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Francesca Lo Bue – Poesie scelte da  Itinerari/Itinerarios (Dante Alighieri editrice, 2017) con un Commento critico di Giorgio Linguaglossa

bello eidetica

[Eidetica] Esto fue cuando llegó la desolación, / cuando el ángel de la vigilia se detuvo en la yerma altura, / en las puertas tenebrosas de la pre-muerte

Francesca Lo Bue, nasce a Lercara Friddi (PA). In Argentina compie tutti i suoi studi fino alla laurea in Lettere e Filosofia presso l’Università Nazionale di Cuyo di Mendoza. Vince una borsa di studio del Ministero degli Affari Esteri italiano, con il saggio Lirismo y Metafisica en Giacomo Leopardi. Sotto la guida del Professor Aurelio Roncaglia si specializza in Filologia Romanza presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Ha curato diversi studi letterari sia in italiano che in lingua spagnola. Ha pubblicato la raccolta di poesie in lingua spagnola Por la Palabra, la Emoción, Edizione Belgeuse Grupo Editorial, Madrid 2009; in Argentina il romanzo di viaggio Pedro Marciano, Ex Libris Editorial, Mendoza; in Italia la raccolta bilingue italiano – spagnolo Non te ne sei mai andato (Nada se ha ido), Edizioni Progetto Cultura 2003 s.r.l., Roma 2009; L’Emozione nella Parola (Por la palabra, la emoción), Edizioni Progetto Cultura 2003 s.r.l., Roma 2010; Moiras, Edizione Scienze e Lettere, Bardi editore, Roma 2012; Il Libro Errante, Edizioni Nuova Cultura, Roma 2013; El libro errante, Edizioni Progetto Cultura, Roma 2013; Itinerari (Itinerarios), Società Editrice Dante Alighieri, Roma 2017.

bello angelo androgino

Fremono gli angeli interrati e sono rossi gli araldi rauchi – La luciérnaga aletea hacia el horizonte de los huesos

Commento critico di Giorgio Linguaglossa

Stavo pensando ad esempio alla grande differenza lessicale e stilistica tra la poesia di Alberto Bevilacqua e quella di una poetessa di lingua spagnola che vive qui a Roma, Francesca Lo Bue, che ho presentato qui a Roma il 26 gennaio in piazza Augusto Imperatore, 4 sede della FUIS. Francesca usa un sistema di fraseologie che, ad esempio, un poeta italiano come Alberto Bevilacqua non userebbe mai neanche sotto tortura, ma Francesca usa quel sistema alla maniera della tradizione della poesia di lingua spagnola e dell’America latina, quella è la sua patria, quello è il suo mare linguistico…

Una poesia che si basa sull’utilizzo della catacresi, che in soldoni è una metafora forzata, ma le catacresi hanno bisogno di altre catacresi per sostenersi, sono come un castello di carte, devono stare appoggiate l’una sull’altra per vincere il peso della gravità e sostenersi da sé; di solito vogliono una dizione nominale, vogliono essere nominate in terza persona, prediligono l’uso dell’attante astratto. E che cos’è l’astratto? Nient’altro che una proposizione alla quale abbiamo tolto il soggetto agente.

Ad esempio, le parole finali di ciascun verso della seconda poesia sono molto significative: «radici», «piedi», «alberi», «sole», «cielo», «luna»… significative ed emblematiche perché serventi ad indicare il moto verticale ascensionale che va dalla «terra» al «cielo». È ovvio che qui si tratta di una poesia che tende al metafisico…

Che cos’è un «itinerario»? è un percorso nell’ignoto, una strada interrotta, perché, come dice Nietzsche: «le strade verso la verità sono sentieri interrotti». Pensare ad un «itinerario» che si inoltra attraverso l’ignoto è pensare il sempre uguale, gli infiniti determinati che fondano la nostra esistenza, e cosa c’è di più che pensare gli infiniti determinati, le infinite unità, perché, come scrive Andrea Emo: «l’Uno è il numero più plurale di tutti gli altri… (che) infinite sono le unità… (e che) le unità sono ciò che vi è di più plurimo (Q. 348, 1972) non si può non riconoscere che proprio nel passato… è l’unica sede dell’assoluto… (ché) il passato e la memoria sono il regno di Dio… e (solo) nel passato si manifesta l’assoluto che siamo » (Quaderno 348, 1972. Citato da Massimo Donà, L’aporia del fondamento, Milano, Mimesis, 2010 p.17).

