Archivi categoria: Antologia Poesia italiana

CINQUE POESIE E CINQUE POETI SUL TEMA DELLA MORTE O DELLA QUASI MORTE- L’ULTIMA GENERAZIONE: Valerio Gaio Pedini, Matteo De Bonis, BSA, Ambra Simeone, Mariano Menna, Daniela Guarnaccia a cura di Ambra Simeone e con un Commento di Giorgio Linguaglossa

 Erich Eckel Il giorno di vetro 1913

Erich Eckel Il giorno di vetro 1913

Commento di Giorgio Linguaglossa

Il tema della morte è un classico della riflessione poetica e filosofica. Ne Il mito di Sisifo Camus dice che una filosofia che non sa liberarci dalla paura della morte è una filosofia inutile. Heidegger ontologizza la morte e ne fa una destinazione dell’esserci, la sua forma costitutiva in-der-Welt-sein. Spinoza, Adorno, Ortega y Gasset e molti altri filosofi hanno violentemente protestato contro questa invasione dell’ontologia della morte ed hanno parlato dell’essere-per-la-vita quale forma costitutiva dell’ente umano, quell’ente autoprogettantesi, che progetta, getta i ponti dei propri progetti sopra l’abisso della morte e di là costruisce la città-della-vita.

Che il gruppo dei giovani dell’ultima generazione scriva poesie sul tema della morte era quasi inevitabile, da sempre i giovani hanno un rapporto privilegiato con la morte, la considerano con condiscendenza, con sussiego, anche con sarcasmo, magari con ironia, spazzano il campo dalla facile analogia morte-immortalità, dichiarano la loro aperta diffidenza verso ogni teoria che addomestichi la morte in ideologia per essere utilizzata contro i vivi e la vita. Mi sembra che in queste scritture ci sia una sana antiretorica avversa alla falsa retorica della morte di cui abbonda tanta non originale poesia dei nostri giorni.

Valerio Gaio Pedini

Valerio Gaio Pedini

Valerio Gaio Pedini

Gloria te o morte: monologo mortuario

Asfissia: una parola complessa, penso: ché poi mica tanto complessa è
La NATURA del mio precipizio UMANO:
ora, non è per fare il filosofo: la filosofia è un’accozzaglia di ipocriti: di uomini soli:
di uomini e basta: LA CRITICA DELLA RAGION PURA: ma quale RAGION PURA.
“Gloria Teo Morte!”
Riecheggia nell’Alba, che è solo un Tramonto, nel tramonto, che è solo un’alba!
Sfiorire è nascere, nascere è sfiorire:
perire lentamente.
No, no, no, no, no, no, no, no, no, no, merda, merda, merda, merda, merda
Non credete alla sanità delle parole! Alla ragione!
La terra è rimpianto, pianto isterico: nostalgia: i fiori appassiscono nascituri
Com’io mi sgretolo nella mia tirannia psicologica:
fatto, disfatto
Mai cercai Morte
Gloria Teo Morte
È la morte che vive dentro di me, di noi, di tutto: là dove c’è vita c’è morte: è solo il principio di un equilibrio cosmico:
“Non incontrerai mai la morte” profetizza Epicuro, filosofo del giardinaggio.
Nooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo! La morte vi è poiché esisto, poiché nacqui, poiché fui generato: senza la vita, non vi è morte, senza la morte non vi è vita
È tutto uno sfiorire lento
Calpestato dai nostri piedi:
l’uomo? È un suicidio: un suicidio permanente che deve essere terminato, perché io sono uomo che supera l’uomo e che non vuole esserlo
come nessuno mai, consapevole delle proprie debolezze, del proprio dolore, della propria disarmonia!
Assuefatti a scomparire siamo cadaveri mangiati dai vermi, ma almeno nutriamo i vermi:
dalla cenere può nascere ancora qualcosa, oh uomo:
ascolta Eraclito, era più profeta di Cristo: Tutto Scorre, Tutto Muta: un sasso sarà pur un’altra vita, perché darà vigore alla Terra: finalmente.
Dove sarà quell’unico corpo di VITA, lì troverò SPERANZA nella FINE DEL TEMPO: la fine del VACUO.

matteo-de-bonis

matteo-de-bonis

Matteo De Bonis

Morte di un lirico ideale
a Salvatore Toma

Attraverso
le diroccate rovine di un
ponte carnale a voi
fluiscono ora,
purché siano rigonfie,
coorti di rose immaginose che
auliscono.

Mentre
la penna danzante avanza
su fogli puntellati col sangue,
piombavano
e vincevano nerborute
fisicità.
Un lirico ideale è stramazzato in terra,
colpito da ventitre coltellate. Ahimè!
Attraverso le voci singolarmente
affettate per voi
s’impennano ora, che sommuovano
almeno,
coorti di rose immaginose che
occhieggiano.

Bsa

Bsa

BSA
Morte

Insopportabile sarà
la Vita per colui che
la Morte non ha accolto nel suo cuore.
Nascere, morire, nascere,
morire, nascere. Questa la Natura
dei Vivi. Nascer non puoi senza
Morte, Vita mai sarai così bella
togliendo la precarietà. Zeus stesso
questa c’invidiava.

io io io io io io io io io io
sono Immortale finché non penso.
Ma gl’Immortali sono i soli già morti.
Rinunci a pensare alla Morte,
Rinunci a migliorare ed accettare ciò
che non ti piace. Morto in vita per
la Morte evitare. Ipertrofico l’IO
rende stupido, impreparato e banale.

Finalmente morrò, il mio zainetto
di carne lasciato a biodegradare, finalmente
dopo tanti pasti uno abbondante
lascerò al microscopico
mondo batterico, sempre attivo, sempre cangiante.

Dei rimanenti 21 grammi non so, non m’interessa.
Troppo difficile cercare una risposta, che
se esiste mi sarà data al giusto momento.
Ripeto senza sosta:

Morte ti amo, perché parimenti
amo la Vita.

Ambra Simeone

Ambra Simeone

Ambra Simeone
alcune indicazioni utili da ricordare in caso di morte

in caso di morte violenta per guerre o genocidi sulla striscia di Gaza
ricordarsi di postare su facebook tutte le foto più orribili, così che qualcuno le veda
e rimanga sconvolto un minuto e poi scriva sì mi piace oppure lasci un commento,
in caso di funerale di parente, di amico o conoscente che dir si voglia,
ricordarsi di applaudire e di mettere sulla bara la bandiera della squadra del cuore,
che poi si potrebbero portare anche una o due trombe da stadio, che fanno colore,
in caso di suicidio di poeta sconosciuto ricordarsi di scrivere più articoli sui blog
che parlino di lui, del suo sfortunato destino e di come non se lo cagava nessuno,
perché adesso, adesso ci sta davvero a cuore e quel che scriveva ora ci piace,
in caso di morte dell’autore più noto, ricordarsi quanto meno di ristampare
tutto ciò che lo riguarda, biografie, prime uscite, vecchie lettere e cartoline
poi ricordare a tutti che è stato importante e vendere tutto quel che è possibile,
in caso di morte di muratore o minatore, dirlo in tv una volta sola e poi basta
in caso di morte di dittatore o d’imprenditore ricordarsi di dirlo più volte,
scrivere libri sulla loro vita e ingaggiare opinionisti che ce ne parlino tanto,
in caso di morte di bimbo, investito da ubriaco, ricordarsi di avviare il processo
in caso di morte accidentale di un cane sotto l’auto di uno che non lo aveva visto,
non dimenticare di chiamare un po’ di gente, che ci aiutino a farlo un poco a pezzi,
in caso di morte per droga di un cantante o di un attore, non vogliamo mica non
glorificarlo, si ci facciano su un paio di film, una serie di quadri e tre reportage,
insomma casomai vi doveste scordare, alcune indicazioni utili in caso di morte.

mariano menna

mariano menna

Mariano Menna

La ballata del suicida
Troppe, lunghe ore, io passo ad aspettare
la fine di una vita che non ha più altre trame.
Chiuso nel mio buio, nella mia paura,
appeso ad una corda rendo a Dio la sua fattura.

Questo suo regalo che voi chiamate vita,
non è che una bestemmia ormai finita.
Penso ai miei tre figli che sto per lasciare,
perché nel mio corpo l’aria no, non ci può stare!

Diventerò un suicida quando il gallo canterà,
non ho saputo reggere allo stress della città
in cui venuto al mondo, già stanco per natura,
mi sono condannato a tanti debiti d’usura.

Tanti i fallimenti che ho dovuto sopportare,
troppe le ferite che ho tentato di guarire,
ora lascio il mondo e voi lasciatemi morire,
solo, in questa stanza, l’esistenza terminare.

Rido mentre piango, è scoccata la mia ora,
un ultimo consiglio lascio udir dalla mia gola:
“Non ripudiate il mondo perché, pur pentito, adesso
capisco questo errore, ma dovrò morire lo stesso…”

schimdtt, volti

schimdtt, volti

Ambra Simeone

geografia del verso

verso sud sempre verso sud ché
se ognuno è a sud di un nord è anche
per questo verso che scende e slarga
giù lungo questa pagina e nel bianco
che la seppellisce parola definitivamente
e la marchia nel vuoto per restare

così l’incontro questo pensiero
in un posto dove si nasce e si cresce
e lo si annoda alla penna ago di bussola
che verte in fondo e punta nel profondo
e chino seguendo leggi gravitazionali

ché nell’assenza della carta affiori
un discorso la sostanza dell’inchiostro
come dal mare un fogliame d’alghe
come cibo d’acqua rinfoltito al sole
non pioggia ma mare sacca di vita
a scandire il verso che cade in fondo
sotto sotto a sud in un altro solco

qui la parola resta in fondo alla pagina
come a forzare l’inizio e il principio
un rigo che viene per cadere e chiede
di essere ascoltato scavato a nostra immagine
e chiuso in limite in chi confida nel finale


Valerio Pedini

TRAMONTO

Mi acceco
Di ribrezzo.


SPERANZE

Siam come nel cimitero
I cadaveri
Nel ventre dei vermi.

.
Mariano Menna

Il giardino dell’Io

Adagiato su un manto di fiori,
osservo l’azzurro ed il bianco:
le ore mi assalgono in branco
e offuscano lo spazio di fuori.

La mente è alienata dal mondo;
si è chiusa in sé come un riccio,
ma l’esilio non è un capriccio:
è una morte che cela lo sfondo.

Incombono gli eventi sull’Io,
lo disintegrano senza ritegno:
il suo giorno è amaro destino.

Lieta dimora è questo giardino;
non v’è tempo di cui esser degno
perché l’uomo qui è il proprio Dio.

.
Daniela Guarnaccia

RECLAME

Semmai v’era da porre un rimedio
tosto che Dio col suo dito medio,
cercar lo si doveva nella rima
e nelle belle parole di prima.
L’etterno dolor è il presente
non si ritrova la perduta gente

Ma adesso: pubblicità
un po’ per non vedere
dove si va
un po’ per non capire
ciò che
non si fa.

PER LA TERZA VOLTA

Non m’importa ch’il sol abbia scelto
d’accorciarsi, non è questo
che muta del tempo la coscienza.
Ma quei mille e novantacinque giri suoi
che sono men d’uno
se tu lo vuoi.

BSA, Oudeis, Anam sono tre nomi usati dal “poeta”. Classe 1989, mai laureato, ha pubblicato i suoi scritti nella raccolta Viaggi diVersi (Poeti e Poesia), e varie volte con deComporre edizioni, in diverse antologie a cura di Ivan Pozzoni.

