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Poesie di  Duška  Vrhovac, con Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa, Traduzione dal serbo di Isabella Meloncelli

 

Giorgio Linguaglossa Duska Vrhovac e Steven Grieco Roma giugno 2015

da sx, Steven Grieco, Rita Mellace, Duska Vrhovac, Giorgio Linguaglossa, Roma giugno 2015, Isola Tiberina

Duška  Vrhovac, poetessa, giornalista e traduttrice è nata nel 1947 a Banja Luka (Bagnaluca), nell’attuale Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina. Si è laureata in letterature comparate e teoria dell’opera letteraria presso la Facoltà di Filologia, Università di Belgrado, dove vive e lavora come scrittrice e giornalista indipendente, dopo aver lavorato per molti anni presso la Televisione di Belgrado (Radiotelevisione della Serbia). Ha collaborato con i periodici più importanti e più noti della Serbia ed ex Jugoslavia.

Con 25 libri di poesia e prosa, racconti e saggi, pubblicati, alcuni dei quali tradotti in più di venti lingue (inglese, spagnolo, italiano, francese, tedesco, russo, arabo, cinese, olandese, rumeno, polacco, turco, macedone, armeno, albanese, sloveno, greco, ungherese, bulgaro, azero), è fra i più significativi autori contemporanei di Serbia. Presente in giornali, riviste letterarie e antologie di valore assoluto, ha partecipato a numerosi incontri, festival e manifestazioni letterarie, in Serbia e all’estero.

Ha ricevuto importanti premi e riconoscimenti per la poesia, tra cui: Majska nagrada za poeziju – Maggio premio per la poesia – 1966, Jugoslavia; Pesničko uspenije -Ascensione della poesia – 2007, Serbia; Premio Gensini – Sezione poesia, 2011, Italia; Premio letterario internazionale alla Carriera della Fondazione Naji Naaman – 2015, Libano, Beirut; Targa e medaglia con la figura di Sima Matavulj, fondatore e primo presidente dell’Associazione Scrittori della Serbia – 2016, per il contributo complessivo alla letteratura e alla cultura; e il Distintivo aureo assegnato dal massimo Ente per la Cultura e l’Istruzione della Repubblica di Serbia. È membro dell’Associazione Scrittori della Serbia, dell’Associazione dei traduttori di letteratura della Serbia, della Federazione internazionale dei giornalisti ed è ambasciatore del Movimento Poeti del Mondo (Movimiento Poetas del Mundo) in Serbia e vicepresidente per l’Europa.

Duska Vrhovac Miami Airport 2.17. 08

Duska Vrhovac Miami Airport 2008

Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

Un nuovo discorso poetico nasce quando esso può essere reso esplicito, quando non c’è più un ostacolo o un filtro che impedisce al discorso poetico di divenire esplicito e prendere una forma, un vestito linguistico.

Possiamo affermare che il discorso poetico di  Duška  Vrhovac appartiene a quella corrente di pensiero poetico presente in Europa che rigetta il linguaggio epifanico, mettiamo, di un Ungaretti,  o il linguaggio locupletato e fiorito del post-quotidianismo. Quei linguaggi e quelle petizioni di poetica sono caduti in disuso perché quell’epifania e quella colonna sonora sono stati cancellati dalla merceologia delle merci e dalla reificazione dei linguaggi poetici epifanici. Oggi cercare in direzione dei linguaggi del quotidiano e della cronaca non è più remunerativo in termini di rendimento poetico, i linguaggi che tentano di aprire le porte dell’epifania ammutoliscono, come i linguaggi che tentano  di inseguire il linguaggio cronachistico: la cronaca non è la storia, bisogna andare verso la storia, acquisire consapevolezza storica del linguaggio poetico.

La conclusione da trarre mi sembra chiara: dove ci sono consigli per le vendite, consigli per gli acquisti, merceologia e spot pubblicitari non vi può essere epifania, linguaggio poetico epifanico, semmai bisogna muoversi in direzione di un linguaggio poetico disfanico, diafanico, daltonico, distimico, interrotto, segmentato in un mare di frammenti, un linguaggio da retropia più che da utopia. Penso che il nesso sia lampante per chi voglia notarlo.

Interi generi poetici oggigiorno sono stati «superati» e resi obsoleti non per questioni di stile o etiche o estetiche e neanche per ragioni di politica estetica o di obsolescenza programmata dei linguaggi come è avvenuto negli anni dello sperimentalismo ma perché la storia li ha messi nello sgabuzzino del rigattiere a fare funghi. Ecco perché  Duška  Vrhovac impiega quasi esclusivamente il discorso illocutorio, perché là fuori il discorso dell’agorà è ingombro di masserizie e di ciarpame dei linguaggi prossemici, del politico; nella poesia della Vrhovac non ci sono parole chiare che aspettano il teleutente all’amo della propria lapalissiana tautologia («più bianco non si può») e politura poliziesca.

Se ascoltiamo con attenzione i linguaggi delle tele vendite culturali oggi dilaganti, quelli della letteratura da chatmarket e quelli dell’agorà, ci accorgiamo che essi rispondono ad un medesimo telos: riscuotere il successo immediato della vetrina. Ecco perché la poesia di un poeta di oggi non può che impiegare, se vuole difendersi dalle aggressioni dei linguaggi prossemici, il discorso eterodiretto, ovvero, il discorso illocutorio e interlocutorio della messa in atto d’accusa dei linguaggi della prossimità mediatica.

Poesie di  Duška  Vrhovac

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Memorie

Recido questo tessuto dei ricordi
come recide un coltello non affilato
come spada spezzata
come fredda mano ferrea del buio
che sbriciola piccole anime solitarie.
Li recido in vivo
senza sangue e gemiti
senza patetismo
mutandoli
in lacrime cristalline di poesia.

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LA POESIA COME PEGNO ALL’AUTENTICITA’. IL SEGNO BIBLICO DI DUŠKA VRHOVAC: IMMAGINI INNATE – PEGNO – UN ROMANZO BREVE DAL LIBRO ZALOG  – IMPEGNO (LJUBOSTINJA EDITORE; 2003 – TRADUZIONE DI ISABELLA MELONCELLI IN COLLABORAZIONE CON L’AUTRICE).

Commento di Letizia Leone: La poesia di Duška Vrhovac come pegno all’autenticità

Potrebbe apparire insolita la definizione di romanzo breve con la quale Duška Vrhovac, una delle voci più influenti della Serbia contemporanea, sigla il corpo poetico di questa composizione: un poemetto dalla struttura ossificata, una saga (“storia della famiglia con inclusi i veri nomi dei paesaggi e paesi, cognomi delle famiglie e i nomi veri delle persone”) costruita nondimeno sulle colonne rastremate del verso.

L’idea di monumentale e di epico che suscita la parola saga entra dunque in corto circuito con la forma adottata, con la serie verticale di fotogrammi di parole che bloccano un’immagine, una scena nel silenzio grafico della pagina bianca.

Calchi epici, “immagini innate” di un vincolo religioso (da re-ligo, ligare) con la natura, con la terra, il proprio paese e la propria gente. Questo modo di far brillare la parola in modo vistoso sull’orizzonte del verso, una parola esposta e quasi sempre isolata, crea un rallentamento, una dilatazione nel tempo di ricezione che pare accendere i riflettori su ogni singolo lessema amplificandone pienezza sonora e cognitiva.

Per la Vrhovac si tratta di rinominare il mondo per mezzo di un segno chiaro e abbagliante, accordato sui fremiti naturali degli elementi e impastato agli elementi stessi: argilla, aria, sassi, radici. Terra.

La canna
freme
boato d’acqua
invisibile
(…)
solchi
profondi
terra nera
promette.
L’argilla
dominata
(…)
Segni
leggibili
chiari
sicuri

Giorgio Linguaglossa Duska Vrhovac e Steven Grieco Roma giugno 2015

Giorgio Linguaglossa Duska Vrhovac, Steven Grieco e Rita Mellace Roma giugno 2015, Isola Tiberina

Una scrittura che nel suo andamento paratattico e nella semplicità dichiarativa assume i toni rivelativi della diegesi biblica. Sebbene il tempo remoto del paesaggio agrario, traslato in questi versi, sembra declamato dal futuro anteriore di un’immensa cloaca planetaria dove è stato consumato un ecocidio.

Si potrebbe dire con R. Barthes che se la scrittura è il corpo dello scrittore qui la poetessa “perde volontariamente ogni ricorso all’eleganza o all’ornamentazione, poiché queste due dimensioni introdurrebbero di nuovo nella scrittura il Tempo, cioè una potenza derivante, apportatrice di Storia.”

Qui la ricerca di una lingua che raggiunga “lo stato di una equazione pura, sottile come un’algebra davanti alla futilità dell’uomo” coincide con l’esigenza di smantellare l’aberrazione di un antropocentrismo che intrappola la mente umana da secoli.

In questa forte incidenza di una parola reintegrata nella sua “verginità” espressiva, la “Terra” è nozione amplificata che raccoglie molti sensi e li tiene intrecciati: terra è l’attestazione del contingente radicale, se volessimo evocare Heidegger, o la “terrestrità della poesia” nel riconsegnarsi a ciò da cui si proviene, alla memoria e alla pietas.

Terra come riserva di senso. Oppure testo/testamento stilato con un vocabolario essenziale che rifonda gli elementi nelle loro qualità primarie: “Quel che resta lo fondano i poeti” echeggia da lontano il grande Hölderlin. 

Nella risonanza biblica dei testi la  storia e  la memoria sono condensate nel vigore fonico dei nomi propri delle persone, in un appello fatto a voce alta alle stirpi antiche:

Tanasije e Milica
morte nella seminagione
e tuono sulla soglia di casa
Vida e Ćetoje
Obrad
Kristana
Cvijeta
Zdravka e Nemanja
i Mitrović
i Vrhovac
Zarić.
Paese Superiore
e Inferiore
paesaggi
delle vite precedenti
ammoniscono
scendono lenti
sulle spalle.

L’umanità che abita queste pagine luminose esorta, con una presenza muta e liturgica, a ritrovare il calore comunitario antico e i ritmi rigeneranti dei riti naturali:

Uomini
alti
omoni
e le donne
silenti
devote
belle
(…)

È la presenza dell’uomo in un’infanzia del mondo dove sono convocati come in un Libro sacro (quello della Poesia) tutti i “doni divini / in un ampio abbraccio”, la vita della natura con le acque gorgoglianti o lo scoppio del lampo, giardini, frutteti, ciliegie mature, noci, lucciole, api, miele, il cielo e gli angeli. I cicli, i riti, le stagioni, l’alternarsi del giorno e della notte nella pienezza della loro essenza, del loro senso cosmico e sacro.
Come riacquistare la sensibilità? Si chiese ad un certo punto del suo cammino
Elémire Zolla: “guardandoci attorno con esultanza. Soltanto a questo patto, sollevando una gleba odorosa, spiccando un frutto, contemplando le iridiscenze dei gioielli o di cascate, lo splendore d’un incarnato…forse si saprà sentire la presenza animatrice che ha plasmato e va plasmando queste materie…”.
Qui l’occhio della poesia sembra fotografare l’innocenza di cose, animali, uomini o paesaggi carichi della purezza della Grazia prima della Caduta.

Tesoro
animali
innumerevoli
come persone
(…)
senza custodi
sui pascoli
immensi.

Boschi
sconfinati
amici
e nemici
paesaggi
biblici.

Afferma George Steiner: «La condizione adamitica è caratterizzata dalla tautologia linguistica e da un presente durevole. Le cose erano come Adamo le aveva nominate e definite. La parola e il mondo erano una cosa sola… Fu la Caduta dell’Uomo ad aggiungere al linguaggio umano le sue ambiguità, le sue necessarie dissimulazioni…Di qui la necessità di rileggere, di richiamare al presente (rievocazione) quei testi dove il mistero di un inizio e le vestigia di un’evidenza smarrita – il “Io sono colui che sono” – sono correnti.»

