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DIALOGO A PIU VOCI SU VARI ARGOMENTI: La Nuova Ontologia Estetica, il Frammento, il Dopo Satura di Montale, Fernanda Romagnoli, Poesie di Osip Mandel’stam, Kjell Espmark, Anna Ventura, Gino Rago, Lucio Mayoor Tosi, Commento di Angelo Maria Ripellino a Osip Mandel’stam, Donatella Bisutti

Invito Laboratorio 24 maggio 2017Giorgio Linguaglossa

16 maggio 2017

[…] Io, da critico militante (oggi il termine è caduto quasi nel ridicolo), della Nuova Ontologia Estetica, non posso che rivendicare la mia funzione non conciliativa, il diritto del critico a non assolvere ad alcuna funzione suasoria e conciliativa e di recitare in pieno la mia funzione di parte, non conciliativa, contraddittoria, che sa di portare in sé una istanza del contraddittorio e del diverso; insomma, per tornare a noi il critico non deve smussare gli angoli e le differenze che intercedono tra la poesia di Luciana Gravina e quella di Fernanda Romagnoli, per dire, ma deve porre la questione come questione problematica, sulla quale operare una scelta, delle scelte, nella consapevolezza che le differenze in poesia non sono un «indifferenziato» agnostico e anomico ma sono il sale della biodiversità della poesia.

onto Fernanda Romagnoli volto

Fernanda Romagnoli, grafiche di Lucio Mayoor Tosi

Anna Ventura

16 maggio 2017 alle 10:25

Altamente lodevole, esemplare, l’attenzione critica che Donatella Bisutti finalmente rivolge ad una voce poetica, quella di Fernanda Romagnoli, trascurata dalla critica di regime,forte della sua stessa ignoranza.C’è tanto oro, nel grigio magma delle parole,oro ignorato e negletto, e che tuttavia talvolta si svena, se c’è qualcuno capace di operare il miracolo.

gino rago

16 maggio 2017 alle 12:06

Condivido in pieno i giudizi di Flavio Almerighi, di Anna Ventura e dello stesso Giorgio Linguaglossa sui finissimi valori di Poesia della Romagnoli e anch’io esprimo ammirazione per Donatella Bisutti per essersene meritoriamente occupata.
Ma in me lavora un tarlo. Che è questo: perché la Romagnoli parla di ‘Oggetti’ e invece Jorge Luis Borges, in un suo componimento tra i più riusciti, parla di ‘Cose’ (“Cosas”)?
L’Ombra delle Parole in più occasioni ha articolato persuasivamente le sue risposte. Ma sarebbero davvero gradite le risposte-meditazioni a questa domandina semplice di Sabino Caronia, di Claudio Borghi, di Salvatore Martino, ma anche degli altri agguerriti lettori del nostro Blog che, di solito, non lasciano commenti.
Non è questione oziosa stabilire ‘una’/ o ‘la’ differenza fra ‘oggetti’ e ‘cose’ nel fare poetico del Novecento lirico non solamente italiano…

egilllarosabianca Kartine

16 maggio 2017 alle 12:24

Avrei voluto non commentare ma, poi perchè no a mio modo Fernanda Romagnoli non é donna non un uomo non una madre si intrattiene molto dentro se e con altro il suo sguardo va oltre, quando lessi “Il tredicesimo invitato”rimasi senza fiato.
Questo é forse il più bell’articolo dell’Ombra per me.
Un poeta tra i grandi la Romagnoli e la Donatella Bisutti affronta argomenti, considerate ancora oggi zone di frontiera dai razionalisti quelli che stanno non solo coi piedi per terra e che nella terra sprofondano fino alla cintola,é questo il regime la linea di confine?