Valerio Pedini nasce il 16 giugno del 1995, di otto mesi, e viene tempestivamente scambiato nella culla: il misfatto viene subito scoperto. Esattamente 18 anni dopo, Valerio, divenuto Gaio, senza onorificenze, decide di organizzare il suo primo evento culturale ad Artiamo (gastrite e l’epilessia e quasi nessuno ad ascoltare); nell’intermezzo ha iniziato a recitare, preferendo l’espressività del teatro di ricerca rispetto al metodismo popolare e a scrivere, uscendo, in collaborazione col circolo narrativo AVAS – Gaggiano, nelle antologie Tornate a casa se potete, Rigagnoli di consapevolezza e Ma tu da dove vieni?. Nell’ottobre del 2013 inizia il progetto Non uno di meno Lampedusa, insieme ad Agnese Coppola, Rossana Bacchella, Savina Speranza e ad Aurelia Mutti. A dicembre conosce Teresa Petrarca, in arte Teresa TP Plath, con cui inizia diversi progetti artistici: La formica e la cicala, Essence e Pan in blues e in jazz. Sta lavorando ad una monografia filosofica: Maggiorminore: la disperazione dei diversi uguali. A Maggio 2014 è uscita la sua prima raccolta poetica, con IrdaEdizioni: Cavolo, non è haiku ed è stato inserito nell’antologia Fondamenta Instabili (deComporre Edizioni) e, successivamente, sempre con deComporre Edizioni, uscirà nelle antologie Forme Liquide, Scenari ignoti e Glocalizzati.

MARIANO MENNA è nato a Benevento nel 1994. Ha conseguito la maturità scientifica presso l’istituto Polispecialistico Gandhi di Casoria. É iscritto al primo anno del corso di laurea in Filosofia presso l’Università Federico II di Napoli. Nel 2012 è risultato vincitore del Concorso Nazionale “Scrittura attiva” di Tricarico, nella sezione giovani, con la poesia La ballata del vagabondo; nel 2013 sono uscite due raccolte di poesie La grande legge e La pagina bruciata, entrambe edite da Marco Del Bucchia. É stato inserito nelle antologie: Poesia per Dio (La Ziza) e Fondamenta instabili (deComporre Edizioni). Alcune sue poesie sono apparse su blog e riviste online come “L’ombra delle parole” di Giorgio Linguaglossa, “Alla volta di Leucade” di Nazario Pardini, “La distensione del verso” di Sandra Evangelisti, “Le Reti di Dedalus” di Marco Palladini e “Poetrydream” di Antonio Spagnuolo. É membro cofondatore della corrente artistico-letteraria del Labirintismo.

AMBRA SIMEONE è nata a Gaeta il 28-12-1982 e attualmente vive a Monza. Laureata in Lettere Moderne, ha conseguito la specializzazione in Filologia Moderna con il linguista Giuseppe Antonelli e una tesi sul poeta Stefano Dal Bianco. Collabora con l’Associazione Culturale “deComporre”. La sua prima raccolta di poesie Lingue Cattive esce a gennaio del 2010 per i tipi della Giulio Perrone Editore di Roma. Del 2013 è la raccolta di racconti Come John Fante… prima di addormentarmi per la deComporre Edizioni. La sua ultima raccolta di quasi-poesie esce quest’anno per deComporre Edizioni con il titolo “Ho qualcosa da dirti – quasi poesie”. È co-curatore de “Il Gustatore – quaderni Neon-Avanguardisti” che hanno ospitato Aldo Nove, Giampiero Neri, Peppe Lanzetta, Giorgio Linguaglossa, Paolo Nori e molti altri. Alcuni suoi testi sono apparsi su riviste letterarie nazionali e internazionali tra le quali l’albanese Kuq e Zi, la belga Il caffè e l’americana Italian Poetry Review e su antologie; le ultime due per Lietocolle a cura di Giampiero Neri e per EditLet a cura di Giorgio Linguaglossa.

MATTEO DE BONIS è nato a Cosenza il 27 Giugno 1991; è laureando in Filosofia e Storia presso l’Università della Calabria. Nel 2008 ha partecipato al premio letterario ‘Federica Monteleone’ nella sezione dedicata alla narrativa, figurando tra i vincitori. Nel 2011 ha partecipato e vinto la selezione regionale delle Olimpiadi di filosofia. Ha collaborato con numerose riviste on-line di cultura e filosofia. Attualmente s’occupa di tematiche quali i rapporti tra poesia e ontologia e la riabilitazione del sapere estetico. È uscito nell’antologia Fondamenta instabili (deComporre Edizioni).

40 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Antologia Poesia italiana, Poesie sul tema della quasi morte, Poesie sulla morte

VENTICINQUE POESIE di Giampiero Neri da L’aspetto  occidentale del vestito, Liceo, Armi e mestieri, Dallo stesso luogo  a cura e con una Lettera di Meeten Nasr Commento di Giorgio Linguaglossa

Herbert List - Mannequin - Vintage Gravure 1935

Herbert List – Mannequin – Vintage Gravure 1935

Giampiero Neri è nato a Erba il 7 aprile 1927, attualmente vive a Milano. Neri è un nome d’arte. Il fratello è il più famoso scrittore Giuseppe Pontiggia. La madre sostiene ruoli importanti nella compagnia filodrammatica del Teatro Sociale di Como. Il padre, funzionario di banca, è un grande appassionato di libri. Nella sua biblioteca il giovane Neri è attirato dai Ricordi entomologici del naturalista francese Jean-Henri Fabre. Frequenta con scarso profitto l’Istituto Magistrale “Carlo Annoni” di Erba. Pochi mesi dopo la dichiarazione dell’armistizio (8 settembre1943), e nel caos che ne deriva, il padre muore nel corso degli inizi della guerra civile nell’area comasca. Alla fine della guerra, dopo diversi traslochi, si trasferisce a Varese, dove completa il Liceo, conseguendo il diploma di maturità scientifica. Trasferitosi a Milano, si iscrive alla Facoltà di Scienze Naturali. Nel 1947, la mancanza di risorse finanziarie lo inducono ad abbandonare gli studi e a cercare un lavoro. Sempre nel 1947 è assunto dalla banca in cui ha lavorato il padre; e in banca, rimane fino alla pensione. Nel 1952 si sposa con Annamaria Bianchi, da cui ha due figli. Nel 1955 la sorella ventenne Elena si suicida. Comincia a scrivere avendo come principale interlocutore il fratello Giuseppe Pontiggia, già narratore affermato. Neri approfondisce lo studio dei grandi storici antichi e moderni. Superata un’iniziale diffidenza, si appassiona all’opera di Beppe Fenoglio, di cui ammira l’epicità dello stile essenziale, volto a descrivere gli orrori della violenza attraverso l’esperienza della nostra guerra civile (1943-1945). Sulle orme di Fenoglio si reca ad Alba nel 1983, dove ha un lungo colloquio con la madre di lui, Margherita Faccenda. Neri pubblica per la prima volta i suoi versi nel 1965, sulla rivista «Il Corpo», diretta dal poeta Giancarlo Majorino. Seguono altre pubblicazioni su riviste letterarie, come «Almanacco dello Specchio», «Paragone», «Resine», fino al 1976, anno in cui esce a Milano la prima raccolta di poesie edita da Guanda, L’aspetto occidentale del vestito. Del 2009 è l’opera Paesaggi inospiti, del 2012 è Il professor Fumagalli e altre figure sempre con Mondadori, Lo Specchio.

Giampiero Neri

Giampiero Neri

 Lettera di Meeten Nasr 

Caro Giampiero,

verso la metà di giugno, immaginando che tu preparassi la tua partenza per Erba, avevo progettato di venire nell’ormai famoso piazzale Libia per salutarti e anche per parlarti di varie altre cose. Ma il diavolo, si sa, non fa i coperchi e così la combinazione dei miei abituali ritardi e della disinfestazione delle piante intorno a casa tua non ci ha fatto incontrare. Poi ai primi di luglio ho lasciato anch’io Milano per la Sardegna. Una settimana dopo mia figlia, che tiene d’occhio la mia casella postale in mia assenza, mi ha letto al telefono il contenuto verbale della tua cara e gentile cartolina di cui ti ringrazio.

Mentre gli argomenti da trattare nella lettera che io non avevo ancora scritto aumentavano, è arrivata l’ondata del caldo tropicale che in Sardegna, dove tutti sono viziati dalla fresca presenza del Maestrale, è stata questo anno particolarmente violenta e insopportabile. La mia casa, alta sul paesaggio marino, si è trovata come una nave ateniese nel mirino degli specchi ustori di Archimede.

Così, tornato a fine luglio a Milano bene arrostito, ho preso in mano la tua cartolina e non ho potuto che ammirare lo stile del tuo messaggio non solo per l’inimitabile brevitas (che mi fa sentire un vero chiacchierone), ma anche per il pregnante sigillo dell’immagine nitida e solitaria del Licinium, che proprio tu ci hai fatto scoprire. Non è certo un caso – ho pensato – se il cuore della tua opera poetica si è condensata nel nome di “teatro naturale”! Anche in una semplice cartolina, nella sua coerenza ed essenzialità, si confermano i caratteri sostanziali del tuo lavoro di scrittore e di poeta. Ma proprio questo binomio mi spinge a tornare finalmente all’argomento di cui volevo scriverti circa due mesi fa, a partire dall’intervista che ti ha fatto Alessandro Rivali e pubblicata sul N° 39 di Atelier. Ti confesso che il genere un poco usurato dell’intervista mi aveva messo piuttosto sul chi vive.. E invece tu l’hai trasformato in qualcosa di travolgente, un vero coup de théatre specialmente quando riferisci i tuoi colloqui con la moglie e la madre di Fenoglio. Ma personalmente ho trovato molto importante ciò che riveli sulla genesi della tua poesia dedicata a Fenoglio e sull’intreccio – che ignoravo – fra il tempo narrativo in cui Fenoglio portava su di sé quell’orologio e il tempo reale, l’ora, il minuto che esso segnava quando tuo padre subì l’attentato. E’ una vera discesa nel sottosuolo del dramma che si chiama guerra, là dove poesia e storia sono ancora indivise, fanno tutt’uno. Tu te lo inventi e subito l’accoppiamento dei due eventi diventa reale. Diciamo meglio “fatale”. Anche il colore azzurro del fazzoletto, icona dei badogliani, è uno di quei tocchi magici  di cui ti sappiamo esperto: tanti sono infatti, nella tua poesia, i particolari, spesso coloristici, che fondono insieme, come in un lampo accecante, elementi, tempi e spazi diversi e distanti, dal giallo e nero delle api fino alle varie forme del mimetismo aggressivo o difensivo. In tal modo nella tua poesia vengono coinvolti nella tua argomentazione e resi partecipi e pensosi gli autentici oppure ipotetici testimoni, i viandanti e i passeggeri (di stampo classico), i casuali osservatori.

Ciò si ripete anche qui nell’intervista, nei dialoghi con Rivali e con i familiari di Fenoglio, dove la vita è anche “teatro” e dove la presunta razionalità del comportamento umano è istinto, aggressività, “natura”.  Proprio come in Hobbes e – giustamente da te fatto notare – in Machiavelli dove la storia è guerra di tutti contro tutti, e spietata coerenza. Penso al trauma che devi appunto aver provato – ma qui finalmente ce lo riveli – arrivando a leggere l’argomentazione del prof. Cocito (nomen omen).