Del resto, ogni poesia che abbia tensione metafisica non può che adottare l’unità a fondamento del pensiero poetante, quell’unità che è molteplicità di unità.  Ecco che compaiono fraseologie di stampo espressionistico. Dalla poesia «Gli uomini residui»: «Los gritos son hielo de carbón y de vidrios despedazados» (Le grida sono ghiaccio di carbone e vetri infranti); «Arden con los ángeles enterrados y son rojos los [heraldos roncos» (Fremono gli angeli interrati e sono rossi gli araldi rauchi); interrogazioni astratte punteggiano le poesie: «¿Qué fue de la belleza antigua del valle traslúcido solemne de villancicos perennes?» (Che è stato della bellezza antica della valle,/ solenne di stornelli perenni?); In tutti i componimenti altre fraseologie inquietanti e spaesanti interrompono lo svolgimento fraseologico: «Los arácnidos invaden la superficie del cuerpo,/ atan y punzan con dolor de raíces» (Gli aracnidi invadono la superficie del corpo,/ legano e pungono con dolore di radici); altre fraseologie intimatorie sorreggono il clima di minaccia e di stupore: «¡Desvía del camino de las máscaras! / ¡No pases! / Hay astucias y trampas» (Devia dal cammino delle maschere,/ non passare! / Ci sono astuzie e trappole); degno di nota è che la frase che in spagnolo è esclamativa, nella resa in italiano diventa affermativa. Piccole, insensibili differenze che esistono tra due diversi linguaggi poetici che appartengono a tradizioni poetiche differenti. Visioni da inferno dantesco scorrono qua e là: «desnudos peregrinos recorren las gastadas vías oscuras,/ zigzaguean en la polvareda frágil» (pellegrini nudi rincorrono le strade guaste e oscure/ in zig-zag nella polvere fragile). Una sensazione di «incertezza» domina incontrastata, «la strada maestra» è perduta per sempre e gli uomini sono condannati ad una interminabile ricerca nel «labirinto», la lucciola brilla su un paesaggio di desolazione: «La luciérnaga aletea hacia el horizonte de los huesos» (La lucciola aleggia verso l’orizzonte delle ossa).

Adesso si può comprendere quanto complessa e delicata sia la tramatura fraseologica di questo tipo di poesia, è sufficiente una intramatura fuori posizione che il componimento pericliti. La poesia è come una costruzione architettonica, un insieme di forze che si incrociano e si giustappongono risolvendosi nell’annullamento reciproco delle singole forze in contrasto. Una poesia di difficoltosa esecuzione perché non riposa sul parlato o sul racconto dell’io come si fa oggidì. Anche questo è un punto importante: l’io è scomparso, non compare nemmeno una volta, le fraseologie sono («presagi, allucinazioni e visioni») tutte all’astratto, imperversano con modalità numinose e minacciose. Dimenticavo di dire una cosa importante, che le traduzioni in spagnolo (e in italiano dei testi nati in spagnolo) sono dell’autrice. Alcune poesie sono nate direttamente in italiano, altre, invece, come detto, in spagnolo. Da «Anabasis»:

Questo fu quando arrivò la desolazione,
quando l’angelo della vigilia si fermò sull’erta,
alle porte tenebrose della premorte.
La tua pupilla ardeva nella terra della purgazione.
Chissà…

