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Laura Canciani, Poesie da Lo strumento ignaro, Passigli Editore, Firenze, 2018 con una Nota di lettura di Letizia Leone e un Appunto di Giorgio Linguaglossa

 

Foto divano albero vaso cinese

È l’occhio innevato della tigre

Nota di lettura di Letizia Leone

Laura Canciani è nata a Cermes (Bolzano) nel 1934. Le sue radici profonde sono friulane. Vive a Roma. Ha pubblicato in poesia: L’aquila svolata (Forum, finalista al Premio Viareggio 1983), Da questi occhi (Il Ventaglio, Premio Donna Città di Roma, 1986), Il dono e la meraviglia (Amadeus, 1989), Un bouquet d’ombre (Biblioteca cominiana, 1994), Aperta all’infinito (Biblioteca cominiana, 1998), Lo stesso angelo (Fermenti, 1998), Reato di parola (Manni, 2004), Il contagio dell’acqua (Passigli, 2009), Essere nella parola (Passigli, 2015), Lo strumento ignaro (Passigli, 2018). Ha vinto il Premio di Poesia Profezia, Cisternino 1998 e il Premio Renato Serra, Santa Severa 1991. Sue poesie sono state pubblicate in diverse antologie, tra cui «Storia dell’arte italiana in poesia», Sansoni, 1990; l’Altro (Centro Internazionale Alberto Moravia, 1995); Melodie della terra a cura di Plinio Perilli (Milano, Crocetti, 1997); La donna, gli amori a cura di Gabriella Sobrino e Antonietta Garzia, (Loggia de’ Lanzi 2001); Poesia degli Anni Novanta (Roma, Scettro del Re, 2000) a cura di Giorgio Linguaglossa, e riviste letterarie tra cui «Hortus», «L’Ozio», «Versicolori», «Pagine», «Poiesis», «Arsenale», «Poesia». Hanno scritto della sua poesia, tra gli altri, Eraldo Affinati, Amedeo Anelli, Maria Pia Argentieri, Domenico Alvino, Attilio Bertolucci, Maria Clelia Cardona, Pietro Cimatti, Carla De Bellis, Erri De Luca, Massimo Giannotta, Paolo Lagazzi, Gianfranco Lauretano, Maria Grazia Lenisa, Giorgio Linguaglossa, Dante Maffìa, Giuliano Manacorda, Mario Lunetta, Cesare Milanese, Renato Minore, Carlo Molari, Francesco Muzzioli, Noemi Paolini Giachery, Elio Pecora, Plinio Perilli, Ugo Reale, Francesco Rivera, Merys Rizzo, Aldo Rosselli, Vittorio Sermonti, Giovanna Sicari, Isabella Vincentini. Ha collaborato con la rivista «Poiesis» con testi critici sulla poesia contemporanea. Una trattazione estensiva della sua poesia è presente in Appunti Critici. La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte a cura di Giorgio Linguaglossa (Roma, Scettro del Re, 2002), in Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana (1945-2010) del 2011 e in Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (2013), sempre a cura di Giorgio Linguaglossa.

laura canciani 2

Laura Canciani

Esce per i tipi della Passigli questa nuova raccolta della poetessa friulana dopo i libri più recenti, Il contagio dell’acqua (2009) ed Essere nella parola (2014), editi sempre nella stessa collana. Ben individua il prefatore Marcello Carlino, i parametri della precarietà e dell’indigenza entro i quali è orientata la parola poetica della Canciani, in una età come la nostra coniata come post-metafisica. Il questo caso la poetessa opera una “inversione di respiro” con lo strumento ignaro della poesia, cercando di oltrepassare la barriera del disincanto contemporaneo.
Il titolo è incisivo. La parola poetica diventa lo strumento essenziale ed irrinunciabile del rapporto tra coscienza e trascendenza (o infinito presente ed eterno, che dir si voglia). Poesia è intuizione o rivelazione di una lingua sacra dove le cose comunicano la loro essenza, là dove il significato non esaurisce una parola ma ne accenna il lato in ombra, e la apre alle possibilità di una manifestazione…

nella mia Cermes odorosa di mele gialle / serbo tre ricordi come segnali messaggeri.