Ho anche compreso come tu abbia dovuto interrompere la prima lettura de “Il partigiano Johnny” (strano ma vero, a me è successa la stessa cosa, ma non mi avevano bloccato la crudeltà o la pietas, bensì il bilinguismo del testo, il disagio di quella incredibile eruzione semantica). Il fatto che tu abbia poi ripreso la lettura testimonia  – a mio parere – il tuo destino ineluttabile di scrittore e di poeta assieme, cioè in un unico atto creativo. In questo senso tutta l’intervista – apparentemente così antiletteraria – rivela a che grande e quindi oscura profondità è collocato, nella tua opera, nel tuo scrivere e finanche nella  tua conversazione, il  punto di divaricazione fra prosa e poesia. Qui c’è ancora molto da scavare. E fra i dieci interventi pubblicati su Atelier, il tuo è di gran lunga il più chiaro, profondo, incisivo, e merita di entrare a far parte della tua biografia.

Per concludere ti comunico poi che io e Aman abbiamo elaborato un progetto di venire insieme a trovarti lì a Erba un bel mattino, per esempio in uno dei giorni subito dopo Ferragosto (il 16 oppure anche il 17, in barba alla jella). Fra qualche giorno ti telefoneremo e contiamo sulla tua adesione. Tanti cari saluti alla tua consorte e a te anche un forte abbraccio.

   Milano, 7 agosto 2006, Meeten Nasr

Giampiero Neri, un maestro in ombra

Giampiero Neri, un maestro in ombra

Giorgio Linguaglossa

la «disparizione» del soggetto nella poesia di Giampiero Neri

La poesia del minimalismo degli anni Ottanta non sarà interessata alla riflessione sui rapporti tra la poesia e il mondo, alla riflessione sulla «funzione» poetica e, tantomeno, alla riflessione sulle prospettive della poesia nelle nuove condizioni poste dal mercato globale. I poeti della generazione del minimalismo sono tutti dei poeti «puri», alieni da ogni forma di teorizzazione e di speculazione, si dedicano alla «poesia» senza altare, con un approccio laico e scettico, consapevoli della situazione di marginalità della «poesia» nella nuova società mediatica, hanno una attenzione tutta «interna» al fatto poetico. Nessuno di questi poeti nutre interesse all’aspetto critico-militante verso la poesia del Novecento o è realmente interessato all’apertura di un dibattito critico ampio sulla funzione della poesia.  In quegli anni viene, di fatto, messa a punto la tesi storiografica di una presunta «superiorità» della poesia di marca minimalista romano-lombarda rispetto alla restante poesia nazionale. Viene anche canonizzato il «piccolo canone» della linea lombarda come dato di fatto indiscusso, con tanto di ascendenze e discendenze, padri nobili ed epigoni al fine di instaurare una precisa egemonia tematica e stilistica. La poesia di Neri è sintomatica di un generale clima di «riduzionismo» del grande canone della poesia del Novecento, che vede per intenderci, la poesia del primo Montale in posizione «centrale», con a fianco la grande stagione ermetica e, a lato, le forze stilistiche delle avanguardie. Neri riduce la funzione centralistica del primo Montale (scriverà che la poesia di Montale può essere paragonata al flusso dell’acqua di un rubinetto in un fiume in piena), occupando quello spazio «centrale» rimasto vacante con una poesia tutta incentrata su un «riduzionismo» stilistico e un «mimetismo» di matrice narrativa.

Dalla cosiddetta linea lombarda Neri sa trarre lo spunto e l’idea per l’assemblaggio di una scrittura ridotta al minimo comun denominatore, denaturata e de-soggettivata, uno stile cosmopolitico nel senso della sua agevole traducibilità in altre lingue per via della sua narratività riflessa, attingendo un tipo di scrittura che, grazie alla riduzione ai minimi termini degli espedienti retorici, della sintassi e del lessico, è giunta, dopo un tragitto trentennale, alla stazione di una compiuta leggibilità, quasi che quella scrittura non sia stata creata da un soggetto ma che il soggetto l’abbia trovata già pronta. Giampiero Neri giunge a far perdere al testo l’orientamento del testo, nel senso che chiunque e nessuno potrebbe essere l’autore dei suoi componimenti. La tematica e l’oggettistica di Armi e mestieri del 2004 non è mutata da quella del primo libro; di più, replicano la formula originaria con pedissequa fedeltà, giungono a rasentare la labirintite semantica a seguito di due ben distinti procedimenti: a) il procedimento per sottrazione, cui abbiamo poc’anzi accennato; b) procedimento di disparizione del “messaggio”. Di che si tratta? Il testo non contiene alcun messaggio. Rectius, il testo contiene un «finto» messaggio. Il procedimento è centrato sulla «finzione» di un messaggio (preesistente) o di una sospensione del messaggio (preesistente); in realtà, la fraseologia del messaggio è tratta da un «macrotesto », ovvero, un testo di storia, un testo di divulgazione scientifica, di botanica, di cronaca etc. al quale vengono amputate le parti conclusive, o le proposizioni prodromiche, in modo tale che l’alterazione del «testo» base venga recepito come testo in sospensione semantica.

 Ora, ragionando in termini logici, se è assente il messaggio risulteranno altresì assenti sia il trasmittente che il ricevente. La conseguenza di questa strategia della «disparizione» comporta l’abolizione del messaggio e, parimenti, l’abolizione di tutti quegli espedienti retorici, di tutti quegli istituti stilistici che presiedono il registro del testo letterario. Non è un caso che il discorso indiretto e la coniugazione dei verbi al riflessivo e alla terza persona, costituiscano la quasi totalità dell’infrastruttura dei testi; il discorso diretto, che per eccellenza è considerato dagli istituti retorici, quale dimostrazione di autenticità del mittente, viene invece a configurarsi come mero esercizio incidentale, come mera fraseologia intertemporale di una soggettività che si sottrae e che il testo fa di tutto per nasconderla. Grazie a questa «finzione» della «disparizione» la soggettività si è tramutata in intersoggettività, è diventata neutrale. Sarà la citazione implicita che fungerà da fonte di autenticità del testo, relegando la sostanza egolalica del soggetto poetante in un ruolo secondario e trascurabile. Il testo letterario viene così ad essere deterritorializzato (ovvero de-soggettivato e de-oggettivato) di senso e rimarrà privo di orientabilità entro le coordinate di un contesto sintattico e di significato. Non è più incentrato nel soggetto poetico, né perimetra il soggetto poetico, e quest’ultimo viene a perdere la collocazione spazio-temporale, il testo resta in sospensione in uno spazio semantico atopico e acronico. I personaggi di questi testi sono anonimi e indifferenziati: entrano nel testo in tralice, ed escono silenziosamente, come sono entrati, da un pertugio laterale della scrittura poetica.

 Prendiamo una poesia che inizia così: “Era venuta fuori dal suo negozio”; il soggetto non c’è, il soggetto è innominato, succede una ipotiposi che il testo seguente lascia intuire, immaginare, ma l’autore non dà al lettore alcuna indicazione in proposito: c’è qui un problema? Sì, si trata della disparizione del soggetto. Il verso finale della composizione, che è introdotto da una particella avversativa, non aggiunge nulla, né scioglie il dilemma ermeneutico nel quale ci troviamo: “ma erano Tedeschi in ritirata”, lascia il lettore in una situazione di sospensione semantica. Che i tedeschi siano in ritirata o in avanzata è una proposizione interrotta. In un’altra poesia, degli attanti astratti e indeterminati stanno per intraprendere un’azione (“guardavano sorridendo le fotografie”); nei quattro versi che seguono, accade anche qui una ipotiposi; il finale invece di fornirci una qualche indicazione, accentua lo spaesamento complessivo che ingenera il testo che contiene frasi che discordano con le frasi che precedono (“passavano senza fretta da una stanza all’altra”). Il testo non intende significare, non rimanda ad altro significato tranne che alla propria «letteralità». Altrove, sono suggerimenti tratti dalla botanica a dettare al poeta i testi, oppure è un dato di cronaca riportatoci da uno storico antico: «’Si accinsero a costruire la torre’ scrive Flavio Giuseppe / nelle Antichità giudaiche, ‘ed essa sorse con una velocità inaspettata’’». Il lettore si arresta sorpreso e sconcertato da queste sospensioni, medita un senso, ad esempio sul perché la Torre venga costruita con «velocità inaspettata», o quale insondabile significato si celi nel fatto riportato dalle fonti. Da questi pochi cenni appare chiaro che nell’opera poetica di Giampiero Neri il significato viene de-territorializzato, la storia viene appiattita su una superficie unidimensionale.

C’è nella poesia di Neri un movimento di mimetismi, di cinetismi, di «tagli», di finzioni, di artifizi, tali da rendere interlocutorio il messaggio. Il soggetto non comunica più con l’ oggetto. Non ci sono strade che conducano verso il sentiero di un senso o di un significato soprastante: “una varietà di mimetismo/ l’immaginario occhio di Dio che guarda”.

Labirinto

Labirinto

da: L’aspetto occidentale del vestito

1.
L’aspetto occidentale del vestito

A Giancarlo Majorino

Corso Donati, il metrò
scava diverse gallerie ai giardini
radici che non dissero inutilmente
le ossa di qualche romano in provincia
e una valigia di fibra
la ferrovia della stazione Nord,
ora non ricordo tutti i particolari
un tempo passato corre via dietro gli alberi.

*
2.

La Pavonia maggiore o Saturnia
la farfalla Atropo ed altre specie notturne
sono un notevole esempio di mimetismo.
Si adattano in parte all’ambiente
per il colore più scuro e intenso
grigio bruno sulle ali
ma anche per i continui segni
che vi ricorrono in forma di cerchi
e nel modo uguali.
All’origine di questi ornamenti
si incontra una simmetria,
uno schema fissato in anticipo
muove insieme chi cerca
e chi ha interesse a non farsi riconoscere,
una corrispondenza alla fine.

*
3.

Il cattivo tempo è alle porte e consiglia la prudenza, come comanda nostra madre Chiesa.
In concreto il temporale minacciò di far volare un numero straordinario di carte.
Risultava sempre più difficile incontrare il professore, costantemente impegnato nella correzione di qualche compito.
E avendolo visto per caso:
“Il dottor Livingstone, suppongo” disse, mentre gli tendeva la mano attraversando vasti deserti di tavolini rossi e sedie impagliate.

*
4.

L’osservatore si orienta su alcuni particolari. Il colore delle foglie o la presenza di effimere sulle rive dei torrenti. Strani insetti che hanno breve vita, come dice il nome.
Verso il centro della riserva sta il falco rosso, cacciatore notturno. Durante il giorno è nascosto, ma qualche volta attraversa una valletta o una radura, molestato dai passeri.

Giampiero Nerida: Liceo

5.

Villa Nena

La facciata era sicuramente liberty.
Come onde apparivano i balconi
verso il lago,
in parte nascosti dagli alberi.
Nella casa che è stata abbandonata
cigola la porta non chiusa,
della vecchia proprietà
non si hanno notizie da tempo.
E’ rimasto nel quadro alla parete
un documento del ’43,
un attestato che la signora è cittadina straniera
sotto la protezione del Consolato.

