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Per il centenario della morte di Velimir Chlebnikov (1985-1922) La perquisizione notturna e poesie varie a cura di Antonio Sagredo, traduzione di Paolo Statuti

Velemir Chlebnikov 2 

La perquisizione notturna è uno dei principali poemi di Velimir Chlebnikov. Nei giorni del terrore rosso un drappello di marinai irrompe in una casa, dove viene fucilato un giovane nemico di classe. Il Capo che lo ha ucciso è sconvolto da come quello rideva «incurante davanti al caricatore della morte». Sul luogo dell’omicidio si organizza una gozzoviglia. Sbalordisce la dovizia di termini usati da Chlebnikov. Il poeta si serve degli strati più diversi della lingua russa, tra cui il gergo dei marinai e quello della strada. La costruzione del poema si basa sulle continue ripetizioni del crudele racconto del capo. «Una pallottola in testa, eh?» – dice al marinaio il giovane condannato a morte, e poi aggiunge: «Addio, minchione! Grazie per il tuo sparo». Ubriacandosi, il Capo ripete cinque volte il suo racconto sull’uccisione. Il critico letterario M. Poljakov scrive: «…Il Cristo che guida la marcia dei soldati bolscevichi ne I dodici di Blok, in questo poema di Chlebnikov non c’è, non parteggia né per i bianchi, né per i rossi, ma nella sua ira incenerisce gli assassini. Si può dire che il Capo provoca Dio, attirando il fuoco su di sé. Egli è una figura tragica, a lui Chlebnikov ha dato una parte della sua anima: oggi egli guida una «banda di santi assassini», domani potrebbe benissimo partecipare alla rivolta di Kronstadt dei marinai contro il governo bolscevico. Ma non sarà mai uno degli «acquisitori» – odiati da Chlebnikov – che camminano quatti quatti dietro gli «inventori», e conoscono una sola parola: mangio».

(Paolo Statuti)

Velemir Chlebnikov

Velimir Chlebnikov

La perquisizione notturna

Allerta!
Pronti a sparare.
Sotto, ragazzi:
A destra il 38.
Bussa più forte!
– Agli ordini!
– Allerta!
Dentro!
– Prego, prego,
Benvenuti!
– Mare, alt!
– Poche ciance, madre
Testa grigia,
Il mare non lo freghi.
Apri gli occhi.
E’ qui il 38?
– Sì, benvenuti,
Cari compatrioti! –
Trema la testa d’argento
Viva a stento.
– Madre!
Il nome!
Su, facci strada, mammina!
Rispettabile
Mamma!
Non ti agitare,
Andrà tutto bene.
Dov’è la selvaggina?
– Tu! Mettiti alla porta.
– Fatto – la soffitta.
– Tu, qui!
– Agli ordini!
– Avanti, mare,
Gagliardi!
Si nascondono i codardi…
Hanno trafitto,
Sono arrivati in tanti,
Hanno agguantato i furfanti,
I bianchi non l’hanno fregati.
– E tu, madre, sveglia!
Muoviti!
Anche i vecchi possono sedersi
Sulla punta della baionetta.
E il maritino, ci aspetta?
Tira fuori i furfanti,
Per me, vecchio
Lupo di mare!
Sento col naso –
Ho fiuto, io –
Un fiuto di segugio:
La selvaggina c’è.
La caccia andrà bene.
– Fratello, annusa.
Odore di selvaggina bianca.
Ho fiuto, io.
Segugi-fratelli, fatevi sotto!
– E’ tutto quello che ho –
E anche un po’ di perle.
– Quanti pezzi?
– Quaranta?
– Bastano per la cena!
Non gracchiare!
Prendi, arraffa!
Fratello, agguanta!
Tutto qui?
Non siamo signori!
Prendi
A volontà.
Non siamo zar
Da starcene a sognare.
Prendi, arraffa, prendi, arraffa!
Ehi, mare, agguanta come aquila!
– Agguanta, sotto!
Prendi a volontà!
– Vecchia, suonaci una polca.
– La tristezza non ti aiuterà.
Voce:
Mamma, mamma!
– Madre, madre!
Parla!
Fuori la canaglia bianca!
– Domani si riunisce il soviet.
Io sono vecchia, marinai!
Rosso, bianco,
Ossa bianche.
Non capisco, scusate.
Ho i capelli bianchi.
Sono una madre.
– Pam! Pam!
Sparo, fumo, fuoco!
– Chi ha sparato?
Fermo! L’arma, su le mani!
– Facciamogli la festa!
– Giovane, contro il muro.
Così! E su la testa!
Chioma grano spigato,
Baffetti oro filato.
– Vicino alla stufa, cane,
Togliti le pelli umane!
– Scusami, lupo di mare,
La mira sbagliata:
La mano tremava,
Pallottola pazza.

