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ANTOLOGIA DI POESIA CONTEMPORANEA (VIII) – Renato Minore, Laura Canciani, Antonella Antonelli, Gino Rago, Ivan Pozzoni, Francesco De Napoli, Carla Guidi, Roberto Piperno, Luciano Troisio, Mariano Menna, Rossella Seller, Domenico Alvino, Ivano Mugnaini, Claudia Zironi, Danilo Mandolini

renato_minore 3Parnaso 1  Renato Minore

Non esistere
sarà forse impossibile.
Nel multiuniverso-patchwork,
a pochi millimetri
dal nostro presepe,
un altro lo replica
con lane di pastori,
scintillio di stagnola,
verde muschiato,
neniette a ricarica.
La luce batte e rimbalza

come in gabbia.
Mai lo vedremo,
mai sapremo
se ancora nella santa notte
le streghe alzino la selce
per fare malie
se chi nasce vince
l’esitare del vuoto.

2Laura Canciani

da L’aquila svolata (1982)
Canciano Canciani

Sono tanto stanco sotto questo sole
e le braccia dei dodici figli
lo adagiarono piano. Sentì il
letto odoroso oltre il bosco
oltre la stalla, sentì il cuore
scoagulare, calma dei colori
senza vento…
Intorno al suo letto di ferro battuto
– uccello intarsiato dalle piume di fuoco –
i dodici figli, anche quelli lontani
i morti i bambini, le femmine in fondo
le figlie in convento, colombe
arruffate straziate…
Disse a qualcuno: ti dono
il mio lungo patire – e pianse
abbandonato il volto ancora bello
bianco scarnificato. La notte insonne
bruciava senza vento la
fronte ghiacciata, il varco del respiro
un crescere affogato, quando
le ali intarsiate si levarono
con sfarzo sulle membra martoriate:
gli alberi il cielo la luna ghiacciata
il vuoto paiolo la madre la terra
bambino sperduto che vaga nel buio
nelle voci chiamanti – additate –
dei vivi e dei morti…
(l’alba nasceva a ustionare la vita)
giunse le mani: chiamate la mamma. Il volto
percosso da quell’unico buio
i capelli raccolti di vergine antica
la sposa avanzò, i passi accecati.
«Come sapevi tacere tu» – e – per l’ultima volta
aprì la mano:
si udì il lamento della madre
succhiata – madre impotente a succhiare la vita –
Allora si mosse la prima campana
compagna sgomenta e smarrita
disse: «vi sento ma non vi vedo più»
e giacque più abbandonato
dormiente o come fosse morto
più bianco e scarnificato.
Appeso al muro un orologio antico
batteva testardo, pareva impazzito…
Il primo dei figli – Daniele –
che lo regolava quando era bambino
«fermatelo» – disse –
il vecchio fu un’onda urlante, spiegata
«guai fermarlo!»
e si ruppe sulla roccia destinata
la giovinezza ha forse solo
questo dono della sorte

essere così lontana così
disgiunta dal pensiero della morte Continua a leggere

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Su “La Grande Bellezza” di Roma, capitale dell’Impero universale. Poesie di Giorgio Linguaglossa, Francesco Tarantino, Antonella Antonelli, Antonio Coppola

Scene from film CALIGULA (1979) starring HELEN MIRREN.   FOR USE Immagini tratte dal film Io Caligola (1979) di Tinto Brasscaligola 1

