Archivi tag: Cinquant’anni di poesia di Salvatore Martino

POESIE SCELTE di Salvatore Martino da Cinquant’anni di poesia (1962-2013) SUL TEMA DELL’AUTORITRATTO O DEL POETA E LO SPECCHIO O DELL’IDENTITA’

edward-hopper

edward-hopper

È stato detto che l’autoritratto è il genere artistico egemone della nostra epoca, il più diffuso, ma anche il più problematico. Antonio Sagredo preferisce la dizione «Il poeta e lo specchio», ma lui intende lo specchio deformante, la figura che il poeta vede allo specchio è un Altro, ma è mediante l’immagine allo specchio che noi ci riconosciamo. Il problema dunque del «poeta e lo specchio» è quello della identità. Possiamo dire che una larghissima parte della attuale produzione letteraria del Novecento e contemporanea (romanzo e poesia) appartiene al genere dell’autoritratto, diretto o indiretto, consapevole o meno. È un genere per sua essenza altamente problematico perché ci pone in rapporto con l’Altro, perché nell’Autoritratto l’Io diventa l’Altro. Scrive Lévinas: «Il nostro rapporto col mondo, prima ancora di essere un rapporto con le cose, è un rapporto con l’Altro. È un rapporto prioritario che la tradizione metafisica occidentale ha occultato, cercando di assorbire e identificare l’altro a sé, spogliandolo della sua alterità».

Jacques Lacan afferma che lo scatto fotografico costituisce l’equivalente con cui il fotografo realizza e cattura la propria identità. Secondo Lacan, è proprio attraverso la pratica dell’autoscatto che un fotografo può giungere alla consapevolezza della propria identità. L’autoritratto però non è l’equivalente di un’esperienza allo specchio, è molto di più, è un gesto che ci porta fuori di noi  stessi, che ci costringe a fare i conti con il «mondo» e con l’Altro.

Mediante l’autoritratto ci vediamo dall’esterno, ci poniamo dal punto di vista di uno spettatore che osserva il ritratto, solo che quello spettatore siamo noi stessi. Osserviamo l’autoritratto, ci scrutiamo allo scopo di riconoscerci. Ma si tratta di una pratica innocente e puerile, in realtà è proprio mediante l’autoritratto che non ci riconosciamo del tutto nella figura rappresentata. E ci chiediamo stupiti: «ma quello lì, sono proprio io?». Nella misura in cui non ci riconosciamo del tutto, il ritratto sarà più vero. Oggi, grazie alla  tecnologia digitale siamo in grado di farci uno scatto e di rivederci immediatamente, ma non si tratta di un vero e proprio autoritratto, il selfie è un gioco rassicurante che porta al nostro riconoscimento, alla pacificazione con noi stessi. Attraverso il selfie ci sentiamo pacificati e protetti. Qui parliamo di altro, di autoritratto come costruzione della nostra identità, che è sempre una identità sociale, storica, temporale, stilistica. L’autoritratto è il mezzo artistico che ci rappresenta meglio di altri tra la verità e la menzogna, che ci rivela il codice del destino. I migliori autoritratti, quelli più veri, ci parlano d’altro piuttosto che di noi stessi, parlano esplicitamente di ciò che sta fuori di noi e del nostro rapporto con il mondo. Quanto più ci parlano di altro tanto più l’autoritratto sarà genuino, vero.

 

de chirico particolare

de chirico particolare

Salvatore Martino è nato a Cammarata, nel cuore più segreto della Sicilia, a mezza strada tra Palermo e Agrigento, il 16 gennaio del 1940. Attore e regista, vive in campagna nei pressi di Roma.

Ha pubblicato: Attraverso l’Assiria (1969), La fondazione di Ninive (1977), Commemorazione dei vivi (1979), Avanzare di ritorno (1984), La tredicesima fatica (1987), Il guardiano dei cobra (1992), Le città possedute dalla luna (1998), Libro della cancellazione (2004), Nella prigione azzurra del sonetto (2009), La metamorfosi del buio (2012). Nel 2015 esce l’Opera Completa del poeta in Cinquant’anni di poesia (1962-2013).

