Archivi tag: Carl Gustav Jung

Carlo Livia Une vague de reves Testi sul sogno di Kafka, Amelia Rosselli, Arthur Rimbaud, Lalla Romano e Carlo Livia

Gif Astronauta che sogna

Carlo Livia è nato a Pachino (SR) nel 1953 e risiede a Roma. Insegnante di lettere lavora in un liceo classico. È autore di opere di poesia, prosa, saggi critici e sceneggiature, apparsi su antologie, quotidiani e riviste. Fra i volumi di poesia pubblicati ricordiamo: Il giardino di Eden, ed. Rebellato, 1975; Alba di nessuno, Ibiskos, 1983 (finalista al premio Viareggio-Ibiskos ); Deja vu, Scheiwiller, 1993 (premio Montale); La cerimonia  Scettro del Re, 1995; Torre del silenzio, Altredizioni, 1997 (premio Unione nazionale scrittori ); L’addio incessante, ed. Tindari, 2001; Gli Dei infelici, ed. Tindari, 2010.

“Lo studio dei sogni può essere considerato come il metodo più sicuro per indagare sui processi psichici profondi.

La creatività è un tentativo di risolvere un conflitto generato da pulsioni istintive biologiche non scaricate, perciò i desideri insoddisfatti sono la forza motrice della fantasia ed alimentano i sogni notturni e quelli a occhi aperti.

I sogni molto frequentemente esprimono ricordi e conoscenze che il soggetto da sveglio è ignaro di possedere.”

(Sigmund Freud, L’interpretazione dei sogni)

Estendere l’uso dell’analisi del sogno – come strumento d’indagine e terapia della psiche – dalla dimensione individuale a quella socio-culturale, è il presupposto implicito di mitologie, teologie, teofanie e di tutte le utopie soteriologiche che si affidano ad una conversione interiore per concretizzare ogni auspicio di palingenesi e mutazione antropologica. Il pensiero, l’immagine poetica, la sua capacità di trasfigurazione e rammemorazione dell’elemento inconscio – con l’inerente contenuto etico-estetico – rappresenta lo strumento fondante, ineludibile in tale prospettiva di creazione di un sapere ed agire creativo autentico, olistico, integro, rigenerato.

“In ognuno di noi c’è un altro essere che non conosciamo. Egli ci parla attraverso i sogni e ci fa sapere che vede le cose in modo ben diverso da ciò che crediamo di essere.

Se non capiamo le immagini dell’inconscio, o rifiutiamo la responsabilità morale che abbiamo nei loro confronti, vivremo una vita dolorosa.” Solo  un cambiamento dell’atteggiamento individuale potrà portare con sé un rinnovamento dello spirito delle nazioni. Tutto comincia con l’individuo.”

(Carl Gustav Jung)

L’elemento eterodosso introdotto da Jung riguarda la rivalutazione della dimensione mistica – creazione dell’inconscio collettivo – a cui accreditare la funzione risanatrice e liberatrice che l’illuminismo di Freud riserva alla tensione libidica dell’es.

“  L’inconscio non è soltanto male, ma è anche la sorgente del bene più alto; non è solo buio ma anche luce, non solo bestiale, semi-umano, demoniaco, ma sovrumano, spirituale e, nel senso classico del termine, “divino”.

(K.G. Jung)

Si tratta, quindi, non di riaddomesticare l’inconscio per ricondurlo nei confini della morale ( Freud ) ma, come nel “dionisiaco“ di Nietzsche, in Lacan e nei surrealisti, di scoprire nell’elemento trascendente e irrazionale che si manifesta nel sogno e nella visione del poeta la verità più autentica e insostituibile, la cui subordinazione alla “morale del gregge” – scientifica, positivista, capitalista, marxista, ecc, crea nevrosi, alienazione, conflitto e degrado sociale.

    Gif paesaggio onirico

un sogno

 Josef K. sognava:

Era una bella giornata e K. voleva andare a passeggio. Ma ecco, fatti due passi, era già al cimitero. Là c’erano viottole di tracciato molto artificioso, tortuose e scomode; ma sopra una di quelle lui scivolava, come fosse su di un’acqua precipitosa, in un impossibile portamento librato. Già da lontano gli veniva allo sguardo un tumulo di terra dove avrebbe voluto sostare. In quel tumulo c’era qualcosa che lo attraeva; ed era tutto teso nel desiderio di raggiungerlo. Ma a volte lo vedeva appena, il tumulo; certi stendardi glielo nascondevano, attorti e scagliati a gran forza l’uno contro l’altro. I portabandiera non si vedevano ma era come laggiù ci fosse una festa vivace.

