggia immobile
lungo le strade, le parole
lasciano qualche traccia. La tempia
pulsa. Nel timido affiorare
di una frase musicale,
inessenziale e necessaria,
il sangue sembra diluirsi
e l’umore migliorare,
la luce diradando la foschia
irradiando un cuore di chiaro:
mente di creatura:
nudo fiore elementare.

La musica ha tutto dentro
o tutto vibra nella musica,
ogni particella emerge il suo essere
da oscillazioni senza tempo, dal fondo
si anima la danza,
a diversi livelli sorge la forma
e prende identità nel sollevarsi
dell’anima del mondo
e concentrarsi in microscopiche entità
fino all’accendersi dei fiori e dei frutti,
dei violini,
degli archi che rigenerano l’armonia
sotto le volte delle cattedrali
o nel quadrato breve delle camere.

Come raccogliere questi doni
e tradurli in ritmi
e momentanei accordi sa la mano
dell’artefice poeta, che sparge polline
profumato sulla pagina
e lo lascia generare forma
da semplici aggregazioni
o pieghe di suono,
vocali colorate, fatti puri,
vuote concentrazioni
e rarefazioni di senso,
foglie di musica
tiepidamente ondeggianti.

Oh come piano
si dissolve l’amaro,
il sapore acre della notte sciolto
sulle pareti della bocca si perde e tenue
torna il sole a dominare la scena,
a intonare un nuovo tema,
lasciando che ogni creatura
scorga la vera luce che svaria,
identica e diversa e senza quiete!

giuseppe pedota acrilico su tela anni Novanta

Giuseppe Pedota Acrilico su perplex anni Novanta

.

Ne La trama vivente versi e prose si alternano in dosato equilibrio. Di seguito una pagina in prosa, che nel libro è collocata poco dopo il testo poetico sopra riportato:

Se tutto è volontà e rappresentazione o, più semplicemente, identità, nocciolo, essenza che si emana in cose viste e si contempla nel cristallo delle forme create, ogni vita è un provvisorio sporgersi su un paesaggio momentaneo, una stanza sospesa, una lineare teoria di mura che chiudono lo spazio nei luoghi dell’abitudine.

Casuale emergere di uno sguardo, ogni identità come foglia cade una volta cessato il ciclo del verde: così gli occhi, che contengono un io, cadono una volta compiuto il ciclo vitale della rappresentazione. Non c’è arte, di materia o parola, che riesca ad esprimere la fatua sostanza del salire a galla della coscienza o la gratuità della caduta del corpo che quel salire ha vissuto.

Sfera immobile che non dura il creato, luogo senza tempo entro il quale si compie il miracolo tremendo inessenziale delle nascite e delle morti. Miriadi di occhi nell’anima del mondo (il tempo cosmico assente immobile): ogni creatura compie il suo destino di linfa o sangue, misura un tempo che è solo suo: il suo divenire unico e necessario. Consumato il cerchio di esperienza in cui sono inscritti e attraverso il quale misurano il flusso di quiete che lentamente brucia, gli occhi si chiudono, così che altri nuovi si aprano altrove e lo sguardo si mantenga acceso ovunque e sempre presente.

Il presente arde senza consumarsi.

L’anima del mondo non conosce le creature che si sporgono sulla trascendenza abissale sferica del non essere. Ogni volto aspetta di cadere e piega a terra il lungo collo nell’inquietudine della sua attenzione viva: si rifonde specchiandosi con l’immagine iniziale: alla quiete anonima grigia si abbandona, all’estenuata assenza di ogni desiderio.

Claudio Borghi è un compositore di nuovo conio, un outsider che, anche nella riflessione teorica sulle origini e la natura del tempo, tenta strade nuove, immerso e al contempo indipendente dalle correnti principali della poesia del secondo Novecento. La sua poesia e il suo pensiero lo testimoniano sin dalle prime manifestazioni, fino ai significativi contributi di questi ultimi anni. Figura insolita di poeta e teorico di livello, Borghi si situa con autorevolezza nel dibattito che coinvolge tutti i maggiori esponenti della poesia d’avanguardia dei giorni nostri, tra riflessione teorica e pratica compositiva. In questo senso, non poteva mancare ne L’Ombra delle Parole.

eclissi sole 7Di seguito, alcuni estratti da due sequenze in prosa.

