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ACHILLE CHIAPPETTI SETTE POESIE da “Inafferrabile presente” (Passigli, 2013) con due Commenti di Gino Rago e di Giorgio Linguaglossa

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Achille Chiappetti è nato a Roma il 3 giugno 1941. Bachelier d’études dell’Università di Grenoble, Francia e laureato in legge.. E’ professore emerito di diritto pubblico nell’Università La Sapienza di Roma. Ha pubblicato oltre dieci volumi e centinaia di lavori in materia costituzionale e amministrativa.

Ha dato alle stampe tre volumi di poesie: Topas (Tracce, 2004) con lo pseudonimo Massimiliano Achille, I Tempi del Tempo (Lepisma, 2006) con il medesimo pseudonimo, Inafferrabile presente (Passigli, 2013). Suoi componimenti sono stati pubblicati su diverse riviste e nell’antologia “L’evoluzione delle Forme Poetiche” di Distefano Busà e Spagnuolo, Napoli 2013. Ha una ricca produzione di poesie in francese e ha tradotto in quella lingua l’opera poetica di Camillo Sbarbaro.

Commento di Gino Rago

Achille Massimiliano Chiappetti adotta le migliori lenti, quelle di Eschilo, di Sofocle, di Euripide, attraverso cui osservare e giudicare il senso epico e il grado di moralità di questa società. Tutte le sezioni della sua terza, ponderosa raccolta, propongono, perciò, con consapevolezza dei propri mezzi linguistico-espressivi, un impianto poetico di sguardo fermo sul male, sul dolore, sulla morte; ma anche di pietà profonda sulla condizione dell’uomo di questo tempo, non disgiunta dalla coscienza dello splendore della vita e della speranza, richiamando così i poeti a riassumere il ruolo che dovrebbero svolgere.

Chiappetti si è tenuto estraneo ai fuochi pirotecnici dannunziani, al pastello dei crepuscolari, alle tentazioni fono-simboliche care al “fanciullino” pascoliano, come alla religione assoluta della poetica della parola, fiorita sui tavolini fiorentini alle Giubbe Rosse, tra gli ermetici entre deux guerres, stabilendo un contatto d’atmosfera non già linguistica, con il mito negativo della “città moderna come deserto o bordello” di Sbarbaro, a sua volta influenzato da Baudelaire e dalla cultura poetica francese, ancorché fittamente coniugata con Leopardi. Tuttavia, mentre Montale ci avvertiva che nell’opera sbarbariana (Trucioli, in particolare) “tira un vento di malattia; ma calma, quasi sorridente, quasi compiaciuta di sé” in Chiappetti la parola chiave è kairos, ovvero il tempo favorevole, nel quale ogni cambiamento è possibile, pronunciata con voce spoglia in una poesia vigile, curata, non scevra di raffinatezza, forte di quella qualità, a Guglielminetti cara, che in buona sintesi è l’equivalente armonico della rima, cui si legano i numerosi enjambements che cercano di frenare la ritmicità ossessiva del verso senza cadere in esiti prosastici, in fedeltà piena al principio, anche verlainiano, dello scontro fra aulico e quotidiano nell’accostamento del basso con il sublime.

Pittura Mimmo Paladino_600x398

Mimmo Paladino

Commento di Giorgio Linguaglossa

Anche la poesia di Achille Chiappetti parte dalla presa di coscienza della rottamazione delle Grandi narrazioni. Inafferrabile presente è il tentativo di ripartire dal significato di una superficie, quella del «presente», di un qui e ora come effetto di superficie (ed effetto di lontananza), cioè qualcosa che, proprio perché effetto, non appartiene a ciò che è originario (l’Essenza, la Coscienza), ammesso e non concesso che siano operanti queste ipostasi meta empiriche; ciò che, non situandosi né all’altezza dell’Origine, né nella profondità della Coscienza, si presenta come pezzo di «superficie», appartenente al «reale» del ricordo o al «reale» di una esperienza subliminale. Non bisogna con ciò intendere (né vorrei darlo ad intendere) che nella poesia di Achille Chiappetti il senso sia qualcosa simile ad un «effetto», come se esso fosse un segno, un sintomo, una disidrosi di una malattia che sta in profondità, nella rotondità della profondità, più giù del sottosuolo o del sottosuolo del sottosuolo. Del resto, anche la Poesia del Novecento è stata nient’altro che un crittogramma di qualcos’altro (quel qualcos’altro che ha contraddistinto la civiltà del simbolismo in Europa). Come non bisogna intendere la stabilità del significato come qualcosa, appunto, di «stabile». Infatti, mi chiedo, può esistere qualcosa di «stabile» all’interno della fluidificazione universale?. Ciò di cui il significato «è», per Chiappetti lo è in quanto rammemorazione, rimando al passato: «Qualche stentata parola» forse ci soccorrerà, è questa l’ultima illusione di Achille Chiappetti; la poesia è ciò che appartiene al meta-sensorio, ed occorre un metalinguaggio per farne esperienza estetica. Nella poesia di Chiappetti è la nostalgia che abita il «bisbiglio» del significato. Così, una sottile ma pervasiva elegia viene a invadere il dettato poetico, corretta però da un tono di distesa ironia appena percettibile, con quell’abbassarsi del linguaggio a commedia della condizione umana. La poesia di Achille Chiappetti sembra così porsi là dove scorrono ombre trasparenti, dei quasi-vivi, lontano dai poeti laureati. Scrive Chiappetti: «sono soltanto un timido coniglio»:

Qualche stentata parola un po’ barocca,
non proprio stonata, quasi un bisbiglio;
vorrei non fosse così
ma che la mia poesia muovesse
come una funivia che porti in alto
con un tonico cantilenante sfruscio
di cavi struscianti; un magico cantico
che aprisse un più vasto orizzonte,
abbattendo la muraglia, che tutt’attorno
ci circonda, della quotidianità;
che divenisse come una canzone
che, pur senza musica,
passasse di bocca in bocca
senza più cessare.
Fatto sta, purtroppo,
che, senza pedigree, neppure da lontano
somiglio agli aedi, quando scrivo,
o ai laureati e citati poeti;
sono soltanto un timido coniglio
che borbotta con arrossati occhi
e qui non dovrei stare a muovere invano
la tremante bocca, ruminando parole
che scarso senso hanno…
Eppure, chi il mio labile sussurro
attento ascolta, presto può sentire
che son per tutti le mie silenti lacrime
e il sangue che colora le mie pupille.

È un tipo di poesia che non conosce lo scambio, lo shifter, la scissione, il salto, la metafora, la metessi, ma che tenta sempre di ricucire lo strappo, legare insieme i ricordi, riviverli, riconciliarli. Anche se è da dire che nel tessuto fisico-chimico di questa poesia penetrano (osmoticamente, e quindi ideologicamente) lacerti, lemmi e immagini del linguaggio poetico narrativizzato sedimentati appena sotto la superficie delle parole, a volte anche indebolendo il passo mimetico, altre volte invece ottenendo un effetto rafforzativo ma in funzione dell’elegia. C’è un cuore antico in questa poesia, come bene ha scritto Gino Rago, dove pulsa l’eco dell’endecasillabo, talmente insonoro da far sospettare che i silenziatori siano stati adeguatamente messi nella giusta posizione.

pittura mimmo paladino matematica

mimmo paladino matematica

da Achille M. Chiappetti L’inafferabile presente Firenze, Passigli, pp. 122 € 14.50

 Poesie di Achille  Chiappetti

 questo infinito firmamento silente

A lungo in noi risuonano le parole,
lievi, perché smagliati lembi di amori
morenti, che ai voltati occhi svelano
dei ricordi intensamente condivisi
e questo pare bastevole per credere
di non essere divenuti ormai soli.

Ma poco più è di quando stiamo distesi
su prati di periferia o di campagna,
l’acida bava suggendo d’un filo d’erba,
stretto tra i denti tenuto, e scrutiamo
la profondità del cielo, di esistere
illudendoci, di essere noi la terra,
di restare parte di qualcosa d’immenso,
ora che sciolti l’uno dall’altra andiamo …

Solo rincuora il sapere che di ognuno
è quel cielo; ché noi, che da questa parte
sua stiamo, tutti gli stessi cerulei colori
vediamo e l’odore di terra bagnata
uguale sentiamo, calda, come essa è,
per il vicino sole e per l’acre miasma
della carne nostra con il suo sudore.
Sfiorati dai medesimi soffi di brezza,
scossi dai medesimi venti impetuosi
che lunghi spazi su noi tutti percorrono
e nel soffio loro in fascio annodano,
come bene comune fosse, le anime
nostre infelici, fintanto che, fidente,
almeno un’umana coscienza scruterà
questo infinito firmamento silente.

