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Lo «star system» del sistema letterario: – Il punto di vista di Marco Onofrio, direttore editoriale delle edizioni EdiLet di Roma

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 books 11Ha ancora senso parlare di “letteratura”? È ancora praticabile questa parola? La definizione di uno “specifico letterario”, sia pure convenzionale e storicamente determinata, ha sempre consentito la storicizzazione degli autori, quelli che troviamo nei manuali e nelle antologie di “storia” (appunto) della letteratura. Ma oggi, che cosa storicizzare? E quali i criteri per farlo? Come diceva una nota canzone: che cosa resterà di questi anni? Dove sono le presenze carismatiche, i Pirandello, i Moravia, i Soldati, i Pasolini, i Giacomo Debenedetti? Non è il solito discorso da “apocalittico” che guarda con nostalgia al passato perché non sa riconoscere i semi del futuro nel presente. E non è solo questione di distanza critica: c’è di più. Il filo della trasmissione dei “valori” si è effettivamente spezzato contro il muro del p(i)attume contemporaneo. L’intellettuale ha perduto definitivamente la propria “aura”, trasformandosi in manager e/o intrattenitore multiuso, assorbito dagli apparati dell’“industria culturale”, a sua volta standardizzata e globalizzata dalle multinazionali del cosiddetto Entertainment.

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La responsabilità di questo andazzo è in primis dei cosiddetti “grandi editori”: sono loro che stanno tradendo, inquinando, rovinando la letteratura propriamente intesa. Anziché tutelare e continuare a perseguire il proprio “specifico professionale”, se ancora ne hanno uno, inseguono e impongono modelli di consumo banalmente mutuati, ruminati e poi ancora rimasticati dal grande circo mediatico-televisivo, finendo per ottundere statuti e criteri stessi di riconoscibilità della comunicazione letteraria. Dinanzi a un testo di qualità insorgono, sobbalzano, rifiutano. “È troppo letterario”. “È troppo originale”. “La gente non capirebbe”. Sanno già prevedere quanti lettori si acquisteranno, o si perderanno, a usare un certo titolo o uno stile o un lancio editoriale, piuttosto che un altro. Non investono un euro se non hanno la ragionevole certezza di guadagnare cento volte tanto. Sembrano (e forse sono, ormai) consulenti finanziari e agenti di borsa, più che operatori di cultura.

books 5books 6Ma, bisogna una volta per tutte capirlo, in primo piano non c’è più il valore culturale (anche perché un “valore”, forse, non è più neppure censibile): sono altri i fattori determinanti. Che il libro venda, in ogni modo: anche a costo di profanare sacri recinti come il Premio Strega, oggi mercanteggiato sottobanco in mutua, periodica spartizione, previo accordo di potere, di trust, fra i soliti “grandi editori”: anche a costo di assegnarlo a un esordiente (contraddizione in termini) come avvenne 6 anni fa con  Paolo Giordano! Che il libro venda e porti soldi, tanti, nelle casse voraci e sempre anemiche dell’azienda.

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books 7Tenere in piedi l’apparato industriale di una grande casa editrice costa molto, in effetti: non ci si può permettere il minimo passo falso. E in autentici capitomboli si rischia di incorrere, oggi, se ci si ostina a privilegiare il valore letterario dei testi. Il gusto del pubblico, peraltro, si è radicalmente abbassato. La gente vuole il libro come prodotto televisivo, come accessorio patinato del piccolo schermo, come emanazione o scarto di quel mondo. E allora si studia lo scrittore a tavolino, se ne guidano con freddezza cinica e calcolatrice le procedure di scrittura e di editing, si crea il personaggio, il “fenomeno”. Niente di più effimero! Lo scrittore-pupazzo incastrato negli ingranaggi dell’industria è destinato per lo più a godere, sotto i riflettori, del suo fuggevole quarto d’ora di celebrità; poi, al primo affievolirsi del successo, avanti il prossimo! Ecco il tradimento: hanno permesso, per ragioni di mero profitto economico, che la proverbiale spietatezza dello star system contagiasse anche il mondo dei libri, che con lo spettacolo dovrebbe poco o nulla avere a che fare. Continua a leggere

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