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Carmelo Pistillo POESIE SCELTE da “Le due versioni del cielo” con un Commento di Michele Miniello (La vita felice,2014)

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 Carmelo Pistillo, scrittore e poeta, vive e lavora a Milano.  La sua opera poetica è raccolta in: La locanda della chiglia (1986, Premio Camaiore Proposte – Opera Prima), L’impalcatura (1992, nota di Tomaso Kemeny, Premio Speciale Guido Gozzano), Quaderno senza righe (2008 – contenente “Lettera a Carmelo” di Milo De Angelis), I ponti, i cerchi (2011, note di Gabriela Fantato e Milo De Angelis) e Le due versioni del cielo (2013, postfazione di Michele Miniello). Per il teatro ha pubblicato Mabuse (2009, Premio Alessandro Fersen) e Passione van Gogh (2014, postfazione di Virgilio Patarini). Nel 2012 è uscito il suo libro di racconti: Ti dico che non ho sognato.  È prossima la pubblicazione del libro Perché tu mi dici: poeta? (per un teatro di poesia), che raccoglie, con un taglio antologico, le due drammaturgie poetiche sull’Ottocento e Novecento curate con Antonio Porta negli anni ottanta e qui introdotte, commentate e chiosate dallo stesso Pistillo e da Fabio Jermini. La prefazione è di Maurizio Cucchi.

Per molti anni è stato direttore artistico di manifestazioni culturali e festival di musica, poesia e teatro, nonché critico teatrale e letterario.

Patrick Caulfield (1936-2005)

Patrick Caulfield (1936-2005)

dalla postfazione “La parola sovrana” di Michele Miniello

Ed eccoci al nuovo libro, Le due versioni del cielo, forse il vertice della sua produzione letteraria, che raccoglie poesie scritte dal 2007 al 2009. Va qui detto che le quattro precedenti raccolte hanno ognuno un dettato poetico diverso. Pistillo non è poeta che, una volta trovata la formula giusta, si limita a riaffermarla, anche se da orizzonti differenti. Ogni suo libro forse esaurisce un privatissimo vocabolario, una sorta di altra lingua contenuta e nascosta in quella precedente come strato più prossimo alla radice. Si tratta di accenti della stessa voce che rivela il senso alto della parola, sovrana, appunto. La sua è dunque una sfida continua nell’esplorazione di territori sconosciuti e nel percorrere sentieri impervi, senza timore per gli eventuali ostacoli e le asperità. Gli va dato atto del suo coraggio, peraltro premiato dai risultati ottenuti.

Sin dalla prima poesia, ho la sensazione di essere di fronte a qualcosa di moderatamente maestoso, moderatamente drammatico, irresistibilmente espressivo:

Adesso che sei vinto per sempre,
che lasci a me la tua versione del cielo,
cadendo al di là delle righe infelici,
anch’io esco dai libri e ti seguo
o forse non vedo più che ogni stella
è rivale di luce, tra le carte di un morto
ogni parola spiegata una curva sul buio.

bello donna truccata

Massimalismo estetico con effetto brillante

Di nuovo la morte. La morte di un’altra persona spiritualmente vicina, dopo quella della sorella. Lo sforzo di risolvere in inno alla vita il canto di morte non è stato invano. Pistillo parte da un punto acquisito, il superamento del dolore, necessario perché la persona amata che non c’è più non sia solo fonte di dolore,  ma punto di risalita per dare comunque significato e valore alla vita.

Saltata a piè pari la vicenda dolorosa, è come se Pistillo parlasse all’anima di chi si è congedato dal mondo, considerato un fratello, indicando l’eredità filosofica e umanissima da lui lasciata, la sua «versione del cielo» (una fulminante metafora della comune Weltanschauung), l’effetto di non vedere più che «ogni stella/ è rivale di luce…» e la meraviglia che «tra le carte di un morto/ ogni parola spiegata è una curva sul buio».

E subito inizia la liturgia (litania) con i toni dei salmi: «Cenere delle mie labbra», «Cenere sovrana», «Le ceneri amano le parole udite», «Le ceneri parlano la lingua fatale», «Dappertutto è cenere», «La casa rivive la propria cenere…».

