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 Dialogo sull’essere e il nulla, il nichilismo e la poesia – Andrea Emo, Adalberto Coltelluccio, Giorgio Linguaglossa, Salvatore Martino, Antonio Sagredo, Steven Grieco Rathgeb, Gino Rago, Jean Paul Sartre, Carlo Livia, Mario Gabriele, Letizia Leone, Rossana Levati,

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da sx G. Linguaglossa, L. Leone, S. Grieco Rathgeb, Roma, Fiera del Libro, Convention Center, 2017

Giorgio Linguaglossa

6 gennaio 2018 alle 12:06

Perché in ogni poesia c’è qualcosa di scandaloso e di favoloso. La poesia che non fa scandalo viene subito dimenticata. La poesia che non è fabula viene anch’essa subito dimenticata.

Si ha sempre il sospetto che le parole non dette ci perseguitino… Anche le parole dette e scritte ci perseguitano con la superfluità e la vacuità con cui sono state pronunciate.

Perché le parole sono sagge, loro lo sanno di essere melliflue e superflue e di essere nate da un difetto di pronuncia del demiurgo…

Il poietès è il più grande nichilista perché porta le cose all’essere dal nulla. [citazione a memoria di una frase di Emanuele Severino]

 Salvatore Martino

6 gennaio 2018 alle 14:42

Questa volta carissimo Giorgio non posso che metaforicamente baciarti per queste pagine luminose che hai inserito nella Rivista. Tutti noi dovremmo leggerle rileggerle, farle diventare il vademecum, il libro dei libri sul nostro comodino. Una commozione profonda mi invade ad ogni passo. Emo scrive poesia dall’agolo della sua strada filosofica, con una lucidità, un Kommos,che ti trascina nell’Assoluto. Non importa di quale fede o non fede tu sia, di quali convinzioni estetiche o filosofiche tu ti abbeveri, le sue parole ti trafiggono come lama di Toledo nella carne di un El Greco, di un Goya della Quinta del Sordo. Quello che lui dice dell’Arte mi sembra uscito da un capitolo della Bibbia per un Ebreo, tanto è incontrovertibile il suo dettato.Tutta le filosofia germanica sull’estetica mi sembra cosa impenetrabilmente algida.

 Antonio Sagredo

6 gennaio 2018 alle 21:02

Ottima la scelta di Emo Andea e tutto ciò intorno, compresa la intervista. Bene ha fatto Lingualossa a pubblicare alcuni scritti del filosofo, che non ho mai approfondito abbastanza, ma alcuni suoi temi filosofici fanno parte dei miei versi come non avrei pensato mai; non mi sono certo riferito al filosofo per costruirli, ma credo che ci sia stata simpatia singolare. E allora dovrei andare in cerca di alcuni miei versi che hanno attinenza con la sua filosofia e qui pubblicarli.

 

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da sx G. Linguaglossa, L. Leone, S. Grieco Rathgeb, Roma, Fiera del Libro, Convention Center, 2017

Gino Rago

6 gennaio 2018 alle 21:54

La veste è orgogliosa della nudità che essa socializza”. Grande Andrea Emo e bravo Giorgio Linguaglossa che ce lo ha riproposto.

 Letizia Leone

7 gennaio 2018 alle 9:57

Una lettura entusiasmante. La proposta illuminante di Giorgio (che ringrazio vivamente), occasione di studio di un filosofo anomalo e totalmente sconosciuto in vita, confermano quanto nella modernità la questione estetica sia essenziale in un fare artistico che non può più fondarsi in una genesi ispirativa “ingenua e sentimentale” a rischio del ridicolo. Addirittura Emo considera impossibile non solo agire ma anche fare opere nella contemporaneità: “La poesia e l’arte in genere oggi purtroppo non possono essere che ridicole. Esse sono nate nel tempo in cui il lavoro, il trattamento della materia, in cui la storia (e la vita) erano condotte in maniera artigianale… Perciò il cosiddetto artista è una sopravvivenza ridicola dell’artigianato: egli si vergogna di quel glorioso passato” (Le voci delle Musescritti sulla religione e sull’arte).

Mi pare che qui siamo di fronte ad un salto quantico rispetto al neoidealismo di Croce e Gentile che ha dominato la scena italiana fino agli anni cinquanta. Emo (1918- 1983) ha condotto la sua ricerca filosofica in forma diaristica e frammentaria dal 1918 al 1981 in circa quattrocento quadernoni per un totale di quarantamila pagine! Scrive il filosofo Mario Perniola che se l’Estetica può essere paragonata all’inconscio della società, “il corpus di Emo è simile a uno specchio, posto a una profondità inarrivabile, che riflette ciò che sta alla superficie. Al tempo tirannico del mondo Emo contrappone un altro tempo speculare, ma opposto, che nessuno può vedere e che soltanto lui conosce: “L’abolizione dello scopo, della finalità, in una parola l’abolizione del futuro…è l’instaurazione di un presente eterno” ( Emo).

 Giorgio Linguaglossa

7 gennaio 2018 alle 12:37

Ecco cosa scrive Andrea Emo di Dante:

“il più consistente dei poemi in lingua italiana, quello dantesco, è il poema del mondo dell’ inconsistenza e delle ombre”. Le ombre degli uomini, del male e del bene. Di una vita “ridotta ad ombra per poter essere eterna”. La Divina Commedia diventa così – tra le mani di Emo – “la Cattedrale delle Ombre”.

Andrea Emo:

Io sono un buono a nulla, ciò posso anche confessarlo; ma sono appunto un buono a nulla, capace del nulla; capace di affrontare guardare sopportare il nulla”.

Sulla celebre mela di Cézanne.

La radice dell’ arte è l’ eternità dell’ effimero, il pervenire all’ eterno accettando, accogliendo l’ effimero come tale; senza tentare di fissare, di obbiettivare, di possedere l’ istante, accettandolo come pura negazione, come ciò che non si può affermare direttamente”.

È questo che fa la nuova ontologia estetica:

costruire una «cattedrale delle ombre» quale unica possibile rappresentazione del mondo dei cosiddetti vivi.

Se poi questo qualcuno lo chiama nichilismo, non so, non saprei, e neanche mi interessa…

Le sciocchezze e i banalismi dei luogotenenti del truismario che si affrettano a narrarci i banalismi dell’io, li trovo rivoltanti…

 

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da sx  L. Leone, A. Sagredo, Pepito, Giuseppe Talia, Roma, Fiera del Libro, Convention Center, 2017

Giorgio Linguaglossa

7 gennaio 2018 alle 12:50

 […] La dicotomia su cui l’intera teoresi occidentale ha edificato le proprie fondamenta viene così scalzata da una speculazione diretta al superamento della logica immunitaria del principio d’identità e di non contraddizione in un oltrepassamento di fatto della stessa Grundfrage, la domanda fondamentale heideggeriana «perché l’essere e non il nulla?». Fulcro di questa operazione è la coincidenza, in seno al pensiero emiano, di essere e nulla, in quanto, come notò Romano Gasparotti, «se è vero che non si può pensare l’origine… essa necessariamente va pensata come lo stesso negarsi in quanto tale… l’originario e immediato autonegarsi» (Note sul pensiero di A. Emo, in Andrea Emo, Quaderni di metafisica 1927/1981, Bompiani, Milano 2007, p. 1388). Essere e nulla non sono allora contrapposti, bensì co-implicati, in quanto «gli enti appaiono dal nulla, da quello specifico sfondo abissale che consente loro di ex-sistere, di star-fuori dal Principio, per poi, attraverso un ulteriore atto di negazione, farvi ritorno: ogni ente manifesta il ni-ente e, nel mondo, l’eternità rinasce con gli enti come effimera» (p. 86). La potenza del negativo è l’unica forza grazie a cui è possibile concepire la purezza del positivo: il nulla è il lavacro ove tutto sorge e scompare senza mai distaccarsi completamente dallo sfondo enigmatico originario. Sotto un profilo teologico, secondo considerazioni analoghe a quelle succitate, il cristianesimo tragico di Emo si fonda sull’interpretazione di Cristo come aletheia, disvelamento, in quanto Dio è il suo stesso annichilirsi, «per esistere e farsi presenza deve necessariamente negarsi» (p. 92). Un Dio che muore e disgrega se stesso sulla Croce per tutelare l’enigma cosmico, secondo una prospettiva per certi versi non dissimile dal pensiero teologico del poeta portoghese Teixeira de Pascoaes, per il quale «l’Universo è il cadavere di Dio, la statua fredda e inerte della Speranza» (Aforismi. Scelti da Màrio Cesariny, Edizioni ETS, Pisa 2010, p. 31). Un Dio che è sacrificio, dramma, redenzione nella contemplazione della propria stessa tragedia… * Continua a leggere

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Il ritorno di Odisseo – L’oblio della memoria – Odisseo è un cialtrone, un disertore della guerra di Troia – Una poesia inedita di Giorgio Linguaglossa. La rilettura del mito dal punto di vista della nuova ontologia estetica – Interventi di Gino Rago e Carlo Livia con una poesia di Marina Cvetaeva e Paul Celan

Foto Man Ray stilleven

La Cosa è l’irrappresentabile, ciò che resta fuori della rappresentazione, l’inconscio è il luogo della non nominazione se non come catacresi

(opere grafiche di Lucio Mayoor Tosi)

Noi, reduci del Novecento, sappiamo che il canto delle sirene conteneva una «verità»

che non abbiamo voluto udire, quella «verità» che Odisseo non ha voluto che i suoi marinai ascoltassero. E quel «non-detto», quella «parola non ascoltata», ci perseguita ancora oggi, si ripresenta con il suo volto di spettro e ci chiede udienza, chiede di essere ascoltata, di essere compresa.

Chi è Odisseo per noi reduci del Novecento? Che cosa rappresenta?

Per Marco Revelli ne I demoni del potere il Canto XII è quello centrale dell’Odissea. «Il gioco di Ulisse con le Sirene si risolve, nell’epoca del trionfo della tecnica, in una serie di atti mancati».

Il «secolo breve», il Novecento, è il secolo della distruzione di massa, il secolo, come i nazisti dicevano con un eufemismo, della «soluzione finale». Il Novecento ci ha insegnato che molto più temibile del loro «canto» è il «silenzio» delle sirene. Per noi, reduci del Novecento il «viaggio di Ulisse» ha cessato di produrre senso, conserva zone di indicibilità, di non narrabilità. La frattura di civiltà, il vuoto di senso è ancora una volta Auschwitz. Auschwtiz si può verificare ancora una volta, si può ripetere. La IV guerra mondiale, la guerra nucleare, si può verificare in qualsiasi momento.

Oggi il capitalismo globale ci ha «gettati» in un paesaggio spaesante. Noi che viviamo nella Pars Occidentale della produzione capitalistica, dobbiamo ritenerci «fortunati», viviamo nel mondo del benessere, della democrazia e della ricchezza. Loro, gli esclusi dal mondo del benessere, sono i reietti.  Noi oggi non abbiamo un linguaggio adeguato, ci mancano le parole adeguate per rappresentare la nostra condizione di «fortunati».

Franz Kafka, in un raccontino paradossale del 1917 scrisse: «Le sirene possiedono un’arma ancora più temibile del canto, cioè il loro silenzio». Ulisse non si accorge del silenzio delle sirene, è ossessionato soltanto dal loro «canto». Per Kafka, se qualcuno raramente si salva dal canto delle sirene, nessuno si potrà mai salvare dal loro silenzio. Ma l’esperienza del Novecento ci ha insegnato che pari insidiosa nequizia è nascosta nel «silenzio» delle sirene, molto più temibile del loro «canto», temibile in quanto invisibile.

Ascoltiamo le parole di Primo Levi, un sopravvissuto ad Auschwitz, lui che ha ascoltato il canto delle sirene naziste, dei torturatori nazisti. Per resistere a quel «canto» Primo Levi si è tappato le orecchie con le ballate di Schiller. È stato questo lo stratagemma che gli ha dato la forza di restare in piedi per ore durante gli appelli mattutini da parte delle SS. Ed è sopravvissuto.

[…] Quando il tempo è dolore non si può far nulla di meglio che farlo passare, e ogni poesia diventa una formula magica. […] Le ballate di Schiller divennero le mie poesie dell’appello; grazie a loro riuscivo a stare in piedi per ore senza svenire, perché c’era sempre un altro verso da recitare, e quando un verso non ti veniva in mente, potevi pensarci, anziché pensare alla tua debolezza. […]

Tutt’intorno urla ripugnanti, angoscianti, che non accennavano a finire. Gli uomini che ci avevano fatto scendere dal vagone col loro «fuori, fuori», e che ora ci spingevano in avanti, erano come cani rabbiosi e ululanti. […] Quel tono carico d’odio, che scaccia […] e inchioda […] intendeva unicamente intimorire e stordire. […]

Nella mia poesia, Il ritorno di Odisseo,   non v’è traccia del canto delle sirene, per Odisseo si è trattato di un evento senza importanza, che ha già dimenticato. Nella mia poesia Odisseo è preda dell’Oblio della memoria, non ricorda nulla di ciò che è accaduto, nulla della guerra di Troia.

Si gode gli ozi di Ogigia.
Che fretta c’è?
Per tornare dalla vecchia Penelope,
c’è tempo.

Odisseo non è più ai nostri occhi un eroe, è un «cialtrone», un «fuggiasco», un «disertore» che comanda una ciurma di altri «disertori», di «straccioni», di «naufraghi». Odisseo è un abile manipolatore di parole, colui che racconta gli eventi in modo poetico e mirabolante per gabbare gli ingenui ascoltatori. I suoi marinai

Sono fuggiaschi, disertori della guerra di Troia.
Omero non lo dice ma lo deduciamo noi
dalla lettura degli eventi.

Anche Omero è colpito dall’anatema di aver detto delle menzogne, di averci dato il ritratto di un uomo «astuto» inventando il racconto del cavallo di Troia, in realtà Odisseo è un miserabile «disertore» che ama la bella vita e gli ozi dell’isola di Ogigia. Anche Omero quindi è colpevole di aver detto delle menzogne e neanche lui può essere considerato degno di fede. Il discorso poetico è già diventato menzogna. Continua a leggere

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Giorgio Linguaglossa Appunti sul Nichilismo – con due poesie inedite: Il bacio è la tomba di Dio, di Giorgio Linguaglossa e Frammenti per Sally, di Lucio Mayoor Tosi

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Laboratorio lilla

Grafica di Lucio Mayoor Tosi

Giorgio Linguaglossa

Appunti sul Nichilismo

Nietzsche definiva il nichilismo il processo di «svalutazione dei valori finora supremi»,

i quali soli  conferiscono all’ente il suo «valore»; un «ospite inquietante». Heidegger diceva del nichilismo, che ormai è impossibile «metterlo alla porta», e invitava a «guardarlo bene in faccia». Nietzsche osava affermare di essere «il primo perfetto nichilista d’Europa, che però ha già vissuto in sé fino in fondo il nichilismo stesso – che lo ha dentro di sé, sotto di sé, fuori di sé».

Chi ha saputo raccogliere la sfida di Nietzsche è stato innanzitutto Heidegger. Dalla metà degli anni Trenta, nel lungo periodo in cui elaborò il suo imponente Nietzsche (1961), Heidegger individua nel nichilismo la traiettoria dell’Occidente, quello che domina la sua storia non già dai sussulti rivoluzionari ottocenteschi, ma fin dalle origini greche.

Il concetto di nichilismo assurge dignità di elemento portante nella filosofia in Nietzsche. Ne La gaia scienza, infatti, il filosofo tedesco annuncia la «morte di Dio» e la vacuità di ogni valore, auspicando l’autosoteria dell’Übermensch, dell’Oltreuomo, unico modello in grado di sottrarre l’uomo europeo dalla decadenza in cui l’ha precipitato la religione cristiana.

Heidegger individua la causa del nichilismo nella metafisica,

sostenendo che: «La metafisica in quanto metafisica è l’autentico nichilismo. L’essenza del nichilismo si dà storicamente nelle vesti della metafisica. La metafisica di Platone non è meno nichilistica di quella di Nietzsche. In quella l’essenza del nichilismo resta solo celata, in questa giunge interamente alla comparsa», dove per «metafisica» egli intende quella tradizione di pensiero che pone il problema dell’essere dell’essente, andando oltre (metà) l’essente stesso, in una irrealistica dimensione trascendente.

L’inizio del Novecento È caratterizzato dal fenomeno delle avanguardie che porteranno a compimento la rivoluzione delle arti plastiche, letterarie e figurative in un impeto di distruzione del vecchio mondo volto alla realizzazione di uno nuovo (proprio come sosteneva Turgenev nel romanzo Padri e figli!). Da questo punto di vista, le due guerre mondiali devono essere ricomprese nel quadro ideologico-psicologico  del compimento della potenza detonante del nichilismo e della progressiva perdita dei nicciani «valori» orientativi di «scopo», «unità» e «verità».

