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Helene Paraskeva, Poesie da Storie sogni e segreti, testo greco a fronte, Fuiss, Roma, 2018, pp. 110 € 10, Commento di Giorgio Linguaglossa, La poesia dopo la fine del modernismo, Polittici di Lucio Mayoor Tosi

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Lucio Mayoor Tosi Sponde 1

Lucio Mayoor Tosi, polittici, acrilico 2018

Le parole oggigiorno si sentono superflue

Helene Paraskeva è una poetessa di lingua greca che vive a Roma da molti anni. La sua cultura è europea, duplice e strabica, incentrata tra le due capitali del mondo pagano: Atene e Roma. Chi più di lei poteva quindi poetare in modo moderno con un discorso poetico pagano che sa di antico perché viene dall’antico, se pensiamo che appena duemilaeseicento anni ci dividono dall’epoca in cui poetò e visse Saffo. La Paraskeva recupera movenze antiche, modulandole in un metro breve con amarezza e disincanto; la poetessa greca sente tutta la grandezza e la potenza della storia e della classicità, di fronte alle quali l’unico atto di eroismo possibile è quello di salutare stoicamente il meraviglioso tempo passato, e il temibile tempo presente ben rappresentato nella poesie “L’Orso Manolo” e “Picasso sa”. 

Nella gravezza dei suoi versi brevi c’è tutta la tragica consapevolezza della storia dell’Occidente, della sua Grecia asfissiata dalla crisi economica e dal peso della passata grandezza, quella grandezza che grava come un macigno sulle spalle dei greci di oggi senza i quali non sarebbe neanche pensabile una idea di Occidente e di Europa, figlia legittima della Grecia antica. Inutilmente cercherebbe il lettore in questo libro gli eventi biografici o la cronaca dell’io come invece si fa qui da noi, la sua poesia è sempre parametrata all’oggi senza nessun cedimento  alle poetiche dell’io, la sua è una poesia dell’identità di una collettività. La Paraskeva è anche una studiosa e traduttrice della poesia greca moderna, infatti ha dato alle stampe nel 2018, sempre per le edizioni Fuis di Roma, Pegaso greco, una Antologia di poeti greci contemporanei per lo più del tutto sconosciuti al pubblico italiano ma di considerevole livello tecnico. Per la Paraskeva ripeto quello che ho già scritto in altra occasione, che anche la sua poesia rende evidente questo Ingehaltenheit in das Nichts, per usare le parole di Heidegger, questo periclitante intrattenersi nel Nulla della nostra epoca correndo il rischio quotidiano di scrivere una poesia priva di identità con una carta di identità scaduta.

Scrive Lucio Mayoor Tosi: «Le parole oggigiorno si sentono superflue. Tra quelle più adatte, la gran parte è disoccupata».

Trovo azzeccatissima questa espressione. Anche le parole, dopo l’uso forzoso e intensificato a cui le sottoponiamo nella nostra vita di relazione, si scoprono «disoccupate». Qui c’è una verità incontrovertibile.  Nella Paraskeva c’è la consapevolezza che «storie, sogni, segreti» sono situati in una unica dimensione che li congloba e li tiene separati; c’è la consapevolezza di vivere in un gigantesco ologramma che ci coinvolge tutti nella stessa invisibile visibilità. La Paraskeva continua comunque la tradizione del modernismo dopo la fine del modernismo, in questo spazio residuo la sua poesia trova pur sempre la sua ragion d’essere. Quello che resta da fare è il passo successivo: la sortita dal modernismo.

Lucio Mayoor Tosi Composition acrilic

Lucio Mayoor Tosi, Grande Polittico, acrilico, 2017

La poesia dopo la fine del modernismo

In una conferenza del 1965 dal titolo La fine del pensiero nella forma della filosofia – pubblicata nel 1984 da Hermann, Heidegger con il titolo La questione della determinazione della “cosa” del pensiero – scrive:

«La filosofia è giunta alla sua fine […]. Nella fine della filosofia si compie quella direttiva che, sin dal suo inizio, il pensiero filosofico segue lungo il cammino della propria storia. Alla fine della filosofia il problema dell’ultima possibilità del suo pensiero diviene affare serio» 1.

La questione dell’ultima possibilità della filosofia è dunque l’orizzonte di senso in cui siamo chiamati a pensare.

Forse può apparire una deriva nichilista quella di chiamare in causa la fine della filosofia in un momento storico in cui vari dibattiti animano la vicenda teoretica.

Anche la poesia è giunta alla sua fine. Insieme alla Filosofia anche la Poesia giunge a segnare il passo della sua fine annunciata. La poesia assume un linguaggio ulteriore, tende alla ulteriorità, alla ultimità. Qui non si tratta di un soggiorno tranquillo con balcone con vista sul mare, ma di un soggiorno problematico ed ultroneo. Ultimità significa linguaggio ultroneo ed erraneo. Ultimare significa non-finire, tendere alla finitudine con la consapevole ambiguità di non poterla mai raggiungere. Di qui lo stile ultroneo ed erraneo della nuova poesia che oscilla nella vasta gamma che va dalla nostalgia per il sacro perduto di Marina Petrillo e Carlo Livia allo stile da refurtiva, al gioco di guardia e ladri del linguaggio poetico di Mario Gabriele che adopera il gioco di specchi (lo Spiegel-spiel), utilizza i frammenti dello specchio infranto della civiltà del simbolismo come il gioco delle tre carte; ed il poeta si rivela per quello che è, un baro che occulta con un gioco di destrezza le carte perenti per palesare quelle vincenti.

Le parole «fine» e «ultimità» segnano un eone, non un fatto, e l’eone prende le sembianze del Tempo e delle temporalità. Potremmo dire che giunge alla fine quella poesia che pensa intensamente la sua fine prossima ventura, non come un fatto cronologico ma come un eone, un’epoca che occorre attraversare soggiornandovi.

In questo senso, la poesia di Marina Petrillo mi sembra che assolva in pieno il suo compito di dimorare-soggiornare nella fine, nella ultimità. Un segnare il passo nel luogo prescelto. Restare camminando e camminando restare.

Per comprendere cosa si intende con questa “fine della filosofia” occorre tornare alla riflessione compiuta da Heidegger sulla metafisica occidentale e sull’oblio dell’essere da essa realizzato, al compimento che realizza sin dalla sua fondazione, cioè alla Grundfrage. È in questa direzione che va interpretata questa espressione. «La fine della filosofia si mostra come il trionfo della dominante fondazione di un mondo tecnico-scientifico e dell’ordinamento sociale conforme a questo mondo». 2

Siamo forse giunti all’ultimo orizzonte di senso che la filosofia e la poesia possono scandagliare, una sorta di passaggio stretto delle Colonne d’Ercole, oltre le quali c’è l’oceano aperto dell’ignoto.

Nei Beiträge zur Philosophie (Vom Ereignis) di Heidegger, degli anni 1936-38, l’Ereignis viene presentato come un moto oscillatorio pendolare la cui vibrazione, crea spazio e tempo. Questo “sito” in cui si insedia la verità come accordo tra ciò che viene appropriato al e dall’Ereignis è un’apertura in cui vengono a stare come in una costellazione Da-sein e Seyn nella loro autentica relazionalità di bisogno reciproco che è fatta avvenire solo nell’e-venire appropriante.

Il Da-seyn si pone nel luogo in cui si fa spazio, si apre lo spazio e si crea il tempo, è in quella apertura che si crea la dimensione dell’accordo musicale, musale-musicale dove accade l’e-venire appropriante e disappropriante dell’essere. La poiesis allora si dà come costellazione di momenti e di icone. La poiesis parla, può parlare nel mentre che fa, opera, crea.

1 M. Heidegger, Filosofia e cibernetica, trad. it. a cura di A. Fabris, ETS, Pisa 1988, pp. 30-34
2 M. Heidegger, La fine della filosofia e il compito del pensare, in E. Mirri, Il pensare poetante, trad. it. a cura di E. Mirri, C. L. E. U. P., Perugia, pp. 144-148

Poesie di Helene Paraskeva da Sogni storie segreti, 2018

Picasso sa

Le ragazze di Picasso
hanno ciuffi, nasi,
hanno fronti e menti
uno o due occhi, al massimo.
Le ragazze di Picasso
hanno nomi:
Maria Dolores, Mary Jane,
Anna-Conda, Nessie,
Bellaciao.

Una sola guancia hanno
le ragazze di Picasso.
Una sola guancia.
Per non girare
– come fanno sempre –
anche l’altra.
L’altra guancia

Orso Manolo

Legato alla catena danzava
per le periferie l’Orso Manolo.
Più sudicio del porco
Più feroce del lupo
Più vecchio del padrone.
“Balla, Manolo!”
Il muso appestante
accostava al domatore
ed eseguiva serio i comandi:
“Fai l’innamorato!”
“Fai la bella principessa!”
“Manda i bacini!”
“Adesso, saluta il pubblico!”

Non si scatenava mai
l’Orso Manolo.
Umiliato, mortificato,
ammaestrato alle moine
dal Mostro Domatore
L’Orso Manolo.

Storia nella Storia

Ti innamori di quell’uomo
impavido che si innalzò
in mezzo all’estate torrida
solo, contro i macigni
neri della tirannia.

Dell’assoluto in cerca
tu vivi l’amore amato
intrepido, inaspettato.
E ancora prima di capire,
nella tragedia affondi
senza catarsi anche tu.
Annaspi.
Affoghi.

Sublime Icaro

Trasgredisci la Legge Naturale.
Non puoi giocare
su questo tavolo per sempre.
Ma neanche smettere.
Trasgredisci.
Non puoi senza castigo
l’erba del labirinto
sempre calpestare
e poi volare.

Sei la trasgressione.
Sei la trascendenza.
Sei la festa.
La musica fai arrivare.
Con te la primavera dà un senso ai sensi
e le tue ali di cera,
le tue ali di cera
di libertà sono fragranza.

Senza nome

Non dicono il tuo nome
terra perduta,
smarrita nel vento,
ombra svanita di sogno.
Dimenticata, desolata
terra del mai
non ti chiamano più.

Padri

“Sono impegnativi sempre
i padri.” Edipo Re dice
pronto a usare le fibbie
sul trono di Tebe.

Ercole la pelle di leone
toglie nella sala d’aspetto.
Trema per l’accoglienza,
la benedizione del padre
il figlio ribelle di Giove.

“Ineludibili, irraggiungibili,
vivono dentro di noi.”
Conferma anche
Isacco, il Capostipite,
mentre ripassa la pomata
sulle ustioni di secondo grado.

“… Oppure noi dentro di loro.”
Mormora il medico che
sulle rive del Danubio blu
raccoglie storie, sogni e segreti.
In realtà, come al solito, origlia.