Monadi solitarie vagano come particelle in sospensione in un fluido, atomi zigzaganti tracciano traiettorie browniane, incerti labirinti da cui la matematica fa emergere la traccia statistica di una regolarità, il senso precario di una soluzione.

 Nel vuoto, reso a tratti magnifico dal fiorire imprevisto di novità, la poesia cerca animandosi di trovare l’ebbrezza della sua sopravvivenza, nella dinamica fine a se stessa di un ritmo che senza soluzione di continuità si rinnova di parola in parola, di verso in verso, inanellandosi, inviluppandosi, naufragando nel cerchio immobile della presenza del tempo.

 Niente so della vita nelle cose, ma della vita posso disegnare i corpi che fuggendo sulla tela corrono come spinti da una forza michelangiolesca, soffiati da un turbine perenne, i corpi inquieti che si cercano per fondersi, si toccano e si amano per sentirsi l’un l’altro vivi.   (da Niente so della vita delle cose)

 La poesia trama, nascondendolo, un altro mondo che pare volersi affacciare come se, dietro le forme e i colori dell’affresco, un altro, o tanti altri, sepolti sotto strati di intonaco, potessero essere detti e portati in luce. Dietro le strutture in cui si organizzano la natura e le strade e le piazze delle città e gli accadimenti dell’esistenza e della storia sta la voragine dell’inesistente, del non detto, del possibile che non si è ancora fatto o non riesce a farsi reale. Dell’increato.

 Forse questa ansia lucida e incoerente, questo ostentare con orgoglio il proprio essere sotterraneo ma nello stesso tempo provandone terrore, davvero non è degna di un plotiniano. Forse sono inquinato da tempeste esistenzialiste, forse, più semplicemente, ho paura del vuoto senza nome in cui sento la “mia” poesia sospesa, il suo corpo trasparente la sua forza armonica vibrare su un paesaggio a cui sembra non appartenere, punto dal timore infantile che di colpo possa svanire come un corpo di illusione.

 Chiuso nella sfera trasparente della riflessione metafisica, contemplo i voli sopra le civiltà contraddittorie e violente e i deliri dello spirito tecnologico e l’ironia giustamente cinica sui troppi fabbricanti di versi e storie che stanno a contemplare silenziose macerie spirituali.

 Io ho imparato a scrivere sentendomi come un passero che impara a volare. Quando ho creduto possibile il salto o il volo ho provato a distendere le ali, ma spesso sono riuscito solo a immergermi in armonie intermittenti di paesaggi interiori, a moltiplicarmi nei riflessi di mente che quei paesaggi hanno generato, lasciandomi ora inondare da riverberi musicali ora folgorare da quel po’ di luce che ha bagnato le pareti dei versi, quando hanno toccato le radici del respiro che quella poesia rendeva viva. Ogni poesia è viva se impara qualcosa crescendo e formandosi, se ogni fibra del suo tessuto è necessaria, se nulla in essa è gratuito o esibito.   (da una lettera ad Antonio Moresco del 29 dicembre 2012, riportata nella sezione finale Lettere)

 Concludiamo con un’ampia scelta di versi.

 eclissi sole 5 

estratti da Il tempo immemore

I

Sente la notte la mente intera,
il magnifico riprodursi del suono ininterrotto,
il centro inaccessibile della sfera. La linea
invisibile sulla cartavelina dei sensi
si traccia necessaria, la strada immaginaria
si spiega tutta fuori
e sa dove andare. Ogni nome ha la sua radice
in un sostrato di erbe e terra nera,
legato a una profondità senza dimensione
emerge il suo viso, il battito, l’attenzione.