*
6

Due tempi

La civetta è un uccello pericoloso di notte
quando appare sul suo terreno
come un attore sulla scena
ha smesso la sua parte di zimbello.
Con una strana voce
fa udire il suo richiamo,
vola nell’aria notturna.
Allora tace chi si prendeva gioco,
si nasconde dietro un riparo di foglie.
Ma è breve il seguito degli atti,
il teatro naturale si allontana.
All’apparire del giorno
la civetta ritorna al suo nido,
al suo dimesso destino.

*

7

Pesce d’acqua dolce

Lavarello è il nome lombardo di un pesce che vive sul fondo del lago. Ha la testa piccola, come di chi deve pensare poco. Ma per la forma si adatta alla profondità. Il colore è bianco argento. Sta nei confini dell’acqua scura, fredda e si suppone pigro e pacifico.
Sul banco del pescivendolo si vede qualche volta, il corpo coronato dal rosso vivo delle branchie.

*

8

Capitolo ottavo, VII

Lo scrittore di provincia soffriva d’insonnia. Si dedicava a ricerche di interesse storico ma non aveva abbandonato i vecchi progetti letterari.
Stava leggendo il finale del capitolo ottavo “anche tu valoroso Casca, le tue lucertole sul muro”.

*

9

Delle misure, dei pesi, III

Del declinante mondo di Maria Signaroli
che abitava da noi in campagna
non si poteva domandare.
Oscillava fra le finestre della stanza,
qualche volta in giardino,
finché cadde sul pavimento.
Era una mattina se ricordo bene,
l’anno il ’32 o il ’33.

*

10

Sovrapposizioni, I

Piegando indietro la testa, l’ospite imitò il verso di un gufo.
Una nota breve, simile a un abbaiare, a un colpo di tosse.
Aveva una barba rada, gli occhi grandi, giallastri.

*

11

IV

Del gufo reale o Sminteo, distruttore di topi, si può dire che è raro. Vive nei boschi abbandonati ma
imbattersi nel suo sguardo severo, nelle sue penne arruffate, può turbare.

*

12

VI

Del suono kiok, kiok, del verso teck, teck.
Procedono dalla forma originaria, senza mutamenti. Segnali di un mondo scomparso.
Qualche volta si sente nella notte un richiamo stridulo, una voce alterata.

Giampiero Neri

Giampiero Neri

da : Dallo stesso luogo

13

Dallo stesso luogo
alla memoria di Edoardo Persico
(Napoli 1900 – Milano 1936)

Come l’acqua del fiume si muove
contro corrente vicino alla riva
si disperde dentro fili d’erba
lontana dal suo centro
la memoria fa un cammino a ritroso
dove una materia incerta
torna con molti frammenti.

*

14

Dove il fitto bosco
scendeva con avvallamento profondo
verso un luogo nascosto
a un tratto gigantesco,
appariva mutato l’aspetto degli alberi
in quel punto
prendeva nome di orrido
.
*

15

Quella strana colonia
di rari villeggianti
era dispersa.
Dei loro campi di tennis
e vani conversari
era rimasto un eco di saluti notturni
di biciclette che si allontanavano
.
*

16

Viaggi I

Era una trappola per talpe
che aveva progettato, una tagliola
per la loro sortita allo scoperto
e del fumo insufflato nei cunicoli.
Ma era passato il tempo
si svolgeva un diverso avvenimento
anche noi diventati talpe
per il variare delle circostanze

*
da: Altri viaggi

17

Segnali

Dei vari colori
pericoloso è il giallo
accompagnato al nero
nella forma dell’ape
e di altre specie più rare,
e la diversità dei grigi
dei bianchi specialmente.

*

18

si era fermato e lasciato cadere la bicicletta
sulla strada, l’amico di mio padre
“se tutto doveva finire…” mi aveva detto abbracciandomi,
era stato il commento.

*

19

Variazione

Si nasconde il gufo sul ramo
durante il giorno,
si adatta a una diversa parte
nel suo breve travestimento.
Ma col variare della luce
abbandona la sua muta inoffensiva,
nella sua forma e figura
si presenta al rituale appuntamento.

*

20

Figura

In quella parte del campo
vicino al deposito di legna
si era levata una figura indistinta,
come una macchia più scura
nel buio della sera,
sembrava un cane che volava sopra i tetti.

*

21

Tracce

Presa fra i sassi dove si nasconde
la lumaca fa udire un breve suono
unico segno manifesto
della sua muta esistenza.
Del suo andare solitario
si vede qualche volta una traccia,
come una scia luccicante nell’erba.

Giampiero Neri

Giampiero Neri

da: Armi e mestieri

22

Da un camminamento
sotto la volta degli alberi
si arrivava a un recinto.
Si erano alzati due vitelli
dal loro letto di paglia
una strana luce
passava tra le foglie.

*

23
a Sossio Giametta

Da quell’intrico di rami
si tendeva il germoglio di un kiwi
incontro al ramo di una betulla.
Si formava un nuovo viluppo
come un piccolo arco di trionfo
che vede il kiwi prevalere
la betulla vicina a soccombere
e l’ospite a meditare nel giardino.

*

24

Mimesi

Delle figure e dei fregi
si osservano sulle ali delle farfalle
e in altre specie diverse
ornamento e difesa insieme,
simili a cerchi e disegni
detti anche macchie ocellari,
sono una varietà di mimetismo
l’immaginario occhio di Dio che guarda

*
25

Di quel teatro all’aperto
delle sue figure disperse
era difficile ritrovare i fili.
Rimaneva il nome di qualche negozio
qualche angolo di strada somigliante
e i pesci a nuotare sotto riva
nelle acque morte del lago

Meeten Nasr

Meeten Nasr

Meeten Nasr Nato a Pesaro da madre sefardita, ha fatto studi di filologia greco-latina,  epistemologia e storia della scienza. Traduttore e saggista è autore di una versione poetica degli Epigrammi di Callimaco tratti dall’Antologia Palatina. Nel 1998 ha vinto il Premio Montale per l’inedito e quindici suoi componimenti sono stati pubblicati nel volume “7 Poeti del Premio Montale” (Scheiwiller, 1999). Nel 2001 Book Editore pubblica Dizionario. Nel 2004  sette sue poesie, illustrate da incisioni e litografie di Simonetta Ferrante, sono pubblicate da Giorgio Upiglio Impressioni Originali di Milano col titolo Il solco del pennino. Queste poesie con altre hanno poi formato nel 2005 la raccolta Atlante del nomade (LietoColle). La sua più recente raccolta Al traguardo di Malaga (LietoColle, 2009) contiene anche le quindici poesie del Premio Montale, oggi introvabili. Ha diretto fino al 2012 la rivista di poesia e di ricerca “Il Monte Analogo”. Scrive di poesia su riviste letterarie quali “Il Segnale”, “La Mosca di Milano”, “Smerilliana”, “Le Voci della Luna” e altre. Nel 2013 ha pubblicato presso Excogita Editore un testo diaristico in prosa intitolato La mosca di Rousseau.

20 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Antologia Poesia italiana, Linea lombarda

DIECI POESIE di Domenico Alvino da “Thauma Donna Domina Domus Prima” Loffredo Editore, Napoli 2014 con un Commento di Giorgio Linguaglossa

Tura Satana, Haji, Lori Williams, ossia Varla, Rosie e Billie come trasformare il deserto del Mojave nel (non) luogo del sesso come pretesto per la violenza

Tura Satana, Haji, Lori Williams, ossia Varla, Rosie e Billie come trasformare il deserto del Mojave nel (non) luogo del sesso come pretesto per la violenza

  Domenico Alvino nativo di Luogosano (AV), ha insegnato lingua e letteratura italiana e latina nei licei della Capitale, dove risiede, ed ora svolge attività di poeta, scrittore, saggista e critico letterario. Ha fatto esperienze teatrali da studioso, autore, interprete e regista. Nel 1973 è stato recensore letterario del quotidiano «L’Unità». Ha elaborato un dispositivo di analisi critica, denominato “critica operazionale”, il cui saggio fondativo, col titolo Poesia e riscrittura di poesia: un modello teorico, è pubblicato su «Aufidus», rivista di scienza e didattica della cultura classica, anno XIII, n. 39, Kepos Edizioni, Roma, dicembre 1999.Ha tenuto conferenze in varie sedi universitarie italiane ed estere su problemi di teoria, storia e critica letteraria, di politica scolastica e di didattica applicata agli studi classici.
Da critico militante, è stato redattore della rivista “Pòiesis”. Suoi testi (recensioni, saggi e opere di poesia) sono altresì apparsi su diverse riviste e quotidiani, quali «Otto-Novecento», «Critica letteraria», «Gradiva», «Riscontri»; «La Mosca di Milano»; «Galleria»; «Fermenti»; «Cartevive», «Ambra», «Altro Parnaso», «Atene e Roma», «Nuova Secondaria», «Il Tempo». Oltre a vari componimenti apparsi occasionalmente su riviste, i libri di poesia pubblicati sono: Il suono d’ombra, Ragusa, Cultura Duemila Editrice, 1992, con prefazione di Concetta Fiore; Dove si formano le piogge, Cittadella (PD), Nuove Amadeus Edizioni, 1996, con prefazione di M. L. Spaziani; L’aria inorientata, Roma, Lo Scettro del Re, 2001; Thauma Donna Domina Domus Prima, Loffredo Editore, Napoli 2014, prefazione di Giangiacomo Amoretti. Dei critici che si sono occupati della sua produzione letteraria si segnalano: G. Capocefalo, M. Petrucciani, D. Pisana, S. Saluzzi, F. Ulivi, S. Gros Pietro, G. Gangemi,L. Nanni, Giorgio Linguaglossa e Donata De Bartolomeo. Membro del Cenacolo dell’Associazione culturale Rossella Mancini, nel 2004 ha tenuto un corso sulla critica operazionale, di cui ha dato conto in due saggi, Concetti base della critica poetica operazionale e Critica operazionale: prove applicative sull’elocutio, pubblicati sul sito dello stesso Cenacolo. Ivi è possibile leggere anche uno studio su Intelletto ed emozione in poesia, ed un altro dal titolo Il problema del linguaggio in poesia. Molti suoi componimenti, in lingua e in dialetto, sono apparsi in rete, dove sono tuttora leggibili.
Indagine su un cittadino al di sopra ogni sospetto 1970 Drammatico Florinda Bolkan Gian Maria Volonté Gianni Santuccio Orazio Orlando Salvo Randone regia Elio Petri

Indagine su un cittadino al di sopra ogni sospetto 1970 Drammatico Florinda Bolkan Gian Maria Volonté Gianni Santuccio Orazio Orlando Salvo Randone regia Elio Petri