costruttivismo-aleksandr-rodcenko-manifesto-di-propaganda-del-libro-1924

costruttivismo-aleksandr-rodcenko-manifesto-di-propaganda-del-libro-1924

– Ride, coraggio o arroganza?
Lo facciamo fuori? –
– Una pallottola in testa, eh? Fratelli compagni,
Gente del mare?
Si dice che siete generosi. –
– Proprio così!
Il mare può,
Pietà il mare
Può mostrare!
– Voltati, vecchia.
– Una pallottola in petto
Al signorino bianco?
– Al mio figlio diletto?
– Via la camicia, servirà a un altro,
Nella fossa si può anche nudi.
Niente signorine nella fossa.
Giù i pantaloni
E girati.
Togliti tutto! E non dormire –
Avrai tempo. Ti addormenterai subito,
per non svegliarti più!
– Addio, mamma,
Spegni la candela sul mio tavolo.
– Tu, porta via gli stracci. Puntate! Uno! Due!
– Addio, minchione! Grazie
Per il tuo sparo.
– Ah, è così!… Per il bene del popolo.
Tra-ta-ta!
Tra-ta!
– Grazie, ma per cosa:
Per un ovetto di piccione
O di rondone?
Eccoti un indovinello!
E’ servito il colombello,
Le gambe ha steso.
Era una buona pappa
E un bel furfante.
Ancora due spari:
Uno sul pavimento,
E uno al creatore!
Ecco! Qui!
L’abbiamo spedito all’inferno.
Velemir Chlebnikov 3

Noi col fuggente mare
Dietro le allegre spalle
Sulla camicia bianca,
Sulla camicia azzurra,
Vedremo – putupum!
I pantaloni ho più larghi,
E il ferro nella mano,
Non un castoro argentato,
Ma il mare turchino
Il forte collo ha cinto
E la bianca camicia
All’inferno!
– Che dici, tirarlo su?
Portarlo via?
Lasciarlo lì non è bello.
– Fregatene! Che c’importa!
– Mamma!
Guarda che gioiello:
Più di venti non può avere,
E i capelli – di neve!
E gli occhi neri,
Così vivi!
– Il mare porta con sé la neve.
In un quarto d’ora sono incanutita.
Se non vi piace guardare una vecchia,
Non guardate, voltatevi!
Vladimir! Volodja! Vladimir!
Mamma! E’ nudo!
– Bellezza!
I cadaveri non hanno freddo!
E i morti non si vergognano.
– Datevi da fare! Basta!
– Vigliacco! Ride dopo la morte!
– Una camicia così
Io non l’ho mai indossata – buona!
E senza macchie di sangue.
Stoffa come si deve.
E’ entrato e la mano sulla spalla.
– Fratello! Ho fatto a pezzi un rettile!
E’ steso in soffitta.
Vicino alla mitragliatrice.
– Eh, eh!
– Dov’è mia madre?
– Bianca bellezza,
Sei così imbiancata
Ancor prima del nostro arrivo?
Il vento del mare non aveva ancora soffiato,
Di mare e di vento non c’era ancora odore,
E qui era già nevicato
Sul solaio e sulle teste.
Sporgeva la canna della mitragliatrice
Da sotto il piumino?
Non fa niente, non fa niente.
All’inizio di primavera
Un fiore di ciliegio
Ti è caduto sulla testa come neve.
Scuotila, i petali cadranno,
Cara signorina.
Una bella coltre
Di fiori per la bara.
– Ecco tutto!
– Fratello!
Perché la tormenti?
– E adesso,
Cara signorina in bianco,
Al muro!
– Questo? Quello?
Quale?
So-no pron-ta!
– E allora, al diavolo!
– Fermo!
Basta col sangue!
Vattene bambola!
– Sangue? Oggi non c’è sangue!
C’è broda, broda, solo broda.
Nella stalla umana
Il sangue è annerito.
E’ di suo fratello
O del marito.
velemir chlebnikov 5