Giorgio Linguaglossa

a Giulio Decimo sulla Grande Bellezza dell’Urbe

Un giorno o l’altro scriverò una lettera
a Giulio Decimo, gli dirò della Grande Bellezza dell’Urbe,
gli dirò che c’è un tempo interiore
ed un tempo esteriore,
gli dirò che è tempo di rientrare in patria,
gli dirò che gli ostracismi sono finiti,
che l’imperatore ha condonato gli eslegi
ed ha concesso l’indulto a tutti i malfattori,
gli scriverò: «ti prego Giulio Decimo
torna nella tua Roma, ritorna come sei,
come un cittadino qualunque: se sei povero
ritorna come povero, se sei ricco ritorna
in quanto ricco; le tue sostanze?, no
mio caro, non verranno confiscate,
e poi, perché dovrebbe?
Caligola_film_1979In fin dei conti Cesare è clemente, magnanimo,
preferisce tenere in vita i suoi nemici,
così può sempre ricattarli, morti non saremmo
utili alla sua causa, non credi?.
In fin dei conti, si vive bene qui nell’Urbe,
qui il tedio non è di casa, gli amores
non mancano, le matrone non sono certo caste
Caligula 3-come nella sperduta Bitinia, alle terme
non ci si annoia, e poi qui tutto è spettacolo
circense, qui tutto è frivolo e leggero,
dal Tevere spira il tiepido vento del Tirreno
e gli uccelli gorgheggiano anche d’inverno,
e l’inverno è mite quant’altri mai
e ci sarà dolce annegare in questa città».
Devo affrettarmi a scrivere a Giulio Decimo,
devo fare in fretta, gli dirò che mi sono ricreduto,
lo pregherò di tornare, che il tempo si è compiuto,
gli dèi sono fuggiti, che la città eterna
continuerà ad essere eterna, e così via…
mi devo sbrigare, sì,
scriverò a Giulio Decimo, gli dirò
di far presto, che non è mai troppo tardi,
di non frapporre il tempo al tempo,
così potremo reciderci le vene dei polsi
al tepore delle vasche delle terme,
e insieme brinderemo con il rosso vino di Falerno,
potremo vivere gli ultimi istanti della nostra vita
che ormai non ha più senso…

Giorgio Linguaglossa e Socrate

Giorgio Linguaglossa

Risposta di Giulio Decimo a Germanico

Caro generale Germanico
il tuo fidato amico Giulio Decimo è stanco
ha il ventre molle e le gambe malferme,
sono vecchio caro amico
per tornare a Roma,
e poi, come ci tornerei?, da vinto?, da servo?,
perdonami Germanico, perdona
la mia stoltezza, o la mia viltà,
chiamala come vuoi,
la nostra è stata una seconda Teutoburgo,
caligolasiamo dei vinti, amico mio, e poi
quale Roma vedrei?, la Roma di Mecenate
con il suo codazzo di poeti di corte
e di pretoriani?, no, caro amico,
risparmiami questo scacco, quest’onta,
un’altra disfatta sarebbe rovinosa,
non potrei tollerarla,
preferisco stare qui, nella mia villa
a Calcedonia, lontano dalla vile lussuria dell’Urbe
voglio stare qui all’ombra del sicomoro
e al dolce canto degli uccelli
ad occuparmi della mia insalata che coltivo
con mestizia,
Roma è un lontano ricordo
che voglio allontanare sempre di più,
sempre di più.
Voglio dimenticare Roma, le sue meretrici
e i suoi poeti di corte,
voglio dimenticare la mia vita passata,
le nostre gloriose battaglie,
le nostre ingloriose sconfitte,
adesso voglio riposare, lasciami,
amico mio riposare all’ombra del sicomoro
e al dolce canto degli uccelli.
Dimenticami.

caligola_malcolm_mcdowell_tinto_brass_012_jpg_krik

caligola

Francesco Tarantino

Al generale Germanico

dal suo devoto liberto lasciato a marcire in provincia

Io sono deluso,
amareggiato, disgustato!
¿Come potrei, e con quale coraggio,
rientrare nei ranghi
senza disseppellire le mie spade
e marciare alla testa dei soldati?
No, mio alto generale,
e non ti ringrazio di avermi chiesto
di tornare alla corte dei soloni
– che Dio li fulmini! –
francesco tarantino 0Immagino le strade ancora piene
di meretrici e mercanti d’Oriente,
angoli bui dove trama e ordito
sono un unico atto già in scena.
No, mio generale resto ove sono!
Mi ricordo bene Giulio Decimo,
fu proprio lui a suggerirti:
“lascialo a marcire in provincia
sbollirà i suoi bollori”.
E così è stato!
Ho lasciato le spade e l’arroganza
per abitare in via delle cetre,
non ho più centurie da comandare
Caligula 8e coi vecchi mangio cipolle
e mastico erbe amare.
Tu lo sai, generale,
dove inizia l’inganno: Menenio Agrippa
che indusse la plebe a ricominciare
a servire i cialtroni e le matrone.
Mio amato generale, sai
che il tuo liberto
non è un collaborazionista.
Scrivi a chi vuoi ma io resto in Bitinia
e se passerai di qui
ti offrirò del vino amabile
e una cetra da pizzicare:
sarà bella l’Urbe, ma qui la vita
tiene ancora un senso e gli uccelli
cantano e cantano davvero
tra le foglie degli alberi che ancora
svettano verso il cielo.

caligola in portantina

 Francesco Tarantino

La Grande Bellezza?