Laboratorio quattro

Grafica di Lucio Mayoor Tosi

Il fenomeno delle post-avanguardie letterarie

e artistiche del secondo Novecento rappresenta la stigmatizzazione del riposizionamento combattivo di gruppi artistici e soprattutto letterari che cercano  di ritagliarsi un posto e una funzione nell’ambito del dispiegamento universale della forma-merce e del mercato globale che non contempla più alcuna funzione di «valore» all’arte e alla letteratura nel sistema società. È la reazione della nuova letteratura di fronte ai cambiamenti epocali che la relegano al di fuori del sistema mercato e delle nuove istituzioni culturali. La metafisica ha prodotto il mercato globale, e il mercato globale è il compimento (Vollendung) della metafisica. È qui che si apre la nuova stagione del nichilismo come «stato psicologico» del mondo contemporaneo. Il nichilismo, dirà Heidegger, viene concepito come «stato psicologico», «ciò significa allora: il nichilismo riguarda la posizione dell’uomo in mezzo all’ente nel suo insieme, riguarda il modo in cui l’uomo si pone in relazione con l’ente in quanto tale, in cui configura e afferma questo rapporto e quindi se stesso; ciò non significa altro che il modo in cui l’uomo è storicamente.»1]

«Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore» , così recitava il nono punto del manifesto programmatico del Futurismo di F.T. Marinetti e soci, pubblicato il 20 Febbraio 1909 su Le Figaro. O più ‘nichilisticamente votate soltanto alla distruzione: questo È il caso di Dada, definito dagli stessi dadaisti come: «un fenomeno che scoppia nella metà della crisi morale ed economica del dopoguerra, un salvatore, un mostro che avrebbe sparso spazzatura sul suo cammino. Un sistematico lavoro di distruzione e demoralizzazione… che alla fine non è diventato che un atto sacrilego».

Del resto come preannunziarono nel loro manifesto: «Dada non significa nulla. È solo un prodotto della bocca».

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Alcuni componenti della nuova ontologia estetica

Scrive Heidegger: «Forse l’essenza del nichilismo

consiste nel non prendere sul serio la domanda del Niente. In effetti la si lascia inesplicata, si rimane cocciutamente fermi allo schema interrogativo di un aut-aut da tempo abituale. Con l’approvazione generale si dice: o il Niente “è” “qualcosa” senz’altro nullo oppure deve essere un “ente”. Poiché però, evidentemente, il Niente non può mai essere un ente, non rimane che l’altra possibilità, cioè che il Niente sia l’assolutamente nullo.

[…]

E se il Niente, in verità, non fosse un ente, ma non fosse nemmeno mai ciò che è soltanto nullo? E se la domanda dell’essenza del Niente non fosse, sulla scorta di quell’aut-aut, nemmeno posta in termini sufficienti? E, ancor di più, se la mancanza (Ausbleiben) di questa domanda dispiegata che chiede dell’essenza del Niente fosse la ragione (Grund) del fatto che la metafisica occidentale deve cadere vittima del nichilismo? Il nichilismo sarebbe allora esperito e concepito in modo più originario ed essenziale, quella storia della metafisica che spinge a una posizione metafisica di fondo nella quale il Niente, nella sua essenza, non solo non può essere compreso, ma non vuole più nemmeno essere capito. Nichilismo significherebbe allora: il non pensare, per essenza, all’essenza del Niente. (…) Nietzsche riconosce, sì, il nichilismo come movimento soprattutto della storia occidentale, ma non è capace di pensare l’essenza del Niente perché non è in grado di cercarla domandando, egli deve diventare il nichilista classico che esprime la storia che sta accadendo ora. Nietzsche riconosce ed esperisce il nichilismo poiché pensa lui stesso in modo nichilistico. Il concetto nietzschiano del nichilismo è esso stesso un concetto nichilistico. Nietzsche non è capace, nonostante tutte le intuizioni, di riconoscere l’essenza occulta del nichilismo perché lo concepisce fin dall’inizio e soltanto in base al pensiero del valore come il processo della svalutazione dei valori supremi. Egli deve concepire il nichilismo in tal modo perché, mantenendosi nella traiettoria e nell’ambito della metafisica occidentale, pensa quest’ultima fino in fondo.»2] Continua a leggere

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ANTONIO GRAMSCI (1891 – 1937). Per la Festa dei Lavoratori. In occasione degli ottanta anni dalla morte di Antonio Gramsci, chiediamoci che cosa è rimasto di vivo delle sue elaborazioni e dei suoi interventi politici e culturali. Un bilancio è d’obbligo in tempi di restaurazione e di immobilismo delle classi dominanti.

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Poniamoci degli interrogativi: innanzitutto, possiamo ancora parlare di classe dominante? È ancora lecito adottare le categorie gramsciane di blocco sociale e di egemonia? C’è una classe al comando? O ci sono i bottoni del capitalismo internazionale? Un capitalismo globale che ha imposto, tramite la tecnologia, l’asservimento degli intellettuali e delle classi lavoratrici. Se mi guardo intorno vedo soltanto una moltitudine di gentes e di clientes, la ex classe media, che perde ogni giorno capacità di acquisto, status simbolico e in via di impoverimento, nonché il sorgere di un nuovo ceto esteso, il Ceto Medio Mediatico, come è stato battezzato, imbevuto di cloroformio con l’ausilio di un sistema informazionale complice in quanto dipendente dal capitale: un sistema di informazione salariato. Tutto ciò con la parola d’ordine che ci troviamo nel migliore dei mondi possibili, come dice Karl Popper, nel quale vige la libertà di parola, di pensiero e di scrittura. Sì, è vero, non siamo perseguitati per le nostre parole, ce ne stiamo comodamente seduti in poltrona, in casa e comunichiamo attraverso i social media. E la chiamano democrazia e libertà di stampa, lo chiamano il migliore dei mondi possibili. E forse è vero, è drammaticamente vero che ci troviamo nel migliore dei mondi possibili… E infine la questione nazionale, della ritardata unità d’Italia e la questione della Chiesa cattolica. Scriveva Gramsci: «Il Vaticano è un nemico internazionale del proletariato rivoluzionario», concetto da correlare con la insufficiente consapevolezza critica del marxismo italiano e dell’opportunismo politico che portò il PCI ad elaborare l’incontro con i cattolici sotto l’egida di una idea chiamata «cattocomunismo» durante gli anni Settanta e Ottanta, tutti problemi ancora oggi aperti che il pensiero critico di questi ultimi decenni ha evitato di affrontare. Siamo arrivati al punto che oggi la figura (il pensiero filosofico e politico di Antonio Gramsci) sia stata talmente depotenziata da essere perfettamente assimilabile nei canali della società mediatica, un po’ quello che è successo con la mediatizzazione della figura di Che Guevara: un bel volto da stampare sulle magliette e sulle cartoline.

Riallacciamoci a due concetti di Gramsci: blocco storico ed egemonia, possiamo dire che un filo conduttore  unisce questi due concetti. Com’è noto Gramsci riprende da Georges Sorel la categoria di blocco storico, e la correla con un nuovo concetto dei rapporti tra struttura e sovrastruttura. Secondo Gramsci il rapporto tra struttura (forze materiali) e sovrastruttura (ideologie) è dialettico: le ideologie senza le forze materiali sarebbero delle astrazioni fini a sé stesse e le forze materiali senza le ideologie non potrebbero essere colte nel loro nesso storico. La carica innovativa di questa rilettura gramsciana del rapporto struttura/sovrastruttura andava ad infirmare la concezione del marxismo positivo allora in auge secondo il quale era la sola economia a dare forma e contenuto alla sovrastruttura. Per Gramsci invece la struttura rappresenta il contenuto (la materia), mentre la sovrastruttura dona il proprio contributo in quanto forma.

Altrettanto importante nella concezione gramsciana è il concetto di egemonia, legato indissolubilmente alla nozione di blocco storico. Per egemonia si intende l’imposizione, da parte di un gruppo dominante, di una determinata visione dei valori dalla classe dominante alla classe subalterna. L’egemonia si verifica insieme al blocco storico quando c’è totale accordo tra la struttura e la sovrastruttura, quando le ideologie collimano con le forze materiali. Così si crea un unico blocco, il quale sarà destinato ad esser sostituito da un altro modello egemonico a seguito di una lentissima guerra di posizione. Il ribaltamento avviene infatti quando le forze materiali entrano in contrasto con i rapporti di produzione, ossia si manifesta un’incrinatura interna al blocco storico.

Sono fortemente convinto che le due categorie portanti del pensiero di Gramsci, il blocco storico e l’egemonia, oggi dovrebbero essere ripensate e riattualizzate alle condizioni dell’odierna fase di sviluppo del capitalismo globale e della rivoluzione internettiana, a fronte del quale il capitalismo monopolistico e protezionistico del suo tempo appaiono cose del Cretaceo superiore.

Giorgio Linguaglossa

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Citazioni

Non c’è attività umana da cui si possa escludere ogni intervento intellettuale, non si può separare l’homo faber dall’homo sapiens. Ogni uomo infine, all’infuori della sua professione esplica una qualche attività intellettuale, è cioè un “filosofo”, un artista, un uomo di gusto, partecipa di una concezione del mondo, ha una consapevole linea di condotta morale, quindi contribuisce a sostenere o a modificare una concezione del mondo, cioè a suscitare nuovi modi di pensare. Continua a leggere

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Per una Ontologia dell’Essere sociale di Nicolai Hartmann – Per una critica dell’Esserci  e dell’essere-per-la-morte in Heidegger con una poesia di Czesław Miłosz “Orfeo e Euridice” nella traduzione di Paolo Statuti – Orfeo, l’antesignano dell’Esserci moderno -Ars Poetica – Czesław Miłosz, 1957 con Commento di Giorgio Linguaglossa – Brani tratti da Giuseppe Pedota Dopo il Moderno CFR, 2012 pp. 120 € 13

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«L’espressione esser-gettato sta a significare l’effettività dell’esser consegnato… L’effettività non è la fatticità, il factum brutum della semplice-presenza, ma un carattere dell’essere dell’esserci, inerente all’esistenza, anche se, innanzi tutto, nel modo dell’evasione».1 Con questa impostazione categoriale di Heidegger  l’esserci è imprigionato nel mondo del «si», l’esserci non ha un orientamento, resta preda dell’inautenticità e non può uscirne, è privo di volontà, di pensiero e di azione. L’esserci è bloccato nell’esser-gettato nell’esistenza immobile, surrogato teologico della condanna divina alla espiazione di una colpa che trascende l’esserci. Ma c’è una via per Heidegger che definisce una via di uscita da questa condizione di immobilità dell’esserci, ed è la via per la morte, l’essere-per-la-morte. L’inautenticità per Heidegger ha sempre il sopravvento sull’autenticità. C’è una sola via di uscita da questo impasse: l’essere-per-la-morte. Questa è  l’agghiacciante conclusione di Heidegger.

Scrive Heidegger: «Con questa tranquillizzazione che sottrae all’esserci la sua morte, il Si assume il diritto e la pretesa di regolare tacitamente il modo in cui ci si deve, in generale, comportare davanti alla morte. Già il “pensare alla morte” è considerato pubblicamente un timore pusillanime, una debolezza dell’Esserci e una lugubre fuga davanti al mondo. Il Si non ha il coraggio dell’angoscia davanti alla morte».2 «L’anticipazione svela all’esserci la dispersione nel si-stesso e, sottraendolo fino in fondo al prendente cura avente cura, lo pone innanzi alla possibilità di essere se stesso, in una libertà appassionata, affrancata dalle illusioni del Si, effettiva, certa di se stessa e piena di angoscia: La libertà per la morte».3

L’esasperazione semantica di una «libertà per la morte» indica chiaramente un lapsus filosofico. Non v’è «libertà» ma costrizione per la morte. È esattamente all’opposto che si dà la «libertà» nell’equivalenza della «illibertà». Insomma, come diceva Adorno: «non si dà libertà nell’illibertà generale». Qui il problema dell’inautenticità è connesso inestricabilmente a quelli della «libertà» e della «illibertà»; entrambe queste categorie vivono e prosperano soltanto nell’ambito della alienazione. Una esistenza alienata pone il dilemma insolubile tra libertà e l’illibertà, ma è nell’ambito della alienazione e soltanto in essa che può prosperare questa antinomia, al di fuori dell’alienazione questa dicotomia perde il suo valore ontologico e diventa un epifenomeno della storialità. Una esistenza ricca di senso può affrontare una morte ricca di senso. Socrate, con la sua morte, ne è un esempio. Gesù, con la sua morte, ne è un esempio. Nel senso che sia Socrate che Gesù mediante la decisione anticipatrice, hanno potuto intravvedere liberamente la possibilità della morte e accettarne le conseguenze, con tutto il dramma dell’angoscia connessa alla loro ingiusta morte (angoscia come impossibilità di accedere alla azione liberatrice).

Per questo Spinoza ha scritto che una filosofia genuina deve occuparsi della vita e non della morte, così come anche Epicuro rilevò che chi vive, fintanto che vive, non ha nulla a che fare con la morte, che resta al di fuori del demanio della vita e delle cose attinenti alla vita. Per questo l’ontologia ha a che fare con la vita, e nulla ha a che fare con la morte. La dove c’è la morte, non c’è più ontologia. Soltanto in una esistenza piena di senso si può operare autenticamente verso la vita. Al di fuori del senso della vita è vano parlare finanche della morte, che non occupa alcun demanio della vita. La decisione anticipatrice la si ha soltanto nell’ambito della vita e per la vita delle generazioni future, in questo senso e soltanto in questo senso essa ha a che fare con l’ontologia dell’essere sociale. Per Heidegger invece l’uomo cade vittima del «si», e questa caduta lo pone nell’impossibilità di adire alla autenticità, e non può che soccombere tra le cose della menzogna e dell’ipocrisia. Per Heidegger l’uomo gettato nell’inautenticità è vittima della «angoscia», per la quale non c’è riscatto.

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Scrive Heidegger: «Se l’Esserci esiste, è anche già gettato in questa possibilità. Innanzi tutto e per lo più l’esserci non ha alcuna “conoscenza” esplicita o teorica di essere consegnato alla morte e che questa fa parte del suo essere-nel-mondo. L’esser-gettato nella morte gli si rivela nel modo più originario e penetrante nella situazione emotiva dell’angoscia. L’angoscia davanti alla morte è angoscia “davanti” al poter-essere più proprio, incondizionato e insuperabile. Il “davanti-a-che” dell’angoscia è l’essere-nel-mondo stesso… L’angoscia non dev’essere confusa con la paura davanti al decesso. Essa non è affatto una tonalità emotiva di “depressione” contingente, casuale, alla mercé dell’individuo; in quanto situazione emotiva fondamentale dell’esserci, essa costituisce l’apertura dell’esserci al suo esistere come esser-gettato per la propria fine».4

Qui Heidegger ci presenta un concetto astratto e vuoto della «angoscia», una entità immodificabile, eterna, eternamente addossata all’Esserci, un concetto della teologia formalmente de-teologizzato, che presuppone una posizione del tutto passiva dell’Esserci il quale non può sottrarsi ad un destino già scritto e dinanzi al quale non v’è possibilità di azione, o di liberazione. Il gioco delle categorie heideggeriane si rivela essere un gioco di bussolotti vuoti. Categorie svuotate di esistenza. Etichette. Segnali semaforici di un essere immodificabile. In questo contesto categoriale l’azione di uscita dalla inautenticità e dall’angoscia viene prescritta, anzi, viene del tutto cancellata. Alla inautenticità heideggeriana non c’è altra via di scampo che soccombere anticipando a se stessi la visione della propria morte.

Una categoria completamente assente nella ontologia di Heidegger è quella della «azione» (con la connessa categoria della «volontà»). Quando, come e dove nasce e si sviluppa l’«azione», qual è la sua direzionalità e il perché della «azione». Ecco, tutta questa problematica è misteriosamente assente nella ontologia di Heidegger. Ma ciò è comprensibile, perché attraverso la categoria dell’«azione» tutto il castello di categorie heideggeriane verrebbe a periclitare fragorosamente se soltanto la si  prendesse in considerazione.