Coltan*

Si rotola, si scivola
Si sale e si scende
Si corre, ci si affretta
per acquistare
a prezzo modico
maledizione di ricchezza.

Ruggisce, strepita
dall’i-phone, dall’i-pad,
dall’i-pod, dall’ “ai ai ai!”
l’urlo pietroso di Coltan
strappato con violenza
dalla Madre Terra.

Gioie insanguinate.
Generazioni murate.
“Libere assediate”.

* Il coltan è una miscela di due minerali (columbite-tantalite) indispensabile per la costruzione dei cellulari e altri apparecchi elettronici.

Tu!

Non sei la più bella del mondo.
Né la più ricca.
Né la più grande.
Né la più inebriante.
Non sei tu “la Ville Lumière”.

Sei disubbidiente, rivoltosa
e porti in bella mostra
le tue ferite aperte al mondo.
Senza vergogna.
Sei divertente quando menti
e fai la gran signora nei café.
Patetica quando ti smarrisci
e cerchi nella spazzatura
poi dalle rovine
emergi e trovi
frammenti di luce antica.
Tu!

Helene Paraskeva è nata ad Atene e si è laureata in Lingua e Letteratura Inglese e Americana presso l’Università di Atene. Ha continuato gli studi all’Università della Sapienza di Roma e all’Università di Manchester (Master’s). Vive a Roma ma mantiene stretti rapporti con la Grecia. Nel 1978 la sua opera teatrale Alienazione (Αποξένωση) è stata premiata dal Teatro Statale della Grecia del Nord. L’opera teatrale è stata pubblicata più tardi, nel 2015. Nel periodo 1982-2013 ha lavorato per il Ministero italiano della Pubblica Istruzione. Nel 2003 ha pubblicato la raccolta di racconti Il Tragediometro e altri racconti, FaraEditore e lo stesso anno ha pubblicato un testo di Antologia in lingua inglese (Global Issues in English Literature,Clitt). Nel 2006 ha pubblicato il romanzo Nell’uovo cosmico, FaraEditore. Inoltre, ha pubblicato varie raccolte di poesie in italiano Meltèmi (2009,LietoColle) Lucciole Imperatrici (2012, LietoColle)  L’odor del gelsomino egeo (2014 LaVitaFelice). In lingua greca ha pubblicato due raccolte di poesie, Γλέντι τρελό, 2015,Ρώμα, e Θαλασσινά παράθυρα,2016, Βεργίνα. Ha pubblicato una raccolta di poesie bilingue (italiano-greco) Storie, Sogni e Segreti (Fuis2018). Ha tradotto una antologia di poeti greci contemporanei dal titolo Pegaso Greco (Fuis2019). Quest’ultima è stata premiata dalla Società di Traduttori greci di testi letterari (2020).

(Giorgio Linguaglossa)

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Poesie di Kiki Dimoula (1931-2020), Commenti di Giorgio Linguaglossa, Francesco Paolo Intini, Lucio Mayoor Tosi, Marina Petrillo, L’Io non è più padrone in casa propria: l’ombra dell’inconscio si allunga definitivamente sul mito della Ragione

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Kiki Dimoula (1931-2020)

Disse: Credo nella poesia, nell’amore, nella morte,
perciò credo nell’immortalità. Scrivo un verso,
scrivo il mondo; esisto; esiste il mondo.
Dall’estremità del mio mignolo scorre un fiume.
Il cielo è sette volte azzurro. Questa purezza
è di nuovo la prima verità, il mio ultimo desiderio.

(Ghiannis Ritsos, Traduzione di Nicola Crocetti)

Poesie di Kiki Dimoula

Sintomo da camera singola

Si stupiscono ogni volta gli albergatori
quando chiedo una camera singola che dà sulla strada.
Mi guardano come se chiedessi morte con vista.

Quest’anno ho dato in pegno il mare
e ho deciso di passare le vacanze in montagna
forse i fruscii del bosco scongiureranno
quella dannata sindrome di ritorno
che domina immediatamente ogni mia fuga.
Se mi abbraccia il tronco satiro di un albero
penso che potrei anche mettere radici.

E in montagna lo stesso.
Come se fosse di ferro la stanza
e l’aria pura leggera esalasse serratura.
Cercavo di aprire con i miei tranquillanti
ma quelli erano più malati di me.
La stessa cose mi è accaduta a Pilo
la stessa fuga disordinata l’anno prima da Siro
a Kalamata l’anno scorso anche peggio
il treno stracolmo e i pianti che volevano
ritornare ad Atene a piedi.
Una tale mania di perseguitarmi domina i luoghi.

Mi manca forse la tua assenza?
Non viene con me la lascio a casa.
Patto esplicito del cambiamento è che non segua.

Ho un fiore in mano forse.
Strano.
Nella mia vita deve esserci
stato un giardino un tempo.

Nell’altra mano stringo
una pietra.
Con fiera grazia.
Nessun sospetto
per preavvisi di mutamenti,
sentore di difese piuttosto.
Nella mia vita deve esserci
stata ignoranza un tempo.

Sorrido.
La curva del sorriso,
il cavo del mio umore
somiglia a un arco ben teso,
pronto.
Nella mia vita deve esserci
stato un bersaglio un tempo.
E predisposizione a vincere.

Lo sguardo affondato
nel peccato originale:
assapora il frutto proibito
dell’attesa.
Nella mia vita deve esserci
stata fede un tempo.

La mia ombra, nient’altro che un gioco del sole.
Addosso un’uniforme d’incertezza.
Non ha ancora fatto in tempo ad essermi
compagna o delatrice.
Nella mia vita deve esserci
stata abbondanza un tempo.

Tu non ci sei.
Ma se c’è un precipizio del paesaggio
se io sto sull’orlo
con un fiore in mano
e sorrido,
vuol dire che da un momento all’altro arriverai.
Nella mia vita deve esserci
stata vita un tempo.

da L’adolescenza dell’oblio (Crocetti, 2000), trad. it. P. M. Minucci

La pietra perifrastica

Parla.
Dì qualcosa, qualsiasi cosa.
Soltanto non stare come un’assenza d’acciaio.
Scegli una parola almeno,
che possa legarti più forte
con l’indefinito.
Dì:
“ingiustamente”
“albero”
“nudo”
Dì:
“vedremo”
“imponderabile”,
“peso”.
Esistono così tante parole che sognano
una veloce, libera, vita con la tua voce.

Parla.
Abbiamo così tanto mare davanti a noi.
Lì dove noi finiamo
inizia il mare
Dì qualcosa.
Dì “onda”, che non arretra
Dì “barca”, che affonda
se troppo la riempi con periodi.

Dì “attimo”,
che urla aiuto affogo,
non lo salvare,

“non ho sentito”.

Parla
Le parole hanno inimicizie,
hanno antagonismi
se una ti imprigiona,
l’altra ti libera.
Tira a sorte una parola dalla notte.
La notte intera a sorte.
Non dire “intera”,
Dì “minima”,
che ti permette di fuggire.
Minima
sensazione,
tristezza
intera
di mia proprietà
Notte intera.

Parla.
Dì “astro”, che si spegne.
Non diminuisce il silenzio con una parola.
Dì “pietra”,
che è parola irriducibile.
Così, almeno,
che io possa mettere un titolo
a questa passeggiata lungomare.

[da «Il poco del mondo», traduzione di Clelia Albano]

(*) Ricordo che qui, il sabato, regna “cicala”: libraia militante e molto altro, codesta cicala da oltre 15 anni invia ad amiche/amici per 3 o 4 giorni alla settimana i versi che le piacciono; immaginate che gioia far tardi la sera oppure risvegliarsi al mattino trovando una poesia. Abbiamo raggiunto uno storico accordo: lei sceglie ogni settimana fra le ultime poesie inviate quella da regalare alla “bottega” e io posto. Perciò ci rivediamo qui fra 7 giorni. [db] Continua a leggere

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Iulita Iliopoulou, Poesie, La casa e la tradizione elitysiana a cura di Chiara Catapano – Due parole sulla poesia greca moderna

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Iulita Iliopoulou

Chiara Catapano

DUE PAROLE SULLA POESIA GRECA

Leggiamo nel libro di Kostas Baroùtas, “Il problema della libertà nell’arte bizantina” (“Το πρόβλημα της ελευθερίας στη βυζαντινή τέχνη”, Κώστας Μπαρούτας, Σαββάλας εκδόσεις, 2002): “mentre i dotti scrivono in una sterile lingua atticheggiante, mentre la musica bizantina, direttamente per discendenza dall’antichità greca, si costringe a infondere la vita nei versi astrusi della poesia religiosa, mentre i poeti e gli scoliasti tentano inutilmente di mimare la lingua dei loro grandi progenitori, spesso producendo risultati infantili, il popolo anonimo si svincola sempre più dalla schiavitù romano-orientale, iniziando a produrre l’eccezionale qualità della propria poesia demotica”.

Ora, ciò che salta all’occhio con forza e immediatezza, è che il primo accenno alla lingua greca nell’istante in cui inizia a delinearsi come libera e autonoma, riguarda la poesia. È, questo, un fatto che lascia sbigottiti. Già in altre occasioni ho avuto modo di constatare quanto lontano da noi occidentali sia questo piccolo mondo che è la Grecia; e noi gli riconosciamo il lustro dei nostri natali, senza avere spesso la più pallida idea del tormentato percorso storico-culturale che l’ha portata a produrre una delle poesie più alte del Novecento.

L’accenno alla poesia “demotica” -ovvero popolare-, il sottolinearne l’immediata vitalità e bellezza, non sono meri appunti a margine di un discorso sull’arte: questo è il basamento di un edificio le cui fondazioni risalgono alla tarda antichità, e che continua a costruirsi (linguistica cattedrale di Guadì nei secoli dei secoli) fino ai giorni nostri. La lingua greca è stata malata di schizoglossia per quasi mille anni, e gli anticorpi che il popolo ha sviluppato, hanno fatto nascere uomini–poeti, esseri che per quanto m’è dato sapere, solo in Grecia sono esistiti. Non perché migliori per forza di altri, ma perché ricchi di una specificità assente altrove, proprio a causa dell’unicità della loro condizione. Rapidamente, voglio accennare a quanto il Baroùnas ci ricorda: come già durante l’Impero Bizantino iniziò a crearsi la spaccatura tra lingua viva popolare e lingua morta dei dotti; bisogna aggiungere a ciò la Turcocrazia (l’occupazione ottomana della Grecia che va dal 1453 al 1821), che ha tentato di schiacciare le manifestazioni più spontanee scaturite dalla tradizione antica, mentre blandiva quella posticcia e inutile perpetuata nelle alte sfere della chiesa ortodossa e negli ambienti di potere. Infine, non va scordato che fino al 1971 sui banchi di scuola i ragazzi imparavano quella stessa inutile lingua atticheggiante la cui formazione risale alla tarda antichità, mentre a casa si esprimevano col vivo e vibrante accento del popolo, o cantando le poesie dei loro poeti messe in musica (canti che tutt’oggi risuonano nelle taverne all’orecchio di ignari turisti).

