Archivi tag: critica letteraria

Invettiva di Giorgio Linguaglossa ai poeti di oggi – Il monito di Franco Fortini: Spostare il centro di gravità della poesia italiana – Il monito di Eugenio Montale: La mia Musa ha lasciato da tempo un ripostiglio di sartoria teatrale

Gif waiting_for_the_train

dove vi sta portando questo treno di feroce mediocrità,
di feroce ambiguità, di feroce ipocrisia?

Giorgio Linguaglossa

26 settembre 2017 alle 14:17

In onore di Alfredo de Palchi, pubblico qui questa mia invettiva:

LA VOSTRA GENERAZIONE SFORTUNATA

à la maniére di Trasumanar e organizzar (1971)

Cara generazione sfortunata dei poetini di vent’anni,
di trent’anni, di quarant’anni, di cinquant’anni, di sessant’anni…
Vi scrivo questa lettera.

Guardatevi intorno:
dove vi sta portando questo treno di feroce mediocrità,
di feroce ambiguità, di feroce ipocrisia?
Guardatevi allo specchio: siete tutti invecchiati, imbruttiti, malvissuti
vi credevate giovani e invece siete diventati vecchi, conformisti,
leghisti, sfigati, banali, balneari…

Che tristezza vedo nelle vostre facce,
che ambiguità, che feroce vanità, che feroce mediocrità:
CL, PD, PDL 5Stelle, Casa Pound, destra, sinistra, pseudo destra, pseudo sinistra,
immigrati, emigrati, referenziati con laurea, senza laurea,
con diplomi raccattati, rattoppati, infilati nel Sole 24 ore,
settore cultura, nella Stampa,
a scrivere le schedine editoriali degli amici e degli amici degli amici,
nelle case editrici che non contano più nulla…
Guardatevi allo specchio: siete sordidi, stolidi, non ve ne accorgete?

Guardatevi allo specchio! Siete dei Buffoni, dei malmostosi!
Che tristezza questa italia defraudata,
derubata, ex cattocomunista, leghista, cinquestellista, renzista…
Voi, Voi, Voi soltanto siete responsabili
della vostra inaffondabile mediocrità,
e non chiamate in causa la circostanza della mediocrità altrui,
della medietà generalizzata,
la responsabilità è personale ai sensi del codice penale
e del codice civile…

Voi, unicamente Voi siete i responsabili
della vostra insipienza e goffaggine intellettuale…
Che tristezza: non avete niente da dire, niente da fare,
disoccupati dello spirito e disoccupati
della stagnazione universale permanente che vi ha ridotto
a mostri di banalità con i vostri pensierini
paludosi e vanitosi alla ricerca di un grammo di visibilità
nei network, nei social, con il vostro sito di leccaculi e di paraculi,
svenduti senza compratori…

Che tristezza vedervi tutti abbottonati, educati e impresentabili
in fila dinanzi agli uffici stampa degli editori
a maggior diffusione nazionale!
Che tristezza nazionale!

Caro Pier Paolo, quel giorno di novembre del 1975
io ero a Roma, scendevo alla fermata del bus 36
(catacombe di Sant’Agnese) per andare a via Lanciani
al negozio di scarpe di mio padre quando seppi del tuo assassinio…
Capii allora che un mondo si era definitivamente chiuso,
che sarebbero arrivati i corvi e i leccapiedi
e i leccaculo, i mediocri, i portaborse…

Lo capii allora scendendo dal bus la mattina,
erano le ore 8 del mattino o giù di lì,
e capii che era finita per la mia generazione e per quelle a venire…
Lo ricordo ancora adesso. È un lampo di ricordo.

(scritta in diretta, su L’Ombra delle Parole)

 

Gif Treno

Guardatevi allo specchio: siete tutti invecchiati, imbruttiti, malvissuti/ vi credevate giovani e invece siete diventati vecchi, conformisti,/ leghisti, sfigati, banali, balneari…

Il monito di Franco Fortini
Scriveva Franco Fortini nei suoi «appunti di poetica» nel 1962:

«Spostare il centro di gravità del moto dialettico dai rapporti predicativi (aggettivali) a quelli operativi, da quelli grammaticali a quelli sintattici, da quelli ritmici a quelli metrici (…) Ridurre gli elementi espressivi».

«La poesia deve proporsi la raffigurazione di oggetti (condizioni rapporti) non quella dei sentimenti. Quanto maggiore è il consenso sui fondamenti della commozione tanto più l’atto lirico è confermativo del sistema».