– Vladimir!
– Mamma!
– Se avessi detto “papà”,
Sarebbe stato più spassoso!
E’ alle corse? Di’ un po’,
Fra i trottatori di Orёl?
Al trotto e poi al galoppo!
O forse ama gli ostacoli?
E supera tutti nei salti?
Bambola, va’ via,
Vattene, presto!
Levati di torno!
Qui ci sarà baldoria.
Non piangere, sorellina,
Questo non è posto per i liberi.
Anche noi abbiamo sorelle.
Nei villaggi e nei boschi,
E non nelle grandi città.
Vattene tranquilla, donna,
Per la tua strada.
– Oh, c’è uno specchio, mi raderò!
Tempo ce n’è.
Specchio deformante,
Ceffo truce.
Dalla finestra, ragazzi,
Tutti questi stracci –
Qui non gli servono più.
E qui un mare faremo,
Con le onde spazieremo.
Manca solo un gabbiano.
Al diavolo lo specchio –
Un pugno e s’è spezzato!
– Ah, mi sanguina la mano.
Lo specchio è un calamaio di rosso inchiostro.
– Con una scheggia di specchio che soldato!
A volte gli specchi sono crudeli. Essi
Ostinatamente guardano,
E i giudici qui non servono –
Più buio!
– Ehi, amico!
Dammi un fazzoletto!
– Vladimir!
Volodja!
– E’ morto! E’ morto
Oggi!
E’ morto e basta!
Non ti sentirà!
Piegato sul pavimento
Riposa in pace.
E non respira.
– E questo cos’è? Una bella tastiera
Per la gioia della signorina bianca?
Siede qui la sera
E pensa al marito,
Strimpella sottovoce.
E il nero tasto
Dietro al bianco risuona
E lo segue, come la notte
Il giorno con ostinazione.
Chi di voi sa sonare?
– Ma si può…
Accarezzarlo un po’
Con la canna o con il calcio…
Guardate, fratelli, ha, ha
Correte qua,
Ci sarà un rombo, un tuono e un canto…
E un lamento.
Come se in sordina
Guaisse presso il recinto un cucciolo.
Un cucciolo dimenticato da tutti.
E di cannoni il terribile schianto si leverà,
E un ghigno, una risata subacquea e di rusalka.
Sono accorsi. Brusio di corde,
Ghigno di corde, un riso sommesso.

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– Con il calcio bam!
Bam con il calcio! – Ridi, mare!
Mare, ridi! Grosso pugno della bufera
Oggi va’ sui tasti…
Sulle trincee del nemico i proiettili… Fuoco!
Nelle cantine la serena festa della Madonna,
Che i connazionali trascorrono in silenzio.
Dapprima la miseria nutrono
Con il bianco corpo,
E poi i vermi.
Due cambi, due camicie:
Una più stretta dell’altra.
Un solo piatto per due bocche.
Ascolta, hanno risonato le corde!
Volano incontro alla morte.
A lungo risonerà
Della corda il rame.
– Ancora un colpo,
Dai!
Ronza come api,
Quando l’apicoltore prende il miele.
Bam! Bam!
– Ben fatto, marinai.
La nostra opera marina:
Spezza e abbatti!
Spezza e annienta!
Rompete, schiantate.
Senza tregua saccheggiate,
Selvaggi del mare!
Coraggio! Animo!
Non invano siamo ingrossati,
Qualcuno aggiusterà,
Ma questo ciarpame,
Questa cassa dove ulula un cucciolo,
Sul lastrico,
Dalla finestra!
Così,
Spaventiamo le vicine!
– E’ l’opera dell’avanzante,
Burrascoso mare.
A modo nostro avanti,
Non come mendicanti.
A pezzetti
Bbaam-ppuum!
– Oggi il mare è scatenato,
Il mare infuriava,
Il mare s’è infuriato.
Una tale forza.
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– Non ha schiacciato nessuno?
– Ma no!
Soltanto tre formiche,
Uscite in ricognizione.
Un polverone. Che forza!
– Dove hai il fucile, amico?
Ragazzo, lo prendi quel corvo?
– Subito!
Pam!
Servito.
Colpito?
– Caduto.
Crepato.
– Dov’è la vecchia?
Madre, ci sei?
Qualcosa da pappare!
Vino e salmone!
E una tovaglia bianca.
Fiori. Bicchieri.
Sarà un banchetto coi fiocchi.
E perché sia più ricco
Anche carne e arrosto,
O ti piegheremo a ferro di cavallo!
– Ragazzi, papperemo,
Mangeremo, fratellini, berremo.
Ci abbotteremo.
Adesso comincia il lavoro-mamma!
Scricchioleranno le mascelle.
Eppure odora.
Dai morti lo spirito esala.
– Vladimir!
– Le serve Vladimir – geme!
E a noi non pensa, non ci vuole!
Dai, prendiamola un po’ in giro:
– Siamo qui!
– Sono qui, Olja!
– Sono qui, Nina!
– Sono qui, Veročka!
– Miao!
– Che spasso!
Con la voce sottile,
Dai, grida come una befana.
– Ragazzi, non scherzate
Con la bara, con la morte.
– Hai colpito bene
Col fucile.
Che canto,
Che tintinnio, che suono e come un uccello,
morendo, è piombato giù.
Come il mare in burrasca.
velemir chlebnikov 6