Mentre ancora il suo sguardo era affiso a quella parte, si vide improvvisamente accanto, sulla viottola, quel medesimo tumulo, anzi già quasi alle sue spalle. Saltò svelto fra l’erba. Poi che nell’attimo del balzo la viottola continuava la sua rapida corsa, il piede gli mancò e cadde in ginocchio, proprio davanti al tumulo. Due uomini stavano dietro la tomba e fra loro levavano alta una pietra tombale. K. era appena comparso che costoro piantarono in terra la lapide. Come murata, quella vi rimase. Da un cespuglio uscì fuori tutt’a un tratto, un terzo uomo. K. capì subito che doveva essere un artista. Aveva addosso solo un paio di calzoni e una camicia male abbottonata; portava in capo una berretta di velluto. In mano teneva una comune matita; e con quella, mentre veniva avanti, tracciava figure nell’aria.

Pose la punta di quella matita sulla parte superiore della lapide. La lastra era molto alta, colui non aveva nessun bisogno di curvarsi ma piuttosto di protendersi in avanti perché il tumulo, che egli non voleva calpestare, lo separava dalla pietra. Stava quindi in punta di piedi e con la sinistra si reggeva contro la superficie della lapide.

Maneggiando quella comune matita, la sua abilità riusciva a tracciare lettere d’oro. Scrisse Qui giace. Nitida e bella risaltava ogni lettera, incisa a fondo in oro perfetto. Quando ebbe scritte quelle due parole si volse verso K. che con acuta ansia seguiva come l’iscrizione proseguisse; e quindi, fissando la pietra, poco si curava dell’uomo. L’uomo riprendeva a scrivere infatti; ma non ce la faceva, doveva esserci qualche impedimento. Abbassata la matita, tornava a volgersi verso K. Ora anche K. guardava l’artista e si avvedeva che assai perplesso era, senza tuttavia poterne dire la cagione. Tutta la sua vivacità di poco prima era scomparsa. Al che anche K. cominciò a sentirsi assai perplesso. Si scambiarono sguardi smarriti; doveva esserci un brutto malinteso che nessuno dei due aveva potere di risolvere. Ecco che, per di più, a ora indebita cominciava a suonare la piccola campana della cappella dei defunti. L’artista agitava la mano e, ecco, quella taceva. Dopo un poco riprendeva, ma questa volta pianissimo e subito dopo interrompendosi spontaneamente; era come se avesse voluto solo saggiare il proprio timbro. K. era disperato per il disagio dell’artista; cominciava a piangere e singhiozzare, col volto fra le mani. L’artista attese che K. si fosse calmato; poi, non riuscendo a trovare altra soluzione, decise di continuare a scrivere. Per K. fu un sollievo, quel primo piccolo tratto; ma l’artista non riusciva a concluderlo se non con estrema riluttanza; la scrittura non era più bella come prima, pareva soprattutto scarsa d’oro, si profilava smorta e malcerta mentre, al contrario, il carattere diventava enorme. Era già quasi finita quando l’artista, furioso, picchiò col piede sul tumulo tanto che tutt’intorno ne schizzò via il terriccio. Finalmente K. capì che cosa quello volesse; ma non c’era più tempo per farlo desistere. Quello affondava le dita nella terra; che pareva quasi non opporgli resistenza. Era come se tutto fosse stato preordinato. Era stato disposto un sottile strato di terra, ma solo per figura. Subito sotto si apriva una grande fossa, dalle pareti a picco dove, rivolto sul dorso da una blanda corrente, K. andò a fondo. Ma mentre già, riverso sulla nuca il capo, laggiù lo accoglieva la profondità impenetrabile, lassù in fregi possenti il suo nome si avventava sulla lapide.
Estasiato a quella vista si svegliò.