Ritengo queste osservazioni di Fortini del tutto pertinenti anche dopo cinquanta anni dalla loro stesura. I problemi di fondo, da allora ad oggi, non sono cambiati e non bastano cinquanta anni a modificare certe invarianti delle istituzioni stilistiche. Vorrei dire, per semplificare, che certe cattive abitudini di certe istituzioni stilistiche, tendono a riprodursi nella misura in cui tendono a sclerotizzarsi certe condizioni non stilistiche. Al fondo della questione resta, ora come allora, il «consenso sui fondamenti della commozione». Insomma, attraverso la lettura e l’ingrandimento di certi dettagli stilistici puoi radiografare e fotografare la fideiussione stilistica (e non) che sta al di sotto di certe valorizzazioni stilistiche; ed anche: che certe retorizzazioni sono consustanziali alle invarianti del gusto, del movimento delle opinioni, alla adesione intorno al fatto poetico… insomma.

Scrive Franco Fortini ne L’ospite ingrato (1966): «La menzogna corrente dei discorsi sulla poesia è nella omissione integrale o nella assunzione integrale della sua figura di merce. Intorno ad una minuscola realtà economica (la produzione e la vendita delle poesie) ruota un’industria molto più vasta (il lavoro culturale). Dimenticarsene completamente o integrarla completamente è una medesima operazione. Se il male è nella mercificazione dell’uomo, la lotta contro quel male non si conduce a colpi di poesia ma con “martelli reali” (Breton). Ma la poesia alludendo con la propria presenza-struttura ad un ordine valore possibile-doveroso formula una delle sue più preziose ipocrisie ossia la consumazione immaginaria di una figura del possibile-doveroso. Una volta accettata questa ipocrisia (ambiguità, duplicità) della poesia diventa tanto più importante smascherare l’altra ipocrisia, quella che in nome della duplicità organica di qualunque poesia considera pressoché irrilevante l’ordine organizzativo delle istituzioni letterarie e, in definitiva, l’ordine economico che le sostiene».

In Italia è stato dismesso il pensiero sulla poesia Continua a leggere

Annunci

22 commenti

Archiviato in critica dell'estetica, poesia italiana contemporanea, Senza categoria

LA NUOVA POESIA RICHIEDE UN NUOVO LINGUAGGIO CRITICO, UNA DIREZIONE DI RICERCA – Dialogo tra Gino Rago, Giorgio Linguaglossa, Lucio Mayoor Tosi – Una poesia di Donatella Costantina Giancaspero con Commento psicofilosofico di Giorgio Linguaglossa

 

 

Foto New York traffic

la nuova poesia richiede un nuovo linguaggio critico, una direzione di ricerca

 

gino rago

20 agosto 2017

Irrompendo nella storia dell’arte i Capogrossi, gli Hartung, i Mathieu, gli Scanavino (arte segnica e gestuale, nella pittura contemporanea) e poi i Burri (pittura materica), i Pollock, i de Kooning, i Francis (pittura d’azione), sensa dimenticare i Fontana e gli Scialoia (pittura spaziale) e i Dorazio (pittura neoconcreta e arte cinetica) se niente hanno fatto, hanno costretto la cosiddetta ‘critica d’arte’ a rivoluzionare quanto meno il lessico nel nuovo gergo critico. e non tutti i critici d’arte furono trovati pronti…
Perché si comprese ob torto collo che non si potevano applicare alla pittura contemporanea gli schemi, i paradigmi, le misure che si usavano per quella ‘antica’ usando espressioni, anche abusate, come “bella materia”, “ricco impasto”, “variopinta tavolozza…”, “agili pennellate”, “delicati arabeschi”
di fronte a cenci raggrumati, lamiere contorte, tele tagliate.
Eppure a lungo, errando clamorosamente, alcuni interpreti d’arte non furono inclini ad abbandonare quel “linguaggio critico” che se si addiceva ancora all’arte di ieri, inadatta appariva a quella contemporanea…
Temo che la “critica letteraria” abbia lo stesso problema oggi di fronte alla nuova poesia… È come se il critico d’arte si attardasse a parlare ancora di “accordi di colore” di fronte a un’opera di Klein tutta azzurra o dinnanzi a “una superficie irsuta di chiodi o seminata di fori e di tagli inflitti alla tela”
d’un Lucio Fontana….