L’implicito e il non-detto sono costitutivi di una poesia metafisica. Così i dati fattuali di ancoraggio al mondo lievitano in segnali ad alta concentrazione semantica ed energetica, punti di lievitazione, ponti spirituali. La parola, questo «ponte misterioso tra mondo e soggetto» è un lampo per il teologo Pavel Florenskij, una entità anfibia, termine intermedio tra mondo esterno ed interno, in noi e fuori di noi. Dati biografici, interiori e frammenti dell’infanzia articolano, allora, la narrazione di una ricerca, a volte affannosa, di chi vuole ribaltare la posizione atea della modernità, quella fine delle illusioni, quell’intreccio di nulla e nichilismo dell’era del capitalismo globalizzato.
La salvezza viene cercata nella parola, nel verbo divino, nel logos vivo di una poesia creaturale che apre alla sacralizzazione di tutto il creato. Parola come luogo del sacro. Un cammino inevitabile, e direi facile per chi è armato della forza della fede. Questa ricerca necessita inoltre di una potente immaginazione visiva là dove l’acqua, la neve, i paesaggi o gli elementi della natura fanno emergere alla percezione i segni ermetici di una rivelazione in una sorta di trasfigurazione biblica. Scrive Marcello Carlino: «Perciò i frammenti che tornano all’infanzia e ritrovano paesaggi incantati e stupori fiabeschi in un clima di famiglia che fa nido, e rito comunitario, e tiene caldi i cuori, mentre fuori la storia infuria e si satura di soprusi e di orrori…sono riportati più vicini nel tempo, così che si intrecciano con esperienze di vita e di dolore e di inadeguatezze, di incontro col mistero e col sovrannaturale…».
La successione lineare del tempo della contingenza, l’orologio dei giorni, viene abbandonato nel lento trapasso della visione. Può essere la caduta abbondante e libera della neve ad esempio. E la visione è la porta che schiude l’Evento. Evento della Grazia o della Rivelazione.
La successione viene tramutata nella simultaneità in un eterno presente. In questo libro di laura Canciani sono molti i momenti densi e pregnanti nei quali la poetessa riesce a tenere aperto il tempo. Tempo aperto della Grazia e della Rivelazione. Per accenni, naturalmente:

La velocità del tempo invia i suoi prolungamenti
fortificanti: cade neve abbondante
e libera.
la neve si appropria del dorso del gregge metafisico
del cardo incrinato ai cristalli, candido
Candido il canto della donna si è chiuso.
Ed è proprio in quest’ora ferma
verso l’indietro e verso l’avanti
che sono più contenta
di un canto di fanciulla
sapere toccare il punto d’Omega.

(Letizia Leone)

laura canciani_2

laura canciani

Poesie di Laura Canciani, da Lo strumento ignaro (2018)

Disperatamente mi sono aggrappata
alla nave che sta per salpare:
ho perduto l’ultima nave
per avere la coscienza separata
da tutte le altre creature oppure
ho conosciuto soltanto parte della realtà?
o conosciamo soltanto la diversità
delle percezioni?

Il dolore è una sensazione, ad esempio.

*

Alzare il tiro

È l’occhio innevato della tigre
la traccia che tende
All’inafferrabile compimento.
Lievi ombre ti prendono
Tumultuosamente
un segno dopo l’altro –
Finché il chiarore respira.
Alzare il tiro.
Il sogno ricorre in te,
è il ritmare
del tuo sangue.

*

Penso sempre alla morte.
Al dedalo di fuoco fumo e cenere
Che inzuppa la nostra inobbedienza.
Le tendine della stanza sterilizzata
sono quiete, ma oltre, con precisione,
quell’albero parla e testimonia.
Il legno è misterioso
e il silenzio della gente ancora buona
preoccupa.

*

Ho male alla gola
perché mi afferrano alla gola.
Servono occhi da ogni lato
per scansare, in ruota
ingombrante insuperabile,
la discesa fatta soltanto
di cespitosi scivoli,
dei cicli di gramigna, deformanti.

Dio invece (mi) chiede barricata indipendenza
da ogni creatura, libertà tutta
dall’altre cose che portiamo in volto
in mano.