Questo breve accenno è dovuto, per portare all’attenzione del lettore che non conosce la lingua greca e che voglia leggere poesia greca moderna (ma non solo moderna) quei particolari che altrimenti rischiano di rimanere nell’ombra, e che costituiscono una trama indispensabile, a mio avviso, per rileggere tutta la tradizione poetica europea. Non solo la poesia, ma Seferis che ci racconta Eliot, Elytis che legge Ungaretti: non sono tasselli aggiunti ad una critica fatta da poeti su altri poeti. Qualcosa viene vivificato, un punto di vista inedito e pertinente; lo stesso che ci fa vibrare davanti alle linee essenziali di un arcipelago nell’azzurro occhio all’Egeo, per quanto a digiuno si possa essere di orizzonti nella personale lettura di un paesaggio.

Ioulita Iliopoulou 4

Racconta Odysseas Elytis in una sua intervista alla TV greca: “La grecità altro non è che un modo di vedere e di percepire le cose, sia su vasta che su piccola scala. Intendo dire sia se che si pensi al Partenone, sia ad una lampada a olio. La cosa assolutamente importante è la nobiltà, la qualità, di contro alla dimensione e alla quantità che caratterizzano il mondo occidentale. Il popolo europeo è fiorito sui valori greci per giungere al suo Rinascimento. Ma il loro Rinascimento è qualcosa di profondamente diverso da quello che avremmo potuto sviluppare noi, se solo non ci avesse arrestati la Turcocrazia. Anche questo lo possiamo vedere su piccola scala, che è d’altro canto l’unica che ci è toccata in sorte: sotto un certo punto di vista il cortile esterno di una casa isolana, secondo la mia modesta opinione, o il cortile di un monastero sono, percettivamente intendo, molto più vicini allo spirito in cui nacquero i Partenoni e le Madonne, piuttosto che tutte le colonne e le metope dei palazzi reali europei. Il che significa che se ci fosse stato qualcuno capace di dare un seguito alla sensibilità greca, questo sarebbe stato esclusivamente il nostro popolo”.

Questa specificità è ben chiara oggi all’artista greco; questo valore intrinseco a una lingua nata per la poesia, consapevole. Pure, grava sulla tradizione greca il peso dell’incomprensione perché questa lingua-radice che ci ricollega alla nostra più pulsante antichità mediterranea annullando ogni legge spazio temporale, è parlata da pochi milioni di persone; talmente inutile la Grecia, dal punto di vista economico e politico, che la sua cultura resta ignota – quando va bene -, viene degradata a vacuum nei casi peggiori. Parlando con un’insegnante di greco antico desiderosa di imparare il neogreco, lei stessa ha definito in modo ineccepibile la situazione di chi illetterato non è: “Si passa direttamente da Marco Aurelio all’insalata greca, senza avere la benché minima idea di cosa sia successo nel mezzo, né di cosa ci sia oggi”.

Allora possiamo provare a immergerci un po’ per volta in questa letteratura, che negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso – quando da noi era davvero il vuoto –  produceva la poesia più libera e alta d’Europa: i due Nobel nel 1963 (Seferis) e nel 1979 (Elytis) bussano alla nostra porta per ricordarci di aver dimenticato. E nel ricordare dovremmo prendere atto del fatto che la Grecia è una piccola nazione dove si legge tantissima poesia; dove anche gli ultimi analfabeti conoscono a memoria per tradizione orale i canti di liberazione scritti in esilio dai più noti in Italia Seferis e Ritsos, o sotto forma di favole (per dribblare la censura), dall’altrettanto amatissimo in Grecia Nikos Gatsos.

La grande rivoluzione della parola è avvenuta in un lembo di terra dove poche cose (il profilo scabro di un costone di roccia, il giallo degli agrumi, il bianco-azzurro di una piccola chiesa “piena di vento”, come la sentiva Ritsos) danno la dimensione di tutto. La prima rivoluzione dell’Io poetico fu quella dei lirici monodici, l’ultima quella di Elytis, che ha piegato la lingua fino a “risvegliare le cose dal loro letargo dentro le parole”; entrambe le rivoluzioni avvennero qui. E non dimentichiamo che Ritsos ha elaborato una nuova fioritura linguistica per il mito, da cui per la prima volta dopo millenni è stillata verdissima linfa. E invito i lettori a leggere in traduzione la sua Sonata al chiaro di luna, o uno dei Poemetti.

Il giorno in cui ho preso coscienza che nella lingua greca non c’è chiaroscuro, ho capito quanto sia giustificata la nostra incapacità di accettare il Rinascimento e ho visto scomparire anche l’ultimo elemento che mi impediva di comprendere l’unità più profonda dell’arte nella Grecia antica,  in Bisanzio e nella Grecia moderna. Il fenomeno della lingua vedrebbe greca ha assunto ai miei occhi le caratteristiche d’ineluttabilità che presentano i fenomeni naturali, a tal punto da credere fermamente che anche la lingua straniera più approssimativa e concisa dopo un millennio di vita in questa terra cambiare la propria natura, i suoi suoni salire dalla laringe e scendere dal naso dalla cavità orale, le parole perdere le loro sillabe superflue, lavarsi nella luce levigandosi, la loro sostanza purificarsi in una maniera, se non identica, almeno simile alla greca.

In questo momento non sto dando giudizi di valore, mi limito a fare delle constatazioni. È un fatto estremamente importante per me. Perché mi ha aiutato a comprendere che, oggi, perfino il piccolo codice del mio comportamento rispetto agli altri, la mia morale personale, diciamo, non è che una chiara trascrizione della mia estetica che, a sua volta, non è che una trascrizione delle condizioni naturali che hanno determinato il mio caso umano. Ma una strada simile, nella sua fase ascendente, guida fatalmente alla Metafisica. A ogni ondata di Poesia che ritorna, dopo essersi infranta sulla mia prima giovinezza, mi sento più vicino alla luce”, scrive Elytis nei suoi diari.

Tutto questo per dire che i greci più di chiunque altro continuano a indicarci la strada per una rivoluzione forte, in poesia e nel nostro intimo sentire di esseri umani. Accoglierne i tentativi, prendere atto dei traguardi al di là del personale gusto estetico, è a mio avviso una chiave importante per aprire la porta dell’innovazione della poesia italiana.

Ioulita Iliopoulou copertina

ILIOPOULOU E LA TRADIZIONE ELITYSIANA

Iulita Iliopoulou è autrice di poesie, libri per bambini e di testi per il teatro. Cura l’Opera di Odysseas Elytis, con il quale ha trascorso gli ultimi 13 anni della sua vita. Collabora con il musicista Giorgio Kouroupòs, con il teatro di Delfi, con l’Orchestra dei Colori e con la Fondazione Melina Merkouri. Come capita in Grecia, la poesia non è – solamente – parola scritta. Anzi, per i greci una poesia che sia scritta per essere semplicemente letta, magari tra sé e sé sottovoce, perde senso. Resta un atto comunitario, che parli di politica o che s’interroghi sulla morte. L’agire poetico, il Ποιείν, non è stato mai divelto dalla radice originaria omerica: memoria e recitazione. Recitare la memoria perché essa riviva poeticamente, perché qualcosa il passato insegni, perché venga assimilato – e cresca viva muoia assieme a noi. Tutto questo sta a significare che il nucleo incandescente della cultura ellenica esiste nel popolo greco, ed è materia composta indistintamente di musica, gesto e parola: il  dramma (δρᾶμα, azione).

Anche leggendo questa “Casa” di Ioulita Iliopoulou, percepiamo la lezione di Elytis, vivificatrice della lingua poetica greco moderna. Quando infatti Elytis parla della Grecia come di una “sensazione”, e paragona l’essere greco alla formulazione psicofisica del riconoscersi ad esempio omosessuale o tossicodipendente, sono certa che stia rispondendo alla domanda-fantasma sopra i greci, e che la soluzione stia appunto nella lingua. Non è una questione di tradizione e neppure un fatto culturale: la lingua greca (attorno cui non solo il lavoro di Elytis si è concentrato, ma anche quello di generazioni di scrittori e poeti) è un – per noi – misteriosissimo magma che scorre dalle antichità omeriche e ancor prima indoeuropee, fino ai giorni nostri. Un mostro linguistico senza soluzione di continuità, che quattro secoli di quasi oblio non sono riusciti ad arginare. Caduta Costantinopoli, abbattuti i ponti levatoi, il magma greco non si è disperso (come speravano i conquistatori) ma si è riversato a fecondare i secoli a venire.

La materia che l’uomo greco plasma ogni giorno, anche il più inconsapevole, attraverso l’uso della parola non porta solo dentro sé, ma decisamente è l’incredibile mitologia che chiede continuamente di essere riplasmata. Parole e suoni il cui uso millenario ha rese lucide e preziose come certa argenteria negli antichi palazzi dei re. Nulla che si possa rinchiudere in un museo o dentro un libro di grammatica.

Ecco dove trovare quel “pochissimo” al quale i cosiddetti popoli ricchi non avrà mai accesso. Una storia che non si divarica su più piani, determinando filoni di studio che si sfiorano per confrontarsi sui rispettivi progressi: un unico coro, quasi una coscienza condivisa che come il sangue nel corpo porta nutrimento in tutte le sue periferie. La lingua greca è un tessuto vivo, ancor di più: vivificatore di per sé. In ogni suono sono raccolte come dentro il vaso di Pandora tutte le voci che l’hanno tenuto sulle labbra, dagli aedi su a ritroso fino agli eroi figli di quelle divinità il cui Olimpo non fu mai veramente conquistato dalla cristianità. Guai ad aprirlo con leggerezza, quel vaso: dai sigilli divelti si libera il vento delle maiuscole e delle iota sottoscritte, assimilate nella gestazione alle anse delle altre lettere, memento per chi resta: che non basta conoscere per sopportare. Edipo ce lo ricorda dopo più di 2000 anni.

Per avere un’idea della forza magica, della fisiologica bellezza legata non a luoghi o a settori, ma presente e quasi preesistente ad essi, bisogna nascere sentendosi sussurrare all’orecchio una nenia piena di κ o α, di μ e di δ; è necessario non aver potuto decidere se seguire il corso del magma, ma crescere osservando dal centro della corrente le sponde dell’altrui identificazione culturale.