L’ontologia di Heidegger ha al suo centro l’essere dell’esserci, l’uomo isolato e alienato tra le due guerre mondiali. La sua analitica dell’esserci mostra a nudo le categorie ontologiche di questo ente, l’esserci,  scisso e alienato, isolato anche nella sua vita quotidiana. L’ontologia di Hartmann invece parte dalla critica del modo in cui sorgono le categorie dalla vita quotidiana, le connessioni categoriali, gnoseologiche e psicologiche che garantiscono la sopravvivenza dell’ente umano nell’ambito della vita naturale e sociale. L’ontologia di Nicolai Hartmann5 riabilita il primato del pensiero nell’ambito della vita quotidiana, e di qui riparte per la delucidazione delle immagini del mondo religiose, filosofiche e scientifiche. Il realismo ingenuo della vita quotidiana e sociale dell’uomo è il miglior antidoto contro le distorsioni di una visione che adotta un punto di vista antropocentrico dell’uomo alienato e isolato nella sua fissità storica e biologico-sociale. Per Hartmann, in polemica con il concetto di angoscia in Heidegger: «l’angoscia è proprio la peggior guida che si possa immaginare verso ciò che è autentico e caratteristico»..6

foto-donna-macchina-e-scarpaNella poesia di Miłosz che segue abbiamo la esemplificazione della ricerca del “reale”. Orfeo si muove nell’ambito del «realismo ingenuo», si reca nell’Ade per recuperare la sua amata Euridice. Orfeo  è l’antesignano dell’Esserci moderno. Come l’Esserci di Heidegger è imprigionato nell’inautenticità e non può sortirne che attraverso la decisione anticipatrice della morte, così Orfeo è un eroe dotato di autenticità,  scende nella terra, fino alle foci dell’Ade per strappare agli Inferi la sua amata, simbolo della bellezza, e riportarla in vita sulla terra, alla piena luce del sole. Orfeo lotta per la vita, vuole la vita. Ma, appunto, la Euridice che lui vede è soltanto un simbolo, un eidolon del “reale”, non il “reale”, perché Euridice è morta, ed il linguaggio poetico è impotente, non può riportarla in vita, può solo raffigurare la sua immagine fatta di nebbia e di non-vita. Il “reale” è irraggiungibile anche per la poesia, e non può nulla Orfeo con la sua lira a nove corde dinanzi al «Limite» costituito dalla «Morte». Per il pensiero mitico greco, l’esserci di Orfeo è avventura, azione, rivoluzione del Empireo e degli Inferi. Orfeo è l’eroe autentico che si batte contro la morte, per la vita, per riportare in vita l’amata Euridice.

Czesław Miłosz

Orfeo e Euridice

Sulle lastre del marciapiede all’ingresso dell’Ade
Orfeo era piegato dal vento impetuoso,
che gli tirava il soprabito, faceva roteare matasse di nebbia,
si agitava nelle foglie degli alberi. I fari delle auto
ad ogni afflusso di nebbia si smorzavano.

Si fermò davanti alla porta a vetri incerto
se le forze lo avrebbero sorretto in quell’ultima prova.

Ricordava le parole di lei: “Sei un uomo buono”.
Non lo credeva molto. I poeti lirici
hanno di solito, pensava, un cuore freddo.
E’ quasi un limite. La perfezione dell’arte
si ottiene in cambio di tale imperfezione.

Soltanto il suo amore lo riscaldava,
lo rendeva umano.
Quando era con lei, diversamente pensava di sé.
Non poteva deluderla, adesso che era morta.

Spinse la porta. Percorreva un labirinto di corridoi,
di ascensori.
La luce livida non era luce, ma oscurità terrestre.
I cani elettronici gli passavano accanto senza frusciare.
Scendeva un piano dopo l’altro, cento, trecento,
sempre più giù.
Sentiva freddo. Era consapevole di trovarsi
nel Nessunluogo.
Sotto migliaia di secoli rappresi,
nel cenerume di putrefatte generazioni,
quel regno sembrava senza fondo e
senza fine.

Lo circondavano i volti di una calca di ombre.
Alcuni li riconosceva. Sentiva il ritmo del proprio sangue.
Sentiva con forza la sua vita insieme con la sua colpa
e temeva d’incontrare quelli cui aveva fatto del male.
Ma essi avevano perso la capacità di ricordare.
Guardavano altrove, indifferenti a lui.

Come sua difesa aveva la lira a nove corde.
Portava in essa la musica della terra contro l’abisso,
che addormenta tutti i suoni col silenzio.
La musica lo dominava. Allora era remissivo.
Si arrendeva al canto imposto,
in estasi.
Come la sua lira, era soltanto uno strumento.

Finché giunse al palazzo dei governanti di quel regno.
Persefone, nel suo giardino di peri e meli seccati,
nero di nudi rami e di grumosi rametti,
e il suo trono, funereo ametista – ascoltava.
Egli cantava il chiarore dei mattini, i fiumi nel verde.
L’acqua fumante di un riflesso rosato.
I colori: cinabro, carminio,
siena bruciata, azzurro,
i piaceri di nuotare presso
gli scogli di marmo.
Il convito sulla terrazza nel chiasso
del porto dei pescatori.
Il sapore del vino, del sale, delle olive, della senape,
delle mandorle.
Il volo della rondine e del falco, il solenne
volo di uno stormo
di pellicani sul golfo.
Il profumo di fasci di lillà nella pioggia d’estate.
Cantava che componeva le sue parole contro la morte
e che nessuna sua rima lodava il nulla.

Non so, disse la dea, se tu l’ami,
ma sei giunto fin qui per riprenderla.
Ti sarà restituita. A una sola condizione.
Non ti è permesso parlarle. E sulla via del ritorno
di voltarti, per vedere se ti segue.

Ermes portò Euridice.
Il suo volto era diverso, affatto grigio,
le palpebre abbassate, sotto di esse l’ombra delle ciglia.
Avanzava come irrigidita, condotta dalla mano
della sua guida. Ah, come voleva pronunciare
il suo nome, svegliarla da quel sonno.
Ma si trattenne, sapendo che aveva accettato
la condizione.

Si avviarono. Prima lui, e dietro, ma non subito,
il battito sonoro dei sandali e quello tenue
dei piedi di lei impediti dalla veste come sudario.
Il sentiero in salita era fosforescente
nell’oscurità, simile alle pareti di un tunnel.
Si fermava e restava in ascolto. Ma allora
anche essi si fermavano, una fievole eco.
Quando riprendeva a camminare, risonava il duplice battito,
una volta gli sembrava più vicino, poi di nuovo lontano.
Sotto la sua fede cresceva il dubbio
e lo avvolgeva come freddo convolvolo.
Non sapendo piangere, piangeva per la perdita
delle speranze umane nella rinascita dei morti,
perché adesso era come ogni mortale,
la sua lira taceva e sognava senza difesa.
Sapeva di dover credere e non sapeva credere.
E a lungo doveva durare l’incerta veglia
dei propri passi contati nel torpore.

Albeggiava. Apparvero i gomiti delle rocce
sotto l’occhio luminoso dell’uscita dal sottosuolo.
E accadde ciò che aveva presentito. Quando girò la testa,
dietro a lui sul sentiero non c’era nessuno.

Il sole. E il cielo e le nuvole su di esso.
Soltanto ora sentì gridarsi dentro: Euridice!
Come vivrò senza di te, o consolatrice!
Ma profumavano le erbe, durava basso il ronzio delle api.
E si addormentò, con la guancia sulla calda terra.

(traduzione di Paolo Statuti)

M. Heidegger Essere e Tempo p. 213

2 Ibidem p. 254

3 Ibid. p. 266

4 Ibid p. 379

5 N. Hartmann La fondazione dell’ontologia Milano, Fabbri, 1963, p. 130 sgg. trad it. di F. Barone

6 Ibid. p. 197

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Ritengo opportuno riproporre alcuni brani significativi del libro di Giuseppe Pedota (2012) per avere uno sguardo retrospettivo del nostro recentissimo passato, perché non si può capire il presente e le sue possibili derive filosofiche, estetiche e politiche se non si osserva attentamente il passato, recente e non. (G.L.)

Brani tratti da Giuseppe Pedota Dopo il Moderno CFR, 2012 pp. 120 € 13

Quello che un critico come Giorgio Linguaglossa vede attraverso la cortina di nebbia della «nuova ideologia del conformismo», è la «nuova insensibilità» delle masse post-culturali nella situazione del Dopo il Moderno, fenomeno cresciuto all’ombra del letargo politico dell’Italia e dell’Europa. La parola «impegno» è ormai invecchiata e fuori corso, il «qualunquismo», il «talqualismo» e il «turismo poetico» della poesia delle giovani generazioni è una spia allarmante di questo conservatorismo di massa. Ormai nessuno delle nuove generazioni si pone la domanda di comprendere il mondo con spiegazioni, ipotesi, responsabilità; una pedestre mitologia della scrittura che la mia generazione aveva debellato, riacquista vigore e credibilità: lo scrivere bene, l’innocenza dello scrittore, addirittura la «irresponsabilità dello scrittore», l’aura (che ritorna!) delle parole poetiche di certa poesia femminile, l’invasione delle storie d’amore catechizzate, drammatizzate e agghindate secondo uno smaccato (e ingenuo) montaggio di pezzi del cuore infranto. È ritornata la retorica della bella e dannata interiorità e del buonismo, ottimi sostituti della riflessione politico-estetica sulla situazione attuale di quello che il critico romano chiama «discorso poetico».

«Questa spoliticizzazione dell’arte, – scriveva nel 1953 Roland Barthes ne Il grado zero della scrittura – della Letteratura, non può essere accidentale, particolare. È l’espressione di una crisi generale che si potrebbe così definire: ideologicamente la borghesia non ha più realtà immediata, moltiplica gli schermi, i ricambi, le meditazioni: quasi non le si riconosce più una fisionomia».[1]

Forse oggi (e basta dare uno sguardo al proliferare dei blog letterari) siamo nel bel mezzo di una nuova forma di conformismo: un omologismo che non tollera l’esistenza di un diverso assetto del pensiero. C’è una simil-critica di cortigiani e una critica che non ha diritto di cittadinanza. È l’ideologia dell’omologismo che qui si annuncia.

Oggi, anche nella situazione di disarmo generale dell’intelligenza del Dopo il Moderno, non ci può essere altra strada che quella di un nuovo impegno e di una nuova responsabilità dello scrittore e del discorso poetico. Mi stupisce che critici e autori delle nuove generazioni come Salvatore Ritrovato e Stefano Dal Bianco rivalutino invece la «irresponsabilità» della scrittura letteraria. Questi autori dicono che lo scrittore non ha delle «risposte» da dare al suo pubblico, confondendo due concetti molto diversi e distanti tra loro, anzi, a mio avviso oggi lo scrittore è tanto più «responsabile» proprio in quanto non ha alcuna «risposta» da offrire in garanzia al lettore. Io piuttosto direi che oggi, molto più di ieri, il ruolo dello scrittore dipende dalla tragicità di un linguaggio impossibile. È questo il problema.

Il critico romano rivendica, con sottile ironia socratica, che oggi l’unica forma possibile di scrittura è davvero quella del talqualismo delle «scritture letterarie denaturate alla Valerio Magrelli e alla Vivian Lamarque»; «al di fuori del minimalismo sembra non esserci nient’altro che il minimalismo. Ma non è vero. Bisogna dirlo con forza ai giovani: non imitate i modelli deresponsabilizzanti offerti dai falsi padri. La via da seguire è esattamente l’opposta: la critica radicale ai falsi padri e ai falsi modelli che essi rappresentano». Sono scritture che hanno avuto successo e hanno fatto scuola. E chi osa mettersi contro il successo e i grandi marchi editoriali che li hanno pubblicati? Ed ecco spiegato il successo di epigoni degli epigoni come la poesia di Gianni D’Elia e di Franco Buffoni. È un epigonismo che si autogenera e che sembra non avere mai fine. Qui, credo, siamo andati ben oltre l’«ideologia del conformismo», siamo entrati, senza che ce ne siamo resi conto, nella nuova situazione dell’omologismo e dell’emulazione di massa. 

L’arte e la letteratura europea dagli anni Novanta del Novecento in poi, segnano una lenta e inarrestabile crisi della grande cultura novecentesca? Non so, può darsi. Il fatto indiscusso è che la poesia dell’ultima decade del Novecento sembra avviata in una inarrestabile deriva epigonica delle grandi direttrici della cultura novecentesca. Si profila una interminabile cultura epigonica, la crisi di identità di una cultura. Nel frattempo, nel 1989 crolla il muro di Berlino, scompare il limen con la divisione in due parti dell’Europa e dell’Italia (un fenomeno simile a quello del crollo di una diga). Ciò che in qualche modo contribuiva, almeno in Italia, a tenere in vita una visione critica è venuto meno, in più c’è stato l’esaurimento di un modello di sviluppo delle economie capitalistiche del mondo occidentale e la fine della prima Repubblica. Scrive Linguaglossa:

«Oggi, noi non possiamo comprendere la crisi della cultura epigonica del minimalismo senza gettare lo sguardo al di là di essa, a quegli sviluppi dell’arte contemporanea che sembrano prefigurare uno sbocco, una via di uscita dall’arte dei minimalia

[1] R. Barthes Il grado zero della scrittura Lerici, Milano, 1969 p. 15

Ars Poetica – Czesław Miłosz, 1957

Ho sempre aspirato a una forma più capace,
che non fosse né troppo poesia né troppo prosa
e permettesse di comprendersi senza esporre nessuno,
né l’autore né il lettore, a sofferenze insigni.
Nell’essenza stessa della poesia c’è qualcosa di indecente:
sorge da noi qualcosa che non sapevamo ci fosse,
sbattiamo quindi gli occhi come se fosse sbalzata fuori una tigre,
ferma nella luce, sferzando la coda sui fianchi.
Perciò giustamente si dice che la poesia è dettata da un daimon,
benché sia esagerato sostenere che debba trattarsi di un angelo.
È difficile comprendere da dove venga quest’orgoglio dei poeti,
se sovente si vergognano che appaia la loro debolezza.
Quale uomo ragionevole vuole essere dominio dei demoni
che si comportano in lui come in casa propria, parlano molte lingue,
e quasi non contenti di rubargli le labbra e la mano
cercano per proprio comodo di cambiarne il destino?
Perché ciò che è morboso è oggi apprezzato,
qualcuno può pensare che io stia solo scherzando
o abbia trovato un altro modo ancora
per lodare l’Arte servendomi dell’ironia.
C’è stato un tempo in cui si leggevano solo libri saggi
che ci aiutavano a sopportare il dolore e l’infelicità.
Ciò tuttavia non è lo stesso che sfogliare mille
opere provenienti direttamente da una clinica psichiatrica.
Eppure il mondo è diverso da come ci sembra
e noi siamo diversi dal nostro farneticare.
La gente conserva quindi una silenziosa onestà,
conquistando così la stima di parenti e vicini.
L’utilità della poesia sta nel ricordarci
quanto sia difficile rimanere la stessa persona,
perché la nostra casa è aperta, la porta senza chiave
e ospiti invisibili entrano ed escono.
Ciò di cui parlo non è, d’accordo, poesia,
perché è lecito scrivere versi di rado e controvoglia,
spinti da una costrizione insopportabile e solo con la speranza
che spiriti buoni, non maligni, facciano di noi il loro strumento.

(Czesław Miłosz, Poesie Adelphi, Milano, 1983, traduzione di Pietro Marchesani)

Giorgio Linguaglossa

Commentando questa poesia di Czeslaw Milosz “Ars poetica” del 1957, scrivevo:

Proviamo a ragionare intorno a ciò che vuole dirci il poeta polacco nella poesia sopra citata:
Il momento espressivo-metaforico della forma-poesia è uno spazio espressivo integrale (che può essere colto in un sistema concettuale filosofico, che oggi non c’è per via della latitanza di pensiero estetico da parte dei filosofi). Il momento espressivo coincide con il linguaggio, e il linguaggio è condizionato dai linguaggi che l’hanno preceduto… se il momento espressivo si erige come un qualcosa di più di esso, degenera in non-forma (si badi non parlo qui di informale in pittura come in poesia!), degenera in mera visione del mondo, cioè in politica, in punto di vista condizionato dagli interessi di parte, in chiacchiera, in opinione, in varianti dell’opinione, in sfoghi personali, in personalismi etc. (cose legittime, s’intende ma che non appartengono alla poesia intesa come «forma» di un «evento»).

Il problema di fondo (filosofico, ed estetico) della poesia della seconda metà del Novecento (che si prolunga per ignavia di pensiero in questo post-Novecento che è il nuovo secolo), è il non pensare che il problema di una «forma» non può essere disgiunto dal problema di uno «spazio», e quest’ultimo non può essere disgiunto dal problema del «tempo» (tempus regit actum, dicevano i giuristi romani). Ora, il digiuno di filosofia di cui si nutrono molti auto poeti, dico il problema di pensare questi tre concetti in correlazione reciproca, ha determinato, in Italia, una poesia scontatamente lineare unidirezionale (che segue pedissequamente e acriticamente il tempo della linearità metrica), cioè che procede in una sola dimensione: quella della linea, della superficie… ne è derivata una poesia superficiaria e unidimensionale. E, si badi: io dico e ripeto da sempre che il maggiore responsabile di questa situazione di imballo della poesia italiana è stato il maggior poeta del Novecento: Eugenio Montale con Satura (1971), seguito a ruota da Pasolini con Trasumanar e organizzar (1968). Ma queste cose io le ho già spiegate nel mio studio Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana 1945-2010 edito da EiLet di Roma nel 2011.

In questa sede posso solo tracciare il punto di arrivo di questo lungo processo: il minimalismo e il post-minimalismo.

