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Giuseppe Gallo,  Canto XXI, da Arringheide, Città del Sole, Reggio Calabria, 2018. pp. 604 € 20 – Dichiarazione di intenti di Giuseppe Gallo, con una Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

 

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il venerdì santo a Palermo, gli incappucciati

Giuseppe Gallo, è nato a San Pietro a Maida (CZ) il 28 luglio 1950, diploma di Liceo classico, laurea in Lettere Moderne, è stato docente di Storia e Filosofia nei licei romani. Nel 1983 la sua prima raccolta di poesia, Di fossato in fossato, Lo Faro editore. L’impegno civile sul territorio lo spinge a un rapporto sempre più stretto con la poesia dialettale. Negli anni ‘80, collabora con il gruppo di ricerca poetica “Fòsfenesi”, a Roma. Delle varie “Egofonie”, “Metropolis”, dialogo tra la parola e le altre espressioni artistiche, è rappresentata al Teatro “L’orologio”.
Avvicinatosi alla pittura, l’artista si concentra sui volti e gli sguardi, mettendo in luce le piaghe della modernità: consumismo e perdita dello spirito. Negli ultimi lavori ha abolito la rappresentazione naturalistica degli oggetti per approfondire i rapporti tra colore, forma e materiali pittorici. Nel 2016, con la fotografa Marinaro Manduca Giuseppina, pubblica, Trasiti ca vi cuntu, P.S. Edizioni, storia e antropologia del Paese d’origine. Nel 2017 è risultato tra i sei finalisti del “IV Premio Mangiaparole”, sezione poesia, Haiku. Dal 2006 ha esposto a Roma, Mentana, Monterotondo, Brindisi, Lecce.

Dal risvolto di copertina

Na vota quandu tutti sti hfjumari… “Una volta, quando tutte queste fiumare…” ecco l’inizio del poema, come una favola, dove cielo e terra, formano un unico paesaggio, quello della commedia umana, che è l’eterno panorama della Calabria, nei limiti di una storia indefinita perché sempre uguale a se stessa. Siamo oltre il Settecento. Alle nuove urgenze del mondo borghese e contadino si oppone il mondo baronale che tenta un vigoroso ritorno alle angherie e agli antichi privilegi feudali. Ciò che accade in tutto il Sud si verifica anche nella Contea di Maida. Uno dei suoi casali, però, quello di San Pietro, reagisce. Nasce, così,… na guerra, chiddha dell’Arringa tra Santu Pietru, Majìda e Curinga.
Dalla lotta di popolo emerge un microcosmo di uomini: il Conte Malaspina, Totu lu Rizzu, don Luciu Fabiani, l’abate Mancusu, donna Tresina, tutti con la loro dose di affaticata quotidianità che il poeta raccoglie come testimonianza di vita. Allora “Supra lu Ponte”, “Avanti Grassu” Corda e Campuluongu diventano il teatro di lotte fratricide, di eroismi e comicità. Da questa sarabanda non si salva nessuno, né San Francesco di Paola né San Nicola da Bari, nemmeno la Madonna del Carmine. Qui non c’è frattura tra paradiso e inferno. Qui, ciò che non è storia per la cultura dominante, è storia concreta per uomini di carne. Emblematica la figura di Cheli, il muto,”lu gghjegghju”, “lu scilinguatu” del paese, che attraverso una serie di peripezie riacquista la parola.                                                                                                                                                                                                                  

Gif Paesaggio urbano colored

una lingua è un dialetto con un passaporto e un esercito (N. Chomsky)

Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

Ricordiamo la famosa sentenza di Chomsky: «una lingua è un dialetto con un passaporto e un esercito», e l’altrettanta famosa tesi di Osip Mandel’štam secondo il quale per fare una lingua occorre una burocrazia organizzata e un governo centrale con tanto di esercito nazionale. Ecco, possiamo dire che affinché si abbia un dialetto è sufficiente togliere ad una lingua la sua dimensione statuale, il governo, l’esercito e la burocrazia, ciò che rimane è un dialetto, il resto di un linguaggio che non è diventato una lingua nazionale, quindi lingua patria, ma è rimasto una lingua matria, ovvero, un dialetto.

Il fatto che l’unità d’Italia sia avvenuta con tanti secoli di ritardo rispetto alle altre nazioni europee ha contribuito a determinare quel fenomeno di entropizzazione delle lingue locali che, per mancanza di una nazione unitaria, non sono mai riuscite a diventare lingue nazionali ma sono rimaste nane, prive di una statualità, prive di codice civile, prive di una burocrazia, lingue parlate soltanto dal popolo, lingue orali, lingue della immediatezza espressiva. Quello che mancava alla lingua nazionale, l’italiano, l’immediatezza espressiva, è stata la peculiarità delle parlate negli idiomi locali. La poesia negli idiomi locali è così diventata in Italia il demanio della poesia del popolo illetterato, e questo risulta vero da Gioacchino Belli a Ignazio Buttitta e Tonino Guerra fino ai giorni nostri ultimissimi che hanno assistito alla diffusione a macchia d’olio della poesia popolare nei numerosissimi idiomi locali della penisola. In questi ultimi decenni però questo stato di cose sembra cambiato irreversibilmente con la compiuta stabilizzazione dell’italiano parlato ormai dalla quasi totalità dei parlanti italiano, grazie alla rivoluzione telematica e alla diffusione oltre misura delle emittenti linguistiche che si esprimono nella lingua nazionale.

Scrive Tullio De Mauro in una relazione alla Presidenza del Consiglio che nel 1861  «il 78% della popolazione risultò analfabeta. La scuola elementare era poco frequentata e mancava in migliaia di comuni. L’intera scuola postelementare era frequentata da meno dell’1% delle classi giovani. Secondo le stime la capacità di usare attivamente l’italiano apparteneva al 2,5% della popolazione. Un valoroso filologo purtroppo scomparso ha rivisto questa stima al rialzo, suggerendo che la capacità di capire l’italiano appartenesse all’8 o 9%». 

Oggi finalmente l’italiano è parlato dal 94% della popolazione, dunque si può affermare che l’unificazione linguistica delle masse parlanti si è verificata. Si sarebbe potuto congetturare che a fronte dell’egemonia incontrastata della lingua nazionale si verificasse una decrescita della poesia negli idiomi locali, e invece è accaduto il contrario, la poesia dialettale mai come in questi ultimi due tre decenni ha conosciuto una crescita esponenziale come lingua della immediatezza espressiva. Ma si ha ragione di ritenere che ormai la grande stagione della poesia in idioma durata centocinquanta anni si sia chiusa definitivamente, i poeti dialettali venuti dagli anni settanta ai giorni nostri non sembrano avere attinto le vette dei poeti dei decenni precedenti, ormai la poesia in idioma sembra aver perduto la ragione stessa che ne ha determinato in passato la prosperità. Oggi la poesia in idioma sembra confinata in una sorta di giardino zoologico, una sorta di hortus conclusus, e si è trasformata in episodi di folclore e di costume. Ci sono ancora bravi poeti ma la stagione d’argento della poesia in idioma sembra ormai  inesorabilmente trascorsa, ben venga dunque una antologia della poesia in idioma per fissare in un documento i più alti punti di riferimento della poesia dialettale, quando essa aveva ancora una forza propulsiva e rinnovatrice della poesia in lingua italiana.