Andrea Margiotta

16 maggio 2017 alle 12:38

Altro critico che ha fatto spesso il nome di Fernanda Romagnoli è Paolo Lagazzi. Ha ragione Giorgio Linguaglossa: due opere poetiche molto lontane, quelle di Gravina e Romagnoli. Personalmente, non saprei per quale “partito” votare. Nei testi critici che contrappuntavano l’opera della Gravina, ho notato il nome di Mario Lunetta (che saluterei, se passasse da queste parti). Ricordo che venne come ospite in un mio programma televisivo, di poeti e cose poetiche, realizzato per la Rai, qualche anno fa. Eravamo praticamente opposti – come idee sulla poesia e, probabilmente, come idee sul mondo o come Weltanschauung – ma riuscimmo a dialogare con lucidità e ragionevolezza (forse perché sono stato, da ragazzo, un militante comunista? Andato via, un paio d’anni prima della caduta del Muro, dunque in tempi non sospetti; e molto prima dell’elegantone Fausto Bertinotti, che – strano scherzo del destino – mi mandò un sms per sbaglio, qualche anno fa…
Dico io: tra tutte le combinazioni numeriche possibili, beccò proprio il mio numero di cellulare?). Che esista un Dio delle cose, un po’ burlone? (Alcuni fisici non credono al caso…). Continua a leggere

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INTERVISTA A GESÙ, di Piergiorgio Odifreddi dal libro: “Il matematico impertinente”, Longanesi, 2005

fotogramma film Il vangelo secondo Matteo

fotogramma film Il vangelo secondo Matteo

Piergiorgio Odifreddi (Cuneo, 1950) è un matematico, logico e saggista italiano. I suoi scritti, oltre che di matematica, trattano di divulgazione scientifica, storia della scienza, filosofia, politica, religione, esegesi, filologia e saggistica varia. Dal 1983 al 2007 ha insegnato logica presso l’Università di Torino, e dal 1985 al 2003 è stato visiting professor (professore in soggiorno scientifico) presso la Cornell University, dove ha collaborato con Anil Nerode, Richard Platek e Richard Shore. È anche stato visiting professor presso l’Università di Monash a Melbourne nel 1988, l’Accademia Sinica di Pechino nel 1992 e nel 1995, l’Università di Nanchino nel 1998, l’Università di Buenos Aires nel 2001 e l’Italian Academy della Columbia University nel 2006. Oltre all’attività accademica, ha intrapreso un’attività divulgativa, iniziata con collaborazioni a vari giornali e riviste: dapprima La Rivista dei Libri, Sapere, Tuttoscienze e La Stampa, poi la Repubblica, L’espresso e Le Scienze (per le quali tiene una rubrica dal titolo Il matematico impertinente).

La maggior parte di questa produzione giornalistica è stata finora raccolta in cinque libri. Ha al suo attivo una produzione saggistica su argomenti di vario genere che mirano a mostrare la pervasività della scienza in generale, e della matematica in particolare, nella cultura umanistica: soprattutto nella letteratura, nella musica e nella pittura, ma anche nella filosofia e nella teologia. La sua produzione in quest’ultimo campo ha però ricevuto più attenzione per gli aspetti critici nei confronti della religione, che per quelli divulgativi della scienza e della matematica. Odifreddi si ispira liberamente all’insegnamento e alle posizioni di Bertrand Russell, matematico e intellettuale socialista e democratico, e Noam Chomsky, linguista e filosofo socialista libertario. Nel suo primo libro divulgativo, Il Vangelo secondo la Scienza, ha proposto una visione secondo la quale la scienza, la matematica e la logica affrontano, riformulano, e a volte risolvono, problematiche che storicamente sono state considerate di pertinenza della religione e della teologia, quali la creazione del mondo, l’infinito o l’esistenza di Dio. La conclusione, espressa in un motto provocatorio, è che: « La vera religione è la matematica, il resto è superstizione. O, detto altrimenti, la religione è la matematica dei poveri di spirito. »

Gesù Il vangelo secondo Matteo

Gesù Il vangelo secondo Matteo

Nel suo libro più noto, Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici), ha proposto invece una lettura del Pentateuco e del Nuovo Testamento da un punto di vista razionalista, indicandone a suo giudizio le incongruenze e gli anacronismi. Il motto di copertina sintetizza:

«Se la Bibbia fosse un’opera ispirata da un Dio, non dovrebbe essere corretta, coerente, veritiera, intelligente, giusta e bella? E come mai trabocca invece di assurdità scientifiche, contraddizioni logiche, falsità storiche, sciocchezze umane, perversioni etiche e bruttezze letterarie? »

Le sue critiche alla religione sono state sviluppate anche dibattendo con cattolici disponibili a un confronto dialettico, compiendo a piedi insieme al giornalista Sergio Valzania e allo storico Franco Cardini gli 800 chilometri del Cammino di Santiago di Compostela (raccontato nel libro La Via Lattea), e cercando di elaborare in vari articoli una concezione di spiritualità laica, culminata nella formulazione de “Il mio credo” (da Il matematico impenitente):

