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DIECI POESIE di Camillo Pennati da “Koh Tao Lines” (2014) con una citazione di Roland Barthes e un Commento di Giorgio Linguaglossa

Antonio Ligabue Leopardo assalito da un serpente, circa 1955-1956 olio su faesite, cm 69,5×98

Antonio Ligabue Leopardo assalito da un serpente, circa 1955-1956 olio su faesite, cm 69,5×98

Camillo Pennati è nato a Milano nel 1931, dal 1958 al 1970 ha vissuto a Londra. Oltre che poeta è anche traduttore di testi di narrativa e di poesia. Tra gli autori da lui tradotti si ricordano: Philip Larkin, Thom Gunn, Ted Hughes. Ha pubblicato, fra l’altro, Una preghiera per noi (1957), Landscapes, con prefazione di Salvatore Quasimodo (1960), L’ordine delle parole (1964), L’iridato paesaggio, con un saggio di Giorgio Luzzi (1985), Gabbiano e altri versi, con traduzione a fronte di Ted Hughes e disegni di Lester Elliot (1990). Presso Einaudi, nella «Collezione di poesia», sono apparsi Erosagonie (1973), Sotteso blu (1983) e Una distanza inseparabile (1998), Di sideree vicende (1998), Lo stupore del verso (2002), Modulato silenzio (2007), Paesaggi del silenzio con figura (2012), Koh Tao Lines (2014)

Nel 1953 scriveva Roland Barthes in Il grado zero della letteratura:

«La poesia moderna, poiché bisogna ben opporla alla poesia classica e a ogni forma di prosa, distrugge la natura spontaneamente funzionale del linguaggio e ne lascia sussistere le strutture lessicali. Dei rapporti essa conserva il movimento, la musica, non la verità. La parola esplode sopra una linea di rapporti svuotati, la grammatica è sprovvista della propria finalità, diventa prosodia, si riduce a un’inflessione che perdura per presentare la Parola. I rapporti non sono propriamente soppressi, ne resta ancora il posto: sono una parodia dei rapporti, e questo niente è necessario perché la densità della Parola deve innalzarsi da un vuoto incantesimo, come un suono e un segno senza sfondo, come “un furore e un mistero”.

Se nel linguaggio classico proprio i rapporti guidano la parola trascinandola poi verso un senso sempre proiettato, nella poesia moderna i rapporti sono solo un’estensione della parola. La Parola è appunto “dimora” impiantata come un’origine nella prosodia delle funzioni, sottintese ma assenti. Qui i rapporti illudono, è la Parola che nutre e come la subitanea rivoluzione di una verità; dire che questa verità è di ordine poetico, significa che la Parola poetica non può mai essere falsa perché è totale; brilla di una libertà infinita… Aboliti i rapporti fissi, alla parola rimane una posizione verticale, è come un blocco, un pilone che affonda in una totalità di sensi, di riflessi e di residui; è un segno immediato, un gesto isolato… Così sotto ogni Parola della poesia moderna giace una sorta di geologia esistenziale… Ora la Parola non è più preliminarmente orientata dall’intenzione generale di un discorso socializzato; il consumatore di poesia, privato della guida dei rapporti selettivi, si imbatte nella Parola, frontalmente, e la riceve come una quantità assoluta, accompagnata da tutti i sensi possibili

Antonio Ligabue Falcone bianco

Antonio Ligabue Falcone bianco

Commento di Giorgio Linguaglossa

C’è un movimento di contiguità e di traducibilità tra il «linguaggio delle cose» e il «linguaggio degli uomini», è questo l’assunto base della poetica di Camillo Pennati, a cui il poeta è sempre rimasto fedele. La forma-poesia in Pennati diventa un luogo di mediazione tra il linguaggio delle «cose» e il linguaggio poetico, un processo: le lingue divengono, divergono, si trasformano e infine tacciono. Così anche i linguaggi poetici divengono, divergono e si trasformano, e questo divenire non è soltanto un moltiplicarsi della confusione, infinito diversificarsi; proprio questo continuo differenziarsi nasconde l’aspirazione a pervenire alla originaria creatività della parola. È questa intenzione è presente in modo peculiare nello spazio recintato e coltivato della poesia di Pennati, la quale non sorge per un «pubblico» dato e immediato, essenziale in essa non è la comunicazione di qualcosa di preciso e di circoscrivibile. Nel disordinato arbitrio che domina la vita delle lingue, la poesia di Pennati vuole essere il luogo in cui la lingua si manifesta, si riflette, esprime la sua innata creatività e la sua trasparenza. Ma questa intenzione è offuscata e celata dalla «boscaglia del senso». Il bosco del senso è un labirinto, propriamente il labirinto del linguaggio, dove tutte le vie sono egualmente percorribili, nessuna esclusa, e il «paesaggio» è quello che racchiude per Pennati la più alta manifestazione di intenzionalità e di possibilità espressive. Il «linguaggio delle cose» reclama il «linguaggio degli uomini», essi sono per Pennati due vasi comunicanti che comunicano ciò che è non-comunicabile, è questo il paradosso della poesia pennatiana.