(Franz Kafka, “Un sogno”, in “Nella colonia penale e altri racconti”, Einaudi)

    Il ponte

Ero rigido e freddo; ero un ponte gettato sopra un abisso. Da questa parte erano conficcate le punte dei piedi, dall’altra le mani: avevo i denti piantati in un’argilla friabile. Le falde della mia giacca svolazzavano ai miei fianchi. Giù nel profondo rumoreggiava il gelido torrente dove guizzavano le trote. Nessun turista veniva a smarrirsi in quelle alture impervie, il ponte non era ancora segnato sulle carte. Così giacevo e aspettavo, dovevo aspettare. Una volta gettato, un ponte non può smettere di essere ponte senza precipitare. Un giorno verso sera – fosse la prima, fosse la millesima, non saprei dire – i miei pensieri erano un guazzabuglio, e facevano una ridda. Verso sera, d’estate, più cupo scrosciava il torrente, ecco che udii un passo umano! A me, a me! Stenditi, ponte, mettiti all’ordine, trave senza spalletta, sorreggi colui che ti è affidato. Compensa insensibilmente l’incertezza del suo passo, ma se poi vacilla, fatti conoscere e lancialo sulla terra come un Dio montano. Egli venne, mi percosse con la punta ferrata del suo bastone, poi sollevò le falde del mio abito e me le depose in ordine sul dorso. Infilò la punta del bastone nei miei capelli folti e ve la mantenne a lungo; probabilmente egli si guardava d’intorno con aria feroce. Poi a un tratto – io stavo appunto seguendolo trasognato per monti e valli – saltò a piedi giunti nel mezzo del mio corpo. Rabbrividii per l’atroce dolore, del tutto inconscio. Chi era? Un fanciullo? Un sogno? Un grassatore? Un suicida? Un tentatore? Un distruttore? E mi volsi per vederlo. Il ponte che si volta! Non ero ancora voltato e già precipitavo, precipitavo ed ero già dilaniato e infilzato dai ciottoli aguzzi che mi avevano sempre fissato così pacificamente attraverso l’acqua scrosciante.

gif bzz   

Franz Kafka, Il ponte Continua a leggere

Annunci

9 commenti

Archiviato in critica dell'estetica, Senza categoria

Samuel Beckett (1906-1989) POESIE SCELTE (da Einaudi, 1999) traduzioni di Gabriele Frasca con un Commento politico di Giorgio Linguaglossa

Evtusenko Foto di Vladimir Mishukov

Foto di Vladimir Mishukov

dire oggi arte radicale è lo stesso che dire arte cupa,
col nero come colore di fondo. Molta produzione
contemporanea si squalifica perché non ne prende atto e magari
gioisce infantilmente dei colori […] L’arte di assoluta responsabilità va
a finire nella sterilità, di cui è raro non sentire l’alito nelle opere d’arte
elaborate fino in fondo e in modo conseguente; l’assoluta irresponsabilità
le abbassa a “fun”; una sintesi dei due momenti si condanna da
sé, in base al suo stesso concetto […] L’arte moderna che si atteggiasse
a dignitosa sarebbe ideologica senza misericordia. Per suggerire dignità
essa dovrebbe darsi arie, mettersi in posa, farsi altro da ciò che può essere.

T.W. Adorno

Commento politico di Giorgio Linguaglossa. La poesia del «negativo» di Samuel Beckett

Scrive Samuel Beckett nel saggio su “Proust”:

Il tentativo di comunicare, laddove nessuna comunicazione è possibile, è soltanto una volgarità scimmiesca, o qualcosa di orrendamente comico, come la follia che fa parlare coi mobili. […] Per l’artista che non si muove in superficie, il rifiuto dell’amicizia non è soltanto qualcosa di ragionevole, ma è un’autentica necessità. Poiché il solo possibile sviluppo spirituale è in profondità. La tendenza artistica non è nel senso dell’espansione, ma della contrazione. E l’arte è l’apoteosi della solitudine. Non vi è comunicazione poiché non vi sono mezzi di comunicazione.

foto-samuel-beckett

Beckett fa colazione a Parigi, anni settanta

Leggere oggi queste poesie di Beckett può essere se non utile, direi indispensabile, o almeno salutare per via di quell’imbruttimento allo stadio zero della «comunicazione» (questa orribile pseudo categoria oggi di moda) che la sua poesia recepisce dalla lingua di relazione. Quella di Beckett è una sorta di super lingua, quali sono diventati l’inglese, il francese, l’italiano di uso corrente oggi nelle classi abbienti e meno abbienti, come tutte le altre lingue dell’Europa occidentale. Arte «cupa», lo afferma Adorno, con l’impiego del «fun» a renderla appetibile e digeribile.