l’inafferrabile essenza del presente

Vivere con maggiore attenzione,
battersi contro il tempo fuggente,
non lasciarsi fuorviare dalle apparenze,
che banale fanno apparire l’attimo presente,
come prova -vedi bene- il nome suo:
a disposizione, a portata di mano,
sempre d’attorno quotidianamente,
mai mancante e mai assente;
sul quale di poter incidere perciò crediamo;
merce, dunque, comune o di scarso valore;
sprovvisto dell’urgenza dell’attesa,
che un’aura di mistero al futuro dà;
privo della melanconia delle cose perdute,
che dolce il passato, insaporendo, sublima;
eppure, esso è l’agognato domani nostro,
da sempre atteso anche se poi diverso sempre
o quasi e troppe volte deludente;
tenerlo a mente occorre, perché
perduto e poi rimpianto, comunque,
ben presto nuovo passato esso sarà
e coglierlo, se attento stai, è possibile.

ma quando lo sguardo suo lenta

Come averla attesa all’angolo della via,
senza neanche volerlo, anche se così avvenne,
passare vederla, con le compagne ridendo,
a caso giunse e non scandii il tempo.
Non era lei, che cercavo, né -forse- alcun’altra,
e dato non mi fu nell’attesa struggermi
per quell’attimo imprevisto,
che più tardi, a noi due, sarebbe
presente apparso, perenne:
varco o fonte di una qualche eternità.

Ma, quando lo sguardo suo, lenta,
verso me posò degli occhi suoi raggianti,
d’un tratto inquieti e attenti,
e già con allegria,
del dardo da lei lanciato dimentica,
colle amiche vocianti,
distrattamente dalla strada ebbe voltato,
non fu più quell’istante per me fuggente,
né mi fu di oltrepassarlo dato.

D’improvviso, qualcosa nell’animo moriva:
l’inutile passato, gli amici,
gli infanti sogni di gloria tutti,
subitamente cancellati, humus divenuti
di altra e diversa vita e germoglio,
dacché tra i poteri, che il cuore possiede,
suo anche è quel d’Issione
di, per un istante breve,
rallentare l’immensa ruota.

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Achille Chiappetti

come morti rami

Sempre più leggera si mostra e tenue
l’immagine alla ragione riemergente;
forma fugace, quasi ombra, ritorna
alla mente che con impegno la pretende.
Come morti rami, svaniscono i ricordi
in precarie parvenze fino ad apparire
solo sognati, forse; si sbriciolano, infine,
in attimi di buio, nove senza fragori.

Né appaga l’entrare dalla porta a doppi vetri
del nostro privato negozio d’antiquario
e -nell’ovattata atmosfera di velluti e legni
patinati- spegnere alle spalle il frastuono
delle urla, dei clacson e del rombo dei motori;
né il chiuderci nella camera oscura della mente
alla vana ricerca di un filtro magico,
che sostanza a ciò che è finito ridia
e a quel poco del passato che a noi resta.
Solo si sente il sibilare della falce nell’ombra
e qualcosa senza tregua scavare
la terra dietro ai nostri piedi
e alberi e fiori e cose e mattutini soli
e chi amammo lenti scomparire …
Anche se in vaso ci foggiamo,
che peso dia ad ogni residua scheggia raccolta,
sempre più arduo è scurire i contorni,
senza frutto è allungare a dismisura
i tempi della posa per imprimere fattezze,
ormai sparite, sulla muffita lastra di latta
della nostra troppo breve memoria.

Così, ormai, le materiche sembianze,
dai familiari profumi,
il calore delle elastiche pelli,
le ardenti carnose brame
e la gloria d’amare e di struggersi,
che piena fecero la gioia di vivere
e quasi divini e immortali,
un lontano giorno, ci illusero,
ormai a grumi sono ridotti o a riarsi bruscoli:
polvere d’un fuoco, che a noi eterno parve,
ma pur sempre umano era.

il diapason del cuore, Anna Gregorenko…

Sgomenta, piangevi calde lacrime,
di cui forse godevi, consolatrici,
e gli oggetti e i gesti inspiegabili
ricordavi evocandoli, silenti testimoni
delle pene del cuore tuo giovane.
Così lievi erano i primi dolori,
tanto da fare, del tuo parlato pianto,
morbida e carezzevole poesia.

Chissà, se quei scoloriti oggetti:
guanti infilati nella mano sbagliata,
stivali infangati su candide coltri,
ti furono malinconici ricordi,
quando lente e tetre albe attendevi
nella vasta innevata piazza, chiusa,
ai patiboli invisibili, da rosse muraglie.