Guarda, sulla porta una targhetta:
“Si prega bussare”.
Qualcuno ha messo un “r” – è diventato:
“Si prega russare”
Sulla porta della fresca bara,
Dove sono le sorelle del morto e le vedove.
Ha-ha-ha!
Bella trovata.
– Però, ha chi
Rimpiangere la vedovella
Dai capelli grigi.
Noi, vento, le abbiamo portato la neve.
Vento del mare.
Il mare è il mare!
Proprio così, ragazzi,
Noi passiamo come la morte
E la sventura.
Il mare è con noi!
Il mare è con noi!
Cadaveri a bizzeffe.
Mare dilagato,
Mare – narici strappate,
Brigantesco,
Sfrenato.
Rosso di bufera,
Mare sfrenato,
Mare di Pugačёv.
– Col mio fiuto di segugio
La preda bianca ho sentito.
Un cervo! Lo sento,
Puzza di bianco!
E ha sparato!
Dietro la tenda stava,
Era in agguato il cocco di mamma.
Ha sbagliato la mira
E ride.
Io a lui: – “Fermo là, ragazzino!”
E lui:
“Una pallottola in testa, eh?”
“Proprio così”, dico.
– Tra-ta-ta!
Così allegramente
Ha scosso i capelli,
Ride.
Quasi chiedesse il prezzo,
Mercanteggia.
Questione di commercio,
Questione nota,
Per tutti una fine sola,
Due non ci sono.
All’inferno!
E fregatene.
“Proprio così”, dico,
“E’ possibile,
Pietà il mare
può mostrare”.
– Tra-ta-ta!
– E’ andata così:
Fa il ragazzino:
– “Una pallottola in testa, eh?”
“Proprio così” –
Rispondo.
Tra-ta-ta! Fumo! E l’aria s’è infocata.
Adesso giace l’orochiomato,
Perché la sorella, piangendo, lo baci.
“Micetto, micetto mio,
Micetto d’oro”.
– Ragazzina, dove vai?
Lasciapassare per vedere il micetto!
Alt!
– Ehi, aspetta,
Non c’è il lasciapassare per vedere il micetto.
Dalla finestra!
– Come ti chiami?
– Nataša.
– Noi pensavamo bagascia,
Suona meglio.
– A tavola, gente.
– Dritta come un fuso
La vecchia si regge.
Vladimir era davvero suo parente.
Il figlio. E’ cupa e funesta.
“Sotto la quercia, quercia, quercia!”
Sono quasi le sei.
Versiamoci da bere, compagni,
Per sollevarci un po’!
Sciaborda!
Rumoreggi il mare,
Mare dilagato!
“Nuove nozze celebra
Egli è allegro e ubriaco… e ubriaco”…
Che giorni!
– Seduti, fratelli, bagniamoci la gola!
Alla tavola che si apparecchia da sola.
“Sotto la quercia, quercia, quercia!”
Seduti, fratelli!
– Fumiamo?
– Fuoco!
– Oh, dio, dio!
Dammi da fumare.
La mia s’è spenta.
S’è consumata a poco a poco.
Vecchio, tu non fumi – là in cielo?
– Tace.
Il vecchio non s’è mostrato.
Non è uscito dalla trincea.
Si nasconde nelle nuvole.
Non importa. A noi la vodka mare dilagato.
A dio – le nuvole. Non litigheremo.
Ecco dio nell’angolo –
E sul petto un altro
Con la corona di spine,
Inchiodato alla tavola, fatto,
Inciso
Con polvere turchina sulla pelle –
Usanza dei mari.
Egli fuma una candela…
Meglio della nostra – di cera!
Sì, egli nell’angolo guarda
E fuma.
E spia.
Potesse ridursi
In trucioli per il samovar!
Sminuzzarsi in piccole schegge.
Carbone di prima qualità!
Non gli servono a niente
Quegli scuri occhi turchini,
Di cui si ha voglia d’innamorarsi,
Come di una fanciulla.
E di fanciulla dio ha il volto,
Solo che è barbuto.
In due parti
Fluisce la barba,
Come scuro intreccio
Di greggi presso il lago,
Come di notte la pioggia,
Occhi come prealba cèruli,
Profetici e sereni,
Severi e bellissimi,
Teneri come parole inespresse,
E serenamente rivolti
Con segreto rimprovero,
A noi, all’intero stuolo
Di santi assassini,
Alla nostra gozzoviglia
Di santi assassini.
– Attenti, verrà giù
E ne farà una delle sue.
Lo incontreremo, sbatterà le ciglia,
E ti accenderai come bomba incendiaria,
Occhi scuri come i cieli,
E c’è un segreto profetico in essi
E intorno tanta pace.
Laghi di azzurro pensiero!
– Una pallottola in testa, eh?
Me la pianti in testa, dio verginella,
Anche tu hai sette colpi.
Con i grandi occhi azzurri?
E io dirò grazie
Per le lettere e i saluti.
– Mare! Mare!
Egli è d’accordo!
Ha sbattuto le ciglia,
Come un uccello le ali.
Gli occhi mi volano dritti nell’anima,
Volano e incalzano, frullano e frusciano.
E severo come il supplizio
Egli mi fissa in un freddo ostinato!
Da spaventosi racconti sbarrati,
Come uccelli m’incalzano
Gli occhi azzurri dritti nell’anima.
Come due grandi uccelli marini, azzurri e cupi,
Nella burrasca, due procellarie, messaggere di tempesta.
E frullano e frusciano con le ali! Volano! Si affrettano.
Da parte a parte! Da parte a parte! Si tuffano in fondo
All’anima. Continua a leggere