E poi la saggezza biblica: «Quando / la madre ti guarda, il cielo è una rosa / e la tua vita un errore».
E poi la visione profetica: «Era la sposa bianca, la spina, / del grido la favola nera e divina».
E poi la rassegnazione: «Non più incurabile di altri / è l’ultima cena dei morti». Seguita da una scena titanica: «dove in sorte dal buio / una pietra dal fondo solleva e trascina miniere».
E poi la risoluzione calma: «Nel bagliore illeggibile / e ormai lontano delle lampare».

Moderno, Make up iperrealista

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La seconda sezione, Canzoni sul treno e per l’urna, è un racconto che ha i tempi e le movenze del sogno, perché Pistillo scarta tutto quello che ritiene estraneo alla narrazione, e trattiene solo le parti per lui essenziali, estrapolate e lanciate nell’aria come le fontane colorate nei fuochi d’artificio che poi ricadono in rivoli spettacolari: «Suonano canzoni sul treno e per l’urna / i bambini innamorati dei sassi», «Così si consuma/ la bocca nel ricordo dei mondi mancati», «Canta da sola e sola rimane / a cantare la pietra», «dorme il juke-box», «i ricordi murano la velocità dei vagoni», «la madre che scorta / l’ultima figlia sul treno».
La terza sezione, Similitudini e intervalli, è una ballata di amore e morte, con una sequenza incalzante di similitudini che hanno il ritmo della recita del rosario, la cantilena avvolgente di una preghiera buddista: «Come aquiloni amore e morte», «Come nessuna scena amore e morte», «Come croce ritrovata amore e morte», «Come opera in versi amore e morte», «Come sigillo di cose incompiute amore e morte», «Come pronuncia salvata amore e morte», «Come i fiori migliori amore e morte», «Come questo midollo amore e morte». Amore e morte, dunque. Gli estremi che s’incontrano e chiudono il cerchio. E in questa strana litania «il grido dei fratelli» e i due poeti che «alzano lo sguardo al cielo / e incominciano a guardarsi». Due destini che s’incrociano e si guardano nello stesso specchio.
Con L’amica, ricorrendo a un accorgimento, come detto in precedenza, teatrale, il tono si fa colloquiale. Pistillo parte con i tempi verbali al presente («Quando ti alzi», «Cammini, guardi», «Dai forma al tuo dominio», «Ora siedi e ti mostri sola») per passare a quelli al passato («Ogni tua fibra / è stata un silenzio», «Eri estrema ma vigile», «Sono stati giorni poveri», «Io ero più simile a un matematico», «Io desideravo le tue labbra»). I ricordi si presentano ordinati, senza sovrapporsi. Tutto viene rivissuto con pacatezza, a tratti con compiacimento. Lei rifulge nella sua bellezza fisica e interiore, celebrata come creatura speciale. Ci sono nostalgia e rimpianto, ma il filtro della distanza consente alla memoria di guardare al passato con disincanto.

Sono stati giorni poveri
e la sera
non sognavo più,
però sentivo
nel mio corpo malato e matto
il dolore scendere e farsi quasi cielo.
Ma non volevo essere un astro spento
né la sua rappresentazione,
la replica impervia
e difficile che inciampa nello sguardo
e rimane lettera senza peso.

trucco soft

trucco soft

C’è un accorato abbandono, il riconoscimento di aver interpretato male quel legame, e le scuse sono timide, ma sincere. Il poeta fa un passo indietro e si assume tutte le responsabilità per la mancata corrispondenza degli affetti. Non gli resta che aggiungere che lei è «ancora viva», «Senza rughe fatali”», «Senza canti minori», «Come la primavera». Alza le mani in segno di resa, ma trova la rivincita di chi ha sempre cercato di guardare nella giusta direzione. Ma nell’ultimo verso, da smaliziato uomo di teatro qual è, Pistillo ci svela che la bellissima creatura di cui ha parlato non è altro che la Poesia. Ma certo! Per quasi vent’anni è stata dimenticata dal poeta, che ha preferito guardare altrove, per ritrovarsi, alla fine di questo “tradimento”, più povero davanti alla pagina bianca e con le sue istanze di vita mortificate dal tempo trascorso. Ecco che la Poesia è tornata, e Pistillo la descrive come una donna, una donna amata al punto di rinunciare per tutto questo tempo al suo amore, forse immeritato. Una lontananza quasi purgatoriale,  ma necessaria. Che adesso finisce col suo ritorno, un ritorno senza più segreti.