La potenza raccolta in un cerchio di energia
aspetta di abbandonarsi a un rotolo di melodia,
stagione immobile, emersa isola, visione
senza nome. Senza nome né forma il flusso,
tutto il tempo presente, gli animali inventati
discontinuamente, grandi e piccoli,
fino ai microscopici striscianti nell’erba
o che si incuneano tuffandosi sotto terra
e ricompaiono inaspettati, o ai minuscoli
insetti molteplici dalle ali vibranti
riverberanti frequenze inascoltabili.

Si protrae la ricerca nell’attesa,
in un parco di ore posato sulla distesa
del tempo vivo, disegnato con quasi noncuranza,
i tappeti fermi, i quadri alle pareti della stanza
appesi con pazienza dolce, in momenti di quiete
provvisoria, quando per qualche istante
tace la storia e il manubrio si lascia guidare,
nel piano indifferente srotolarsi dei giorni.

Il clima è accogliente. In una pausa del vento
si infila sottotraccia un ritmo inconsueto,
nella limpida (fulva) parodia del cielo il dettato
poetico si sparge come polline soffiato,
le nuvole intatte, i fogli fermi sul tavolo, il selciato
sottile fino alla trasparenza.
A fianco del sentiero bambino gli arbusti
meditano. Tutto pare aver la forza di resistere,
deciso ancora a illuminare la coscienza.

II

La barchina trasparente viene a riva, bagnata
di profondità di sogno nel cerchio della presenza
vuota vasta abissale, il flusso naturale
del venire ad essere delle cose dice
quanto deciso sia a rinnovarsi il senso,
ogni nome impregnato di energia e le falene
alte, illusorie molecole di luce in attesa,
vivi presagi nella tenebra ogni notte più nera.
Chiusa nel libro la fragile teoria dei versi,
la voce sparsa sulle pagine sfogliate
sempre più lievi, foglie più lievi
disegnate invano, rondini rinsavite ripiegano
svanendo dietro l’orizzonte,
si fermano, indugiano, ridiventano primitive,
innocenti note azzurre.
VI

Tra un istante e l’altro, un foglio e l’altro
il tempo si struttura nella presunta sostanza
che del mondo contiene l’invenzione. I piccioni
calmi sostano sul cornicione. L’un l’altro rivolti,
i colli grigi striati di iridescenze verdeazzurre,
si scambiano sguardi a scatti, allineati o paralleli
al profilo sottile di cemento su cui fermano
una irrisolta sequenza di impressioni.
Nulla più evidente della nuvola di frammenti
di questa evaporazione dell’esistente
in forme staccate e sparse, segmenti
provvisori di cui le menti
cercano la sintesi, ignorando del tempo
la continua sorpresa, rotolo che per semplice necessità
pare aprirsi si rivela
notte senza disegno inaccessibile,
sorgente emanata, nuvola o filare
di alberi verdi scoperti nel canto animato
sempre per la prima volta.

estratto da Strofe della materia viva

Di colpo ho perso interesse per le galassie
e la gravitazione e l’evoluzione
del corpo che tutto contiene, mi è sembrato
chiaro ed evidente che il punto pensante
non può contenere il contenitore,
che pensare l’evoluzione
immaginandola venire da un punto,
assimilandola al punto che la pensa
è solenne ingenuità – e stupida
ho sentito la scienza che pretende trovare
la formula che chiude in sé il mondo.
Spinto dall’impulso libero che la creatura
immette nella luce e nell’aria ho sentito
le gambe per la prima volta camminare,
la mente nuova assaporare
il niente di pensiero che sono le cose,
e i corpi viventi,
che credevo conoscibili esplorandoli,
guardandoli da vicino, ingrandendoli,
riducendo l’attività alla quiete inerte delle parti
e cercando il lampo che ne genera la struttura,
mi sono sembrati senza spiegazione,
polvere anonima che in figure, arti e visi
si muove come per miracolo interno,
che nasce senza che possa la mente
coglierne il centro di emanazione.
Da questo centro mi sono sentito venire,
pensiero e volto e arti e figura, e lo sciame
delle creature mi è parso abitarmi per miracolo
istantaneo di creazione, totale, indivisibile,
vuota visione senza nome.