Potremmo dire, parafrasando Barthes, che il «paesaggio» pennatiano racchiude la più alta percentuale di «geologia esistenziale», di significati e di significanti nascosti. Ecco la vera ragione della «ossessione» di Pennati per il paesaggio, il suo unico tema, anzi, il tema monocratico per eccellenza.

foto di Steven Grieco

foto di Steven Grieco L’oceano

da “Koh Tao Lines” (2014) Dalia edizioni pp. 86 € 12
(Versi scritti a Koh Tao isoletta vulcanica a foresta tropicale dello sparso arcipelago thailandese)

e l’oceano

e l’oceano
risale e ridiscende con le sue immense maree
tutta sgombrando una vasta orlatura di sabbia
che risommerge la sera a suo fondale.

.
Due sfumature di verde

Due sfumature di verde a corrugare il mare
poi nella bufera di vento improvvisa lungo il litorale
che risuona come un arido insieme di piogge
tra i rami ripercossi delle alme
in un lungo e secco scrosciare
dai tuoi capelli arrovesciati
il riconoscerne scorgendola la nuca.

.
Nel volgersi atmosferico

Nel volgersi atmosferico del giorno
una barriera accadendosi di nubi
s’erge all’orizzonte
forse un monsone rivolto all’altro lato
o in dissolvimento sgretolandosi
disorientando le sue scroscianti cortine
di piogge approssimanti e ammantellate
del pallore delle nebbie.

Camillo Pennati

Camillo Pennati

 

 

 

 

 

 

 

Attendo la pienezza della luna

Attendo la pienezza della luna
per scorgere nel suo raggiunto tondo
il tuo radioso volto
ma questa seducente immagine
dissolvo poi che la luna sempre e già dal primo quarto
solo riguarda in attrazione le maree

e tutto della sfera
il suo terrestre regno sapendo come ogni umano pensamento
sia distante di eoni

anzi del tutto incomprensivamente
estraneo al comprensivo assenso che ispira la natura
nel suo molecolare e minerale intento

e la natura avverte
che in ogni sua radice sente però in assenza
d’ogni sentimento.

E il tuo volto
il tuo volto rapito lo contengo dentro tra ‘iride
e lo scoscendimento del mio sguardo.

.
Ara di biancheggianti

Ara di biancheggianti
creste di vento la sconfinata radura
dell’oceano

che s’ergono a montagne
dirupanti nel travolgimento stesso dei versanti
sul fondo di tumultuanti vallate

da cui salendo gonfiano
nel dorso d’altre onde a cavalloni e marosi
sino al vertiginante culmine

di susseguenti creste
nel’agitarsi di pressioni il mare sul suo corpo
fluttuante.

Camillo Pennati Koh Tao Lines

 

 

 

 

 

 

 

 

E allora garrisce

E allora garrisce
di varie verdi sfumature l’oceano
quando di grigie e bianche

coloriture a nembi
è ricoperto il cielo e sibila il monsone e stride
nell’aria e dove di scontro

a tese sferzate colpisce
l’aria si gonfia di quel suo frastuono a ondosità
di solo suono nell’irruente scia.

Poi all’orizzonte
uno squarcio di sole ne scalfisce il fianco
con una lama impensata di blu.

.
Ogni verde

Ogni verde ha il suo fiore.
Ogni umano tra relitti di sciagure
non sempre il suo stupore.

.
Osservo l’ombra

Osservo l’ombra che in perfetto staglio
riprende le proiettate forme di ciò che in verticale
intercetta al momento quella fronte pastosa
di luce adesso dilagante del sole.