La ripresa della poesia in idioma degli ultimi decenni del Novecento è un fenomeno spiegabile con la nuova alfabetizzazione di massa presso il ceto medio mediamente culturalizzato nel mentre che si assisteva ad un processo di impoverimento delle varietà dialettali e delle loro ricchezze lessematiche e fonologiche con corrispondente vertiginoso aumento della produzione lirica dilettantesca e strapaesana. Accade così un fatto singolare, che se nella prima metà del secolo molti poeti in idioma avevano cercato di attenuare le distanze rispetto all’italiano (emblematico il caso dell’impoverimento lessematico e fonologico del romanesco di Trilussa rispetto a quello del Belli), i poeti delle generazioni successive invece accentuano le distanze dalla lingua italiana, si rivolgono a idiomi dialettali tanto più periferici quanto meglio, tentano di fondare un linguaggio originario, arcaico, primigenio sfruttandone le risorse fonetiche e tono simboliche (il casarsese di Pasolini, il tursitano di Albino Pierro, il siciliano di Ignazio Buttitta), fino ai limiti estremi di incomprensibilità di moltissimi poeti in idioma di oggi. Avviene così un fenomeno paradossale, che mentre i dialetti tendono a scomparire nelle abitudini dei parlanti, si verifica una crescita a dismisura della produzione poetica in idioma come resistenza al monolinguismo e al conformismo della poesia in italiano della tradizione letteraria e all’italiano stereotipato della comunicazione telematica. È in questo contesto storico culturale che ha luogo la poesia in dialetto calabrese di Giuseppe Gallo, la forma metrica è la sestina con rime alterne e baciate.

Si ha la sensazione, leggendo questo poeta, di trovarci davanti ad una lingua urdu che ci parla di un mondo di ottomila anni fa, di un mondo patriarcale, di una civiltà contadina pagana e stregonesca insieme. Bisogna leggere questo poema come un lungo epinicio verso una civiltà sconfitta e scomparsa. Un canto di lutto, dunque.

(Giorgio Linguaglossa)

Gif paesaggio onirico

Vorisse pe’ mmu tiegnu nu panaru
cupu e cchjù fuondu de na menzalora
ed intra mu vi jiettu ogni palora
chi cca sucai de quandu m’addhattaru

Dichiarazione di intenti di Giuseppe Gallo

In questi ultimi tempi, alcuni poeti per rammentarci la condizione della poesia contemporanea e per ricalcare la necessità di badare bene a quali materiali fare ricorso per non ricadere, ancora nel soggettivismo, nel lirismo, nell’eufonia, ecc., hanno evocato la Venere Callipigia, riprodotta in cemento da Pistoletto, nel 1967, e diventata un’ icona. La Venere, simbolo della bellezza, volgendo le spalle al pubblico adocchia ironica, ai suoi piedi, un caotico accumulo di panni, richiamo al consumismo della società contemporanea. Questa Venere riassumerebbe l’urgenza inderogabile che l’arte ritorni a confrontarsi con la vita e con le sue frenetiche e contraddittorie e ambigue trasformazioni, con ciò che ha prodotto: scampoli, stracci, residui! Accanto a questa interpretazione a me piacerebbe accostarne un’altra… l’opera di Pistoletto evidenzia le spoglie, i lacerti e i rimasugli che sciabordano sulle battigie del Mediterraneo, tutto ciò che resta di chi ha attraversato quel mare, “… da cui vergine nacque / Venere” e che ora, diventato palus putredinis, si impregna di disperazione e sofferenze. Ricordate la “Profezia” del Pasolini di “Il libro delle croci”? (P.P. Pasolini, Poesia in forma di rosa, Garzanti, 1964, pp. 93-99)

Era nel mondo un figlio
e un giorno andò in Calabria:
……………………………..
Alì dagli occhi azzurri
uno dei tanti figli di figli,
scenderà da Algeri, su navi
a vela e a remi. Saranno
con lui migliaia di uomini
………………………….
Sbarcheranno a Crotone o a Palmi,
a milioni, vestiti di stracci
asiatici, e di camicie americane.
Subito i Calabresi diranno,
come malandrini a malandrini:
«Ecco i vecchi fratelli,
coi figli e il pane e formaggio!»
Da Crotone o Palmi, saliranno
a Napoli, e da lì a Barcellona,
…………………………………..
andranno come zingari
su verso l’Ovest e il Nord
con le bandire rosse

Eravamo nel primo quinquennio degli anni ’60 e Pasolini aveva profetizzato: questa parte meridionale dell’Occidente non sarà più come prima! Africani e calabresi, da vecchi fratelli, condividendo lo stesso pane e lo stesso formaggio, andranno come zingari, verso l’Ovest e il Nord, a sventolare le bandiere rosse della nuova storia…

Nel 1964 di Pasolini avevo 14 anni, nel 1967 di Pistoletto 17, e i miei paesani, i miei fratelli, mio padre e mia madre, anche senza la compagnia degli algerini, erano già sulle strade del mondo e, come loro, altre migliaia di calabresi, da un decennio circa. Nel Meridione non si respirava. Alle diaspore dell’Ottocento e dei primi anni del Novecento ne seguivano altre. E se prima il mondo meridionale riusciva a ricomporsi e a ritrovare un equilibrio fra partenze e ritorni, dopo gli anni ’50 quell’instabilità si è frantumata; quella civiltà si è disintegrata, quel territorio geografico, spirituale e linguistico non ha retto più! Afferma ancora Pasolini:

        Tre millenni svanirono
non tre secoli, non tre anni, e si sentiva di nuovo nell’aria malarica
l’attesa dei coloni greci. Ah, per quanto ancora, operaio di Milano,
lotterai solo per il salario? Non lo vedi come questi qui ti venerano.
Quasi come un padrone (cit. pag. 95)                                                                          

L’ipotesi gramsciana della pari dignità tra la classe operaia del Nord e ceti contadini del Sud smottava, cominciava a evidenziarsi e a solidificarsi quel bisogno di salario e di consumo in cui il Meridione si schiavizzava già dai primi anni del ’50. Ecco la nuova inclinazione, il nuovo pendio del franamento: all’originale sole del Sud si sovrapponeva e si sostituiva il “meraviglioso sole del Nord”. Ed io che seppellivo quotidianamente la dolorosa acredine delle separazioni e dei distacchi, la solitudine della coscienza nella precarietà dell’esistenza, la selvaggia fraternità del sangue e dei legami familiari, cominciai a sbirciare nei “porcili senza porci”, sulle “radure color delle feci”, sulle case dirupate dai terremoti e svuotate dall’indigenza, “tra frigorifero e televisione”, nei miei stessi occhi e negli sguardi di chi mi guardava e vi trovai la presenza della morte e della dissoluzione, la ferocia e l’indelebile dolcezza degli uomini e delle donne, lo slancio vitale e l’esaltazione vigorosa o mortifera della natura. In una poesia giovanile urlavo al mondo e a me stesso:

Dimenticare ogni albero
di questa foresta
per liberarci dalla condanna degli avi!

 Dimenticarci di tutto e di tutti… e seppellire il passato. Ma non poteva accadere e infatti non è accaduto. Non si possono “tranciare di netto le proprie radici solo perché si vuole inseguire il fantasma di una utopia rivoluzionaria, senza radici siamo foglie inaridite, rami secchi” su cui vagano soltanto le formiche e su cui si riversano le ombre dei morti. Degli uccisi e degli uccisori. Lo ricordava bene Carlo Levi attraverso “lu campusantaru”, il custode del cimitero di Gagliano: “Il paese è fatto delle ossa dei morti!” È realtà o metafora?  I nostri paesi sono fondati, costruiti, impastati e mantenuti ancora in piedi dalle ossa dei nostri morti. Le ossa di ieri non sono altro che “gli stracci asiatici e le camicie americane”, di Pasolini e di Pistoletto di oggi.