Commento di Giorgio Linguaglossa

Domenico Alvino è nato a Luogosano (Avellino) nel 1934, vive a Roma. Nel 1992 pubblica Il suono d’ombra e, nel 1996, Dove si formano le piogge (Amadeus, prefazione di Maria Luisa Spaziani). E’ autore di numerosi saggi sulla poesia contemporanea ed è’ stato redattore diPoiesis”. Domenico Alvino è poeta del disincanto, ovvero, della indirezione. Ma tra indirezione e disincanto v’è una relazione evidente nella misura in cui la perdita dell’orientamento, e quindi della direzione, produce quella particolare attitudine psicologica e gnoseologica al disincanto. L’aria inorientata (Roma, Scettro del Re 2002) è il titolo di un’opera che porrà stabilmente Domenico Alvino tra i poeti più promettenti degli ultimi anni. Tenterò di spiegarne le ragioni. Il disorientamento è una condizione spirituale dell’uomo nel post-moderno, non soltanto un privilegio del poeta; diciamo che il poeta ha anche a che fare con il problema delle parole instabili, anche le parole hanno perduto il loro luogo, non sanno più dove abitare e sono divenute instabili, ed il poeta che voglia conquistare il suo linguaggio deve meditare per forza di cose sopra queste problematiche. Alvino tenta di dare una risposta mediante la costruzione di una poesia modernista, cioè prende le mosse dall’inizio del Novecento, dal linguaggio eburneo  del D’Annunzio, lo travasa nel magma linguistico del parlato quotidiano dell’Italia degli anni Novanta, lo agita e lo ricompone, come per magia, in un dettato asciutto e scombiccherato, dalla sintassi claudicante ma lampantemente chiaro ed efficace. Poeta modernista – Alvino abita il Moderno con la consapevolezza di un argonauta dello Shuttle – cosciente di essere un epifenomeno dell’interminabile linea epigonica delle poetiche degli ultimi vent’anni, Domenico Alvino reagisce con grandissimo vigore, descrive con inaudita circospezione la deriva fenomenica del disincanto, proprio quando il sortilegio universale imperversa, costretto e spintonato entro la linea di demarcazione dell’esaurimento delle poetiche post-sperimentali e post-orfiche. Tra ironia e disincanto, dopo il diluvio e l’ipocrisia e la cecità i suoi personaggi vanno avanti e indietro, vagano, si interrogano, chiedono ma tutto è chiuso, sprangato, le saracinesche abbassate, i fili tagliati. Leggiamo una sua poesia:

E’ scuro, non si vede niente qui./ Non entra mai nessuno. La vita / si svolge nelle stanze basse./ Accendi. Ma che cosa./ Hanno tagliato i fili. Tanto/ non serviva. Una finestra almeno./ Me le hanno chiuse. Murate./ Ma quando. Mah, sarà un anno / o due, o venti. Non ricordo./ Furono quelli delle tasse

  Non c’è dubbio che la sintassi franta, la composizione paratattica, le unità di articolazione quasi del tutto assenti costituiscono gli elementi fondamentali dello stile. La punteggiatura fitta ed irta, divide e taglia le unità della proposizione determinando quel caratteristico moto a singhiozzo, stop and go, l’andirivieni continuo ed asfissiante tra la retromarcia innestata dalla punteggiatura e la spinta inerziale della sintassi; senza dimenticare che il linguaggio svaria da neologismi di impianto dialettale di Luogosano a lessemi di un italiano colto ormai caduto in disuso. Il senso di disorientamento che coglie il lettore dinanzi a questo stile è del tutto giustificato. Alvino vuole rendere tattilmente, lessicalmente evidente questo spaesamento generale del linguaggio, privo ormai delle coordinate giustificatrici della tradizione. I suoi “interni” sono tutti disturbati da eventi atmosferici e da una sismografia generalizzata del lessico così da generare uno smottamento sotterraneo dei significati senza ricorrere all’ausilio di alcun gioco dei significanti. E questo è importante da sottolineare per tracciare una sicura linea di demarcazione tra le operazioni di matrice post-sperimentali e quella portata avanti da Alvino. Inoltre, gli “interni” di Alvino sono costruiti giustappunto con la tecnica del “giallo”. Il poeta di Luogosano dissemina il testo di trappole semantiche, di sviamenti, di nascondigli lessicali, di divagazioni e di sospetti: qualcosa deve avvenire, c’è il presagio, c’è l’iter del delitto avvenuto o che sta per essere compiuto (ma da chi?). Il testo è straordinariamente tattile e duttile e straordinariamente incerto ed ambiguo. In questo compito Alvino si rivela un vero maestro, non concede quasi mai nulla al lettore, non indulge mai alla seduzione del testo, non consegna mai laccature o cromatismi, disdegna eufuismi ed eufemismi e preferisce sempre indicare chiaramente le cose, le sue proposizioni sono dichiarative; proprio come il linguaggio giudiziario procede mediante enunciati dichiarativi quello di Alvino si dipana mediante microcitazioni dichiarative, le quali  assemblate ed assiepate le une accanto alle altre, invece di gnerare un testo normativo, produce, con somma sorpresa, un messaggio sommamente ambiguo proprio per l’incidentalità e la molteplicità delle informazioni in esso contenute. Qua e là affiorano relitti dello stile gnomico: “Il deserto è inoltre improvviso e violento/ e spiana foreste nel sangue e accumula pietre nell’occhio” 2), ma si tratta appunto di reperti archeologici e, per forza di cose, proprio in questi frangenti il linguaggio dell’autore si arricchisce di metafore come per nascondere e dissimulare la nostalgia per un linguaggio pienamente significante. Leggiamo ancora una poesia inedita intitolata Il banco dei pegni:

Adesso andiamo, aspetta, un momento / Solo che smetta di piovere./ Quasi non c’è più vento. E poi chi ti dice che chiude / Il Banco. Asciugati le guance. Aggiusta i capelli // Ecco. Faremo a tempo. Ha già spiovuto. C’è solo qualche goccia./ Il guaio sono le pozzanghere. Devi andare da una pietra all’altra./ Scegli le più lisce. Questa forse… o l’altra lì. Hai suole sottili (…) Vieni. Si vendono calosce, qui all’angolo. Fa piano t’inzaccheri./ Adesso è bello il tempo. Vieni. Il Banco è vicino./ Sotto quell’insegna al neon./ Spenta.

Questa retorizzazione è il prodotto del carattere non vincolante degli enunciati legati/separati dalla categoria dell’inferenza. Ogni enunciato porta con sé l’alterità, si presenta come flusso in divenire del sistema degli enunciati. Essi rimandano, in ultima istanza, mimicamente e mimeticamente, annunciano, sornionamente e lacanianamente al fatto che anche l’inferenza finirà un giorno per indebolirsi a causa della presa d’atto della non-identità e della propria costitutiva paradossalità. Poesia intimamente tragica quella di Alvino per questa invasione della paratassi, per questo azzoppamento sintattico e semantico, per questo ghigliottinamento-deglutizione del flusso dichiarativo dentro il buco nero di una gigantomachia.

Ursula Andress in La decima vittima directed by Elio Petri, 1965

Ursula Andress in La decima vittima directed by Elio Petri, 1965

 Indice

Tra ombre annunziando l’alba
Di notte incontra una sconosciuta. 17

Con qualche filo di nebbia
case forse o frantumi
silenziosi precipitavano
restando fitti in piedi:
mi sorpresi a camminare in fretta
sotto le stelle impallidite
tra ombre annunziando l’alba
venivi piccola da parere altra
cosa ammantata d’alba
o del risveglio di luci
assopite per le vie del sole:
ma eri chioma e mantello
neanche un po’ di volto
lontano
avvicinandoti poi
sotto le ciglia candore
che solo uno sguardo feriva o filo
di sospetto forse:
ma io raccoglievo frantumi
di desiderio
intorno all’ambio sinuoso
non altro in quell’ultimo lembo
di notte che moriva
e di cielo.

.
(Anni Sessanta).

Tu eri
Per la stessa: nostalgia. 27

Oh, dove
sei
tu eri e le cose no
la strada, il silenzio del vento
sotto il mio essere quel momento
tu
eri in quel mentre lì d’allora.

Mercoledì 27 ottobre 2010.

 by the meg-booby Tura Satana. I love how she looks in the film - all huge tits, huge arse with teeny wee waist, clad in black high waisted jeans and leather gloves.

by the meg-booby Tura Satana. I love how she looks in the film – all huge tits, huge arse with teeny wee waist, clad in black high waisted jeans and leather gloves.

Fulmine e lampo perduto
Di Adamo ed Eva, appena lì nell’Eden,
che si dicono di sé. 28

Che c’eravamo
un cercare l’un nell’altro
un tempo
vuoto
da compiere dell’altro
l’uno
e nessuno
c’era in quel noi
lì assetato di presenza
per anni
il pensiero s’era calato in alture
altre da quelle dove noi
lampi
ci eravamo
nel nostro fulmine
accesi
che ancora
Mnemosine protraeva
nel mare del possibile
tenuto aperto
in noi.
Eccolo di nuovo ora
che
l’un venuto all’altro
l’uno è dell’altro il lampo
e siamo
unicamente siamo
un solo eterno lampo
sopra il nulla
sùbito…
e…
spentosi
forse l’un nell’altro
non ci quieteremo
nella nostra voglia eterna
inadempiuta
ché avrà la nostra carne
senza il pensiero attinto
e perduto
ch’è un lampo
la vita.

Roma, 25 giugno 2011.

Lontananze
Tra sogno e dicerie. 34

Ci sono luoghi
a Bologna o altrove
ristoranti o salotti o sale di conferenze
o di ballo o spiagge
anche lì fra terra e luce
dove arrivando una donna
manda intorno un po’ di sguardo in cerca.
E trova
che l’aspettava
uno come un cieco smarrito
una mano
che lo indirizzi.
Vi lega una ministoria
fatta di cenni e sguardi
una stretta, un sorriso
un affaccio l’uno dentro l’altra
un annuso d’incavi,
di secrete
come una volta da ragazzo
nella falegnameria
stando al buio
e lei tutta offerta in luce
d’una ministoria
portata via dall’ombre
come altre poi
fatte miseramente
cadere.

I presenti intanto
se ne sono andati uno ad uno.
Il locale sta per chiudere.

Roma, 26 gennaio 2006

Faster, Pussycat! Kill! Kill! Russ Meyer's cult sexploitation movie inspired Cullinan Richards' trip to Scunthorpe Photograph Everett Collection  Rex Features Everett Collection

Faster, Pussycat! Kill! Kill! Russ Meyer’s cult sexploitation movie inspired Cullinan Richards’ trip to Scunthorpe Photograph Everett Collection Rex Features Everett Collection

Tra i capelli ritinti
De bicodulis femininis. 110

Un vento è
tra i capelli che tingi
pezzi di buio ne cadono
d’attorno i sorrisi al serpe che sorride.
Come può succedere
che metta un piede
sul capo di chi le onora
come
lo accarezzano mentre
dicono amore
a chi di coltello cercano nelle viscere
il punto della vita
come
così ridenti che
angeli prigionieri
vi svolazzano e poi ecco
la loro letizia smuore
e vogliono la fuga…

Novembre 2011

Dolore
Parole da dirsi dall’innamorato all’amata che lo ricusa. 131

Questo dolore
edificato
un me edificato
con un terrazzo senz’aria
finestre appena murate
e oblò che dicono di mare chiuso
con l’aria che si chiude il respiro appresso
questo dolore calotta
esposta
alla canicola
questo dolore con fondamenta
dure
sale rampe ripide
poi di lassù s’insacca quale
anima di ferro
in cemento
in cemento
questo dolore
di te.

Roma, 6 ottobre 2011.

Domenico Alvino

Domenico Alvino

Amore che presta ali
Idem eidem de eodem. 132

Se lo fai uscire poi
tutto crolla
sta un po’ in caduta
sospeso
altissimo
e poi precipita che non lo raccogli
di secolo in secolo che sarai
pensiero
d’uno o di alcuno
maculato di tale desiderio,
di te stesso
abbandono a tale
reiezione…
Ma quale
crepuscolo di idee ora ti abbruna
verso quale buio
che non vedi o riconosci più
amore
che ci presta ali.