Con questa conclusione intendevo tracciare una linea di riflessione che attraversa la poesia del secondo Novecento, una linea di riflessione che diventa una linea di demarcazione.
Delle due l’una: o si accetta la poesia unidirezionale del post-minimalismo magrelliano (legittima s’intende), che prosegue la linea di una poesia superficiaria e unidirezionale che ha antichi antenati e antichi responsabili (parlo di responsabilità estetica) precisi; o si opta una linea di inversione di tendenza da una poesia superficiaria a una poesia tridimensionale che accetta di misurarsi con una «forma più spaziosa», seguendo e traendo le conseguenze dalla impostazione che ha dato Milosz al problema della poesia dell’avvenire. La poesia citata di Milosz è un vero e proprio manifesto per la poesia dell’avvenire, chi non comprende questo semplice nesso non potrà che continuare a fare poesia superficiaria (beninteso, legittimamente), ma un tipo di poesia di cui possiamo sinceramente farne a meno.

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Donato Di Stasi GLI ANDROIDI SCRIVERANNO POESIE ELETTRICHE? Riflessioni sull’ultrapresente e sul futuro della poesia – L’opera d’arte nell’epoca della riproducibilità tecnica – La poesia non muore e non si estingue. La sua storicità lo impedisce -Marxiani e marxisti in poesia –  Della poesia ingenua e sentimentale – La poesia italiana ricomincia da zero a ogni libro – Il destino della poesia

Dalla parte di Giambattista Vico. La poesia non muore e non si estingue. La sua storicità lo impedisce.

L’opera d’arte nell’epoca della riproducibilità tecnica. L’occhio naturale ha prodotto l’elegia, l’epica, la lirica. Che cosa produrrà l’occhio artefatto della Tecnica?

The Technique in sunshine. La Tecnica cattura sulle reti cablate l’inizio e la fine di una forma-sonetto. Riproduce alla perfezione le strofe, il numero delle sillabe, le rime alterne e baciate, ma non riesce a far percepire il calore e il movimento del pensiero. Esagera in metafore e visioni, non potendo creare dal nulla la bellezza di un sillogismo. Può imitare con i suoi algoritmi lo strapotere dell’immaginazione, ma non gli stati della mente. Come per tutti gli epigoni: scorrono fiumi di retorica.

Un pamphlet fuori dal coro. Che si pronuncino, ovunque e novunque, geremiadi contro chi relega al margine di tutti i margini teoria e critica, celebrando i fasti del depensiero.

Primum studere, deinde carmina scribere. Perché tanta diffidenza, se non idiosincrasia, per la teoria? Per quale motivo sembra tanto superfluo dover spiegare il proprio metodo compositivo? Per quale ragione appare così assurdo riuscire a coniugare talento, passione e concetti? A nessun versivendolo dovrebbe essere permesso di presentarsi in pubblico senza aver prima elaborato (in proprio) uno straccio di poetica.

Marxiani e marxisti in poesia. In cerca di modelli teorici ci si può imbattere nella marxiana Critica del gusto, risalente al 1960, del filosofo Galvano della Volpe, sostenitore del valore razionale e non sentimentale dell’opera d’arte. Fin dal primo capitolo (Critica dell’immaginazione poetica) il riguardo maggiore viene riservato all’esposizione unitaria dei temi, alla coerenza dei concetti, all’armonia dell’architettura compositiva.

Resta su posizioni regressive  l’autore che ritiene di istituire il poetico a partire dalla fantasia, e non di costituirlo nella  fantasia. Non di una sottigliezza grammaticale si discute, ma di una differenza abissale, perché il primum  nella composizione non appartiene a un arbitrario volo della mente, ma a un saldo organizzarsi attorno a concetti  polisensi, autonomi, plurali, aperti.

Resiste ancora (e ce ne rammarichiamo) la vetusta concezione romantica della poesia ineffabile, univoca e universale. Si tratta dello stampo crociano (idealistico-intuizionistico) che ha trovato accoglienza anche presso il marxista Lukács negli anni Trenta-Quaranta del Novecento.

Libertà progettante e imitazione passiva definiscono il senso dell’esistenza, non solo la presa di posizione nei confronti di un canone, piuttosto che di un altro. 

L’esercizio razionale della creatività. Se l’attualità veicola una forte allure negazionista, chi pratica la poesia sappia sviluppare una conoscenza di pari grado rispetto alla scienza. Non ritenga la propria posizione di seconda fila, o peggio un riflesso condizionato di natura sentimentale, in risposta a eventi pubblici e privati, prodottisi con qualche rilievo.

Il testo poetico come atto polisenso di una specifica produzione culturale. Ogni aspirante poeta appenderà al collo un cartello con l’indicazione degli autori che lo hanno ispirato e formato. Potremo giudicare a priori la possibilità di leggerlo o no.

Cartello esemplificativo. Esenin, Blok, Majakovskij, Chlebnikov, Mandel’štam, Brodskij, Holan, Hölderlin, Trakl, Benn, Villon, Rimbaud, Bonnefoy, Rebora, Lucini, Campana, Dickinson, Sexton, Plath, Rosselli.

Il lettore forte e il letto di Procuste. Pound, Cantos. D’accordo, testo caotico, frenetico, ritmato da citazioni impossibili (l’elenco delle dinastie cinesi imperiali, il rapporto fra usura e capitalismo, l’esempio politico-artistico del Rinascimento italiano). Ancor più d’accordo, testo illeggibile, indisponente, urticante, metallico, ma si possono comporre versi nel secondo decennio del Duemila, senza essere passati per le forche caudine dei Cantos? Saremmo arrivati a questo stadio di civiltà letteraria senza i colpi d’ariete del verso liberissimo di Pound?

Agrammatoi psophoi (suoni inarticolati).  Ma noi  capiamo quando la poesia parla come poesia e non come letteratura?

Della poesia ingenua e sentimentale. Non ce li figuriamo i presunti poeti, chiusi in casa nel porto sicuro  della scrivania, con la testa reclinata all’indietro in attesa che qualche divinità del Parnaso venga a versare miele nelle loro bocche ispirate?  

Il secondo mestiere. La scrittura poetica non è più chiamata a rappresentare e a consolare, ma a analizzare,  conoscere,  formulare una credibile weltanschauung (Montale 1956).

Paradossi. Anche nella sua forma più difficoltosa e complessa, la teoria è per tutti.

La poesia italiana ricomincia da zero a ogni libro. Cadere a corpo morto ingenuamente dentro il Trecento letterario e petrarchizzarsi è un buon modo per ibernarsi.

Contradictio in adjecto. Se la poesia si concentra esclusivamente sulla lirica, perde terreno. Se non ricorre almeno a un elemento lirico, perde per intero la sua forza espressiva.

 

Né avanguardia, né retroguardia.  Togliamo alla poesia la condanna al metalinguaggio e alla tautologia dei classici.

La terribile corporazione dei poeti. Sprovincializzare. Disaggregare gli –ismi. Impedire che gli epigoni facciano mucchio.

 Per dirla alla maniera di Antonio Pizzuto.  La poesia non si ripara. Non è una bambola.

Peripli e periclitazioni. I viaggi di Ulisse, il nostos, ovvero la fondazione della civiltà occidentale. Valgono come utile confronto le peripezie di larga parte dei poeti odierni attorno al loro ombelico.

Amor fati. La poesia non deve temere di decostruire se stessa e di mettere in conto la propria fine. L’assioma dell’apocatastasi parla, a ogni tornata d’epoca, di fulgide e repentine rinascite.

Ritorno al futuro. In qualche frattura dello spazio-tempo Pessoa, Kavafis, Quevedo, i trovatori licenziosi del XIII secolo continuano a macinare versi. Continueranno a scrivere in ogni ipotizzabile futuro.

Insegnamento sintetico di un capitolo di storia letteraria. Un poeta tondo che rotola troppo (Giuseppe Conte). Un poeta quadrato che non rotola affatto (Milo De Angelis). Un poeta che versa acqua fredda sulla testa (Mario Luzi). Una tarma che fa buchi nei mobili (Edoardo Sanguineti).

10 agosto 1829.  Nikolaj Vasil’evič Gogol brucia tutte le copie di un suo ridondante e irrilevante poema. Un gesto bellissimo, oltre la catarsi: liberarsi in un colpo solo della bruttezza del mondo, passata di soppiatto nelle sue pagine. Se i legionari della nostra Repubblica delle Lettere prendessero Gogol come esempio…

Il destino della poesia (1).  Se la poesia ha un’avvenire, è a condizione di imporre a se stessa nuovi compiti,  quelli che non hanno ancora un nome e per i quali non si ha un’idea.  Se la poesia ha un’avvenire, è a condizione di sentirsi sollecitata e scaraventata verso un nuovo ignoto.

Il destino della poesia (2).  Nel bric-à-brac postmoderno con il continuo tracimare di generi e correnti, è venuta meno la specificità dei singoli oggetti  letterari. Del resto, solo su oggetti pertinenti e fissi è possibile esercitare un’azione metodologica e  teorica.   Perciò al lavoro, serve un nuovo orizzonte fenomenologico e concettuale.                                                                                                                                                                                                                                   L’antiProtagora. L’uomo non è più la misura di tutte le cose. Le cose lo misurano e lo schiavizzano. Di questo, dell’essenziale, la poesia per ora dice poco.

Sia lode a Friedrich N. Il nichilismo va lontano, perché viene da lontano. La poesia attualmente non riesce ad andare da nessuna parte.

Hic stantibus rebus. La poesia si traveste da prosa, ma non seduce più. La prosa domina e non abbandona il campo, ergo la poesia non riesce a riguadagnare le posizioni perdute.

Il teorema di Gödel e la prassi poetica. Reintegrarsi nelle forme vegetali e animali per ritrovarne il linguaggio perduto. Reintegrarsi nella forma umana per trasformare il potenziale di energia in un linguaggio nuovo, coerente, compiuto.

Rovesciamento dialettico. Un buon punto di partenza: l’assoluta certezza del soggettivo, l’altrettanto assoluta incertezza dell’oggettivo. Come dire che gli automatismi dell’io appaiono indiscutibilmente certi, mentre le dinamiche legate all’esteriorità si estenuano in un relativismo scettico e senza limiti.

Non far cadere in prescrizione il dissenso. Non arrendersi alla natura ex lege del Mercato, nel cui tritacarne finiscono ogni bellezza e speranza. Veicolare verso i lettori voci in disuso, scardinanti, realmente antagoniste, come se sorgente etica e imperativo categorico  mantenessero ancora una loro dignità e agibilità nelle relazioni tra individui e corpi sociali.

Il romanzo è stato sempre appannaggio della borghesia medio-alta (Verga, Pirandello, Svevo), la poesia della fascia bassa della piccola borghesia (Saba, Scotellaro, Pagliarani).  Si capisce perché uno ricco come Attilio Bertolucci abbia percorso la strada del romanzo in versi, appartenendo naturaliter al facoltoso ceto dei proprietari terrieri.

Il destino della poesia (3). Il poeta di ricerca deposita i suoi versi al bivio fra Letteratura e Industria. Sa che il grande pubblico non passerà mai di  lì.

Deliberati analitici. La poesia è alta e pura, la solleva al Parnaso una lingua verticale che scarta con le sue magie sonore dalla quotidianità. Tutto vero, ineccepibile (sostengono gli integrati). Ma la poesia è anche bassa e infame, canale di scolo delle melme esistenziali. Tutto altrettanto vero, altrettanto ineccepibile (a detta degli apocalittici).

Vernissage. Quando un androide presenterà il suo primo libro, finalmente conosceremo il punto di vista delle macchine su di noi.

Explicit. Luce d’inchiostro, controluce della pagina bianca, ombre di significati toccano il corpo e la mente del lettore umano e non umano. (Rientrano tutti in scena)

Nereidi, sotto la costellazione del Cane, luglio 2016  

Donato Di Stasi  Donato di Stasi è nato a Genzano di Lucania, ha viaggiato a lungo in Europa Orientale e in America Latina prima di stabilirsi a Roma dove è Dirigente Scolastico del Liceo Scientifico “Vincenzo Pallotti” dal 1999. Ha studiato Filosofia a Firenze, interessandosi in seguito di letteratura, antropologia e teologia. Giornalista diplomato presso l’Istituto Europeo del Design nel 1986, svolge un’intensa attività di critico letterario, organizzando e presiedendo convegni e conferenze a livello nazionale e internazionale.

Ha pubblicato articoli per il Dipartimento di Filologia dell’Università di Bari, per l’Università del Sacro Cuore di Milano e per l’Università Normale di Pisa. In ambito accademico ha insegnato “Storia della Chiesa” presso la Pontificia Università Lateranense. Attualmente collabora con la cattedra di Didattica Generale presso l’Università della Tuscia di Viterbo.

È Consigliere d’Amministrazione della Fondazione Piazzolla, è stato eletto nel Direttivo Nazionale del Sindacato Scrittori. Per la casa editrice Fermenti dirige la collana di scritture sperimentali Minima Verba.

Ha pubblicato «L’oscuro chiarore. Tre percorsi nella poesia di Amelia Rosselli», «II Teatro di Caino. Saggio sulla scrittura barocca di Dario Bellezza» (1996, Fermenti) e la raccolta di poesie «Nel monumento della fine» (1996, Fermenti)

               

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L’EPOCA DELLA STAGNAZIONE PERMANENTE – LA CRISI È IL PRODOTTO DELLA STAGNAZIONE PERMANENTE – L’AMMINISTRAZIONE GESTISCE LA CRISI E GLI OGGETTI DELLA CRISI -Donatella Costantina Giancaspero: La metafisica trapassa in micrologia – Colloquio tra Giorgio Linguaglossa, Steven Grieco-Rathgeb e Gino Centofante

 

 

Gif chador   Steven Grieco-Rathgeb

2 settembre 2016 alle 15:47

Cito qui un articolo, “Una marea di (brutte) immagini sta annegando la fotografia”, di Luca Gabriele per “Il Giornale” dello scorso sabato 27 agosto 2016. L’articolo mi è capitato sott’occhio per caso, ma l’ho trovato illuminante.

“La fotografia è morta, proprio mentre stiamo vivendo nell’epoca dell’immagine compulsiva che ci accompagna 24 ore su 24 come mai era accaduto prima.

È questa la tesi, davvero interessante, espressa da Michele Neri nel saggio Photo Generation appena pubblicato da Gallucci. Figlio di Grazia Neri, fondatrice della più importante agenzia fotografica italiana, si è dovuto arrendere all’evidenza dei fatti, alla rivoluzione cominciata poco più di dieci anni fa con il lancio sul mercato degli Smartphone che ha sovvertito il nostro rapporto con le immagini. E dunque ha deciso di chiudere i battenti perché le fotografie hanno trovato un modo diverso per diffondersi e vivere.

“…Ciò che appare presto evidente è la messa in discussione dell’autorialità, che nella cultura occidentale è questione dirimente fin dal Medioevo. Oggi invece, grazie alla facilità d’uso e alla disponibilità di tecnologie sempre più sofisticate e a basso costo, chiunque può sentirsi a ragion veduta creatore di immagini che i social network diffonderanno capillarmente abbattendo qualsiasi confine…”

Queste stesse cose le ho apprese da un giovane amico indiano nel febbraio scorso, ecco perché trovo questo articolo così interessante. Le parole dell’amico erano identiche a queste: “… E spesso su Instagram, Snapchat, Facebook si trovano cose talmente interessanti, magari inconsapevoli, da oscurare il lavoro dei professionisti certificati. Immediatezza dunque invece che autorialità? Può davvero essere.
L’articolo continua:

“Gli aggeggi da cui siamo diventati inseparabili, veri e propri prolungamenti del nostro corpo, hanno però, paradossalmente, una memoria molto breve. Basta cambiare telefonino o computer e buona parte delle immagini andranno perse. Il rischio è dunque quello di un deserto digitale perché oggi, a differenza che nel passato, nessuno stampa più le foto affidando dunque i propri ricordi al tempo limitato della condivisione. I milioni di immagini, molte delle quali va detto assai poco interessanti perché inerenti alla sfera privata degli individui, andranno inevitabilmente persi e dunque quella che Neri chiama la «Photo Generation» rischia di rimanere senza un proprio archivio mnemonico. Davvero un paradosso.

 

L’attacco alle Torri Gemelle del 2001, quando ancora gli Smartphone non esistevano, rappresenta l’ultimo storico momento di immagini condivise. Poi anche gli specialisti, i fotoreporter attivi soprattutto nei teatri di guerra, hanno dovuto cambiare radicalmente il modo di procedere dopo essersi resi conto di non essere più gli unici depositari dello scatto realistico che un tempo li distingueva. Persino i più noti specialisti, come Salgado e McCurry, si sono trasformati in autentici brand paragonabili alle griffe della moda. Molto popolari eppure impoveriti nei contenuti, al punto che sono stati sollevati dubbi sul metodo e sulla veridicità delle loro testimonianze.

