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Poesie di Predrag Bjelošević da ‘Insieme con i muri’, Repubblica Srupska, traduzioni dal serbo di Danilo Capasso Predrag Bjelošević usa il linguaggio forse più inadeguato del nostro tempo, quello della poesia, in senso largo della poiesis, che parla della crisi in cui viviamo con la lingua della crisi, Ma quale crisi se tutto è in crisi? E qui sorge il problema: come fare per scorgere un fondamento nella crisi? Dialogo con Vincenzo Petronelli

Poesie di Predrag Bjelošević

da Insieme con i muri, Progetto Cultura, Roma, 2021

Predrag Bjelošević è un poeta essenzialista, in tal senso è un poeta erede della civiltà del modernismo. Non lo interessa la poesia di paesaggio o la poesia sperimentale; la poesia per il poeta serbo è una situazione, uno stato di cose, un significato, o un non-significato, può essere tutto ma non può essere commento, glossa; la poesia è una parentesi che apriamo davanti ad uno «stato in luogo». Che cos’è la poesia essenzialista? È il presentarsi di un evento, un qualcosa che appare e che si rivela, un colpo di fulmine. Il poeta serbo è tutt’altro che un poeta istrionico o derisorio come potrebbe far pensare il titolo di una sua opera: »R Ž«; chissà, iniziali di parole inesistenti o, forse, di parole di uso domestico, non sappiamo. Bjelošević ha una spiccata consapevolezza della desertificazione significazionista che ha attinto il linguaggio poetico del Dopo il Moderno e della necessità di un profondo rinnovamento della forma-poesia; sa che il linguaggio poetico è situato in un non-luogo, uno Zwischen, un frammezzo, distante dai linguaggi della comunicazione. Il poeta serbo ha abbandonato l’idea di una poesia in relazione mimetica con il reale, sa che quella via non è più praticabile, dal momento che la mimesis è il modello che adotta la civiltà dei media. La poesia non ha più la funzione di rappresentare un mondo e neanche di purificare la lingua della tribù, come si diceva una volta, semmai ha oggi il compito di dentrificare il fuori e di fuorificare il dentro, proprio in virtù di quel suo situarsi nel «fra», nel «frammezzo», né di qua né di là, in un senza-tempo e in un senza-spazio, in una condizione precaria e instabile. Bjelošević fa poesia ultronea e intima: nomina una situazione verosimile per poi virare subito nel paradosso e nel sovra reale; la sua poesia scantona tra questi due estremi con naturalezza e ingegno, sa che l’ultroneo e l’intimo sono le sole condizioni di possibilità di sopravvivenza che oggi ha il linguaggio poetico non convenzionale. La poiesis non ha alcuna possibilità di sopravvivere se si consegna, bendata, alla ipocrisia dei linguaggi comunicazionali, questo Bjelošević lo sa ed opera di conseguenza, fa poesia essenzialista con una sensiblerie post-moderna, all’incrocio tra la modernità e classicismo lirico.

(Retro di copertina di Giorgio Linguaglossa)

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Predrag Bjelošević (Banja Luka, 29 maggio 1953) è poeta e drammaturgo, e direttore artistico del Teatro per bambini della Republika Srpska. I suoi principali libri di poesia sono: Malto amaro, (1977), Volto occipitale, (1979), Il linguagio del silenzio, selezione di poesie  in italiano, (1982), Grid and Dream (1985), Dall’Interspace  (1987), Discorso, silenzio (1995), Water Shirt, Selected Poems (1996), In Fear of Light (2001), Rye, canzoni selezionate in francese (2002), Shadow and Vault (2005), » R Ž « (2002). Ha vinto numerosi premi e riconoscimenti. Per il libro di fiabe Walking senza testa (2010), ha ricevuto il prestigioso premio per il miglior libro di fiabe serbo “Pavle Marković Adamov”; nel 2013 ha ricevuto la Gran Fiction “Flying Feather” al Festival internazionale degli scrittori sloveni “Slovenian Embrace” a Varna (Bulgaria).

Adesso, una volta ci penso

E il fuoco acceso dallo sguardo s’affievola
l’attimo di un volto in fiamme come vergogna è molto irreale
i bianchi colombi assomigliano sempre di più a gazze
una strada un tempo lunga adesso sembra corta
un passo un tempo veloce e leggero adesso sembra lento e assonnato
solo i pesci dai tempi che furono saltano fuori dall’acqua
con la stessa ghiottoneria divorano i disattenti insetti
E proprio i pesci nello stesso attimo fanno l’errore delle proprie vittime
presentando il proprio grandioso aspetto agli uomini

Il volto del mondo è ovvio – inespressivo
il volto non è necessario – le maschere lo sono
la fuga è impossibile
dappertutto intorno a noi
vigilano i nostri sogni avveratisi