*

L’acqua è venata di rosa.
È chiamata Fontanarosa per il ferro puro,
quasi un pensiero puro
al centro di un piccolo campo
c’è un ippocampo –
Quali occhi quali parole sontuose ametista
o abbracci tesi spalancati sull’abisso del non so niente?

Per automatismo interiore diranno che questo
Amore
è di tutti
che è goccia e goccia convergente
che è tempo conico,

dalla fontana psichica
il vertice sfocia in tenaglie ferree

*

La velocità del tempo invia i suoi prolungamenti
fortificanti: cade neve abbondante
e libera.
La neve si appropria del dorso del gregge metafisico
del cardo incrinato ai cristalli, candido

Candido il canto della donna si è chiuso.

Ed è proprio in quest’ora ferma
verso l’indietro e verso l’avanti
che sono più contenta
di un canto di fanciulla

Sapere toccare il punto d’Omega.

*

Milioni di storni sopra la testa
una luna sottile sottile
la densità del silenzio delle nuvole.
Nel vicolo antico di via Baccina si muove
una carrozzina con una testa bionda.

I lampioni sono caldi, rassicuranti.

Abbiamo perduto il senso delle tenebre.

*

Dei miei due o tre anni di età vissuti
nella mia Cermes odorosa di mele gialle
serbo tre ricordi come segnali messaggeri
mentre si rincorrono i tempi e la luna fedele
vola oltre il sacro creato astrale.

La mano calda di mio nonno
tra le spighe fitte fitte di frumento
e avena e il coraggio dei maggiolini
a penzoloni sugli steli altisonanti
piegati per il peso.

La buccia raccolta da mia madre
seduta sul masso di un torrente
delle pere gialle mature, i suoi capelli
neri e casti mossi dal vento di torrente.

Io non so

Io non so parlare non so scrivere,
la prima impressione è quasi sempre
quella falsa.

Sto cercando il mio nome
sto cercando la Verità
i miei piedi gravidi.
Ho sete e fame di alberi

Ho sete e fame di alberi di fiori.
Fiore e frutto di melangolo sbucato
tra selci sedati
come una libertà compiuta.

Respiro col tutto, respiro
con la migliore coscienza possibile.

In esistenza. In annuncio.

Ho cambiato l’occhio

Ho cambiato l’occhio.
Ora d’un tratto
vedo

che conduce a mascherarmi tutta
l’infermità in disordine. Instancabile

attrattiva proiettandomi
attraverso il cielo, il santo
conoscenza che rimane occulta.

Impara la libertà
dalla gratitudine
più che dalla Storia.

Ho il deserto dentro

Ho il deserto dentro.
Nel deserto c’è tutto.
In un giorno c’è tutto.

Com’è bella la rosa che getto.

La terra assorbe l’acqua lentamente.

Anche adesso piove: la pioggia
ha un suono profetico.
Noi parliamo per non udire la Parola.

Vola alto uno stormo.
Il tuo volto cerco.
Il tuo volto cercano
coloro che non lo sanno.

*

Nell’occhio all’improvviso una catena di diamanti
cancella, fatidica, quanto sto leggendo
di brutale orizzontale

prive di infinito le opere sno rovesciate,
un accadimento di putredine,
vano grido di pietre cuore spente

trascurando il sale, i sensibilissimi
fiori sfioriti
cosa stiamo perdendo
cosa stiamo perdendo
della parola che continua a bussare?

Equinozio

Ora aprile ha queste foglie roventi,
riverberazioni istoriate di stragi
e le persiane chiuse dell’anima
neutrale.
un ispessirsi di strepiti
stravolge la linea interminabile
– linea in Dio –
la precipita
e montagne e locuste fuoriescono,
gli occhi ammiccanti i corpi sedotti.
Ebbre sequenze di provette invetriate
Lo spalancato getto di arsura
succhia il mistico sale.