La Poesia allora ci apparirà nella sua nuda, luminosa sostanza. Non un gioco, anche nobile, di rime e rimandi, ma l’abracadabra che ci fa spalancare gli occhi sull’essenziale, e scavalchi l’involucro che insistiamo a torto a chiamare vita. Nessun artificio sopravvivrà, perché artificiosità è semplificazione della materia ridotta a sostanza inerte. Un raccolto abbondante ottenuto con l’uso di pesticidi e fertilizzanti può apparentemente sfamare tante più bocche di quante faccia il campo osservato e amato con il sudore della fronte: la ricompensa in questo caso sarà meno per tutti, ma quel poco coincide con il fondamentale. Voglio dire che semplicità non è l’altro nome di banalità, come difficoltà non è l’altra faccia dell’intellettualità. È molto più difficile raggiungere il Bene scavalcando i secoli e le vette d’Elicona, poggiando i piedi sull’incerto destino delle ω, rischiando di rimanere infilzati nel forcone delle ψ, che distillando con la chimica del “buono per tutti” un messaggio che vale anche per il modo in cui viene veicolato.

Un piccolo paese, “provincia del Medio Oriente”, bilancia di ogni filosofia che ha fondato e nutrito il pensiero occidentale, come il suono che perennemente attraversi l’universo attirando la nostra attenzione su quel che fu l’inizio, continua a rammentarci la funzione unica e fondamentale della Poesia.

Iulita Iliopoulou ci apre in questo modo le porte della sua “Casa”. O meglio, le porte delle sue/nostre case, poiché nel libro sono 30 le porte che di volta in volta si spalancano, cigolano, escludono, accolgono, sbattono dietro di noi. Almeno in una di queste è certo ognuno di noi ritroverà la propria casa, sia quella dell’infanzia, sia invece l’ultima, piccola grande silenziosa o piena di voci. “Casa” come memoria, come amore, solitudine e patria; la casa-attesa e la casa-assenza.

(Desidero ringraziare Iulita Iliopoulou per avermi fatto dono del suo libro Το σπίτι -La casa- e per aver dato il suo benestare alla pubblicazione qui sull’Ombra delle Parole di un estratto del libro)

Ioulita Iliopoulou 3

Da Το σπίτι (La casa), Iulita Iliopoulou, ed. Ύψιλον, 2012, 42 pag.

(Traduzione di Chiara Catapano)

UN PEZZO DI CARTA gualcito… folti fasci di suoni. Schegge conducono tutta la storia sino di fronte a loro. Daccapo. Porte, finestre, stipiti, superfici trasparenti. Far finta, ora che sei grande, di comprendere. Alcuni vasi di fiori in alto scompongono il cielo in triangoli verdi. E l’urgenza delle automobili, come un grigio felino alato. Ormai lo chiamiamo gatto, strillano i vocabolari, estraendosi il linguaggio. Accento sibilante di fine estate. Le manine di una Eli che graffiano ancora e ancora la bianca e un tempo liscia superficie del tempo. Finché a un tratto tornano a essere porte e finestre, la casa. Pallidi muri nell’ombra. E un sorriso così detto ingiustificato, puntuale al momento giusto. Sei arrivato.

HO SOGNATO una casa a un solo piano e tu la sua voce. Un bacio, come quello vagabondo che si prolunga secoli. Nella penombra di una città sconosciuta. Che non mi conosce altrimenti.  Solo con te voglio esistere. Chiudi, chiudi la porta. La casa… ho sognato. Insieme a te.

PIOVE! Pietre bianconere sfavillano. Quadrati del tutto simili con la regina impercettibile assente. Le pedine dovrebbero stare giù. Tuttavia, invisibili. Solo il galoppo del cavallo che s’è perduto, presso il muro, consegna un cortile in totale oscurità. E sulle sedie, l’impronta di un antico e incancellabile peso, tutt’intorno il divano sfilacciato… – Fa freddo. – Dentro la stanza cigola come un sospiro. Serrati, due armadi pesanti. Se ti chini, sentirai lievi voci remote di Elena, di Orsalìa. Di giovani il cui gioco fu un tempo chiuderaprire le foglie. Ma più distintamente sentirai la pioggia. Mentre stilla sopra il grande letto, i cuscini, sulle coperte, lungo le tende. Ancora lì appese nascondono, nulla nascondono, altro. La casa solamente. La casa che nessuno abita. Eccetto la pioggia e il vento. Bimbo scordato, alla partenza, sul retro. Perché non sapeva come chiamare: Mamma!

GUARDANDO MARKYS. Con una fila di culle-letto. Ampie finestre ben chiuse. Penombra. Né “mio piccino” né ninna nanna. Solamente alcuni – più grandi – sussurrano paroline tra le coperte: “C’era una piccola nave, c’era una piccola nave ch’era rimasta a-a-asciutta”. Sotto il materasso al posto del talismano il desiderio di una madre che… Che può anche arrivare. A portare l’abbraccio. A portare in braccio la vera casa.

BUSSA ALLA PORTA. Con la forza di un suono elettrico. Strano! Non si muoverà nessuno. Sotto, due uomini giocano a carte sopra un grande tavolo nero. E accanto, una giovane sta cucinando, su di una vecchia stufa a legna. Qualcosa che non sbuffa vapore. Pendono dallo scaffale in alto bicchieri e bricchi. Sopra un letto da bambino. Dove solo il sonno dorme. Si distinguono: un arlecchino di pezza e una piccola scansia, semi vuota. Mentre, nella stanza accanto, quasi una nonna stesse facendo a maglia in poltrona. Il filo trapassa i muri, attraversa i pensieri, i sogni, prima di attorcigliarsi tra le zampe di un gatto. Gomitolo. La luce ovunque accesa. Riluce il tetto, sottile pizzo lavorato, deposto. Incantevole miniatura bavarese in ferro. La casa. Dove nessuno ha mai sostato, solo il ricordo di due giorni di viaggio.

GASPAR DE LA NUIT, dici e dischiudi il pianoforte, con uno strascico da vestito da sposa che la notte ha dipinto. I muri divengono tenere arcate, che il suono leviga.  E molto tardi si muovono e s’allontanano… Il pavimento in legno risponde sintonizzando il desiderio. Una meravigliosa cassa di risonanza, dici, del nostro amore. Questa – estranea – casa.

ADAGIO AZZURRO delle acque; ho nuotato anni e anni da una casa all’altra. Ti ritrovo sulla punta delle tue labbra. Aspettami. E come i bambini si risvegliano da un sogno, una goccia di latte inizia a imbiancare i muri del giorno. Un bacio trattenga l’amore. Luci cadenti dei suoni riappaiono e illuminano più forte le vecchie cose, tutto e niente. Null’altro promettendo, ancora indifeso. Te.

LETTO con volta stellata, matrimoniale, che significa: realmente casa. Distendi le coperte bacio. Un sospetto musicale che lasciano sempre le mani sulla pelle per esser cancellato; pochissime venuzze azzurre portano l’acqua della luna. Bevi. Io ancora assetata.

VEILLEUSE. O, in altre parole, giovane chiarore dei sogni. Che ti protegga, da un cantuccio segreto. Trattenga il fiato la casa. Non spaventi quel ragazzino dal pullover verde. Che ancora mi scruta dentro ogni nostro bacio.

CASA SOTTERRANEA che odora di terra. Solo una vecchia al suo interno, sistema bicchieri con caffè umido e altri vuoti, sopra il tavolo. Poi, molto tardi travasa il liquido da bicchiere a bicchiere, due, tre, quattro, cento volte. La fermentazione del tempo richiede pazienza, parla da sola, come l’uva. Dopo siede stanca a bere la bevanda che ha preparato. Fuori per la strada pedoni procedono in fretta. Solo per poco si mostrano le loro scarpe alla finestra. Dove nessuno si gira a guardare. Peccato, non sono venuti i bambini, pensa. La raggiunge il sonno sulla sedia. Anche stasera. Come sempre.

Allora possiamo provare a immergerci un po’ per volta in questa letteratura, che negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso – quando da noi era davvero il vuoto –  produceva la poesia più libera e alta d’Europa: i due Nobel nel 1963 (Seferis) e nel 1979 (Elytis) bussano alla nostra porta per ricordarci di aver dimenticato. E nel ricordare dovremmo prendere atto del fatto che la Grecia è una piccola nazione dove si legge tantissima poesia; dove anche gli ultimi analfabeti conoscono a memoria per tradizione orale i canti di liberazione scritti in esilio dai più noti in Italia Seferis e Ritsos, o sotto forma di favole (per dribblare la censura), dall’altrettanto amatissimo in Grecia Nikos Gatsos.

La grande rivoluzione della parola è avvenuta in un lembo di terra dove poche cose (il profilo scabro di un costone di roccia, il giallo degli agrumi, il bianco-azzurro di una piccola chiesa “piena di vento”, come la sentiva Ritsos) danno la dimensione di tutto. La prima rivoluzione dell’Io poetico fu quella dei lirici monodici, l’ultima quella di Elytis, che ha piegato la lingua fino a “risvegliare le cose dal loro letargo dentro le parole”; entrambe le rivoluzioni avvennero qui. E non dimentichiamo che Ritsos ha elaborato una nuova fioritura linguistica per il mito, da cui per la prima volta dopo millenni è stillata verdissima linfa. E invito i lettori a leggere in traduzione la sua Sonata al chiaro di luna, o uno dei Poemetti.

Il giorno in cui ho preso coscienza che nella lingua greca non c’è chiaroscuro, ho capito quanto sia giustificata la nostra incapacità di accettare il Rinascimento e ho visto scomparire anche l’ultimo elemento che mi impediva di comprendere l’unità più profonda dell’arte nella Grecia antica,  in Bisanzio e nella Grecia moderna. Il fenomeno della lingua greca ha assunto ai miei occhi le caratteristiche d’ineluttabilità che presentano i fenomeni naturali, a tal punto da credere fermamente che anche la lingua straniera più approssimativa e concisa dopo un millennio di vita in questa terra vedrebbe cambiare la propria natura, i suoi suoni salire dalla laringe e scendere dal naso dalla cavità orale, le parole perdere le loro sillabe superflue, lavarsi nella luce levigandosi, la loro sostanza purificarsi in una maniera, se non identica, almeno simile alla greca.

In questo momento non sto dando giudizi di valore, mi limito a fare delle constatazioni. È un fatto estremamente importante per me. Perché mi ha aiutato a comprendere che, oggi, perfino il piccolo codice del mio comportamento rispetto agli altri, la mia morale personale, diciamo, non è che una chiara trascrizione della mia estetica che, a sua volta, non è che una trascrizione delle condizioni naturali che hanno determinato il mio caso umano. Ma una strada simile, nella sua fase ascendente, guida fatalmente alla Metafisica. A ogni ondata di Poesia che ritorna, dopo essersi infranta sulla mia prima giovinezza, mi sento più vicino alla luce”, scrive Elytis nei suoi diari.