Strilli De Palchi poesia regolare composta nel 21mo secolo

Giorgio Linguaglossa

caro Gino,
hai colto il punto centrale: la nuova poesia richiede un nuovo linguaggio critico. Non è facile costruirsi un nuovo linguaggio critico, ma penso che esso dovrà essere fatto con gli stessi materiali con cui è stata fatta la nuova poesia. la poesia della nuova ontologia estetica richiede il nuovo linguaggio critico, ma non è cosa facile né automatica, e forse un nuovo linguaggio critico non vedrà mai la luce perché non è nell’interesse dei grandi gruppi editoriali e istituzionali favorire e avallare un nuovo linguaggio critico [del resto io stesso dico sempre che non sono un critico e né un tuttologo, tento di fare critica ma non sono sicuro affatto di riuscirci, sono consapevole dei miei limiti].

Un nuovo linguaggio ermeneutico deve prendere tutto da tutto, proprio come fa la poesia della nuova ontologia estetica [le ultime prove ad esempio di Chiara Catapano lo stanno a dimostrare], deve saper gettare a mare i vecchi linguaggi, la vecchia terminologia. Un nuovo linguaggio deve essere eclettico, ellittico, deve saper anche improvvisare, deve saper trattare i linguaggi di disparati campi, non escluso quello del giornalismo e quello filosofico e quello della moda, deve essere un conglomerato di esperienze, un concentrato di altri linguaggi, di iconologie, deve saper parafrasare, deve essere rapido, inquieto…

Strilli Gabriele2Ecco, ad esempio, quello che scrivevo a proposito della poesia di Kjell Espmark:

” Le parole di Espmark sanno di essere effimere, transeunti, fragili, entropiche. Le parole che vivono nel nostro mondo non possono che essere volatili. Il sostrato ontologico dell’Occidente del Dopo il Moderno è qualcosa di dis-locato, di volatile i cui componenti appartengono alla categoria dei conglomerati, fatti di giustapposizioni e di emulsioni, di lavorati e di semilavorati, materiali che si offrono alla costruzione, alla auto-combustione e alla entropizzazione. Il Moderno del Dopo il Moderno è ragguagliabile a un gigantesco conglomerato di elementi aerei, fluttuanti, effimeri dal quale sembra sia scomparsa la forza di gravità. Le parole sembrano allentarsi e allontanarsi dal rigore sintattico, appaiono volatili, frante. Ma qui interviene il rigore del poeta svedese che le tiene incatenate alla orditura sintattica del testo.

Nella poesia di Kjell Espmark ci trovi in trasparenza frasari che riecheggiano frasi un tempo già pronunciate, già scritte, magari nella Bibbia o in qualche cronaca dell’impero cinese. L’ingresso in questi grattacieli del fabbricato leggero, le novelle piramidi del nostro tempo, è fatto di effimero e di transeunte, di transitante nel Nihil, ponte di corda steso sopra gli abissi del nichilismo della nostra civiltà. Ecco, la poesia di Kjell Espmark ha la solidità e la leggerezza di un ponte di corda. L’ingresso, dicevo, in questo fabbricato di frasari nobili e non-nobili è un tortuoso cunicolo che ci porta all’interno del mistero dell’esistenza dell’uomo occidentale. Qui, ci si muove a tentoni, non si vede granché, non c’è luce, non si percepisce se la via scelta sia quella giusta, ma l’attraversamento di essa è per un poeta un obbligo non eludibile. Bisogna varcare quell’ingresso e inoltrarsi. La poesia di Kjell Espmark si propone questo compito. È un tragitto fra intervalli di buio durante i quali il tempo sembra sospeso, dove la «parola» si è volatilizzata, portandosi via con sé «una patria incompleta», ed è diventata invulnerabile al tempo che la vuole soccombente. Le «ombre» commerciano con i vivi. Ci sono molte «ombre» in queste poesie, e noi non sappiamo chi sia più vivo, se le «ombre» o i vivi:

Trovai sì l’ombra del mio amato
ma brancicò sopra di me
senza riconoscermi.
Allora passai la goccia di sangue sulle sue labbra,
l’ombreggiatura più scura che erano le sue labbra,
e lui stupì –