Allora e adesso

Sono cresciuto nella città di BL accanto al fiume
poteva esssere qualsiasi altra città
ma mi sarei posto sempre la stessa domanda

ho corso lungo le rive ricoperte di erba alta
e di spesse e callose radici di faggi
mi sono nascosto con i ragazzini sulle mura della fortezza
ma raramente abbiamo visto i serpenti velenosi
solo i racconti su di loro ci facevano paura
e del resto anche loro sembravano evitarci

oggi quando sono andato a fare quattro passi con mio figlio
per le stesse rive e le stesse mura
al posto dell’erba fitta raccolta in alti fasci
s’intrecciavano i serpenti
sotto le radici callose
ansimavano le coronelle sonnolente
dalle mura della fortezza scuotevano le code
come bandiere del vincitore

ogni momento era buono per preoccuparmi da padre
– guarda avanti
– guardati intorno
– vedi quello su

finché mio figlio si è fermato
– esistevano questi serpenti
anche allora quando eri come me

in quell’attimo uno stormo di merli chioccolanti
ha coperto il cielo
– Forse pioverà – dissi
dobbiamo fare in fretta

(90)

Poesia patriottica

Il mio Paese è piccolo
il mio piccolo paese
ha un imene piccolissimo
ed incredibilmente elastico

Il mio piccolo Paese
nessun dolore terreno
lo può far piangere
il mio Paese è pregno
della sua resilienza

Il mio piccolo Paese
è orgoglioso
della proprio evidente verginità

E non c’è Alcuno….che potrebbe
soddisfare il suo popolo
non c’è alcuna forza che non si perderebbe
nella sua docilità
non c’è alcun cuore che batterebbe
l’ultimo suo sussulto

I suoi figli sono fatti
di lampo e di tuono
di falce e di martello
di sogno
sono stati fatti i suoi eterni figli
che allegramente spalancano le braccia
incontro all’amicizia
ora verso Oriente, ora verso Occidente
e solo le stelle luccicano eccitate
e solo le stelle vedono
l’amore ripagato di nascosto
e il rossore sulle gote del mio piccolo Paese
e il sangue che scorre e si aggruma
nella forma di una fetta verde d’anguria

A tutto ciò il cane furiosamente
abbaia dal cortile
a tutto ciò insopportabilmente miagola il gatto dal tetto
a tutto ciò turbamente suonano
le campane ortodosse dal cielo

(91.)

29. 12. 92

mi sveglio e non ci credo
di nuovo di fronte a me
il tè
fatto di sbobba lirica

sgranocchio una fetta biscottata di realtà
crocchiano i proiettili sul tetto
sento che è tutto un errore
non c’è una via fino all’unità nell’universo

schizziamo come sperma nel buio
ci trasformiamo in un Niente che parla
in un Niente che si soddisfa da solo
e si scuote dall’eccitamento

mentre beve il tè fatto di sbobba lirica

Аhi, sonetto

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(93.)

Incubo, Realtà, Ribellione della Poesia

Ho avuto un Incubo notturno
le poesie mi sputavano addosso
buttavano pietruzze fischiavano

Ero al parco giochi, legato nudo
non mi potevo muovere dal centro
intorno erano allineati come un viale alberato
guardie armate

Dal Sud si cantavano canzoni
dall’Ovest si urlava la poezia
dall’Est come una campana di chiesa
protestava la poesia

Ascoltavo con gli occhi
già circondato da una massa di spazzatura
già riempito di monetine

Allora i manganelli hanno iniziato a tenere
lunghi monologhi
allora i fucili hanno iniziato a recitare
versi sempre uguali
allora in ritornelli apparivano
gli aerei supersonici
insopportabilmente bombardando le mie orecchie

E quando tutto lo stadio era pieno di sudore e sangue
entrarono i pompieri di turno
spruzzando da tutte le parti
acqua acqua acqua…
con la quale in un attimo l’ardente spettacolo si spense
come la sete di labbra secche

Oddio – come è vera la notte
Оh – come sei reale Incubo

(94.)