Trascino ormai le gambe
in un tempo che fu di Grande Bellezza
lungo ville e splendidi viali
con intorno lo sconcio
di un insulso ed insano blaterare
di ostinate nobiltà decadute.
E m’incammino
lungo un Tevere che esonda la storia
e annega ogni voce contraria
all’acqua che più non racconta
e raccoglie solitudini e detriti.
¿A che serve estrinsecare domande
che dall’anima salgono alla mente
se non hai di fronte un santo penitente?
Non avrai alcuna risposta
da intellettuali e cardinali
che per denaro hanno venduto l’anima:
dispensatori d’indulgenze
chiusi in una liturgia obsoleta
di giaculatorie e travisamenti.
Non basta un tiro d’eroina,
uno sballo, né un blando spino;
una futile danza in compagnia
dimenticando d’esser stato spia!
¿Dov’è finita La Grande Bellezza?
Più non la trovi e neanche la vedi;
più ti manca e più s’allontana:
forse l’hai perduta con l’innocenza!

Antonella Antonelli3

Scene from film CALIGULA (1979) starring HELEN MIRREN. FOR USEAntonella Antonelli

Ambrosia della decadenza

Il vapore sale dall’acqua
mi sento nascosta, ma la voce arriva
nevrotica, sclerotizzata dietro un suo acuto

“allora, Ambrosia, tornerà mai
il terrone Vegezio a Roma?”

“Non lo so. Dalla sua ultima mail
ho intuito…”
Sghignazza la cagna
“capito…che ama vivere a Los Angeles.
Ama la polvere.”

“Sei meno di un chicco di polvere
mia povera Ambrosia”

“non lo siamo forse tutti?”

Immergo la testa,
a naufragare in una pozza
non è complicato. Vedo il mio fiato
risalire in piccole bolle sputate
e la tua figura plastificata, denudarsi.
Mi tocchi, pensi di poterti concedere tutto
in questa nostra Roma di segreta bellezza,
deturpata dall’arroganza della decadenza.
Mi stringi in un abbraccio maschio

Antonella Antonelli in orange“lasciami!”
“Sei arrabbiata?”
“E forse… sono qualcosa?”

Avessi un lavoro
non starei a fare il giunco

“Vieni questa sera da Pompeo Magno?”

Mi chiedi rivestendoti.
E come potrei mancare?
Mi ha già versato tutti i sesterzi,
“Il patto va rispettato”
mi ha detto tenendo il suo fallo tra le mani
come fosse un gladio.

È lontana Los Angeles, la polvere del deserto
è vita, davanti a questo tirare di bighe
e facce truccate di un carnevale perenne.
Mi circondo col peplo, appunto la spilla,
vorrei infilarla nella spalla
per risentire il dolce rimpianto
del dolore.
Un gesto e tutto cadrà a terra.
Come le statue maschie del Gianicolo e
le vie maschie di questa Roma femmina,
zoccola, sdolcinata e papalina,
inquinata dalle stesse famiglie
dai geni contorti e gemelli.

“Tiriamo su i capelli mia signora”
“Mia piccola ancella, fuggi, stanotte fuggi.
E resta quella che sei,
ché niente, sarà più lo stesso.”
“State male mia signora?”
“Mai stata meglio. Non quello, passami la recta.”
“Vi vestite da sposa mia signora?
E’ una festa in maschera?”
“Tutto è in maschera oggi a Roma.
E questa storia, finirà nella storia.
Passami il velo”.
“Quale?”
“Quello rosso, non vedi?”
“Non si è mai vista una sposa così…”

caligola 1Accadono cose strane a volte, di notte.
Non ci sono più ratti né reclute, tutti nascosti.

“Chiama il taxi ora. È l’ora.”
“E le scarpe?”
“Indosserò stivali.”

L’aria profuma di pino.
Perché continuano a mettere questi
“odori chimici” nelle macchine?
Temono il fumo, lo smog, il sudore, la carne…
niente sa più di sé.

Fanno rumore gli scarponi sulla ghiaia.
Questa storia, dunque, finirà nella storia.
Il velo rosso si accosta al viso
come il sangue delle ferite ai vivi.

