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Rutilio Namaziano – Attesa in porto

Ausonius

 Rutìlio Namaziano (lat. Claudius Rutilius Namatianus). – Poeta latino (sec. 5º d. C.), nato inGallia (Poitiers, o a Tolosa o a Narbona)  da Lacanio che fu governatore di Tuscia e Umbria. Fu praefectus urbi nel 414; imbarcatosi (417) a Portus Augusti per tornare in patria, descrisse il suo viaggio dalla foce del Tevere a Luni (le vecchie strade consolari di terra erano ormai in rovina e malsicure) in un poema in distici elegiaci De reditu suo (in due libri, il primo di 644 versi, il secondo interrotto al v. 68). Oltre alla descrizione degli spettacoli naturali e ai ricordi eruditi che affiorano a ogni tappa del viaggio, sono notevoli nel poema l’ammirazione e l’amore per la bellezza e la grandezza di Roma, che egli sente con animo pagano, avverso al cristianesimo; in una lunga (I, 47-164) apostrofe a Roma è il verso (63) che la esalta come unica patria di genti di ogni terra: fecisti patriam diversis gentibus unam. Rutilio Namaziano apparteneva ad una famiglia dell’aristocrazia latifondista della Gallia e i suoi possedimenti dovevano trovarsi nella Narbonese. Successivamente si stabilì in Italia (dove il padre era governatore della Tuscia e dell’Umbria) e qui intraprese una brillante carriera di funzionario. Nell’anno 415 (secondo alcuni storici nel 417) iniziò il viaggio per il ritorno in Gallia: scongiurato il pericolo immediato dei barbari, restavano sulla scia del loro passaggio solo rovine e così Rutilio decise di tornare in patria per sovrintendere ai suoi possedimenti.

La storia del suo viaggio viene narrata in un poemetto (De reditu suo), che diventa una fonte preziosa per documentare il degrado delle terre maremmane in quel periodo. Rutilio, infatti, dopo aver constatato il degrado dell’agro toscano e della via Aurelia, ormai impraticabili a causa della recente invasione dei Goti, scelse la via del mare. Partito da Roma, passò di fronte alla costa della Maremma e vide da lontano la città di Cosa, ormai distrutta e incustodita. Puntò quindi verso Porto Ercole e si trovò di fronte la grande mole dell’Argentario. Vedendo in lontananza l’isola del Giglio, annotò che quest’ultima era scampata alle devastazioni barbariche ed anzi era servita da rifugio per coloro che erano fuggiti “dall’ Urbe straziata”. Toccò quindi l’Ombrone, perché costretto ad un approdo forzato, e proseguì infine il suo viaggio lasciandosi alle spalle le coste della Maremma.
(da “De Reditu” Il ritorno, trad it. di Alessandro Fo)

 

ATTESA IN PORTO

Allora infine vado alle navi, per dove il Tevere
che si apre in fronte bicorne, solca i campi a destra.
Il braccio di sinistra, inaccessibile per troppa sabbia, viene evitato;
accolse Enea, gli resta questa sola gloria.
E già aveva sciolto più spazio alle ore notturne
Febo nel cielo, più pallido, delle Chele.
Esitiamo a tentare il mare, e aspettiamo in porto
e non rincresce la quiete imposta dal rinvio
mentre le Pleiadi al tramonto infuriano sul mare infido
e mentre l’ira del momento procelloso cade:
è bello volgersi ancora, spesso, a Roma vicina
e con lo sguardo che viene meno seguire i monti;
dove mi guidano, gli occhi godono dei luoghi cari
ed ecco sembra che, ciò che bramano, lo vedano.
Né riconosco da un filo di fumo il punto
che segna il centro del mondo, le mura sovrane
(benché l’indizio di un lieve fumo commendi Omero
se sorge agli astri dalla terra che ami):
ma una zona più luminosa in cielo, e un tratto sereno
segna le sette splendenti vette dei colli.
Là sono eterni soli, e ancora più terso
appare il giorno che Roma crea per sé.
Di più e di più, stordito, avverto il chiasso dei giochi,
acclamazioni improvvise dicono pieni i teatri,
l’aria, percossa, mi rende voci note,
volino qui davvero o sia, a plasmarle, l’amore.

Rutilio
Tum demum ad naves gradior, qua fronte bicorni 
dividuus Tiberis dexteriora secat.
Laevus inaccessis fluvius vitatur harenis;
hospitis Aeneae gloria sola manet.
Et iam nocturnis spatium laxaverat horis
Phoebus Chelarum pallidiore polo.
Cunctamur tentare salum portuque sedemus 
nec piget oppositis otia ferre moris, 
occidua infido dum saevit gurgite Plias 
dumque procellosi temporis ira cadit.
Respectare iuvat vicinam saepius urbem 
et montes visu deficiente sequi, 
quaque duces oculi grata regione fruuntur,
dum se, quod cupiunt, cernere posse putant.
Vec locus ille mihi cognoscitur indice fumo, 
qui dominas arces et caput orbis habet 
(quamquam signa levis fumi commendat Homerus,
dilecto quotiens surgit in astra solo), 
sed caeli plaga candidior tractusque serenus
signas septenis culmina clara iugis, 
illic perpetui soles, atque ipse videtur,
quem sibi Roma facit, purior esse dies.
Saepius attonitae resonant circensibus aures,
nuntiat accensus plena theatra favor; 
pulsato notae redduntur ad aethere voces, 
vel quia perveniunt, vel quia fingit amor.

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