Francesca Lo Bue_7.jpg

Francesca Lo Bue e G. Linguaglossa alla presentazione del libro il 26 gennaio 2018 Roma, p.za Augusto Imperatore, 4

Poesie di Francesca Lo Bue

La guerra

Tieniti ai suoi piedi fra i gradini del ponte.
Eriche azzurrano nelle terre desolate,
pellegrini nudi rincorrono le strade guaste e oscure
in zig-zag nella polvere fragile
Lo sposo mi dice addio,
piegata inseguo le vie cinerine in declivio.
Che è stato della bellezza antica della valle,
solenne di stornelli perenni?
Mai più il suo segreto colpirà i miei fianchi.
La lucciola aleggia verso l’orizzonte delle ossa.

~
La guerra

Ponte a sus pies, entre las gradas del puente.
Flores de erizos azulean en las tierras desoladas,
desnudos peregrinos recorren las gastadas vías oscuras,
zigzaguean en la polvareda frágil.
El esposo me dice adiós,
curvada sigo las calles cenicientas en declive.
¿Qué fue de la belleza antigua del valle traslúcido
solemne de villancicos perennes?
Nunca más tu secreto golpeará mis caderas.
La luciérnaga aletea hacia el horizonte de los huesos. Continua a leggere

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Rafael Alberti (1902-1999) – POESIE SCELTE. Un poeta tra amore e politica. Una vita segnata dall’impegno e dall’esilio. “Non mi pento, non sarò mai un ex comunista”. Traduzione di Paolo Statuti

 

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Dal sito La Repubblica.it – “Cultura & Scienze”, nel giorno della morte di Rafael Alberti:

Cadix (Spagna). Un arresto cardiaco ha fermato per sempre “quel sagittario irrequieto e vagabondo”, come lui stesso amava definirsi, nella sua casa del sud della Spagna a El Puerto De Santa Maria. Rafael Alberti, poeta, scrittore, pittore esiliato dal regime franchista, aveva 96 anni ed era l’ultimo rappresentante della “Generazione 27”, il movimento cui appartenevano Garcia Lorca e Vicente Aleixandre. Nato il 16 dicembre 1902, lascia giovane l’Andalusia per Madrid, ma rimane attaccatissimo alla sua patria. Si fa strada presto nel mondo dei versi e del surrealismo. Sono del 1929 le dolorose liriche “Sugli angeli” (“Sobre los angeles”). Quegli anni li passa con Federico Garcia Lorca, Salvator Dalì, Pablo Picasso, amici e compagni di strada. Il primo premio importante lo riceve nel 1925 con la raccolta “Marinero en tierra”, un canto d’amore per il mare con cui riceve il premio nazionale della letteratura. Degli anni ’60 sono i suoi “Poemi d’amore”, i versi per “Roma, pericolo per i viandanti”, “Gli otto nomi di Picasso”. Le più recenti rime “Amore in bilico” sono dedicate all’erotismo e alla donna, alla sua nuova e giovane compagna. Ma è l’impegno politico a prendere il sopravvento e a stravolgere tutta la sua vita. Fin dai primi anni Trenta diventa un militante del Partito comunista spagnolo. Studia teatro nell’Unione Sovietica e dirige con la moglie Maria Teresa Leon – scomparsa nell’88 – la rivista rivoluzionaria Octubre. Dal ‘36 al ’39 partecipa alla guerra civile nelle file repubblicane. Dopo la vittoria di Francisco Franco, viene costretto all’esilio prima in Francia, poi in Messico, Argentina e Italia. E ogni volta che qualcuno parla di sofferenza risponde: “Non mi pento di niente. Non sarò mai un ex comunista”. In Spagna torna soltanto nel 1977, nella sua città, dove nel 1990 si era risposato con Maria Asuncion Mateo, 44 anni più giovane di lui, e dove oggi il suo cuore si è fermato. Le sue ceneri saranno sparse nella baia di El Puerto De Santa Maria.