“Fermi!
Avete portato le vostre spade?
Allora su,
sparate!”

caligola_malcolm_mcdowellcaligola malcolm_mcdowell
Antonio Coppola

La città impazzita ( I-IV)

1
Che ci sta a fare una città
posata sulla terra ferma
(mare avvelenato per affari suoi)
le confessioni degli uomini,
i lamenti, le inedite storie.
Da una parte le medaglie
i monumenti gli alberi, le bandiere
gli inni di Dio, la paranoia dappertutto.
Dentro le orecchie delle vecchie o
dei bambini le nostre voci, questo sto
ascoltando muto, desolato nei diritti.
2
Questa città così infantile, folle,
ancora sventola bandiere.
I predatori sono ovunque
sfilano per i loro anniversari;
se un poco ti ribelli è arrivato
l’attimo ultimo; gira l’amato
paesaggio e non puoi far niente
vederlo così triste, non puoi neppure
cantargli una canzone. In questo luogo
sono nato e sento ogni notte squillare
il telefono, par che mi prelevano i gendarmi.
Cosa ho fatto di male, oh amor mio!
ANTONIO COPPOLA 19983
Terra in cui sono nato forse
non abbastanza intonato, da anni vivo
prigioniero in altro luogo, ma sempre
prigioniera la mia vita perché ero
e sono sopravvissuto, poi tornai a casa
al confino, roba da seppellire laggiù
con l’ultima bandiera che mi rimase.
Là la mia vita fu un codice
di annunci funebri, la strada a perdita
d’occhio termina su un filo di lana
e/o continua dall’altra parte.
4
Vissi le amarezze, i tornaconti
gli anni che mi visitarono;
ora sono a parlare di queste cose,
non seppi resistere alle voci del padre
che in scena fa l’ultima apparizione.
Quelle voci
l’ho nel mio cranio e vissi ascoltando
tutto questo dentro le orecchie.
Ora chiudo il respiro
in quest’aria pesante della città.
Merda, Merda, Merda.
Qui per la mia pazzia
ho vissuto abbastanza.

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DUE POESIE IN ONORE DI MESSALINA: Antonella Antonelli, Giorgio Linguaglossa

 

Antonella Antonelli in orange

Antonella Antonelli

Messalina

“Sono comparse le prime tenere foglie
sui rami Messalina,
le hai viste?”
“Questa notte.
Sembravano smeraldi
sotto la fiaccola della mia ancella.”
“Non c’era una stella stanotte
mio amore”
“No. C’è però qualcosa di profondo
nell’aria buia di questa primavera.”

L’amore mi stanca le membra
e mi rallenta il respiro, non ho voglia
di patire sofferenze in nome di un sentimento
che non mi ripaga mai, del mio dolermi.
Soffro d’amore, più ne do, più mi manca.
E mi lega e sostiene il corpo bianco
di carne serica e forme lunari,
e rigida mi appresto al talamo
come maestra d’infinite gesta,
una battaglia a colpi di sospiri
e gemiti violati da troppe mani
impudiche e violente.

Sarai tu questa volta il mio trofeo
mio dolce Gaio Silio
e quando l’assassino bucherà
le mie dolci forme, che abbondi
il sangue nelle carni, si riempiano
le fosse dei baci dati dai miei tanti amanti.
Si confondano in rivoli di fiele
quelli di casa, di strada, di vita, di morte.

“Messalina amore mio, sembri distratta.
Cosa ti turba?”
Affondi le mani nei seni rotondi
di latte e veleno, mi volti,
mi mordi le natiche dolci,
un guerriero bambino famelico e disperato.
“Mi sembri distratta. Non ti sento.
Non ti sento,” gridi nell’amplesso.
“Messalina, dove sei?”
“Sono qui, mio dolce Gaio. Vieni,
concedimi di dondolare ancora sul tuo corpo.”

E’ l’odore dell’Ibiscus
che si apre a mezzanotte,
quel profumo disperato
mi tocca l’anima.

poster-1977 film Messalina

james-bama-messalina

James Bama Messalina manifesto del film

Giorgio Linguaglossa

Epistola di Germanico a Messalina

«Che stai facendo? Messalina pensa ancora
a Germanico? Stai dormendo? Sono ancora
nei tuoi pensieri? E dov’è il tuo Ippogrifo?
Sei salita sul carro di Issione? O sei scesa dalle
perigliose ali di Icaro? Dove sei, dimmi dove sei,
dove sei che ti cerco…
Il tuo Germanico è qui sulle sponde del Danubio
ghiacciato, e ti pensa…».