L’ombra che si ritrae e impallidisce
poi si rafforza e si scurisce quasi a velarsi di nero
e fa da meridiana al corpo consistente del reale
che a sé seduce in ogni giacitura orizzontale
se di lì per nube non scompare.

Camillo Pennati

Camillo Pennati

 

 

 

 

 

 

 

 
Non cesserà

Non cesserà
il perenne arrovesciarsi delle onde
sulle insenate battigie bordeggianti
dove le orme umane si saranno estinte
che ne imprimevano i contorni delle impronte
calpestando con insipiente presunzione
l’ospitale mondo.

.
Il vento teso

Il vento teso tra il fogliame sfrangiato
delle palme e sopra il dorso schiumeggiante
dell’oceano si fonde in un risuono incessante
di cascata però che fende l’aria in provenienza
orizzontale:
è da una spiaggia tropicale quell’ascolto
non da un vertiginoso baratro nel suo precipitare.

E già assorbe in eco quel frastuono.

1 Commento

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INDAGINE INTORNO AD UN REATO COMPIUTO: LA POESIA DEL DOPO IL NOVECENTO: Alberto Bevilacqua, Cesare Viviani, Valerio Magrelli, Umberto Piersanti, Mariangela Gualtieri, Roberto Bertoldo, Alfredo De Palchi, Camillo Pennati, Luigi Manzi, Andrea Zanzotto – Commento di Giorgio Linguaglossa

bello(da Giorgio Linguaglossa Dopo il Novecento Società Editrice Fiorentina 2013 pp. 150 € 14, testo aggiornato)

In questi autori, che hanno siglato questo patto di autenticità con se stessi, si rintraccia un lavoro nella «tenuta» della forma-poesia nelle avverse condizioni del Moderno. Scrive Luigi Manzi: «se consideriamo come questa {la poesia} sia trapassata presto in contemporaneità, per degradarsi infine in attualità: che traduce il “gusto” in “moda”, il “transitorio” in “effimero”. Anche la poesia obbedisce, oggi soprattutto, ai canoni e agli artifizi della moda ed è soggetta più alle opinioni che ai giudizi». L’attesa di tempi migliori è stata, per questi poeti, una anticamera durata vari decenni; l’«opera lasciata sola» (dizione di C. Viviani) è stata la conseguenza inevitabile di una tale situazione. L’opera poetica sconta una solitudine che costituisce la stoffa stessa della sua essenza.

 

Vengono eliminati splendori, arcaismi e solecismi, si vuole evitare un linguaggio che evochi il linguaggio transmentale della comunicazione. Questo tipo di scrittura poetica non tende alla socializzazione di esperienze demotiche ma è individuale-personale, vuole comunicare qualcosa di un colloquio «segreto» tenuto in una «camera segreta», in un tempo vuoto come nella poesia di Alberto Bevilacqua; vuole esorcizzare il linguaggio poetico della riconoscibilità universale arretrando all’arcaico (Luigi Manzi) rispetto al linguaggio letterario o facendo un passo in avanti verso la dimensione narrativa del verso (Cesare Viviani), o un passo, insieme, in avanti e all’indietro (Camillo Pennati) rispetto al parametro della letterarietà condivisa. Con le parole di Cesare Viviani in un saggio del 2004, La voce inimitabile:

Cesare Viviani

Cesare Viviani

«la poesia è canto inimitabile, voce inimitabile {…} non è parola di aggregazione, ma arriva ai livelli dell’esperienza incomunicabile: quindi chi la incontra ne è segnato profondamente senza saperne il motivo. Il canto inimitabile ha lo splendore di un diamante: non al dito di un acquirente, ma collocato nella sua terra d’origine. Così la poesia arriva ad essere la trasmissione dell’esperienza dell’indicibile {…} la poesia è la creazione di un corpo: assoluta concretezza indefinibile.
È necessario abbandonare l’atto compiuto, la poesia, lasciarlo a se stesso, senza domandare nulla, senza preoccuparsi, senza chiedere. Lasciare la poesia scritta in un libro, deporlo sul bordo della strada, senza segnalarne la presenza, senza voltarsi per controllare, nella speranza che qualcuno, chi lo sa, lo raccolga, è una piccola consolazione da concedere al poeta».

Ecco invece un poeta che posa il proprio stile sul tono simbolismo e la catacresi:

Ecco dove la luna si posa, questa sera,
con versi di gialla fandonia.
Come un croco, l’ospedale della terra è lì,
tra le mimose e i limoni.
Beninteso: il tempo ci ha preso le parole
e vi ha costruito intorno la notte.