È direttore editoriale della rivista di Turismo e Cultura Belmondo. Dal 2002 al 2010  ha tenuto un laboratorio di scrittura  creativa poetica presso l’Università Roma Tre, e nel 2008 un Master presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli

Salvatore Martino cinquantanni-di-poesia-1962-2013Da La tredicesima fatica 1980-1986

Riflesso nell’occhio giallo

Lui sta

nell’atroce sfidare la fortuna
l’inquinato potere dello specchio
la leggenda irripetibile
del gesto mai compiuto
superbo del patrimonio
che consegnarono gli avi
tutti venuti d’oltremare
il prezioso fatalismo degli arabi
la durezza degli uomini del nord
la mente speculativa del greco

Forse mi odia
ma so per certo che mi teme
cospira alla mia perdizione
Nell’angolo dove ci siamo confinati
talvolta può accadere un bacio
un addio una promessa

Mi hanno detto che nel sonno piange
ma non posso alleviare le sue pene
immaginargli un incubo diverso

Di un labirinto aperto in un crocicchio
lui solo pronuncia la parola
per evocare il filo dell’inganno

Avvolto nel mistero suo e dell’isola
discioglie la faccia
dentro la catena del silenzio

Chissà se mai potrò incontrarlo
per combaciargli o ucciderlo

.
Da Il guardiano dei cobra 1992.1996

Il prigioniero

E lui assente
da sé dalle cose
quasi un altro a ridere al suo posto
a dissertare a bere con gli amici
a guidare la macchina
confondere di un giorno il calendario
un altro a confutare l’idiozia delle stelle
i fiori che dissacrano il giardino
ostile alla misura comune
emarginato dalla stupidità
nel bozzolo che s’era costruito

Gli chiesero perché
ansiosi gli si fecero incontro
ma il suo sguardo attraversa i corpi
la disarmante lancia del sorriso

Lui assente
dalle foglie dall’aria
per divenire una leggenda un mito

Ch’egli possa remare
attorcigliato tra le canne
udire i passi invisibili del tempo
nella camera dove ogni incontro si dilata
complice di un rito
che lo apparenti ai numeri
alla soglia iniziatica dell’ombra
e il vento moltiplichi il suo nome
fino al brusio indistinto dell’eterno

salvatore martino

salvatore martino

Sempre nell’occhio giallo

Un colloquio s’attarda sulla scala
lungo una solitudine evocata
dal suo letto di piume

Da millenarie cisterne affiora l’ombra
il fratello che veglia nella stanza
da un numero periodico indicata
di corridoi e porte di emozioni

Mi aspetta solitario
con un singhiozzo lieve sulla bocca
sui muri della mia prigione
descrive intorno a me una folla
nel lungo esercizio del possibile

Rapace sentinella del mattino
compagno detestabile e sicuro
mi segue negli androni
ai margini di un prato
nel verde di una squallida panchina
lungo una balaustra
che non oso percorrere da solo
in un crocicchio che ho deciso d’ignorare

Si fondono talvolta i nostri passi
le strategie diventano comuni
uguale il dettato della sorte

M’impegna in questa lurida partita
io folgorata torre astuto alfiere
stralunata pedina
lui sordida regina pavido re
temibile cavallo
A volte gioco il nero
per confondere il bianco
nascondergli
la mossa prevedibile in agguato

-Non ti conosco
non ti ho mai incontrato
avverto il soffio dietro la mia nuca
ricordo la magia delle tue parole
il sortilegio per frantumare l’ansia-

Ho tramato congiure
nel sospetto dell’alba
e lui dorme tranquillo
nel fondo degli armadi
nel perfido giacere degli specchi
nel ballo senza suoni dei vestiti
insinua i denti sopra il mio cuscino
come un bambino si abbandona
al gelido abbraccio della libertà

Implacabile amico
servile custode dei miei sogni
mi aspetta in terra per lavarmi i piedi
dettarmi un rimprovero inatteso
un consiglio che non posso rispettare
Conversa con me di Calibano
di quella nave smarrita alla tempesta
del match di domenica a San Siro
del conto in banca che dobbiamo aprire
della fatale fedeltà di Oreste
dell’incubo acquattato nel risveglio

Manoscritto del mio incerto vagare

Quando la polvere salirà alla gola
e saremo il richiamo dove ristagna l’acqua
e l’intreccio sarà forse un ritorno
quando il colloquio diventerà una larva
e finalmente godremo del silenzio