E se “il male si è infiltrato nel nostro mondo attraverso la fessura capillare di una sola lettera errata” come suggerisce un’affascinante intuizione cabalistica, allora alla poesia spetta l’onere di un “impegno/pegno” della parola per i tempi a venire.
Non solo la nostalgia di una redenzione (provvisoria) racchiusa nell’energia del testo ma un impegno di onestà della parola, sembra dirci Duška Vrhovac.

Giorgio Linguaglossa, Carlo Bordini, Steven Grieco, Duska Vrhovac giugno 2015

Duska Vrhovac, Giorgio Linguaglossa, Carlo Bordini e Steven Grieco con Rita, Roma, 25 giugno 2015 p.za Del Drago Al Ponentino

«un breve romanzo in versi. Ma è la saga, storia della famiglia con inclusi i veri nomi dei paesaggi e paesi, cognomi delle famiglie e i nomi veri delle persone … e la mia aspirazione che ogni verso sia un immagine» .

(Duška Vrhovac)

I M P E G N O
(IMMAGINI INNATE)

I

La canna
freme
boato d’acqua
invisibile.
Passi
leggeri
sicuri
cauti.
Arriveranno
piene di significato
le Parole.

II

Uomini
alti
omoni
e le donne
silenti
devote
belle
estasiate
irreali
ognuna incinta
benedetta
avvolta dal mistero.

III

Tesoro
animali
innumerevoli
come persone
loquaci
fedeli
nutrite
fertili
senza custodi
sui pascoli
immensi.

IV

Boschi
sconfinati
amici
e nemici
paesaggi
biblici.
Selvaggina
invisibile
cacciatori
spietati
cercano cibo
soddisfano
la legge della natura.

V

Chiome fronzute
in altezza
al cielo
svettano.
Fiorite
rifugi
frutti
e riposo
promettono.

Duska Vrhovac Miami Airport 2.17. 08

Duska Vrhovac Miami Airport 2008

VI

Uccelli
dai nidi
dai rami
volano.
Tenere voci
strappano ragnatele
alla volta aleggiando.
Grandi
maligni
canterini
abitano le chiome.

VII

Campi
arati
solchi
profondi
terra nera
promette.
L’argilla
dominata
il mondo sotterraneo
la rovina
e la morte ricorda.

VIII

L’aria
azzurra
trasparente
di spuma marina
triste
intessuta.
Cosparsa di polline
di rugiada spruzzata.
Di luce lunare
solare
screziata.

IX

Segni
leggibili
chiari
sicuri
e gli altri
non svelati
impenetrabili
lontani
a incontri invisibili
imprevedibili
destinati.
X

Condensato
colloso
tangibile
balsamico
risveglio
sulla grande acqua
si estende
l’ozono
dono
dei doni.

XI

S’avvita
si espande
echeggia
ai cieli spiegata
la poesia
Bellezza della Lingua.

XII

L’albeggiare
vivace
lieto
strabico
burlone
inafferrabile
impensabile
il giorno annuncia.

XIII

Mezzogiorno
alto
inaccessibile
ombelico solare del giorno
freccia
nel non so dove scagliata
senza ritorno.

XIV

La sera
inebriante
struggente
scardinante
fuochi inceneriti
promesse
paure
e migrazioni
ricorda.

XV

Notte
misteriosa
addensata
a tutto sottrae il volto
le viscere sveglia
trasforma.
Concepisce
vitelli
e bimbi
inventa
fatti
e misfatti.

Duska Vrhovac

Duska Vrhovac

XVI

Mezzanotte
il pianto nasconde
muto
primario
insopportabile
e la poesia, giurata
perché non si consumi
non si dimentichi.

XVII

S’intersecano
ricordo
e dimenticanza
si diffonde
la morte
come benvenuto
impercettibile
inosservata.

XVIII

Si svegliano
ingannati dal sonno
prima dell’alba
prima del tocco del sole
per riflettersi nell’acqua
sommarsi
trovarsi.

XIX

I primi albori
vedono l’invisibile
sentono l’inaudibile
divinano
intuiscono
aprono le magie
soli con sé stessi
e con Dio
conversano.

XX

Vino
e latte
duplice comunione
ampi granai
profondi pozzi
acqua limpida
sorgenti
dalla Stella mattutina
e dalle viscere della terra
illuminati.

XXI

Accanto al fuoco
fra la notte e il giorno
di giorno di notte
sacrificio
e raccolto
riti
bevande
si bevono
in boccali d’oro.

XXII

Case
frutteti
cortili
tenere erbe
serpi mansuete
e mele
sulla via
rosse.

XXIII

Sull’erba
bimbi
gli occhi azzurri
i boccoli d’oro
le braccia aperte
sorridenti
imparano
a volarerrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr
e a cadere.

XXIV

Come api
ronzano
si posano sui fiori
dal rametto di corniolo
ornati
di miele
di pace
di desiderio
profumano.

XXV

Fra le case
il profumo dell’incenso
e del basilico
l’eco della campana
della chiesa
ala d’angelo
distesa.

XXVI

Variopinte
balsamiche
primaverili
erbe
desideri
e segreti
irrealizzati,
indicibili
coprono.

Duska Vrhovac Cop

XXVII

Nomi
significati
Kokori
Ljubatovci
acque
gorgoglianti
ombrate
vortici
segnati dalla cenere
strade
in tutte le direzioni.

XXVIII

Tanasije e Milica
morte nella seminagione
e tuono sulla soglia di casa
Vida e Ćetoje
Obrad
Kristana
Cvijeta
Zdravka e Nemanja
i Mitrović
i Vrhovac
Zarić.
Paese Superiore
e Inferiore
paesaggi
delle vite precedenti
ammoniscono
scendono lenti
sulle spalle.

XXIX

In giardino
nel frutteto
sotto la vite
sassi
resti di fondamenta
di case
in cui si trasformarono in angeli
Veljko e Ranko
e Ljuba
amata da Živko
amore divino
intramontabile
unico.

XXX

Dolovi
Strane
Kosta e Zorka
Vinka
Slavka
Gojko
Teodora
Savo
doni divini
in un ampio abbraccio.
Mileva
prima gioia
pagata con la vita.

XXXI

Una casa
sul monte
piena di bimbi
il sorriso
allontana il malocchio
mani
stese
al cielo
in lontananza
bilancino per l’acqua
e la strada lunga.

XXXII

Noci
pagnotta
ricca indigenza
fuso
fiaccole
lucciole
amore
da ogni maltempo protetto
esso che su tutto vigila
dimentica i nomi
e si trasforma in durata.

XXXIII

Teodora e Mladjan
Radivoje
Milja
Jagoda
Slobodan
Stojanka
Gospa
Gavro
Milan e Marica
Radojka
Kristina
volti angelici
more nella memoria
nomi
come pegno
come sopravvivenza.

XXXIV

I Rajić
Janko e Danica
Radmila
Nevenka
Milena
Vlado
Dobrina
Sava
Dobrivoje
raduni
canti
ciliegie mature
neri gelsi
bellezza
sotto le stelle
sotto il cuore
conservata.

Duska Vrhovac (1)

Duska Vrhovac

XXXV

Živko
figlio di Tane
la falce della luna
biondo
occhi profondi
luminosi
come alba commemorativa
rapito
ma materiale
figlio di Dio
discepolo del diavolo.

XXXVI

Ovunque si lascia
dietro una traccia
nella lacrima della fanciulla
nella forza del giovane
sulla soglia
e nella volta
la vita stessa
piena
generosa
ma condannata.

XXXVII

E Ljuba
di Janko
sogno del sogno
beniamina
di tutti gli angeli
abeti
cotogna
e lo scoppio del lampo
nell’alba estiva
farfalla irreale
estinta
fuggente realtà
e rudezza
inafferrabile e splendida
marchio d’amore
e di eternità.

XXXVIII

Immagini innate
pegno
radice
pozzo
dal cuore
della stessa Madre Terra
e dell’alito dello Spirito Santo.
La mia fronte
alta
e il mio occhio
azzurro
il pensiero
stellante.

XXXIX

Tutto ho visto
richiesta
la via
e la lontanza
il cielo
e gli angeli.
All’alba
un nuovo giorno
e una nuova notte
della luce imminente.

XL

Immagini innate
sui piedi
nel grembo
sui palmi
si stampano.
Custodisco la paola
e il nome
sicuro
riconoscibile segno.
Pegno
per ogni tempo.

giorgio ortona Letizia Leone,_2012,_olio_su_tavola,_59,8_x_35,6_cm

giorgio ortona, ritratto di Letizia Leone, 2012, olio su tavola, 59,8 x 35,6 cm

Letizia Leone è nata a Roma. Si è laureata in Lettere all’università  “La Sapienza” con una tesi sulla memorialistica trecentesca e ha successivamente conseguito il perfezionamento in Linguistica con il prof. Raffaele Simone. Agli studi umanistici  ha affiancato lo studio musicale. Ha insegnato materie letterarie e lavorato presso l’UNICEF organizzando corsi multidisciplinari di Educazione allo Sviluppo presso l’Università “La Sapienza”. Ha pubblicato: Pochi centimetri di luce, (2000); L’ora minerale, (2004); Carte Sanitarie, (2008);  La disgrazia elementare (2011); Confetti sporchi (2013); AA.VV. La fisica delle cose. Dieci riscritture da Lucrezio (a cura di G. Alfano), Perrone, 2011. Nel 2015 esce Rose e detriti testo teatrale (Fusibilialibri). Un suo racconto presente nell’antologia Sorridimi ancora a cura di Lidia Ravera, (Perrone 2007) è stato messo in scena nel 2009 nello spettacolo Le invisibili (regia di E. Giordano) al Teatro Valle di Roma. Ha curato numerose antologie tra le quali Rosso da camera (Versi erotici delle maggiori poetesse italiane), Perrone Editore, 2012. Dieci sue poesie sono presenti nella Antologia a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, Roma, 2016), con il medesimo editore nel 2018 pubblica la silloge Viola norimberga. Sue poesie sono presenti nella Antologia di poesia contemporanea, How The Trojan War Ended I don’t Remember, Chelsea Editions, New York, 2019.

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SEI POESIE DI BORA ĆOSIĆ SULLA RESPONSABILITA’ DEL “FARE” POESIA: DA  “ I MORTI – BERLINO DELLE MIE POESIE” (Mesogea, 2006) – LA TESTIMONIANZA DELLA POESIA SULL’EMIGRAZIONE EUROPEA. Traduzione di Lavinia Bissoli e Lola Vlatković Con un commento di Letizia Leone

Bora Cosic Ancora la Trg. Bana J. Jelacica con i tram a due assi 157 e 150 sulla linea “11”

Zagabria Ancora la Trg. Bana J. Jelacica con i tram a due assi 157 e 150 sulla linea “11”

Berlino delle mie poesie, Mesogea by GEM s.r.l., Messina, 2006; prefazione di Predrag Matvejević, a cura di Silvio Ferrari; Traduzione di Lavinia Bissoli e Lola Vlatković

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http://www.mesogea.it/casa-editrice-mesogea.html

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Bora Ćosić (1932) è uno dei più noti scrittori della ex Jugoslavia. Nasce a Zagabria e nel 1937 si trasferisce con la famiglia a Belgrado, dove più tardi intraprenderà gli studi di filosofia. Nei primi anni cinquanta collabora con diverse riviste letterarie, si dedica alla traduzione di alcuni autori classici della letteratura russa, tra cui Majakovskij e Chlebnikov, ma soprattutto diventa, giovanissimo, una delle personalità di spicco della vita culturale belgradese. Scrittore caustico per eccellenza, intellettuale anticonformista e déraciné, malvisto dalle autorità ma amatissimo dai suoi lettori, è sempre stato un autentico “apolide dello spirito”, come testimonia il suo Dnevnik apatrida [Diario di un senza patria, 1993], scritto durante le guerre jugoslave. Nel 1992, in seguito al collasso del proprio Paese e in aperta opposizione al regime di Milošević, si trasferisce prima in Istria, nella casa estiva di Rovigno, e poi a Berlino, città nella quale vive tuttora in una sorta di “asilio-esilio” e a cui ha dedicato un’intensa raccolta di poesie dal titolo I morti (2006). Ha ottenuto tra gli altri, il Leipzig Book Award.Dopo aver vissuto per molti anni a Belgrado, dove si è laureato in filosofia, nel 1992 ha dovuto lasciare la Serbia, a causa delle sue posizioni anti-nazionaliste, per emigrare a Rovigno, in Istria. Dal 1995 vive a Berlino dove ha ottenuto una borsa dal Deutscher Akademischer Austauchsdienst. Il ruolo della mia famiglia nella rivoluzione mondiale (e/o 1996), è il suo primo romanzo, apparso negli anni del “disgelo jugoslavo”, grazie al quale ha subito conosciuto il successo internazionale.