Oggi una persona capitata per caso in un luogo può immortalare un evento tragico ma anche la bellezza di un tramonto. Con i selfie, un linguaggio inventato proprio con lo smartphone, sono state moltiplicate all’ennesima potenza le immagini disponibili in rete che danno accesso alla vita privata degli altri, tema che sembrerebbe essere di maggior interesse rispetto ad argomenti di pubblico dominio che in altre epoche avrebbero fatto ben più discutere di una foto delle vacanze.

Resta da capire quanto l’estetica e la fotografia contemporanea possano risultare influenzate da questo passaggio epocale che sembra stia decretando la fine prematura di un linguaggio di appena un secolo e mezzo di vita. Non è un caso che i maestri della fotografia vengano oggi considerati quegli artisti attivi ormai da diversi decenni, un po’ come accade nella pittura, mentre a partire dagli anni Novanta prima con la diffusione delle macchinette usa e getta poi con la possibilità di modificare le immagini reali attraverso il morphing e la manipolazione per mezzo di programmi al computer che ora appaiono rudimentali, si è diffusa l’idea di uno stile fotografico amatoriale praticato persino dai professionisti.

Ha ragione quindi Michele Neri nell’affermare, con un po’ di preoccupazione, che le immagini stanno uccidendo la fotografia. Potrà quest’ultima sopravvivere al diluvio? Sarà possibile riscoprire, magari tra qualche anno, un Mapplethorpe, un Gursky, una Sherman, insomma uno di quegli artisti il cui stile e l’uso della camera hanno segnato indelebilmente un’epoca? Oppure troveremo nel flusso indifferenziato di istantanee, poste tutte sul medesimo piano orizzontale, senza gerarchia alcuna, gli omicidi con gli aperitivi, le tragedie con i viaggi, l’unica possibile risposta, la sola via di salvezza per la fotografia che a quel punto non si chiamerà neanche più così?”

La cosa che trovo più interessante di tutte in questo articolo – e in quello che mi disse l’amico in India – è questa: che l’autorialità – l’artista unico e irripetibile – venga di nuovo, dopo secoli, messa in discussione. Io come poeta dovrei in qualche modo crederci in questa autorialità, eppure in un altro modo trovo parole come queste un sollievo. Ben venga l’anonimato. L’artista unico e irripetibile ci era diventato antipatico da lunghissimo tempo. Ben vengano le anonime e rarissime gemme che affiorano dall’oceano indistinto di opere su internet. Era sempre stato così, nel mondo. Ammiriamo capolavori in Asia e in Occidente e in Africa, vecchie di migliaia di anni, rimaniamo a bocca aperta anche se non sappiamo chi sia l’autore. Certo, la macchina tritacarne della storia dell’arte occidentale ha ridotto tutto a epoche, stili, a gerarchie di qualità ed eccellenza modellate sul paradigma rinascimentale. Ma questo paradigma è solo uno dei tanti, non è in nessun modo esclusivo. A dispetto di tutto questo catalogare e sistematizzare e “autorializzare”, quel capolavoro anonimo che ammiriamo magari nella giungla della Cambogia, o in una chiesina romanica della Toscana, rimane folgorante cionondimeno. E misterioso

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giorgio linguaglossa

2 settembre 2016 alle 16:14 Modifica

L’AMMINISTRAZIONE GESTISCE LA CRISI E GLI OGGETTI DELLA CRISI – LA CRISI È IL PRODOTTO DELLA STAGNAZIONE PERMANENTE

Una volta una rivista di questi giovanotti che scalpitano e sgomitano mi ha rivolto un questionario con domande sulla «critica della poesia». Mi avevano chiesto, questi giovani, che cosa intendessi per «critica della poesia», quale «scuola di pensiero estetico seguissi», se esistesse, a mio giudizio, oggi, «una critica della poesia»… E via di questo passo.
Io risposi che non sapevo cosa fosse la «critica della poesia», che non seguivo «nessuna scuola di pensiero estetico e che, a mio avviso, non esisteva la critica della poesia».

La risposta di quei giovanotti fu più o meno questa: «se avessi inteso prendermi gioco delle loro domande e se intendessi proprio quello che avevo scritto». Inutilmente io ribadii che ero serissimo e che non mi sarei mai permesso di prendermi gioco di loro né delle loro domande. Il risultato fu che le mie risposte alle domande del questionario non videro mai la luce nella loro rivista.

Questo aneddoto lo riferisco perché illumina bene il livello della cultura che quei giovanotti hanno introiettato e come sia ormai interiorizzato tra gli «appassionati alla poesia» un genere di credenze e convincimenti tipici di una cerchia SACERDOTALE la quale non ammette chi pone in discussione i presupposti della cultura di quella cerchia di sacerdoti del conformismo culturale. Intendo dire con questo aneddoto quanta strada all’indietro le nuove generazioni abbiano percorso dal pensiero critico di persone della mia età. Si è trattato, a mio modesto avviso, di una regressione a un pensiero soteriologico, sacerdotale,di chi si crede di detenere le chiavi per l’accesso al Paradiso delle lettere…

Insomma, vedo intorno a me questa sorta di regressione profondissima verso un pensiero acrilico e acritico, L’aspetto più ridicolo è il concetto di cultura che quei ragazzi avevano ed hanno, un concetto dal quale sono stati espunti gli elementi di critica delle ideologie e di critica tout court.

Il fatto sensazionale è che questi giovanotti avevano ed hanno interiorizzato il meccanismo mentale dell’Amministrazione globale della Crisi, ovvero, il principio della censura e dell’esclusione di chi non condivide la loro cultura agiografica del presente. E questo è proprio il metodo di dominio che l’Amministrazione delle cose ha in Occidente: l’Amministrazione gestisce le CRISI insinuando nelle menti deboli di pensiero critico la convinzione secondo cui occorre espungere dal catalogo degli «addetti ai lavori» chi non la pensa come la maggioranza imbonita, chi la pensa in modo diverso. E chi agisce in modo diverso.

Donatella Costantina Giancaspero

«La metafisica trapassa in micrologia», questa asserzione di Adorno contenuta nell’ultima pagina della Dialettica negativa (1966, trad. it. Einaudi, 1970), è vera al di là della sua funzione grammaticale, il suo contenuto di verità trapassa l’ambito filosofico per giungere fin dentro la nostra vita quotidiana. Oggi siamo tutti presi nel sortilegio totale, siamo tutti epifenomeni del sortilegio. Per fare una poesia bisogna che si pensi al di là della poesia; per esprimere un pensiero, bisogna che si forzi il pensiero oltre di esso, oltre i limiti del pensiero. Scrivere una poesia non è affatto un bisogno, esso è al di là del bisogno e al di qua del desiderio. La poesia esige che si pensi qualcosa al di là della poesia, senza scomparire in essa e senza alcuna speranza di sopravvivervi; soltanto per chi è senza speranza è data la speranza, e meno che mai la poesia è una speranza, essa è al di qua della speranza, perché spera sempre qualcosa che non può essere data, essa viene sempre dopo il tramonto e il trionfo della speranza. Non si fa poesia con la speranza, e neanche con il desiderio, ma con qualcosa che è al di là della speranza e del desiderio. La «nuova ontologia estetica» è il pensiero che pensa una poesia al di là del «sortilegio» e del museo dell’apparenza.

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Il 2 settembre 2016 la rivista ha pubblicato la seguente COMUNICAZIONE DI SERVIZIO.

“In data odierna entrano nella redazione dell’Ombra delle Parole i seguenti poeti e scrittori: Sabino Caronia, Chiara Catapano, Donatella Costantina Giancaspero, Lucio Mayoor Tosi e Giuseppe Talia. Ci guida la convinzione che la Rivista deve essere un lavoro collettivo, aperto al contributo di tutti, nel quale c’è posto per tutti, per chiunque abbia delle idee, poiché tra le idee non c’è rivalità ma semmai competizione, perché sono le idee migliori quelle che si faranno strada, e il nostro compito è quello di selezionare le idee,  perché si avverte oggi il nella poesia italiana il bisogno di un nuovo scatto, di nuove idee. Ci guida la consapevolezza che la «Nuova Poesia» non può che essere il prodotto di un «Nuovo Progetto» o «Nuovo modello», di un lavoro che si fa tutti insieme, nel quale ciascuno può portare un proprio contributo. In tal senso, la redazione affiancherà al lavoro della Rivista anche un Laboratorio Pubblico e gratuito aperto a tutti che si riunirà con cadenza all’incirca quindicinale presso la libreria L’Altracittà di Roma, via Pavia, 106 alle ore 18, del quale il prossimo appuntamento è fissato a mercoledì 1 febbraio alle h. 18.00. Ovviamente l’Invito a partecipare è rivolto a tutti e tutti saranno i benvenuti.”

Gino Centofante

3 settembre 2016 alle 2:52

Rispondendo a Steven Grieco-Rathgeb, certa autorialità è meglio perderla che difenderla, si innalza a verità assolute che nessuno ha in tasca. Ormai, come già detto le tecnologie rappresentano un prolungamento dell’essere umano, una sua estensione, l’uomo è più fugace, mangia e vive a colpi di click come se non immortalarsi in uno scatto non sia più lo stesso, come se il momento non incastrato in una foto digitale – ad alto deperimento – valga di meno. C’è tanto da riflettere, e spesso i giovani perdono la bussola, vengono sovrastati. Non hanno misura ne equilibrio. Verissimo anche ciò che dice Giorgio Linguaglossa, su certe derive autoritarie proprio da chi dovrebbe essere smart per sua natura, e invece stranamente non fa altro che dimostrarsi figlio della clava. Peccato, ma neanche troppo. La selezione fa il suo gioco, e per fortuna decidiamo noi con chi giocare le nostre carte.
Concludo con un apprezzamento all’intervista a Ken Loach proposta da Almerighi, mi fa pensare, e amplia gli orizzonti di senso, su quanto l’Arte sia in mutamento in ogni campo. Siamo in una fase recessiva o semplicemente adattiva al cambiamento, all’esigenza delle persone, dei giovani, di un cinema mutato, di una poesia priva di mordente?

 

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LO STATO AMMINISTRA LA CRISI DEPOTENZIANDO L’ARTE – LA NORMALIZZAZIONE DELL’ARTE ATTRAVERSO LA CRISI – DAL 2008 il fatturato di Sotheby’s è aumentato del 538% – L’IMPOSTURA DELL’ARTE CONTEMPORANEA – L’arte è diventata ciò che il Mercato ha deciso che essa debba essere. Trialogo tra Costantina Donatella Giancaspero, Giorgio Linguaglossa e Salvatore Martino

1. Donatella Costantina Giancaspero
1 settembre 2016 alle 15:54

Cito da Paul Valéry, «L’arte nell’economia universale è più ottusa e meno libera»

Riferendomi alla citazione di Paul Valéry, direi che oggi lo Stato ha ben altro ruolo nei confronti dell’Arte, rispetto a quello individuato dal poeta alla sua epoca, gli anni Trenta del secolo scorso. Oggi, lo Stato… altro che “amministrare le arti”! Se ne disinteressa proprio: le abbandona. I tagli di risorse pubbliche ne sono la dimostrazione evidente, con la conseguente gestione incongrua dei beni culturali: i monumenti lasciati nell’incuria, la precarietà dei musei, costretti perfino a chiudere, rappresentano solo un paio di molti scandalosi esempi. I nostri politici addebitano tale situazione, in modo assai generico, alla crisi economica; ma, di fatto, è per nascondere le proprie responsabilità.

Anzi, io credo che approfittino della crisi per mantenere uno status quo di inefficienza e degrado, in cui restino salvi e saldi i privilegi della “casta”. La crisi, così gestita, genera altra crisi, ovvero quella della cultura, in generale, dell’arte, nello specifico: crisi di contenuti e di linguaggio. Anche negli anni Trenta del Novecento c’era la crisi: e che crisi! Ma, diversamente da oggi, tutta l’Arte, l’intera società di allora miravano a risollevarsi, a valorizzarsi, proiettate verso un’autentica rinascita. Oggi, no, purtroppo. Il panorama artistico non ci offre nulla di simile a quello che proponeva allora, in Europa e in America. Viviamo, nella contemporaneità, un’epoca di stagnazione, in cui la cultura e ogni evento ad essa collegato, tiene in piedi un sistema economico che giova a chi lo governa.
Il punto di vista di Paul Valéry, infine, mi pare troppo critico verso la sua epoca. I sacrifici del Novecento produssero grandi e positivi cambiamenti, in ogni campo della società e della cultura, con l’affermazione delle più importanti correnti artistiche entrate nella Storia.

E, allora, che giudizio avrebbe espresso Valéry sulla situazione dell’Arte, oggi, se di quella del suo tempo diceva ch’era “più ottusa e meno libera”? Se si mostrava tanto critico allora, quanto lo sarebbe stato adesso? Forse, anche lui avrebbe riconosciuto l’urgenza di un’Arte nuova, coraggiosa, rispondente ai mutamenti sociali; un’Arte in grado di rappresentare la crisi, per superare la crisi. Anche Valéry avrebbe parlato di un progetto per rifondare l’Arte? Un progetto, sì, un Grande Progetto.

2. giorgio linguaglossa
1 settembre 2016 alle 16:25

Gentile Costantina Donatella Giancaspero,

hai messo il dito sulla piaga. È vero quanto dici. Lo Stato oggi si disinteressa dell’Arte, anzi, più precisamente, lascia che l’Arte sia abbandonata alle oscillazioni del Mercato. E il Mercato fa nient’altro che il suo mestiere: dà un prezzo all’arte in base al suo fatturato e alla qualità di forza lavoro che è costata la produzione di un’opera d’arte, ma al ribasso per via della legge del profitto e del super profitto.

«La ‘nouveauté’ è in estetica il risultato di un processo, è l’etichetta dei beni di consumo della quale l’arte si è appropriata e mediante cui essi si distinguono da un’offerta sempre uguale, offrono stimoli docili al bisogno di valorizzazione del capitale…[…] L’opera d’arte assoluta incontra la merce assoluta». 1)

Sì, credo anch’io che la sentenza di Valéry oggi suoni romantica e anche ottimistica: non solo l’arte è diventata “più ottusa e meno libera” ma, a giudicare da ciò che il Mercato ci propina e pubblica nei cataloghi di Einaudi e di Mondadori, essa è diventata sinonimo di ottusità e di dabbenaggine. L’arte è diventata ciò che il Mercato ha deciso che essa debba essere. L’arte viene abbandonata nel bel mezzo della CRISI, e così la CRISI liquida l’arte ritenendola un soprappiù (un fatturato inutile). Avviene così che la CRISI amministra l’arte depotenziandola di ogni carica antagonistica e sovvertitrice e ne fa una ancella dello status quo, una alleata insperata al fine di normalizzare la vita parassitaria delle masse e condurle alla normalizzazione ideologica dell’unica ideologia dominante: quella del prezzo delle merci, del profitto e del Mercato Universale.

Ecco uno stralcio dello scritto di Domenico Maria Papa a proposito di un articolo dello scrittore Vargas Llosa in seguito ad una visita alla Tate Gallery di Londra il 30 luglio scorso intitolata “L’impostura dell’arte contemporanea”:

Roberto Gramiccia rileva che a partire dal 2008, dall’inizio cioè della crisi economica, a fronte del calo di ricchezza in molti settori produttivi, il fatturato di Sotheby’s è aumentato del 538%

«Vargas Llosa sostiene che un’arte genuina sia fatta di artigianato, abilità, inventiva, originalità, audacia, idee, intuizioni, bellezza, mentre Fumaroli salva Kiefer e Freud, quest’ultimo però dice, ha dovuto attendere molto tempo per essere riconosciuto. C’è, dunque un vero volto dell’arte dietro la maschera deformante dell’impostura?
Il fatto è che in arte, come in finanza, non c’è nessuna verità da svelare. Se accettiamo l’unica definizione dell’arte che sembra aver funzionato finora, ossia che è arte è tutto ciò che gli uomini chiamano arte, dovremo abituarci alla Grande Impostura. Del resto, non è l’essenza stessa dell’arte la menzogna? Arte non condivide, forse, l’etimo con artificio, artificiale, artefatto?

Ritenere che una realtà prima sia raggiungibile attraverso il ritorno a un originario, operando un’azione di smascheramento vuol dire continuare a utilizzare ancora l’attrezzatura concettuale della modernità. Nietzsche, Freud, Marx, come sappiamo, sono i testimoni di una filosofia dello svelamento anch’essa figlia dell’idealismo ottocentesco, il cui punto limite, in estetica, potrebbe essere proprio nell’identificare il valore dell’opera in un dato assoluto e semplice, in un’essenza metafisica che non ha bisogno d’altra giustificazione: il prezzo. Non è solo un problema dell’arte: l’economia, con le sue leggi opache e imperscrutabili, è diventata oggi la metafisica dell’esistente.
C’è una speranza di salvezza, allora? No. Senza mezzi termini. L’arte è un’avventura che nasce con la modernità. E se qualcosa nasce, di solito, finisce. Se chiedete a un abitante dell’antica Atene che cosa significa il termine arte o cercate un libro sull’argomento nella fornitissima biblioteca di Alessandria d’Egitto al tempo dei Tolomei, rimarrete delusi. Qualcosa che si avvicini al nostro concetto di arte è nel termine greco téchne, ma indica l’abilità a realizzare qualcosa. Riguarda più l’anonimo artigiano che il genio acclamato sulle riviste di moda.