Appunto di Giorgio Linguaglossa

«La poesia di Laura Canciani è nitida come il suo profilo, bellissimo, algido come quello della Achmatova, pura come l’«ippocampo» che appare all’improvviso in una sua poesia. Poesia fitta di scalfitture, di scarti, di deviazioni, di immagini, di retromarce verso un dove che si rivela essere un altrove, e di senso interrotto. Poesia di interrogazioni caute, incaute, pensierose, insidiose, che non conducono in alcun luogo prefabbricato, ordinato, telefonato. C’è come un’insidia che sovrasta e minaccia il quadretto lacustre dei suoi «paesaggi interiori», con quella «fontana psichica» che fa convergere la poesia verso un punto che non è un punto ma una dimensione… di purezza, che si apre, e si chiude. C’è il senso della macchia che sovrasta, c’è la paura del peccato che inquina, c’è la delicatezza, la gentilezza di uno sguardo e la crudeltà di un gesto: «Com’è bella la rosa che getto». Una poesia fitta di psichismi (la «fontana psichica»), di sensazioni e di immagini che si collegano alle sensazioni. Quanto di più difficile a farsi. Dove il non-detto collima con il detto rendendo l’espressione poetica, ad un tempo, antica e moderna, interiore e impermeabile, elusiva e esclusiva. Poesia olistica e solitaria dove possono vivere soltanto cose umili, semplici e insolite, che si difende dall’Estraneo con tutte le proprie povere forze… che tenta di ostruire il passaggio all’Estraneo. Poesia di forze orizzontali che collidono con le forze verticali, fitta di verticalità come un duomo gotico con i suoi pinnacoli algenti.
Una volta ho scritto che la lingua di Laura Canciani anela a ricongiungersi con la «parola» degli angeli; in un certo senso, è il suo modo di far «quadrare» la terra con il cielo, i mortali con i divini, di compiere il Geviert e di poter così tornare ad abitare la terra finalmente resa monda dal peccato e dalla Storia».

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Mário de Sá-Carneiro (1890-1916) Poesie scelte in portoghese e in italiano, con un Appunto sulle maschere di Giorgio Linguaglossa

Foto Saul Steinberg Masquerade, 1959-1961

Saul Steinberg, Masquerade, 1959

Orfano di madre ad appena due anni e con un padre militare spesso assente, il piccolo Mário riversò tutto l’affetto verso la nutrice, che rappresenterà per sempre la figura nostalgica di un’infanzia perduta. Durante l’adolescenza compì un viaggio “di formazione” e potè visitare l’Italia, la Francia e la Svizzera. Negli anni del liceo Sá-Carneiro si appassionò alla letteratura ed ebbe modo di conoscere lo scrittore Fernando Pessoa. Terminati gli studi si iscrisse alla facoltà di legge di Coimbra ma, dati gli scarsi risultati, si trasferì alla Sorbona di Parigi, città straripante di fervore culturale. Sá-Carneiro si disinteressò ben presto degli studi e cominciò a frequentare i music-hall , i caffè del Quartiere Latino, i teatrini e i circoli bohémiens. Inviò a Pessoa una serie di lettere dalla Ville Lumière in cui parlava del Futurismo e del Cubismo elogiando la civiltà della meccanica e il cosmopolitalismo.

Divenne cliente fisso dei caffè del “Boulevards des Italiens” e di “Place de l’Opér”a e intanto scriveva i suoi primi versi ironici, languidi e allucinati, dalla sensibilità esacerbata. Nel 1912 pubblicò Principio , una raccolta di novelle e il dramma Amicizia, ma iniziò a ghermirlo un soffocante “mal di vivere”, era grasso, goffo, timido e solitario, profondamente a disagio nel mondo in cui viveva. Nel 1913 pubblicò la poesia autobiografica Dispersione, sullo smarrimento dell’essere. “Mi convinco sempre più che non saprò resistere al temporale furioso, alla vita insomma, nella quale non avrò mai un posto. Mi creda, mio caro Fernando, è inutile avere illusioni: io sto toccando la fine: una fine tutta drappi e bandiere, ma pur sempre una fine”, scrisse a Pessoa il 13 luglio 1914. Quell’anno compose La confessione di Lucio, romanzo incentrato sulla follia, sul suicidio e sulla perversione sessuale. La depressione si faceva sempre più intensa, nacquero dissapori con il padre e con la matrigna, aumentarono le difficoltà finanziarie, Sá- Carneiro tuttavia continuò a restare nel confortevole Hôtel de Nice in rue Victor Massé. Frequentò una ragazza di vita che faceva l’entraîneuse in un cabaret.