Direi che quella di Beckett è, appunto, una poesia di uso corrente, che impiega parole correnti del linguaggio parlato del linguaggio internazionale quale è quello che usiamo nei commerci quotidiani. Direi che è scomodo affrontare un autore che non ci dà alcun appiglio per un discorso critico; un critico dinanzi a queste poesie non può dire nulla, quello che può dire è che esse si sottraggono con tutte le forze a qualsiasi discorso ermeneutico.

Sono poesie anti ermeneutiche. Del resto, tutta l’opera teatrale e narrativa dello scrittore irlandese vuole raggiungere questo obiettivo: sottrarsi alla indagine ermeneutica, sottrarsi al lettore, allo spettatore, al fruitore chicchessia, non offrire nessun appiglio o alibi, porsi come il «negativo» di un pensiero estetico che pensa il «negativo», negativo esso medesimo. Ma già parlare a proposito di Beckett di «pensiero estetico» è un reato di opinione, il «pensiero estetico» presuppone altre categorie quali la Forma, il Tempo, il Soggetto, l’Oggetto, la Scrittura, il Romanzo, la Poesia, la Commedia, etc. Ebbene, l’opera poetica di Beckett si sottrae a tutto ciò, è estranea a queste categorie. Così, il fatto che lui scriva delle poesie non deve indurci in tentazione, queste che presentiamo non sono poesie, né anti poesie come era d’uso pensare nel Novecento delle post-avanguardie, sono nient’altro che scritture del negativo, registrazione burocratica del negativo, e neanche della negazione, perché il negativo beckettiano è estraneo allo stesso concetto di «negazione», che implicherebbe pur sempre un quantum, sia pur esilissimo, di positività.

E certo il primo assunto su cui si basa questa «poetica», diciamo così, è la negazione del concetto di poetica e   di «comunicazione» oggi tanto in voga presso la chatpoetry e il chatnovel, le viandanze turisticamente agghindate, carcasse della sotto cultura ceto-mediatica di oggi. La poesia beckettiana, al pari di tutta la sua opera, si situa al di qua della «comunicazione» e al di là di ogni concetto di «poetica» impegnata politicamente o civilmente, in un certo senso essa è socialmente incivile, infungibile e quindi si sottrae al concetto di «rappresentazione» per approdare ad un deserto assoluto che presuppone la incomunicazione quale categoria di base della scrittura. Il che non vuol dire sguardo pessimistico o negativo sul mondo, quanto un mondo senza sguardo, né interno né esterno, un mondo senza un observer. Un mondo senza una entità che lo osserva, è qualcosa che sta al di qua del senso e del non senso, al di qua del concetto di rappresentazione e al di qua della mera ragionevolezza. Dirò di più, queste poesie sono delle «cose» che non sortiscono da alcun pensiero critico, perché già esso presupporrebbe una esilissima stoffa di positività che nel pensiero di Beckett è invece del tutto assente.

Meglio dunque non dire nulla, come del resto vorrebbe lo stesso Beckett. Ma questo dovevo pur dirlo, cioè non dire alcunché per indicare il «nulla» che queste poesie mostrano ma non perché occorra dare una dimostrazione del «nulla» quanto che il «nulla» si mostra così com’è. E con questo penso di aver dato una interpretazione di Beckett dal punto di vista di una «nuova ontologia estetica».

Ha scritto Adorno:

«Un uomo, che con una forza ammirevole sopravvisse ad Auschwitz ed altri campi di concentramento, opinò appassionatamente contro Beckett, che se questi fosse stato ad Auschwitz, scriverebbe diversamente, cioè con la religione da trincea di chi è sfuggito, più positivamente. Lo sfuggito ha ragione in un senso diverso da quello inteso; Beckett, e chi altri ancora restò capace di controllarsi, là sarebbe stato spezzato e presumibilmente costretto a convertirsi a quella religione da trincea, che lo sfuggito rivestì di parole: voleva dar coraggio agli uomini. Come se si trattasse di una qualche formazione spirituale, come se l’intenzione che si rivolge agli uomini e si organizza secondo loro non gli tolga ciò che potrebbero pretendere, anche quando credono il contrario. Così è finita la metafisica.».1

1 T.W. Adorno Dialettica negativa trad. it. Einaudi, 1970, p. 332

 

morton-feldman-and-beckett

Morton Feldman e Samuel Beckett

da Samuel Beckett – Le Poesie, cura e traduzione di Gabriele Frasca, Einaudi, Torino 1999. 