Le due versioni del cielo sembra dunque indicare i due orizzonti guardati dal poeta, obbligato a oscillare non solo tra la vita e la morte, tra terra e cielo, ma tra due destini, quello vissuto e quello che non si lascia afferrare. Due dimensioni costitutive di una legge fisica, dove salire e scendere rispondono alla stessa urgenza e responsabilità, dove è ciò che non accade a determinare la “svolta”, è il vuoto che forse chiede di essere colmato per non essere restituito alle sue vertigini. Dove, come dice Thomas Bernhard nell’epigrafe al libro: «Questi due dolori, quello della testa / e quello del piede, messi insieme / costituiscono una malattia ben definita».

L’ultima opera di Carmelo Pistillo ci consegna la visione poetica di un «bivio sicuro», del confine e del mistero «che insieme tremano / nelle bocche chiuse», dell’uomo «che risponde con l’invenzione / dell’aereo in equilibrio / in ogni direzione struggente», del «sabato delle mani / che si prendono il cielo./

Un po’ più in alto, / si scambiano le due versioni» come «aliti avversari nella stessa dizione» o «stelle erranti che parlano tra loro, / e qualche volta brillano». È quello l’istante in cui la ferita si separa dal sangue.

Come ho già scritto altrove, Carmelo Pistillo può essere collocato in una posizione di primo piano tra i poeti italiani contemporanei; e quest’ultima, felice raccolta di versi, in cui l’autore avverte «che per farsi eterna la poesia / deve dare il brivido della sua durata», ne è l’ulteriore testimonianza.

Carmelo Pistillo aprile 2012_

Carmelo Pistillo aprile 2012_

Liturgia del fratello

I

Adesso che sei vinto per sempre,
che lasci a me la tua versione del cielo,
cadendo al di là delle righe infelici,
anch’io esco dai libri e ti seguo
o forse non vedo più che ogni stella
è rivale di luce, tra le carte di un morto
ogni parola spiegata una curva sul buio.
II

Cenere delle mie labbra,
cenere che cura ogni cosa,
dagli enigmi ai destini interrati,
eccentrici e ancora lucenti.
Cenere sovrana, mia sola e unica cenere,
eredità tutta, parola e cielo
della mia bocca, alchimia rivelata.
III

Sopra i Carpazi non ci sono degenze
ma eletti o dannati senza appello.
Come matite nere, statue
di cento abissi o mille fortune.
Intorno vedo candele. Tu
sei al centro, solo, però salvo.
Il tuo dio non snatura l’eterno riposo
ma governa i muscoli
fino a placarli. Ecco la carità!
IV

Le ceneri amano le parole udite
e più scure, il sacrificio
e il dono ritrovati nel soggetto
dimenticato nel teatro vuoto.
Le ceneri parlano la lingua fatale
che luccica come un testo a fronte
tra i sassi, amico breve del vento
che dispone silenzi tra i solchi.
Avvolte dall’alone del viaggio,
sono dissolte nell’elemento più bello.

Carmelo Pistillo le-due-versioni-del-cielo

V

Lasci pure vergini i nuovi sogni,
sconosciuti agli avvisi segreti,
lo sguardo alto e senza lacrime,
invano insonne, altrove molle.
Solo all’udienza dei vizi oscuri
ancora àgiti i sensi, ma quando
la madre ti guarda, il cielo è una rosa
e la tua vita un errore.
VI

Dappertutto è cenere, un’immensa
clessidra di sparizioni e oratori
inseparabili, grazia che riposa
sui fiori, e sfuma con la pianura
senza dediche e nomi.
è quasi stare tra molte guance,
se risolta nel candore avanza l’ombra
senza mai arretrare.
VII