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bora cosic 2

Bora Cosic

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Commento di Letizia Leone

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Pedrag Matvejević nel presentare Bora Ćosić non esita a collocarlo in un punto di oscillazione “tra asilo ed esilio”, condizione esistenziale che si rivela per un poeta inevitabilmente condizione linguistica: “L’epiteto jugoslava continua, nel suo caso, ad avere ancora un senso. Di origine serba, ma nato in Croazia, questo poeta e prosatore che vive adesso in Germania, ha abitato a Belgrado per molti anni prima di emigrare a “Rovigno” città istriana croato-italiana, all’epoca della guerra serbo-croato-bosniaco-montenegrina. Si troverebbe più difficilmente uno scrittore più europeo di lui. In un momento in cui i nazionalismi vogliono a ogni costo imporre il concetto di patria, lui si professa senza patria.”
È un esilio spontaneo ma necessario quello di Ćosić come di colui che ha perso il terreno sotto i piedi, quello del suo paese, la ex Jugoslavia risucchiata nel buco nero della storia. Il processo è stato violento, doloroso e il vessillo della morte sventola sulle sessanta poesie raccolte in questo libro. La morte fisica di un’intera nazione per disintegrazione identitaria e quella degli amici o dei grandi poeti che ormai è possibile   incontrare “in queste sue passeggiate…in fondo ai cimiteri”: È tutto il giorno che tasto il pavimento / cercando sotto la tavola il buco / dov’è finita la vita dell’amico / millecinquecento chilometri / più a sud…”
Dopo la dissoluzione della federazione jugoslava la lingua diventa lo strumento principale della nazionalizzazione generando situazioni paradossali come quella di chi, ormai straniero nel proprio paese, ne sperimenta la data di scadenza: Con un decreto speciale / è stata abolita la lingua del mio paese / sostituita da una nuova / tutto quello che finora avevo scritto / si considera non tradotto.
La narrazione poetica sembra adottare lo stile dell’assenza, quella “parola trasparente e “impassibile” inaugurata dallo straniero di Camus, una scrittura neutra che sgombra la pagina da ogni rivestimento estetico accessorio, da ornamenti, rovine, miti formali del linguaggio letterario novecentesco. “Se la scrittura è veramente neutra, se il linguaggio, invece di essere un atto ingombrante e indomabile, raggiunge lo stato di un’equazione pura, sottile come un’algebra davanti alla futilità dell’uomo, allora la Letteratura è vinta, la problematica umana è scoperta e rivelata senza colori, lo scrittore è per sempre un uomo onesto”, l’utopia della scrittura immacolata avanzata da Roland Barthes pare spostare il baricentro della riflessione  sull’aspetto morale, sulla funzione sociale della forma e sulla inevitabile “responsabilità che l’artista assume scegliendola”.
Questa forte tensione all’onestà informa tutto il libro. La poesia deve riprendere le misure, controllare e tarare la strumentazione nel grande arsenale retorico e letterario per ricalibrare la lingua attraverso il confronto con la società. Un tipo di scrittura da referto medico-legale, vicina al gergo giornalistico, che ha messo al bando con gli aggettivi qualificativi ogni intenzione estetico-formale e sposta il baricentro della riflessione dalla problematica estetica “senza contenuto” all’autenticità dell’Erlebnis: questo richiedono le contingenze drammatiche dei nostri giorni, sembra dirci Bora Ćosić.  
Un riposizionamento del punto di vista soggettivo, la morte della “persona metaforica” affinché il discorso poetico esca dal pantano della celebrazione nichilista del proprio oblio: Come se invece di un’enorme albero dell’Amazzonia /arrivassero a Amburgo /per esigenze di costruzione /solo le sue misure.
In questi testi selezionati, vere e proprie meditazioni su modi e ruoli del poeta di oggi, sembra superata quella lacerazione della coscienza che affligge l’artista moderno impegnato nella ricerca formale di un proprio principio artistico assoluto. Per Ćosić bisogna ricominciare a scrivere con il metodo che usava Mandel’štam nella sua cella (o Dante nel suo esilio e Campanella nella fossa del Camerone, potremmo aggiungere) e cioè poetare, “poietare” nel senso di produrre, dall’incandescenza della Storia usando il metodo di raffreddamento del pensiero.
Gli strali a qualche famoso collega burocrate della poesia, gigante del minimalismo che sa tutto di “cosa succede in quelle stanzette” evidenziano i rischi di degenerazione nell’estetismo (o inestetismo anestetico) inautentico:

.

IL GIGANTE

Un grande poeta del mio paese
ha una statura che arriva al quarto piano
è per questo che sa
cosa succede in quelle stanzette
tra le ragazze in soffitta
e nel letto del malato
nello stesso corridoio
lui è capace di deviare tutto il fiume
dal suo letto
di sollevarlo sopra i suoi occhi
come una radice
di osservarlo accuratamente
e rimetterlo al suo posto
adesso siamo in guerra
senza sapere perché
lo vedo seduto tra gli assassini
allo stesso tavolo
chissà come ha fatto a mettercisi
forse si è rimpicciolito nel frattempo
forse ha dimenticato
come aveva trattato il fiume
che oggi è ghiacciato
perché non se ne serve
come di una mazza.

“Bora Ćosić costituisce, forse, uno degli ultimi legami fra quelle letterature serba e croata che oggi preferiscono ignorarsi.”: le parole di Matvejević siglano con nostalgia un fallimento civile e culturale.

*
Bora Cosic Berlino Immagine

.

LE MISURE

Adesso capisco Osip Mandeljštam
quando privo di matita
sceglie le parole russe
fissando il soffitto
dal suo giaciglio in carcere.
Perché la poesia non deve essere scritta
mentre sta dietro alle mie spalle
all’angolo della via Gervinus
come uno sbirro, come Rogožin, come la peste.
Lì nel prato vicino
cerco di scavare una piccola tomba
per l’amico
morto straniero nel proprio paese.
Si tratta di una fossa angusta
dove c’è posto solo per il piccolo pezzo
di quella creatura morta
che è toccato a me.
Come se invece di un’enorme albero dell’Amazzonia
arrivassero a Amburgo
per esigenze di costruzione
solo le sue misure.

.
IL LETAMAIO

Io non so fino a dove si estende
una poesia
forse sono ancora disteso
nella frase di ieri
sto tastando intorno con la mano
solo cose taglienti e pericolose
lucchetti ghiaia viti e latta
il basamento di un letto
arrugginito nel basso fondale
del Mar Caspio
attraverso il materasso si sta infiltrando
la rotaia di una ferrovia siciliana
abbandonata
il guanciale facilmente marcisce
in quel letamaio
di Pomerania
il mio mondo è affondato
capisco mia sorella
che talora non ha voglia di alzarsi
anch’io avevo un amico poeta
che si è impiccato
nel bosco vicino a Zagabria
e una ragazza che è saltata giù dal ponte
non farò nessuna sciocchezza
chiedo solo molte spiegazioni fino a quando il quartiere di Kaslshost
sembrerà un cane bastonato
lasciato a crepare
non cedo né alla scalinata né alla via
di Belgrado
trasformata in porcile
sarebbe stupido dare tutta la colpa
alla stagione
che è oggi al potere
ho un piccolo motivo.

 

Bora Cosic 1

Bora Cosic

ESSERE E TEMPO

Non c’è molta realtà
nei nostri appartamenti
l’avvenimento
si è già svolto
prima
come quando arriva
una lettera d’oltreoceano
dalla quale fuoriesce
un tempo passato remoto

nell’angolo opposto della stanza
il mio inevitabile futuro
bisogna pagare i conti
andare all’assicurazione
vedere una buona volta quella gente
tutti i vari compiti ricevuti da Husserl

solo nel mezzo
là dov’è il tappeto
c’è un po’ del tempo presente
che non si può dimostrare
un casuale raggio di sole
caduto chissà da dove
sparito
come le promesse fatte a Kafka
e poi mancate.

.
IL SOGGETTO

Un eroico agente segreto
ridotto all’assurdo
in seguito al nuovo ordine di potere
continua a camminare in quel film
come se la città fosse ancora divisa
non parla con nessuno
osserva le cose con la coda dell’occhio
ogni tanto entra in una cabina telefonica
per farsi vivo con il suo capo
e questo è tutto
lui stesso è il suo soggetto
cortese abile competente
un po’ solitario

Così anch’io mi guardo attorno
raccolgo i dati
del mio essere
come se si trovassero sulle facciate
ricompongo l’intreccio il complotto
il contenuto del mio dramma
con la tecnica del monologo muto
quando è stato eretto questo piano
questo assomiglia a Bruno Ganz
anzi è proprio Bruno Ganz
dai giornali vengo a sapere della morte dell’amico
tutto nel mondo solo al mondo
mi sto rotolando lungo il Kurfurstendamm
cannoneggiato dalla grande Berta
delle mie intenzioni
senza rumore
concepisco questa storia.

.
DUE POESIE SULLA TRADUZIONE

1.

Quel taxi americano
sul quale è salito il poeta
Charles Simić
con la sua invisibile figlia
non è lo stesso
della traduzione di Enzensberger.
La differenza sta
nel tipo di traffico
nella larghezza delle strade
e nella grammatica.
Perché ogni veicolo
che attraversa l’Oceano della lingua
ha un passeggero nuovo
con idee mai viste prima.

Così ricevo dal mio paese le notizie
sulla mia scomparsa
come dopo l’affondamento di una nave.

Perciò mi attengo alla traduzione libera
grazie alla quale
cammino ancora per Berlino.

2.

Alla stazione Zoo
portando una borsa leggera
compro un giornale
cerco lo scompartimento
nel treno per Dresda
come una pallina
che cerca la casella
nel Flipper.

Mezzo secolo fa
gli occhi dei bambini nei Balcani
si rallegravano
all’incendio di quella città.
Poi è avvenuto il cambiamento
come quando una barca
entrando nel canale nel livello più basso del fiume
scopre una nuova uscita
con l’aiuto di un argano
e di altri sapienti congegni.
Dopo di che lo sappiamo:
a Dresda è stato commesso un crimine.

.
ČECHOV

E io signori miei leggo molto Čechov
nei miei vasti possedimenti
di due stanze in via Sybel Charlottenburg
mi sembra strano di non essere finito
nelle grinfie dei creditori
sono solo moderatamente malinconico
tenendo presente la mia sorte
abbastanza russa non sono epilettico
non ho duellato con nessuno
mi aggiro per Berlino
come se fosse la steppa siberiana
osservo la gente
come se fossi in treno verso Tula
poi scrivo qualcosa
su questi argomenti
per un quotidiano berlinese
dicono che pubblicheranno ma sono molto stupiti
di fronte a questo modo di scrivere
cos’ero prima
c’era qualche storiella lirica
sì c’era
ma questa persona metaforica
è morta
il giardino dei ciliegi l’abbiamo venduto
i compratori l’hanno abbattuto.

Letizia Leone diwali

Letizia Leone

.
Letizia Leone è nata a Roma. Ha insegnato materie letterarie e lavorato presso l’UNICEF. Ha avuto riconoscimenti in vari premi (Segnalazione Premio Eugenio Montale, 1997; “Grande Dizionario della Lingua Italiana S. Battaglia”, UTET, 1998; “Nuove Scrittrici” Tracce, 1998 e 2002; Menzione d’onore “Lorenzo Montano” ed. Anterem; Selezione Miosotìs , Edizioni d’if, 2010 e 2012; Premiazione “Civetta di Minerva”). 
Ha pubblicato i seguenti libri: Pochi centimetri di luce, (2000); L’ora minerale, (2004); Carte Sanitarie, (2008);  La disgrazia elementare (2011); Confetti sporchi ,(2013); AA.VV. La fisica delle cose. Dieci riscritture da Lucrezio (a cura di G. Alfano), Perrone, 2011; la pièce teatrale Rose e detriti, FusibiliaLibri, 2015. Un suo racconto presente nell’antologia Sorridimi ancora a cura di Lidia Ravera, (2007) è stato messo in scena nel 2009 nello spettacolo Le invisibili (regia di E. Giordano) al Teatro Valle di Roma. Ha curato numerose antologie tra le quali Rosso da cameraVersi erotici delle poetesse italiane- (2012). Attualmente organizza laboratori di lettura e scrittura poetica.