– Guarda laggiù contro la tua finestra
il raggio esploso a combaciare la ferita

Sono saliti amici per la cena
faranno festa suoneranno per te
e tu ti sentirai rasserenato
e ti addormenterai contro il mio petto
e saranno verdissimi i tuoi sogni
e veglierai tranquillo il mio destino

Poiché tale è il letargo del mondo
che non può scalfirlo la nostra paura
gli incerti tentativi di corrompere il tempo
Il brusio attardatosi alla casa
come un evanescente laccio si dissolve
la trafitta lega delle maschere
precipita in platea –

– Sì ! Questo non era dopotutto un viaggio
non c’erano stazioni sulla carta
né spazio per saluti
sportelli dimenticati aperti
vagoni che s’incrociano
lungo nebbie di acciaio
semafori che lampeggiano il futuro
sale d’aspetto simili a prigioni

Il letto è intatto
Con la nostra figura disegnata
La minestra tiepida sul tavolo
Il bicchiere in frantumi sull’acquaio

Un vento secolare
quando hai aperto la finestra
e sei caduto
in questo itinerario irripetibile
che a niente ti conduce
perché non c’è mai stato
e tu non l’hai mai percorso
e forse non dovevi farlo

Nessuno ad attendere una lettera
che possa ridere di te
o servirti il caffè nel pomeriggio
Sei finalmente libero
in quella accettazione del vuoto
da noi sempre abitato –

– Vieni è solo la mia mano
o la tua?
Domani scelto il nero
muoverò all’attacco la Regina –

– L’Alfiere bianco
saprà come aspettarla –
salvatore martino copertina la fondazione di ninivo

Mi trovavo nel sogno in una barca con il mio fratello
e Guardiano C’erano anche dei compagni e un marinaio
Doveva essere un braccio di mare grigio e calmissimo del
nord simile a un lago senza sponde Io chiedevo notizie
sulla rotta ai compagni e al giovane nocchiero e il motivo
della fuga perché di fuga si trattava Ma non ottenevo
risposta Erano tutti morti E non provavo angoscia né
dolore solo un acuto senso di vertigine e vergogna per
loro che non avevano avuto la disperazione di resistere
Il mare cominciava a farsi denso Al posto dell’acqua mi
sembrava ci fosse un liquido vischioso una specie di olio
In preda a una violenta eccitazione presi a scuotere il
Guardiano sdraiato al mio fianco perché temevo che
quest’altro incidente potesse rallentare il precario avanzare
della barca Una caligine lattescente era caduta senza
bussola sarebbe stato impossibile orientarsi Ma quello
non rispose girò mostruosamente sul fianco rotolandomi
addosso all’infinito La sua faccia penentrava la mia
le braccia le cosce il suo sorriso m’invadevano il corpo in
una indescrivibile euforia e incominciai a cantare a voce
altissima a ridere a sognare e non ci fu più fuga né barca
né compagni soltanto e sconfinata una distesa bianca

salvatore martino 2

Da Libro della cancellazione 1996-2004

E lotteranno sempre
l’Angelo-dèmone e il bambino

Il racconto
e la folgore autunnale
le favole ascoltate da bambino
attraverso le scale
nell’antro della carbonaia
dove terrori ignoti si nascondono
come nell’altra stanza
di legna accatastata

Incominciai allora
a frequentare gli inferi
il discorso con l’Altro
che affonda nel fianco
il suo pugnale

Ma il bambino che veglia
la mia sorte
cerco di custodirlo
di lasciarlo gridare

Quando terminerà questo colloquio
forse sarò nessuno
sarò tutti
certamente qualcosa che non muore

.
Autoritratto non finito

Questa maturità che oggi mi tiene
non ha trovato quello che cercava
il sogno liberato dall’angoscia
la parola di luce

Chissà se all’ultima fermata
incontrerò i frammenti del mio specchio
come in un gioco assurdo ricomposti
e avranno finalmente la mia faccia

Preghiera al limitar dell’alba

Salito a deturpare
con la luce l’inganno
astro che ragiona della notte
la magia del rimpianto
quella solare della cancellazione

Il dio non parla
nell’ambigua dimora
ogni vendetta sua è una speranza
ogni mia ribellione un obbedire

Treccia di neve liquefatta
mi chiami dall’oracolo perduto
a quale segno mi trascini?
Come vanificare il tradimento?