Tutto questo per dire che i greci più di chiunque altro continuano a indicarci la strada per una rivoluzione forte, in poesia e nel nostro intimo sentire di esseri umani. Accoglierne i tentativi, prendere atto dei traguardi al di là del personale gusto estetico, è a mio avviso una chiave importante per aprire la porta dell’innovazione della poesia italiana.

Presentazione Steven Grieco Chiara Catapano Franco Di Carlo

da sx Steven Grieco Rathgeb, Chiara Catapano, Franco Di Carlo

Chiara Catapano nasce a Trieste nel 1975. Si laurea nell’ateneo tergestino in filologia bizantina. Vive per alcuni anni tra Vienna, Atene e Creta, approfondendo così i suoi studi sulla cultura e la lingua neogreca.

Collaborazioni recenti:
Fondazione Museo storico del Trentino: assieme al dott. Andrea Aveto dell’Università di Genova; riedizione dei “Discorsi militari” di Giovanni Boine, nell’ambito di uno studio sull’autore portorino.

Per Thauma edizioni: ha curato l’edizione di “Per metà del cielo”, della poetessa slovena Miljana Cunta (trad. Michele Obit).  Per l’Istitucio Alfons el Magnanim CECEL – Consejo Superior de Investigaciones Cientìficas, rivista “Anthropos” numero di febbraio 2015, l’articolo: “Sopra la rappresentazione transmoderna del sé”.
http://www.anthropos-editorial.com/DETALLE/LA-CONDICION-TRANSMODERNA.-ROSA-MARIARODRIGUEZ-MAGDA-RA241
L’attività prevalente e continuativa (da ottobre 2012), consiste nella direzione, accanto allo scrittore Claudio Di Scalzo, della rivista d’autore on-line Olandese Volante (www.olandesevolante.com); al cui interno, oltre alla pubblicazione di testi letterari in poesia e prosa dei direttori e di alcuni collaboratori, vengono curati autori e maestri in modo “transmoderno”, come la rivista attesta nel sottotitolo:“Transmoderno, arti, pensosità, letterature.”
Con Giulio Perrone esce a giugno 2011 la sua prima raccolta “Apice stretto” in “Verso libero- antologia poetica a cinque voci” con prefazione di Letizia Leone, in ottobre 2011 esce la sua raccolta “La fame” edita da Thauma Edizioni; in novembre 2013 pubblica la raccolta “La graziosa vita” (Thauma edizioni) dialogo sulla tomba di Giovanni Boine, uscita sotto l’eteronimo di Rina Rètis – opera dedicata allo scrittore portorino.
Ha collaborato fino al 2013 con l’associazione culturale “Thauma” di Pesaro, per la cui casa editrice è stata curatrice. Ha curato per il Comune di Bolzano, assieme alla regista Katia Assuntini un cortometraggio nell’ambito di un progetto d’integrazione delle giovani ragazze immigrate: in particolare ha coordinato il lavoro di traduzione per una giovane poetessa pakistana.
Cortometraggio poetico basato sul poemetto inedito “Alìmono”, in collaborazione con gli artisti pugliesi Iula Marzulli, Marianna Fumai (RecMovie) e Gaetano Speranza: prima proiezione il 26 dicembre 2016 al Lecce Film Fest.
Collabora con la compagnia teatrale Fierascena, fondata dall’attrice e regista Elisa Menon. Sue poesie e prose poetiche sono apparse in riviste, siti e blog letterari, 

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Odisseo Elytis POESIE SCELTE a cura di Chiara Catapano – La metafisica della luce – Lezione tenuta al Laboratorio di poesia de L’Ombra delle Parole presso la Libreria L’Altracittà di Roma l’8 marzo 2017

grecia scene di omero

Scene di vita omeriche

Odisseo Elitis, poeta greco, premio Nobel per la letteratura nel 1979. Dopo l’opera monumentale, Τὸ ‘Àσιον εϚτί’ (1959), che segna un traguardo nel progetto poetico di E., un punto culminante in cui esperienze intime e collettive si trasmutano in glorificazione delle cose modeste, vengono le poesie di ῞Εζη ϰαὶ μία τύψειϚ γιὰ τὸν οὐϱανό (“Sei e un rimorso per il cielo, 1960) composte nel medesimo periodo, che assicurano invece il proseguimento del disegno lirico iniziale, confermato in Τὸ ϕὗτόδεντϱο (L’albero luce, 1971). Amore sensuale ed esoterismo emanano da ricordi d’infanzia, mentre il poeta vive nei disagi di un esilio volontario a Parigi (1969-71). La rivoluzione giovanile in nome dell’immaginazione incoraggia la realizzazione dell’opera teatrale Μαϱία Νεϕέλη (Maria Nefeli, 1978) e la stesura di prose saggistiche. Nelle poesie più recenti il tema della morte, che il poeta aveva eluso nelle opere precedenti, dà risultati di grande fascino lirico, come in ῾Ο μιϰϱὸσ ναυτίλοσ (Il piccolo nocchiero, 1985).

Tra le sue opere sono state edite in traduzione italiana: Poesie, a cura di M. Vitti (1952); 21 poesie, a cura di V. Rotolo (1968); Sole il Primo, a cura di Nicola Crocetti (1979); Poesia, prosa, a cura di M. Vitti (1982, con studio introduttivo e bibliografia).

Odysseas Elytis, 1911-1996

Odisseo Elytis (1911-1996)

Chiara Catapano

In questo mio primo intervento al Laboratorio poetico, ho deciso di raccontare qualcosa del poeta greco Odysseas Elytis, degli esiti altissimi della poesia greca nell’ultimo decennio del XX secolo.

La poesia greca è poco conosciuta, mal conosciuta, ma a mio avviso è estremamente interessante per aprire nuove possibilità, proprio di fronte alla crisi che la poesia italiana sta conoscendo ormai da molti anni. Sono profondamente convinta che una rilettura della tradizione poetica europea attraverso la lente se volete “deformante” dei poeti greci, ci offrirà nuove prospettive.

Dico “deformante”, perché – cosa che non suonerà del tutto nuova – la poesia greca non è poesia europea. Si trova tra due mondi: erede dell’uno (l’orientale) e capostipite dell’altro (il nostro occidentale), ha accesso a un microcosmo le cui dimensioni, quantisticamente parlando, paradossalmente sono infinite.

Non si tratta di una questione puramente storico-geografica; è la lingua che ci offre la maggior parte delle risposte. La lingua greca vive il fenomeno della “diglossia” (di cui solo la lingua araba in modo similare partecipa). Per comprendere meglio il fenomeno, dobbiamo immaginare l’evoluzione delle lingue neolatine, con un punto di origine e diverse linee che vi si distaccano in varie direzioni, ognuna con un suo vettore. La greca invece va immaginata come due linee orizzontali parallele. Si è andata creando, nei lunghi secoli bizantini e della turcocrazia, una doppia lingua, che per semplificare all’osso indichiamo come parlata/popolare da una parte, e scritta/aristocratica dall’altra. Il tutto è molto più complesso, ma diciamo che ad un certo punto, molto avanti nel tempo, la lingua parlata (la vera erede di una naturale trasformazione di quella antica) ha fatto la sua apparizione in documenti scritti. La questione della lingua ha provocato scontri anche violenti durante il corso del 1900 in Grecia, e una sua parziale soluzione è arrivata appena negli anni ’70.

Questo per spiegare quanto intimamente l’uomo greco e la sua lingua vivano anche traumaticamente la loro comune evoluzione.

Dunque la diglossia, vissuta come handicap per decenni, in alcuni letterati ha dato il via a un processo profondissimo di revisione delle istanze poetiche. Lì dove c’era il limite, è apparsa una ricchezza inestimabile.  Tra tutti, Elytis ha portato al massimo grado le possibilità del greco, dando vita alla fine della sua esistenza, negli anni ’80 e ’90, ad una lingua poetica nuova che ha spezzato e ricostituito quella fino ad allora esistente.

Pensate di poter raggiungere, come bucando il tempo, vocaboli usati più di 3000 anni fa; parole che oggi sono scritte – spesso pronunciate – nello stesso modo, e che conservano lo stesso identico significato. Poterle recuperare nella loro forza primigenia, nella loro purezza, e contemporaneamente cariche dell’esperienza dei secoli; se volete, anche cariche delle scorie del tempo. Questa è l’operazione che ha attuato Elytis.

Credo che questi esiti siano stati possibili per il fatto che il greco popolare, parlato, nei secoli minacciato dall’egemonia della katharevusa, ha mantenuto anch’essa – ma in modo più vivo, più reale – un rapporto molto stretto con il greco antico, nel timore di una dissoluzione definitiva.

***

LETTURE

Quando dico METAFISICA SOLARE intendo certamente la metafisica della luce, e questo è un tema difficile, impossibile da trattare in modo divulgativo. Comunque l’aggettivo “solare” lo adopero per indicare la conformazione nucleare del poema, qualcosa che ha a che fare non solo con il contenuto ma anche con la tecnica.

I filosofi possono parlare liberamente e a livello teorico, ma il poeta deve sintonizzare la teoria con la pratica, ovvero la sua teoria deve poter apparire realizzata nell’opera.

Se ci s’immagina la coscienza al posto del sole, da un lato, e dall’altro tutti i fattori che convergono dentro l’espressione poetica – immagini, similitudini, metafore, pensieri – in luogo dei pianeti, si vedrà come il movimento che presenta questo insieme acquisti il medesimo carattere di un sistema solare. In questo senso dicevo che è la conformazione nucleare del poema.

Così la luce, inizio e fine di ogni fenomeno apocalittico (rivelatore), dichiara attraverso il conseguimento di una maggiore continua visibilità, una definitiva trasparenza dentro il poema che consente di vedere allo stesso tempo dentro la materia e dentro l’anima. Questo è anche l’obbiettivo finale secondo il mio parere, di un poema.

A Patmo lo si comprende meglio. Si comprende cioè come San Giovanni è giunto fino all’apocalisse.”

(da Audioritratto, Upsilon Biblia) trad. Chiara Catapano

Odysseas Elytis, 1911-1996_1

Odisseo Elytis (1911-1996)

Cosa avranno dunque provato gli uomini quando chiamarono per la prima volta il cielo “cielo” e il mare “mare”? Sarà sgorgato un po’ di colore azzurro? Si saranno sollevate le onde irruenti? Questo ha importanza. Spesso accade di pensare che una donna non sarebbe mai stata tanto bella se il suo nome fosse stato diverso; un’illusione, certo, che però nasce dall’amore e che per questo non è affatto da ignorare. Il corpo influisce sul nome e il nome sul corpo secondo una legge che ci sfugge. Lo stesso accade al poeta con le parole e la loro reciproca attrazione. Non dimentichiamoci che scavalca cadaveri su cadaveri per rendersi infine degno di un neonato vivo e che lotta un’intera vita per lui: per il neonato della sua voce. Dio mio, quanto è difficile!