Predrag Bielosevic Cover Def pngcaro Giorgio,

conosco e frequento da sempre, tra le altre tradizioni poetiche, quelle dell’affascinante mosaico dell’Europa orientale, dai Balcani fino oltre i confini geografici europei, scavalcando gli Urali fino ai monti ed alle valli dell’Asia Centrale; conoscendole approfonditamente, ho sempre pensato che proprio queste realtà poetiche, possano offrire un contributo notevole al rinnovamento, svecchiamento ed attualizzazione del linguaggio poetico della produzione poetica dell’Europa occidentale. La poesia balcanica in particolare – di cui Predrag Bjelošević si rivela essere uno dei suoi interpreti più cristallini – nella misura in cui storicamente quest’area è stata drammaticamente il crocevia e l’anticipatrice di tutte le crisi e le fratture che hanno caratterizzato la storia europea del XX Sec. può offrire un impulso particolarmente efficace in questo senso.
Predrag è inoltre del cuore della ex Jugoslavia, a sua volta cuore dei Balcani, di quella Bosnia che non a caso durante gli ultimi anni del secolo scorso, è tragicamente assurta al ruolo di baricentro della storia dell’Europa post-guerra fredda e post-duopolio Usa – Urss, salutato inizialmente come trionfo di libertà, ma rivelatosi ben presto una trappola peggiore dello status quo ante, poiché frutto in realtà dello smembramento di uno solo dei due attori – lasciando l’altro in una situazione divenuta ben presto di monopolio degli equilibri geo-politici mondiali – e per il pristino affacciarsi sullo scenario di nuovi inquietanti protagonisti. Non sono assolutamente un nostalgico dell’ancien règime, ma questo è semplicemente ciò che è stato della storia europea e ciò che l’Europa è divenuta oggi, in pratica la matrice della condizione politica, sociale ed esistenziale dell’uomo europeo ed occidentale odierno.
Tutto ciò si ritrova riassunto egregiamente nella poesia di Bjelošević di cui Giorgio Linguaglossa firma la prefazione, mediante la traduzione meritoria di Danilo Capasso, che costituisce senz’altro un esempio mirabile di Poetry Kitchen balcanica, appunto per la sua mirabile capacità di saper interpretare la rottura degli schemi, il disarcionamento dell’uomo odierno dalla selle delle sue certezze avite, emerse ineluttabilmente nella loro falsità.
Il “buio”, come giustamente evidenzia Linguaglossa, è la cifra, la metafora, l’incarnazione della crisi, dello smarrimento, della sensazione di “non luogo” (utilizzo volutamente in senso traslato questo famoso concetto della riflessione antropologica) che sembra essere la società oggi per l’uomo contemporaneo, una sorta di tunnel, in cui il soggetto si ritrova intrappolato, simboleggiato da quella felice intuizione che è RŽ (che richiama altre figure di alter-ego vaganti del poeta, tra i quali uno vicino geograficamente e se vogliamo anche per la sua irriverenza – sebbene di segno un po’ diverso – a RŽ che è il Petrica Kerempuh di Miroslav Krleža), il bardo di quest’umanità dolente, in grado di fornirle una bussola, essendo “un uomo/Senza peli sulla lingua”, “uomo coraggioso”, con le sue “Parole trasformate in oggetti” e che “Nel mare aperto/ O nelle fauci di un coccodrillo/Ugualmente/ Il mare avrebbe ondeggiato” e lui “Sarebbe rimasto ancora sulla riva”; e non può che essere lui infine e taumaturgicamente ad approdare al miracolo di una “poesia/Liberata/Dalla voce comune/ E dall’emozione effimera”.
Già: perché evidentemente la parola, ed in particolare la parola poetica, non può che rimanere arenata nello stesso magma che accompagna l’intero quadro esistenziale umano, dal quale il terapeuta RŽ riesce ad affrancarla, piallandola dell’effimero del quotidiano, del chiacchiericcio, dell’idioletto cui è ridotta dall’autoreferenzialità della maggior parte della poesia che circola oggi, la quale finge di non arrendersi alla crisi nel nome della tradizione: il risultato però è che non facendo i conti con la crisi stessa, finisce per istituire una poesia-feticcio, senza più alcuna pretesa di vera ricerca, ma funzionale solo ai meccanismi degli “idòla fori” baconiani.
Si avverte in Predrag Bjelošević, la necessità di depurare la lingua-strumento di comunicazione della vita umana e la lingua poetica dall’origine di tutti i mali che hanno afflitto l’Europa e l’occidente del XX sec. e che continuano a perseguitarla ancora e cioè il peso degli «idola» della storia, di un memoria, che ancorché teoricamente sostanza della personalità del soggetto, nella dimensione collettiva viene spesso piegata a strumentalizzazioni dannose e funzionali esclusivamente al sistema di potere.
Condivido la definizione data da Marie Laure Colasson della poesia di Predrag Bjelošević come di una “preghiera laica” in grado di esprimere l’istanza soteriologica che l’individuo avverte di fronte allo scompaginamento odierno e che al tempo stesso funga da antidoto contro la risposta apparentemente più semplice a tale malessere, rappresentato dai populismi e le dietrologie varie.
Per rimanere ad un parallelo con il nostro panorama storico attuale, potremmo definire la poesia di Bjelošević come vaccino per l’anima.
Un abbraccio e tutti gli amici dell’ “Ombra”.

(Vincenzo Petronelli)

caro Vincenzo,

la poesia in Italia è rimasta orfana della Politica, e si è de-politicizzata, si è privatizzata, è diventata una proprietà privata dell’io. Nel mondo balcanico invece no, la poesia ha ancora qualcosa di importante da dire, la poesia riveste un ruolo etico, di guida dei comportamenti e delle scelte, e quindi è eminentemente politica, ma non politica dal punto di vista dell’«impegno» quanto politica in quanto la vita stessa è politica, non può dividersi lo zoon dall’anthropos.
Predrag Bjelošević è figlio della storia della Repubblica Srupska, della piccola Serbia e della grande Europa, ha vissuto il «buio» della sua storia. Predrag Bjelošević e Duška Vrhovac sono due poeti serbi, entrambi condividono il senso della Crisi che attraversa il loro paese, la loro poesia è carica di «senso», la loro parola è «pesante» e pensante, la nostra parola invece è «leggera» e priva di pensiero, i poeti italiani non hanno nulla da dire tranne ciò che c’è nella loro presunta interiorità, e poiché lì non c’è nulla da dire non dicono più nulla, o al massimo si rifugiano nel commentino in margine.
Ecco Predrag Bjelošević:

Tutto questo buio acceca
Non si può guardare senza una pausa

Non si capisce
Chi ha un ruolo positivo echi quello negativo

Chi sono i dilettanti e chi i professionisti
In questo spettacolo macabro

Il regista è un allievo superficiale di Mondrian

Ed ecco Duška Vrhovac:

Fatti il segno della croce.
Taci.
Grida.
Muori subito.
Sopravvivi a tutto.
Cammina.
Vai.
Fermati.
Fotografati.
Entra nella storia
Rompi lo specchio.
Rifinisci l’aureola.
Oppure cancella il tuo volto.
Tanto fa.
Questo è il caos.
E tu nel caos solo un grido.

Sono parole «pesanti», la voce è impostata al centro del petto ed esce sonora e forte, baritonale. La voce dei poeti italiani invece esce in falsetto, miagola, squittisce a metà tra la glossa e l’ipocrisia, un connubio indecente che sa di argumentum, da dottor sottile.

(Giorgio Linguaglossa)

Caro Giorgio,
sottoscrivo appieno tutto ciò che scrivi. Uno dei valori aggiunti dati dalla frequentazione di altre tradizioni poetiche, oltre all’arricchimento dei propri orizzonti, stilistici ed espressivi, risiede proprio nel fatto di poter incontrare poetiche ancora calate nella lettura ed interpretazione critica della propria realtà contemporanea. La Poetry kitchen, rimettendo in discussione i dogmi connaturati ai codici d’espressione poetica, conduce in realtà una complessa operazione antropologica e politica, evidenziando i limiti non solo linguistici, ma sussuntamente politici, etici e morali che si celano dietro il processo di eccessiva intimizzazione dell’arte, dietro la pretesa che i limiti dell’”Io” debbano necessariamente corrispondere al territorio del “noi”. Che non sia un esercizio puramente stilistico od accademico, lo dimostra chiaramente il delirio cui stiamo assistendo con l’indecoroso spettacolo offertoci quotidianamente dalla galassia di queste schegge impazzite, ma purtroppo non isolate, che in nome di una presunta affermazione delle libertà individuali, conducono quest’assurda campagna oscurantistica verso la scienza ed il sapere, madre di tutti gli abominii della storia. Ed appunto, tutto ciò viene condotto in nome di una presunta libertà individuale, che intesa in contrapposizione alla libertà collettiva, ammanta di progressismo quello che invece è invece una direttricie dichiaratamente autoritaria, come peraltro dimostra chiaramente la matrice di tali movimenti. Il tutto avviene inoltre, laddove ci sarebbe bisogno di una reale mobilitazione per tematiche oggettivamente serie e rispetto alle quali il nostro pianeta è posto di fronte ad un momento di non ritorno, quali i cambiamenti climatici, le guerre sempre più dilanianti negli angoli più disparati della terra, le crescenti disuguaglianze economiche, gli squilibri nella distribuzione e nelle possibilità di attingimento delle risorse fondamentali per la vita umana (a cominciare da acqua e cibo); ma in questo caso, si sa, si tratta di battaglie effettivamente costruttive, che muovono in nome del sapere e del progresso, non per distruggere ed oscurare: ed in una società in cui ormai ci si indigna solo quando ci si nega la possibilità di fare quel ci pare, inevitabilmente e molto più seducente distruggere. La poesia di Bjelošević e di Duška Vrhovac, ci giunge da una ultra lunghezza d’onda, dalle onde dei Balcani, centro “realistico” ed ipostatico delle crisi almeno per quanto concerne l’Europa e la loro poesia (intesa non solo come produzione poetica dei due poeti citati, ma “loro” come inteso anche come aggettivo possessivo dell’area geografica di provenienza dei due artisti) non ammette fronzoli o indugi manierati o ripiegamenti asfittici sull’ “io”, ma necessita di orientare il periscopio dritto al fuoco, al cuore espressivo ed ontologico. E’ uno dei più grandi insegnamenti che ci proviene da quest’angolo di mondo ricchissimo di tradizione poetica (così come da buona parte di poesia latino americana, dell’Africa post-coloniale, del mondo persiano e dell’Asia centrale, come da altre latitudini) ed è la grande indicazione, la grande traccia poetica fornitaci dalle poesie di Predrag Bjelošević.