E tra quegli stracci, a ben rovistare, ci stanno ancora i flatus voci, i mugolii e i singhiozzi, le imprecazioni e tutto ciò che era stato parola. E, ancora, in un vaneggiamento giovanile, questa volta in dialetto, mi ponevo il problema: che farne delle parole antiche in cui sentivo l’amaro del chinino, di quel chinino che i governi Giolitti avevano fatto ingoiare ai miei genitori per sconfiggere l’endemica malaria? Perché quelle parole gravavano sulle mie e sulle altrui spalle come un peso, come una macina di mulino che mi affondava, come un richiamo fatale che mi risucchiava negli echi dei secoli trascorsi. La mia risposta? Avere un paniere, cavo e capiente, e andare in giro a raccoglierle e poi bruciarle “nta lu mundizzaru”, nell’immondezzaio! Soltanto così, pensavo, sarei ritornato a confrontarmi “cu lli vivi”, con i viventi, piuttosto che rimanere ingessato e impagliato nelle larve degli avi!

Vorisse pe’ mmu tiegnu nu panaru
cupu e cchjù fuondu de na menzalora
ed intra mu vi jiettu ogni palora
chi cca sucai de quandu m’addhattaru.

Vorrei possedere un paniere
cavo e più profondo di mezzo tomolo
ed entro buttarvi tutte le parole
che qui ho succhiato da quando mi hanno allattato.

mariella-colonna-paesaggio-realismo-magico2

Mariella Colonna, pittura, Realismo magico

 Questa la mia illusione! Distruggere tutto! Anche il gergo dialettale che mi turbava perché simbolo di sottomissione. E poi? Qualcosa sarebbe sorto e rinato! Bastava solo attendere… e attendere…

“Bubbole!” avrebbe risposto l’Ungaretti interventista dopo gli anni di trincea.                  

“… pareva che la guerra s’imponesse per eliminare finalmente la guerra. Erano bubbole, ma a volte gli uomini si illudono e si mettono in fila dietro alle bubbole.” (G. Ungaretti, Poesie, Ed. Corriere della Sera,, pag. 273)

Anch’io, come tanti altri giovani, mi ero messo in fila dietro alle “novissime” bubbole provocando un corto circuito fra la contemporaneità e il passato, fra i giovani e i vecchi. D’altronde tutti noi, chi più chi meno, abbiamo tentato di “uccidere” i nostri padri per sottrarci al loro controllo, per prendere il loro posto e per individuare noi stessi come soggetti su cui costruire un mondo nuovo…

purtroppo abbiamo fallito. Non ci siamo riusciti e in questa “vacatio” di salvezza ci siamo ridotti a vivere come esiliati, senza suolo e senz’anima, senza lingua e senza parole… non dovevamo uccidere i nostri padri, ma andare alla loro ricerca, non dovevamo cancellarli e annullarli perché antiquati e reazionari, ma collegarci alle loro speranze, alle loro fatiche, alle loro radici. Ricordate il giovane Telemaco? Ebbene, invece di affrontare i rischi di una navigazione incerta per incontrare questi padri ingobbiti in qualche luogo ignoto, abbiamo preferito sopravvivere a noi stessi, chiusi e piantati nella supponenza maledicendo la loro ignoranza e la loro atavica ottusità. Dovevamo, invece, cercarli questi padri: assalire il mondo, ma ancorati alle loro braccia. Abbiamo voluto essere figli senza progenitori ed oggi ne paghiamo le conseguenze.

Corrado Alvaro, nel 1930, in relazione al romanzo Gente d’Aspromonte affermava che la “nostra civiltà contadina era destinata a frantumarsi sotto la spinta del progresso nazionale…ma di questo mondo in disfacimento era necessario conservarne la memoria…”. Conservarne la memoria! Certo! Ma non basta. La memoria non è una foto ingrigita dal tempo da riguardare ogni qualvolta si voglia evocare il passato… che valore ha la rimembranza se questa non entra a far parte della nostra esistenza e della nostra storia individuale e collettiva? Storia! Ecco la chiave.

Ma Storia in che senso? Come “historia rerum gestarum”? Come “storia monumentale”? Come “storia antiquaria”? No! Avvicinandomi alla carne, alle parole e ai gesti della mia gente, a me è stato più facile considerare la Storia come “Memoria collettiva della quotidianità”, come affermava magnificamente Ferrarotti nel saggio Storia e storie di vita ( pag. 13, Laterza, Bari, 1981). E quindi come coscienza critica del presente e del passato e “come premessa operativa per il futuro”. “…storia, affermava il filosofo  siciliano Bufalino, non è solo quella degli annali del sangue e della forza: bensì quella legata al luogo, all’ambiente fisico e umano in cui ciascuno di noi è stato educato. Storia è il gesto con cui s’intride il pane nella madia o si falcia il grano; storia è un nomignolo fulmineo, (Totu Lu Rizzu, tanto per citare un attore di Arringheide, un proverbio accattivante : Pàrica nci tagghjaru la vigna,) la sagoma di una tegola…” (Gesualdo Bufalino, Museo d’ombre, Bompiani, Ed. 2000, pp. 21, 22). Allora, questo è stato il mio intento: ricostruire la storia del paese e della comunità, del territorio d’origine e delle sue vicende esistenziali  sottolineando la loro ambigua e tragica “melodia quotidiana” elevandola, se possibile, ad un valore di carattere generale. Così, in modo spontaneo e senza forzature, tutti i miei momenti vissuti e tutti i momenti vissuti degli antenati “sono stati”, direbbe Calo Levi, “luoghi di vita” ed hanno contribuito a intessere una “foresta primitiva di ombre e di belve”, attraverso i frammenti della loro quotidianità, sempre in bilico, tra spaesamento e disordine, sotto l’imperversare delle lotte contro la fame, contro gli uomini e i santi, contro la natura e il destino, contro se stessi e gli altri. Ricordavo prima Corrado Alvaro. Ebbene, il suo paese natale, San Luca, è assimilabile al mio: San Pietro! I nostri luoghi sono e consistono perché qui tutti hanno un nome, un segno, un simbolo e solo qui sembra che sia possibile l’esistenza… l’altro mondo, quello esterno, lontano mille chilometri o cinque, è, invece, senza nome… è ostile, ha regole diverse; di quell’altro mondo non si sa niente… si preferisce ignorarlo… ha usi e costumi differenti e un linguaggio incomprensibile… si conferma, in ogni momento, l’assunto di Rohlfs: “La Calabria non costituisce né un’unità etnografica né un’unità linguistica” (G. Rohlfs, Nuovo dizionario dialettale…, Longo Editore, Ravenna 2010, pag. 10). In Calabria ciò che ci caratterizza non è la somiglianza, ma l’opposto. “In realtà mondi differenziati e comunicanti, complementari e opposti, coesistono… spesso all’interno di uno stesso spazio paesano. L’identità, nella società tradizionale, si è definita attorno a un luogo antropologico, non di rado in contrapposizione a un altro luogo, distante a volte soltanto centinaia di metri! I contrasti e le ostilità presenti in passato tra paesi limitrofi e  all’interno di una stessa comunità… segnalavano l’esperienza e il vissuto degli individui, dalla nascita alla morte” (V. Teti, Quel che resta, Donzelli Ed.,2017, pp, 124-25).