Mi è stato concesso, cari amici, di scrivere in una lingua parlata solo da qualche milione di persone. E purtuttavia una lingua che è parlata da 2500 anni senza interruzione e con differenze minime. Questo scarto spazio-temporale, in apparenza sorprendente, trova il suo corrispettivo nelle dimensioni culturali del mio paese. Che è ridotto nella sua area spaziale, ma infinito per estensione temporale. Non lo ricordo certo per inorgoglirmi ma per mostrare le difficoltà che affronta un poeta quando, per nominare le cose che più ama, deve ricorrere alle stesse parole usate da Saffo o da Pindaro, ad esempio, senza tuttavia avere la loro fama, riconosciuta da tutta l’umanità.

Se la lingua fosse semplicemente un mezzo di comunicazione, non vi sarebbe alcun problema. Ma talora accade che essa sia anche uno strumento di “magia” carico di valori morali. Ancora di più, nel lungo corso dei secoli, la lingua ha fatto proprio un certo modo di essere altamente morale. E questo modo di essere crea degli obblighi. Non va dimenticato che nei suoi venticinque secoli non ve n’è stato neppure uno, neppure uno lo ripeto, in cui non si sia scritto poesia in greco. Ecco qual è il grande peso della tradizione che questo strumento solleva. La poesia greca moderna ne offre un’immagine oltremodo incisiva.

Grecia eroi-di-Troia

Scene di vita omeriche

(da Il metodo del dunque, Donzelli) trad. Paola Maria Minucci

Da Elegie di Oxòpetra, 1991 (Crocetti)

Intrepido, fiducioso, audace

Ora io guardo dalla barca che arriverà sempre vuota
Ovunque tu salga, a un Cimitero lontano sul mare
Con Core di pietra che stringono fiori in mano. Sarà notte e agosto
Quando cambiano guardia le stelle. E le montagne leggere
Piene di vento buio sono appena sopra la linea dell’orizzonte…
Intorno odore di erba bruciata. E una pena d’ignota stirpe
Che dall’alto
scende in un rivo sul mare addormentato

Risplende dentro di me tutto quel che ignoro. E tuttavia risplende

Ah bellezza anche se mai ti concedesti intera
Qualcosa sono riuscito a carpirti. Parlo di quel verde della pupilla che per primo
Entra nell’amore e dell’oro che ovunque lo posi infuoca luglio
Ritirate i remi voi usi ad una vita dura. Portarmi là dove vanno gli altri
Non si può. Nacqui per non appartenere a nulla e a nessuno
Vassallo del cielo chiedo di tornare di nuovo là
Nei miei diritti. Lo dice anche il vento
Da piccolo lo stupore è fiore e quando cresce morte

Ah bellezza tu mi consegnerai come Giuda
Sarà notte e agosto. Enormi arpe si udranno di tanto in tanto e
Con il poco turchino della mia anima l’Oxò Petra comincerà a
Emergere dal buio. Piccole dee, da sempre giovani
Frige o Lidie con corone d’argento e ali verdi intorno a me si raduneranno cantando
Quando le pene di ognuno saranno scontate
Con colori di amari ciottoli: tanto
Con fibule di dolore tutti i tuoi amori, tanto
La torba della roccia e l’orrendo crepaccio del tuo sonno non recinto due volte tanto

Finché una volta il fondo del mare con tutto il suo plancton invaso di luce
Si rovescerà sulla mia testa. E altre cose fino ad allora non svelate
Appariranno come viste attraverso la mia carne
Pesci dell’aria, capre dall’esile corpo erto contro le onde scampanio di San Demetrio il Profumato

Mentre in fondo lontano continuerà a girare la terra con una barca nera perduta al largo e vuota.

***

Da Il piccolo marinaio, 1985 (Donzelli)

Incenso al migliore

II

Ho abitato una terra che sorgeva dall’altra, la reale, come il sogno dai fatti della vita. L’ho chiamata anch’essa Grecia e l’ho incisa sulla carta per vederla. Sembrava così piccola, così inafferrabile.
Mano mano che il tempo passava la mettevo alla prova: con qualche improvviso terremoto, con antiche tempeste naturali. Cambiavo posto alle cose per togliere loro ogni valore. Studiavo l’Insonne e l’Eremita per poter creare colline castane, piccoli monasteri, fonti. Ho fatto persino un frutteto pieno di agrumi con la fragranza di Eraclito e di Archiloco. Ma il profumo era tale che ho avuto paura. E piano paino ho cominciato a legare parole come fossero diamanti e a nascondere il paese che amavo. Perché nessuno ne vedesse la bellezza. O sospettasse che forse non esiste.

IV

La primavera non l’ho trovata tanto nei campi o, diciamo, in un Botticelli quanto in una piccola icona rossa della Domenica delle Palme. Così pure un giorno, l’ho sentito il mare guardando una testa di Giove. Quando scopriamo le segrete relazioni dei concetti e li penetriamo sin nel profondo arriviamo a un’altra forma di chiarezza che è la Poesia. E la Poesia è sempre una, come uno è il cielo. La questione è da quale parte uno vede il cielo.

Io l’ho visto proprio stando in mezzo al mare aperto.

***

Da Sei rimorsi più uno per il cielo, 1960 (Donzelli)

L’autopsia

Dunque, si trovò l’oro della radice d’olivo stillato sulle foglie del suo cuore.

E delle molte volte che aveva vegliato accanto al candeliere, aspettando i primi albori, una strana vampata gli aveva preso le viscere.

Appena sotto la pelle, la linea azzurra dell’orizzonte intensa per colore. E numerose tracce di celeste nel sangue.

Le voci degli uccelli, ripetute in ore di grande solitudine a memoria, irruppero sembra tutte insieme, tanto che il bisturi non riuscì a incidere a fondo.

Forse l’intenzione bastò per il Male.

Che affrontò – è evidente – nell’atteggiamento atroce dell’innocente. Spalancati, fieri gli occhi, e tutto il bosco che si agitava ancora sulla retina immacolata.

Nel cervello niente, all’infuori di una distrutta eco di cielo.

E soltanto nella cavità del suo orecchio sinistro, poca sabbia minuta, fine, come dentro le conchiglie. Segno delle molte volte che aveva camminato solo lungo il mare, con la pena d’amore e l’urlo del vento.

Quanto a quelle scintille di fuoco sul pube, mostrano che davvero andava avanti per ore, ad ogni suo nuovo amplesso con la donna.

Avremo raccolti precoci quest’anno.

***

Da Sole il primo, 1943 (Donzelli)

Non la conosco più la notte, atroce anonimia di morte
Una flotta di stelle approda in fondo alla mia anima.
Espero, sentinella, brilla accanto alla brezza
Turchina di un’isola che sogna
Mentre annuncio l’alba dall’alto degli scogli
I miei occhi ti fanno navigare abbracciato alla stella
Del mio cuore più giusto: Non la conosco più la notte.

Non li conosco più i nomi di un mondo che mi rifiuta
Chiaramente leggo conchiglie foglie stelle
L’inimicizia mi è superflua nelle strade del cielo
A meno che non sia il sogno a guardarmi
Attraversare con lacrime il mare dell’immortalità
Espero, sotto l’arco del tuo fuoco d’oro
La notte che è soltanto notte non la conosco più.

Chiara catapano foto_1

Chiara Catapano

Chiara Catapano nasce a Trieste nel 1975. Si laurea nell’ateneo tergestino in filologia bizantina.

Vive per alcuni anni tra Vienna, Atene e Creta, approfondendo così i suoi studi sulla cultura e la lingua neogreca.

Collaborazioni recenti:

Fondazione Museo storico del Trentino: assieme al dott. Andrea Aveto dell’Università di Genova; riedizione dei “Discorsi militari” di Giovanni Boine, nell’ambito di uno studio sull’autore portorino.

Per Thauma edizioni: ha curato l’edizione di Per metà del cielo, della poetessa sovena Miljana Cunta (trad. Michele Obit).  Per l’Istitucio Alfons el Magnanim CECEL – Consejo Superior de Investigaciones Cientìficas, rivista “Anthropos” numero di febbraio 2015, l’articolo: “Sopra la rappresentazione transmoderna del sé”.

http://www.anthropos-editorial.com/DETALLE/LA-CONDICION-TRANSMODERNA.-ROSA-MARIARODRIGUEZ-MAGDA-RA241

L’attività prevalente e continuativa (da ottobre 2012), consiste nella direzione, accanto allo scrittore Claudio Di Scalzo, della rivista d’autore on-line Olandese Volante (www.olandesevolante.com); al cui interno, oltre alla pubblicazione di testi letterari in poesia e prosa dei direttori e di alcuni collaboratori, vengono curati autori e maestri in modo “transmoderno”, come la rivista attesta nel sottotitolo:“Transmoderno, arti, pensosità, letterature”.

Con Giulio Perrone esce a giugno 2011 la sua prima raccolta Apice stretto in “Verso libero- antologia poetica a cinque voci” con prefazione di Letizia Leone. A ottobre 2011 esce la sua raccolta La fame edita da Thauma Edizioni, A novembre 2013 pubblica la raccolta La graziosa vita (Thauma edizioni) dialogo sulla tomba di Giovanni Boine, uscita sotto l’eteronimo di Rina Rètis – opera dedicata allo scrittore portorino.

Ha collaborato fino al 2013 con l’associazione culturale “Thauma” di Pesaro, per la omonima casa editrice. Ha curato per il Comune di Bolzano, assieme alla regista Katia Assuntini un cortometraggio nell’ambito di un progetto d’integrazione delle giovani ragazze immigrate: in particolare ha coordinato il lavoro di traduzione per una giovane poetessa pakistana.

Cortometraggio poetico basato sul poemetto inedito Alìmono, in collaborazione con gli artisti pugliesi Iula Marzulli, Marianna Fumai (RecMovie) e Gaetano Speranza: prima proiezione il 26 dicembre 2016 al Lecce Film Fest.

Collabora con la compagnia teatrale Fierascena, fondata dall’attrice e regista Elisa Menon.

Sue poesie e prose poetiche sono apparse in riviste, siti e blog letterari, quali:

blog di intercultura italo-slovena La casa di carta-Papirnata hisa, “Poeti e poesia” e “AbsolutePoetry” (http://www.absolutepoetry.org/il-figlio) a cura di Francesca Matteoni (2011); Fiabesca”, blog di Francesca Matteoni;

Catalogo della mostra personale di Jara Marzulli (http://www.jaramarzulli.it/) Come bocca di pesce i pensieri”; “Di là dal bosco”, ed. Le voci della Luna, 2012; Le voci della Luna, rivista: n. 55 “L’inutile bellezza, il senso di colpa nella poesia di Maria Barbara Tosatti”, marzo 2013; n. 56 “L’artista primordiale, omaggio a Odysseas Elytis”, luglio 2013.