(Vincenzo Petronelli)

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Predrag Bjelošević, Poesie da ‘Insieme con i muri’ Poesie scelte 1977-2020, Progetto Cultura, Roma, 2021, Prefazione di Giorgio Linguaglossa Ržismo è il riconoscimento del senso nella cieca oggettivazione del non senso, Traduzione di Danilo Capasso, Bjelošević ha una spiccata consapevolezza della desertificazione significazionista che ha attinto il linguaggio poetico del Dopo il Moderno e della necessità di un profondo rinnovamento della forma-poesia, sa che il linguaggio poetico è situato in un non-luogo, uno Zwischen, un frammezzo, distante dai linguaggi della comunicazione


Predrag Bjelošević

Pace ai fiori

Pace ai fiori dentro di voi e con voi
Pace ai fiori da ambedue i lati del fiume
Pace ai fiori della flora subacquea
Pace ai fiori del cielo che si celano
Dietro la nebbia delle nuvole infantili
Pace al tempo con il tempo dei giorni passati
Inanellati nel malinconico rosario dell’umanità
Pace all’universo minacciato dai sogni dei fiori
Pace in mezzo alla tosa stellare della notte nel nostro occhio
Pace allo sguardo accecato dell’essenza floreale
Pace ai vanitosi petali della folla pregni
Di profumo del bisogno di un cambiamento generale
Pace ai fiori da ambedue i lati del fiume della vita
che ancora scintilla
sulle rapide del tempo rimasto

IMPLORO UNA PAUSA, OH SIGNORE

Questo spettacolo dura troppo
Bisogna fare una pausa

Bisognerebbe fare una pausa
Per far riposare e cambiare vestiti agli attori

Bisogna fare una pausa
Così noi nel pubblico ci riposiamo e guardiamo

Almeno con un occhio
Almeno per prendere un po’ di aria

Tutto questo buio non è per niente educativo
Signore –

Tutto questo buio acceca
Non si può guardare senza una pausa

Non si capisce più
Chi ha un ruolo positivo e chi quello negativo

Chi sono i dilettanti e chi i professionisti
In questo spettacolo macabro

Il regista è un allievo superficiale di Mondrian
Ha colto l’intensità della monotonia

Persino quel puntino luminoso vagante
Nel buio assoluto del palcoscenico

Sembra buio

Questo spettacolo dura troppo
Bisogna fare una pausa

Il buio passa al pubblico
Scricchiolano le sedie il lampadario di cristallo stride

Sento che il buio di un applauso forzato
Presto smuoverà i capelli sulla testa

E le parole trasformeranno
Il discorso in un urlo atavico

IL SIGNORE DELLA LUCE

Il signore della luce
Buio
Sta fissando se stesso
Ma la faccia del buio
Non la vede

La faccia del Buio
Si nasconde nell’occhio del Buio
Intorno al Buio e nell’anima del Buio

Quando parla l’Anima
Del Buio
Si fa Giorno

Quando l’Anima del Buio
Sogna
La sua ombra fa la guardia
Su di noi

Notte

E tremola
illuminata dalle stelle

Allora il Signore della Luce
Buio
Nota le rughe stellari
Sulla sua fronte

Però le persone

Le persone
Come neanche il proprio viso
Non le ha ancora viste 

SULLE TRACCE DI RŽ

Quando mi sono avviato
Le impronte erano ancora visibili
Ma le impronte dei miei confratelli
Che si sono affrettati in avanti
Non guardando più dietro di sé

Le ho seguite come un segugio
Fiutando sulla terra disseccata
Un piede con le dita storte
Che dovrebbe proprio somigliare
A un piede della mia tribù

Ma ahimè

Le impronte simili alle mie sono state cancellate
Sotto la calca di inebriati dal Sole

E allora sconfitto ho iniziato a tornare indietro
Vestito solo di paura

Usando come indicazione
La penombra della luce

E a sinistra e a destra c’erano
Solo unghie fesse e zoccoli
Solo rinsecchite ali d’uccelli
E un buio sempre più fitto
Più mi allontanavo dagli altri

E improvvisamente ho guardato il buio
E ho visto il sole dormire
Nelle chiome di un salice piangente
E ho fatto un piffero con le radici del salice
E ho iniziato a suonare la mia tristezza

Per i fratelli che molto prima di me
Sono passati accanto al proprio sole
Non riconoscendolo nel sogno

Predrag Bjelosevic con fantoccio

RŽ IL SOGNATORE

Rž il sognatore
Non sa di sognare
I vostri sogni

Lui non c’entra
Con le visioni comuni
Di un domani migliore

Persino il passato
vede
stellato à la rž

Lui
Non è pronto
A sacrificarsi
PER
Lui
Non è così responsabile

Da essere sedotto
Anche nell’interesse
Della propria felicità

Perché lui è Rž
E non si cura di quelli che lo seguono
Né di quelli che gli hanno voltato le spalle
Bensì è conscio che ogni momento può
Farsi sentire anche in voi
Quando avete quasi perso ogni speranza

Nelle sembianze del bellissimo Rž sognatore
Che non sa di sognare
I sogni altrui

ESSERE, SEDOTTI

Forse la soluzione è un uccello
Volare volare intorno

Dappertutto

Volare volare per il Cielo
Sopra la Terra

Volare volare e cantare
Facendo dispetto al silenzio della propria ombra

Volare

Non guardando la Terra
Non alzando lo sguardo verso il Sole

Levitare

Nell’aria
Con le nuvole

Essere Nessuno o Qualcuno
Che non riguarda nessuno

Sparire o diventare irraggiungibile
Per tutti quelli Fuori
Sparire dentro Se Stessi
Dentro una Poesia
Dentro un Sogno