«Credo in un solo Dio, la Natura, Madre onnipotente, generatrice del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili. Credo in un solo Signore, l’Uomo, plurigenito figlio della Natura, nato dalla Madre alla fine di tutti i secoli: natura da Natura, materia da Materia, natura vera da Natura vera, generato, non creato, della stessa sostanza della Madre. Credo nello Spirito, che è Signore e dà coscienza della vita, e procede dalla Madre e dal Figlio, e con la Madre e il Figlio è adorato e glorificato, e ha parlato per mezzo dei profeti dell’Intelletto. Aspetto la dissoluzione della morte, ma non un’altra vita in un mondo che non verrà. »

fotogramma film Il vangelo secondo Matteo.

fotogramma film Il vangelo secondo Matteo.

Intervista a Gesù

Come molti profeti dell’antichità, Gesù di Nazaret è un personaggio mit(olog)ico sul quale non  esistono testimonianze storiche. Le notizie sulla sua vita si basano sui racconti letterari che  vanno  sotto il nome di «Vangeli», scritti a partire dalla seconda metà del primo secolo e divisi in quattro “canonici’” e vari “apocrifi”, a seconda che siano o meno accettati come ispirati dalla  Chiesa. In base a questi racconti Gesù sarebbe nato durante il  regno del re Erode, dunque prima  del 4 a.C., e morto sotto la prefettura di Pilato, dunque fra il 26 e il 36 d. C. Il Cristianesimo che a lui si ispira prende il nome dalla parola greca «Christos», “unto’”, è professato (almeno formalmente) da un terzo della popolazione mondiale, e si divide in varie  sette: i Cattolici nell’Europa e nell’America del Sud, i Protestanti nell’Europa e nell’America del  Nord, gli Ortodossi nell’Europa dell’Est, e gli Anglicani in Inghilterra. In questa cacofonia di voci discordanti molti sostengono di parlare in nome e per conto di Gesù, in maniera più o meno istituzionale, e qualcuno pretende addirittura di esserne il vicario in terra, con gran confusione dei poveri di spirito. Per rimediare alla situazione abbiamo chiesto a Gesù un’intervista in cui egli esponesse il suo pensiero canonico, ed egli ce l’ha graziosamente concessa come regalo di Natale, per la maggior gloria di Dio.

fotogramma film Il vangelo secondo Matteo

fotogramma film Il vangelo secondo Matteo

«Rabbi, di lei sappiamo soltanto ciò che ci dicono i «Vangeli». Si riconosce in Quell’immagine?»

Certamente no. Essendo rivolti ai pastori analfabeti della Palestina di duemila anni fa, i «Vangeli» forniscono un’immagine di me che all’uomo tecnologico contemporaneo non può non apparire anacronistica. Comunque, quell’immagine era inattendibile anche allora: Marco e Luca non mi conoscevano neppure, tutti gli evangelisti riportano parole dette e fatti accaduti decenni prima che li scrivessero, e il canone è un’invenzione del concilio di Roma del 382.

«In parte, però, la colpa è anche sua: perchè non ha lasciato niente di scritto?»

Colui che mi ha condannato a morte sentenzierebbe: «Verba volant, scripta manent». Io preferisco dire che le chiese si edificano sulle pietre delle Scritture, ma le religioni si librano sulle ali della colomba dello Spirito. Per questo usavo continuamente l’espressione “sta scritto, ma io vi dico”.

«Intende dire che le chiese sono terrene, e le religioni spirituali?»

Quello che ho detto, ho detto.

«Ma io non ho capito, e insisto: la Chiesa non è religiosa?»

Certamente non è cristiana, neppure nel senso limitato di aderire all’immagine che di me offrono i «Vangeli». Il cristianesimo non è un’invenzione mia, ma di Paolo di Tarso: della mia vita, nella sua predicazione non è rimasto altro che la mia passione.

«È per questo che il cristianesimo è diventato una religione di morte?»

Anche per questo. Non si poteva pensare che l’ossessiva raffigurazione di un uomo flagellato, incoronato di spine e inchiodato a una croce potesse ispirare sentimenti positivi e gioiosi. Devo ammettere che la serenità dell’iconografia buddhista, cosí come la vitalità di quella induista, si sono dimostrate superiori alla mia.