Ecco  l’altro tema del “poema”. La guerra che costituisce lo sfondo delle varie vicende si svolge all’interno di un territorio fisicamente ristretto, un angolo di Calabria, a ridosso delle colline, prospicienti il golfo di Lamezia. Tre paesi, tre comunità, tre appartenenze che, spesso e volentieri, si individuano in quanto differenti e contrapposti. Oggi quei confini geografici e spirituali non esistono più. “Si sono sfrangiati, dissolti, dilatati, dispersi” direbbe ancora Teti.  Quegli spazi antropologici che evocavano ciò che è stato, quello che era un mondo, oggi si presentano sotto la forma dei frammenti e degli stracci. Per cui memoria e linguaggio, tradizioni e usanze, luoghi e panorami sono solo e soltanto reliquie. Ed io, come tutti gli altri calabresi “pellegrini permanenti, erranti, sradicati”, mi porto sulle spalle, ‘na vièrtula, una bisaccia traboccante di reliquie e dentro ciò che rumoreggia di più è proprio la lingua. “Quello che resta” del dialetto. Se in Italia negli anni ’50 l’agricoltura impegnava il 42,6 degli occupati, in Calabria la percentuale era di gran lunga superiore, rasentando il 90%. Ciò significava anche analfabetismo di massa. Oggi sembra che quella eterogeneità dialettale di cui parlava Rohlfs si sia lievemente addomesticata, dando luogo a un processo di italianizzazione. E sembra anche che la lingua italiana, aulica e di manzoniana memoria, si sia regionalizzata. Ma nel momento in cui avviene questa trasformazione non si produce anche il sentore sempre crescente della diversità e della divergenza della parlata originale rispetto alla classificazione linguistica nazionale? Ricordate le feroci polemiche, ancora di Pasolini, contro quella stessa televisione che, unificando il Paese, da Nord a Sud, azzerava le differenze dei patrimoni linguistici regionali? Io mi sono trovato sul crinale della scelta tra italiano e dialetto perché sempre più percepivo che il mio linguaggio nativo era destinato al macero. Di fronte alla plateale anonimia “dell’unificazione idiomatica” portata avanti dalla lingua italiana io ho avvertito un tremore nelle carni. Così mi sono rattrappito in me stesso e ho guardato la realtà linguistica di quegli anni con occhi nuovi. Mentre prima avevo nutrito un atteggiamento di sudditanza e di sottile ostilità nei confronti del dialetto perché lo ritenevo inadeguato incapace di introdurci al progresso civile e sociale,  ora mi convincevo che non ci sarebbe stata né crescita, né affermazione dei diritti, né autonomia delle comunità locali se non riappropriandoci “del patrimonio storico locale” riutilizzando il dialetto. (Tullio De Mauro, Linguaggio e società nell’Italia di oggi, Ed. ERI, 1978, pag.150). Ormai mi era chiaro. Solo “salvando le parlate dialettali, riusciamo tutti a parlare italiano” (T. De Mauro, ivi, pag. 151).

Siamo arrivati alla fine. Arringheide è una metafora dell’esilio, dalla vita reale e dal linguaggio materno.

Un’ultima precisazione.

Se le parole,  e mi riferisco a quelle dell’italiano, non hanno in sé la capacità e la forza di introdurre o di perseguire un senso, perché, allora, chiedere alle stesse ciò che non possono più elargire? E perché arrischiare lo stesso tentativo con quelle dialettali? Forse perché esse sono il sostrato dentro cui abbiamo accumulato, in forme e gradi differenti, ciò che siamo stati, ciò che siamo e forse, ciò che immaginiamo di diventare: un’esperienza individuale, la mia; e un’esperienza collettiva, quella della comunità di appartenenza! Dice bene Giorgio Linguaglossa e riassumo «i linguaggi non fanno più testo, essi sono diventati zattere significazioniste che restano in auge fin quando producono segni adatti alla lallazione del “reale”»(L’Ombra delle Parole, rivista on line)  “Zattere” di Parole, sia italiane che gergali, assimilabili a reliquie, alle reliquie delle nostre radici, come orme di sopravvivenza, nonostante la distruzione. La lacerazione ci ha contagiato tutti, direttamente e indirettamente; il soggetto è frantumato e non può far altro che fluttuare come un’alga. “Stamani  mi sono disteso/ in un’urna d’acqua/ e come una reliquia/ ho riposato”  affermava l’Ungaretti dell’Isonzo  da allora la nostra condizione è quella della reliquia: senza sangue, senza vita e senza riposo: e, tuttavia, continuiamo a erodere del tempo, ad impossessarsene, a imporci come assenza e come presenza, come memoria del tutto e delle parti. Tutto si consuma, nulla resta, ma noi persistiamo ancora, non scompariamo del tutto… anche se la vita genera assenza e morte, l’uomo resiste e ritorna continuamente ad essere. Il soggetto ha un carattere doppio: morire e vivere! E perciò è soggetto, ma anche oggetto di se stesso! E la letteratura? E il linguaggio? E l’arte?

“Elevare l’oggetto corroso dal tempo a un’icona che resiste al tempo, o meglio, rendere la sua stessa caducità la forma del suo essere per sempre” (M. Recalcati, Il mistero delle cose,  Feltrinelli, 2016, pag. 38).

Questo è stato il mio tentativo! Riportare sulla scena della storia gli “scarti umani”, quelli che sono ammutoliti, gli scilinguati, e con essi i loro lacerti e i mugolii di una lingua esiliata nell’anonimia territoriale e spirituale di una cultura totalmente disfatta. I miei versi? Sepolcri!

Nullità! Ed intorno ad essi… “una danza di conigli” direbbe Montale! Forse sono stato anacronistico… ovvero “inattuale” e va bene! Lo ammetto! Mi conforta, però, quanto affermava il solito Nietzsche: “Ciò che è non storico e ciò che è storico sono ugualmente necessari per la salute di un individuo, di un popolo, di una civiltà.” (F. Nietzsche, Sull’utilità e il danno della storia, Adelphi, Mi,1974, pag. 95

Giuseppe Gallo.jpg

Giuseppe Gallo

Canto XXI

1) …………………………………..

2) Soltanto nella casupola di Germonda
splende, ancora acceso, il lume ad olio
perché il marito, appoggiato alla sponda del letto,
tentava di eliminare il cattivo odore
dei piedi e si detergeva con l’acqua
e ripuliva le unghie ad una ad una.

3) “Ah, la fortuna mia! Tutto il giorno
attraverso e mi lancio per le vie e le strade di pietra,
suono la tromba, perdo il fiato, urlo e torno indietro,
e corro per le salite e le discese!
Quanta suola consumo e quanta pelle lascio
andando dall’Ospedale alla Scalella!”

4) “E perché ti lamenti? Ma non ricordi
quando la sera noi inghiottivamo amaro?/….

5) …/ Perché non pensi, invece, agli altri
che hanno vuoti le casse e i recipienti di terracotta,
che mancano di pane, fichi e legna da ardere/…?

6) “Hai ragione! Però, ricordatelo…
che quando morivo di fame
io mi rimpinzavo facendo l’amore
e mi saziavo con i tuoi seni.
Ora, stanco morto, mi addormento continuamente
e non te lo metto più dentro, come allora!”

7) Giuseppina nel buio diventò rossa,
ma poi si pone di fronte al marito
e, avvelenata, si rivoltò contro:
“Perché non parli, almeno, più educato?
Infili, ti sazi… Caro il mio Vito,
rimani sempre un fesso! Per quant’è vero Dio!

8) Tu sai suonare solo questa trombetta
dove è sufficiente soffiare e poggiare le labbra con la bava,
ma tu moglie da te altro si aspetta
quando acconsente che tu la palpeggi.
Che dico… due carezze, un bacio,
una parola dolce e delicata…

9) Tu, invece, veloce veloce, ti svuoti
e buchi e penetri con la fantasia.
Mi lasci fredda e poi, per giunta, te ne vanti pure.
Povero scemo! Sei solo uno stupido
se credi che a Germonda fa piacere
quando si sente fottere in questo modo!”

10) Vito rimase interdetto. Il piede nell’acqua,
la mano che non andava su né giù /…
quando udì che qualcuno bussava al piano inferiore.

11) A quel rumore la moglie tace/…
Cambia colore anche il marito,
lascia il letto, svuota il bacile
e urla fuori: “Chi è?”, in preda alla rabbia.