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Vasilij Filippov, Poesie, Ho sognato di volare su una nuvola, a cura di Paolo Galvagni, La casa di Irina Aleksandrovna a Rževka, Nel 1980, all’età di venticinque anni, è stato rinchiuso in un ospedale psichiatrico in seguito a una gravissima crisi, che per poco non ha avuto un epilogo tragico. Questo primo ricovero, durato quasi cinque anni, è stato seguito da altri. Dal 1993 è ospitato costantemente in strutture psichiatriche.

Lucio Mayoor Tosi frammenti blu e celeste 2021

Lucio Mayoor Tosi, frammento, blu e celeste, 2021

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Vasilij Filippov

Ho sognato di volare su una nuvola

Vasilij Anatol’evič Filippov è nato nel 1955 nei pressi di Sverdlovsk (oggi Ekaterinburg) sugli Urali. Negli anni Settanta ha frequentato la facoltà di biologia presso l’università di Leningrado, ma in realtà era ben altro ciò che lo appassionava veramente: la letteratura, la filosofia, la teologia. Partecipava attivamente agli incontri del circolo letterario guidato da David Dar (1910-80), carismatico letterato leningradese. Ha scritto articoli filosofici e teologici per “37”, autorevole rivista “Samizdat”, che prendeva nome dall’appartamento n. 37 del civico 20 di via Kurljandskaja a Leningrado, epicentro degli ambienti underground. Nel 1980, all’età di venticinque anni, è stato rinchiuso in un ospedale psichiatrico in seguito a una gravissima crisi, che per poco non ha avuto un epilogo tragico. Questo primo ricovero, durato quasi cinque anni, è stato seguito da altri. Dal 1993 è ospitato costantemente in strutture psichiatriche. A tutt’oggi le sue condizioni di salute lo costringono a condurre una vita appartata.
Filippov è diventato poeta, essendo già malato mentale, in condizioni che parrebbero provocare l’annientamento di ogni energia creativa. Ha cominciato a scrivere poesia nel 1984, dopo il primo ricovero. Dalla fine degli anni Ottanta i suoi versi sono apparsi sulle riviste “Vnl”, “Tret’ja modernizacija”, “Volga”, “Arion”, “Zerkalo”, “Futurum Art” e nel volume collettaneo Stichi v Peterburge. XXI vek [Versi a Pietroburgo. Il XXI secolo] (2005). Sono uscite tre raccolte: Stichi [Versi] (1998), Stichotvorenija [Poesie] (2000), Izbrannye stichotvorenija [Poesie scelte] (2002). Nel 2001 è stato insignito del prestigioso premio letterario Andrej Belyj, il più antico premio indipendente nella Russia contemporanea: viene attribuito regolarmente dal 1978.
Con l’esattezza di un diario (1), le liriche fissano i fatti minimi e le impressioni più minute dell’autore. Si può parlare di una poetica della registrazione spontanea di quanto viene visto. Praticamente ogni testo contiene tutto il mondo poetico dell’autore, e talora anche il suo background storico e letterario. I nomi dei poeti russi venerati da Filippov – Elena Schwartz, Sergej Stratanovskij, Aleksandr Mironov – costantemente citati nei versi, poco a poco si tramutano in emblemi polisemici:

Si illumina la mente coi versi di Elena Schwartz.
C’è la giornata alla finestra, ma non mi serve.
Meglio la notte e la cena.

Così come le immagini dei genitori, la nonna e Asja L’vovna Majzel’, la fedele amica che per più di vent’anni ha sostenuto e incoraggiato Vasilij, raccogliendo e conservando i suoi versi, che altrimenti sarebbero andati perduti:

Asja L’vovna accudisce me-mostro,
Batte a macchina i miei versi,
Parteggia per me presso le edizioni “Aurora”.

Filippov scrive la cronaca della sua vita: una vita trascorsa tra le cliniche e la periferia leningradese, in compagnia dei poeti “del sottosuolo”. Sono versi che compongono un originale diario lirico, appunti documentaristici. Si descrivono fatti a prima vista prosaici, banali, ma che in realtà si tramutano in arte, tanto raffinata e soave è la vista del poeta. Si può parlare di un racconto che esplode con metafore inattese:

Oggi tutta la sera starò a casa,
E la paglia del sole
Avvamperà sulle ciglia.

Poi volterò l’ultima pagina
E mi caccerò sotto la coperta,
Affinché la nonna nella stanza accanto taccia sino al mattino

La nonna guarda le mie narici con gli occhietti di mercurio,
Ha portato su un piattino una codina di topo.

Ma in camera sono solo.
Il duello di mani e piedi,
Quando mi alzo.
Attraverso il bicchierino-vetro guardo la strada.

È inconsueta la visuale del poeta, che tramuta la Leningrado degli anni Ottanta in uno spazio vibrante, dove si confondono la realtà, i sogni, le visioni (2):

Sonnecchia la città, avvolta nel giornale del mezzogiorno…

La Neva, come una vena,
Respira,
Mi sente,
E mi sembra di stare sul tetto del Pamir…

Mi sveglio –
Si spalancano i mille occhi di una libellula,
Mille violette si aprono in mille pupille,
E sopra di esse – il manto celeste.

Lucio Mayoor Tosi frammento con rosso 2021Sono versi naturali come il respiro, a scatti, nervosi. Versi liberi con la sintassi della prosa, con la rima facoltativa.
Michail Šejnker (3) parla di una forte eccitazione intellettuale e creativa, che si è manifestata in Filippov sotto forma di persistente contrapposizione alla vita quotidiana. Preferendo alla normalità prosaica il mondo delle passioni poetiche, egli ha compiuto una scelta tragica, che l’ha certamente condannato alla sventura, ma che gli ha anche concesso di realizzarsi appieno nella sfera letteraria. Si può presupporre una “forte febbre creativa”, connessa tanto al manifestarsi del talento poetico, quanto all’insorgere della malattia.
Il procedimento sicuramente più originale di Filippov consiste nell’accostare, attraverso il trattino, parole appartenenti a sfere diverse (parole apposizioni):

Domani lei ricamerà merletti-parole,
Passerà l’arancio-mano sui miei capelli…

Sulle strade volano le mosche – gli egizi,
Nelle case le api – gli assiri…

Alla finestra la primavera-vespa
Punge col calore…

Si muovono i vermi-parole nel crisantemo della mano.
La Fanciulla sfoglia i versi.

In questo si vede la rifrazione di un mondo nell’altro, che si realizza non nel tempo, ma nello spazio, come l’intersezione geometrica di superfici. Si può parlare di una somiglianza tra il mondo paradossale di Filippov e il Paese delle Meraviglie di Lewis Carroll. (4) In entrambi gli autori lo sdoppiamento non porta alla frattura, all’incubo, in quanto si compie in superficie, al livello della lingua, senza sfiorare la disgregazione di coscienza e corpo.