Converrà allora, piuttosto che invocare una vera arte originaria, maturare la consapevolezza che, come accadde con la téchne greca, quel che chiamiamo arte ha cambiato natura. Nulla ci vieta di continuare a dedicarsi ad essa con passione e profitto, come si fa nella coltivazione di un vitigno autoctono, nell’esercizio del canto gregoriano o in una pratica zen. Riconoscere un limite, facendone un motivo di crescita culturale, è già un’azione di grande significato etico che vale la pena compiere. Per tutto il resto che sta nei nuovi grandi musei contemporanei e nelle gallerie di tendenza, per il manico di scopa contemplato dal Varhas Llosa, insieme a stracci ammucchiati, bidoni squassati, escrementi inscatolati, scarti industriali etichettati, resti di animali imbalsamati, per tutti i prodotti battuti per milioni di dollari, nelle aste internazionali, possiamo trovare termini nuovi. Non ci fa difetto la fantasia. Che so possiamo usare bond d’arte, per esempio, o derivati estetici. »

1) Adorno, Teoria estetica trad. it. p.32

Salvatore Martino
1 settembre 2016 alle 19:51

Leggendo queste dottissime lezioni sulla crisi della poesia post Satura e Trasumanar in Italia sono tentato di non scrivere più un rigo e gettare nel fuoco i “Cinquantanni” di poesia che fino ad oggi hanno riempito la mia avventura nella vita… tanto sentimento devastante dell’inutilità. E pensare che Rilke appartiene alla schiera dei miei grandi amori. Sono troppo vecchio per approdare al Grande Progetto?

DONATELLA GIANCASPERO MATRIMONIO, 1994

Costantina Giancaspero

Donatella Costantina Giancaspero vive a Roma, sua città natale. Ha compiuto studi classici e musicali, conseguendo il Diploma di Pianoforte e il Compimento Inferiore di Composizione. Collaboratrice editoriale, organizza e partecipa a eventi poetico-musicali. Suoi testi sono presenti in varie antologie. Nel 1998, esce la sua prima raccolta, Ritagli di carta e cielo, Edizioni d’arte Il Bulino (Roma), a cui seguiranno altre pubblicazioni con grafiche d’autore, anche per la Collana Cinquantunosettanta di Enrico Pulsoni, per le Edizioni Pulcinoelefante e le Copertine di M.me Webb. Nel 2013, terza classificata al Premio Astrolabio (Pisa). Di recente pubblicazione è la silloge Ma da un presagio d’ali (La Vita Felice, 2015). 

Salvatore Martino in pensiero

Salvatore Martino

Salvatore Martino è nato a Cammarata, nel cuore più segreto della Sicilia, il 16 gennaio del 1940. Attore e regista, vive in campagna nei pressi di Roma. Ha pubblicato: Attraverso l’Assiria (1969), La fondazione di Ninive (1977), Commemorazione dei vivi (1979), Avanzare di ritorno (1984), La tredicesima fatica (1987), Il guardiano dei cobra (1992), Le città possedute dalla luna (1998), Libro della cancellazione (2004), Nella prigione azzurra del sonetto (2009), La metamorfosi del buio (2012). È del 2015 il volume di più di mille pagine,  Cinquantanni di poesia (1962-2013) (Progetto Cultura, Roma).  Ha ottenuto i premi Ragusa, Pisa, Città di Arsita, Gaetano Salveti, Città di Adelfia, il premio della Giuria al Città di Penne e all’Alfonso Gatto, i premi Montale e Sikania per la poesia inedita. Nel 1980 gli è stato conferito il Davide di Michelangelo , nel 2000 il premio internazionale Ultimo Novecento- Pisa nel Mondo per la sezione Teatro e Poesia, nel 2005 il Premio della Presidenza del Consiglio. È direttore editoriale della rivista di Turismo e Cultura Belmondo. Dal 2002 al 2010  con la direzione di Sergio Campailla  e insieme a Fabio Pierangeli ha tenuto un laboratorio di scrittura  creativa poetica presso l’Università Roma Tre, e nel 2008, un Master presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli.

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George Steiner : INTERVISTA “L’Europe est en train de sacrifier ses jeunes” par Juliette Cerf “Nous comprenons mal les sources intimes de la création”, “La littérature et la philosophie sont-elles encore complices aujourd’hui?” “L’Europe traverse aujourd’hui une crise dramatique”, “La littérature a choisi le domaine des petites relations personnelles”, “La mondialisation”, “L’Europe reste le lieu du massacre”, “N’oublions jamais que les deux guerres mondiales furent des guerres civiles européennes”, “les nouvelles technologies menacent le « silence » et l’« intimité » nécessaires à la rencontre avec les grandes oeuvres”

Pittura Botticelli Allegoria dell'invidia

Botticelli Allegoria

 Grand érudit, George Steiner incarne l’humanisme européen. Il regrette que littérature, philosophie et sciences ne communiquent plus entre elles. Comment comprendre notre monde, s’interroge-t-il, si la culture se rétrécit ?
Nietzsche, Héraclite et Dante sont les héros de son nouveau livre, Poésie de la pensée, mais ils attendront un peu. George Steiner nous accueille dans sa maison de Cambridge avec une confidence farceuse, entre une tranche de panettone et un café : lors des débuts de l’Eurostar, il proposait de donner un shilling au premier enfant qui apercevrait un poisson dans le tunnel sous la Manche. « Les parents étaient effarés ! » s’amuse le professeur de littérature comparée. Ce mélange de facétie et d’érudition, d’intelligence et de gentillesse, caractérise bien George Steiner. Né en 1929, à Paris, d’une mère viennoise et d’un père tchèque qui avait eu la prescience de l’horreur nazie, ce maître à lire polyglotte a déchiffré Homère et Cicéron dès son plus jeune âge, sous la houlette de son géniteur, un grand intellectuel juif, féru d’art et de musique, qui voulait éveiller en lui le professeur (le sens propre du mot « rabbin »). En 1940, la famille embarque pour New York sur le dernier bateau parti de Gênes. Après des études à Chicago puis à Oxford, Steiner rejoint à Londres la rédaction de The Economist. Il traverse à nouveau l’Atlantique pour interviewer Oppenheimer, l’inventeur de la bombe atomique, qui le fait entrer à l’institut de Princeton. C’est le « tournant » de sa vie. Tout en publiant ses grands livres, Tolstoï ou Dostoïevski, Langage et Silence, etc., souvent issus de la matière de ses cours, il fonde le Churchill College à Cambridge, devient critique littéraire au New Yorker et rejoint l’université de Genève. Rencontre avec un grand humaniste européen, dont la pensée a fait le tour du monde.
George Steiner Grau-2

george steiner

“Si l’on n’est pas saisi dans sa jeunesse
par un espoir, fût-il illusoire, que reste-t-il ? Rien.”

L’Europe vit une crise profonde. Son effondrement est-il selon vous possible ?

En son état actuel, c’est possible. Mais on va s’en sortir d’une façon ou d’une autre. L’ironie, c’est que l’Allemagne pourrait dominer de nouveau. Reculons d’un pas. Entre le mois d’août 1914 et le mois de mai 1945, l’Europe, de Madrid à Moscou, de Copenhague à Palerme, a perdu près de 80 millions d’êtres humains dans les guerres, déportations, camps de la mort, famines, bombardements. Le miracle, c’est qu’elle ait subsisté. Mais sa résurrection n’a été que partielle. L’Europe traverse aujourd’hui une crise dramatique ; elle est en train de sacrifier une génération, celle de ses jeunes, qui ne croient pas en l’avenir. Quand j’étais jeune, il y avait toutes sortes d’espoirs : le communisme, et comment ! Le fascisme, qui est aussi un espoir, il ne faut pas se tromper. Il y avait aussi, pour le Juif, le sionisme. Il y avait, il y avait, il y avait… Tout cela, nous ne l’avons plus. Or, si l’on n’est pas saisi dans sa jeunesse par un espoir, fût-il illusoire, que reste-t-il ? Rien. Le grand rêve messianique socialiste a débouché sur le goulag et sur François Hollande – je prends son nom comme un symbole, je ne critique pas sa personne. Le fascisme a sombré dans l’horreur. L’Etat d’Israël doit survivre impérativement, mais son nationalisme est une tragédie, profondément contraire au génie juif, qui est cosmopolite. Je veux être errant, moi. Je vis d’après la devise du Baal Shem Tov, grand rabbin du XVIIIe siècle : « La vérité est toujours en exil. »

La mondialisation ne favorise-t-elle pas cette errance ?

Il n’y a jamais eu une telle fermeture géographique. Quand on quittait l’Angleterre, on pouvait aller en Australie, en Inde, au Canada ; il n’y a aujourd’hui plus de permis de travail. La planète se ferme. Chaque nuit, des centaines de personnes essaient de rejoindre l’Europe depuis le Maghreb. La planète est en mouvement, mais vers quoi ? Horrible est le destin actuel des réfugiés. On m’a fait l’honneur, en Allemagne, d’un grand discours devant le gouvernement. Je l’ai terminé ainsi : « Mesdames et Messieurs, toutes les étoiles deviennent maintenant jaunes. »

“En Malaisie, on parle trois langues.
Cette idée d’une langue maternelle
est une idée très nationaliste et romantique.”

Vous sentez-vous malgré tout toujours européen ?

L’Europe reste le lieu du massacre, de l’incompréhensible, mais aussi des cultures que j’aime. Je lui dois tout, et je veux être là où sont mes morts. Je veux rester à portée de la Shoah, là où je peux parler mes quatre langues. C’est mon grand repos, c’est ma joie, c’est mon plaisir. J’ai appris l’italien après l’anglais, le français et l’allemand, mes trois langues d’enfance. Ma mère commençait une phrase dans une langue et la finissait dans une autre, sans le remarquer. Je n’ai pas eu de langue maternelle, mais, contrairement aux idées reçues, c’est assez commun. En Suède, on a le finlandais et le suédois ; en Malaisie, on parle trois langues. Cette idée d’une langue maternelle est une idée très nationaliste et romantique. Mon multilinguisme m’a permis d’enseigner, d’écrire Après Babel : une poétique du dire et de la traduction et de me sentir chez moi partout. Chaque langue est une fenêtre ouverte sur le monde. Tout ce terrible enracinement de Monsieur Barrès ! Les arbres ont des racines ; moi, j’ai des jambes, et c’est un progrès immense, croyez-moi !

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george steiner

Dans Poésie de la pensée, votre nouveau livre, vous rappelez que Sartre voulait être à la fois Stendhal et Spinoza. Le style mène-t-il à la pensée ?

Oui, toute philosophie est un acte de langage. Le rythme, le vocabulaire, la syntaxe, tout ce qui nous conduit vers la poésie, nous le rencontrons également dans le texte philosophique, aussi abstrait soit-il. « Toute pensée commence par un poème », écrivait Alain à propos de Valéry. Les grands penseurs sont souvent des écrivains suprêmes, tels Nietzsche ou Kierkegaard. Bergson, l’un des maîtres de la langue française, a reçu le prix Nobel de littérature. Platon mérite d’être comparé à Shakespeare en ce qui concerne la création de personnages, de gestes dramatiques. Mais la relation entre pensée et écriture peut aussi se révéler conflictuelle. Certains philosophes tiennent à écrire très mal, à suffoquer l’écrivain en eux, comme Hegel, roi de l’anti-style. Cette double tradition du génie lyrique chez un Platon et celle de la pédagogie sévère, du système, chez un Aristote est là depuis le début.

“N’oublions jamais que les deux guerres mondiales
furent des guerres civiles européennes.”

La littérature et la philosophie sont-elles encore complices aujourd’hui ?

Les deux formes me semblent menacées. La littérature a choisi le domaine des petites relations personnelles. Elle ne sait plus aborder les grands thèmes métaphysiques. Nous n’avons plus de Balzac, de Zola. Aucun domaine n’échappait à ces génies de la comédie humaine. Proust aussi a créé un monde inépuisable, et Ulysse, de Joyce, est encore tout proche d’Homère… Joyce, c’est la charnière entre les deux grands mondes, celui du classique et celui du chaos. Jadis, la philosophie aussi pouvait se dire universelle. Le monde entier était ouvert à la pensée d’un Spinoza. Aujourd’hui, une immense partie de l’univers nous est fermée. Notre monde se rétrécit. Les sciences nous sont devenues inaccessibles. Qui peut comprendre les dernières aventures de la génétique, de l’astrophysique, de la biologie ? Qui peut les expliquer au profane ? Les savoirs ne communiquent plus ; les écrivains et les philosophes sont désormais incapables de nous faire entendre la science. La science brille pourtant par son imaginaire. Comment prétendre parler de la conscience humaine en laissant de côté ce qu’il y a de plus audacieux, de plus imaginatif ? Je m’inquiète de savoir ce que veut dire « être lettré » aujourd’hui – « to be literate », l’expression est encore plus forte en anglais. Peut-on être lettré sans comprendre une équation non linéaire ? La culture est menacée de devenir provinciale. Peut-être faudra-t-il repenser toute notre conception de la culture. Je veux vous raconter une expérience qui m’a infiniment ému : un soir, l’un de mes collègues de Cambridge, un prix Nobel, un homme charmant, avec lequel je dînais, m’a demandé de l’aider sur un texte de Lacan auquel il ne comprenait rien. La modestie d’un grand scientifique comparée à l’orgueil, à la superbe, de nos byzantins maîtres de l’obscurité…

Vous défendez la culture classique de l’honnête homme, et en même temps vous insistez sur sa fragilité. Pourquoi ?

Parce que la grande culture a failli devant la barbarie. N’oublions jamais que les deux guerres mondiales furent des guerres civiles européennes. L’Allemagne, le pays de Hegel, Fichte et Schelling, matrice de la pensée philosophique, a connu la pire des barbaries. Les humanités ne nous ont pas protégés ; au contraire, elles ont souvent été les alliées de l’inhumain. Buchenwald n’est situé qu’à quelques kilomètres de Weimar. Comment certains hommes pouvaient-ils jouer Bach et Schubert chez eux le soir et torturer le matin dans les camps ?

“Apprendre par cœur, c’est entrer
dans l’œuvre même : ‘Tu vas vivre en moi
et je vais vivre avec toi’.”

george_steiner

george steiner

A quoi sert la culture, alors, si elle ne nous rend pas plus humains ?

Elle rend supportable l’existence. Ce n’est pas gai d’être mortels, non, ce n’est pas gai du tout. Nous sommes tous confrontés au cancer, au stress, à la peur ; chaque jour peut porter un adieu, et il n’y a rien de plus angoissant. Je vais vous confier une chose bien enfantine : ma femme et moi venons de perdre notre chien Ben. C’est horrible pour nous, tant cet animal a été au centre de notre vie – et même sur la couverture du Cahier de L’Herne qui m’a été consacré !

Je ne peux passer une journée sans musique, sans beauté, sans poésie. C’est ma réassurance, ma survie. La compagnie des grands maîtres me donne un sentiment infini de fierté et de reconnaissance. Je veux leur dire merci. En les apprenant par coeur. Ce que nous apprenons par coeur, personne ne peut nous l’enlever. Ni la censure, ni la police politique, ni le kitsch qui nous entoure. Apprendre par coeur, c’est entrer dans l’oeuvre même : « Tu vas vivre en moi et je vais vivre avec toi. » Les textes marchent à côté de nous ; se promener avec un poème de Baudelaire, c’est être en très bonne compagnie.

Selon vous, les nouvelles technologies menacent le « silence » et l’« intimité » nécessaires à la rencontre avec les grandes oeuvres…

Oui, la qualité du silence est organiquement liée à celle du langage. Vous et moi sommes assis ici, dans cette maison entourée d’un jardin, où il n’y a pas un autre son que notre conversation. Ici, je peux travailler, je peux rêver, je peux essayer de penser. Le silence est devenu un luxe immense. Les gens vivent dans le vacarme. Il n’y a plus de nuit dans les villes. Les jeunes ont peur du silence. Que va-t-il advenir de la lecture sérieuse et difficile ? Lire une page de Platon quand on a un Walkman sur les oreilles ? Cela me fait très peur. Les nouvelles technologies transforment le dialogue avec le livre. Elles abrègent, simplifient, connectent. L’esprit est « câblé ». On ne lit plus de la même façon aujourd’hui. Le phénomène Harry Potter apparaît comme une exception. Tous les enfants de la Terre, l’enfant esquimau, l’enfant zoulou, lisent et relisent cette saga ultra anglaise douée d’un vocabulaire riche et d’une syntaxe sophistiquée. C’est formidable. Le livre est un grand défenseur de la vie privée. Il n’y a pas en français de mot pour dire « privacy ». « Intimité » le traduit très mal. L’Angleterre est encore un pays de « privacy ». Ce qui peut avoir des côtés absurdes : on peut être voisins pendant cinquante ans et ne pas échanger une seule parole. Ce culte de la « private life » a une immense valeur politique : c’est une capacité de résistance.