Sedotti
Da Quel Qualcosa in Mezzo

/T/ CHE ASSOMIGLIA A NOI STESSI

Il vostro uccello assomiglia a una /T/

ma /T/ non vola
esso corre
esso cade
come un peso di piombo dal cielo

quando perdete la fede in /S/é e nel /S/ole
lui si schianta con un grande /T/onfo sul /T/erreno
/T/ è il segnale delle /T/enebre e della /T/irannia
/T/ è il figlio delle forze terrestri
esso dimora anche nel nostro subconscio
e ci osserva come un gufo mentre dormiamo
esso spegne la candela quando con passione leggiamo la poesia
esso si fa sentire con il Tac-tac dell’interruttore
/T/ puzza di cadavere e di carogna
canzone corale delle mosche prima del buio

/T/ forse assomiglia anche a te /Uccello/
ma le vostre strade sono diametralmente differenti
mentre /T/ con il proprio fardello
piega la spina dorsale della terra
/U/ con la propria leggerezza alata
fa di tutto
per avvicinare la poesia della terra al sole
per sopraffare il fuoco con l’acqua

Rž è stato un uomo
Senza peli sulla lingua
Rž è stato un uomo coraggioso
Senza peli sulla lingua
Rž non aveva neanche la lingua
Lui aveva uno scivolo
Sul quale semplicemente volavano
Parole trasformate in oggetti
Nel mare aperto
O nelle fauci di un coccodrillo
Ugualmente
Il mare avrebbe ondeggiato
RžžžžRžžžžRžžžž
I coccodrilli si sarebbero infuriati
Rž rž Rž rž
Mentre lui stesso

Sarebbe rimasto ancora sulla riva
Come un faro
Con i segnali riempiti di piombo
Avrebbe esortato gli uccelli a un volo ragionevole
E Rž la poesia
Liberata
Dalla voce comune
E dall’emozione effimera

RŽISMO

Ržismo è il riconoscimento del senso
Nella cieca oggettivazione del non senso
Che conquista Tutto

Ržismo è
Sulle tracce dell’anima del non senso

Lui va inavvertitamente con il depilatore fluido
Della propria idea lungo i suoi peli neri
E li depila

Affinché il non senso diventi sopportabile
– Fratelli Ržisti

CIECO

Io non sono cieco
Vedo
Il buio
Nello specchio Continua a leggere

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Ranko Risojević, da Rumore, taccuini della bosnia Erzegovina, Sull’Angoscia, Appunto di Giorgio Linguaglossa, Marie Laure Colasson, Due Pannelli bidimensionali del 1975

foto folla indistinta

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Ranko Risojević nasce nel 1943 in un paesino nel nord della Bosnia ed Erzegovina, ai confini con la Croazia. Si laurea in matematica e Fisica presso la Facoltà di Scienze matematiche e naturali dell’Università di Sarajevo. Inizia a lavorare come professore di matematica e fisica nelle scuole ma ben presto lascia il lavoro per dedicarsi alla scrittura: poesia, prosa e drammi teatrali. Pubblica più di quaranta libri, ricopre la carica di direttore della Biblioteca Nazionale e Universitaria di Banja Luka, riceve premi per la propria attività letteraria; diversi suoi libri vengono tradotti in vari lingue. Risojević è poliglotta e perciò quando può e sa, ama discorrere con gli amici stranieri che vengono spesso a trovarlo, nelle loro lingue madri. Durante l’ultimo conflitto bellico che ha distrutto la Jugoslavia, è rimasto a Banja Luka, ha cercato di lavorare e di capire quello che stava succedendo e perché. Questo libro, il primo tradotto in italiano, racconta la sua esperienza di vita in guerra.

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Ranko_Risojevic

Ranko Risojević

da Rumore (Taccuini dalla Bosnia ed Erzegovina), Stilo Editrice, 2013 – traduzione di Danilo Capasso

L’angoscia

Qualunque cosa faccia, l’angoscia sgocciola lungo le dita. Dovunque io vada, che fugga o mi nasconda, sono circondato dall’angoscia. Guardo il mondo, centinaia di meraviglie, una bellezza terrena e umana mai vista, e vedo solo l’angoscia e solo angoscia.
Nel mezzo di un discorso grazie al quale uomini intelligentissimi si scambiano le proprie bellissime argomentazioni, l’angoscia mi afferra alla gola – ma cosa ascoltro, perché ci credo! Mi manca l’aria e perdo conoscenza, non sono più quello di poco fa; se perdo conoscenza, questa sarà la più grande punizione per me, altro che esalare qui l’ultimo respiro.
La nutriente pioggia che scende dal cielo per inondare i terreni fertili non è fatta di acqua ma d’angoscia, perché dopo di lei questa germogli nei campi. Visto che è stato piantato il seme, da questo non si può cavare nient’altro. Seme dell’angoscia nei nostri giorni, seme della dimenticanza.