Nel 1915 fondò e diresse con Pessoa la rivista “Orpheus”, ma se ne allontanò quando apparvero attacchi contro personalità politiche. Si apprestava ormai a diventare uno dei precursori del Modernismo portoghese, pubblicò Cielo in fuoco , raccolta di racconti, e il poemetto Manicure utilizzando slogan e caratteri grafici che derivavano dalle tecniche pubblicitarie.

“Ho ricevuto la Sua lettera di non so quale giorno ma non ho il cervello a posto. Una Follia distruttrice fischia su di me”, scrisse a Pessoa il 18 febbraio 1916. Due mesi più tardi comunicò all’amico le sue intenzioni di suicidarsi gettandosi sotto il métro ma questa morte non gli dovette sembrare adatta alla sua immagine di clown malinconico. Il 16 aprile 1916 invitò gli amici portoghesi nell’albergo dove alloggiava, ingerì un flacone di strincina e si lasciò morire nella sua stanza a soli ventisei anni.

Foto Man Ray, Portrait of Jean Cocteau, 1922

foto Man Ray, Jean Cocteau, 1922

Un Appunto sulle «maschere» di Giorgio Linguaglossa

Le «maschere» sono nient’altro che dei simulacri che attendono i personaggi della nostra alterità.

Corre l’obbligo, dopo la fine del novecento e della poesia modernista europea, porsi due domande terribili:

Quale poesia scrivere nell’epoca della fine della metafisica?

Quale è il compito della poesia dinanzi a questo evento epocale?

Allora, apparirà chiaro che quella simbiosi chimica delle parole che avviene attraverso il tempo e le temporalità può eventuarsi mediante un processo di metaforizzazioni: dalla cosa all’immagine mentale e da questa alla parola. La metaforizzazione ci porta «fuori» dal discorso ordinario, quello dell’epoca e dei suoi linguaggi di settore. Questo esser «fuori» è un attributo fondamentale dell’esser «altro» del linguaggio della poesia, altrimenti sarebbe «dentro», e precipiterebbe nei linguaggi di nicchia e di settore dell’evo mediatico.

L’epoca della metafisica compiuta è quella che richiede una filosofia ermeneutica e un’arte ermeneutica, che è un altro modo di porre la questione dell’«ermeneutica [come] forma della dissoluzione dell’essere».1]

L’esercizio della memoria si dà soltanto sul presupposto della perdita della memoria. L’esercizio della memoria è l’esercizio della nostra mortalità.

1] Gianni Vattimo, La fine della modernità, Garzanti, Milano, 1985 p. 164

Foto No face

Poesie scelte di Mário de Sá-Carneiro

Eu não sou eu nem sou o outro,
Sou qualquer coisa de intermédio:
Pilar da ponte de tédio
Que vai de mim para o Outro.

*

Io non sono io né sono l’altro,
sono qualcosa di intermedio:
pilastro del ponte di tedio
che va da me all’Altro.

Mi sono smarrito in me stesso
perché ero labirinto
e oggi, se sento me stesso
ho nostalgia di me.

Astro folle che sognava
ho attraversato la mia vita.
Nell’ansia di oltrepassare
ho scordato la mia vita…..

 álcool

I

Guilhotinas, pelouros e castelos
Resvalam longamente em procissão;
Volteiam-me crepúsculos amarelos,
Mordidos, doentios de roxidão.

Batem asas de auréola aos meus ouvidos,
Grifam-me sons de cor e de perfumes,
Ferem-me os olhos turbilhões de gumes,
Descem-me na alma, sangram-me os sentidos.

Respiro-me no ar que ao longe vem,
Da luz que me ilumina participo;
Quero reunir-me, e todo me dissipo –
Luto, estrebucho…Em vão! Silvo pra além…

Corro em volta de mim sem me encontrar…
Tudo oscila e se abate como espuma…
Um disco de oiro surge a voltear…
Fecho os meus olhos com pavor da bruma…

Que droga foi a que me inoculei?
Ópio de inferno em vez de paraíso?…
Que sortilégio a mim próprio lancei?
Como é que em dor genial eu me eternizo?

Nem ópio nem morfina. O que me ardeu,
Foi álcool mais raro e penetrante:
É só de mim que ando delirante –
Manhã tão forte que me anoiteceu.