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Note
1) V. Šubinskij, “Stichotvorenija Vasilija Filippova” [Le poesie di Vasilij Filippov], in “Novaja russkaja kniga”, n. 6, 2001.
2) A. Urickij, “Peterburgskie sny” [Sogni pietroburghesi], in “Znamja”, n. 1, 1999.
3) M. Šejnker, “Neskol’ko slov o Vasilii Filippove” [Qualche parola su Vasilij Filippov], introduzione al volume Izbrannye stichotvorenija, [Poesie scelte], Moskva 2002.
4) M. Bondarenko, “Čtoby kniga stala telom” [Affinché il libro diventi corpo], in “Znamja”, n. 8, 2001

La casa di Irina Aleksandrovna a Rževka (1)

Irina Aleksandrovna taglia prudentemente con le forbici
I delfini azzurri.
La sua casa assomiglia a una clinica.
E l’iris azzurro.
Il suo petalo è picchiettato, assomiglia a un ideogramma-pantera.
E ai tre gatti non bastano i topi per pranzo.

La sua casa è la casa di Pljuškin. (2)
La desolazione si riflette negli specchi e nelle enormi icone.
Nel verde incolto, che circonda la casa, avverto una piacevole stranezza,
Quasi io fossi appena uscito dalla nebbia londinese
E fossi capitato in paradiso, dove i gatti cantano “Osanna”,
E accanto la casa di Kolja Vasin è Cana. (3)

Irina Aleksandrovna siede a tavola.
Il tè indiano le sta davanti.
Lei parla finemente
Della veduta che si apre alle finestre.
E i delfini ormai sulla tavola
Stanno al caldo.
Assomigliano ad animali –

I fiori,
Come conchiglie di madreperla.

E il gatto Bottone in cucina
Mangia il pesce.
Lui e Irina Aleksandrovna si vogliono bene,
Il cavalletto aspetta il gatto.

Irina Aleksandrovna dice che ha paura per me,
E abbassa le ciglia.
Il suo ricevimento si protrae
Nella seconda capitale russa.

“Meglio se non scrivete nulla, – dice lei
E mi versa del vino, –
Piuttosto pregate Dio,
Annusate l’iris, senza accostarvi alla stanza nuziale.
Meglio la via che passa per la cruna dell’ago.”

Noi parliamo.
I gatti cominciano a evitarci
Dopo un’ora.
Il delfino nel vaso non si è ancora spento,
E l’iris si apre per un’ora,
Un’ora di soave conversazione.

Nello specchio si riflette la mia schiena,
E sembra che tra un uomo e una donna non ci sarà mai la guerra,
Perché la camera della conversazione
È addobbata con fiori vivi.
E per il vino
I fiori e i gatti
Si sono mescolati nei nostri occhi.

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1) Località nei pressi di San Pietroburgo.
2) Personaggio de Le anime Morte (1842) di Nikolaj Gogol’. Rappresenta l’avidità e la tirchieria.
3) Nikolaj (Kolja) Vasin (1945), fan russo dei Beatles, che fin dagli anni Sessanta cominciò a predisporre una ricca collezione legata al gruppo di Liverpool.

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Filippov Vasilij Anatol'evich-1

Vasilij Filippov

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Una coppa

Di che cosa parlare, se è stato detto tutto.
Di che cosa, se la coppa è vuota,
Un tempo colma di vino,
Dorata.

***

La camerata

Sentire i lugubri fischi delle ambulanze.
Vivere in una selva umana.
Una statua intelligente guarda una lampadina.
In manicomio c’è silenzio.
Leggo Plotino,
Vivo col terrore gnostico –
L’autobus sulla strada per l’ospedale psichiatrico.

***

Ricordare poco

Ricordare poco
Le vetrate di luce e i tetti sotto il sole di mezzogiorno.
Il piano superiore. La finestra
È spalancata. E non c’è nessuno.
Magari si incontrasse la creatura tanto cercata.

***

Sonno

Dormire e guardare il mondo del sonno
Con gli occhi ben spalancati.
Ecco si vede una chiesa
Con tre cupole.

***

Ecco sono nuovamente solo.
Ciò che è stato nella giornata – è come non fosse stato.
Quanti volti hanno sorriso, riso e cantato nelle ore diurne,
Sembra perfino di aver visto un angelo alla svolta della strada.

***

Una stella

Ho attraversato il fiumicello dei morti, forse dei vivi
E a lungo ho cercato una traccia.
La sabbia marina, ma il mare aveva cancellato tutto.
Solo una sigaretta “Vega” marcisce nell’erba.