Roma, 6 ottobre 2011.
Il giorno dei morti
È lei che attiva e disattiva la vita. 158

È finito il tempo
disse al mattino seduta sulla sponda
è finito
il tempo. Io
non dissi niente
mi alzai e me ne andai
e smisero gli uccelli
mi uscirono dalle vene
dei morti
mi morivano ancora
nei polsi
i vivi non avevano un respiro
solo
morti nomi giù
nei tèndini
me ne andai
alla deriva
per dimenticanze.

Roma, 26 aprile 2004

domenico alvino

Sotto il biancore di pelle

Dov’eri
che non ti vedevo
sotto il biancore di pelle
il lampo d’occhi azzurri
o neri
sotto
i fianchi melodiosi
i capelli, la bocca
dove morivo
annebbiandomi in tremori.
Dunque eri lì nascosta che non
ti vedevo
e fuggivo via
e nessuna mi trovava.
Ora sono qui orfano e
vedovo e
monco e fiato senza
un getto.
E invece tu ancora
dove sei
forse su una stella persa
che non mi senti.
Anzi la voglia ti è passata
e punti a un Dio
che si cancella
e ti cancelli.

Roma, 25 dicembre 2007

Sera sul piede
Dante, in sospetto, a Beatrice, o Petrarca a Laura, 168
come fosse Nino a Semiramis, “che a vizio di lussuria fu sì rotta…”

Io e te da soli mai
fu che avvenne l’alba
e poi giù sera
sul piede
oltre la soglia
era il cuore oltre il muro
tu nel chiuso lì
lontana
quanto stella persa
tra satelliti
cupidi
rantoli
io ne sentivo
di parole e gemiti…
Negli occhi
mi si alzava grande
un letto
in uno specchio
nudi
diavoli
proni
avanti altri a battere ad arieti
e tu maestra indotta
a ridere sotto i colpi
o da parte lì schiusa
al tuo rantolo
fino
al culmine lancinante.

Roma 29 ottobre 2011.

9 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Antologia Poesia italiana, Domenico Alvino, Loffredo editore, Thauma

CINQUE POESIE di Ivan Pozzoni, Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, Villasanta, Limina mentis, 2015 (10 €) con un Commento di Giorgio Linguaglossa.

patrick caulfield

patrick caulfield

dalla Prefazione di Giorgio Linguaglossa

 La sapienza tattica di Ivan Pozzoni fa uso della parola-segno, della parola-mezzo in conseguenza della presa d’atto del tramonto della Parola giudicante o della Parola simbolica per approdare ad una Parola Anti-parola, una parola conflittuale figlia del processo democratico del decadimento e della confusione di tutte le lingue e di tutti i linguaggi, nell’abisso della intermediazione di tutti i linguaggi degradati a linguaggi veicolo, linguaggi da trasporto, nastri trasportatori di linguaggi merce e di linguaggi oggetti. Questa mediatezza della lingua (prodotto dalla civiltà dei segni), l’impossibilità di comunicare immediatamente il «concreto», è l’abisso dell’astrazione, per Benjamin terza conseguenza del «peccato originale linguistico». Questo uso degli elementi astratti della lingua nella «poesia» di Pozzoni si converte nella pirotecnica virulenza derivata dall’abbandono del «nome» e della sua capacità denominante. Di qui per Pozzoni l’asservimento della lingua nella «ciarla», cui segue l’asservimento delle cose alla lingua dei segni secondari, terziari, quaternari etcetera (con buona pace della forma-poesia), fenomeno questo attiguo alla infinita intermediazione dei linguaggi dei segni: la disseminazione del linguaggio dei segni in una entropia dei linguaggi non più denominanti. Il «segno» non è più impronta divina del «Nome», ma impronta di un altro «segno» in fuga perpetua, trasformazione del comunicabile in comunicabile, cancellazione del comunicabile, cancellazione dell’oggetto, cancellazione della cancellazione in un moto vorticoso e perpetuo, carnevalizzazione della cancellazione in un moto entropico perpetuo.

Patrick Caulfield

Patrick Caulfield

Ha scritto Walter Benjamin che Baudelaire «si è reso conto per primo, e nel modo più ricco di conseguenze, che la borghesia era sul punto di ritirare la sua commissione al poeta»[1]. In Les drames et le romans honnetes[2] Baudelaire precisa che è l’intera letteratura ad esser coinvolta, non solo la poesia; infatti la borghesia, che ha soffocato la rivoluzione proletaria del febbraio del ‘48, che si è costituita in «partito dell’ordine», quell’«ordine» la cui tutela ha affidato a Luigi Bonaparte, non può che ritirare agli intellettuali la «commissione» rivoluzionaria che aveva affidato loro ai tempi dell’Enciclopedia. In cambio, gli intellettuali si vedono affidare una nuova «commissione»: produrre una letteratura fondata sul «bon sens», sulla «morale» e sull’«honnêteté», una letteratura per «notaires» e «grisettes sentimentales». Gli intellettuali sono ingaggiati per assicurare questa tutela e per procurare e controllare il «consenso spontaneo» (dizione di Gramsci) all’indirizzo culturale che corrisponde agli interessi della borghesia. Mutatis mutandis, è ovvio che, ai giorni nostri, questa problematica irrisolta (sulla «poesia onesta» di sabiana memoria è preferibile stendere un velo di silenzio) riaffiori quasi ad ogni generazione riproponendo i medesimi termini con i quali la questione era stata formulata da Baudelaire. Ed è ovvio che la poesia e la letteratura più avvertite oggi tentino una sortita «rivoluzionaria», anticonformista, trasgressiva laddove la produzione letteraria maggioritaria appare informata di bon ton e di morale, oltre che di autosedicente «onestà». L’atto di insubordinazione per un autore avvertito ed acuto come Ivan Pozzoni consiste in questo, nell’essere, o meglio nell’apparire, «miope e astigmatico», nello scrivere «hyperversi», nel rendersi irriconoscibile, camuffarsi, assumere maschere, giocare con la sua condizione di orfano, di ibrido, di parricida della poesia educata e forbita che ha fatto anticamera nelle sale d’aspetto del gusto corretto del conformismo. Per Pozzoni si tratta di una questione di sopravvivenza, di fare dell’autenticità una inautenticità, e di quest’ultima una dis-autenticità, secondo una strategia del funambolo, del buffone, dell’ibrido, dell’escreto, del saltimbanco di palazzeschiana memoria. Questo istinto del parricida (parricida delle istituzioni stilistiche), costituisce una invariante che attraversa tutti gli atti poetici finora attuati dall’autore dai suoi esordi fino a quest’ultima opera. Il parricida, l’escreto, il ribelle assoluto, colui che rifiuta la tradizione e la contemporaneità, colui che rifiuta la forma-poesia, che si vuole porre nella terra di nessuno, nel limen, nella chora non solo per non essere riconosciuto, ma anche e soprattutto per non riconoscere ad altri la legittimazione ad occupare il campo della «poesia» ormai diventata una merce satura di «bon ton», di «morale» e di «onestà». Pozzoni fa di tutto per non essere riconosciuto; vorrebbe, ma un istinto segreto gli dice che non può, e allora carica e sovraccarica di antagonismo linguistico e di escrescenze i suoi componimenti per renderli irriconoscibili ed irricevibili alla società letteraria che vale. Per Pozzoni la poesia non può essere se non attraverso l’esperienza dell’impossibilità ad esser poesia.

 [1] W. Beniamin, Parco centrale in Angelo Novus Einaudi, 1975 p. 130
[2] C. Baudelaire, Les drames et les romans honnêtes, in Oeuvres complètes, Bibliothèque de la Pleiade, Paris 1963 pp. 617-22

Ivan Pozzoni Qui gli austriaci Cop  QUI GLI AUSTRIACI SONO PIÙ SEVERI DEI BORBONI

L’austriaco, di vera stirpe ariana, è molto severo, non si incanta,
achtung kaputt kameraden, pretende massima flessibilità
in modo da rimettere l’Europa intera a quota Novanta,
bombarda le borse di Milano assolutamente gratis,
meglio di quanto fecero Radetzky o Bava Beccaris.

Potremmo tentare ancora con uno sciopero del tabacco,
mischiando hashish a marijuana con distacco,
anche se non credo che funzionerebbe lo sciopero del lotto,
siamo troppo lontani dai moti del 1848,
ora l’intera nazione tira a arrivare alla mattina,
sognando di incassare un ambo o una cinquina.

Sperando in un ritorno della dinastia Borbone
i milanesi non sono avvezzi alla rivoluzione,
scalpitano, reclamano, ti mandano a cagare,
tornando il giorno dopo in ufficio a lavorare,
non avendo l’energia dei siciliani buontemponi,
l’unica regione a statuto speciale a protestare coi forconi.

Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni,
la Merkel tuona da Bruxelles minacciando risoluzioni
del Consiglio Europeo, in cui siedono retribuiti in modo sovrannazionale
i vari prestanome dell’una o dell’altra multinazionale,
indecisi, con rigorosità scientifica tutta teutonica,
se far fallir la Grecia o un’azienda agricola della Valcamonica.

GUL MAKAI

Il tuo nome è Malala, Yousafzai,
nome impegnativo da pasionaria pashtun,
da Giovanna D’Arco afghana,
su una ragazzina di quattordici anni,
studentessa nella regione pakistana di Swat.

Il tuo nome è Malala, Yousafzai,
scoppia, rumoroso, come il proiettile
di un kalashnikov infilato nel tuo cervello,
a quattordici anni, rivendicazione,
da barbudos difensori della shari’a,
di talebani repressi (dall’invasione occidentale).

Il tuo nome è Malala, Yousafzai,
desideravi fare il medico, una vocazione,
combatterai, tra vita e non-vita, negli ospedali di tutto il mondo,
simbolo di una nuova generazione,
«Dov’è Malala?», chiese il tuo aggressore,
e, da te terrorizzato, sparò.

Il tuo nome è Malala, Yousafzai,
continuavi ad andare a scuola
contro un’interpretazione brutale della shari’a,
rinominandoti Gul Makai, sul tuo diario,
mentre talebani decapitavano, a Swat,
innocenti vittime di comportamenti anti-islamici.

Il tuo nome è Malala, Yousafzai,
fiero Fiordaliso dello Swat.

 brocca, Patrick Caulfield

brocca, Patrick Caulfield

L’OFFICINA DEI MORTI DI FAME

Ai margini dell’ex-Brianza commerciale, oramai fitta di capannoni sfitti
si erge nella sporcizia, morale e materiale, degna di una fabbrica di catrame
l’Officina dei morti di fame.

Sognando di avere creato un impero industriale degno d’un Ferrero
verrà ad accogliervi, all’entrata, in sella all’inseparabile muletto
un omino tutto nero, voncione cromatore, crapapelada col baffetto,
d’etimologia hitleriana, sdrucito maneggione finto burbero,
arricchito dai famosi anni ‘70 crestando su stipendi e tasse,
con cinque o sei operai scazzati a sbrogliare ogni tipo di sua impasse.

Voncione il cromatore è l’arroganza dei dementi
che alzano la voce con i deboli leccando i culi dei potenti,
è sintesi dell’ignoranza dell’uomo che ha sempre in tasca una soluzione
truffare il fisco, fare nero, inquinare, scampando sempre la prigione,
grazie ad appoggi comunali e a un esercito di ragionieri, dotti consulenti,
vantandosi d’un’azienda che ha come massimi clienti
vecchi collezionisti di cianfrusaglie bisognosi di cromar bulloni.