12) “Sono Pasquale! Ho qualcosa da comunicarvi!/…

13) Aprì la porta, allora, Serratore
e si adombrò ancora di più nel viso
perché il cuore gli sobbalzò nel petto
quando di fronte a sé ritrovò
non quel Pasquale per come lo conosceva
ma un’ombra ricoperta di sporcizia. Continua a leggere

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POESIE IN DIALETTO NAPOLETANO di Annamaria De Pietro  Si vuo’ ‘o ciardino (Book, 2005 pp. 70 € 9) con una Nota esplicativa dell’autrice e un Commento di Giorgio Linguaglossa

A Rovato, nel castello Quistini, un giardino botanico di diecimila metri quadrati ospita Una collezione con oltre 1.500 varietà di rose

A Rovato, nel castello Quistini, un giardino botanico di diecimila metri quadrati ospita Una collezione con oltre 1.500 varietà di rose

Annamaria De Pietro è nata a Napoli, dove ha vissuto fino all’adolescenza, da padre napoletano e madre lombarda. Vive da tempo a Milano. Ha cominciato a scrivere non occasionalmente, ma sempre, in età matura. La sua prima pubblicazione in versi risale al 1997: Il nodo nell’inventario (Dominioni Editore, Como 1997). Sono seguiti Dubbi a Flora (Edizioni La Copia, Siena 2000), La madrevite (Manni, Lecce 2000), Venti fusioni a cera persa (Manni, Lecce 2002). Nel 2005 pubblica un libro in napoletano, Si vuo’ ‘o ciardino (Book Editore, 2005), col quale paga il suo tributo alla città d’origine, poco amata, mai più visitata. Nell’ottobre del 2012 esce Magdeburgo in Ratisbona (Milanocosa Edizioni, Milano, 2012). Ultima pubblicazione Rettangoli in cerca di un pi greco. Il Primo Libro delle Quartine (Marco Saya Edizioni, Milano 2015).

Commento di Giorgio Linguaglossa

Si vuo’ ‘o ciardino (Book Editore, 2005)

 È il più bel libro di poesia in dialetto che io abbia mai letto. E lo dico con piena consapevolezza, un autentico gioiello di poesia. Un hortus conclusus. Un luogo magico. Un luogo di endecasillabi sonori. Un «giardino» incantato. Il regno delle «rose». Rose che parlano, che cantano, che mormorano, che si innamorano, che interloquiscono con il «vento», che risponde; che interloquiscono anche con la luna e le stelle, che a loro volta interloquiscono con la rosa, insieme alla strega, che parlano con la pioggia, con l’inverno e con l’estate, con il «vecchio armato di cesoie» e con le melagrane, con i carbonai, con le ragazzine, le colombelle, con i «soldati davanti al generale», con il rosmarino, i lillà, i ciclamini, il sedano, la lavanda, le teste d’aglio, le margherite, i tulipani e le viole, e poi anche con l’insalata, con il prezzemolo, con la ruta e la maggiorana e la mimosa, con le fave, i lupini, i glicini. Un tourbillon di colori e profumi, di emozioni semantiche e iconiche espresso in una lingua delle fate scritta per gli elfi e le ninfe dei boschi, per le sirene del mare, una lingua felice, direi, appena al di qua dell’inautenticità del mondo, meravigliosamente sonora come un pianoforte a coda, dolce e festosa, ariosa e fragile come può esserlo un atto di magia, irripetibile nella sua inimitabile forma eventica.

Nel mezzo delle parole si fermò la parola. / Aveva passato una nottata di febbre, / la rosa, di sete e cenere, e lo diceva / a una bella famiglia di belle viole / che proprio allora dal sonno scendeva. (…) / Non sapevano le viole, non sapeva / la rosa che, né perché, quella nuova / febbre. Tu lo sai, bella figliola? / Se non lo sai te lo dico io: giorno entrava, / ché dal fogliame stava uscendo il sole – / e sarà questa l’ultima parola / fino a che il vetro corto non la trova.

annamaria de pietro copertinaNota di Annamaria De Pietro Il giardino – il mondo – il libro

Il 23 giugno 2004 è arrivato, non so come e perché, ‘O suonno. Mai prima la mia metà napoletana – la nascita, quindici anni di vita, mio padre – era diventata parola e rima. La metà tenuta fuori gioco; la lingua mai parlata, sempre ascoltata da lontano come una lingua d’altri, una lingua straniera, oggetto di curiosità (filologia) da una specola distante. Lingua di decisione, non di deriva; di cultura, non di natura. Fu l’italiano la lingua–filastrocca di metro smagliante, in bocca lombarda – mia madre.

Ma il 23 giugno, in obbedienza alla mal compresa idraulica delle cisterne, è arrivato ‘O suonno, e poi a cascata, in meno di due mesi, tutto il giardino. Detto in quella lingua di decisione, di cultura, povera per scarsezza di parole, mai arricchita da una continuità d’uso. E tale ho voluto che fosse, ho rifiutato il dizionario. Questo era il blocco, intero e stagno fuori della continuità del tempo.

Quella lingua di decisione ha voluto, straniera, essere naturalizzata entro una regolata, non spontanea pratica d’uso, e con testarda oltranza ha voluto voce per voce essere un giardino di rose; io ne ho accettato la volontà e il passo, e passo dopo passo ho voluto, con quella voce non mia che diventava formulandosi mia, ribadire un giardino di rose e cose, un giardino talmente fitto e concluso in se stesso da escludere per volontà sua, mia, ogni altra possibile cosa. E così, scrivendosi per decisione, il giardino si è rivelato il mondo, coltura orizzontale fonda alla sua proiezione verticale verso l’alto: il cielo degli astri, le infaticabili idrometeore, le vie del vento. E mi si è rivelato che non c’è mondo oltre il giardino – oltre al giardino. Che non c’è muro. Cosa potrebbe esserci oltre il muro? Regate sul fiume Oceano? un parcheggio? un luna park? Il muro è giardino, l’aria oltre il muro è giardino, il pensiero dell’aria oltre il muro è giardino.

L’esistenza del giardino è accertata dalle cose che lo abitano, e dai loro nomi. Ogni passo di rilevazione – ogni titolo – è il nome di una cosa (persona–cosa) preceduto dall’articolo: una schedatura; fa eccezione Maccarìa, che è uno stato intero del mondo – non si lascia mettere il sale sulla coda da un articolo.

E – così ho deciso – l’unico criterio onesto di schedatura del giardino–mondo, intricato, radicato, fiorente, discusso da pioggia e vento e luce e buio, indomabile, è l’ordine alfabetico dei titoli–cose–personae. Il giardino–mondo appare, non tenta giustificazioni, non si corregge, non si commenta nel tempo. Ma, luogo di se stesso, vuole – e così io voglio che sia – collocarsi dentro una forma di luogo. E allora il blocco delle comparse in ordine alfabetico si colloca fra due valve, queste sì decise per ordine e giustificate per senso: in apertura il testo triplice L’indiscreto – ‘A mascaturaLa serratura e il testo ‘O suonno; in chiusura il testo ‘A sunagliera e il testo duplice ‘A chiave. Parlamiento d’ ‘o ciardeniereLa chiave. Detto del giardiniere.

La forma del giardino–mondo è la forma di un libro: la serie, contemporanea a sé in un blocco coeso di titoli ordinati secondo le lettere, sta chiusa fra le quattro pagine di copertina, pagine di statuto diverso, pagine funzionali. E a ciascuno dei due limiti esterni, sinistro e destro, sta un testo in italiano, la lingua di natura, quella che garantisce ammaestra e regola. L’astuccio.

annamaria de pietro

annamaria de pietro

Dentro, alle cose–personae del giardino–mondo piace parlare, l’una all’altra. Piace, spiace. Entro il magistero pungente a forza viva della grammatica – il disegno geometrico a grammatura che all’infrascata concerta chi? Non il giardiniere, io credo. Il giardiniere non è un abitante del giardino; non è che un detto. Chi? Forse un rischioso passo d’incrocio fra il vento cui tu non fermi luogo e il furibondo rosso? Tutto sta dentro.