Nei limiti premono forme
e moltitudini di segni
come spettatori morti.
La casa rivive la propria
cenere e assume i colori
dell’infanzia e dei fiori.
VIII

Quando hai aperto gli occhi
la fine era lì, apparsa da sempre.
Era la sposa bianca, la spina,
del grido la favola nera e divina,
era il varietà sontuoso fra le gambe
delle donne rimaste al confine:
la preda bionda, la bruna.
Era il dolore, il silenzio
che disegna le labbra
dell’amore per il nome perduto.
IX

Non più incurabile di altri
è l’ultima cena tra i morti
dove in sorte dal buio
una pietra dal fondo
solleva e trascina miniere
nel bagliore illeggibile
e ormai lontano delle lampare.

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ANTOLOGIA PER IL PARNASO VI – Antonella Antonelli, Nazario Pardini, Stefanie Golisch, Adriano Accattino, Ivan Pozzoni, Ambra Simeone, Tiziana Antonilli, Maria Pia Quintavalla, Roberto Maggiani, Carmelo Pistillo, Faraòn Meteoses

Antonella Antonelli in orangeAntonella Antonelli

Un’altra fuga

“E’ mia la dipendenza?”
Ti chiedo smarrita.

“E quali catene ti ho dato io?
Nessuna. Sei libera di andare,
scegliere, volermi e non volermi.
Non smetterò mai di cercarti
lasciandoti andare”

“E come faccio io senza catene?
Passa dunque da qui, la mia indipendenza?”

Togli gli occhiali,
mi fissi negli occhi
con gli occhi stanchi,
come fosse faticoso,
ancora una volta,
spiegarmi:

“elemosini amori incatenanti
per non perderti, e poi scappi
senza mai liberarti.

Una semplice evasione
la tua fuga.”
Resta appena socchiusa
la tua bocca, come volessi aggiungere
qualcosa.

“Come faccio ad amarti
se non mi tieni?”

“A catena amore, come un cane fedele?
Io non ti tengo, no.
Sei libera di andare oppure di restare.”

Ti abbraccio di slancio, stupita.
Metto la testa sulle tue gambe,
mi sfiori i ricci, li sento
aggrovigliarsi tra le tue dita.
Vorrei fossi un gigante
e io nella tua mano, ballerina,
girare sul palmo fino a cadervi.

Mi tiri su.
Metti gli occhiali
ti rimetti a leggere
metti mille libri a sommergerti.
Mille capelli sulla tua testa ferma.
E’ notte e di notte i pensieri
ruzzolano come palloni su scale popolari.
Odore di refettorio dalle porte aperte.
Il caldo si mescola, vorrei andare
una gamba piegata, l’altra pronta,
ma non mi dici niente
ti chiedo “posso restare?”
“decidi tu, amore”.

Sposti gli occhiali, mi guardi
e i tuoi occhi si muovono rapidi
sulle mie labbra incerte
“no, meglio che vada” dico
e mi sento piangere,
in silenzio, senza lacrime o scosse
dentro, come un innaffiatoio bucato.
“Peccato” dici “è già così buio.”

Ti rimetti a leggere
“allora resto” ti dico fiduciosa.
“No. Ora va.”
“S’insegna così la libertà?”
Ti chiedo altera e delusa.
Continui a leggere.
Ognuno in questo gioco ha la sua parte.
“Mi lanci un’altra sfida?”
Non mi rispondi.
Vedo gli occhiali, fili bianchi e una poltrona.
Me ne vado con il tuo silenzio.
E questa, è solo un’altra fuga.

Foto Nazario ii

Nazario Pardini

Contro le lune
Ho sempre fissa, padre, la tua immagine;
i nostri sogni, il cielo: prevedere
dure gelate a divorare pane,
piogge future ad annullare semi;
e brezze, e folate affilate
a recidere illusioni mai appagate.
Eppure si aspettava primavera
immaginando anche il suo profumo
nel suono nemico dell’urlo invernale.
È sempre fissa, sì!, la tua visione:
tronco scheggiato da lame
forgiate dal tempo;
fronda sfrascata da inverni ribelli;
idea appesantita
da troppe lune piene. Sì!, ti rivedo
ancora qui con me, padre immolato,
a regalarmi odori d’erbe offerte
alle frullane lucide di sole.