(da Roberto Bertoldo Pergamena dei ribelli Joker, 2011)

alfredo de palchi roberto bertoldo

alfredo de palchi e roberto bertoldo

Oggi finalmente la Letteratura è arrivata alla «terra promessa», cioè alle porte di un mondo senza più letteratura: il post-contemporaneo. La partita doppia torna a vantaggio di chi in questi ultimi decenni ha cercato una letteratura responsabile, che provenisse da una autenticità, da un gesto di innocenza magari, ma che non scendesse a patti con l’irresponsabilità delle scritture del disformismo, della disintegrazione del lessico e del luddismo della ipersignificazione ludica. Non è forse questo l’esito ultimo cui è arrivata la scrittura poetica del più significativo esponente della cultura dello sperimentalismo, Andrea Zanzotto con opere come Meteo (1996) e Sovrimpressioni (2001)? Alla fin fine, il silenzio del linguaggio e il linguaggio del silenzio significato si equivalgono.

Vorrei chiuderti i portoni in faccia
darti la sberla ogni giorno al momento
di uscire
– indecisione che si protrae più per difesa
che per confondere –
adesso capisci
chi vorrebbe sdebitarsi a sberle

eppure si tratta di anomala architettura
di questo universo compilato
da dementi gobbi storpi
familiari a storpi gobbi dementi
in alta tenuta
con lustrini e medaglie da riscontrare
nell’invenzione di battaglie vili
è la tua libertà di scappare
da gobbo luetico Marino Cecconi
nasconderti nel porcile di tuo padre che insulti
con il coraggio del pidocchio
questa la visione reale del paese e questa
la tua realtà visionaria di vanvere dilagate
raccapriccianti da nord a sud

il mestiere a doppio senso di rappresentare
l’estorsione di tradire persino dove il nulla vaga o bianchissimo
è il tuo osare.

(26 giugno 2009, da Alfredo De Palchi Paradigm, Chelsea Editions, 2013)

Alfredo D Palchi e Giorgio Linguaglossa, Roma, 2011

Alfredo D Palchi e Giorgio Linguaglossa, Roma, 2011

In questa deriva verso la narratività e la iperletterarietà della forma-poesia degli epigoni del Novecento, siamo giunti, senza accorgercene, a una «scrittura bianca». Cosa voglio dire? Voglio dire che non c’è più un «io» ma la sua contraffazione: c’è un singolare-plurale che è la controfigura dell’«io», non ci si rivolge più al lettore ma al proprio specchio, c’è un presente per il presente che è la falsificazione del presente; altri tempi, come il congiuntivo e l’imperativo, vengono sostituiti dal presente indicativo, che è un tempo amodale, che può stare dappertutto e in nessun luogo, che è il surrogato di una azione (che richiederebbe un verbo modale e transitivo), la finzione di una azione. Le forme ottative, interrogative, parenetiche, esortative, dubitative vengono semplicemente espunte dallo spartito della scrittura poetica: la scrittura letteraria dei giovani autori, i cosiddetti «cannibali» ma anche quella dei neo-elegiaci e dei neo-dismetrici che scrivono in un verso «liberato», ne è un esempio. Presso gli autori di poesia che oggi hanno meno di cinquanta anni si assiste al dilagare di questa scrittura neutrale (e neutralizzata) sia nel romanzo che nella forma-poesia. È una scrittura che non conosce l’esistenza del non detto, del segreto, del non dicibile, dell’invisibile; si parte dalla presunzione che tutto sia «ottico», a vista, immediatamente dicibile, che tutto sia visibile, prensibile. Tutto deve essere riconoscibile. È una scrittura innocente che ha rimosso il problema della responsabilità della scrittura letteraria. Si segue il concetto di una lingua-strumento che non ha più legami né con il linguaggio di tutti i giorni né con quello della tradizione: una scrittura réportage si diceva una volta. No, è qualcosa di più invadente e minaccioso. È una scrittura che vuole disfarsi della socialità sulla quale è fondata la lingua di relazione. È un calco della scrittura mediatica. È un calco della frammentazione atomistica della comunicazione mediatica. È una scrittura che nasce dalla riconoscibilità del linguaggio tele-mediatico. Continua a leggere

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