Ma ora dico: se il giardino è il mondo, la vita; e se il giardino è la forma del libro – se ne dovrà concludere che il libro è il mondo, la vita? No, ora dico: come tutte le leggi che regolano il metodo logico della relazione quotata per passi di asseverante intelligenza, anche la proprietà transitiva non vale in questa decisa, non decisa, e speciosa salita all’indietro fluida e intransitiva da libro a vita che è la cerca persa, il furto a perdere della scrittura.

Il giardino e il mondo, ciascuno in sé giardino e mondo, si vanno a trovare talvolta, fra loro parlando. E parlando possono assomigliarsi, di fronte, a fronte, nella foglia dello specchio infedele che si chiama libro. Nelle sue foglie, se nome fedele è il verde?

O suonno

Pe ccopp’a sta fenesta vanno ‘e rrose.
Una nun vire. Ma a qqua’ parte è gghiuta?
– straccianno ‘a parte a pparte ‘o velo ‘e sposa
cu ‘e spine stesse d’ ‘a fronna ca saluta.

Maggio fernesce ‘e juorne, e ss’arreposa
a ffianco ê ggrare ca saglieno ‘a sagliuta
pe qquant’è llonga chell’attussecosa
scalinata, longa n’anno, e pperduta.

Spezza cu ‘e riente està ‘e spighe siccate,
spanne chiuvenno vierno ‘e panne ‘nfuse,
‘o mese curto nun ghienche ‘a mesata –

se rorme maggio, e vvuie nunn ‘o scetate,
mise, cu ‘e zuóccule. Forse, porta ‘nchiusa
‘o suonno ‘e maggio ‘a rosa – chella, o n’ata.

IL SONNO [IL SOGNO]. Tutt’attorno a quella finestra vanno le rose. / Una non vedi. Ma da che parte è andata? / – strappando da parte a parte il velo di sposa / con le spine stesse della fronda che saluta.
Maggio esaurisce i giorni, e si riposa / accanto alla scala che sale la salita / per quanto è lunga quella velenosa / scalinata, lunga un anno, e perduta.
Spezza coi denti estate le spighe seccate, / stende piovendo verno i panni bagnati, / il mese corto non completa il mese [non paga tutto il mensile] –
si dorme maggio, e voi non lo svegliate, / mesi, con gli zoccoli. Forse, porta chiusa [in sé] / il sonno [il sogno] di maggio la rosa – quella, o un’altra.

* * *

‘A lastra

Ricette ‘a rosa: – Nun me lassà sola, –
ô viento – pecché assai me fa paura. –
– Te fa paura? Chi, bbella figlióla? –
– ‘A luna, forse, quann’ ‘a notte scura,
ca va taglianno tutta ll’erba nova
e ppo’ ‘a scamazza cunnulianno ‘a sòla,
e a gghiuorno filo d’erba nun se trova.
‘E stelle, forse, ch’ ‘e ffrutte ammature
pognono cu ccient’aghe ‘e fierro e dd’oro
e int’ê scorze vacante fanno ll’ove.
Po’, â matina, me pare, jèsceno afora
nùreche ‘e sierpe – ma nunn è ssicuro.
‘O cielo, forse, ca ‘nzerra ‘a caióla
tutt’attuorn’a ll’aucielle cantature,
sbattenno a ssanghe ‘e scelle ‘nfacc’ê mure,
e scella e scella a vvolo curto vola
ca s’ha perduta ‘a chiave e ‘a mascatura.
‘A notte, forse, ch’è nnera figura.
Senz’ ‘e se fà capì move e nun move
‘e spiecchie ‘e ll’uocchie, e ‘a vocca a ddiente e mmole,
e ‘e mmane ‘e friddo pe ddint’ê llenzóle.
‘O viento, forse, ca mme straccia ‘o core
quanno passanno strilla e nnun se cura,
mariuolo, viento, ‘e m’arrubbà ll’addore
d’ ‘e ffronne meie, e i’ nun tengo ati pparole. –
– Io so’ ‘o viento, e pporto e sperdo ‘a notte nera,
e ‘a luna, e ‘e stelle, e ‘o cielo; io ‘e llumere
primm’appiccio e ppo’ stuto, ‘a legge, ‘a prova
d’ ‘o munno ca se fuje senza rummore.
Io te so’ ffrate e ttu mme si’ ssora,
io te so’ ppate e ttu mme si’ ccrïatura,
io te so’ sposo e ttu mme si’ mmugliera –
mariuole tutt’ ‘e dduie, vetriuolo e ffreva
ca s’arrobba ‘o ciardino, e ‘nchiova e schiova
chesta lastra ‘e bbucìe – ch’ê vvote chiove,
ê vvote pare ca sta ascenno ‘o sole. –

LA LASTRA. Disse la rosa: – Non lasciarmi sola, – / al vento – perché assai mi fa paura. – / – Ti fa paura? Chi, bella figliola? – / – La luna, forse, quando la notte imbruna, / che va tagliando tutta l’erba nuova / e poi la schiaccia dondolando la suola, / e a giorno filo d’erba non si trova. / Le stelle, forse, che la frutta matura / pungono con cento aghi di ferro e d’oro / e nelle bucce vuote fanno le uova. / Poi, alla mattina, mi pare, escono fuori / nodi di serpi – ma non è sicuro. / Il cielo, forse, che serra la gabbia / tutt’attorno agli uccelli canterini, / sbattendo a sangue le ali contro i muri, / e ala e ala a volo corto vola / ché si è perduta la chiave e la serratura. / La notte, forse, che è nera figura. / Senza farsi sorprendere muove e non muove / gli specchi degli occhi, e la bocca a denti e molari, / e le mani di freddo dentro le lenzuola. / Il vento, forse, che mi straccia il cuore / quando passando urla e non si cura, / ladro, vento, di rubarmi il profumo / dei miei petali, e io non ho altre parole. – / – Io sono il vento, e porto e sperdo la notte nera, / e la luna, e le stelle, e il cielo; io le lumiere / prima accendo e poi spengo, la legge, la prova / del mondo che si fugge senza rumore. / Io ti sono fratello e tu mi sei sorella, / io ti sono padre e tu mi sei figlia, / io ti sono sposo e tu mi sei moglie – / ladri tutti e due, vetriolo e febbre / che ruba il giardino, e inchioda e schioda / questa lastra di bugie – ché a volte piove, / a volte pare che stia uscendo il sole. –

* * *

‘A mùseca

Steva rint’ô ciardino na rosa a cciente fronne.
‘O viento a ffronna a ffronna ‘a vulette tuccà,
e ccu ccinquanta vocche ‘a rosa ll’arrisponne:
sient’ ‘o viento sunà, sient’ ‘a rosa cantà.

Tantu chiano sunavano e ccantavano, e ll’està
tantu chiano tremmava ‘a funtana a onna a onna,
c’ ’a rosa e ‘o viento e ll’acqua, senz’ ‘e se nn’addunà,
chiano s’arrevutàjeno rint’ô lietto d’ ‘o suonno.

Senza rummore ‘o sole ascette p’ ‘o canciello
d’ ‘o muro d’ ‘o ciardino, comme sta zitta e vva
p’ ‘e cancielle ‘e campagna na fila ‘e pecurelle.

E ppo’ s’apprisentàjeno ‘a luna e ttutt’ ‘e stelle,
ma cu ‘e llumère vasce, e ccantavano ‘a nonna.
Ll’aucielle s’addurmètteno sunnanno sott’â scella.