Sai, padre!
Qui non ci sono più terre feraci
disposte a dare vita
a mèssi generose;
fronde feconde
ad ospitare nidi da allevare.
Sulla tue terre crescono le case
abbracciate fra loro
come pietre di cava sopra storie
destinate a finire. Chiedo solo
– al cielo, a qualcuno, non so a chi –
che mi mantenga in seno la tua voce,
che mi mantenga in cuore il tuo sorriso,
il tuo sagrato profumato d’erba,
e la tua voglia, maledetta voglia,
di seminare sogni anche nei giorni
più neri della notte.
Contro le lune.

13/05/2013 h. 11 (inedito)

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Stefanie Golisch

Fly and Fall

.
Piano il giorno apre gli occhi
per salutare la mattina di fine agosto.
Ecco ciò che sta per accadere oggi:

Un uomo troverà l’amore e un altro lo perderà.
Qualcuno arriverà alla stazione giusto in tempo,
mentre un altro attenderà invano.
Un merlo sussurra nell’orecchio di un altro, che bello volare e cadere.
Qualcuno inaugurerà il giorno con una bottiglia di birra,
e un altro ascolterà a lungo l’eco dei sogni complessi.
Qualcuno scriverà una lettera scarlatta,
mentre nel cuore ferito del suo vicino non è rimasta una sola parola.
Una bambina si sveglierà dai suoi sogni notturni
stringendo il suo orsacchiotto, e una donna si sveglierà
soltanto per morire a metà mattina poiché il giorno
richiede tutto questo. Lottando scivolerà via davanti agli occhi
dei vivi nello stesso momento in cui
un pittore finalmente trova il suo blu.
Oggi sarà il mio giorno pensa il giovane,
mentre si allena, impaziente di gettarsi nella mischia.
Nella cantina di una casa abbandonata,
una gatta tigre gioca con un topo soltanto
per intrattenere la piccola cosa

Quel che il pittore non sa
è che quel blu non esiste,
ma soltanto una voce lontana,
quasi non udibile nel brusio di tutto questo fare all’amore,
morire, chiacchierare con gli amici, mangiare, bere,
spaventarsi e gioire,
impaziente di placare l’insaziabile
oggi

Adriano Accattino

Adriano Accattino

Può significare una svolta del respiro… non è più
parola, ma toglie la capacità di parlare

Forse qui, affrancatosi qui e in quale modo..
forse si libera ancora qualcos’altro

A partire da questo punto… ora può percorrere
le proprie strade… più volte

Tra le speranze vi sia quella di parlare per conto
di un Altro. Forse è concepibile un incontro..

Su questo indugia, s’azzarda… mette in rapporto
con la creatura

Nessuno può dire quanto… la pausa del respiro
duri ancora

*

Cerco la stessa cosa, la figura, in vista del luogo,
del farsi libera, del passo in avanti

Oppure tenta di percepire la figura nella direzione
che le è propria, fugge innanzi

Ben sappiamo dove vada la sua vita, dove sia
per andare: così era andata la sua vita

Gli risultava talvolta sgradito il fatto
di non poter camminare sulla destra

Ecco l’oscurità che muove da una distanza
che essa stessa, forse, ha tentato di progettare

Noi professiamo l’oscurità*

* da Poesie rubate Mimesis, 2013

Ivan Pozzoni

Ivan Pozzoni

Ivan Pozzoni

PENE D’ARTISTA

Non conosco chi è Ninnj Di Stefano Busà,
– c’aggia fa!- non appena Kairos Editore
mi chiederà ancora 200€, così da essere inserito,
con tre testi, ne L’evoluzione delle forme poetiche
La migliore produzione poetica dell’ultimo ventennio,
nun me resta che accettà, in modo da essere anche io migliore,
migliore di come sono, 200€ migliorano la mia scrittura,
è la vittoria dell’economia, sul conflitto tra natura e cultura.