“Avec l’art conceptuel, non, je n’arrive pas à suivre.”

Vous venez d’évoquer Harry Potter. Au détour de Poésie de la pensée, vous osez un rapprochement entre la dialectique de Hegel, négation de la négation, et le « rien de rien » d’Edith Piaf. Pourquoi la culture populaire ne vous a-t-elle pas plus intéressé ?

J’ai raté le coche. Notamment avec le cinéma. Si je pouvais reprendre ma vie, j’essaierais de comprendre pourquoi, parmi les forces créatrices de la fin du XIXe au début du XXe siècle, le film devrait peut-être passer en première place. Shakespeare, aujourd’hui, écrirait des scripts. Je me suis trompé, tant j’étais un enfant du grec et du latin et d’un père ultra conservateur classique. On ne peut pas être à jour sur tout. Avec la musique, oui : j’écoute des compositeurs qui viennent après Boulez et qui me passionnent. Avec l’art conceptuel, non, je n’arrive pas à suivre : je vais à Beaubourg, on me montre une pile de briques en me disant que c’est une oeuvre importante, je ne sais pas quoi dire ; alors que je comprends Bacon qui cite Velázquez, Greco et Goya. Il vaut mieux être honnête sur ses erreurs que d’essayer de bluffer.

Vous ne vous considérez pas comme un créateur ?

Non, il ne faut pas confondre les fonctions. Même le critique, le commentateur, l’exégète le plus doué est à des années-lumière du créateur. Pouchkine disait : « Merci mon traducteur, merci mon éditeur, merci mon critique, vous portez mes lettres, c’est moi qui les écris. » Moi aussi, je porte le courrier. C’est un très grand privilège, mais qui n’a rien à voir avec le miracle d’un vers qui va chanter pour toujours. Nous comprenons mal les sources intimes de la création. Par exemple, nous sommes à Berne, voilà des années… Des enfants partent en pique-nique avec leur institutrice, qui les met devant un viaduc. Ils dessinent, l’institutrice regarde par-dessus l’épaule d’un bambin ; il a mis des bottes aux piliers ! Tous les viaducs, depuis ce jour-là, sont en marche. Cet enfant s’appelait Paul Klee. La création change tout ce qu’elle contemple, quelques traits suffisent à un créateur pour nous faire voir ce qui était déjà là. Quel mystère déclenche la création ? J’ai écrit Grammaires de la création pour le comprendre. A la fin de ma vie, je ne comprends toujours pas.

Comprendre, serait-ce manquer l’art ?

En un sens, je suis content de ne pas comprendre. Imaginez-vous un monde où la neurochimie nous expliquerait Mozart… C’est concevable, et cela me fait peur. Les machines sont déjà interactives avec le cerveau : l’ordinateur et le genre humain travaillent ensemble. Il se pourrait d’ailleurs qu’un jour les historiens se rendent compte que l’événement le plus important du XXe siècle, ce n’était pas la guerre, ni le krach financier, mais le soir où Kasparov, le joueur d’échecs, a perdu sa partie contre une petite boîte en métal. Et noté : « La machine n’a pas calculé, elle a pensé. » Quand j’ai vu cela, j’ai demandé leur avis à mes collègues de Cambridge qui sont les hauts rois de la science. Ils m’ont dit qu’ils ne savaient pas si la pensée n’était pas un calcul. C’est une réponse effrayante ! La petite boîte pourra-­t-elle un jour composer de la musique ?

A lire
Poésie de la pensée, de George Steiner, traduit de l’anglais par Pierre-Emmanuel Dauzat, éd. Gallimard, 290 p., 20 €.

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MAURIZIO PITTAU: LA GENERAZIONE PERDUTA NELL’ETÀ DELLA STAGNAZIONE —  con smartphone e jeans firmato e la paghetta di papà tra un inesistente futuro e un gigantesco debito pubblico. Nel 1963 il debito pubblico italiano era pari al 32.6% del prodotto interno lordo. Oggi è pari a 2138 miliardi di euro, oltre il 121% del Pil (dati Banca d’Italia)

Roma capitale

Roma La grande bellezza fotogramma Jep Gambardella in una strada di Roma con spazzatura

Vivo all’estero e non è mai facile spiegare come mai i giovani italiani senza diritti, lavoro, opportunità, solidarietà intergenerazionale non abbiano fatto ancora una rivoluzione. La risposta semplicistica che do comunemente è che quelli come me nati negli anni settanta e ottanta hanno scelto due vie: adeguarsi a una società basata sulle raccomandazioni, la precarietà giovanile, il nepotismo, le corporazioni, il familismo amorale oppure andare via. Io sono andato via.

Ho la sensazione che i miei coetanei abbiano ancora poco chiaro che non è normale che i giovani in Italia non abbiano un sussidio di disoccupazione, nessuna garanzie per la pensione, nessuna meritocrazia, nessun supporto all’acquisto della prima casa, nessun assegno familiare per sostenere la natalità, nessuna rappresentanza sindacale per lavoratori a contratto e disoccupati di piccole imprese. I giovani italiani tollerano, come fosse una situazione naturale, una violenta esclusione nel mondo del lavoro, nella politica, nell’università e una atroce disparità intergenerazionale. I giovani vivono in una società che non è la loro ma quella dei loro genitori. Privi di punti di contatto con un mondo reale che è loro estraneo, non hanno alcuna forza antagonista, vivono nella società come in famiglia, come il gatto di casa: a proprio agio, ma senza voce in capitolo. Manca la dialettica tra loro e la società, e questo produce falsi miti. Gli attacchi populistici da destra a sinistra — anche da parte di autolesionisti giovani — alle riforme Fornero, che hanno cercato di riequilibrare la società italiana a favore dei giovani, sono sintomatici.

Nella sclerotizzata società italiana l’assenza di massa di un’intera generazione dal lavoro sta modificando la struttura del modello sociale in modo devastante. La cultura, l’industria, l’imprenditoria mancano di innovazione e giovani non sviluppano la carica antagonista che sempre ha fatto da propellente sul costume, sulla cultura e sulla stessa politica del nostro come degli altri paesi. Il “parricidio” e l’allontanamento dalle famiglie di origine è un passo fondamentale per la crescita di un individuo. I giovani italiani rimangono in vari modi ancora legati alla paghetta settimanale in una società neomediovale dove la fluidità interclassista è praticamente inesistente.

roma La grande bellezza fotogramma 1

Roma, La grande bellezza fotogramma, Jep Gambardella in cammino a fianco l’acquedotto romano

I giovani italiani — con smartphone e jeans firmato — hanno certamente una condizione di vita migliore dei giovani di trent’anni fa, i loro genitori. Altrettanto certo però è che la loro visione del futuro è nettamente peggiore, e più oscura. Non fanno figli, si sposano tardissimo, non si comprano la casa. Le speranze di costruire piani di vita credibili si sono ridotte: quello che si percepisce è un regresso generalizzato nelle condizioni di vita dei giovani. Le prospettive dei giovani sono più incerte di quelle che avevano i loro genitori alla stessa età. Colpa delle famiglie e del malfunzionamento dell’economia. Il problema è profondo e la soluzione è complessa: occorre rivitalizzare la società affrontando due problemi, quello delle competenze da valorizzare e utilizzare da un lato, e dall’altro quello di una società corporativa da sradicare. Tra dieci anni tre quarti dei giovani, che a quel punto non saranno nemmeno più giovani, si saranno trasformati in un’enorme, indistinta generazione di sfigati probabilmente sovvenzionati dallo Stato, in un nuovo tipo di Stato assistenziale e plebiscitario.

Le generazioni dei nostri padri hanno condannato i figli a un precario presente e a un inesistente futuro attraverso il debito pubblico. Per costruire risparmio privato e alimentare una spesa pubblica folle, ha costruito uno stock di debito pubblico smisurato, zavorra per qualsiasi ipotesi di investimento produttivo. Nel 1963 il debito pubblico italiano era pari al 32.6% del prodotto interno lordo. Oggi è pari a 2138 miliardi di euro, oltre il 121% del Pil (dati Banca d’Italia). Sette anni fa, nel 2005, era pari a 1512 miliardi di euro: il 105% del Pil. In soli sette anni, 526 miliardi in più di debito. A seconda di come chiuderà l’anno l’Italia avrà comunque pagato solo per interessi sul debito tra i 90 e gli 100 miliardi di euro. Questa spesa annuale, sommata allo stock infinito del debito pubblico italiano, sono la palla al piede di qualsiasi ipotesi di politica nazionale di sviluppo, ricerca, innovazione. Se non avessimo questa dimensione incontrollata del debito pubblico avremmo i soldi per la ricerca, la scuola, l’università, le famiglie. La sommatoria perversa di mancati introiti fiscali per un’evasione fiscale calcolata certamente oltre i 100 miliardi di euro l’anno e una spesa per interessi sul debito di 100 miliardi, ovviamente impedisce qualsiasi ipotesi di investimento produttivo. Per questo dramma c’è una responsabilità e ricade tutta sui nostri padri. Come si è formato questo immenso stock di debito pubblico? Perché classi dirigenti anziane e per niente interessate alle condizioni delle generazioni più giovani, hanno costruito su una politica di spesa dissennata le condizioni del loro consenso.

Roma la Grande Bellezza della Grande decadenza vigilantes, guardie private, odalische, optimati, spintrie

Roma la Grande Bellezza della Grande decadenza: vigilantes, guardie private, odalische, optimati, spintrie

I nostri genitori, anziché chiedere rigore nei conti, hanno votato quelle classi dirigenti e le hanno tenute al governo, acquistando i titoli di Stato che pagavano interessi favolosi e zavorravano ancora di più il futuro del paese, costruendo attraverso le cedole di quei Bot, Btp, Cct il proprio gruzzolo di risparmio privato. Perché si dice sempre questo: è vero che l’Italia ha di gran lunga il peggior dato in termini di debito pubblico, ma ha tanto risparmio privato, che fa da ammortizzatore sociale. Ma in mano di chi è quel risparmio privato? Lo gestiscono i padri o i figli? I padri si sono comprati le case di proprietà, con tutto quell’attivo circolante l’inflazione ha galoppato, i prezzi delle case si sono impennati. Quali sono le generazioni che detengono il patrimonio immobiliare del paese e quali sono quelle che non possono neanche trovarsi una stanza in affitto per studiare fuori sede perché la fanno pagare uno sproposito? Tutte conseguenze del dramma del debito pubblico.

Durante le recessioni la disoccupazione aumenta di più per i giovani che nelle altre fasce di età. Questo avviene perché i datori di lavoro bloccano le assunzioni restringendo ogni canale di ingresso nel mercato del lavoro. Ma nella media dei paesi Ocse la disoccupazione giovanile è arrivata in questa crisi a essere al massimo il doppio di quella per il resto della popolazione. In Italia invece è quasi cinque volte più elevata. Viaggia in direzione del 35% a livello nazionale e del 50% nel sud Italia ormai da parecchi mesi. Il punto è che non è stata solo la crisi a privare i giovani delle loro legittime aspirazioni a un lavoro, un reddito dignitoso, un posto nella società. L’emergenza italiana affonda le sue radici in un mercato del lavoro strutturalmente caratterizzato da bassi tassi di occupazione, specie per le donne e i giovani, così come da molteplici dualismi di genere, generazionali e territoriali. Le riforme realizzate nell’arco di più legislature hanno introdotto nel mercato del lavoro italiano importanti elementi di flessibilità, in particolare attraverso le nuove tipologie contrattuali atipiche, senza però che queste fossero corredate dai diritti e dalle tutele sociali che invece configurano la flexsecurity di stampo europeo. L’uso distorto dei contratti atipici ha permesso una “fuga dal costo del lavoro e dai diritti”, come illusoria scorciatoia per la competitività, in alternativa a quella, di più alto profilo e durata, sorretta da maggiori investimenti nell’innovazione.

Roma gladiatores de Roma

gladiatores de Roma

Le varie leggi di riforma hanno creato negli ultimi quindici anni in Italia un mercato “duale”. Da un lato i tutelati, con diritto al mantenimento del posto di lavoro, allo stipendio e alla pensione. Dall’altro i giovani: precari, spesso sottoccupati, sottopagati, con le prospettive di una vecchiaia miserabile. Non può esservi spazio per i giovani in questo sistema. I lavoratori già assunti e protetti da sindacati sono per molti versi “intoccabili”. La riforma del ministro del Welfare Elsa Fornero, che aveva garantito “Più articolo 18 per tutti”, era molto ambiziosa. Partiva dall’idea di non essere contrattata dalle parti sociali per poter favorire chi non era seduto al tavolo della trattativa, mentre in realtà poi è stata contrattata eccome e c’è veramente poco di innovativo per favorire l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro.

Se guardiamo le statistiche vediamo che durante tutto l’arco della crisi il numero di posti persi è relativamente basso rispetto ad altri Paesi, perché in realtà la tutela dei sindacati è stata per chi è già lavoratore a ulteriore discapito di chi non lo è ancora. Negli ultimi vent’anni i contratti nazionali dei lavoratori sono stati siglati da sindacati in modo tale da garantire lo status quo ai lavoratori esistenti a tempo indeterminato a scapito dei giovani e dei disoccupati che, senza loro rappresentanti nella concertazione, sono stati abbandonati alla precarietà e allo sfruttamento. Per tenere alti i livelli salariali dei già tutelati sindacati e politici hanno abbassato i livelli salariali di ingresso e i meccanismi di crescita dello stipendio per i neoassunti. Abbiamo affrontato la crisi salvaguardando il più possibile i posti di lavoro, ma questo ha avuto come conseguenza quella di alzare un muro di fronte alle generazioni più giovani. Perché la cassa integrazione blocca posti, tutela gli esistenti ma non ne crea di nuovi. E se il salvagente della cassa viene utilizzato a lungo, per molti anni, la porta girevole del lavoro si inceppa, intere generazioni rischiano di rimanere bloccate nel meccanismo.

roma La dolce vita Fellini

roma fotogramma de La dolce vita, Fellini

Il salario medio in Italia è pari a 14.700 euro netti (fonte Eurispes). In Corea del Sud e Irlanda si guadagna mediamente il doppio, in Francia, Stati Uniti e Germania crica il 50% in più. C’è poi un cuneo fiscale del 46.5% che fa sì che il lavoratore incassi il 53.5 di quello che il datore di lavoro effettivamente paga per assumerlo. Con questa premessa andiamo ora a studiare i valori lordi per classi di età così come riportati dal Sole 24 Ore. Un operaio trentenne prende mediamente 21.332 euro lordi l’anno. Un operaio cinquantenne ne prende 30.555, quasi il cinquanta per cento in più. Disparità ancora più evidente: un operaio appena assunto con meno di ventiquattro anni di età prende mediamente 19.217 euro lordi l’anno; un operaio cinqantacinquenne 31.873 euro, poco meno del sessanta per cento in più. Queste politiche salariali sono riprodotte con dimensioni analoghe in qualsiasi livello e in qualsiasi comparto. Persino tra i dirigenti di fascia molto alta nelle aziende un quarantenne brillante può sperare di portare a casa mediamente 99.746 euro lordi l’anno, il suo pari grado ultrasessantenne e forse un po’ stanco ne porta mediamente a casa 130.367. Secondo i dati della Cgil sarebbero 8 milioni i precari in Italia (compresi quattro milioni di lavoratori in nero), in massima parte under 40 con un salario medio inferiore ai mille euro e senza diritti. Non sarebbe più ragionevole, visti i rischi assunti da un lavoratore che accetta la flessibilità del mercato del lavoro, pagare di più i precari e di meno chi ha più garanzie e certezze sul proprio futuro come capita in tutta Europa?

roma La grande bellezza 5

Roma La grande bellezza di Paolo Sorrentino, fotogramma di discoteca

Grande parte dei falsi miti riguardano le pensioni e innnalzamento dell’età pensionabile. Prima del 1995 delle scriteriate politiche che poi hanno portato alla dilatazione del debito pubblico permettevano di andare in pensione con criteri a dir poco generosi. C’erano persone andate in trattamento di quiescenza prima dei quarant’anni di età perché nei favolosi Anni Ottanta bastava aver versato quindici anni, sei mesi e un giorno di contributi per aver diritto a pensione. Pensioni che si sono rivalutate negli anni a ritmo di inflazione fino ad arrivare a costare attualmente allo Stato 240 miliardi di euro all’anno, il 15.6% del prodotto interno lordo (dati Istat). La riforma Dini del 1995 decise, sostanzialmente, che i nostri padri (cioè coloro che avevano versato almeno diciotto anni di contributi) continuassero ad andare in pensione con i vecchi criteri e il metodo retributivo, ottenendo così una pensione che nei fatti è pari a più del novanta per cento dell’ultima retribuzione. Gli altri, i più giovani, sarebbero andati in pensione con il metodo contributivo, calcolato dunque sui contributi effettivamente versati. Ora, la sommatoria dei fattori della precarietà dei posti di lavoro e di politiche salariali basse, fa sì che i contributi versati siano poca cosa e una recente stima del Corriere della Sera prevede che la pensione media di un under 40 di oggi sarà pari al 36% dell’ultima retribuzione e ammontante comunque ad un importo inferiore rispetto ai 540 euro della pensione minima sociale.