«Oh, sì, il Magnifico Augusto, l’Impero universale
con il suo Mecenate di turno…
Le arti e le poesie lo acclamano quale fondatore
dell’Impero! Falsità, ostentazione della menzogna.
Gli editti imperiali hanno due facce,
come le monete: di qui il verso e di lì il retro.

Ma tu ed io sappiamo una cosa
che lui non sa: che non c’è impero più grande
del tuo cuore, il cui dominio spetta solo a te,
e in quel dominio io chiedo udienza, busso
alla porta del tuo magnifico cuore, e della
tua bellicosa bellezza…».

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ANTOLOGIA PER IL PARNASO VI – Antonella Antonelli, Nazario Pardini, Stefanie Golisch, Adriano Accattino, Ivan Pozzoni, Ambra Simeone, Tiziana Antonilli, Maria Pia Quintavalla, Roberto Maggiani, Carmelo Pistillo, Faraòn Meteoses

Antonella Antonelli in orangeAntonella Antonelli

Un’altra fuga

“E’ mia la dipendenza?”
Ti chiedo smarrita.

“E quali catene ti ho dato io?
Nessuna. Sei libera di andare,
scegliere, volermi e non volermi.
Non smetterò mai di cercarti
lasciandoti andare”

“E come faccio io senza catene?
Passa dunque da qui, la mia indipendenza?”

Togli gli occhiali,
mi fissi negli occhi
con gli occhi stanchi,
come fosse faticoso,
ancora una volta,
spiegarmi:

“elemosini amori incatenanti
per non perderti, e poi scappi
senza mai liberarti.

Una semplice evasione
la tua fuga.”
Resta appena socchiusa
la tua bocca, come volessi aggiungere
qualcosa.

“Come faccio ad amarti
se non mi tieni?”

“A catena amore, come un cane fedele?
Io non ti tengo, no.
Sei libera di andare oppure di restare.”

Ti abbraccio di slancio, stupita.
Metto la testa sulle tue gambe,
mi sfiori i ricci, li sento
aggrovigliarsi tra le tue dita.
Vorrei fossi un gigante
e io nella tua mano, ballerina,
girare sul palmo fino a cadervi.

Mi tiri su.
Metti gli occhiali
ti rimetti a leggere
metti mille libri a sommergerti.
Mille capelli sulla tua testa ferma.
E’ notte e di notte i pensieri
ruzzolano come palloni su scale popolari.
Odore di refettorio dalle porte aperte.
Il caldo si mescola, vorrei andare
una gamba piegata, l’altra pronta,
ma non mi dici niente
ti chiedo “posso restare?”
“decidi tu, amore”.

Sposti gli occhiali, mi guardi
e i tuoi occhi si muovono rapidi
sulle mie labbra incerte
“no, meglio che vada” dico
e mi sento piangere,
in silenzio, senza lacrime o scosse
dentro, come un innaffiatoio bucato.
“Peccato” dici “è già così buio.”

Ti rimetti a leggere
“allora resto” ti dico fiduciosa.
“No. Ora va.”
“S’insegna così la libertà?”
Ti chiedo altera e delusa.
Continui a leggere.
Ognuno in questo gioco ha la sua parte.
“Mi lanci un’altra sfida?”
Non mi rispondi.
Vedo gli occhiali, fili bianchi e una poltrona.
Me ne vado con il tuo silenzio.
E questa, è solo un’altra fuga.

Foto Nazario ii

Nazario Pardini

Contro le lune
Ho sempre fissa, padre, la tua immagine;
i nostri sogni, il cielo: prevedere
dure gelate a divorare pane,
piogge future ad annullare semi;
e brezze, e folate affilate
a recidere illusioni mai appagate.
Eppure si aspettava primavera
immaginando anche il suo profumo
nel suono nemico dell’urlo invernale.
È sempre fissa, sì!, la tua visione:
tronco scheggiato da lame
forgiate dal tempo;
fronda sfrascata da inverni ribelli;
idea appesantita
da troppe lune piene. Sì!, ti rivedo
ancora qui con me, padre immolato,
a regalarmi odori d’erbe offerte
alle frullane lucide di sole.