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Duška Vrhovac DUE POESIE inedite “In città con Bukovski”, “Liberazione a via del Corso” e altre poesie tratte da “Quanto non sta nel fiato” (2015) traduzione di Isabella Meloncelli con un Commento di Giorgio Linguaglossa

 

cockail di immagini femminili

cockail di immagini femminili

Due poesie inedite di Duška Vrhovac

Commento di Giorgio Linguaglossa

Uno dei problemi comuni che la poesia e il romanzo europei hanno di fronte oggi è l’eccesso di realtà, l’iperrealtà, o di ciò che la maggioranza intende sia la «realtà» e il «realismo» che ne consegue. C’è in giro oggi in Eurolandia il timore dell’infezione della realtà, il timore di essere infettati dalla realtà, di non poterla raggiungere o di non volerla raggiungere, di non poter aggiungere nulla a quanto è stato già detto e scritto. Il romanzo e la poesia del Novecento sono ormai alle spalle, cos’altro resta da fare ad un poeta europeo di oggi che parla e scrive in una lingua di un piccolo popolo come Duska Vrhovac che scrive in serbo?. Il problema è tanto più grande quanto più la comunità dei parlanti di un poeta si restringe, e Duska Vrhovac è un poeta particolarmente sensibile a questa problematica, lei che appartiene ad un piccolo popolo guarda all’orizzonte europeo. Problematica ben viva in Europa tanto più in quanto oggi la poesia è chiamata a svolgere non più un ruolo di «supplenza», «specifico», diciamo, di «nicchia» entro le coordinate stilistiche delle letterature di appartenenza, quanto invece un «ruolo assente», «una funzione inesistente». Ed appunto questa, credo, è la sua funzione, che la poesia non corrisponde mai ad una espressione esistenziale immediata, ma è data sempre nella mediazione delle mediazioni. Voglio dire, e la Vrhovac lo dice con me, che anche una «funzione inesistente» ha, per paradosso, una sua legittimità ed un suo valore. Oggi in Europa accade che alla poesia non venga conferita alcuna funzione socialmente identificabile, ma questo, credo, è anche la sua forza. Anche i Dipartimenti di letteratura contemporanea se ne stanno alla larga dalla poesia. Accade che nell’epoca del disincanto e della stagnazione economica e spirituale oggi non si chieda più nulla ad un poeta. E il poeta, per contro, non chiede più nulla al lettore È questa la crisi, di ruolo e di identità, che un poeta europeo di oggi deve affrontare. Duska Vrhovac ne è consapevole, lei che si muove tra Belgrado e Roma, avverte come l’eco di una minaccia: che la più grave accusa che si muove oggi alla poesia è che essa sia una attività onanistica, turistica, olistica. Accusa non del tutto infondata a giudicare dalla poesia che viene prodotta oggi in Europa, poesia che ha il timbro e il sapore di una saponetta, con tutti gli ingredienti e i profumi eufuistici al loro posto. Ecco spiegata una poesia come quella che Duska Vrhovac scrive passeggiando per le strade di Roma: una poesia fintamente turistica, che narra degli «sconvolti turisti» che passeggiano a «via Del Corso». La composizione comincia in sordina, come una poesia simil turistica del tipo di quella che si scrive in Eurolandia; man mano che la poesia progredisce si cambia il colore, si alza il tono, si amplia l’orizzonte, si cambia discorso, si assume un lessico quasi sacrale. Da un minus ad un majus. Fino al peana finale che sembra quasi una partitura di parole per un coro, una sacra rappresentazione, l’incitamento a scrivere poesia perché non ancora tutto è perduto. C’è un’ultima possibilità, un’ultima tenzone da affrontare. Poesia virile, dunque, questa di Duska Vrhovac, che ha alle spalle non solo la tradizione della poesia serba, ma quella europea, rivissute in modo singolare. Ed è questo, forse, il vantaggio di un poeta serbo rispetto alla nostra disincantata e disillusa tradizione poetica del presente, dove va di moda una cultura dell’ironizzazione, dello scetticismo e del disincanto,Duska, invece, rilancia: «I poeti sono i miei soli veri fratelli». (D.V.)

Duska Vrhovac Miami Airport 2008

Duska Vrhovac Miami Airport 2008

Liberazione a via del Corso

Questo viola, come indurita goccia di dolore
fuggita dal pennello del pittore stanco,
cade sulle mie pupille annebbiate
e nella misteriosa veste del crepuscolo
avvolge Via Del Corso

Come mai qui, fra gli sconvolti turisti,
che, come la serpe la propria coda,
pescano se stessi sui resti dell’altrui storia,
vedo questi sodali di Kéri
dai visi con le tracce delle doglie
negli sguardi sguerci e agli angoli delle labbra?

Che siano diretti all’incontro segreto
con il Don Chisciotte di Farinelli
che in questi giorni mi sta alle costole
ripetendo all’infinito la stessa domanda:
come elevarsi in perpetuo e irreversibile volo
se come albero con le radici
con i tuoi fragili artigli sei incarnito nel suolo?

Passano degli Arabi, offrono meraviglie da poco
un gruppo di giovani emozionati con gli smartphone
fotografa una nota truccatrice
come passasse in persona Dante Alighieri.
Esaltata dal loro fervore
io dimentico il soffitto bucato
della mia casa belgradese
e leggera come il primo verso di un canto nascente
piano, recito a me stessa:

Salve a te Kéri László!
Salve Ezio Farinelli!
Questi esseri di sangue e carne
che portano i nostri nomi sono usurati
scompaiono, il che ci perseguita,
ma non siamo noi questi, amici miei,
noi siamo le nostre tele indistruttibili
e quei libri incombustibili e lettere, versi
come manciate di colori gettate sul viso del mondo.

Contro di noi nulla possono tutte le fabbriche del male
che lavorano non-stop
né i loro incendi o alluvioni
a scadenza infinita!
Con l’immagine e il verso, noi nonostante tutto
penetreremo tutti i bozzoli e le armature
come il guscio dell’uovo cosmico
da cui torneremo a rinascere.
Salve, a te Roma!

(Roma, 15 luglio 2015)

Duska Vrhovac Cop

In città con Bukowski

Tutt’intorno carne
ossa
sangue
collegati da nervi assottigliati.

In alto
nell’arco del cranio
un’energia
che un tempo fu mente.

Nel vuoto
del torace
fischia il respiro stentato
dell’anima consunta.

Incallite le dita
sui secchi rami delle mani
battono
battono, battono.

Manca la gola
manca la voce
mancate voi
manco io.

Andiamocene altrove, Charles
le discariche cittadine sono colme
i manicomi sono al completo
anche al cimitero si stenta a trovare un posto.

*

Credo che per comprendere una poesia come quella della balcanica Duska Vrhovac sia importante partire da questa sua affermazione:

«Io vengo dallo spazio “buio” dell’Europa dove ad ogni generazione è garantita almeno una guerra ogni 20-40 anni; tutto il resto è incerto. E quindi la cultura è agli estremi margini. Per questa ragione anche il rapporto con la cultura era migliore in quello stato marcio e ormai distrutto, inadeguato e chiamato “comunista”, di quanto non lo sia in questo stato democratico che si sta arrampicando sugli specchi per raggiungere gli standard europei che l’Europa ha già superato, distruggendo se stessa nel senso culturale e culturologico».

Ovviamente, qui ci troviamo di fronte ad una diversa prospettiva. Una vera e propria deangolazione prospettica (almeno dal nostro punto di vista italiano) La Vrhovac guarda alla poesia da questo particolarissimo punto di vista, fatto di negatività e di positività, consapevolezza di provenire da una storia di guerre che si sono succedute ad intervalli regolari di tempo, e consapevolezza che alla poesia debba essere richiesta una parola (non di conforto, certo) positiva, esortativa, parenetica. Sta qui, credo, in questo dualismo e in questo spettro la posizione di partenza della poesia della Vrhovac. Sarebbe errato andare a cercare nella poesia della Vrhovac ciò che non c’è, caro Antonio Sagredo, nella sua poesia non ci sono e non ci saranno mai i giochi di parole, le acrobazie millimetriche della poesia che si fa qui in Occidente, nel nostro mondo disincantato e fuggitivo (sfuggente, fitto di vuoto a perdere). Con le sue parole:

Non devo più andare da nessuna parte,
tutti i viaggi possono cessare,
le fughe, le ricerche, ogni cammino…

*

Il diavolo ha da tempo compiuto il suo lavoro

*

Non più solo la morte ha occhi vuoti.
Anche la nostra vita ha ora occhi vuoti.

*

A questa mia unica vita
piccola e personale
quando penso
di rado
potrebbe andare molto bene
sarebbe anzi bella:
un po’ di primavera
erba
fiori
amori
una casetta
dei figli
un marito
un amante
dei parenti
amici
un grammo di carriera
bagliori
un briciolo di talento
giochi di parole
un anno dopo l’altro
occhiali sempre più forti
e anche se
la morte è certa
questa è la vita
qui sono
qui sono stata
ho intessuto un nido
e gli uccellini poi
il canto festivo
ed è così umano
gradevole
caldo
che quasi ti viene da piangere.
Eppure
caro mio
a questa mia vita
piccola e personale
quando ci penso
e mi fermo a guardare
tolti gli occhiali
mi lascio un po’ trasportare
e copro gli occhi con le mani
non mi aiuta neppure la morte certa:
da quando l’uomo esiste
caparbio e abile
mente a se stesso.

*

Inatteso
come un segreto
o una vendetta
per tutta la notte qualcuno
ha martoriato la mia anima
fredda la mano
ruggine il palmo
gli occhi vuoti
non terreni
come se non intuisse
che non sono morta abbastanza:
non lo sono
e non penso
di aprire gli occhi umidi
anche se è buio
e non si vede
né quello che sono
né quello che non sono.

*

Quando gli occhi s’incontrano
e si fissano
dimmi allora
la parola
che ti è rimasta in gola.

Sarà
che sono sfuggita alla morte
come se ci fossimo
riconosciuti ancora.

*

Non sei venuto.
Lo testimoniano il pane
il vino e la voce fievole,
il tavolo su cui tutto freme
nel suo restare confuso
davanti alla porta chiusa,
mentre mi consumo io,
e non la candela.

*

Vorrei scriverti una lettera
comincio e ci rinuncio
tu sai bene da quando.
Mi sembra sempre
che io stessa abbia
una conoscenza incerta
e pallida di ciò che vorrei dirti.
Per cui non dice nulla
ovvero niente di quanto desidero
che tu sappia veramente.
Sulla carta la parola è dura
ma io vorrei che tu la sentissi
ammorbidita, avvolta nel respiro.
Sulla carta ho paura che tu
non mi riconosca affatto
e ancor più che tu comprenda
il mio non saperti dire nulla.

da Quanto non sta nel fiato, (2015)

Duska Vrhovac

Duska Vrhovac

Duška Vrhovac, poeta, scrittrice, giornalista e traduttrice è nata nel 1947 a Banja Luka (Bagnaluca), nell’attuale Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina, e si è laureata in letterature comparate e teoria dell’opera letteraria presso la Facoltà di filologia di Belgrado, dove vive e lavora come scrittrice e giornalista indipendente, dopo aver lavorato per molti anni presso la Televisione di Belgrado (Radiotelevisione della Serbia).