Calcoli fatti dal Center of Research di Pittsburgh sui sistemi di welfare occidentale affermano che la pensione media di un italiano nato negli anni Ottanta sarà pari a 340 euro mensili. Per integrare questa miseria sono stati invitati i giovani lavoratori italiani a versare il proprio TFR presso fondi di previdenza integrativa. il risultato finale è che oggi i nostri padri possono andare in pensione a sessant’anni, con il novanta per cento dell’ultima retribuzione e il TFR in tasca. Chi è nato dopo il 1 gennaio 1970 andrà in pensione a settant’anni, con il 36% dell’ultima retribuzione e senza il TFR. A questa ingiustizia colossale si lega quella dell’importo delle pensioni. Intanto diciamo subito che, secondo i dati Istat, vengono erogati ogni mese oltre 23 milioni di trattamenti previdenziali. Alcuni italiani percepiscono anche più di una pensione. Ebbene, il 27.4% delle pensioni ha un valore superiore ai 1.500 euro mensili e il 13.7% superiore ai 2.000 euro mensili. Insomma, lo Stato eroga circa sei milioni di pensioni superiori almeno del 50% al salario medio di otto milioni di precari.

Giorgio Linguaglossa Duska Vrhovac e Steven Grieco Roma giugno 2015

Tre poeti: Duska Vrhovac, Giorgio Linguaglossa, Steven Grieco, Rita Mellace Roma, 25 giugno 2015 Isola Tiberina

Per continuare a pagare trattamenti di quiescenza senza pari al mondo per quantità e età pensionabile, la generazione dei nostri padri tolto ogni ipotesi umanamente accettabile di tutela previdenziale alle mezza Italia degli under 40. I padri, per stare bene loro, hanno depredato i loro figli. La recente riforma delle pensioni e l’innalzamento della età pensionabile è stata una soluzione positiva e indispensabile per parificare doveri e diritti intergenerazionali e risolvere nell’immediato l’emergenza, ma non basta. La politica, come il sindacato, ha spesso assecondato, per mero calcolo elettorale, l’egoismo degli anziani. Per esempio, tra gli iscritti alla Cgil sono i pensionati quelli numericamente più consistenti: la loro forza d’urto, in caso di votazioni, supera quella di ogni altra categoria. Come si può pensare che i giovani vogliano ancora iscriversi a un sindacato?

Da sempre in alcune professioni la successione e il ricambio sono garantiti dalla famiglia: il notaio lascerà lo studio al figlio, il taxista gli lascerà la licenza. Se però oltre a questi anche tutti gli altri posti di lavoro si ostruiscono, chi non è figlio di nessuno dove va? Per facilitare l’ingresso delle nuove generazioni nel mercato del lavoro occorre smontare gli attuali meccanismi di cooptazione. Se per le aziende fosse più economico assumere i giovani, lo farebbero di più? Probabilmente sì, garantendosi la possibilità di avere dei quadri nativi digitali, nuova linfa vitale. Che da dieci anni a questa parte non c’è più. Non siamo in grado di riconoscere le competenze perché il mercato non funziona: nelle società funzionanti è il mercato che riconosce la professionalità.

Roma statua di romano epoca imperiale

imperatore romano Caracalla

In un Paese con oltre due milioni di disoccupati “ufficiali”, e 2,7 milioni di “scoraggiati” (di persone cioè che non hanno un lavoro, ma hanno rinunciato a cercarlo, scoraggiati dalle difficoltà) a favorire le difficoltà di incontro tra domanda e offerta di lavoro contribuiscono l’inesistenza di un valido sistema di Agenzie dell’impiego (da un’indagine Istat risulta che solo il 5% degli italiani trova lavoro attraverso le agenzie, mentre il 55% lo trova attraverso amici e parenti), la frammentazione dei possibili datori di lavoro in una miriade di imprese piccole e piccolissime, ma anche la mancanza di qualifiche adeguate da parte degli aspiranti lavoratori. La meritocrazia, a scuola e all’università, dovrebbe essere valorizzata molto più di adesso. Oggi chi esce con un voto alto non ha nessun vantaggio rispetto chi esce con un voto meno alto ma con un patrimonio di contatti e amicizie.

L’età media dei nostri docenti, politici e dirigenti è tra le più alte del mondo occidentale. Il gap retributivo tra giovani e anziani è in continuo aumento, mentre la possibilità di fare un salto rispetto alle condizioni socioeconomiche dei genitori è sempre più bassa. D’altronde con una disoccupazione che supera il 30% le possibilità di riscatto sono molto ridotte. Questa esclusione sistemica dei giovani ha radici culturali, esacerbate certo dalla crisi, ma ben più antiche. Esiste una vera e propria corporazione generazionale che è decisamente più forte nelle istituzioni accademiche e politiche, ma anche nelle grandi professioni e nei centri del potere culturale. Esiste un meccanismo di cooptazione inventato e consolidato dalla generazione del Sessantotto, proprio quella che ha fatto la rivoluzione contro i poteri costituiti. Le relazioni sono tutte impostate sull’omologazione e sul riconoscimento reciproco. Questo discorso certo vale soprattutto per i posti apicali, ma è ovvio che anche questi vadano liberati, per sbloccare il ricambio generazionale anche ai gradini inferiori della scala gerarchica.

È un problema di asfissia culturale. I cattivi maestri, e gli pseudo maestri, ci sono sempre stati. Poi però si cresceva e si faceva a pugni con il sapere acquisito dai padri. I giovani di oggi non hanno gli strumenti per farlo, e si appiattiscono sulle idee dei vecchi. Temono l’incertezza, più che in passato, sono terrorizzati dai rischi che il cambiamento porta con sé. Se l’Italia fosse un paese forte, cosciente e solidale si occuperebbe di loro, e quindi del suo stesso futuro. Sempre che non sia troppo tardi. Le generazione dei nati negli anni settanta e ottanta ormai sono perdute, ma forse non è ancora troppo tardi per i nati negli anni novanta e negli anno zero.

da Maurizio Pittau  http://www.mauriziopittau.it

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Marco Onofrio “Da Omero all’e-book. Le tecnologie linguistiche e i loro riflessi sulla cultura”, Parte II

Evgenia Arbugaeva Weather_man

Evgenia Arbugaeva Weather_man

Alla metà del ‘400 data l’inizio della  “galassia Gutenberg”, con l’invenzione della stampa a caratteri mobili. Se la scrittura trasferiva le parole dal mondo del suono a quello dello spazio visivo, la stampa le fissa definitivamente in questo spazio. Le parole stampate sono nitide, regolari, inevitabili, più facilmente leggibili. Ciò che è stampato diventa con ciò stesso fededegno, nella misura in cui tendenzialmente veritiero e “autorevole”. Il passaggio dal manoscritto al libro stampato segna il primo atto della “riproducibilità tecnica” della cultura. Prima di allora le edizioni erano manoscritte (da copisti, ma anche per mano dell’autore), e il libraio nella sua bottega – lo “scriptorium” – provvedeva a far trascrivere copie su ordinazione dell’originale. Il numero dei manoscritti era molto basso, la produzione lenta, il costo altissimo. D’altra parte la domanda era limitata, doveva rispondere alle esigenze di una casta culturalmente egemone ed endogamica (gli umanisti e i loro mecenati). La cultura era comunicazione interna fra “addetti ai lavori”: mittente e destinatario appartenevano alla medesima élite.

Albrecht Durer ex-libris 1516

Albrecht Durer ex-libris 1516

Con l’invenzione della stampa nasce la figura dell’editore-stampatore, d’ora in poi medium determinante (mai neutro) fra autore e lettore. L’editore deve vivere del proprio lavoro, ha dunque tutto l’interesse che i libri vengano acquistati e letti da un sempre maggior numero di persone. I lettori potenziali rappresentano un mercato da conquistare. C’è una domanda, cui occorre conformare l’offerta del prodotto tipografico. Anche se i maggiori utenti di libri restano chierici e umanisti (per i quali si stampano opere in latino), una notevole produzione comincia ad essere destinata a più larghe fasce di pubblico, i laici al di fuori dell’élite. Molti autori (i cosiddetti “poligrafi”), inaugurando forme più fluide e disinvolte di lavoro intellettuale, operano proficuamente, in simbiosi con gli editori, nella divulgazione della cultura “alta”, ma anche nella produzione di un’offerta agile, pensata e scritta apposta per rispondere al gusto degli “incolti”. È un fenomeno che contribuisce a normalizzare l’uso anche scritto del volgare. La stampa in volgare ha particolare sviluppo nell’Europa del Nord, dove viene utilizzata, come più efficace strumento di propaganda, dai movimenti politici e religiosi, ad esempio il protestantesimo. In Italia, invece, autori e stampatori continuano per molto tempo a scrivere e pubblicare soprattutto per l’élite culturale.

cardini cervo_unicorno

cardini cervo_unicorno

Lo sviluppo della stampa è rapido e progressivo (nel ‘500 le tirature si contano già sull’ordine delle migliaia di copie) e comporta alcuni fenomeni “collaterali”:

–  il libro costa molto meno del manoscritto: finché era prodotto a mano dal copista, come manufatto singolo, aveva un prezzo insostenibile per l’uomo comune eventualmente alfabetizzato e interessato all’acquisto;

–  di conseguenza, la produzione di libri in serie a costo accessibile permette alla cultura di abbracciare un pubblico enormemente più vasto di quello raggiungibile con i manoscritti;

– la stampa promuove in tutta Europa un vasto fenomeno di alfabetizzazione e di nuovo interesse per la cultura;

– l’editoria inserisce la cultura nel meccanismo economico, quindi la rende soggetta alle leggi di mercato;

–  l’editoria fa nascere un nuovo lettore, che a sua volta la sostiene e ne assicura il successo;

– la stampa elimina le incertezze e le idiosincrasie dei manoscritti, contribuendo alla standardizzazione delle lingue volgari.

Starry_Night by Eugeal

Starry_Night by Eugeal

La stampa, inoltre, trasforma le modalità della lettura, che da pubblica e orale diventa privata e silenziosa. All’epoca dei manoscritti, pochi di numero e poco maneggevoli, la lettura era ancora l’attività sociale di un soggetto che legge ad alta voce dinanzi a un uditorio (il predicatore dal pulpito, il banditore che proclama gli editti, il poeta che recita i suoi versi); i libri stampati, invece, sono numerosi e maneggevoli: chiunque può procurarsene una copia e, se lo può fare, leggerla in disparte. Tuttavia «anche dopo l’introduzione della stampa, la testualità raggiunse solo gradualmente il posto che oggi occupa all’interno delle culture nelle quali la lettura è soprattutto silenziosa (…) ancora per tutto il corso del XVIII secolo, molti testi letterari, anche se composti per iscritto, erano comunemente destinati ad essere recitati in pubblico, in origine dall’autore stesso. Leggere ad alta voce in famiglia o in altri piccoli gruppi era un’attività ancora comune all’inizio del XX secolo» (Ong).  Per questo molti autori, fino al Romanticismo, si esprimono, scrivendo, secondo una retorica basata ancora sull’oralità, come in vista di una pubblica lettura. Il lettore è un orecchio che ascolta più che uno sguardo che legge. Soltanto nel corso dell’Ottocento, con l’ulteriore sviluppo massificato della stampa, l’autore acquisisce una mentalità tipografica che lo porta a dialogare con lo spazio bianco del foglio (equivalente al silenzio), utilizzandolo in funzione espressiva. La stessa ricerca della “poesia pura” che sostanzia tanti sviluppi poetici del Simbolismo europeo, deriva secondo Ong «dal senso dell’autonomia dell’espressione della scrittura e, ancora più, dal senso di chiusura creato dalla stampa».

Ardengo Soffici Chimismi

Ardengo Soffici Chimismi

Il genere orale dell’epica lascia il passo al genere scritto del romanzo borghese, sempre più soggettivo e introspettivo, tipico frutto della cultura tipografica e della nuova coscienza che essa ha contribuito a sviluppare. Alle soglie del Novecento l’imponente sviluppo scientifico e tecnologico consente una sempre più sofisticata e precisa riproducibilità dell’opera d’arte (Benjamin), la quale si emancipa definitivamente dalla dimensione del “rito”. Con la possibilità di una fruizione potenzialmente infinita, l’arte perde l’antico valore cultuale, l’“aura”, l’unicità dell’“hic et nunc”. L’esperienza estetica si decontestualizza dall’evento originario che l’ha prodotta. Il rito collettivo viene parcellizzato in una serie continuativa di fruizioni solitarie. Non ha più senso parlare di “originale”, in quanto le copie sono prodotte meccanicamente in serie, su scala industriale, e tutte perfettamente identiche. L’arte diventa merce, creata per stimolare e soddisfare i bisogni e i sogni delle masse: nasce l’industria culturale. Mass media come radio e televisione importano tecnologie linguistiche “avvolgenti” che rendono passivo il fruitore, riportando in auge la dimensione orale e, per certi versi, quella magica delle epoche remote. La televisione è una “scatola radiofonica” che ha in più il beneficio pittografico delle immagini, profuse a getto continuo: una sorta di totem luminoso (il nuovo focolare delle famiglie) che ipnotizza l’attenzione dello spettatore, sostituendosi al suo pensiero. Quale miglior strumento per plasmare e controllare i voleri delle masse? Anche l’avvento del cinema (e di Hollywood come “fabbrica dei sogni”) modifica profondamente l’immaginario collettivo, le strutture percettive, i linguaggi della comunicazione e della ricerca artistica. I romanzi non saranno più gli stessi, dopo la diffusione mondiale dei film e l’assimilazione del montaggio e del ritmo cinematografico. Enormi cambiamenti nei processi di elaborazione semiotica dei linguaggi e di interpretazione semantica della “realtà” produce, fra l’altro, l’oceano di carta stampata (tabloid, rotocalchi, fotoromanzi, etc.) che inonda ogni giorno il pianeta, specialmente nella seconda metà del Novecento, fino alla soglia degli anni ’80.

The_Scream___Eugeal_version_by_Eugeal

The_Scream___Eugeal_version_by_Eugeal

L’ultima fase è quella che stiamo ancora vivendo. Il computer di massa, completando l’opera pervasiva svolta per decenni dalla televisione, giunge negli anni ’90 (dopo l’incubazione dei prototipi ad uso militare) a produrre la maggiore rivoluzione antropologica – nelle tecnologie dei linguaggi ma anche nelle abitudini quotidiane – dai tempi della stampa di Gutenberg. La diffusione mondiale del personal computer ha segnato l’avvento della terza rivoluzione industriale e – grazie alle incommensurabili potenzialità democratiche di Internet, senza cui questo blog non potrebbe esistere – della società a informazione globalizzata. Tutta la storia e tutta la cronaca del mondo sono simultaneamente a disposizione di ogni internauta: basta un clic. Il computer ha trasformato per sempre (in meglio) il modo di scrivere e di comporre “in fieri” l’architettura delle frasi digitate sullo schermo. Si è sveltito, ottimizzandosi, il lavoro nelle redazioni dei giornali, nelle case editrici, nelle tipografie. Intere biblioteche possono essere contenute e trasmesse in minuscoli dispositivi elettronici. Telefonini cellulari, iPhone, iPod, tablet, book reader e altri accessori, in continua evoluzione e rapidissima obsolescenza, completano il bagaglio iper-tecnologico dell’uomo contemporaneo; ma la “disponibilità totale” dei linguaggi e dei testi aumenta di pari passo il pericolo della loro dispersione entropica, con il conseguente indebolimento progressivo delle segnaletiche utili per orientarsi nel “labirinto”. I codici cambiano più velocemente di quanto impieghiamo ad impararli: essere up to date impone un aggiornamento continuo e compulsivo, parallelo a quello dei dispositivi. La storia si è accelerata a tal punto che sembra ferma: tutto è in rapidissima evoluzione. Il libro cartaceo è già stato affiancato dall’e-book e (forse?) rischia di esserne soppiantato. Siamo nel pieno di una rivoluzione culturale della quale non possiamo fino in fondo valutare gli scenari e gli sviluppi. Le grandi predizioni sono ormai fuori portata: ci è concesso, al più, di navigare a vista.

Marco Onofrio  

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