***

Il cinguettio degli uccelli non mi ha colmato
Oltre le pareti, alla finestra.
Qui invece l’appartamento a forma di trapezio
È colmato dalla brocca – sonno.

***

Il cancello del recinto ripete esattamente il fregio dell’acqua.
Un’enorme pupilla nera è la macchia di petrolio.
La spazzatura. Un camion. L’edificio
È una vecchia dacia,
Dove le finestre brillano al sole.

***

Quasi non fossi stato in una casa vuota,
Dove aleggia l’odore di medicine e vernice,
Ma un pensiero mi tormenta,
Che tornerò là tra due settimane, e sussurra: “Voltati”.
Me n’andrò nella palude, dove la salvezza
È dissolta dall’orizzonte.

***

Una passeggiata

Solo orologi, semafori a tutti gli incroci.
Balenerà il verde e si potrà passare
In questi cortili, ricoperti di calce,
In questi cortili, da cui poi non si andrà via.

Passeggiando a lungo su un viale polveroso,
Cerchi una panchina e un giardinetto, dove fumare.
Le pareti si stringono al volto.
Si dipana la memoria-filo.

***

Una farfalla

Guardo il cielo. Gli occhi si dischiudono,
Come due dalie.
Forse è colpa del movimento di una nuvola,
Che spinge il bulbo oculare verso la radice del naso,
Dove si è posata una farfalla.
Non spaventarla, non spaventare il cielo!

***

Vasilij FILIPPOV Paolo Galvagni cover

Nella stanza, che sa di alloggio,
Gli anniversari sono
I banchetti funebri, i funerali. I soldati
Guardano dalle pareti, dalle fotografie.
E l’acqua del corpo nel letto.

***

L’odore del fieno di agosto solletica le narici-ninfee.
Sulla finestra gli orci di latte.
L’odore dei viveri dello spaccio rurale è diffuso sull’orizzonte.
E gli ombrelli degli abeti
Sui funghi – la gente di città.

***

Ieri sono stato da Asja L’vovna.
L’ho incontrata per la strada.
Asja L’vovna ha agitato una mano – rametto di lillà,
“Vasilij!” – ha urlato.

Asja L’vovna mi ha dato ciò che aveva promesso, –
Marina Cvetaeva con la copertina-camicetta
Per una notte.

Asja L’vovna mi ha dato il caffè e mi ha messo a letto
A dormire.

Asja L’vovna ha anche scelto le poesie migliori
E mi ha chiesto di scrivere una dedica.

Sedeva con le gambe piegate sotto di sé,
Dondolando la testa a tempo, come un cobra.

Sul volto fioriva il crisantemo di un sorriso,
E la mia coscienza era malferma
Dopo il caffè al limone.

Asja L’vovna, entusiasta per i versi, ha applaudito
E mi ha invitato a fare il bis.

Dalle labbra è caduto un iris
E si è appigliato al mento-cornicione.

Il suo cane Jolie, simile a una pecora, si metteva sulle zampe posteriori,
E mi pareva che fosse Ochapkin (*) travestito.

Jolie afferrava coi denti le nostre gambe, come fossero topi,
Ed echeggiava un ringhio e un ululato indecente.

Jolie è un cane intelligente.
Non lo scaccerai dalla stanza, finché ci sono ospiti,
Neanche col formaggio, neanche con la voce-bastone.

Asja L’vovna mi ha versato il caffè,
Mi ha avvicinato i funghetti, che adoro,
Ha profetizzato una lunga navigazione per me-nave.

Asja L’vovna mi ha avvolto le gambe con uno scialle
E mi ha guardato con un mite sorriso-mestizia.

Poi mi ha condotto in un’altra stanza a dormire
E mi ha sistemato nella Penisola arabica – il deserto-giaciglio.

Mi sono svegliato ormai col buio,
Ricordando la funzione e i lumi sulla croce nel tempio.

Asja L’vovna mi ha accompagnato alla porta,
Le sue labbra bisbigliavano: “Credo nel tuo futuro, Vasilij, ci credo”.

Sono andato a casa con un pegno di amicizia –
La raccolta di versi della Cvetaeva,
L’ho letta sul mètro,
L’ho letta sotto le ruote del tram.

E ora a casa
Bevo un tè –
I rivoli del Lete.

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* Oleg Ochapkin (1944-2008), poeta degli ambienti underground leningradesi.

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