La creazione del mondo

All’inizio c’era lo sperma. Ce n’era tanto, di sperma, che si poteva riempire tutto il cosmo. E ne scorreva ancora, di sperma. Dallo sperma è stato creato Dio. E lo sperma ancora correva. Lo sperma è stato creato da Dio. E Dio creò l’uovo dallo sperma. E ce n’era ancora, di sperma che scorreva. E Dio diede lo sperma all’uomo perché si moltiplicasse.
(Tutto il resto combacia con le ulteriori teorie: quella dell’origine divina dell’uomo e quella dell’evoluzione).

Il sonno e la luce

Sono solo in una casa buia. Attraverso le finestre vedo che fuori è notte, comunque c’è qualcosa che luccica. Attraverso questa notte, verso di me e questa casa nella quale sono rinchiuso, spesso neanche solo, ma con i bambini nelle altre stanze, qualche volta nella stessa, spesso con i bambini che cerco perché sono improvvisamente scomparsi, spesso con loro che dormono e sognano i miei sogni, attraverso questa notte il mio nemico si avvicina. Lui è al di là di qualsiasi lotta, la sua vicinanza mi paralizza completamente, ed è di questo che ho più paura. Lui non mi distruggerà bensì mi renderà di ghiaccio.
L’unica salvezza sarebbe la luce. Cerco di accenderla, spingo disperatamente gli interruttori, ma oltre ai contatti che fanno capire che non c’è corrente, non appare niente – non c’è luce, il buio continua a regnare.
Corro con le gambe diventate legnose scivolo di stanza in stanza, ma o sono le lampadine a essere fulminate o sono gli interruttori che non funzionano, non posso accendere la luce. Questa non ha accesso al mio sogno.
Quando riuscirò a svegliarmi allora sarò salvo. Sarà sempre così?

Marie Laure Colasson Pannello bidle 88 1 20 cm 1980
Marie Laure Colasson, Pannello bidimensionale 90×1.30 cm, 1975

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L’abisso del sonno

J’ai peur du sommeil
comme on a peur d’un grand trou

(Baudelaire)

Cado nel sonno, breve, leggero e in quella piccola parte del mio sonno, in quella particella della mia vita, sento tutto l’orrore dell’altro che è in me, da qualche parte, nascosto dietro qualche muro. Non mi tocca, ma m’impedisce di toccarlo, di illuminarlo, perché in quel momento in quegli spazi, in quelle stanze, simili alle mie in modo così ingannevole, non c’è luce e il terrore soggiunge, fa capolino dal di fuori, o non appare per niente, ma potrebbe sopraggiungere, svelarsi e io faccio di tutto, ogni sforzo, per fermarlo, ma come, Dio mio! Mi sforzo per fermarlo in me, perché non si diffonda del tutto; che non prenda il mio essere e che non mi porti dal sonno nel suo regno. Mi sveglio subito, già estenuato da quella lotta, so che non si ripeterà più quella stessa notte, ma so anche che dovrò aspettare il sonno.

Introduzione alla vita al giorno

Nei momenti di risveglio non sono da nessuna parte. Poco prima di quel momento, non ero niente; solo un’ora dopo, sono già questo corpo e questo pensiero lacerato che combatte costantemente con se stesso – il momento del risveglio è prezioso. Non posso evocarlo quando voglio, ma lo adoro.
Il momento dell’assopimento mi rende disperato. Per quanto tenti di rilassarmi, o di rimanere cosciente al momento del passaggio al sonno, il prima e il dopo si mischiano e dopo tutto mi è indifferente. Prima di quel momento è come se morissi. È mai possibile sopportare tante piccole morti?

Leggo le mie annotazioni, ci sono proprio io in loro o sono state scritte da una mano completamente indifferente a tutto ciò che compone il mio essere – non così come potrebbe essere, bensì come è, né buono né cattivo, né benefattore né malfattore? la consapevolezza di qualche disinvoltura verso la scrittura distrugge sempre la consapevolezza di me stesso che è al di sopra della prima. Alla fine l’abilità non è importante, solo la mia anima lo è.
Si intrecciano, si attanagliano, proprio così. Si riappacificano, si baciano, Cave, Cavete. Andiamo anima mia, può darsi che la mano ci segua, e forse qualche volta ci guidi!

Il punto di Euclide

Sul papiro c’era una macchia. Sul fondo piano e bianco, si pavoneggiava come un re senza corona.
Euclide aveva l’intenzione di finire il primo libro della Stoicheia, ma la macchia lo disturbava.
«Togliti», la pregò.
«Sono forse io un punto?», gli chiese la macchia.
«Tu, in base alla mia definizione, non sei niente», le replicò Euclide.
«Allora resto», rispose rabbiosa la macchia, «finché non diverrò un punto».