Vuoto artificio
che soccorri i naufraghi
astro gelato dei mattini
crocifero dell’ansia
col tuo mantello celi la paura
nella voce sicura fioriscono
tutti i tradimenti

Quando potremo sconfinare il mito
e consacrare al vento la saliva
come una cantilena di silenzi?

Vieni a confondere le menti
dèmone bianco
a circondare i passi dell’uscita

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

La moneta di ferro

Angelo dell’inizio e della fine
segreto mormorio del mio destino
sorvegli il respiro della casa
ogni mio movimento familiare

Come un serpente
scivolato all’alba
o nell’ora più atroce
prima dell’ultimo duello
tra la notte e il mattino
prepari l’imboscata

Indovino i tuoi trucchi
i sortilegi
l’ombra evocata dallo specchio
Del mio corpo e dell’anima
conosci ogni dettaglio
della mente
Ma io non ignoro
il tuo tremore
io come te la vedo l’avventura
che percorriamo insieme
in questo letamaio

Dèmone bianco
che baci il mio cuscino
quasi assetati di vergogna
senza una lira in tasca
in questo viaggio
dimenticammo l’armatura
in un campo di ortiche
e stranamente i cavalli
erano uno

Portami sulle spalle all’altra riva
un rosso fazzoletto di saluto
l’occhio giallo perduto nell’addio

Non puoi non farlo

Neri cespugli coprono
il teatro in rovina
la maschera lasciata in camerino
il pane raffermo sulla tavola
la minestra gelata nell’acquaio
Perfetta si chiude la moneta
in entrambe le facce

Anch’io ti porterò
ai campi di narcisi in fiore
che l’isola nostra ha custodito
laggiù saremo
una bianca risacca
una canzone
un’alga perduta nella spuma

.
Sinfonia n° 6 in si minore
quella sera “Patetica”

Se lasci una fessura
incisa da una punta di coltello
e un barlume di seta
una speranza
l’occhio dell’Altro
prepara l’imboscata

Ricordo la sera di un concerto
quando un’ultima volta
gli archi intonano quel tema
per consegnarlo poi ai soli bassi
un patetico invito mi raggela
lo sguardo lucido dell’Altro
come un avvertimento
implacabile e dolce
mi spia dalla fessura

8 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Antologia Poesia italiana, Il poeta e lo specchio, l'Identità in poesia

TRE POESIE di Salvatore Martino da “Cinquant’anni di poesia (1962-2013)” – Dimenticata stazione delle ombre, La visita, Quello che accade prima dell’alba con un Commento di Giorgio Linguaglossa

 Erich Eckel Il giorno di vetro 1913

Erich Eckel Il giorno di vetro 1913

 Salvatore Martino è nato a Cammarata, nel cuore più segreto della Sicilia, a mezza strada tra Palermo e Agrigento, il 16 gennaio del 1940. Attore e regista, vive in campagna nei pressi di Roma.

Ha pubblicato: Attraverso l’Assiria (1969), La fondazione di Ninive (1977), Commemorazione dei vivi (1979), Avanzare di ritorno (1984), La tredicesima fatica (1987), Il guardiano dei cobra (1992), Le città possedute dalla luna (1998), Libro della cancellazione (2004), Nella prigione azzurra del sonetto (2009), La metamorfosi del buio (2012). Nel 2015 esce l’opera completa del poeta in Cinquant’anni di poesia (1962-2013).

È direttore editoriale della rivista di Turismo e Cultura Belmondo. Dal 2002 al 2010  ha tenuto un laboratorio di scrittura  creativa poetica presso l’Università Roma Tre, e nel 2008 un Master presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli.

schimdtt, volti

schimdtt, volti

Commento di Giorgio Linguaglossa

Scrivevo a proposito del libro di Salvatore Martino Libro della Cancellazione Roma, Le Torri, 2004:

Il poeta siciliano Salvatore Martino, nato ad Agrigento nel 1940, fa parte di quella generazione di poeti che intorno agli anni Novanta ha percorso la strada di una ristrutturazione del discorso poetico. Per Martino, poeta eminentemente e modernamente lirico, la strada da seguire era quasi obbligata: la sliricizzazione della poesia e il tono understatement, il piano basso del linguaggio, con abbandono del terreno eminentemente novecentesco delle pratiche di «ironizzazione» del reale e di «supponenza» dell’io.