Sai, padre!
Qui non ci sono più terre feraci
disposte a dare vita
a mèssi generose;
fronde feconde
ad ospitare nidi da allevare.
Sulla tue terre crescono le case
abbracciate fra loro
come pietre di cava sopra storie
destinate a finire. Chiedo solo
– al cielo, a qualcuno, non so a chi –
che mi mantenga in seno la tua voce,
che mi mantenga in cuore il tuo sorriso,
il tuo sagrato profumato d’erba,
e la tua voglia, maledetta voglia,
di seminare sogni anche nei giorni
più neri della notte.
Contro le lune.

13/05/2013 h. 11 (inedito)

stefanie-golisch-190

Stefanie Golisch

Fly and Fall

.
Piano il giorno apre gli occhi
per salutare la mattina di fine agosto.
Ecco ciò che sta per accadere oggi:

Un uomo troverà l’amore e un altro lo perderà.
Qualcuno arriverà alla stazione giusto in tempo,
mentre un altro attenderà invano.
Un merlo sussurra nell’orecchio di un altro, che bello volare e cadere.
Qualcuno inaugurerà il giorno con una bottiglia di birra,
e un altro ascolterà a lungo l’eco dei sogni complessi.
Qualcuno scriverà una lettera scarlatta,
mentre nel cuore ferito del suo vicino non è rimasta una sola parola.
Una bambina si sveglierà dai suoi sogni notturni
stringendo il suo orsacchiotto, e una donna si sveglierà
soltanto per morire a metà mattina poiché il giorno
richiede tutto questo. Lottando scivolerà via davanti agli occhi
dei vivi nello stesso momento in cui
un pittore finalmente trova il suo blu.
Oggi sarà il mio giorno pensa il giovane,
mentre si allena, impaziente di gettarsi nella mischia.
Nella cantina di una casa abbandonata,
una gatta tigre gioca con un topo soltanto
per intrattenere la piccola cosa

Quel che il pittore non sa
è che quel blu non esiste,
ma soltanto una voce lontana,
quasi non udibile nel brusio di tutto questo fare all’amore,
morire, chiacchierare con gli amici, mangiare, bere,
spaventarsi e gioire,
impaziente di placare l’insaziabile
oggi

Adriano Accattino

Adriano Accattino

Può significare una svolta del respiro… non è più
parola, ma toglie la capacità di parlare

Forse qui, affrancatosi qui e in quale modo..
forse si libera ancora qualcos’altro

A partire da questo punto… ora può percorrere
le proprie strade… più volte

Tra le speranze vi sia quella di parlare per conto
di un Altro. Forse è concepibile un incontro..

Su questo indugia, s’azzarda… mette in rapporto
con la creatura

Nessuno può dire quanto… la pausa del respiro
duri ancora

*

Cerco la stessa cosa, la figura, in vista del luogo,
del farsi libera, del passo in avanti

Oppure tenta di percepire la figura nella direzione
che le è propria, fugge innanzi

Ben sappiamo dove vada la sua vita, dove sia
per andare: così era andata la sua vita

Gli risultava talvolta sgradito il fatto
di non poter camminare sulla destra

Ecco l’oscurità che muove da una distanza
che essa stessa, forse, ha tentato di progettare

Noi professiamo l’oscurità*

* da Poesie rubate Mimesis, 2013

Ivan Pozzoni

Ivan Pozzoni

Ivan Pozzoni

PENE D’ARTISTA

Non conosco chi è Ninnj Di Stefano Busà,
– c’aggia fa!- non appena Kairos Editore
mi chiederà ancora 200€, così da essere inserito,
con tre testi, ne L’evoluzione delle forme poetiche
La migliore produzione poetica dell’ultimo ventennio,
nun me resta che accettà, in modo da essere anche io migliore,
migliore di come sono, 200€ migliorano la mia scrittura,
è la vittoria dell’economia, sul conflitto tra natura e cultura.