Questo «passaggio» tra le «ombre» è un Um-Weg, una via indiretta, contorta, ricca di andirivieni, di anfratti. Ma percorrere un Um-Weg per raggiungere un luogo non significa girarvi attorno invano – Umweg non è Irrweg (falsa strada) e nemmeno Holzweg (sentiero che si interrompe nel bosco) – ma significa compiere una innumerevole quantità di strade, perché la «dritta via» è impenetrabile, smarrita e, come scriveva Wittgenstein, «permanentemente chiusa». Non v’è alcuna strada, maestosa e tranquilla, come nell’epos omerico e ancora in Hölderlin e in Leopardi, che sin da subito mostri la «casa», il luogo dal quale direttamente partire per ritrovare la patria da dove gli dèi sono fuggiti per sempre.” Continua a leggere

69 commenti

Archiviato in Critica, critica dell'estetica, critica della poesia, critica letteraria, nuova ontologia estetica, poesia italiana, poesia italiana contemporanea, Senza categoria

LA CRITICA È VIVA O È MORTA? – Scrive Alessandro Piperno nell’articolo «Contro il critico di oggi», «Che noia le recensioni», «La fantasia del critico», con un Appunto impolitico di Giorgio Linguaglossa: “Cestiniamo le recensioni augurali”

LA CRITICA È VIVA O È MORTA?

– Scrive Alessandro Piperno nell’articolo «Contro il critico di oggi», «Che noia le recensioni», «La fantasia del critico», con un Appunto impolitico di Giorgio Linguaglossa: “Cestiniamo le recensioni augurali”

 Alessandro Piperno: “Contro il critico di oggi. Che noia le recensioni”

Una definizione efficace di critico l’ha fornita George Steiner: un lettore con la matita in mano. La matita è fondamentale, ti aiuta a scegliere e ti rende audace. Chi crede che la lettura sia un esercizio passivo non ha mai letto veramente. Lo scrittore fa metà del lavoro e affida a te il resto dell’opera. Lui accenna, suggerisce, ma sta a te immaginare, edificare. Senza il tuo contributo un libro è inerte. Il critico è colui che si fa carico di tale impegno brandendo una matita.
Se l’arte è esercizio gratuito, è logico pretendere da chi per mestiere è chiamato a commentarla il minimo sindacale di estro e brillantezza. Mi verrebbe da dire che mentre il narratore o il poeta possono consentirsi divagazioni noiose, ermetiche, oracolari, tale privilegio è precluso al critico. A cui tocca l’ingrato compito di intrattenere, non certo di giudicare, e neppure di informare. Guai se si prende troppo seriamente, trasfigurando il suo ruolo. Il buon critico non dimentica di essere un parassita. Se l’arte aspira all’oggettività, la critica è soggettiva. Se l’arte ha molti doveri, la critica ha soprattutto diritti. Non sappiamo che farcene di giudizi calibrati e obiettivi, né di canoni inservibili; pretendiamo sangue e faziosità; amiamo gli entusiasti e gli odiatori, i tiepidi ci fanno sbadigliare. Di norma le recensioni sono talmente tediose che stenti a finire anche quelle che elogiano il tuo libro. Le più modeste svelano la trama, lodano parti del romanzo a scapito di altre, rivelano influenze letterarie (come se a qualcuno importasse). Le buone recensioni sono quelle che hanno il coraggio di parlare d’altro. Il Recensore brillante dà peso alle inezie e se ne infischia delle idee generali; sfoggia gusti, non dissimula manie. Talvolta non si perita neppure di finire il libro recensito (i più impudenti leggono solo la scheda editoriale o il risvolto di copertina). Tale atto di disonestà ermeneutica non è poi così esecrabile. A un sommelier non chiediamo mica di scolarsi l’intera bottiglia. Oscar Wilde la chiamava «la prova del cucchiaino» (da non confondersi con quella del cuoco). È vero, sono pochi quelli che riescono a parlare con grazia e abilità di libri che non hanno letto, ma proprio per questo vanno elogiati e incoraggiati.

La fantasia del critico

«Leggere un romanzo — scriveva Virginia Woolf — è un’arte difficile e complessa. Bisogna disporre non solo di una sottile capacità intuitiva, ma di un’ardita immaginazione per cogliere pienamente tutto quanto il romanziere, se è un grande artista, sa darvi». L’immaginazione è il vero strumento del critico, non l’intelligenza, non la cultura, non il civismo, tanto meno l’equanimità. Se leggere significa dare libero sfogo alla fantasia, scrivere di libri dovrebbe indurre a inventare ogni volta un discorso nuovo, possibilmente fresco e sorprendente. L’estro individuale è per il critico una necessità fisiologica. Per questo un magnifico lettore come Vladimir Nabokov ce l’aveva tanto con il senso comune: esso è «quadrato mentre tutti i valori e le visioni più essenziali sono meravigliosamente rotondi, rotondi come l’universo e come gli occhi di un bambino, una volta che vede uno spettacolo al circo»”.