Marie Laure Colasson Pannello bidimensionale legno 1m 1 50m 1982
Marie Laure Colasson, Pannello bidimensionale 90×1.40 cm, 1975

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Gli occhi e l’anima

Quell’uomo mi è sempre stato antipatico. Ogni incontro con lui mi era fastidioso. Stavo in disparte, in silenzio, per non scontrarmi con lui. Una volta, e Dio sa come, qualcuno dei nostri amici mi ha chiesto di fotografarlo a modo mio. Ha occhi espressivi, è un pittore e il mio lavoro sarebbe stato interessante, così dicevano L’ho fatto per forza nascondendo il mio sguardo dal suo. Non mi ricordo neanche se l’ho inquadrato bene nell’obiettivo. La sera ho sviluppato la pellicola e le foto. Ma che cosa ho notato immediatamente! Un viso nuovo. Occhi mobili, luminosi, umani, amichevoli. In loro non c’era neanche un po’ di cattiveria, solo un’anima aperta che accetta tutto con l’innocenza di un bambino. Quanto mi sono rallegrato di quelle foto.

Vecchie fotografie

Le fotografie ereditate spesso pongono a coloro che le hanno accolte molte domande quasi del tutto irrisolte. In un primo momento ci chiediamo se conosciamo tutte le persone sulle foto, ma con il passare del tempo ci chiediamo quando e in quale occasione è stata scattata questa o quella fotografia. Quando si tratta delle nostre foto, quelle personali, ci pentiamo di non aver scritto le date, poi ci chiediamo come mai qualcuno – il padre, la madre, il fratello o il parente – non abbiano scritto una didascalia accanto alla foto. Quanto più passa il tempo, tanto più abbiamo bisogno di didascalie sempre più grandi; alla fine ci accorgiamo che si tratta di un romanzo, del nostro o dei nostri parenti.

Gli aedi

I poeti hanno creato la Storia: reale o inventata, per noi oggi non è importante. Omero ha creato il mondo ellenico, non è accaduto il contrario. I governanti sono consci di questo semplice dato di fatto. Perciò loro si comportano con molta attenzione verso i poeti. Nel 1284, avendo conquistato il Galles, Eduardo I ordinò di accecare tutti i poeti. Ma se loro poi hanno cantato le vittorie del signore, con quali occhi hanno visto gli avvenimenti?

La classe di Kafka

Ogni giorno, a un ragazzo di nome Kafka era difficile trovare il suo banco in classe. Quando si dirigeva verso un posto, credendo fosse suo, allora lo attendeva una voce derisoria:
«Questo non è il tuo banco, stupido Franz».
«Di nuovo hai dimenticato dov’è il tuo posto».
«Quanto sei confuso e stupido, poveretto».
E così aspettava l’insegnante stando in piedi in un angolo.
L’insegnante vedendolo, l’avrebbe sgridato:
«Che hai fatto ieri, Franz, che sei nell’angolo già dalla prima ora?».

Giorgio Linguaglossa

In virtù del proprio carattere ancipite il linguaggio
è costituente dell’arte e suo nemico mortale […] Il
vero linguaggio dell’arte è muto, il suo momento
muto ha il primato su quello significante
(Adorno, Teoria estetica, 1970)

La repressione del desiderio da parte della istanza del significante produce, lacanianamente, il fantasma che impersona il ruolo di «sostegno» del registro del Reale, ma, al contempo, la liberazione della repressione da parte della produzione di merci produce, in contemporanea alla istanza repressiva, una contro istanza liberatoria; la liberazione del desiderio residuo così verificatosi può essere reinvestito nella acquisizione di beni, di merci. E il desiderio residuo ritorna nel Reale. E così il ciclo si chiude. Per riaprirsi subito di nuovo in un eterno ritorno del represso e in un eterno ritorno della liberazione dal represso. L’eterno ritorno del sempre eguale è un formidabile sostegno del Reale. E questo eterno ritorno che si ripete ossessivamente produce angoscia, l’angoscia asettica e asessuata che non dipende da alcun oggetto e da alcun soggetto, e neanche da se stessa, In tal senso, l’angoscia è libera, libera di oscillare tra il Reale e la realtà, come un pendolo, senza mai fermarsi, ché, se si arrestasse cesserebbe di essere angoscia, sarebbe desiderio compiutosi. L’angoscia quindi sta al desiderio ma come contemporanea sospensione del desiderio che oscilla come un pendolo. Ma tutto questo andrà perduto, viene compromesso dall’instaurazione dell’Edipo sovrano, tutta la produzione desiderante viene schiacciata nella rappresentazione, le associazioni libere invece di immettere connessioni polivoche, vengono biunivocizzate, linearizzate, sospese ad un significante dispotico. Le macchine desideranti vengono indebolite, addomesticate, edipizzate, ci dice Deleuze. E questo «indebolimento» del desiderio produce di rimbalzo anche l’«indebolimento» dell’angoscia.
La nostra angoscia, quella degli uomini del XXI secolo, è una «angoscia indebolita». Così come la nostra percezione della «catastrofe» è una «catastrofe indebolita». Forse l’angoscia  che si indebolisce, prima o poi avrà termine, ci sarà un punto di non ritorno, quello sarà il paradiso, l’aver raggiunto una sorta di quiete. Ma la quiete, una volta raggiunta, produrrà di nuovo angoscia. L’angoscia della quiete. E sarà di nuovo l’inferno dell’angoscia. Per il momento ci dobbiamo accontentare della nostra angoscia portatile, derubricata.

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