Con 20 libri di poesia pubblicati, alcuni dei quali tradotti in 20 lingue (inglese, spagnolo, italiano, francese, tedesco, russo, arabo, cinese, rumeno, olandese, polacco, turco, macedone, armeno, albanese, sloveno, greco, ungherese, bulgaro, azero), è fra i più significativi autori contemporanei di Serbia e non solo. Presente in giornali, riviste letterarie, e antologie di valore assoluto, ha partecipato a numerosi incontri, festival e manifestazioni letterarie, in Serbia e all’estero.

È autrice di tre volumi di racconti per bambini e per la famiglia dal titolo Srećna kuća (La casa felice) e anche ha pubblicato sei libri in traduzione serba: due libri di prosa e quattro libri di poesia.

Membro, fra l’altro, dell’Associazione degli scrittori della Serbia, e dell’Associazione dei traduttori di letteratura della Serbia, è attuale vicepresidente per Europa del Movimento Poeti del Mondo e ambasciatore in Serbia. Ha ricevuto premi e riconoscimenti importanti per la poesia, tra cui:

Majska nagrada za poeziju – Maggio premio per la poesia – 1966, Yugoslavia;
Pesničko uspenije – Ascensione di Poesia – 2007, Serbia;
Premio Gensini – Sezione Poesia 2011, Italia;
Naji Naaman’s literary prize for complete works – Premio alla carriera – 2015, Libano e il Distintivo aureo assegnato dal massimo Ente per la Cultura e l’Istruzione della Repubblica di Serbia.

Ha pubblicato i seguenti libri di poesia:
San po san (Sogno dopo sogno), (Nova knjiga, Beograd 1986)
S dušom u telu (Con l’anima nel corpo), (Novo delo, Beograd 1987)
Godine bez leta (Anni senza estate) (Književne novine i Grafos, Beograd 1988)
Glas na pragu (Una voce alla soglia), (Grafos, Beograd 1990)
I Wear My Shadow Inside Me (Forest Books, London 1991)
S obe strane Drine (Sulle due rive della Drina), (Zadužbina Petar Kočić, Banja Luka 1995)
Žeđ na vodi (Sete sull’acqua), (Srempublik, Beograd 1996)
Blagoslov – stošest pesama o ljubavi (Benedizione, centosei poesie d’amore), (Metalograf, Trstenik 1996)
Knjiga koja govori (Il libro che racconta), (Dragoslav Simić, Beograd 1996)
Žeđ na vodi (Sete sull’acqua) edizione ampliata, (Srempublik, Beograd 1997)
Izabrane i nove pesme (Le poesie scelte e nuove), (Prosveta, Beograd 2002)
Zalog (Il pegno), (Ljubostinja, Trstenik 2003)
Zalog (Il pegno), edizione bibliofilo (Ljubostinja, Trstenik 2003)
Operacija na otvorenom srcu (L’ operazione a cuore aperto), (Alma, Beograd 2006)
Za sve je kriv pesnik (La colpa è di poeta), (elektronsko izdanje 2007)
Moja Desanka (Lа mia Desanka), (Udruženje za planiranje porodice i razvoj stanovništva Srbije, Beograd 2008)
Postoje ljudi (Ci sono persone), edizione dell’autore (Belgrado 2009)
Urođene slike / Immagini innati (edizione bilingue), (Smederevo, 2010)
Pesme 9×5=17 Poems (poesie scelte in 9 lingue), (Beograd 2011)
Savrseno ogledalo (Lo specchio perfetto), (Prosveta, Beograd 2013)
Quanto non sta nel fiato, poesie scelte, (FusibiliaLibri 2014)

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Vasko Popa (1922-1991) CINQUE POESIE Traduzione di Ibolja Cikos, Presentazione a cura di Duška Vrhovac

Vasko Popa,

Vasko Popa,

Vasko Popa è uno dei poeti più tradotti ed apprezzati della ex Jugoslavia ed anche oggi è uno dei poeti serbi più tradotti e riconosciuti nel mondo. Le sue poesie in inglese apparvero già nel 1969 curate ed introdotte da Ted Hughes (Selected Poems, Penguin Books), il quale più tardi pubblicò e scrisse l’introduzione per un’ampia scelta di poesie del Popa scritte tra il 1943 ed il 1976. Tradotto in una ventina di lingue, oltre a Hughes tra i suoi traduttori o tra quelli che ne hanno scritto troviamo, Charles Simic (inglese), Alain Bosquet (francese), Octavio Paz (spagnolo), Gun Bergman, Artur Lundkvist ed altri di rilevanza internazionale.

In Italia Popa ha avuto una qualche attenzione appena vent’anni dopo la morte, quando la rivista “In forma di parole” pubblicò un’ampia scelta di sue poesie intitolata: “Vasko Popa, Poesie”, curata e tradotta da Lorenzo Casson, con una postfazione scritta da Dan Octavian Cepraga.

Vasko Popa nasce il 29 giugno 1922 nel villaggio di Grebenac presso Bela Crkva come Vasile Popa, di origine etnica rumena. Frequenta la scuola elementare ed il liceo a Vršac. Nel 1940 iscrive la Facoltà di filosofia a Belgrado, continuando poi gli studi universitari a Bucarest e a Vienna. Durante la seconda guerra mondiale viene internato nel lager tedesco a Bečkerek, oggi Zrenjanin. Nel 1949 si laurea in lingue neolatine alla Facoltà di filosofia di Belgrado.

Pubblica le sue prime poesie nella rivista „Književne novine“ e nel giornale „Borba“.

Vasko Popa u svom domu

Vasko Popa u svom domu

La sua prima collezione di poesie, “Kora“(La corteccia) vede la luce nel 1953 a Belgrado; seguono i libri: „Nepočin polje“ (Il campo del non-riposo,1956), „Sporedno nebo“ (Cielo secondario, 1968), „Uspravna zemlja“ (La terra verticale, 1972), „Vučja so“ (Il sale dei lupi,1975), „Kuća nasred druma“ (La casa in mezzo alla strada, 1975), „Živo meso“ (La carne viva, 1975), „Rez“ (Il taglio, 1981) nonché il ciclo di poesie „Mala kutija“ (La piccola scatola, 1984), parte della collezione incompiuta „Gvozdeni sad“ (Il giardino di ferro).

Dal 1954 al 1979 lavora come redattore presso la casa editrice Nolit di Belgrado. Ha curato le antologie: “Od zlata jabuka” (Mela d’oro, 1958.), che mette in nuova luce la poetica della saggezza popolare; “Urnebesnik” (Strepitio, 1960.), il mondo dell’umorismo poetico; e Ponoćno sunce (Il sole di mezzanotte, 1962.), sulle chimere poetiche. Ha fatto traduzioni dal francese.

A Vršac, il 29 maggio 1972 costituisce il Comune letterario di Vršac (KOV) e avvia un’insolita biblioteca su cartoline intitolata “Fogliame libero”.

È stato membro dell’Accademia serba delle scienze e delle arti ed ha conseguito numerosi premi e riconoscimenti serbi, jugoslavi e mondiali. È morto a Belgrado il 5 gennaio 1991 ed è sepolto nel Viale degli emeriti al cimitero “Novo groblje”.

Autografo Vasko Popa

Autografo Vasko Popa

Dopo la sua morte è stata trovata tra le sue carte la collezione incompiuta di poesie „Gvozdeni sad“ (Il giardino di ferro), un testo incompiuto intitolato „Lepa varoš V“ (Il bel borgo di V) ed un ciclo di cinque poesie dal titolo comune “Ludi Lala” (Il “Lala” matto – dove Lala è il nomignolo che si da agli abitanti di Vojvodina). Tra le sue carte si trovano anche 19 poesie ed un libro di saggi sull’arte e artisti intitolato „Kalem“ (Bobina).

Il Comune letterario di Vršac ha pubblicato nel 2002 il libro „Rumunske i druge pesme“ Poesie rumene ed altre) dove sono apparse per la prima volta alcune poesie del Popa scritte in gioventù. La sua eredità letteraria è oggi custodita dalla biblioteca dell’Accademia serba delle scienze e delle arti.

Nel 1995 è stato istituito il premio “Vasko Popa”, per il miglior libro di poesie scritto in serbo, che viene conferito il giorno della nascita del poeta, il 29 giugno di ogni anno.

VASKO POPA - copertinaDa anni, per la verità da decenni, mi chiedevo ogni tanto, senza trovare una risposta plausibile, come mai l’ editoria italiana (compresa l’ Enciclopedia della Letteratura Garzanti, ancora nell’ edizione del 2000) ignorasse completamente un poeta del rilievo come Vasko Popa (1922-1991). Non è stato né un autore clandestino né una figura appartata, ma il poeta nazionale della Serbia, che ha anche rivestito cariche ufficiali, ad onta di un’opera che, considerata in se stessa, non solo non si accordava con i canoni del realismo socialista, ma ne rappresentava un’assoluta antitesi. Romeno della Vojvodina, Popa, che nella sua opera abbandonò presto la lingua materna per adottare quella serba, dopo aver studiato lingue e letterature romanze nelle Università di Belgrado, Vienna e Bucarest, aver partecipato alla Resistenza ed essere anche stato internato per alcuni mesi in un campo di prigionia tedesco, aveva pubblicato tra il 1953 e il 1980 otto raccolte poetiche. Già nel 1969 era apparsa in inglese una scelta introdotta da Ted Hughes ( Selected Poems , Penguin Books), a cui seguì l’anno dopo un’altra selezione tradotta da Charles Simic, compatriota di Popa ( The Little Box , The Charioteer Press). Un’ampia antologia dei versi scritti fra il 1943 e il 1976 era poi stata pubblicata, sempre con la prefazione di Hughes, nel 1978 ( Collected Poems , Carcanet New Press). Tradotto in una ventina di lingue (in francese da Alain Bosquet, in spagnolo per merito di Octavio Paz, che scrisse anche versi in suo onore), Popa in ambito italiano non ha ricevuto la minima attenzione, se si eccettua il caso di poche liriche tradotte nella rivista di Fiume «La battana» all’ inizio degli anni Settanta. È dunque un vero merito della rivista «In forma di parole» e del suo fondatore-direttore, Gianni Scalia, offrire in un recente numero monografico (pp. 292, 30) la traduzione integrale di tre raccolte poetiche di Popa: Il campo del non-riposo (1956), Terra verticale (1972), Il sale dei lupi (1975), coraggiosamente curate da Lorenzo Casson e accompagnate da un’ottima postfazione di Dan Octavian Cepraga. La scelta esemplifica una poesia che si insedia con grande potenza fantastica in un singolare continente posto fra il surreale, la storia e il mito, o il folclore popolare, serbo. L’apertura dell’orizzonte di Popa è cosmica, oltre che surreale, come denunciano immediatamente alcuni incipit: «Una testa tagliata/ Fiore tra i denti/ gira intorno alla Terra» oppure: «Un pugnale nudo e vivo/ giace sulla Via Lattea» ( Il cielo secondario , raccolta del 1968). Ma la scena poetica allestita da Popa ricorda non di rado Beckett: solo che si tratta di un Beckett risospinto e sprofondato nell’inorganico e nell’anonimo. Protagonisti non sono più esseri umani, sia pure ridotti alla condizione di fantocci o di relitti, ma frammenti smembrati di corpi – teste, occhi, lingue, braccia, ossa, fiamme, astri, pietre. Si direbbe che Popa raffiguri la condizione diagnosticata da Benn: che non esiste più l’uomo, ma vi sono soltanto i suoi sintomi. In una poesia del Campo del non-riposo due ossi colloquiano tra loro con disperata, affabulante ironia fino a negare la più lontana forma di appartenenza:

«Per noi ora è facile/ Ci siamo liberati dalla carne/ Ora faremo quel che faremo/ Dimmi qualcosa/ Vuoi essere/ la spina dorsale della folgore/ Dimmi ancora qualcosa/ Che vuoi che ti dica/ Forse l’ osso iliaco della burrasca/ Dimmi qualcos’ altro/ Altro non so/ Forse la costola dei cieli/ Noi non siamo le ossa di nessuno/ Dimmi qualcos’ altro ancora».