“A Topolò, questa dolce sera…”, e “Oggi a Udine è risorto un poeta” apparsi sul sito ufficiale del poeta Gian Giacomo Menon, voluto e curato dal giornalista Cesare Sartori. http://www.giangiacomomenon.it/testimonianze/oggi-udine-e-risorto-un-poeta/

Intervista sul sito “World War I Bridges”, http://www.worldwarone.it/2015/12/rediscovering-italian-intellectualsnew.html?m=1

“Giovanni Boine: la punta dell’iceberg”, nel blog di Alberto Cellotto, LibrobreveHa presentato nell’ambito del FestivalTrieste Poesia” la raccolta La graziosa vita, presso lo storico caffè San Marco. Presentazione-intervista con Michele Obit, presso il Festival internazionale “Stazione Topolò”, luglio 2014

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POESIE di Costantino Kavafis nella traduzione di Filippo Maria Pontani introdotte da una prosa inedita “Sulla cera” di Letizia Leone e una scelta di frammenti di Gaston Bachelard da “La fiamma di una candela” (SE, Milano, 1996) – L’ontologia del poeta solitario. L’immaginazione letteraria e la rêverie poetica sulla piccola fiamma di candela. 

grecia La contesa per il tripode tra Apollo ed Eracle in una tavola tratta dall’opera Choix des vases peintes du Musée d’antiquités de Leide. 1854. Parigi, Bibliothèque des Arts Décoratifs

La contesa per il tripode tra Apollo ed Eracle in una tavola tratta dall’opera Choix des vases peintes du Musée d’antiquités de Leide. 1854. Parigi, Bibliothèque des Arts Décoratifs

Letizia Leone – SULLA CERA

Si può vivere anche così, inabissati in una camera senza finestre, e si può vivere bene, trascorrere un’esistenza vivace, ricca di imprevisti e affollata di fantasmi.
Non è mai solo, Costantino, tra le quattro pareti della sua stanza che potrebbero delimitare il peristilio di un tempio classico quando l’ardore dell’immaginazione trasfigura gli arredi, spacca i muri ed erge la fila delle colonne.
“Tana breve” chiama questa sua piccola camera-palcoscenico dove il lumen gagliardo di un candelabro celebra ogni sera il teatro delle Ombre. Qui come in una chiesa bizantina i lunghi ceri cultuali resistono accesi dall’ora della compieta per l’intera traversata notturna confortando gli avventori trafelati. Poiché quasi sempre nell’ora più alta della notte arrivano, luminosi, presso il suo tavolo da lavoro i lemuri e considerando che hanno scavalcato secoli, cento, mille e più anni, si rivelano sorprendenti nell’aspetto.
Non serbano affatto l’aura delle effigi delineate sulle icone o tumulate nelle pagine ingiallite di libri fuori commercio, non somigliano alle statue di marmo degli eroi conservate nelle sale vuote dei musei, no, sono ragazzi allegri e belli che irrompono rumorosi da un punto di luce ellenica. Un punto murato nell’universo che per qualche mistero si schiude in un fulgore di giardini ionici, sovrani e profumati. Forse Costantino ha trovato la formula arcana per disserrare quel varco ed è qualcosa che ha a che fare con il buio, la luce calda della lucerna e la notte. Chissà. Lui di certo non se ne preoccupa e fa solo il suo lavoro con concentrazione e generosità: sognare.

Sognare nel debole riverbero di una piccola combustione ma senza alcun sentimentalismo d’accatto, sognare in modo serio, magico, da negromante, un sogno ad occhi aperti in grado di insufflare vita estrema nelle parole di un morto.
Si, sono emozionato perché oggi ho un appuntamento con il maestro.
L’ho incontrato pochi giorni fa in un caffè di Alessandria e mi ha concesso l’onore di un’intervista. Conosco a memoria i suoi versi e ho già in mente le cose da chiedergli, e poi nel quartiere si chiacchiera. La sua dimora, un seminterrato al quale si accede scendendo una decina di scalini è il luogo misero e sublime di incontri clandestini, efebi, giovani poeti, fantasmi ardenti che sfilano muti e bussano alla sua porta.

Muore piano l’illuminazione nella stanza, si fa esangue vacillante di fiamme che bruciano sul candelabro davanti al reliquiario dei libri. Né gli spicchi di fuoco di cento candele riuscirebbero a intiepidire l’aria umida di sepoltura, qui il silenzio pone i suoi semi ed erompe in una quiete sovrana e profonda, non umana. Un uomo seduto al tavolo da lavoro in fondo alla parete sta leggendo da un quaderno, sono appunti scritti a mano, frammenti di versi erotici di Paolo Silenziario ricopiati da qualche versione dell’antologia palatina.

Ci sono. Mi siedo accanto al poeta, percepisco il mormorio sospiroso della recitazione nella gioia pacata della concentrazione. La poesia ormai è uno stato dell’essere che colma tutta la vita inavvertitamente. E così continua a leggere, nella sua condizione dura e lussuosa di esiliato, noncurante della mia presenza: continua a leggere per tutto il tempo della nostra conversazione ma non è maleducazione la sua. Tutto gli è lecito per la venerazione nei riguardi della Musa e, quanto a me è già troppo avere ottenuto udienza.

Come fa a vivere nella penombra? Gli chiedo.

grecia Eveone, Un efebo serve il vino al banchetto. Lato A da una kylix attica

Eveone, Un efebo serve il vino al banchetto. Lato A da una kylix attica

Lui ha detto una volta che è solito passeggiare senza scampo su e giù per tenebrose camere dove l’irruzione della luce da una finestra potrebbe essere un’altra tortura. Ma quale luce può essere dolorosa, mi scusi? Quella solare, accecante? E poi in fondo la Poesia non è bisogno di luce? Luce di una qualità segreta, forse, atta a generare visioni.

Quindi alla mia domanda sembra già aver risposto: chi non abbia mai indugiato sul mistero della Luce accennata dal filtro di una piccola fiamma non è predisposto alla poesia, all’esercizio interiore dello stupore e della metafora. Poi scrive dei versi e me li regala nell’attimo stesso della creazione: Una candela. Via, stasera, dalla camera troppe luci. Mi sia dato fantasticare preso nella malìa suggestiva del sogno…

Ormai è stanco di spiegare ad ogni avventore la sua felicità tra le solide mura di una cantina dove a volte dal soffitto impazza, invisibile, azzurro purissimo.
Lo splendido squallore di qualche convegno erotico, in segreto, sul divano o sul letto sfatto del solitario, a celebrare il più intimo rito della carne. Voluttà proibite. In questo momento c’è un ragazzo seduto sul divano che è venuto per ascoltare e ascolta con tutto il corpo, non solo con gli occhi ma anche con la bocca mentre tu Kostantinos gli porgi vino, miele, focacce sacrali.

Vorrei andarmene, mi sento un intruso.

Intanto la cera va consumando, libera il suo odore mieloso di chiesa e la fiamma si è appiattita come per effetto di correnti leggere, come se qualcuno avesse respirato…
Il mio poeta è laggiù, seduto nell’angolo, mentre io vado vagolando.

grecia scena di un banchetto

scena di un banchetto

Non t’illudere che sia stato un sogno, una sola e breve vita questa e tutte quelle che hai vissuto ogni notte: Demetrio, i sovrani Tolomei, Tèmeto D’Antiochia l’amante giovane, i profughi dei sottosuoli …non è l’unica occasione questa, si potrà rinascere nelle taverne e nei bordelli di Bèrito. Anche se la carne è nuova porterà incisa qualche ruga di memoria.
Resto incredulo, forse è l’effetto dell’aria guasta da questo odore nauseante di fiori decomposti misto all’odore del pane di cera, una penetrante esalazione che svela un presentimento.

Il fatto è che ora Kostantinos Kavafis ha spento le candele e tutte le lampade a olio. La tenebra fortifica se stessa. Poter sforare la densità e tentare una carezza sul volto di chi dorme.
Ne avrei voglia solo per sapere chi è tra me e lui la larva, lo spettro, il fantasma che succhia tepore dalle candele e dalle membra dei vivi.

teseo Greek Pottery Art Hercules Of greek vase painting

Greek Pottery Art Hercules Of greek vase painting

Gaston Bachelard – Frammenti da “La fiamma di una candela” (SE – collana Testi e Documenti. Traduzione di G. Alberti)

La fiamma ci chiama a vedere come se fosse la prima volta: ne abbiamo mille ricordi, ne sogniamo grazie all’individualità personale di un’antichissima memoria…il sognatore vive in un passato che non è unicamente il suo, nel passato dei primi fuochi del mondo.

La meditazione della fiamma ha offerto allo psichismo del sognatore un nutrimento di verticalità, un alimento verticalizzante.

Non è più tempo di lucignoli e candelabri. A oggetti desueti ormai non si accompagnano che sogni superati. A queste obiezioni la risposta è facile: sogni e rêverie non si modernizzano così rapidamente come le nostre azioni. Le nostre rêverie sono vere e proprie abitudini psichiche fortemente radicate. La vita attiva non le sconvolge in nulla.

… sembra che in noi ci siano angoli oscuri che tollerano soltanto una luce vacillante. Un cuore sensibile ama i valori fragili.

Un sognatore di lampada comprenderà d’istinto che le immagini della piccola luce sono intime fiammelle.
Il sognatore di fiamma unisce quel che vede a quel che ha visto. Conosce la fusione dell’immaginazione e della memoria. Si apre allora a tutte le avventure della rêverie; accetta l’aiuto dei grandi sognatori, entra nel mondo dei poeti.

Ricostruendo per noi stessi le immagini della cella del filosofo in meditazione, vediamo sul suo tavolo la candela e la clessidra, due esseri che indicano entrambi il tempo umano, ma in stili quanto diversi! La fiamma è una clessidra che scorre verso l’alto.

La fiamma non è più un oggetto di percezione. Si è trasformata in un oggetto filosofico. Allora tutto è possibile. Il filosofo può ben immaginare davanti alla sua candela di essere il testimone di un mondo in combustione.

Nella fiamma lo spazio vacilla, il tempo si agita.

La fiamma della candela sul tavolo del solitario prepara tutte le rêverie della verticalità. La fiamma è una verticale intrepida e fragile. Un soffio scompone la fiamma, ma la fiamma si raddrizza. Una forza ascensionale riafferma il suo prestigio.
Die Kerzenflamme, die sich purpurn bäumt (Fiamma di candela che purpurea s’impenna) dice un verso di Trakl.