Con il senno del poi, possiamo guardare agli anni Novanta come un percorso ad ostacoli nel quale era già stata tracciata la direzione da seguire: una poesia «dopo l’età della lirica»: da alcuni ipotizzata come una sorta di generica poesia narrativa, da altri invece preconizzata come una ripresa dei modelli poetici novecenteschi rivisitati e opportunamente ristrutturati.

SCHMIDT-ROTTLUFF_Jahre

SCHMIDT-ROTTLUFF_Jahre

Clausura e restrizione, esperienza del limite e della soglia e conseguente angoscia di non poter attraversare la soglia della propria contemporaneità. È la problematica centrale attorno alla quale ruota la poesia di Salvatore Martino. Quello che si intende genericamente per poesia «moderna» è una sorta di «cancellazione», una sorta di tabula rasa che l’ultimissima poesia sembra volerci comunicare, in un contesto di eterna «belligeranza» (vedi la poesia «E lotteranno sempre l’angelo-dèmone e il bambino») e di ripiegamenti al privato, ad un privato depurato di ogni narcisismo cronachistico. Quanto a Salvatore Martino potremmo, fra tutti, citare l’esempio dei tre autoritratti («Autoritratto a punta secca», «Autoritratto su carta pergamena», «Autoritratto in sanguigna sopra carta di riso»), dove la ricerca ruota attorno alla condizione del soggetto che scrive il proprio autoritratto. È ancora possibile il ritratto? E l’autoritratto? È ancora possibile stabilire il binomio: ritratto-verità? È ancora possibile intendere lo spazio poetico come il luogo della verità? E, infine, l’ultima domanda: È ancora possibile lo spazio poetico? Ecco, il libro di Salvatore Martino tenta una risposta a tutte queste istanze. E già averlo tentato è motivo di grande considerazione. Innanzitutto il «viaggio», turisticamente attrezzato, politicamente computerizzato e stilisticamente standardizzato che oggi va di moda.

Salvatore Martino cinquantanni-di-poesia-1962-2013Perché sia chiaro che per Salvatore Martino chi parla di «viaggio» o è un laudatores tempore acti o è un furbo o un baro, un prestigiatore, un falsario che tenta di spacciare la moneta falsa del «viaggio» per quella vera con il ritratto, o meglio, l’autoritratto del poeta in effigie. La strada che Martino percorre è l’esoterismo, a metà tra il triviale e il sublime, che è la replica, in negativo, di «Oswald’s Restaurant» di Cattafi («la vermiglia rete che ci tiene») in una suite così ricca di cromatismi quale è Partenza da Greenwich, per non parlare di certo Cendrars, con le sue trasvolate oceaniche in altri continenti. Leggasi la poesia «Quella ragazza-dèa del Guatemala» ecco un colore che chiude, pur con la sua controllatissima tinteggiatura: «Ricordo una ragazza creola / nel bananeto presso Quiriguà / rideva imprecava si esibiva / contro una ciurma oscena d’individui / Non ho mai visto una bellezza uguale / perduta in un totale smarrimento». Mi sembra degno di nota che la serie intitolata «Dobbiamo imparare ad amare le nostre tenebre / anch’esse hanno bisogno dell’amore», consacrata più delle altre al dilatato sapore dell’avventura nel mondo fuori di casa, venga a culminare nella stanza di «Mi ricordo una notte in Amazzonia», àmbito circoscritto di per sé, cella senza confini, tempio della fantasia, continente della libertà fissato in una «sospensione temporale». Il tema del viaggio, paradigmatico e diaristico insieme, vi potrà far posto alla descrizione d’una temperie spirituale, ma più volentieri il perimetro formale sarà quello d’un luogo all’aperto, distante dalla stanza dove si svolge l’autoritratto del poeta. Fino alla sezione finale del libro, che così suona: «Alla radice al pozzo che risuona / alla dolce risacca torneremo / limpidamente oscuri d’ogni traccia», dove la borgesiana esibizione metaforica risulta ben orchestrata in contrappunto con una metessi metonimica. È la sezione forse più alta e concentrata del libro, il luogo dove si assembrano e si consumano tutte le linee di forza del libro. Esemplare è la poesia intitolata «Il messaggio dell’imperatore» dove il re dei re, il morente Dario sussurra disteso sul campo di battaglia, ad un soldato superstite, le parole che dovrà riferire all’orecchio del vincitore Alessandro il macedone. Forse, il senso ultimo della poesia di Salvatore Martino è questo: comunicare all’orecchio del lettore l’ultimo messaggio di una civiltà morente. L’ingresso nel Tramonto. Il libro della Cancellazione.