Autografo

Autografo

Un ciclo di liriche all’ interno della stessa raccolta narra il cuore, il sogno e l’ innamoramento del ciottolo, altro oggetto-emblema della poesia di Popa: alla fine due ciottoli, lacrime di pietra, si guardano ottusamente per riconoscersi soltanto «vittime di una beffa innocente/ una beffa insipida senza beffatore». Che cosa anima e riscatta, oltre alla serpeggiante vena ironica, questo desolato paesaggio metafisico? Il fatto che esso «si apre attraverso occhi di una semplicità infantile e di una lunatica stranezza» e che «il filosofo sofisticato è anche un primitivo, gnomico mago» (Hughes). Questo secondo aspetto si vede bene anche quando l’ oggetto della poesia di Popa diventa la storia dei Serbi, caratterizzata dalla resistenza e dalla ribellione al dominio ottomano e miticamente ricondotta alla discendenza da un dio-lupo primordiale. Se la vocazione surrealista aveva preso la via dell’ immanenza nell’ inorganico, lo sguardo storico sfocia pur sempre nel favoloso e nell’arcaico, avvolto da una medesima e trasfigurante fiamma epico-lirica: «Muovi lo sguardo verso di me/ Lupo zoppo/ E ispirami col fuoco delle fauci/ Perché io canto in tuo nome/ nella lingua ancestrale dei tigli». Come nota opportunamente Cepraga, l’opera di Popa (che non manca di rapporti né con la poesia romena, né con la ricerca di Eliade né con la scultura di Brancusi) consente di «misurare non solo la frattura che ci ha divisi, ma anche la distanza ancora da colmare per ricollocare, a pieno titolo, in un comune orizzonte intellettuale e spirituale la grande poesia dell’Europa dell’Est di questi ultimi sessant’ anni».

Vasko Popa Vizit-karta Vaska Pope

 A PROPOSITO DI VASKO POPA Commento di Duška Vrhovac. Traduzione dal serbo: Cvijeta Jakšić

 Mentre nella mia vita ero collegata all’Italia da un’amicizia giovanile che mi ha regalato un’altra famiglia incrementando il mio amore per la cultura, l’arte ed il popolo italiano, nella mia casa di Belgrado ci sono due cose che da qualche tempo mi ricordano Roma: il libro delle mie poesie scelte in italiano, Quanto non sta nel fiato e Don Chisciotte, una serigrafia ritoccata a mano, del maestro Ezio Farinelli, sulla parete del mio soggiorno. Perché parlo del mio libro? Perché la nascita di quel libro mi ha arrecato molta gioia, ma anche un attimo di disagio. Fu all’Isola dei poeti – Tiberina, quando mentre ne tenevo in mano commossa la seconda edizione mostrandola al pubblico, ho saputo che a Vasko Popa, il poeta sul quale avevo scritto la mia tesi agli esami di maturità, uno dei maggiori poeti serbi del Novecento, non è mai stato pubblicato un libro in italiano. Poco dopo ho letto un articolo di  Giorgio Linguaglossa che diceva che avrebbe volentieri visto la poesia di Vasco Popa edita da qualche grande casa editrice italiana. La raccomandazione mi ha fatto sentire riconoscente perché l’unico modo di conoscere un poeta è che sia tradotto e pubblicato, quindi accessibile.

Vasko Popa è senza dubbio un poeta di formato internazionale e la sua opera già durante la sua vita ha superato tutti i confini, geografici, nazionali, generazionali, ideologici e linguistici. Durante la sua vita, nonostante fosse stato pure contestato da alcuni autori, ha ottenuto gloria, riconoscimenti e premi. Il mondo gli ha dato anche di più: il poeta che ha pubblicato 8 collezioni (circa 400 poesie) ed è stato scelto in circa 30 antologie ha visto durante la vita la stampa di 54 libri con il suo nome in giro per il mondo, libri per i quali ha avuto elogi da alcuni dei poeti più riconosciuti, e voluminosi studi sulla sua poesia sono stati pubblicati in Inghilterra, Germania, Francia, gli USA.

Vasko Popa Dusan Simic, Ilustracije za pesme Vaska Pope

Vasko Popa Dusan Simic, Ilustracije za pesme Vaska Pope

E’ vero che Popa non è completamente sconosciuto al pubblico letterario italiano, anche se la prima presentazione è avvenuta appena 20 anni dopo la sua morte. Il merito della prima presentazione importante della poesia del Popa in Italia va alla rivista „In forma di parole”, che ha pubblicato un’ampia scelta di poesia con traduzione a fronte curata da Lorenzo Casson. La postfazione è firmata da Dan Octavian Cepraga, il quale rileva che si tratta davvero di un poeta di eccezionale rilievo. Una recensione molto ispirata del numero della rivista „In forma di parole” dedicato a Popa, intitolata “Il poeta-mago che cantò la liberazione dei Balcani”, è firmata da Rigoni Mario Andrea nelle pagine culturali del „Corriere della Sera“ (30 luglio 2011, pagina 53).

Credo di dover dire che questo non è sufficiente e che una pubblicazione delle poesie di Popa in italiano sarebbe sicuramente utile e farebbe la gioia del pubblico letterario italiano e degli amatori della buona poesia. Ecco alcuni fatti che lo confermano.

Con il suo primo libro di poesie, Kora (La corteccia), un libro caratterizzato da sintassi, contenuto e forma insoliti, Vasko Popa – insieme a Miodrag Pavlović (1928-2014) con il suo libro 87 poesie, ha creato un’importante svolta nella poesia serba dei primi anni cinquanta. Con la sua espressione poetica moderna, liberata da tutti i dogmi dell’epoca, la poesia di Popa rinnovava la freschezza poetica del mondo e diventava subito vicina alle generazioni giovani che influenzerà diventando non solo il precursore della poesia serba moderna ma anche il personaggio chiave della poesia contemporanea che ha segnato l’epoca definendo sicuramente le direzioni dell’ulteriore sviluppo della poesia.
L’espressione poetica di Popa è affine all’aforisma, il proverbio, è ellittica e concisa, la lingua è essenziale e lapidaria. Scrive in versi brevi senza rima e punteggiatura, versi molto vicini alla metrica della poesia popolare serba. La caratteristica della poesia di Popa è una “ricchezza linguistica e rigorosità sintattica”. Una relazione particolare, complessa ed essenziale con la tradizione, un patriottismo sano senza cariche ideologiche o nazionalistiche, ma con piena conoscenza della storia e della cultura, con la capacità di dimostrare l’insieme e la particolarità con un dettaglio, dimostrano una sua sublime capacità di tradurre tutte le cose, gli oggetti ed i fenomeni in motivi poetici. I contrasti ed i conflitti universali, tutto l’esistente, si incontrano nel suo campo del non-riposo rendendo la sua poesia filosofica e metafisica. Parco con le parole, Popa spalanca le porte ai pensieri ed ai significati. E’ un grande poeta anche perché la sua poesia rappresenta un fermo nesso tra le accezioni più larghe della tradizione e del nostro tempo. E’ un’opera che “per unicità di metodo e significato quasi non trova pari, un’opera che con diversi e singoli progetti, artisticamente realizzati e ritrovati nella realtà poetica … ascende verso significati universali”.

Vasko Popa Ranko Guzina, kar.Per Vasko Popa, come ha detto lui stesso in un’intervista, “la Poesia in verità è la personificazione dell’armonia senza la quale in fin dei conti non è possibile vivere… Con la mia poesia desidero esprimere esattamente quello che ho scritto. Se sapessi esprimerlo in altro modo, probabilmente non scriverei…“

In un altro discorso, parlando di tradizione, dice: „Le nostre poesie sulla battaglia del Kosovo ed il nostro mito del Kosovo rappresentano una miniera di diamanti. Senza fine né fondo!… Io ne ho tolto solo alcuni grumi. Varrebbe la pena spendere una vita intera a portare alla luce queste preziosità…“

Quando fu pubblicata nella biblioteca eccezionale Rukom pisano (Scritto a mano – Milan Rakić, Valjevo), la sua collezione di poesie Lontano dentro di noi, scritta a mano da lui stesso, Popa scrisse nell’intorduzione: „Le poesie che scrivo creano cerchi, i cerchi creano libri. Per la biblioteca Scritto a mano dal poeta ho scelto il circolo Daleko u nama (Lontano dentro di noi)Daleko u nama consiste di trenta poesie, il numero dei giorni di un mese. Il mese si è protratto a otto anni interi dato che le poesie sono state scritte nel periodo 1943-1951. Il cerchio di poesie Lontano dentro di noi è pubblicato nel mio primo libro La corteccia del 1953. Anche queste poesie sono dedicate a Haša…“. Haša era il primo amore di Vasko e la sua moglie fino alla fine. Si sa poco della loro vita privata.

il poeta serbo Vasko Popa (1922-1991), per la prima volta tradotto in italiano.

VASKO POPA: 5 POESIE

Traduzione: Ibolja Cikos
Il sogno del sasso

Dalla terra si protese una mano
Tirò in alto un sasso

Dov’è il sasso
Sulla terra non è tornato
Su in ciel’ non è arrivato

Cos’è successo al sasso
Forse l’altezza s’ha mangiato
Forse in un uccello s’è trasformato

Eccolo il sasso
Rimasto testardamente in sé stesso
Ne sulla terra ne su in cielo

Ascolta se stesso
Mondo tra i mondi

*

Сан белутка (Serbo)

Рука се из земље јавила
У ваздух хитнула белутак

Где је белутак
На земљу се није вратио
На небо се није попео

Шта је с белутком
Јесу ли га висине појеле
Је ли се у птицу претворио

Ено белутка
Остао је тврдоглав у себи
Ни на небу ни на земљи

Самог себе слуша
Међу световима свет

(http://www.babelmatrix.org/works/sr/Popa,_Vasko-1922/San_belutka/it/45905-Il_sogno_del_sasso)

Vasko Popa & Hasa, London 1969, Photo by Anne Pennington

Vasko Popa & Hasa, London 1969, Photo by Anne Pennington

Due sassi

Si guardano apatico
Si guardano i due sassi
Due confetti ieri
Sulla lingua dell’eternità

Oggi due lacrime di pietra
Sulle ciglia dell’ignoto

Domani due mosche sabbia
Nelle orecchie della sordità
Domani due fossette allegre
Sulle guance del giorno

Due vittime di un piccolo scherzo
Scherzo insipido senza burlone

Si guardano apatico
Si guardano con le natiche fredde
Parlano dal ventre
Parlano al vento

*

Два белутка (Serbo)

Гледају се тупо
Гледају се два белутка
Две бонбоне јуче
На језику вечности

Две камене сузе данас
На трепавици незнани

Две муве песка сутра
У ушима глухоте
Две веселе јамице сутра
На образима дана

Две жртве једне ситне шале
Неслане шале без шаљивца

Гледају се тупо
Сапима се хладним гледају
Говоре из трбуха
Говоре у ветар

(http://www.babelmatrix.org/works/sr/Popa%2C_Vasko-1922/Dva_belutka/it)

Vasko Popa,

Vasko Popa,

La nostra giornata è una mela verde

La nostra giornata è una mela verde
Tagliata in due

Ti guardo
Tu non mi vedi
Tra di noi il sole cieco

Sulla gradinata
Il nostro abbraccio stracciato

Mi chiami
Io non ti sento
Tra di noi v’è l’aria sorda

Nelle vetrine
Le mie labbra
Cercano il tuo sorriso

Sul crocevia
Il nostro bacio calpestato

Ti ho dato la mano
Ma tu neanche la senti
Ti ha abbracciato il vuoto

Sulle piazze
Le tue lacrime cercano
I miei occhi

A sera la mia giornata morta
S’incontra con la tua giornata morta

Solo nel sogno
Percorriamo lo stesso paesaggio

*

Наш дан је зелена јабука (Serbo)

Наш дан је зелена јабука
На двоје пресечена

Гледам те
Ти ме не видиш
Између нас је слепо сунце

На степеницама
Загрљај наш растргнут

Зовеш ме
Ја те не чујем
Између нас је глухи ваздух

По излозима
Усне моје траже
Твој осмех

На раскрсници
Пољубац наш прегажен

Руку сам ти дао
Ти је не осећаш
Празнина те је загрлила

По трговима
Суза твоја тражи
Моје очи

Увече се дан мој мртав
С мртвим твојим даном састане

Само у сну
Истим пределом ходамо

(http://www.babelmatrix.org/works/sr/Popa%2C_Vasko-1922/Na%C5%A1_dan_je_zelena_jabuka/it)