…questi aforismi verranno accolti nel quadro di una poetica. Qui la fiamma è creatrice. Ci trasmette intuizioni poetiche affinché possiamo partecipare alla vita infiammata del mondo. La fiamma è allora una sostanza vivente, una sostanza poetizzante.

La lampadina elettrica non ci darà mai le stesse rêverie della lampada viva che traeva la sua luce dall’olio. Siamo entrati nell’era della luce amministrata. Nostro unico ruolo è girare un interruttore.

Ma queste rêverie sulle cosmogonie della luce non appartengono più al nostro tempo. Le evochiamo qui soltanto per segnalare l’onirismo sconosciuto, l’onirismo perduto, l’onirismo divenuto tutt’al più materia di storia, sapere di vecchio sapere.

Konstantinos (Costantinos) Kavafis (gr. Κωνσταντῖνος Καβάϕης), nacque a Alessandria d’Egitto il 29 aprile 1863 e morì nell’ospedale greco San Saba di Alessandria d’Egitto il 29 aprile 1933. Trascorse ad Alessandria la maggior parte della sua vita, visitando la Grecia solo tre volte (nel 1901, 1903 e 1932). Il greco, la sua lingua poetica, lo dovette reimparare durante l’adolescenza.
Kavafis vivendo in una città di mare, meta di viaggiatori ed emigranti in cerca di fortuna, si trovò in un felice crogiuolo di incontro tra persone di diverse culture. In Europa, in campo poetico, dominavano i simbolisti francesi, in Egitto vi era la grandissima e mirabile tradizione della poesia araba e per ragioni familiari Kavafis era vicino anche alla poesia ellenica di Omero, Saffo, Alceo, Anacreonte.
Impiegato per tutta la vita in un ufficio del ministero dei lavori pubblici d’Egitto coltivò quasi segretamente il suo amore per la poesia. In un primo tempo, compose i suoi versi in una lingua epurata ma dopo il 1903 si rivolse al parlato, arricchito di forme dialettali di Costantinopoli e di parole tratte dalla tradizione classica.
Le sue liriche pubblicate postume nel 1936, si possono suddividere in due gruppi: quelle scritte prima del 1910, che risentono dell’influenza dei parnassiani e dei simbolisti, e quelle che, composte dopo il 1910, rappresentano la parte migliore della sua produzione. Formatasi al di fuori della tradizione, la sua opera segna una reazione agli ideali cantati da Palamas.

Poesie di Cstantino Kavafis nella traduzione di Filippo Maria Pontani (Mondadori, 2000)

CANDELE

Stanno i giorni futuri innanzi a noi
come una fila di candele accese –
dorate, calde, vivide.

Restano indietro i giorni del passato,
penosa riga di candele spente:
le più vicine dànno fumo ancora,
fredde, disfatte, e storte.

Non le voglio vedere: m’accora il loro aspetto,
la memoria m’accora del loro antico lume.
E guardo avanti le candele accese.

Non mi voglio voltare, ch’io non scorga, in un brivido,
come s’allunga presto la tenebrosa riga,
come crescono presto le mie candele spente.

.
CANDELABRO

Una camera piccola e vuota. Ivi s’accampa,
fra quattro mura nude, con un verde parato,
un candelabro splendido: divampa,
e brucia, dentro ciascuna sua vampa,
una lascivia, un impeto di lascivo calore.

Nella piccola camera che il candelabro allieta
del suo gagliardo, vivido lume riverberato,
quella fiamma è del tutto inconsueta:
non è per una carne vile e vieta
la forte voluttà di quell’ardore.

DALLE NOVE

Dodici e mezza. È scorso presto il tempo,
dalle nove, che accesi la lampada
e mi sedetti. Fermo, senza leggere,
senza parlare. Con chi mai parlare,
qua, solitario, in questa casa vuota!

E la parvenza del mio corpo giovine,
dalle nove che accesi la lampada,
venne, e mi colse; e mi destò memoria
di certe stanze chiuse profumate,
d’un remoto piacere (e temerario!)
E mi recò dinanzi agli occhi strade
che nessuno conosce più, locali
colmi di movimento, ora spariti,
e teatri, e caffè, che c’erano una volta.

E la parvenza del mio corpo giovine
venne e m’addusse le memorie amare:
separazioni, lutti di famiglia,
sentimenti dei miei, sentimenti
dei morti, di così poco rilievo.

Dodici e mezza. Com’è scorso il tempo.
Dodici e mezza. Come scorsi gli anni.

PERCHÉ GIUNGANO

Una candela, e più nulla. Quel lume fievole
meglio s’addice, più fascinoso sarà,
quando le Ombre giungano, Ombre di Voluttà.

Una candela. Via, stasera, dalla camera
troppe luci. Mi sia dato fantasticare,
perso nella malìa suggestiva del sogno,
abbandonato al sogno entro quel lume fievole,
perché le Ombre giungano, Ombre di Voluttà.

.
BRAME

Corpi belli di morti, che vecchiezza non colse:
li chiusero, con lacrime, in mausolei preziosi,
con gelsomini ai piedi e al capo rose.
Tali sono le brame che trascorsero
Inadempiute, senza voluttuose
Notti, senza mattini luminosi.

.
LE FINESTRE

In queste tenebrose camere, dove vivo
giorni grevi, di qua di là m’aggiro
per trovare finestre ( sarà
scampo se una finestra s’apre). Ma
finestre non si trovano, o non so
trovarle. Meglio non trovarle, forse.
Forse sarà la luce altra tortura.
Chi sa che cose nuove mostrerà.

I PASSI

Sopra il suo letto d’ebano, adornato
d’aquile coralline, dorme fondo
Nerone – inconscio, placido, e felice,
florido di carnale sanità,
di rigogliosa giovinezza bello.

Ma nella stanza alabastrina, ov’è racchiuso
Degli Enobarbi l’avito larario,
come inquieti s’affannano i suoi Lari!
Gli dei piccini tremano,
nell’ansia di nascondere i loro corpi esigui:
hanno udito una voce sinistra,
voce di morte che ascende la scala;
e gli scalini crollano sotto ferrigni passi.
Ora i Lari meschini, scoraggiti
Si sommergono a fondo del larario,
e l’uno l’altro spinge e risospinge,
un minuscolo dio su l’altro cade:
hanno compreso quale voce sia,
han conosciuto i passi delle Erinni.

MURA

Senza riguardo, senza pudore né pietà,
m’han fabbricato intorno erte, solide mura.

E ora mi dispero, inerte, qua.
Altro non penso: tutto mi rode questa dura

Sorte. Avevo da fare tante cose là fuori.
Ma quando fabbricavano come fui così assente!

Non ho sentito mai né voci né rumori.
M’hanno escluso dal mondo inavvertitamente.

.
IONICA

Se, frantumati i loro simulacri,
noi li scacciammo via dai loro templi,
non sono morti per ciò gli dei.
O terra della Ionia, ancora t’amano,
l’anima loro ti ricorda ancora.
Come aggiorna su te l’alba d’agosto,
nell’aria varca della loro vita un èmpito,
e un’eteria parvenza d’efebo,
indefinita, con passo celere,
varca talora sulle tue colline.

.
IN CHIESA

Amo la chiesa con i suoi labari, con i suoi
Amboni e le sue luci, e le immagini, e i suoi
Candelabri, e l’argento dei vassoi.

Com’entro là, nella chiesa dei Greci,
con gl’incensi fragranti, con le sue liturgie
risonanti di voci e d’armonie,
con le parvenze dignitose e pie
dei preti, il ritmo greve di gesti e movimenti,
il fulgore dei lunghi paramenti,
corre la mente all’èra bizantina, alle splendide
glorie di nostra gente.

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QUANDO SI DESTANO

Di conservarle sfòrzati, poeta,
anche se poche sono che s’arrestano,
le tue visioni erotiche.
Semicelate inducile nei versi.
Di possederle sfòrzati, poeta,
quando dentro la tua mente si destano,
la notte, o nell’avvampo del meriggio.

.
IL SOLE DEL POMERIGGIO

Questa camera, come la conosco!
Questa e l’altra, contigua, sono affittate, adesso,
a uffici commerciali. Tutta la casa, uffici
di sensali e mercanti, e Società.

Oh, quanto è familiare, questa camera!

Qui, vicino alla porta,
c’era il divano: un tappeto turco davanti,
e accanto lo scaffale con due vasi gialli.
A destra… no, di fronte… un grande armadio a specchio.
In mezzo il tavolo dove scriveva;
e le tre grandi seggiole di paglia.
Di fianco alla finestra c’era il letto,
dove ci siamo tante volte amati.

Poveri oggetti, ci saranno ancora, chissà dove!

Di fianco alla finestra c’era il letto.
E lo lambiva il sole del pomeriggio fino alla metà.

…Pomeriggio, le quattro: c’eravamo separati
per una settimana… Ahimè,
la settimana è divenuta eterna.

.
È VENUTO PER LEGGERE

È venuto per leggere. Aperti,
due, tre libri, di storici e poeti.
Ha letto appena per dieci minuti.
Poi basta. Sul divano
Sonnecchia. È tutto intero dei suoi libri
-pure, ha ventitré anni; è molto bello.
E questo pomeriggio è passato l’amore
nella carne stupenda, nella bocca.
Nella sua carne ch’è tutta beltà
corsa è la febbre della voluttà.
Senza grottesche remore alla forma del piacere…

letizia leone

letizia leone

Letizia Leone è nata a Roma. Ha insegnato materie letterarie e lavorato presso l’UNICEF. Ha avuto riconoscimenti in vari premi (Segnalazione Premio Eugenio Montale, 1997; “Grande Dizionario della Lingua Italiana S. Battaglia”, UTET, 1998; “Nuove Scrittrici” Tracce, 1998 e 2002; Menzione d’onore “Lorenzo Montano” ed. Anterem; Selezione Miosotìs , Edizioni d’if, 2010 e 2012; Premiazione “Civetta di Minerva”). 

Ha pubblicato i seguenti libri: Pochi centimetri di luce, (2000); L’ora minerale, (2004); Carte Sanitarie, (2008);  La disgrazia elementare (2011); Confetti sporchi ,(2013); AA.VV. La fisica delle cose. Dieci riscritture da Lucrezio (a cura di G. Alfano), Perrone, 2011; la pièce teatrale Rose e detriti, FusibiliaLibri, 2015.

Un suo racconto presente nell’antologia Sorridimi ancora a cura di Lidia Ravera, (2007) è stato messo in scena nel 2009 nello spettacolo Le invisibili (regia di E. Giordano) al Teatro Valle di Roma. Ha curato numerose antologie tra le quali Rosso da cameraVersi erotici delle poetesse italiane- (2012). Attualmente organizza laboratori di lettura e scrittura poetica.

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