Questione di stile e di visione

Quasi mai la critica è arte, ma quando riesce a esserlo non ha niente da invidiare a qualsiasi altro capolavoro. I Saggi di Montaigne, i Salon di Baudelaire, Port-Royaldi Sainte-Beuve, I sommersi e i salvati di Levi sfidano il tempo come una pala d’altare di Giotto o una sonata di Bach. Più un’opera d’arte è universale, più è insofferente alle catene dei generi.
Ma, date le circostanze, non scomodiamo certi geni lontani e torniamo mestamente alle nostre miserie. Ogni tanto mi capita di ricevere da generosi editori specializzati saggi su argomenti che, a parer loro, potrebbero interessarmi. Nel migliore dei casi si tratta di monografie provviste di tutto il necessario: bibliografie ragionate, stile standard, temi svolti con precisione. Quello che manca è una ragione per leggerli. E infatti nessuno li legge più. Il sospetto è che la piega intrapresa decenni fa dalle discipline umanistiche all’insegna di scientificità, impersonalità, oggettività abbia prodotto questi manufatti modesti e inservibili. La verità è che quando leggo un saggio, oltre alla materia trattata, m’interessa il saggista. Quando leggo Walter Pater che scrive di Michelangelo o Giacomo Debenedetti che scrive di Saba (e ogni tanto mi capita di leggerli), mi interessa tanto il tema quanto chi lo svolge. La personalità, lo stile, il punto di vista: ecco il tratto distintivo del grande critico.

Appunto impolitico di Giorgio Linguaglossa

Cestiniamo le recensioni augurali

Credo, anzi, sono convinto che anche leggere una poesia sia un’arte tremendamente complessa e terribilmente semplice. Ci sono tanti modi di leggere una poesia quante sono le scuole di critica in vigore nelle nostre università, ma tutti i metodi si completano e, alla fin fine, si elidono. E allora preferisco rimettermi al giudizio di gusto di una persona di media intelligenza e mediamente colta. Ogni volta che ho chiesto un parere critico ad una persona «normale», cioè non versata nella letteratura, e avergli sottoposto qualche poesia, devo ammettere che queste persone non hanno mai  sbagliato un giudizio, hanno sempre individuato, senza esitazioni, le poesie migliori. Fatto che mi ha indotto in seria riflessione. Infatti, mi chiedevo: come è possibile tanta esattezza di giudizio da parte di una persona non versata nel settore poesia? La risposta che mi sono dato è stata molto semplice: che il pubblico non ha alcun bisogno di un critico che gli faccia la maieutica del testo e che gli spieghi perché un testo è valido o no, il lettore intelligente ci arriva da solo, e di solito non sbaglia quasi mai. Se ne può dedurre che la critica è inutile? Non so, io ne deduco che la critica che si fa oggi è pleonastica, augurale, consensuale. Personalmente, non ho bisogno di un critico che mi caldeggia un libro per sapere se il libro merita la mia lettura, anzi, guardo sempre con circospezione e sospetto un libro che gode del parere positivo dell’apparato critico istituzionale, guardo con sospetto quei libri che hanno una recensione positiva firmata da critici istituzionali. Preferisco ragionare con la mia testa. Se leggo una prefazione, è per misurare la temperatura di agiografia che quello scritto contiene e, se l’agiografia sorpassa il modus urbanus, metto da parte il libro e non lo riapro mai più. Questa almeno è la mia guida. Seguo il mio istinto. Vado per assaggi di critica e, se mi accorgo che il critico vuole gabbarmi, metto via il libro. Mi sembra un ottimo metodo. O, almeno, non ne posseggo uno migliore.