Vasko Popa,

Vasko Popa,

Canta piccola scatoletta

Non permettere che ti vinca il sonno
Tutto il mondo dentro di te veglia

Nella tua vacuità quadrata
Trasformeremo la lontananza in vicinanza
E l’oblio in rimembranza

Non permettere che ti si allentino i chiodi

Attraverso il tuo buco della serratura
Guardiamo per la prima volta
I paesaggi ultraterreni

La tua chiave gireremo nella nostra bocca
E deglutiamo le lettere e i numeri
Delle tue canzoni

Non permettere che ti salti via il coperchio
Che ti si stacchi il fondo

Canta piccola scatoletta

*

Певај мала кутијо (Serbian)

Не дај да те савлада сан
Цео свет бди у теби

У твојој четвртастој празнини
Претварамо даљину у близину
Заборав у сећање

Не дај да ти попусте ексери

Кроз твоју кључаоницу
Први пут гледамо
Пределе изван света

Твој кључ окрећемо у устима
И гутамо слова и бројке
Из твоје песме

Не дај да ти одлети поклопац
Да ти отпадне дно

Певај мала кутијо

(http://www.babelmatrix.org/works/sr/Popa%2C_Vasko-1922/Pevaj_mala_kutijo/it/45903-Canta_piccola_scatoletta)

Vasko Popa,

Vasko Popa,

La storia di una storia

C’era una volta una storia
Era finita
Prima di iniziare
E iniziava
Dopo che era finita

Gli eroi entrarono in scena
Dopo la propria morte
E ne uscirono dopo
La propria nascita

Gli eroi raccontarono
Di qualche terra o di cielo
Raccontarono di tutto

Non parlarono solo di una cosa
Di cui non sapevano neppure loro
Che erano solo gli eroi della storia

Di una storia che finisce
Prima di iniziare
E che inizia
Dopo che era finita

*

Прича о једној причи (Serbo)

Била једном једна прича
Завршавала се
Пре свог почетка
И почињала
После свог завршетка

Јунаци су њени у њу улазили
После своје смрти
И из ње излазили
Пре свога рођења

Јунаци су њени говорили
О некој земљи о неком небу
Говорили су свашта

Једино нису говорили
Оно што ни сами нису знали
Да су само јунаци из приче

Из једне приче која се завршава
Пре свог почетка
И која почиње
После свог завршетка

(http://www.babelmatrix.org/works/sr/Popa%2C_Vasko-1922/Pri%C4%8Da_o_jednoj_pri%C4%8Di/it)

Duska Vrhovac

Duska Vrhovac

Duška Vrhovac, poeta, scrittrice, giornalista e traduttrice è nata nel 1947 a Banja Luka (Bagnaluca), nell’attuale Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina, e si è laureata in letterature comparate e teoria dell’opera letteraria presso la Facoltà di filologia di Belgrado, dove vive e lavora come scrittrice e giornalista indipendente, dopo aver lavorato per molti anni presso la Televisione di Belgrado (Radiotelevisione della Serbia).

Con 20 libri di poesia pubblicati, alcuni dei quali tradotti in 20 lingue (inglese, spagnolo, italiano, francese, tedesco, russo, arabo, cinese, rumeno, olandese, polacco, turco, macedone, armeno, albanese, sloveno, greco, ungherese, bulgaro, azero), è fra i più significativi autori contemporanei di Serbia e non solo. Presente in giornali, riviste letterarie, e antologie di valore assoluto, ha partecipato a numerosi incontri, festival e manifestazioni letterarie, in Serbia e all’estero.

È autrice di tre volumi di racconti per bambini e per la famiglia dal titolo Srećna kuća (La casa felice) e anche ha pubblicato sei libri in traduzione serba: due libri di prosa e quattro libri di poesia. Membro, fra l’altro, dell’Associazione degli scrittori della Serbia, e dell’Associazione dei traduttori di letteratura della Serbia, è attuale vicepresidente per Europa del Movimento Poeti del Mondo e ambasciatore in Serbia. Ha ricevuto premi e riconoscimenti importanti per la poesia, tra cui:

Majska nagrada za poeziju – Maggio premio per la poesia – 1966, Yugoslavia;
Pesničko uspenije – Ascensione di Poesia – 2007, Serbia;
Premio Gensini – Sezione Poesia 2011, Italia;
Naji Naaman’s literary prize for complete works – Premio alla carriera – 2015, Libano e il Distintivo aureo assegnato dal massimo Ente per la Cultura e l’Istruzione della Repubblica di Serbia.

Ha pubblicato i seguenti libri di poesia:

San po san (Sogno dopo sogno), (Nova knjiga, Beograd 1986)
S dušom u telu (Con l’anima nel corpo), (Novo delo, Beograd 1987)
Godine bez leta (Anni senza estate) (Književne novine i Grafos, Beograd 1988)
Glas na pragu (Una voce alla soglia), (Grafos, Beograd 1990)
I Wear My Shadow Inside Me (Forest Books, London 1991)
S obe strane Drine (Sulle due rive della Drina), (Zadužbina Petar Kočić, Banja Luka 1995)
Žeđ na vodi (Sete sull’acqua), (Srempublik, Beograd 1996)
em>Blagoslov – stošest pesama o ljubavi (Benedizione, centosei poesie d’amore), (Metalograf, Trstenik 1996)
Knjiga koja govori (Il libro che racconta), (Dragoslav Simić, Beograd 1996)
Žeđ na vodi (Sete sull’acqua) edizione ampliata, (Srempublik, Beograd 1997)
Izabrane i nove pesme (Le poesie scelte e nuove), (Prosveta, Beograd 2002)
Zalog (Il pegno), (Ljubostinja, Trstenik 2003)
Zalog (Il pegno), edizione bibliofilo (Ljubostinja, Trstenik 2003)
Operacija na otvorenom srcu (L’ operazione a cuore aperto), (Alma, Beograd 2006)
Za sve je kriv pesnik (La colpa è di poeta), (elektronsko izdanje 2007)
Moja Desanka (Lа mia Desanka), (Udruženje za planiranje porodice i razvoj stanovništva Srbije, Beograd 2008)
Postoje ljudi (Ci sono persone), edizione dell’autore (Belgrado 2009)
Urođene slike / Immagini innati (edizione bilingue), (Smederevo, 2010)
Pesme 9×5=17 Poems (poesie scelte in 9 lingue), (Beograd 2011)
Savrseno ogledalo (Lo specchio perfetto), (Prosveta, Beograd 2013)
Quanto non sta nel fiato, poesie scelte, (FusibiliaLibri 2014)

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Archiviato in Poesia serba

POESIE SCELTE di Duška Vrhovac dalla Antologia “Quanto non sta nel fiato” (Fusibilialibri, 2015, pp. 126 € 13) – “Viaggi”, “Di innumerevoli domande”,Cantico di colei che è amata” e altre poesie  – Traduzione dal serbo di Isabella Meloncelli con un Commento di Giorgio Linguaglossa

 guerra

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Duška Vrhovac, poeta, scrittrice, giornalista e traduttrice è nata nel 1947 a Banja Luka (Bagnaluca), nell’attuale Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina, e si è laureata in letterature comparate e teoria dell’opera letteraria presso la Facoltà di filologia di Belgrado, dove vive e lavora come scrittrice e giornalista indipendente, dopo aver lavorato per molti anni presso la Televisione di Belgrado (Radiotelevisione della Serbia).

Con 20 libri di poesia pubblicati, alcuni dei quali tradotti in 20 lingue (inglese, spagnolo, italiano, francese, tedesco, russo, arabo, cinese, rumeno, olandese, polacco, turco, macedone, armeno, albanese, sloveno, greco, ungherese, bulgaro, azero), è fra i più significativi autori contemporanei di Serbia e non solo. Presente in giornali, riviste letterarie, e antologie di valore assoluto, ha partecipato a numerosi incontri, festival e manifestazioni letterarie, in Serbia e all’estero.

È autrice di tre volumi di racconti per bambini e per la famiglia dal titolo Srećna kuća (La casa felice) e anche ha pubblicato sei libri in traduzione serba: due libri di prosa e quattro libri di poesia. Membro, fra l’altro, dell’Associazione degli scrittori della Serbia, e dell’Associazione dei traduttori di letteratura della Serbia, è attuale vicepresidente per Europa del Movimento Poeti del Mondo e ambasciatore in Serbia. Ha ricevuto premi e riconoscimenti importanti per la poesia, tra cui:

Duska Vrhovac

Duska Vrhovac

Majska nagrada za poeziju – Maggio premio per la poesia – 1966, Yugoslavia; Pesničko uspenije – Ascensione di Poesia – 2007, Serbia; Premio Gensini – Sezione Poesia 2011, Italia; Naji Naaman’s literary prize for complete works – Premio alla carriera – 2015, Libano e il Distintivo aureo assegnato dal massimo Ente per la Cultura e l’Istruzione della Repubblica di Serbia.

Ha pubblicato i seguenti libri di poesia:

San po san (Sogno dopo sogno), (Nova knjiga, Beograd 1986); S dušom u telu (Con l’anima nel corpo), (Novo delo, Beograd 1987); Godine bez leta (Anni senza estate) (Književne novine i Grafos, Beograd 1988); Glas na pragu (Una voce alla soglia), (Grafos, Beograd 1990); I Wear My Shadow Inside Me (Forest Books, London 1991); S obe strane Drine (Sulle due rive della Drina), (Zadužbina Petar Kočić, Banja Luka 1995); Žeđ na vodi (Sete sull’acqua), (Srempublik, Beograd 1996); Blagoslov – stošest pesama o ljubavi (Benedizione, centosei poesie d’amore), (Metalograf, Trstenik 1996); Knjiga koja govori (Il libro che racconta), (Dragoslav Simić, Beograd 1996); Žeđ na vodi (Sete sull’acqua) edizione ampliata, (Srempublik, Beograd 1997); Izabrane i nove pesme (Le poesie scelte e nuove), (Prosveta, Beograd 2002); Zalog (Il pegno), (Ljubostinja, Trstenik 2003); Zalog (Il pegno), edizione bibliofilo (Ljubostinja, Trstenik 2003); Operacija na otvorenom srcu (L’ operazione a cuore aperto), (Alma, Beograd 2006); Za sve je kriv pesnik (La colpa è di poeta), (elektronsko izdanje 2007); Moja Desanka (Lа mia Desanka), (Udruženje za planiranje porodice i razvoj stanovništva Srbije, Beograd 2008); Postoje ljudi (Ci sono persone), edizione dell’autore (Belgrado 2009); Urođene slike / Immagini innati (edizione bilingue), (Smederevo, 2010); Pesme 9×5=17 Poems (poesie scelte in 9 lingue), (Beograd 2011); Savrseno ogledalo (Lo specchio perfetto), (Prosveta, Beograd 2013); Quanto non sta nel fiato, poesie scelte, (FusibiliaLibri 2014)

Herbert List

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Commento di Giorgio Linguaglossa

 La poesia di Duška Vrhovac ha ancora il coraggio di porre domande, come quella dei grandi poeti serbi Vasko Popa e Desanka Maksimovic. È una poesia che non  ha attraversato il mare dello scetticismo e dell’ironisme come qui da noi nell’epoca del Dopo il Moderno, ma ha dovuto attraversare da presso l’onda di guerre tra popoli vicini, odi sanguinari, incomprensioni feroci, dissoluzione dell’unità statuale; ma, paradossalmente, nonostante tutte queste vicissitudini, la poesia serba ha saputo salvaguardare il proprio patrimonio di voci poetiche di grande valore e riconoscibilità, e quella di Duška Vrhovac è una di esse. Anche nella sua voce c’è  il ricordo di un domandare che, qui da noi, è stato reso obsoleto dalla intervenuta razionalizzazione del discorso poetico. Duška Vrhovac è  una poetessa figlia della Crisi della Ragione poetica del Novecento, ma alla maniera in cui può esserlo un poeta serbo, cioè della pars orientale dell’Impero occidentale. La Vrhovac cerca sempre di mantenere il contatto con la «terra», pone domande alla «terra»; la sua poesia proviene dalla «terra» e ritorna ad essa. E questo è il suo modo personale di rimanere in ascolto con la sua Lingua e la sua «terra».