LA MUSICA. Stava dentro il giardino una rosa centifolia. / Il vento a petalo a petalo la volle toccare, / e con cinquanta bocche la rosa gli risponde: / senti il vento suonare, senti la rosa cantare.
Tanto piano suonavano e cantavano, e l’estate / tanto piano tremava la fontana a onda a onda, / che la rosa e il vento e l’acqua, senza accorgersene, / piano si rivoltarono dentro il letto del sonno.
Senza rumore il sole uscì per il cancello / del muro del giardino, come sta zitta e va / attraverso i cancelli di campagna una fila di pecorelle.
E poi si presentarono la luna e tutte le stelle, / ma con le luci basse, e cantavano la ninnananna. / Gli uccelli si addormentarono sognando sotto l’ala.
annamaria de pietro 2010 febb

annamaria de pietro 2010 febb

‘A notte

‘O cielo se fujeva a onne e a onne
perdenno nu specchietto a ogne ffuntana,
acqua int’a n’acqua sempe cchiù lluntana.
‘A notte fuie na rosa senza fronne.

LA NOTTE. Il cielo si fuggiva a onde e a onde / perdendo uno specchietto a ogni fontana, / acqua in un’acqua sempre più lontana. / La notte fu una rosa senza petali.

* * *

A strega

Chiove e cchiove e cchiuvenno chiove, e mmanco
‘e na cràstula ‘e specchio ll’aria è asciutta,
chiove pe ttutt’ ‘o ciardino e ppe ttutta
ll’aria scomma nu sciummo friddo e gghianco.

Chiove pe ccoppa e ppe ssotto e ppe ffianco,
pe stuorto e ppe dderitto, chiove bbrutto,
comme si ‘o cielo se chiagnesse a llutto
e nnun sapesse d’addo’ chiove ‘o chianto.

Chiove int’ê ffrasche e ê ffronne ‘o viento, ‘o schianto
‘e na trubbéa c’have stracciato e rrutto
ll’albere ‘e vele ‘e na varca vacante.

Na rosa streppata d’ ‘o viento na chianta
‘e rosa chiagne, e cchiove, e cchiagne, e allucca
comm’a na strega c’ha perduto ‘o guanto.

LA STREGA. Piove e piove e piovendo piove, e neanche / di una scheggia di specchio l’aria è asciutta, / piove per tutto il giardino e per tutta / l’aria schiuma un fiume freddo e bianco.
Piove per sopra e per sotto e per fianco, / per storto e per diritto, piove brutto, / come se il cielo si piangesse a lutto / e non sapesse da dove piova il pianto.
Piove nelle frasche e nelle fronde il vento, lo schianto / di una bufera che ha stracciato e rotto / gli alberi di vele di una barca vuota.
Una rosa strappata dal vento una pianta / di rosa piange, e piove, e piange, e urla / come una strega che ha perduto il guanto.

* * *

‘E ccarte

Fronne ‘e parole screvette ‘a rosa ingrese
rint’ô ciardino pe ll’uocchie d’ ‘e rrose
primmavera e staggione, ‘e tenta ‘e rosa
p’ ‘a tenta ‘e russo d’ ‘e rrose d’ ‘o paese,
e ccheste a cchella – ‘o ciardino è ccurtese.
Ma rint’ê ccarte nun stevano cose,
sulo nu filo ca nun conta e ccóse,
nu cirro ‘e gnostia a rriccio ca nun pesa.
Stracciava ‘o viento ‘e ccarte a mmese a mmese,
‘a filigrana stracciava ‘a mimosa,
scardava ‘a trezza ‘a figura annascosa
‘e nu ciardino zingaro e ffurese.
Venette vierno, ca se pava ‘e spese.
Tutt’ ‘e ccarte pe vvierno so’ pprezziose,
e ttutt’ ‘e mmette int’â canesta ‘nfosa
a una manèra, strelline e tturnese –
e cc’ ‘a stessa valanza tutt’ ‘e ppesa,
e ddint’â stessa cascia tutt’ ‘e pposa.
Stateve zitte, è vvierno, bbelli rrose,
ca zittu zitto ‘e notte scenne ‘a scesa.

LE CARTE. Petali di parole scrisse la rosa inglese / nel giardino per gli occhi delle rose / primavera ed estate, di tinta di rosa / per la tinta di rosso delle rose del paese, / e queste a quella – il giardino è cortese. / Ma nelle carte non stavano cose, / soltanto un filo che non conta e cuce, / un cirro d’inchiostro a riccio che non pesa. / Strappava il vento le carte a mese a mese, / la filigrana strappava la mimosa, / scioglieva la treccia la figura nascosta / di un giardino zingaro e forese. / Venne verno, che recupera le spese. / Tutte le carte per verno sono preziose, / e tutte le mette nella cesta bagnata / allo stesso modo, sterline e tornesi – / e con la stessa bilancia tutte le pesa, / e nella stessa cassa tutte le posa. / State zitte, è verno, belle rose, / che in silenzio di notte scende la discesa.

* * *

‘E ffronne

‘O tiempo se sfrunnàie: vierno veneva.
E ppassanno sfrunnava cu ddoie mane
‘e rrose, e sse purtava int’ô lluntano
ll’ogne d’ ‘o rrusso pe ddà sanghe â neve.

LE FRONDE. Il tempo si sfrondò: verno veniva. / E passando sfrondava con due mani / le rose, e si portava nel lontano / le unghie del rosso per dar sangue alla neve.

* * *

‘E guante

– I’ vurrìa veré ‘a neve. Aggio saputo
ch’è ttutto nu ciardino ‘e rose janche
strette strette p’ ‘o friddo e ssenza fronne, –
ricette ‘a rosa – e a ttaglie nun se leva. –

– I’ vurrìa veré ‘a rosa. – s’arrisponne
‘a neve. – È nneve rossa, è nu velluto
russo tagliato a ffronne, e spaso a vvranche,
aggio saputo, e abbrucia comm’â freva. –

A ll’una e a ll’ata autunno steva a ffianco
‘mmiez’a nu viento ‘e fronne ‘e vite a onne,
e ll’uno e ll’atu guanto ‘eva perduto.
Ll’ammore è ‘a rosa, ll’ammore è ‘a neve.

I GUANTI. – Io vorrei vedere la neve. Ho saputo / che è tutto un giardino di rose bianche / strette strette per il freddo e senza petali, – / disse la rosa – e a tagli non si leva. –
– Io vorrei vedere la rosa. – si risponde / la neve. – È neve rossa, è un velluto / rosso tagliato a petali, e sparso a manciate, / ho saputo, e brucia come la febbre. –
All’una e all’altra autunno stava al fianco / in mezzo a un vento di foglie di vite a onde, / e l’uno e l’altro guanto aveva perduto. / L’amore è la rosa, l’amore è la neve.

Annamaria de Pietro CoverO cappiello

Teneva nu cappiello a ppenne ‘e starna
ch’ ‘eva acciso cu ‘e pprete aret’ô muro,
ma nun pe ss’arrustì cu ‘e llegne ‘e ccarne,
sulo pecché teneva ‘o core scuro
e lle piaceva ‘a morte.

‘A starna ll’ ’eva jettata fredda e ccrura
rint’a na cava ‘e prete, ll’ogne a rriccio,
‘o vrito ‘e ll’uocchie na mana ‘e pittura,
‘a cora secca nu muzzone ‘e miccio,
‘e scelle troppo corte.

‘E ppenne ll’ ‘eva mise pe ccrapiccio
attuorn’a nu cappiello ‘e lana vecchia,
ca mo’ lle pare ca vola e ss’appiccia
si ‘a copp’â spalla p’ ‘a smerza se specchia
a gguardature storte.

E ‘a vo’ int’ô specchio p’ ‘a deretta â recchia
na rosa a ccinche fronne c’ ‘a furesta
e mmaggio a ll’ombra ggià smerza e apparecchia
si corre ampress’ampressa e nnun s’arresta
‘mmiez’ê spiecchie d’ ‘e pporte.