Chi cazzo è Ninnj Di Stefano Busà?
Forse un’emula di De Signorinibus, o De Signorinibus
un emulo ermetico der medico de li mortacci,
non funziona, quando bustrofedo alle due di notte,
dopo succo d’uva e Sangria, un Bellini, Porto,
divento incoerente, una sorta di Don Chisciotte,
meglio dei vari Don Abbondio che bazzicano l’orto
dell’irta arte italiana, disponibili a versare,
non nel senso di fare versi, 1500€ a Carabba,
con lo scopo recondito di farsi pubblicare,
facendo sermoni sulla gratuità dell’arte
quando vai a chiedere 30€ di quota solidale
per sconfiggere i cartelli dell’industria editoriale.

M’inchino a Ninnj Di Stefano Busà
– c’aggia fa!- senza aver capito se è una donna, un uomo, un trans,
se è un uomo, o un trans, non m’inchino,
minchia, mi sento troppo brillo per continuare,
e non sono abituato a brillare, mi toccherà tornar da Ambra,
a letto, come un’ombra, senza far rumore,
lei mette i tappi nelle orecchie per non sentirmi battere,
io, quando batte lei, nel senso di battere al Pc,
mi metto un tappo in bocca, è meraviglioso spiarla scrivere,
di lei sono sicuro che non è un uomo, o un trans,
– svelando queste cose rischio di ritrovarmi cadavere-,
o un emulo imperterrito di Oronzo Canà
davanti alla fama imperitura di Ninnj Di Stefano Busà.

(inedito)

Ambra Simeone

Ambra Simeone

Ambra Simeone

mi prendo la libertà di quel che scrivo

e poi questa storia della libertà io davvero me la sono sempre chiesta,
che ti dicono che molte persone della tv, politici, soubrette, giornalisti, attori
e che persino molti scrittori famosi, non sono liberi come quelli che non li conosce nessuno,
perché a loro manca di fare certe cose normali, come andare a fare una passeggiata da soli,
farsi fotografare solo quando vogliono loro, fare l’amore senza dire niente a nessuno,
e che allora la notorietà non è più una questione di libertà, se dicono, che più sei noto
e più perdi la libertà di fare certe cose, come le fanno tutti gli altri sconosciuti,
ma a molti sembrerebbe una bufala, e allora non conviene essere famosi? lo dicono tutti?
io quindi me la sono sempre chiesta questa cosa qua, che forse uno è libero se non è riconosciuto
è libero se nessuno sa chi è, cosa fa e come vive, uno è libero se diventa invisibile,
e forse è proprio una bella scusa, una bella invenzione ideata da chissà quale creatore,
mah, sarà, proprio un bell’affare la libertà, che uno però non è libero di diventare famoso,
ma di essere uno come tanti, uno in una massa indistinta di sconosciuti, così ti dicono,
dunque secondo me la libertà l’ha inventata un bravissimo scrittore.

tiziana antonilli

tiziana antonilli

Tiziana Antonilli

Come si chiamava
Lei che inavvertita folgorava l’occhiaia
scomponendone il viola
si accapigliava con l’inerzia
sbranandola
ridisegnandoci
ombretto rosso sole
inanellava il blu
inarreso dello sguardo.
Sopravvive
ma solo quando l’inverno cede
e la prima rondine
posa stanchezza

allora sembra di nuovo possibile
che uno schiocco di dita
ci inabissi all’istante
ma quella sfrontatezza quanto
insegue
sanguina
esige
se è ancora?

Quintavalla

.

.

.

.

.

.

.

Maria Pia Quintavalla
Qui, che ridiventa nido

I)

Se mi mettessi fuori a testimone,
del tempo e del mercato,
che la stessa scena ogni giorno
r i c o n c r e a

ma per meglio cogliere nel flusso
che si libera, io lenta
navigante che non sporge più
non rema a braccia a nuoto,
nuove luci arricchiscono disegnano
i suoi i fianchi flessi come l’iride.

Se testimone fossi dell’intero,
nel verso io potrei smorta
carpire un suono madido che afferra,
piega a lato in frescura,
la bocca benedice non sente più
pianti nolenti ma bambini
lesti nel correre,
che ricambiano il suo v o l o.
II)

Rivivi la tua infanzia, mentre ricrei
a Itaca, col padre
nel nome tuo familia nova che
come l’altra, drammatica insoluta

perché per crescere occorreva
essere amati, io adulta genitrice
della vita che si fa futura,
non mentore soltanto di occasione – infanzia
che si genera rifà mi pianta
intorno a un’ostrica mi incolla
alla matrice unita al male
con il bene, un arco soddisfatto
in sincronia f u t u r a.