Non a caso Duška Vrhovac è una poetessa serba, una autrice ad Oriente dell’Occidente e, come tale, istintivamente aliena dalla percezione della poesia che si ha in Occidente come quel tipo di discorso assertorizzato (assertorio e interlocutorio) che può interrogarsi su tutto, tranne che sulla propria costituzione di «verità», di «soggetto», di «realtà». Duška Vrhovac prende le distanze dalla derubricazione del discorso poetico a discorso minimale e superficiario intorno agli oggetti e al mondo. Il «soggetto» della Vrhovac è un operatore dell’interrogazione, potremmo dire, che tenta di problematizzare la débacle dell’ontologia poetica, del suo rango e del suo ruolo così come si è venuta a configurare nel corso del secondo Novecento e in questi ultimi anni nell’Occidente delle democrazie parlamentari. Il punto di partenza è: ma se non c’è più domanda, a che pro il domandare?; e se non c’è più il domandare, a che pro il rispondere?. Che è poi il dilemma entro il quale una certa poesia che si fa in Occidente rifiuta di porsi dicendo che intorno alla poesia si è detto tutto, che la poesia deve discorrere di altro, che è una esternalizzazione di un soggetto (altro) che si è venuto a trovare de-territorializzato, e quindi è un soggetto debole che ha a che fare con un proposizionalismo poetico altrettanto debole e via dicendo.

Che è un bel discorrere in termini di riduzione al minimo comun denominatore di ciò che è possibile dire senza l’onere di dirlo, un dire senza assumersi l’onere della relativa responsabilità estetica di ciò di cui si dice (pur senza dirlo). Che il «soggetto» della poesia di Duška Vrhovac sia un operatore dell’interrogazione penso non vi sia margine di dubbio, e che esso debba sottoporsi alla severa disciplina dell’interrogazione, anche qui penso non ci sia dubbio alcuno; un soggetto che totalizza il locutorio (non quindi un soggetto interlocutorio), un soggetto comunque forte abbastanza per riformulare le domande fondamentali alle quali il discorso poetico non può rinunciare, pena la sua perdita di credibilità e di solvibilità, è questa, credo, la posizione di partenza della poesia di Duška Vrhovac. «Di innumerevoli domande sapevo la risposta / e intuivo molte cose. / Conoscevo divisione e moltiplicazione / nel tempo e nello spazio / le parole della speranza e della dedizione», è rimasto soltanto il ricordo di una domanda dopo la débacle di tutte le risposte. Ma è pur sempre un nuovo inizio dell’interrogazione, già riprendere il filo del discorso dal ricordo di una domanda è un impegno e un imperativo, una petizione di principio e una posizione di partenza. O, come dicono alcuni, una posizione etica. La poesia di Duška Vrhovac riprende daccapo l’interrogazione dopo la caduta del Dopo il Moderno, è questo il segreto della sua forza.

 La poesia di Duška Vrhovac ha, dunque, qualcosa di arcaico, o di «ingenuo» come ben ripreso da Ugo Magnanti autore di una nitida post-fazione, ma è proprio grazie a questa sua arcaicità che la poetessa serba può formulare un discorso poetico intenso e vero, libero, che comprende il reale e il surrazionale, il quotidiano e l’empireo, che unisce la dimensione dell’estensione a quella della intensificazione, la metafora con la perifrasi, il locutorio con l’interlocutorio, la domanda e la risposta, tutto «quanto non sta nel fiato», tutto il dicibile, dunque, come risulta inequivocabile dalla prima poesia presentata, una sorta di resoconto esistenziale della condizione umana che ha conosciuto tutti i «Viaggi».

Duska Vrhovac

Duska Vrhovac

VIAGGI

Non devo più andare da nessuna parte,
tutti i viaggi possono cessare,
le fughe, le ricerche, ogni cammino.
Tutti i paesaggi
si sono trasfusi
nelle mie parole,
i fiumi confluiti nel mio sangue,
il mare l’ho bevuto
e ho preso le montagne,
addomesticati i boschi, contate le valli,
col cielo azzurro e di tempesta
ho cucito i miei abiti festosi.
Non devo più andare da nessuna parte,
tutti i viaggi possono cessare.

.
DI INNUMEREVOLI DOMANDE

a Vittoria Tagliani

Di innumerevoli domande sapevo la risposta
e intuivo molte cose.
Conoscevo divisione e moltiplicazione
nel tempo e nello spazio
le parole della speranza e della dedizione.
Il mio passo era inafferrabile
la mano calda e reale.
La voce alto canto di solista
il mattino risveglio d’ambra.
La realtà non aveva bisogno di ricordi
ne gli inganni di lucidità.
Gli anni conoscevano i loro segreti
i frutti l’epoca della maturazione.
Di ogni parola avevo un cambio
e una preghiera per la salvezza dell’anima.
E poi, improvvisamente
parola e pensiero trafitti dal lampo.
Avvenne tutt’altra visione
cadde il frutto maturo
rotolando giù dal palmo.
Ora sto a meta di una storia incompiuta
e di tutto ho sempre meno,
in più solo domande.

Duska Vrhovac Cop

FAME

La mia fame l’ho sempre sostenuta
l’ho cresciuta con le mie cure
dandole bacche infernali
e quei piccoli frutti enigmatici
per cui si dorme male.
Cosi con la fame
s’accese pure l’insonnia
e queste due fatalità benedette
mi resero abbastanza forte.
Ho percepito giochi dimenticati
melodie perdute
parole sottese
e quel parlare d’altre sponde.
Mi forgiai sull’orma,
quadro incorniciato nei tratti
della mia stessa ombra.
Ora la mia fame e cosi insaziabile
che non la sento più
e la notte cosi interminabile
che lungo sonno, mi pare, quest’insonnia.

.
VENTITRE FEBBRAIO SETTANTASETTE

Inatteso
come un segreto
o una vendetta
per tutta la notte qualcuno
ha martoriato la mia anima
fredda la mano
ruggine il palmo
gli occhi vuoti
non terreni
come se non intuisse
che non sono morta abbastanza:
non lo sono
e non penso
di aprire gli occhi umidi
anche se e buio
e non si vede
ne quello che sono
ne quello che non sono.

Duska Vrhovac, Giorgio Linguaglossa e Steven Grieco Roma, 25 giugno 2015 Isola Tiberina

Duska Vrhovac, Giorgio Linguaglossa e Steven Grieco Roma, 25 giugno 2015 Isola Tiberina

PENSANDO A TE

Puoi tornare.
Nulla e più come prima.
Diversa l’aria e diversa la foglia
diversamente splende il sole.
Nemmeno l’usignolo canta la stessa canzone
anche se mi sveglio ancora
pensando a te.
Ancora tremo al ricordo
e mi viene di correrti incontro
e di allargarti le braccia.
Mentre leggo il giornale
e bevo la mia limonata pomeridiana
a volte ancora d’impeto mi alzo,
mi avvio leggera verso la finestra
e poi mi fermo.
E cosi rimango a lungo.
Ma puoi tornare, davvero
nulla è più come prima.

.
CANTICO DI COLEI CHE È AMATA

Io sono la Regina della primavera.
Il mio abito e bianco e rosso,
cosparso di fiori disparati,
l’anima mite, serena e calda,
pronta a concepire una farfalla in volo,
una musica inebriante di corde non viste
e una vita che è eterna perche dura un giorno.

Mi portarono per la città a braccia aperte,
m’introdussero nella chiesa ricca di violette,
azzurre come la provvidenza,
splendenti come pupille di un bambino;
mi dissetarono col primo latte di tarassaco,
con rugiada attinta alle foglie delle più rare piante,
e mi incantarono la voce col suono di flauti magici.

Il mio piede avanza sopra la via lattea,
le mie mani intessono il chiaro di luna,
i miei fianchi li ha sfiorati solo
il Grande Figlio della Grande Madre,
colui che attraverso i campi del mio sogno
cavalcava Pegaso, ed era più forte
del tuono, e di ogni arma umana.

Le mie mammelle sono due fonti di vita.
Cibo per figlie e figli, dono Divino.
Solo uno sguardo sotto il velo
apre l’altra via, lunare.
Chi avanza per questa via, una volta sola,
sa che il mio letto e benedetto,
il lenzuolo ricamato con mano prodigiosa,
il suo guanciale e riposo per il giorno del giudizio.

Il mio grembo è ampio e caldo.
Profuma di forza e sudditanza,
ma solo al mio Signore dell’anima e del cuore.
C’è un’altalena inondata di sole,
primo approdo e culla ai miei figli,
ai figli dei miei figli e dei miei figli figli e figli.
Rifugio, prima e dopo tutte le battaglie.

Nel mio seno più rapido batteva il Cuore di Lui.
Sul mio petto il sorriso e spilla scintillante.
Quando attraverso la strada abbagliante e luminosa,
mi lascio dietro una traccia, una scia, sorriso di bambino.
Io taccio, ma tutti sanno e vedono, e con la preghiera
si fanno strada verso questa fonte, dove l’arcobaleno
sparge su di me una colorata pioggia primaverile.

Io sono la Figlia più amata del Dio della Soglia Domestica.
Nessuno se ne è andato via da me, ma sono venuti
tutti quelli che il sogno falso ha ingannato.
Dalla mia finestra la luce illumina la via
e il mio portone introduce nella Santa Rocca dei Primordi.

Le figlie di Gerusalemme non conoscevano ciò che so io.
Il mio amato non è venuto a chiedere
la mia mano, ma a costruire un Tempio in me.
Per pregare Dio e accendere il Focolare col mio estro.
Per avere luce dal mio occhio, e dalla mia anima splendore,
poiché nel mio seno e nel mio grembo
dimorano i suoi sogni, la sua forza,
e la fonte segreta di sua perenne giovinezza.

Duska Vrhovac, Giorgio Linguaglossa, Carlo Bordini e Steven Grieco Roma, 25 giugno 2015 p.za Del Drago Al Ponentino

Duska Vrhovac, Giorgio Linguaglossa, Carlo Bordini e Steven Grieco Roma, 25 giugno 2015 p.za Del Drago Al Ponentino

POETI

I poeti sono una banda
di presuntuosi vagabondi,
interpreti ingannevoli
del quotidiano e dell’eterno
ricercatori vani,
smodati amanti,
cacciatori di parole perdute
inseguitori di strade e mari.

I poeti sono giardinieri superbi
di intricati giardini regali,
precursori di deviazioni stellari,
messaggeri di navi affondate,
violatori di sentieri segreti,
magistrali riparatori
di Carri Grandi e Piccoli,
raccoglitori di polvere astrale.

I poeti sono ladri di visioni,
scopritori di utopie scartate,
ciarlatani di ogni specie,
degustatori di piatti avvelenati,
figli degeneri e di professione seduttori,
cavalieri che volontariamente
alla ghigliottina offrono la loro testa
eseguendo da se stessi la condanna.

I poeti sono custodi incoronati
dell’essenza risposta nella lingua,
amanti dei misteri insolubili
ammaliatori e provocatori,
sono i prediletti degli Dei,
assaggiatori di bevande portentose
e dissipatori vani
delle proprie vite.

I poeti sono gli ultimi germogli
della specie più sottile di esseri cosmici,
coltivatori di fiori bianchi interiori
e falsi creatori di mondi insostenibili.
I poeti sono interpreti dei segni perduti,
portatori di messaggi essenziali
e di avviso che la vita e inesauribile,
e l’universo un progetto mai finito.

I poeti sono lucciole sull’aia del cosmo,
conquistatori della grande fascia
di colori che fa l’arcobaleno
esecutori della musica sacra
da cui e nato l’universo.
I poeti sono invisibili interlocutori
nel silenzio sul senso e sul non senso
di tutto ciò che si vede e non si vede.
I poeti sono i miei soli veri fratelli.

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