(28 ottobre 1999)

Alcune poesie di Rafael Alberti nella versione di Paolo Statuti

Ballata di ciò che disse il vento

L’eternità potrebbe essere benissimo
solamente un fiume
essere un cavallo dimenticato
e il tubare
di una colomba smarrita.

Quando l’uomo si allontana
dagli uomini, viene il vento
che subito gli dice altre cose,
aprendogli le orecchie
e gli occhi ad altre cose.

Oggi mi sono allontanato dagli uomini,
e solo, in questo baratro,
a lungo guardavo il fiume
e ho visto soltanto un cavallo
e ho udito solamente
il tubare
di una colomba smarrita.

E il vento allora si è avvicinato,
come di sfuggita,
e mi ha detto:

L’eternità potrebbe essere benissimo
solamente un fiume,
essere un cavallo dimenticato
e il tubare
di una colomba smarrita.

Ritorno dell’amore recentemente apparso

Quando tu sei apparsa, io soffrivo nell’interno più fondo
di una caverna senza aria e senza uscita.
Mi agitavo nell’oscurità, agonizzando,
udendo un rantolo come battito di ali
di un uccello invisibile.
Hai sparso su di me i tuoi capelli
e io mi sollevai fino al sole e vidi che erano l’aurora
che sul mare aperto a primavera si distende.
Fu come se fossi giunto nel più bel
porto di mezzogiorno. Annegavano in te
i paesaggi più splendenti:
chiare, aguzze vette con rosate
corone di neve, fonti nascoste
nelle ricciute ombre dei boschi.
Ho imparato a riposare sui crinali
e a scendere lungo fiumi e pendii,
a intrecciarmi nei rami tesi
e a fare del sonno la mia morte più dolce.
Mi hai aperto il bosco e i miei floridi anni
di recente venuti alla luce, giacevano
sotto la carezza della tua spessa ombra,
lasciando il cuore al libero vento
e accordandolo al verde suono del tuo.
Già andavo a dormire, e a svegliarmi sapendo
che non penavo in una caverna oscura,
agitandomi senza aria e senza uscita.
Perché tu finalmente sei apparsa.

Ritorno dell’amore nei vividi paesaggi

Crediamo, amore mio, che quei paesaggi
si sono addormentati o sono morti con noi
nel tempo, nel giorno in cui vi abitavamo;
che gli alberi perdono la memoria
e le notti se ne vanno, lasciando all’oblio
ciò che le hanno rese belle e forse immortali.

Ma basta il più lieve palpito di una foglia,
una stella cancellata che respira all’improvviso,
per vederci ugualmente lieti di occupare
i luoghi che ci tennero uniti.
Ed ecco ti svegli oggi, amore mio, al mio fianco,
tra i frutici di ribes e le fragole nascoste
al riparo del forte cuore dei boschi.
Là c’è l’umida carezza della rugiada,
le polveri delicate che rinfrescano il tuo giaciglio,
gli elfi felici di ornare le tue lunghe chiome
e i misteriosi alti scoiattoli che versano
sul tuo sonno il minuto verde dei rami.

Sii felice, foglia, sempre: che tu non abbia mai l’autunno,
foglia che mi hai portato
col tuo lieve tremito
l’aroma di tanta cieca età luminosa.
E tu, stellina smarrita, che mi apri
le intime finestre delle mie notti più giovani,
non cessare mai la tua luce
sopra le tante alcove che all’alba ci addormentavano,
e su quella biblioteca con la luna
e quei libri dolcemente caduti,
e sui vigili boschi che destati cantavano per noi.

Tra il garofano e la spada

(Guerra alla guerra per la guerra.) Vieni qui.
Volgi le spalle. Il mare. Apri la bocca.
Una sirena urta contro una mina
e un arcangelo annega, indifferente.

Tempo di fuoco. Addio. Urgentemente.
Chiudi gli occhi. E’ il monte. Tocca.
Saltano le cime frantumando la roccia
e si uccide un bosco, inutilmente.