Roberto Maggiani.

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Roberto Maggiani

da “La bellezza non si somma” (Italic, 2013)

Dio

Ho imparato ad evocarti
dai colori e dalle forme delle cose.

Per riconoscere la tua presenza
mi bastano la soglia di una porta
sempre aperta su un patio
e una tenda
che nella brezza sappia danzare
lentamente.

Sei come un albero
che nella sua totale presenza
si assenta nell’abitudine
dello sguardo

Io invece sono come il mio gatto
che parla ai corvi lontani:
vedendoli piccoli
vorrebbe farne un boccone –
li prega di scendere
con versi inconsulti
non sapendo della loro grandezza.

Ti cerco instancabilmente
ed è solo per la nostalgia che ho di te
che scrivo poesie.

Carmelo Pistillo aprile 2012_

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Carmelo Pistillo

LEI È QUI, DENTRO DI ME…

Lei è qui, dentro di me,
mi offre i sensi, torce
il suo orizzonte.

E’ in ginocchio e grida
vivi, ma io piango,
e non so quanto
il mio seme cerchi
luminescenze nella sua bocca
o quanto le sue trecce
siano già corda spezzata.

Tutto è stato così lento,
la mia testa fra le sue gambe,
le mie labbra sulle sue.

Siamo saliti e scesi
su ogni errore.

Come acrobati nell’elegia,
come acrobati nell’elegia.

Stefano Amorese

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Faraòn Meteoses (pseud Stefano Amorese)

Inghiottitoio
(estratto)

1
Mi macera dentro per la malora
una congettura contraddittoria,
per di più di un’idea dannata
dapprincipio premeditata sotto una pensilina…
mal sopportata assai
da quel pregiudizio altrui dissuaso mai
dalla supremazia degli Àrcadi e degli aedi:
una tara ereditaria intrinseca
che sempre di più mi estranea dalle virtù degli Avi…
un’interferenza, che mi elide acidula
una vocale atona…
un sapore amaro che mi sgocciola
nell’ingestione di una Sostanza càustica…
una Bestia onnivora che mi guaisce in petto:
un autoritratto a tempera, se lo si preferisce…
una frenesia che si perpetua assidua
che mi adùltera e mi deteriora
per questo testo d’inconsistenza,
che da un incubo si è ingenerato
e che m’ingerisce…
in un buco nero divaricato.

2
In una foiba
che m’affascina fabulosa,
che non mi dice nulla
e che non ha favella…
che sia in quell’avello disseppellito
dall’unghia ippocratica del terapeuta,
che con beneficio di inventario e di bioenergetica,
mi strizzò il cervello nel sotterraneo,
cagionandomi intimamente
un malumore putrido di morfina:
una magodìa, che anche ad oggi, mi sopisce appena…
ossia il dialogo di me stesso con il mio sosia,
una messa in scena di un ricordo nitido di ciò che sono:
una comparsa anonima entro una proiezione
per chi desidera esserne l’autore.
In una simbiosi insolita, in un torbido malinteso
con il mio congenito parassito
e con l’ospite, che mi molesta e che mi fu inatteso:
un pretestuoso… un presunto me,
che non si attenua né si rasserena
nemmeno per una semicroma suonata dall’aulète
ubicata all’imboccatura…
in cui sprofondo in un tonfo sordo,
in un grido acuto…
che ormai mi ha asfissiato esausto
e compiuto nel mistero,
così come mi fu esposto
dal mio viatore muto,
col quale ho convissuto,
in cui sono compreso
e tutto ho condiviso.

 

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ANTOLOGIA I PER IL PARNASO – Plinio Perilli, Nina Maroccolo, Alda Cicognani, Antonella Antonelli, Adele Desideri, Adam Vaccaro, Antonio Spagnuolo, Claudia Zironi, Manuela Bellodi, Monica Martinelli, Mauro Corona

   Parnaso-Apollo-Venere-Mercurio-e-le-Muse-di-Andrea-MantegnaANTOLOGIA  PER IL PARNASO 

Plinio Perilli       

Cacciata dal Paradisso

1

Come fiorì, questa lite? – rossa rosa
spinosa – precipitò il malessere…
Quando anche le voci cambiano, si perde
ogni ricordo: di noi, del bene, se e quanto
fummo felici… Un crepaccio ci sovrasta Continua a leggere

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