Pontifica su tutto, dalla contabilità semplificata alla calligrafia
e a scrivere un’email di tre righe, sgrammaticata, ci mette il tempo d’una serigrafia,
mischiando orografia e ortografia, voncione il cromatore,
confonde i monti con Tremonti, la valle con la torta
che si spartisce insieme al figlio Topgàn, maestro di gestione e controllo sulla carta,
la carta dei vini al ristorante, dove trascorre le giornate a non far niente.

Chi si avvicini alla Cascina adotti massima attenzione
alla famiglia milionaria di voncione il cromatore,
capostipite, in un magazzino colmo di ciarpame,
dell’Officina dei morti di fame.

PENSO CHE ALL’INFERNO SI PARLI INGLESE

L’importante è iscriversi a un corso d’inglese, conversare in un inglese impeccabile,
anche se non si ha niente da dire, soprattutto se non si ha niente da dire,
arrivare a non aver niente da dire è un must di ogni nazione civile.

L’inglese è indispensabile, è l’idioma della Lehman Brothers,
dell’alta finanza che naviga su internet, nel cyberspace,
senza inglese non si trova lavoro, non padroneggiare l’inglese è un disdoro,
il macellaio si intristisce a colloquio con la mucca Highlander,
il meccanico non comprende il senso delle Goodyear,
l’impiegato d’un’azienda galvanica, con baricentro tra Renate e Carate Brianza,
si smarrisce a far bolle in brianzolo con l’inglese che avanza.

L’importante è iscriversi a un corso d’inglese, e non sia un corso di còrso,
all’inglese l’imperatore Napoleone non avrebbe mai fatto ricorso,
english is the language of future, benché, a noi, generazione no future,
non serva l’inglese, ma serva soccorso.

Glocalizzati, novelli servi della gleba, incatenati al territorio,
coviamo la funesta sensazione che l’italiano ci accompagni all’obitorio,
senza dovere mai rimpiangere di aver sprecato denari,
in corsi, insegnanti, lezioni e dizionari,
perché, abituati a spingerci al massimo fino a Varese,
abbiam la certezza che all’inferno, almeno, si parli inglese.

Patrick Caulfield was one of the pioneers of British Pop Art, his work is my favourite from a British artist and I actually bought, 'I've only the 2

Patrick Caulfield was one of the pioneers of British Pop Art, his work is my favourite from a British artist and I actually bought, ‘I’ve only the 2

MY BROTHER IS DEAD – FRATER MEUS MORTUUS EST

Non ho mai temuto di rinchiudermi in una cella francescana,
frate Leone butterato, 1.83 cm x 90 kg, colosso di porcellana,
a chiedermi come fai ad essere ancora innamorata e attratta,
me lo domando ogni volta che mi accosto un boccone al viso,
ingurgito tutto, desidero invadere il mondo, come un frastornato Narciso,
non mi muovo, disoccupato immerso nel lavoro, mi invento nomade sedentario
non rimanendomi altro da donarti che un bicchiere di Bellini misto ad un abbecedario.

Annego la mia fragilità in cocktail di alcool, Delorazepam e Paroxetina,
mi immergo nella lotta sondando Bauman, distante da una generazione allevata a cocaina,
convertendomi in menestrello – dovrei assomigliare a un elfo, non ad un troll-
canto con la sgraziata cacofonia, in un capannone industriale, di una fresatrice Bosch,
sperso auf Das Narrenschiff, sperimentati tutti i vizi, e, adesso, avanti marsch
con amore, casa, affitto, bollo, benzina, neutralizzato anarchico in dolce quarantena,
mi batto, cotidie, a disinfettare i tuoi sogni da trentenne minacciati da cancrena.

Non è che la bruttezza mi avvantaggi sul carattere, schivo come Salinger
il successo di The Catcher in the Rye, non riuscendo a trasformarmi in challenger
delle angoscianti sfide di ogni giorno, morto di fame vs. morto di fame,
mi avvicino ad essere l’anti-eroe omerico zittito da Odisseo, Tersite,
soffrendo mal di testa atroci dovuti a calci in culo e sinusite,
barcollo, senza mai mollare, ai ripetuti cali di energia:
governi corrotti, disoccupazione e riforme inutili fanno una bella sinergia.

Giano bifronte è morto nell’utero d’una vita baldracca
che non desidero affrontare coi lamenti striduli d’una checca,
resto da solo, davanti alla tastiera, condannato a smettere di battere a quattro mani,
troppo spesso, sciocco arrogante, m’arrogo d’esser Gulliver tra lillipuziani,
e non considero un disonore, ogni volta, debuttare a fianco d’un debuttante,
significa che l’arte non è morta, infettata dalla necrosi del contante.

Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976; si è laureato in diritto con una tesi sul filosofo ferrarese Mario Calderoni. Ha diffuso molti articoli dedicati a filosofi italiani dell’Ottocento e del Novecento, e diversi contributi su etica e teoria del diritto del mondo antico; collabora con numerose riviste italiane e internazionali. Tra 2007 e 2014 sono uscite varie sue raccolte di versi: Underground e Riserva Indiana, con A&B Editrice, Versi Introversi, Androgini, Mostri, Galata morente, Carmina non dant damen e Scarti di magazzino con Limina Mentis, Lame da rasoi, con Joker, Il guastatore, con Cleup, Patroclo non deve morire, con deComporre Edizioni; tra 2009 e 2014 ha curato le antologie poetiche Retroguardie (Limina Mentis), Demokratika, (Limina Mentis), Tutti tranne te! (Limina Mentis), Frammenti ossei (Limina Mentis), Labyrinthi [I], [II], [III], [IV] (Limina Mentis), Generazione ai margini, NeoN-Avanguardie, Comunità nomadi e Metrici moti (deComporre); nel 2010 ha curato la raccolta interattiva Triumvirati (Limina Mentis). Tra 2008 e 2014 ha curato i volumi: Grecità marginale e nascita della cultura occidentale (Limina Mentis), Cent’anni di Giovanni Vailati (Limina Mentis), I Milesii (Limina Mentis), Voci dall’Ottocento I, II e III (Limina Mentis), Benedetto Croce (Limina Mentis), Voci dal Novecento I, II, III, IV e V (Limina Mentis), Voci di filosofi italiani del Novecento (IF Press), La fortuna della Schola Pythagorica (Limina Mentis), Pragmata (IF Press), Le varietà dei Pragmatismi (Limina Mentis), Elementi eleatici (Limina Mentis), Pragmatismi (Limina Mentis), Frammenti di filosofia contemporanea I e II (Limina Mentis), Frammenti di cultura del Novecento (Gilgamesh), Lineamenti post-moderni di storia della filosofia contemporanea (IF Press), Schegge di filosofia moderna I IIIIIIVV VI (deComporre); tra 2009 e 2014 sono usciti i suoi: Il pragmatismo analitico italiano di Mario Calderoni (IF Press), L’ontologia civica di Eraclito d’Efeso (Limina Mentis), Grecità marginale e suggestioni etico/giuridiche: i Presocratici (IF Press) e Libertà in frammenti. La svolta di Benedetto Croce in Etica e Politica (deComporre). È con-direttore de Il Guastatore – Quaderni «neon»-avanguardisti; è direttore esecutivo della rivista internazionale Información Filosófica; è direttore delle collane Esprit (Limina Mentis), Nidaba (Gilgamesh Edizioni) e Fuzzy (deComporre Edizioni).

53 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Antologia Poesia italiana, critica della poesia, poesia italiana contemporanea

POESIE SCELTE di Rosa Riggio da L’orizzonte alle spalle. Breviario d’amore (2015) con un Commento di Giorgio Linguaglossa

foto Renato Mambor

foto Renato Mambor

Rosa Riggio è nata a Siderno, in provincia di Reggio Calabria e vive da alcuni anni a Viterbo. Laureata in Lettere e in Beni culturali, insegna Lettere nella Scuola superiore.

Ha pubblicato, nel 2005, Un elaborato silenzio, (ed. Il filo), che ha ottenuto la Targa di riconoscimento – Premio L’Iride (Città di Cava de’ Tirreni) e L’orizzonte alle spalle, ed. FusibiliaLibri, 2014. Ha esposto i propri lavori materici e collage in diverse collettive di pittura a Viterbo. Del 2014 è la sua prima personale, Le forme dell’orizzonte, presso la Bottega delle Arti di Viterbo. Si occupa di critica letteraria e cura la rubrica di critica alla poesia contemporanea per la rivista NiedernGasse.it

 Commento di Giorgio Linguaglossa

 La poesia di Rosa Riggio ha preso congedo dalla forma-concerto della poesia ragionante e argomentante poggiata sullo zoccolo duro del Novecento, che va da Lavorare stanca (1936) di Pavese a I quanti del suicidio (1972) di Helle Busacca fino a Giorgia Stecher con Altre foto per album (1996), ed ha optato per la poesia da camera, poesia dove ci sono soltanto due strumenti: il violino e il pianoforte. Il violino fa le veci dell’io e il pianoforte fa le veci del mondo, e la forma-poesia è già data: narra un incontro, o meglio, il mancato incontro tra l’io e il mondo, con «l’infinito alle spalle», «l’orizzonte alle spalle», «l’infinito da una parte». Dov’è l’io?, si chiede l’autrice, che risponde:  «Sto nelle cose», «nessun mittente», «dietro la soglia»… Insomma, l’io della Riggio è disperso, dis-locato, frammentato, sta in tutti i luoghi, in tutte le cose, e non sta in nessun luogo, è questa la condizione esistenziale dell’io; e poi il fatto che si tratti di un «Breviario d’amore», come recita il sotto titolo, a mio avviso rischia di rivelarsi fuorviante, perché l’amore è  una condizione particolarissima, anche se privilegiata, d’esserci dell’essere, una esperienza non ripetibile, una esperienza che consente sì  l’incontro con l’Altro, ma anche con il vuoto. Questa di Rosa Riggio è dunque una poesia esistenziale che riesce bene laddove trova l’espressione aforistica («Dentro di me continuo a precipitare»), il dettato breve e asciutto, il lessico basso, i toni sotto controllo pressorio. C’è una termodinamica dei tropismi esistenziali che distribuisce la materia esistenziale, ma c’è anche una materia oscura insieme a quella visibile, e un’energia oscura che trascina e divora la materia visibile. C’è il quotidiano e la riflessione sul quotidiano alla maniera del«diario», un quaderno aperto sul quale appuntare le nostre esperienze più intime.

Rosa Riggio

Rosa Riggio

Rosa Riggio da L’orizzonte alle spalle. Breviario d’amore (Fusibilia, Viterbo, 2015) pp. 84 € 13

Niente mi resta. Immutato presente.

Lascio sul tavolo le tracce incustodite
della memoria. Segni di un incauto passato.
In calce l’acuta follia di un’ipotesi muta
una voce di trasparente energia.

*

Niente accade per caso, hai detto
e sono tanti i momenti che precedono
il tempo, il giorno, l’ora.

Era settembre. In apparenza
niente accadeva. Forse una vibrazione minima
nell’aria, uno spostarsi di luce.

Più tardi, davanti allo specchio, cercavo
un appiglio, la forza nel volto
in fuga, lo sguardo oltre l’abisso
(smarrimento dell’io)
troppo tardi per riavvolgere il nastro.

Tutto compiuto? Quanti occhi
quante visioni in corsa nel tempo
dal big bang all’apocalisse
fino a questo spostarsi lento
di ogni cosa, moviola del
nostro raggiungerci, ma dove e quando.

Oh avvenire, raccogliersi è un ordine
del fato nel qui, nell’adesso.