C’è anche sulla luna la dinamite? Andiamo.
Morte alla morte per la morte: guerra.
In verità, pensa il toro, il mondo è bello.

Già i rami bruciano.
Apri la bocca. (Il mare. Il monte.) Chiudi
gli occhi e sciogliti i capelli.

La colomba

Si sbagliò la colomba,
si sbagliava.
Per andare al nord, si trovò al sud,
pensò che il grano fosse l’acqua,
si sbagliava.

Pensò che il mare fosse il cielo,
che la notte fosse l’alba,
si sbagliava,
si sbagliava.

Che le stelle – la rugiada,
che il calore – la neve,
si sbagliava,
si sbagliava.

Che la tua gonna fosse la tua blusa,
che il tuo cuore – la sua casa,
si sbagliava,
si sbagliava.

Lei si addormentò sulla riva,
tu sulla cima di un ramo.

Pensò che il mare fosse il cielo,
che la notte fosse l’alba,
si sbagliava,
si sbagliava.

Che le stelle – la rugiada,
che il calore – la neve,
si sbagliava,
si sbagliava.

Che la tua gonna fosse la tua blusa,
che il tuo cuore – la sua casa,
si sbagliava,
si sbagliava.

Ritorni di Chopin attraverso le mani già andate

A mia madre che tutti noi univa
nella musica del suo vecchio piano.

Dapprima era nella sala da pranzo, era nella dolce
sala da pranzo dei sei: Agustin e Maria,
Milagritos, Vicente, Rafael e Josefa.
Da lì mi vengono ora, d’inverno, distanti,
già quasi persi, cancellati dalla memoria i miei,
i fratelli che non sapevo elevare alla mia altezza;
da lì adesso mi giunge questo accordo di acqua,
da lì anche, adesso,
questo notturno ramo di bosco con moto,
questa riva di mare, questo amore, questa pena
che oggi, con un velo di lacrime, mi uniscono a voi,
attraverso le mani felici che furono.

Poi nell’angolo in penombra di una stanza,
lontano dalla sala da pranzo dei sei,
quando di nuovo vicino a voi, perduto,
quasi infinitamente perduto mi sentivo,
molto tardi, già molto tardi,
quando di nuovo arrivava il sonno,
un accordo di acqua, un ramo notturno,
una riva, un amore, una pena a voi
dolcemente mi univano,
attraverso le mani stanche che furono.

E adesso, distante,
più infinitamente di allora, espulso prima
dalla sala da pranzo, più tardi dall’angolo
in penombra della stanza,
tremante,

con il cuore trafitto dall’inverno, Maria,
Vicente, Milagritos, Agustin e Josefa,
uno, il sesto, Rafael, di nuovo si unisce a voi,
con il ramo, l’amore, con il mare e la pena,
attraverso le mani rimpiante che furono.

Ritorno dell’amore sulle sabbie

Stamane, amore, abbiamo vent’anni.
Vanno volutamente piano, intrecciandosi,
le nostre ombre scalze per la strada tra i giardini,
che oppongono agli azzurri del mare i loro verdi.
Tu sei sempre un’apparizione,
sei la luce giunta una buia sera,
quando il giovane senza meta dalla città ritarda,
pensoso, di proposito il suo ritorno a casa.
Tu sei sempre quella che al mio fianco
va cercando il segreto declivio delle dune,
il recondito pendio della sabbia, il celato
canneto che crea
cortine agli occhi marini del vento.
Là sei, là sono davanti a te, controllando
l’alta temperatura delle onde felici,
il cuore del mare ciecamente sorto,
morendo in frammenti di dolce sale e di spume.
Poi, tutto ci guarda allegro, sulle rive.
I castelli in rovina sollevano i loro merli,
le alghe ci offrono corone e le vele,
preso il volo, vogliono cantare al di sopra delle torri.

Stamane, amore, abbiamo vent’anni.

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