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Anna Ventura: Antologia, Tu quoque (Poesie 1978 – 2013) Edilet, 2014 – L’economia della dizione poetica – Commento di Giorgio Linguaglossa

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Anna Ventura Antologia Tu quoque  (Poesie 1978 – 2013) EdiLet, Roma, febbraio 2014 pp. 230 € 16

Commento di Giorgio Linguaglossa

… Apprezzo da sempre la capacità che ha Anna Ventura di coinvolgimento emotivo degli eventi del quotidiano in una narrazione poetica uniformalizzata, periodizzata in strofe con sapienti alternanze di toni e di digressioni; la poetessa sa ottimizzare le sue capacità narrative con l’economia della dizione poetica in un verso lineare e continuo che si svolge come il filo del carpentiere: in direzione perpendicolare verso il centro di un discorso che si dissolve in una nebulosa, in una ragnatela di indizi e di allusioni e di perifrasi. C’è una Storia che finisce in storialità. C’è una in-direzione in questa direzionalità che non vuole portare in nessun luogo, su nessuna terraferma; c’è un teorema della direzionalità che infirma quella direzionalità che sembra costituire il nocciolo della sua poesia.

La poesia della Ventura è refrattaria allo sguardo poliziesco che vuole frugarla e perquisirla. Nelle società della post-massa la democrazia dello spirito è inversamente proporzionale alla democrazia dello sguardo: se la poesia diventa sempre più «ottica» è per pagare il pedaggio ad una diminuzione del tasso di incremento dello spirito; la poesia, per sua natura, è sempre dalla parte della democrazia dello spirito, parteggia sempre per l’oligopolio del pudore e dell’intimità di contro alla falsa pseudo democrazia di una cultura che dichiara impunemente la propria falsa coscienza.

Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa

La poesia della Ventura non ci parla mai del «dolore», che il capitale trasforma in «merce» con tanto di glamour e di réclame vintage, è istintivamente lontana dall’ideologia imbonitoria dei desiderata e del «dolore» che la contro riforma teologica di questi decenni ha inflazionato a dismisura, è distante dal glamour della poesia che si autodefinisce «povera» e si veste con un saio di francescana semplicità, prende le distanze da tutto ciò che la falsa cultura del «dolore» ci ha reso familiare e ha sollecitato a convertirsi in transfert. Nella peccaminosa società delle merci lo sguardo poliziesco fa man bassa del «dolore» come possibile utile futuro acquirente: si tratta di un trompe l’oeil, di una trappola che la poesia della Ventura si guarda bene dal reiterare (leggasi l’omonima poesia «trompe l’oeil»), ma lascia parlare le «cose» da una distanza connaturata alle «cose», quella che intercorre tra noi e le «cose». È la distanza che ci parla. E la poesia della Ventura ci parla con la naturalità di uno sguardo che avvicina le cose, ce le porge. (dalla prefazione di Giorgio Linguaglossa)

da Brillanti di bottiglia (1978); La diligenza dei santi (1983); Aria sulla quarta corda (1983/1987); Le spighe incrociate (1987); Le case di terra (1987); In Chartis (1996); Nostra Dea (1996); Non suoni, ma rumori (2007). Inediti.

Ventura Annada  Brillanti di bottiglia (1978)

Stradetta con figura   

        

 Risalgo il vicolo grigio

con le sue edere verdi.
Camminando piano, sui selci rotondi,
posso contare le porte,
leggere i nomi sulle targhe ottonate,
tagliare l’ombra delle erbe pendenti,
toccare la breccia del muretto.
Più tempo impiego, meglio è.
Questo vicolo tetro porta da qualche parte,
viene da qualche parte
e ai crocicchi umidi
si snoda verso altre parti,
e quando fa proprio freddo
è un blocco solido di freddo.
Bisogna attraversarlo lentamente,
al passo,
più annoiati che stanchi,
più delusi che ansiosi,
per amare il silenzio delle cose,
l’orizzontale dell’indifferenza.