Giuseppe Pedota acrilico, Paesaggio esopianta anni Novanta

Giuseppe Pedota acrilico su perplex anni Novanta

estratti da La trama vivente

Il passero sul ramo leggero riposa,
lo inarca con dolcezza di peso
e lo fa oscillare.
Il giorno si raccoglie tra le braccia
innumerevoli sottili dell’albero
e il corpicino affidato a un’amicizia semplice
sorride il suo canto acuto. Eppure
qualcosa di sotterraneo fluisce,
come lama ferisce
la semplice offerta della musica
disegnata negli occhi. Eppure
la linea melodica ha dentro
una disarmonia che la corrode
sporcandola di imperfezione,
un cuore affaticato che nello sforzo si piega
fino a deporre sfiancato lo slancio,
a smorzarsi in inquietudine notturna.
*

Si traccia sapiente la ricerca,
disegna una trama che vedi dipanarsi sicura
dalla mente alle cose,
in cui il sapere pretende conquistare,
o vedere con occhi definitivi,
il senso della materia, dell’energia e delle forme.
Si colma in un processo di conquista la scienza,
in un abbraccio verticale,
tentando la fusione dello sparso
nel cerchio unico della coscienza.
Eppure le cose dentro mutano e si sfibrano
fino a sfiorire e sgretolarsi,
l’esperienza priva la mente
della possibilità ultima del contatto,
l’abbraccio bramato si dissolve, i corpi
come evanescenze si allontanano, la visione
come una marea si ritira spegnendosi,
viva lasciando solo l’illusione
di un possibile rinnovarsi:
come un dono offerto intero
al prato deserto della contemplazione
ritorna nel luogo inattingibile,
da cui nell’anima, potente, si era riversato.
*

Cosa radica questa varietà di creature
alla sfera che abitano,
corpi pesanti e leggeri,
inabissati o volanti
o beatamente contemplanti,
in attesa di chissà quale evento liberatorio
da tanta impaurita moltitudine?
L’indaffarato brulicame trae linfa
dalla sostanza in cui sta immerso,
i pesci dall’acqua, gli uccelli,
i rettili e i mammiferi dalla terra,
dall’acqua e dall’aria traggono
alimento di vita e tutto è legato
al filo tenue di un respiro,
come un aquilone alle mani
di un bambino che gioca
e da un attimo all’altro può stancarsi
e lasciare la forma al suo destino:
perdersi nell’alto, svanire nel centro,
ridursi all’inconsistenza.
*

Non ho imparato tutti i nomi dei fiori,
né so bene che diverso profumo
emanano respirandoli. Conosco
i giacinti i fiordalisi le camelie
la mimosa la genziana il tulipano,
ma non li ricordo, come fossero parti
di un unico fiore indifferenziato.
Solo trattengo innumerevole il fiato
delle rose e il labirinto in cui si perde
la mente che stupita le avvicina
e dentro annega, ancor prima
di sentirne il profumo, stordita
dalla bellezza primordiale della forma.

*

La calma del cimitero insegna
la presenza tranquilla della morte,
il silenzio della polvere,
la persistenza malinconica della memoria.
Troncata l’erba della parola dalla falce muta,
rimane il flusso della visione
che scorre in un’assenza di mondo.
Il vuoto e la lontananza bagnano
la candela del cuore, che ultimo
cerca ostinato un sentiero
nella tenebra e piange,
lamentosamente piange il suo male
di essere stato,
trafitto dalla distanza incolmabile del dio
e dal nonsenso disumano del peccato.

In rapida sequenza rondini esaltate
si staccano una ad una dai più alti fili,
trovano la forza per lasciare
la valle delle forme e si slanciano
nella sfera che le contiene in una nube
insensata di luce bianca, mentre
in un lampo di buio si disperde,
in chiuso volo,
in polvere rarefatta,
anonima di preghiera,
la trama vivente del tempo.

claudio-borghi-2009-a

claudio borghi 2009.

 

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