(Paris 1913 – maio 4)

un poco più di sole…ed ero brace
un poco più d’azzurro…ed ero oltre.
per riuscire mi è mancato un colpo d’ala…
potessi almeno restare al di qua…

stupore o pace? invano…tutto è svanito
in un basso mare di spuma ingannatore;
e il grande sogno svegliatosi in bruma,
il grande sogno – ahimè! – quasi vissuto…

quasi l’amore, quasi il trionfo e il fuoco,
quasi il principio e la fine – quasi l’espansione…
ma nell’animo mio tutto si scioglie…
eppure niente è un’illusione!

tutto ho iniziato sempre…e tutto errato…
– ah, il dolore senza fine di esser-quasi…-
io fallii per gli altri, ho fallito in me,
ala che si slanciò ma non volò…

momenti d’anima dissipati…
templi dove mai misi un altare…
fiumi smarriti e non condotti al mare…
ansie sofferte, che non ho fissato…

se mi vagheggio trovo solo indizi…
ogive a mezzogiorno – sono sbarrate;
e mani di eroi, empie, intimorite,
hanno cinto di grate i precipizi…

in uno slancio fradicio di accidia,
tutto intrapresi e nulla conquistai…
oggi di me rimane il disincanto
di ciò che senza vivere baciai…
……………………………….
……………………………….
un poco più di sole… ed ero brace
un poco più d’azzurro…ed ero oltre.
per riuscire mi è mancato un colpo d’ala…
potessi almeno restare al di qua…

Mario de Sa-Carneiro Parigi, 13 maggio 1913 (da Dispersione, Einaudi) Continua a leggere

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 Gëzim Hajdari, Poemetto inedito in albanese e italiano, Alzati Gesù, prendi la frusta!, con un Appunto di Giorgio Linguaglossa

 

Gezim Hajdari nel suo studio

Gezim Hajdari nel suo studio

Appunto di Giorgio Linguaglossa

Gëzim Hajdari è nato nei Balcani di lingua albanese nel 1957. È il maggior poeta vivente albanese e uno dei maggiori poeti presenti in europa, bilingue, scrive in albanese e in italiano. Nell’inverno del 1991 è tra i fondatori del Partito Democratico e del Partito Repubblicano della città di Lushnje, partiti d’opposizione, e viene eletto segretario provinciale per i repubblicani nella suddetta città. Nello stesso anno è cofondatore del settimanale di opposizione Ora e Fjalës (Il momento della parola), nel quale svolge la funzione di vicedirettore. Nelle elezioni politiche del 1992 si presenta come candidato al parlamento nelle liste del PRA. Nel corso della sua intensa attività di esponente politico e di giornalista d’opposizione in Albania, ha denunciato pubblicamente e ripetutamente i crimini, la corruzione, gli abusi e le speculazioni della vecchia nomenclatura comunista di Enver Hoxha e dei recenti regimi mascherati post-comunisti. Anche per queste ragioni, a seguito di ripetute minacce subite, è stato costretto, nell’aprile del 1992, a fuggire dal proprio paese. Ha pubblicato numerose raccolte di poesia. Ha scritto anche libri di viaggio e saggi e ha tradotto in albanese e in italiano vari autori. È vincitore di numerosi premi letterari. Dal ’92 è esule in Italia.

In una recente intervista così si esprime il poeta albanese:

«Scrivere in due lingue è uno stimolo in più, è la liberazione definitiva. Significa misurarsi con il mondo, senza però dimenticare la lingua materna, “il parlare materno” come diceva Dante. Per me è stato uno sforzo sovrumano, trovandomi costretto ad abbandonare il mio paese, dovendo affrontare lavori massacranti, per poi seguire gli studi universitari, scrivere sia in albanese che in italiano, e fare tutto questo con il peso della pessima immagine dell’Albania, senza il minimo sostegno dello Stato albanese… Ma c’era anche una ragione pragmatica. In Italia vivono 500 mila albanesi ma nessuno legge i miei libri, tutti i miei lettori sono europei e di diversi paesi del mondo, ma non sono albanesi. Quindi avendo bisogno di lettori, ho dovuto iniziare a scrivere in italiano. La seconda e la terza generazione degli albanesi inizierà sicuramente ad occuparsi di cultura e di identità, i loro genitori sono troppo occupati a dispensare alla sopravvivenza materiale. Non poca responsabilità è da attribuire allo stato albanese, che non è stato in grado di costituire un istituto di cultura in Italia. In Albania il mio scrivere in italiano in molti mi hanno chiamato traditore e nemico della cultura albanese. Bisogna educare la gente alla tolleranza. Nei Balcani sono nati gli dei, i miti, è un luogo fatalista, patria dei despoti e dei misteri, e si continua tuttora a soffrire di malattie puerili come il nazionalismo. Ma l’Albania c’è anche nel mio stile, in cui tra l’altro cerco di seguire i principi dell’epica albanese, in alternativa alla poesia minimalista occidentale. Spesso gli scrittori albanesi in Italia scrivono come gli italiani, quelli in Francia come i francesi. Invece sarebbe molto meglio se un poeta albanese scrivesse come un balcanico, intrecciando le culture, ma apportando il suo carattere».

Ha scritto il filologo Ferdinando Milone:

«Ciò che agli occhi nostri  di più di ogni altra cosa qualifica il popolo albanese è la lingua che essi parlano. Questa è che, conservandosi mirabilmente, ad onta delle cause forti e molteplici che si opponevano alla sua esistenza, ha impedito che quel popolo si perdesse, come di molti avvenne, andando a confondersi nel seno di altri popoli prevalenti su di lui.

È l’albanese un altro esempio della lingua considerata come potente elemento conservatore di nazionalità, anche allora quando le nazioni, politicamente considerate, abbiano perduto la loro nazionalità e la loro indipendenza».

I linguisti non sono tutti d’accordo circa l’origine e l’autonomia della lingua albanese. Secondo i più deriverebbe dall’antico illirico; secondo altri sarebbe continuazione del trace e non dell’illirico. Certo è una lingua che ha subito forti influssi esterni e tra questi il maggiore è stato quello derivatole dal latino. Né mancano parole derivate dal greco antico, ma assai più frequenti sono quelle derivate dal medio greco, limitate però al dialetto tosco. Notevole pure è l’influenza slava e quella turca, mentre non è trascurabile l’influsso delle altre lingue balcaniche.

Così conclude Milone: «La lingua albanese, pur così arricchita e modificata, conserva la sua forza e costituisce oggi il più saldo vincolo nazionale».

Gëzim Hajdari è forse l’ultimo bardo di un popolo antico che è entrato dall’età della pastorizia a quella del moderno mondo postindustriale; per tanti anni fiero oppositore del regime postcomunista di stanza a Tirana, Gëzim è stato ricambiato dal regime da un odio e da una campagna intimidatoria volte a circondare di silenzio l’opera e le azioni del poeta albanese. Alla prosaica Europa dei nostri giorni, un poeta come l’erraneo Hajdari è davvero indigesto, e certo l’Italia non è stata munifica né riconoscente verso il poeta della resistenza civile albanese che si è scagliato ripetutamente in tutti questi venticinque anni contro il corrotto governo di Tirana; così ad Hajdari non è rimasto altro che andare ramengo alla ricerca di una riscossa che provenisse dal suo paese, o dall’Italia, paese fratello. Sono ormai venticinque anni che la sua erranza in Italia non ha requie, la sua voce si è alzata, solitaria, contro l’oppressione del suo paese ad opera di una ristretta cerchia di oligarchi politicanti, senza che mai venisse accolta dal governo italiano. Ma, ancora una volta e sempre di nuovo, la voce di Gëzim Hajdari si alza per indicare la sua contrada maltrattata, Arbëri, quel «paese oltre l’Adriatico» abitata dalla «antica stirpe shqiptar/ erede legittima dei Pelasgi». Il canto fiero, appassionato e potente risuona come un epinicio e una invettiva, il poeta albanese si rivolge a Gesù affinché prenda la frusta e fustighi i tiranni e i parassiti che governano la sua amata patria vicina ma lontana alla quale il poeta si rifiuta di tornare se non quando cesserà il dominio di una stirpe di demagoghi e di nemici del suo popolo.