Ernst-Ludwig-Kirchner

Ernst-Ludwig-Kirchner

da Salvatore Martino da “Cinquant’anni di poesia (1962-2013)” Roma, Edizioni Progetto Cultura 2014 pp. 1008 € 25

 Dimenticata stazione delle ombre

La stazione sembrava abbandonata
al primo scivolare dei miei passi
ma la notte era tiepida d’estate
incatenava l’ansia e la paura
Non ricordo perché
mi trovavo in quel posto
se aspettavo qualcuno
o dovevo imbarcarmi
verso quale città non indovino

Sul marciapiede opposto
un uomo seguitava
in un andirivieni fastidioso
come di un carcerato nella sua cella

E non c’erano annunci di ritardi
e io dovevo prendere quel treno
e non dilazionare questo viaggio

D’un tratto l’uomo
fermò il suo andirivieni maniacale
guardandomi negli occhi
pronunciò con disprezzo il mio cognome

– Lei ha sbagliato orario
il suo treno arriverà più tardi
su questo mio binario
venga si fidi delle mie parole
e non abbia timore
la sua destinazione la conosco –

In preda ad una angoscia inesplicabile
scesi rapidamente
ma le scale non finivano mai
e quando mi sembrò
d’aver raggiunto il marciapiede
dove quell’uomo mi aspettava
ma i gradini seguitavano a crescere
come le cellule in tumulto
di una formazione cancerosa
Alla fine lo vidi
al fondo della scalinata
l’ambiguo sorriso sulla faccia
-Ecco! Sappia che questa
è la fine del suo viaggio
di sopra il treno sta fischiando
e al suo posto c’è un altro passeggero
che certamente le somiglia
e come lei
ha sognato il proprio viaggio
senza confine e meta
perch’ è lo stesso attendere o viaggiare
il treno esiste soltanto nel sogno
che entrambi avete già sognato
in un luogo senza ore e tormenti
in un domani che forse non vedrete
e il rifiuto di essere se stessi
è la più grande disperazione-

Quando tentai di colpirlo
era svanito
e compresi che io ero nel sogno
che l’altro stava sognando
e che lui apparteneva al sogno
che io sognavo
che la stazione e il sogno
concludevano entrambi
un tempo senza fine

da La metamorfosi del buio (2006-2012)

salvatore martino

salvatore martino

Quello che accade prima dell’alba

Non molto lontano da qui
uccisero mio padre
era un aprile senza alcun segno
della primavera
L’avevano sorpreso
mentre saliva le scale esterne
credo di travertino
che portavano al suo ufficio
forse io compivo tredici anni
si girò come per salutarmi
per dirmi ci vediamo più tardi
magari per andare allo stadio

Qualcuno fece fuoco
non compresi da dove
vidi la macchia rossa dilatarsi
dall’addome ai polmoni
e un rantolo prolungato si fissò sulla bocca
Io tentavo di gridare d’invocare aiuto
ma le labbra restavano serrate
in una sorta di disgusto doloroso
Cercai allora maldestramente
di girarlo sul fianco
per fargli volar via l’anima e il cuore
ma era troppo pesante
per i muscoli acerbi di un adolescente

Allora cominciai a carezzarlo
soffocando un sentimento di paura
dapprima sulla fronte
poi la mano discese sopra gli occhi
e con dolcezza
gli composi le palpebre e la bocca
adesso non ricordo se anche lo baciai

Poi d’improvviso comparve
non m’accorsi da dove
a sirene spiegate l’ambulanza
e senza che mi rendessi conto
il suo corpo non c’era più