Gnome

Spend the years of learning squandering
Courage for the years of wandering
Through a world politely turning
From the loutishness of learning

 

Gnomo

Passano gli anni dell’apprendimento
A dissipare il coraggio per gli anni
In cui vagabondare dentro un mondo
Che con garbo si libera ruotando
Da ogni grossolano apprendimento

 

Home Olga

J might be made sit up for a jade of hope (and exile, don’t you know)
And Jesus and Jesuits juggernauted in the haemorrhoidal isle,
Modo et forma anal maiden, giggling to death in stomacho.
E for an erythrite of love and silence and the sweet noo style,
Swoops and loops of love and silence in the eye of the sun and the view of the mew,
Juvante Jah and a Jain or two and the tip of a friendly yiddophile.
O for an opal of faith and cunning winking adieu, adieu, adieu.
Yesterday shall be tomorrow, riddle me that my rapparee.
Che sarà sarà che fu, there’s more than Homer knows how to spew,
Exempli gratia: ecce himself and the pickthank agnus – e.o.o.e.

 

Home Olga

J potrebbe essere allertato da una bagascia di speranza (ed esilio, sai)
A molocchare rimarrebbero Gesù e i Gesuiti nell’isola emorroidale,
Modo et forma vergine anale, ridacchiando a morte nello stomacho.
E sta per eritrite d’amore e silenzio e dolce stil nonovo,
Scorribande e intrecci d’amore e silenzio nell’occhio del sole e vista di gabbiano,
Juvante Jah e uno o due jaini e la soffiata d’un amichevole yiddofilo.
O invece per un opale di fede e maestria palpitante adieu, adieu, adieu.
Yeri sarà domani, risolvimi questa stoccata e fiuta.
Che sarà sarà che fu, c’è più di quanto Omero abbia saputo vomitare,
Exempli gratia: ecce lui proprio e l’acchiappagrazie agnus… e.o.o.e.

 

da: «Oroscopata e altri versi d’occasione»

 

The Vulture

dragging his hunger through the sky
of my skull shell of sky and earth

stooping to the prone who must
soon take up their life and walk

mocked by a tissue that may not serve
till hunger earth and sky be offal

 

L’avvoltoio

Trascinando la fame lungo il cielo
del mio cranio che serra cielo e terra

piombando su quei proni che dovranno
presto riprendersi la vita e andare

irriso da un inutile tessuto
se fame terra e cielo sono resti

 

Enueg II

world world world world
and the face grave
cloud against the evening

de morituris nihil nisi

and the face crumbling shyly
too late to darken the sky
blushing away into the evening
shuddering away like a gaffe

veronica mundi
veronica munda
give us a wipe for the love of Jesus

sweating like Judas
tired of dying
tired of policemen
feet in marmalade
perspiring profusely
heart in marmalade
smoke more fruit
the old heart the old heart
breaking outside congress
doch I assure thee
lying on O’Connell Bridge
goggling at the tulips of the evening
the green tulips
shining round the corner like an anthrax
shining on Guinness’s barges

the overtone the face
too late to brighten the sky
doch doch I assure thee

 

Enueg II

mondo mondo mondo mondo
e il volto austera
nuvola sullo sfondo della sera

de morituris nihil nisi

e il volto a sgretolarsi timido
troppo tardi per tenebrare il cielo
che arrossa nella sera
come una gaffe rabbrividendo via

veronica mundi
veronica munda
da’ noi una pulitina per amor di Gesù

sudando come Giuda
stanco di morire
stanco dei poliziotti
coi piedi in marmellata
copiosamente a traspirare
col cuore in marmellata
fumo addizionato al frutto
col vecchio cuore il vecchio cuore
che prorompe fuori congresso
doch ti rassicuro
sdraiato sull’O’Connell Bridge
a sgranare gli occhi sui tulipani della sera
sui verdi tulipani
che splendono dietro l’angolo come un antrace
che splenda sulle chiatte della Guinness

in sovratono il volto
troppo tardi per rischiarare il cielo
doch doch ti rassicuro Continua a leggere

33 commenti

Archiviato in Crisi della poesia, Critica, critica dell'estetica, critica della poesia, critica letteraria, poesia inglese, Senza categoria, teatro