Per tanto tempo ho atteso che anche in Italia ci fosse un poeta italiano che alzasse la sua voce contro gli oligarchi e i demagoghi della politica e dei costumi italiani, l’ho atteso in tutti questi ultimi cinquanta anni… adesso ho smesso di attenderlo… forse è stata una mia illusione, una mia piccola sciocca illusione.

Gëzim Hajdari in croce

ALZATI GESÙ, PRENDI LA FRUSTA!

C’era una volta un paese oltre l’Adriatico
si chiamava Arbëri,
l’antica stirpe shqiptar,
erede legittima dei Pelasgi,
benedetta dalle Ore
protetta dalle Zana
nutrita di leggende,
baciata dalla gloria.
Guerrieri valorosi
uomini di besa,
del Kanun delle Montagne,
gente generosa,
fiera fino al sangue.
Onoravano l’ospite,
usanze e il loro dio,
pane e giuramento,
sale e cuore.
Cinquecento anni,
al suon della lahuta,
guidati dai prodi,
Gjeto Basho Mujo
Gjergj Elez Alìa.

Custodi di frontiera
delle Bjeshkëve të Nëmuna,
rispettosi sposi,
teneri padri di famiglia,
mai al nemico temibile
mostrarono le spalle,
in difesa della patria,
delle loro donne,
Belli, gagliardi
di nobili virtù,
che Lord Bayron esaltò
nel Peregrinaggio di Childe-Harold.

C’era una volta un paese oltre l’Adriatico,
si chiamava Arbëri,
il valore degli uomini
non era nella ricchezza
ma nell’onestà.
Un ottimo contadino
valeva quanto un principe,
per chi era servo
e per chi era Re.
Principi gloriosi
e semplici montanari
rifiutavano la schiavitù,
i loro vero capi erano
gli uomini saggi.
I shqiptar si alzavano
persino dalla tomba
per mantenere la besa,
la parola data.

C’era un paese oltre l’Adriatico,
si chiamava Arbëri,
con il saluto più bello al mondo:
“T’u ngjat jeta!”
Terra di Scanderbeg,
seminata di drammi,
ossa e sangue,
durante la storia albanese.
Patria dei rapsodi
senza pari nella regione,
lahuta e çifteli,
accompagnava l’arco della vita,
dalla nascita alla morte.

C’era un paese oltre l’Adriatico,
si chiamava Arbëri,
onorata come una sposa
dai padri fondatori,
cantata dai bardi,
illuminata dai mistici.
Poeti, sacerdoti, bektashi,
uomini d’onore,
spesero la loro vita,
con la penna e il fucile,
in difesa dei suoi lidi.

C’era un paese oltre l’Adriatico,
si chiamava Arbëri,
paese di burrnija
popolo epico, sovrano
come nessuno nei Balcani,
parlava la lingua
più antica del globo,
con donne splendenti
come i raggi del sole,
che l’occhio umano
mai vide sulla terra del Signore.

C’era un paese oltre l’Adriatico,
si chiamava Arbëri,
paese delle aquile,
cantato nei secoli
da Virgilio, Catullo e Orazio.
Conviveva da millenni
con i popoli vicini,
di tutte le etnie,
in tempo di guerra
in tempo di pace
nella gioia,
e nel dolore.

C’è un paese oltre l’Adriatico,
si chiama Albania,
mai un pentimento
per i crimini del comunismo.
Governano insieme,
da ventisei anni,
‘i democratici’
e i boia della lotta di classe;
rubano insieme,
distruggono insieme,
si drogano insieme,
stuprano insieme,
uccidono insieme,
festeggiano insieme,
amoreggiano insieme,
si ubriacano insieme,
vomitano insieme,
le loro ubriacature
porci e topi di fogna.

C’è un paese oltre l’Adriatico,
si chiama Albania,
paese castrato,
misero e dannato,
con le donne sgualdrine,
gli uomini codardi,
perfidi e malvagi,
figli trafficanti,
assassini spietati,
killer a pagamento.
Un paese sorto
sui crimini, droga,
corruzione, ruberie,
denaro sporco,
traffici umani,
contrabbando di armi.
Coloro che alzano la voce,
vengono costretti all’esilio,
condannati al silenzio,
sepolti vivi. Continua a leggere

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