Una mano che mi parve affettuosa
mi batteva la spalla
e mi parlava in una lingua
che afferravo appena
Di scatto mi girai un poliziotto
due braccia robuste mi stringevano
quasi in una morsa
-Non avere paura
nessuno ti farà del male
sei ancora minorenne
avrai un regolare processo
il carcere per te non sarà duro –

Parole confuse mi ronzavano alla testa
carcere minorile affidamento
parricida custodia
chissà che tragedia poverino
avvisare la madre
cosa diranno le sorelle?
una casa distrutta
ma perché lo avrà fatto?

Dunque ero io il colpevole
Io l’avevo ucciso
Gli avevo rubato la pistola
Forzando il cassetto della sua scrivania

Guardavo la folla il poliziotto
la macchina giù che mi aspettava
e non potevo piangere
annichilato dall’orrore
guardavo i gradini dove sostava il sangue
e il buco nel suo corpo s’ingrandiva
s’ingrandiva
fino a diventare
la stanza dove l’avevo ucciso
ed era insostenibile il suo sguardo
i suoi occhi grigi erano
diventati un monumento equestre
e il cavallo lanciato contro la mia faccia
e la sua cinghia di cuoio mi colpiva
mi colpiva
sui fianchi sul culo sulla schiena
Mi nascosi dapprima nell’armadio
poi sotto il che mi sembrò l’unica via d’uscita
ma lui mi minacciava
-Tanto uscirai da lì
Sono paziente aspetto
Ti coglierò per fame –

E dopo sulle scale esterne del suo ufficio
non intesi più nulla
soltanto un dolore insopportabile
fatto di fisico e di angoscia
un desiderio feroce di sparire
di cancellare ogni traccia
non solo del delitto
ma di ogni mia volontà
e finalmente cominciai a piangere
senza rumore
quasi con dolcezza
come se ogni grumo si sciogliesse

Era quell’alba di un disperato aprile
non un segno di primavera all’orizzonte
allontanai la faccia dai cuscini
fissai lo sguardo sulla mia finestra
e ritrovai le cose familiari
l’armadio il cassettone
la scrivania contro il muro
l’attaccapanni con i miei vestiti
Così da sveglio mi girai supino
sopra il mare che era la mia stanza
e ricordai
perfettamente ricordai

Era morto mio padre
un dicembre ormai solo memoria
disteso quietamente nel suo letto
mia madre e le sorelle lo vegliavano
ed io ero lontano
quando mi raggiunse la notizia
e riuscii a baciarlo soltanto
era già freddo
soltanto sulla fronte

Salvatore Martino

Salvatore Martino

La visita

Hanno aperto il cancello
senza rumore
qualcuno è salito
scivolando le scale
la porta spalancata
io fermo nel letto
tra incubo e delirio

non so dove suonavano le tre

A mezz’aria nel vuoto
nel buio introvabile della stanza
mi colpì quasi verde una luce
fluttuavano due occhi
se anche uno senza pupille e cavo

Poi come un fiato senza voce
il vento li ha dissolti
salirono altri occhi
gialli e rotondi come di felino
a fissare il mio capo
abbandonato al bianco

E questo tempo mi sembrò infinito

L’uomo era tornato
sussurrando al mio orecchio
parole inesistenti
ha strisciato al mio letto
soffiando sulla faccia

Il Compagno paventato da sempre?
L’Ospite o il nemico l’assassino?
L’Altro che dorme
nel fondo nel groviglio dei pensieri?
Senza lasciare traccia
anch’egli risucchiato dal vuoto

Un incubo soltanto un lurido vaneggiare
una lipotimia della ragione?
Ritorneranno a visitarmi questi occhi?
Si siederanno a bordo letto
come angeli a veglia della casa
aspettando un rantolo un singhiozzo
o forse come un branco di avvoltoi?

Si fermerà il metronomo del cuore
e nell’alba sterminata
quella notte in cui ciascuno fu tutti
e l’angoscia invadeva le finestre
come un segreto fiume
sarà nel ricordo
oscura e luminosa e senza fine

da La metamorfosi del buio (2006-2012)

29 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, poesia italiana contemporanea, poesia italiana del novecento