Na rosa viva comm’a na tempesta
‘ncopp’a stu mare sicco ‘e fronne ‘e lana
e spìngule, na campanella ‘e festa
rossa comm’a na vocca ‘e melagrana
ca sona a ggrana forte –

e vvo’ c’ ‘o rrusso sona ‘o rrusso e ssana
stu cappelluccio ‘e cennere. Ma ‘a rosa
è ll’ombra ‘e maggio, ‘a furesta è lluntana,
nisciunu specchio ‘a rosa e ‘a morte sposa.
Nun smerza ‘e spiecchie ‘a sciorte.

IL CAPPELLO. Aveva un cappello a penne di starna / che aveva ucciso con le pietre dietro il muro, / ma non per arrostirsi con la legna le carni, / solo perché aveva il cuore scuro / e gli piaceva la morte.
La starna l’aveva gettata fredda e cruda / dentro a una cava di pietre, le unghie a riccio, / il vetro degli occhi una mano di pittura, / la coda secca un mozzicone di stoppa, / le ali troppo corte.
Le penne le aveva messe per capriccio / attorno ad un cappello di lana vecchia, / che ora gli pare che voli e si accenda / se da sopra alla spalla a rovescio si specchia / a sguardi storti.
E la vuole nello specchio per dritto all’orecchia / una rosa a cinque petali che la foresta / e maggio all’ombra già rovescia e apparecchia / se corre in fretta in fretta e non si arresta / in mezzo agli specchi delle porte.
Una rosa viva come una tempesta / sopra quel mare secco di foglie di lana / e spilli, una campanella di festa / rossa come una bocca di melagrana / che suona a grana forte –
e vuole che il rosso suoni il rosso e sani / quel cappelluccio di cenere. Ma la rosa / è l’ombra di maggio, la foresta è lontana, / nessuno specchio la rosa e la morte sposa. / Non rovescia gli specchi la sorte.

* * *

‘O fummo

Vène pe vvierno a strisce d’aria ‘o fummo
rint’ô ciardino ca fuie ‘a casa d’ ‘a rosa –
maggio fujette fin’â casa d’ ‘a morte
pe na via longa fatta ‘e fummo e dd’aria
larga ‘e feneste aperte a ll’aria ‘e vierno,
e pp’ ‘e ffeneste spia ‘o ciardino maggio.

A ll’ata parte ‘e ll’aria guarda maggio
‘o ciardino p’ ‘a cennere d’ ‘o fummo
c’ ‘a nu fuoco ‘e gravune spanne vierno.
Rint’ê ggravune na semmente ‘e rosa
chianu chiano schiuppanno appiccia ll’aria,
fa ‘o viento c’ ‘o ventaglio ‘e penne ‘a morte.

Ma nun s’ ‘e scarfa d’ ‘o ffriddo d’ ‘a morte
ll’osse ‘e lignamme niro e ssicco maggio,
ca passa ‘o viento pe sta casa d’aria,
nu viento apierto chino ‘e fronne e ‘e fummo
c’a ffreva lenta coce ‘e ffronne ‘e rosa
‘nterr’ô ciardino apierto ô viento ‘e vierno.

Guarda ‘o fummo ca vola zitto vierno,
move e nun move ‘o fummo zitta ‘a morte,
aràpe e cchiure ll’uocchie zitta ‘a rosa
‘e vrace, e gguarda ‘o rrusso zitto maggio.
Pe ttutta ll’aria more e nnasce ‘o fummo
e ttrase e gghiesce p’ ‘e ffeneste d’aria.

Sta ‘e casa ‘o fummo int’a stu specchio d’aria
c’a strisce ‘e viento specchia ‘a faccia ‘e vierno
vicin’ô ffuoco guardanno zitto ‘o fummo
comm’a nu viecchio ca se penza ‘a morte,
guardanno rint’ô specchio ‘a faccia ‘e maggio
ca rint’ô specchio ‘e vrace guarda ‘a rosa.

Pe ‘mmiez’â cennere e â vrace guarda ‘a rosa
‘a faccia ‘e vierno ê llastre roppie ‘e ll’aria,
e â lastra smerza vére ‘a faccia ‘e maggio
c’â bbucìa ‘e ll’aria pare ‘o figlio ‘e vierno –
crïatura e vviento int’â casa d’ ‘a morte,
‘a morte ca se fuje persa c’ ‘o fummo.

È ccosa ‘e fummo ‘o nùreco ‘e vierno –
cu ‘e ddete ‘a morte ‘o sbroglia a strisce d’aria –
striscia pe striscia maggio ‘ntrezza ‘a rosa.

IL FUMO. Viene per verno a striscie d’aria il fumo / dentro il giardino che fu la casa della rosa – / maggio fuggì fino alla casa della morte / per una via lunga fatta di fumo e d’aria / larga di finestre aperte all’aria di verno, / e alle finestre spia il giardino maggio.
All’altra parte dell’aria guarda maggio / il giardino attraverso la cenere del fumo / che da un fuoco di carboni sparge verno. / Dentro i carboni una semente di rosa / piano piano sbocciando accende l’aria, / fa il vento col ventaglio di penne la morte.
Ma non se le riscalda dal freddo della morte / le ossa di legno nero e secco maggio, / ché passa il vento per quella casa d’aria, / un vento aperto pieno di foglie e di fumo / che a febbre lenta cuoce i petali di rosa / dentro il giardino aperto al vento di verno.
Guarda il fumo che vola zitto verno, /muove e non muove il fumo zitta la morte, / apre e chiude gli occhi zitta la rosa / di brace, e guarda il rosso zitto maggio. / Per tutta l’aria muore e nasce il fumo / ed entra ed esce per le finestre d’aria.
Abita il fumo in quello specchio d’aria / che a strisce di vento specchia il volto di verno / accanto al fuoco guardando [che guarda] zitto il fumo / come un vecchio che si pensa la morte, / guardando [che guarda] nello specchio il volto di maggio / che nello specchio di brace guarda la rosa.
Fra la cenere e la brace guarda la rosa / il volto di verno ai vetri doppi dell’aria, / e al vetro rovescio vede il volto di maggio / che alla bugia dell’aria sembra il figlio di verno – / bambino e vento nella casa della morte, / la morte che si fugge persa col fumo.
Non è che fumo il nodo di verno – / con le dita la morte lo scioglie a strisce d’aria – / striscia per striscia maggio intreccia la rosa.

* * *

‘A sunagliera

Si vuo’ ‘o ciardino tècchet’ ‘o ciardino,
si nunn ‘o vuo’ i’ nun tengo ati ccose
‘a quanno ll’aria d’ ‘e ssemmente ‘e rosa
sbacantàie tutt’ ‘o cuoppo a vvolo chino.

Criscette senza legge e ssenza fine
pe ttutte parte aro’ ll’uocchio se posa
na villa, na furesta, na scugliosa
onna d’èvera ‘e mare a na marina.

E ppe ttutto stu vverde sta annascosa
na sunagliera ‘e rose e spine fine
ca strilla forte ‘o rrusso, e qquaccheccosa.

I’ mo’ nun saccio ‘mmiez’ê rrose e ê spine
truvà na via ca sbroglia sta ‘ntricosa
felicità. M’ ‘o ‘mpare tu ‘o ciardino?

LA SONAGLIERA. Se vuoi il giardino eccoti il giardino, / se non lo vuoi io non ho altro / da quando l’aria delle sementi di rosa / svuotò tutto il cartoccio a volo pieno.
Crebbe senza legge e senza fine / da ogni parte ove l’occhio si posa / un parco, una foresta, una scogliosa / onda di alghe a una marina.
E per tutto quel verde sta nascosta / una sonagliera di rose e spine fine / che urla forte il rosso, e qualche cosa.
Io ora non so fra le rose e le spine / trovare una via che sbrogli questa indiscreta / felicità. Me lo insegni tu il giardino?
  1. D. P.

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