Gesù Il vangelo secondo Matteo

Gesù Il vangelo secondo Matteo

«Che cosa pensa, più in generale, dell’iconografia religiosa?»

Cosa potrei pensare, se non che il Padre mio l’ha espressamente proibita nel Secondo Comandamento? Comunque, non c’era bisogno dell’onniscienza per capire che le immagini sono le porte di ingresso al regno dell’idolatria: bastava il buon senso, che i miei seguaci non hanno avuto. D’altronde, io ho solo chiesto che mi seguissero, non che mi raffigurassero o mi adorassero: ero l’Agnello di Dio, e mi hanno trasformato in un vitello d’oro.

«Però lei ha detto ai discepoli di andare e predicare ovunque la Buona Novella.»

Io desideravo che il mio insegnamento si diffondesse, affinché chi avesse orecchie per intenderlo lo intendesse. Ero in buona fede, se posso permettermi l’espressione: come potevo immaginare che le teste calde avrebbero cercato di imporre le mie parole «urbi et orbi»?

«E l’hanno fatto col ferro e col fuoco, nei nomi suo e di Dio.»

Il nome di Dio non doveva essere nominato invano. Quanto al mio, se avessi saputo che sarebbe stato invocato nelle crociate, nelle inquisizioni e nelle conquiste, non avrei mai abbandonato la mia bottega di falegname: la mia missione era socchiudere le porte del Paradiso, ma ho finito per spalancare quelle dell’Inferno. Purtroppo, a differenza del Padre mio, non sono onnisciente.

Accattone

Accattone

«Intende dire che lei non è Dio?»

Un angelo che dicesse di essere Dio, sarebbe diabolico. Un uomo, soltanto ridicolo.

«Ancora una volta, devo insistere: è o non è il Figlio di Dio?»

Lei lo dice. Ma chi non lo è?

«E i miracoli che faceva, erano opera di Dio o del Demonio?»

Gli uomini chiamano miracoli gli eventi che non comprendono. Lei crede veramente che l’opera del Padre mio sia tanto imperfetta, da necessitare di correzioni? O che Dio possa acconsentire a modificarla, per esaudire la preghiera di un uomo?

«Dunque non bisogna pregare?»

Pregare significa recitare il nome del Padre e compiere la Sua volontà, non chiederGli favori e raccomandazioni.

«E come si fa a sapere qual è la volontà di Dio?»

Bisogna ascoltare la Sua voce, tacitando la propria.

«Vuol dire ascoltare la propria coscienza?»

“Coscienza” è una parola antica, benché più moderna di “Dio’”. Forse, se si usasse “inconscio” si capirebbe meglio ciò che intendevo quando dissi: “Il regno di Dio è dentro di voi”.

«Non credo che il mio inconscio mi direbbe di rinunciare ai piaceri della carne.»

Né glielo suggerirebbero le parole del «Cantico dei cantici». O l’esempio di chi, come me, si  faceva asciugare i capelli da una prostituta. Sono i sepolcri imbiancati che indossano la veste nera, a chiamare “morale” la perversione predicata da Paolo.

Pierpaolo Pasolini

Pierpaolo Pasolini

«Quanto al mio conscio, mi riesce difficile coniugare la teoria che lei predicava con la pratica di chi oggi le si ispira.»

Se si riferisce al mercimonio che si è compiuto e si continua a compiere nel mio nome, quando giungerà l’ora della mia seconda venuta tornerò al tempio per cacciare i mercanti che vi si sono reinsediati e rovesciare i banchi delle loro mercanzie.

«In particolare, che ne pensa della recente inflazione della lista dei beati e dei santi?»

Come il Padre mio ha fermato la mano di Abramo, io fermerò quella del mio vicario che non sa quel che si fa: perché è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che uno dei suoi santi vada in Paradiso.

«Dunque all’Inferno ci va veramente qualcuno?»

In verità, in verità le dico: all’Inferno ci finiscono quasi tutti quelli che sperano di non andarci. Il detto “le vie del Signore sono infinite” l’ha inventato il Diavolo, per nascondere che invece quasi tutte le vie portano a lui: soprattutto quelle indicate da coloro che usurpano il mio nome.

(Piergiorgio Odifreddi)

dal libro: Il matematico impertinente, Longanesi, 2005

 

 

 

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