Gli altri interventi:
Contro il critico di oggi di Alessandro Piperno (22 novembre 2015)
La critica che piace a Piperno di Paolo Di Stefano (24 novembre 2015)
Il doppio contagio della critica di Franco Cordelli (29 novembre 2015)
Il contagio felice del critico di Mauro Bersani (14 dicembre 2015)
La palude degli scrittori di Franco Cordelli (26 maggio 2014)

 

38 commenti

Archiviato in Critica, critica dell'estetica, critica della poesia, critica letteraria, Senza categoria

Lo «star system» del sistema letterario: – Il punto di vista di Marco Onofrio, direttore editoriale delle edizioni EdiLet di Roma

books 4

 books 11Ha ancora senso parlare di “letteratura”? È ancora praticabile questa parola? La definizione di uno “specifico letterario”, sia pure convenzionale e storicamente determinata, ha sempre consentito la storicizzazione degli autori, quelli che troviamo nei manuali e nelle antologie di “storia” (appunto) della letteratura. Ma oggi, che cosa storicizzare? E quali i criteri per farlo? Come diceva una nota canzone: che cosa resterà di questi anni? Dove sono le presenze carismatiche, i Pirandello, i Moravia, i Soldati, i Pasolini, i Giacomo Debenedetti? Non è il solito discorso da “apocalittico” che guarda con nostalgia al passato perché non sa riconoscere i semi del futuro nel presente. E non è solo questione di distanza critica: c’è di più. Il filo della trasmissione dei “valori” si è effettivamente spezzato contro il muro del p(i)attume contemporaneo. L’intellettuale ha perduto definitivamente la propria “aura”, trasformandosi in manager e/o intrattenitore multiuso, assorbito dagli apparati dell’“industria culturale”, a sua volta standardizzata e globalizzata dalle multinazionali del cosiddetto Entertainment.

 books 8books 12

La responsabilità di questo andazzo è in primis dei cosiddetti “grandi editori”: sono loro che stanno tradendo, inquinando, rovinando la letteratura propriamente intesa. Anziché tutelare e continuare a perseguire il proprio “specifico professionale”, se ancora ne hanno uno, inseguono e impongono modelli di consumo banalmente mutuati, ruminati e poi ancora rimasticati dal grande circo mediatico-televisivo, finendo per ottundere statuti e criteri stessi di riconoscibilità della comunicazione letteraria. Dinanzi a un testo di qualità insorgono, sobbalzano, rifiutano. “È troppo letterario”. “È troppo originale”. “La gente non capirebbe”. Sanno già prevedere quanti lettori si acquisteranno, o si perderanno, a usare un certo titolo o uno stile o un lancio editoriale, piuttosto che un altro. Non investono un euro se non hanno la ragionevole certezza di guadagnare cento volte tanto. Sembrano (e forse sono, ormai) consulenti finanziari e agenti di borsa, più che operatori di cultura.

books 5books 6Ma, bisogna una volta per tutte capirlo, in primo piano non c’è più il valore culturale (anche perché un “valore”, forse, non è più neppure censibile): sono altri i fattori determinanti. Che il libro venda, in ogni modo: anche a costo di profanare sacri recinti come il Premio Strega, oggi mercanteggiato sottobanco in mutua, periodica spartizione, previo accordo di potere, di trust, fra i soliti “grandi editori”: anche a costo di assegnarlo a un esordiente (contraddizione in termini) come avvenne 6 anni fa con  Paolo Giordano! Che il libro venda e porti soldi, tanti, nelle casse voraci e sempre anemiche dell’azienda.

books 3

books 7Tenere in piedi l’apparato industriale di una grande casa editrice costa molto, in effetti: non ci si può permettere il minimo passo falso. E in autentici capitomboli si rischia di incorrere, oggi, se ci si ostina a privilegiare il valore letterario dei testi. Il gusto del pubblico, peraltro, si è radicalmente abbassato. La gente vuole il libro come prodotto televisivo, come accessorio patinato del piccolo schermo, come emanazione o scarto di quel mondo. E allora si studia lo scrittore a tavolino, se ne guidano con freddezza cinica e calcolatrice le procedure di scrittura e di editing, si crea il personaggio, il “fenomeno”. Niente di più effimero! Lo scrittore-pupazzo incastrato negli ingranaggi dell’industria è destinato per lo più a godere, sotto i riflettori, del suo fuggevole quarto d’ora di celebrità; poi, al primo affievolirsi del successo, avanti il prossimo! Ecco il tradimento: hanno permesso, per ragioni di mero profitto economico, che la proverbiale spietatezza dello star system contagiasse anche il mondo dei libri, che con lo spettacolo dovrebbe poco o nulla avere a che fare. Continua a leggere

9 commenti

Archiviato in critica letteraria, Senza categoria