Chi cazzo è Ninnj Di Stefano Busà?
Forse un’emula di De Signorinibus, o De Signorinibus
un emulo ermetico der medico de li mortacci,
non funziona, quando bustrofedo alle due di notte,
dopo succo d’uva e Sangria, un Bellini, Porto,
divento incoerente, una sorta di Don Chisciotte,
meglio dei vari Don Abbondio che bazzicano l’orto
dell’irta arte italiana, disponibili a versare,
non nel senso di fare versi, 1500€ a Carabba,
con lo scopo recondito di farsi pubblicare,
facendo sermoni sulla gratuità dell’arte
quando vai a chiedere 30€ di quota solidale
per sconfiggere i cartelli dell’industria editoriale.

M’inchino a Ninnj Di Stefano Busà
– c’aggia fa!- senza aver capito se è una donna, un uomo, un trans,
se è un uomo, o un trans, non m’inchino,
minchia, mi sento troppo brillo per continuare,
e non sono abituato a brillare, mi toccherà tornar da Ambra,
a letto, come un’ombra, senza far rumore,
lei mette i tappi nelle orecchie per non sentirmi battere,
io, quando batte lei, nel senso di battere al Pc,
mi metto un tappo in bocca, è meraviglioso spiarla scrivere,
di lei sono sicuro che non è un uomo, o un trans,
– svelando queste cose rischio di ritrovarmi cadavere-,
o un emulo imperterrito di Oronzo Canà
davanti alla fama imperitura di Ninnj Di Stefano Busà.

(inedito)

Ambra Simeone

Ambra Simeone

Ambra Simeone

mi prendo la libertà di quel che scrivo

e poi questa storia della libertà io davvero me la sono sempre chiesta,
che ti dicono che molte persone della tv, politici, soubrette, giornalisti, attori
e che persino molti scrittori famosi, non sono liberi come quelli che non li conosce nessuno,
perché a loro manca di fare certe cose normali, come andare a fare una passeggiata da soli,
farsi fotografare solo quando vogliono loro, fare l’amore senza dire niente a nessuno,
e che allora la notorietà non è più una questione di libertà, se dicono, che più sei noto
e più perdi la libertà di fare certe cose, come le fanno tutti gli altri sconosciuti,
ma a molti sembrerebbe una bufala, e allora non conviene essere famosi? lo dicono tutti?
io quindi me la sono sempre chiesta questa cosa qua, che forse uno è libero se non è riconosciuto
è libero se nessuno sa chi è, cosa fa e come vive, uno è libero se diventa invisibile,
e forse è proprio una bella scusa, una bella invenzione ideata da chissà quale creatore,
mah, sarà, proprio un bell’affare la libertà, che uno però non è libero di diventare famoso,
ma di essere uno come tanti, uno in una massa indistinta di sconosciuti, così ti dicono,
dunque secondo me la libertà l’ha inventata un bravissimo scrittore.

tiziana antonilli

tiziana antonilli

Tiziana Antonilli

Come si chiamava
Lei che inavvertita folgorava l’occhiaia
scomponendone il viola
si accapigliava con l’inerzia
sbranandola
ridisegnandoci
ombretto rosso sole
inanellava il blu
inarreso dello sguardo.
Sopravvive
ma solo quando l’inverno cede
e la prima rondine
posa stanchezza

allora sembra di nuovo possibile
che uno schiocco di dita
ci inabissi all’istante
ma quella sfrontatezza quanto
insegue
sanguina
esige
se è ancora?

Quintavalla

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Maria Pia Quintavalla
Qui, che ridiventa nido

I)

Se mi mettessi fuori a testimone,
del tempo e del mercato,
che la stessa scena ogni giorno
r i c o n c r e a

ma per meglio cogliere nel flusso
che si libera, io lenta
navigante che non sporge più
non rema a braccia a nuoto,
nuove luci arricchiscono disegnano
i suoi i fianchi flessi come l’iride.