opera di Ardengo Soffici

opera di Ardengo Soffici

Gli sposi di pietra

Forse la tartaruga di Volterra
parla con i sarcofaghi sommersi
nella terra morbida
del giardino del museo.
Sono sempre due,
gli sposi etruschi di nessuna bellezza,
stretti in una scatola di pietra,
che non si annoiano e ridono
di un sorriso che non si spiega ed è beffardo.
Il mistero etrusco non è la scrittura,
non è la remota provenienza,
ma la tenacia testarda
dei loro matrimoni eterni.
Contro la durezza quadrata
di queste scatole di pietra
si spezza
e diventa segatura
il biondo dell’oro sibarita.
Sommerso nella terra, minuscolo,
l’ultimo sarcofago
aspetta di sopravvivere
al giorno del giudizio.
Ha gli sposi mangiati dal tempo,
caduti i nasi di pietra,
interrotto il sorriso sulle bocche,
il filo d’argento di una solitaria lumaca
li percorre, e ammiccano
nell’ombra della fratta più nascosta,
dove è il mistero del mistero, la tana
della tartaruga di Volterra.

Kuzma-Petrov-Vodkin ritratto di Anna Achmatova

Kuzma-Petrov-Vodkin ritratto di Anna Achmatova

da Le case di terra (1989-1990)

La guardiana delle oche

Credo di essere nata per abitare
una di quelle case quadrate
col tetto grande e le finestre piccole,
che si aggrappano,
silenziose e chiuse,
forse deserte,
sulle colline fitte di boschi scuri
dell’Austria austera e triste.
Le guardo, passando sull’automobile,
e penso che,
se loro appartengono alla mia fantasia,
anch’io, forse,appartengo alla loro
e in qualche epoca remota
dobbiamo esserci incontrate. Forse
quella donna con la cuffia bianca,
che compare per un attimo tra le oche,
le spinge energica verso la stia,
allettandole col becchime,
forse quella donna sono io.


Una citazione da Campana

In un grande letto di legno,
scaldato da coperte rosse e azzurre,
-aria da una finestra
che guarda gli alberi e i campi-
in un grande letto morbido
come un grosso gatto, disfatto,
partorire il Romanzo.
Un romanzo vero, con storie
di amori e di menzogne,
colpi di mano, rancori, soldi:
un romanzo affabulante, cordiale,
prevedibile.
Non è per me tanta ricchezza.
Dalla mia austera scrivania,
nella luce blanda della veranda a Nord,
escono equilibrate recensioni,
racconti assurdi, lettere
che cominciano con “gentilissimo”,
e queste poesie reticenti. Eppure
anche per me, al tramonto, c’è
“quella piaga rossa languente”.

Finito/infinito

per Leopardi, I°

A Recanati invano cercai il Poeta:
doveva essersi trasferito altrove.
Ma quei vetri rosa
delle finestre dirimpetto,
dove, in trasparenza,
passa il tramonto;
l’acciottolio delle posate che tornano
nel buio dei cassetti,
il brillio di bicchieri
allineati nella credenza,
mi dicono che il poeta è qui,
per trasformare in infinito
il quotidiano finito
dei suoi devoti.

In questa angustia

Per Leopardi, II°

Il campesino guarda il campo di spighe
che sconfina nel cielo
offuscato dal calore e pensa
che, oltre la linea tremula del giallo,
c’è ancora terra, terra all’infinito.
Il mozzo che dall’albero più alto
Scruta il mare e non vede altro
che mare, crede
che, oltre il filo tirato all’orizzonte,
ci sia ancora acqua, acqua all’infinito.
Il giovinetto pallido che siede
sulla collina brulla
di un paesetto sperduto dentro il cuore
dell’Italia centrale,
ha davanti una siepe
che gli scherma
la vista già offuscata. In questa angustia,
in questa solitudine, sente
che l’oltre è al di là della siepe.
Sulla carta lo chiama l’infinito.

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