Ai tuoi occhi senza più lacrime,
alle tue disseccate labbra
eco divennero, di poi, la solitudine,
che solo l’altrui pena ha compagna,
il silenzio e i corpi mal sepolti,
vesciche di sangue rappreso nel gelo,
nera scia del passo dell’apocalisse
sulla tua amata terra, Russia.

Giunsero, in quegli anni, i tuoi versi
scabri come schegge di ghiaccio
e taglienti frammenti degli specchi,
nei quali ti eri vista leggiadra;
grida di vero dolore, quasi silenzi
da te rotti per l’antica vocazione.
Mozzano il cuore e con odio li leggo …

achille chiappetti-inafferrabile-presente

cianceremo sotto la volta del cielo
a G.R.

Ti devi armare di molto bagaglio, Gino,
se vuoi venire con me: tutto l’occorrente
che, bada, deve entrare necessariamente
in uno zainetto piccolo e leggero,
che non faccia perdere l’equilibrio
o ci sbilanci quando voliamo, le braccia aperte
a mo’ d’ali, nei sogni, che ci girano attorno,
quando parliamo di Donne o di Adorno.

Dovrai essere anche molto paziente:
non sempre, lo sai perfettamente,
riusciremo a decollare, neppure per fare
un salto lungo circa trecento iarde
come i fratelli Wright; eppure il mondo intero
disteso sotto di noi si prostrerà ai piedi
con tanti grandi uomini piccoli come gnomi.
Mi raccomando, indossa un paracadute
perché l’aria delle mie fantasie perdute
sparisce alle volte improvvisamente
e, ridendo, cadresti sul sedere pesantemente.

Porta, inoltre, con te un buon sacco a pelo
perché cianceremo tra noi sotto la volta del cielo
anche se seduti al bar del pianterreno
di un palazzone e brillare le stelle vedremo
attraverso decine di pavimenti e solai.
Io, per venire con te, mi sono premunito.
Indosso ginocchiere pesanti assai, sotto
il maglione un para-schiena come Rossi,
un casco da astronauta planetario.

Così, se tenterò di nuovo ad arrampicarmi
sulla polita superficie dei tuoi versi
ammalianti e puri e scivolerò malamente
sui cristalli rari delle parole da te usate,
non mi romperò né il menisco, né il mio
piccolo orgoglio di poeta in erba.

parole

Quasi sempre, tracciare occorre,
su fogli di velina leggeri,
le parole che -quali apprendisti stregoni-
lanciamo, confidandoci poeti,
affinché all’istante svaniscano,
come il supporto loro, presto deteriorato
o cremato dai soli, si dissolve
e dalle piogge eroso.
Perché fragili richiami luminosi, sono i versi,
di feste o discoteche, che mute
all’alba stanno, più non sfavillanti
e disadorne, con le chiuse porte;
o tese corde, che vibrano
solo se da rare frequenze mosse,
e, allora, forti come luce di fari marini,
cime divengono, svolte per la vita
di perduti naufraghi,
pur mera luce nella luce
che soltanto appalesa
il notturno cielo dell’animo.
E così, alle volte, avviene
che, come di antichi vissuti sentimenti
mille e mille volte e da tanti provati,
essi rivelino il sigillo segreto
della comune umanità:
impasto di odio e d’amore,
che tutti, eroi o vili, giusti o canaglie,
attraverso il tempo, che smisurato a noi
appare, unisce e rende uguali.

Gino Rago nato a Montegiordano (CS) il 2. 2. 1950, residente a Trebisacce (CS) dove, per più di 30 anni è stato docente di Chimica, vive e opera fra la Calabria e Roma, ove si è laureato in Chimica Industriale presso l’Università La Sapienza. Ha pubblicato le raccolte poetiche L’idea pura (1989), Il segno di Ulisse (1996), Fili di ragno (1999), L’arte del commiato (2005). Ai suoi libri poetici hanno dedicato saggi critici Sandro Gros-Pietro, Giorgio. Linguaglossa, Sandro. Montalto, Luigi Reina, Alfredo Rienzi e altri. Con componimenti lirici e recensioni ha collaborato e collabora con svariate riviste letterarie (Poiesis, Poesia, Vernice, Paideia, La Procellaria, La Clessidra, Hebenon).

Gino Rago Via Y. Gagarin, 21 – Trebisacce (CS)    Email:  ragogino@libero.it

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