Se testimone fossi dell’intero,
nel verso io potrei smorta
carpire un suono madido che afferra,
piega a lato in frescura,
la bocca benedice non sente più
pianti nolenti ma bambini
lesti nel correre,
che ricambiano il suo v o l o.
II)

Rivivi la tua infanzia, mentre ricrei
a Itaca, col padre
nel nome tuo familia nova che
come l’altra, drammatica insoluta

perché per crescere occorreva
essere amati, io adulta genitrice
della vita che si fa futura,
non mentore soltanto di occasione – infanzia
che si genera rifà mi pianta
intorno a un’ostrica mi incolla
alla matrice unita al male
con il bene, un arco soddisfatto
in sincronia f u t u r a.

Roberto Maggiani.

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Roberto Maggiani

da “La bellezza non si somma” (Italic, 2013)

Dio

Ho imparato ad evocarti
dai colori e dalle forme delle cose.

Per riconoscere la tua presenza
mi bastano la soglia di una porta
sempre aperta su un patio
e una tenda
che nella brezza sappia danzare
lentamente.

Sei come un albero
che nella sua totale presenza
si assenta nell’abitudine
dello sguardo

Io invece sono come il mio gatto
che parla ai corvi lontani:
vedendoli piccoli
vorrebbe farne un boccone –
li prega di scendere
con versi inconsulti
non sapendo della loro grandezza.

Ti cerco instancabilmente
ed è solo per la nostalgia che ho di te
che scrivo poesie.

Carmelo Pistillo aprile 2012_

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Carmelo Pistillo

LEI È QUI, DENTRO DI ME…

Lei è qui, dentro di me,
mi offre i sensi, torce
il suo orizzonte.

E’ in ginocchio e grida
vivi, ma io piango,
e non so quanto
il mio seme cerchi
luminescenze nella sua bocca
o quanto le sue trecce
siano già corda spezzata.

Tutto è stato così lento,
la mia testa fra le sue gambe,
le mie labbra sulle sue.

Siamo saliti e scesi
su ogni errore.

Come acrobati nell’elegia,
come acrobati nell’elegia.

Stefano Amorese

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Faraòn Meteoses (pseud Stefano Amorese)

Inghiottitoio
(estratto)

1
Mi macera dentro per la malora
una congettura contraddittoria,
per di più di un’idea dannata
dapprincipio premeditata sotto una pensilina…
mal sopportata assai
da quel pregiudizio altrui dissuaso mai
dalla supremazia degli Àrcadi e degli aedi:
una tara ereditaria intrinseca
che sempre di più mi estranea dalle virtù degli Avi…
un’interferenza, che mi elide acidula
una vocale atona…
un sapore amaro che mi sgocciola
nell’ingestione di una Sostanza càustica…
una Bestia onnivora che mi guaisce in petto:
un autoritratto a tempera, se lo si preferisce…
una frenesia che si perpetua assidua
che mi adùltera e mi deteriora
per questo testo d’inconsistenza,
che da un incubo si è ingenerato
e che m’ingerisce…
in un buco nero divaricato.

2
In una foiba
che m’affascina fabulosa,
che non mi dice nulla
e che non ha favella…
che sia in quell’avello disseppellito
dall’unghia ippocratica del terapeuta,
che con beneficio di inventario e di bioenergetica,
mi strizzò il cervello nel sotterraneo,
cagionandomi intimamente
un malumore putrido di morfina:
una magodìa, che anche ad oggi, mi sopisce appena…
ossia il dialogo di me stesso con il mio sosia,
una messa in scena di un ricordo nitido di ciò che sono:
una comparsa anonima entro una proiezione
per chi desidera esserne l’autore.
In una simbiosi insolita, in un torbido malinteso
con il mio congenito parassito
e con l’ospite, che mi molesta e che mi fu inatteso:
un pretestuoso… un presunto me,
che non si attenua né si rasserena
nemmeno per una semicroma suonata dall’aulète
ubicata all’imboccatura…
in cui sprofondo in un tonfo sordo,
in un grido acuto…
che ormai mi ha asfissiato esausto
e compiuto nel mistero,
così come mi fu esposto
dal mio viatore muto,
col quale ho convissuto,
in cui sono compreso
e tutto ho condiviso.

 

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