*

Verso dove, dove mi porti
cuore in fuga,
sconosciuta vendetta.

Ho stretto un patto con l’infinito
ho, di nascosto, tessuto la tela.

E’ enorme adesso
in agguato
dietro il rumore della mia infanzia
ha occhi di rara potenza
ed avanza

sono io quell’ombra.

*

Non c’è poesia, non c’è pace.
L’infinito alle spalle. Un epilogo muto
nel centro obliquo dell’io.

*

Rosa Riggio

Rosa Riggio

Dopo l’attesa, cosa resta?

L’orizzonte alle spalle, l’infinito da una parte,
corrosa la voce del passato, finisce così?
porte chiuse, passi veloci
perduta ogni cosa, senza la grazia
dell’oblio
niente che si smemori

eppure, ciò che deve essere fatto
va fatto
e continuano i giorni
ostinate ordinarie presenze

si perpetua il quotidiano ronzio.

*

Sto nelle cose. E ogni gesto che faccio
si fa da solo, staccato da me.
Da quella distanza mi guardo
e quella cosa che cade dall’occhio
è una dura consistenza.

*

Non so come faccia a non cadere,
a mantenere la posizione eretta.
Dentro di me continuo a precipitare
in quella mattina.
E mi chiedo
come abbiamo potuto
sopportare che il tempo
ci sopravvivesse.

*

Così continuo ad avanzare. E retrocedo.
Ritrovo il momento, davanti a me:
spudorato assente che non teme di esistere
e mi provoca, ancora. Se provo a guardare oltre
non vedo altro istante. Cos’è accaduto al mio tempo?
Si rifiuta di scorrere, franto, devia, ferreo e ostinato.
Allora c’è qualcosa, in questa vita, che non sa cos’è morire.

*

Rumore di spade.
Accarezzo la lama di questo verbo
distratto. Dove ho lasciato le carte?
No, nessun mittente.
Si sono prese ciò che era loro
il rito antico
di fiabe senza nome.
Un gesto deciso
poi nulla.

*

Non mi posso permettere tutte le parole
(il vuoto è uno scrigno).
Non me ne posso permettere una.
Chiuse le porte. Altrove gli occhi.
Non rispondono.
Sono dietro la soglia, prossimi.
Non lo posso permettere.

*
Il tragitto è compiuto
intero
negli occhi
l’unico luogo dove
ogni cosa
è al suo posto.

13 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Antologia Poesia italiana, critica della poesia

SEI POESIE di Giorgina Busca Gernetti “Ombra della sera”, “Non mi conosco”, “Nell’azzurro”, “Nella grotta”, “Nella chiaría dell’alba”, “Identità” sul TEMA DLL’AUTORITRATTO O DEL POETA E LO SPECCHIO O DELL’IDENTITA’

foto Renato Mambor

foto Renato Mambor

È stato detto che l’autoritratto è il genere artistico egemone della nostra epoca, il più diffuso, ma anche il più problematico. Antonio Sagredo preferisce la dizione «Il poeta e lo specchio», ma lui intende lo specchio deformante, la figura che il poeta vede allo specchio è un Altro, ma è mediante l’immagine allo specchio che noi ci riconosciamo. Il problema dunque del «poeta e lo specchio» è quello della identità. Possiamo dire che una larghissima parte della attuale produzione letteraria del Novecento e contemporanea (romanzo e poesia) appartiene al genere dell’autoritratto, diretto o indiretto, consapevole o meno. È un genere per sua essenza altamente problematico perché ci pone in rapporto con l’Altro, perché nell’Autoritratto l’Io diventa l’Altro. Scrive Lévinas: «Il nostro rapporto col mondo, prima ancora di essere un rapporto con le cose, è un rapporto con l’Altro. È un rapporto prioritario che la tradizione metafisica occidentale ha occultato, cercando di assorbire e identificare l’altro a sé, spogliandolo della sua alterità».

Jacques Lacan afferma che lo scatto fotografico costituisce l’equivalente con cui il fotografo realizza e cattura la propria identità. Secondo Lacan, è proprio attraverso la pratica dell’autoscatto che un fotografo può giungere alla consapevolezza della propria identità. L’autoritratto però non è l’equivalente di un’esperienza allo specchio, è molto di più, è un gesto che ci porta fuori di noi  stessi, che ci costringe a fare i conti con il «mondo» e con l’Altro.

Mediante l’autoritratto ci vediamo dall’esterno, ci poniamo dal punto di vista di uno spettatore che osserva il ritratto, solo che quello spettatore siamo noi stessi. Osserviamo l’autoritratto, ci scrutiamo allo scopo di riconoscerci. Ma si tratta di una pratica innocente e puerile, in realtà è proprio mediante l’autoritratto che non ci riconosciamo del tutto nella figura rappresentata. E ci chiediamo stupiti: «ma quello lì, sono proprio io?». Nella misura in cui non ci riconosciamo del tutto, il ritratto sarà più vero. Oggi, grazie alla  tecnologia digitale siamo in grado di farci uno scatto e di rivederci immediatamente, ma non si tratta di un vero e proprio autoritratto, il selfie è un gioco rassicurante che porta al nostro riconoscimento, alla pacificazione con noi stessi. Attraverso il selfie ci sentiamo pacificati e protetti. Qui parliamo di altro, di autoritratto come costruzione della nostra identità, che è sempre una identità sociale, storica, temporale, stilistica. L’autoritratto è il mezzo artistico che ci rappresenta meglio di altri tra la verità e la menzogna, che ci rivela il codice del destino. I migliori autoritratti, quelli più veri, ci parlano d’altro piuttosto che di noi stessi, parlano esplicitamente di ciò che sta fuori di noi e del nostro rapporto con il mondo. Quanto più ci parlano di altro tanto più l’autoritratto sarà genuino, vero.

Giorgina Busca Gernetti legge Asfodeli foto di Massimo Bertari

Giorgina Busca Gernetti legge Asfodeli foto di Massimo Bertari

Giorgina Busca Gernetti è nata a Piacenza, si è laureata con lode in Lettere Classiche all’Università Cattolica del Sacro Cuore  di Milano ed è stata docente di Italiano e Latino nel Liceo Classico di Gallarate (Varese), città dove tuttora vive. Ha studiato pianoforte nel Conservatorio di Piacenza. Pur avendo composto poesie fin dall’adolescenza, ha iniziato tardi a renderle note. Ha pubblicato i libri di poesia Asfodeli (1998), L’isola dei miti (1999), La luna e la memoria (2000), Ombra della sera (2002), La memoria e la parola (2005), Parole d’ombraluce (2006), Onda per onda (2007), L’anima e il lago (2010, con rassegna critica 2012²), “Amores” (2014); “Echi e sussurri” (in corso di stampa). Inoltre ha scritto il saggio su Cesare Pavese Itinerario verso il 27 agosto 1950 (in “Annali del Centro Pannunzio 2009; in estratto 2012) e i racconti Sette storie al femminile (in “Dedalusn.1, 2011; in estratto 2013).  

canciani

Ombra della sera

Esile come l’Ombra della Sera*
la mia identità, riflessa
nel fumido specchio enigmatico
della coscienza.

Lunghe discendono le ombre
dai monti, la sera;
più lunghe dietro di noi, nella luce
fioca del sole morente.
Esili e lunghe.

Forse la vera essenza
si svela nel tardo crepuscolo,
presso l’oscura soglia
della tetra notte.
Dinanzi a quel varco la mente
si desta, forse,
l’arcano comprende.
Di là balùgina un lume:
là, forse, vedrà se stessa
nitida e vera.

La mia ombra si staglia
sempre più lunga
finché c’è un barbaglio
di fioca luce anzi il tramonto.

La mia fragilità è racchiusa
nell’Ombra della Sera,
esile e lunga:
il mio segreto
nell’enigmatico sorriso etrusco.

* Statuetta “ex voto” in bronzo, databile al III sec. a.C., conservata nel Museo Etrusco Guarnacci di Volterra. La poetica denominazione, ispirata dal suggestivo allungamento del corpo di un adolescente, è attribuita a Gabriele D’Annunzio.

dal libro Ombra della sera, Genesi, Torino 2002

Non mi conosco

In un tempo lontano mi pareva
di conoscere il mio volto interiore.
Credevo di sapere
chi fosse quell’amara, triste effigie
manifesta per gli occhi trasparenti;
chi quella fioca immagine riflessa
dallo specchio dell’anima.

Ora non so chi fui, non so chi sono.
Incerto è tutto, incerta
anche l’amara immagine
che allora riconoscere sapevo.

Era “mia” la tristezza
dipinta in quell’effigie, in quelle ombre
svelate dai miei occhi, n’ero certa.
Il mio Ego potevo ravvisare,
pur chiuso dentro l’anima e la mente:
identità scolpita nel mio petto
senza vana incertezza.

Identità svanita
è questa mia diuturna scontentezza
di me, dei miei pensieri, del mio tutto.
Non so più chi io sia.
Non mi conosco.

dal libro Parole d’ombraluce, Genesi, Torino 2006

Jason Langer nightwalk_94

Jason Langer nightwalk_94

Nell’azzurro

Vedi? In quest’azzurro
che l’animo dilata
all’infinito
– non sai se è cielo o mare –
forse si sfaldano le pene
come conchiglia fragile
premuta tra le dita.

Un gabbiano si posa
sull’acqua, si lascia guardare
senza timore.
Ci cullano le onde
con timidezza
nel sereno dell’aria.
Senti che pace?

In quest’immensità
d’azzurro mi rispecchio,
indago nel mio animo
senza pudori, infingimenti.
Ascolto il sonoro silenzio
del mare, che la brezza
increspa con soffio di flauto.

Vedi? Lontano dalle rocce,
dal travaglio dei giorni,
ritrovo la mia quiete
di gabbiano senz’ali;
«la gran quiete marina»
che talora mi salva dal baleno
della burrasca
e mi dirada il velo
che nasconde il vero del mio volto.

Il gabbiano mi guarda
e improvviso s’innalza
in volo verso l’azzurro infinito.
Lo seguo come s’io volassi,
godendo del suo immenso spazio
ed annegando
nell’infinito mistero dell’animo.

Dal libro Onda per onda, Edizioni del Leone, Spinea (Ve) 2007

Nella grotta

Oscura l’acqua nella grotta buia.
Non penetrano i raggi
del sole ardente d’un meriggio estivo
nello stretto pertugio ove la barca
a stento silenziosa è scivolata.

La mano immergo nella tiepida acqua
e la ritraggo quasi fossi in sogno:
gocce d’argento dalle dita stillano
e d’argento è la mano,
bagnata ancora, nel buio irreale.

Di nuovo tuffo la mano nel mare
nero d’oscura grotta:
statua d’argento d’essere m’illudo
la mano contemplando e le mie dita
rilucenti nel buio come stelle.

Fuori la vera luce ma la mano,
opaca e scialba, perde quel lucore
che l’acqua magica, nel buio nero
della grotta d’argento, sa donare.
Solo nel buio luce?

Quale son io tra le immagini chine
a immergere la mano?
Non sono io la donna viva e pallida
che s’illude e si forgia come statua
di luminoso argento?

Statua sono io d’argento in altro tempo
nel buio della cella, nell’arcano,
in un vetusto tempio sull’acròpoli
della città dal sacro nome eterno
tra le genti nei secoli?

Io cerco, io scruto in me, io m’arrovello
per distinguere il vero dall’immagine
fatua e illusoria che la mente crea
se vede solo l’ombra del reale
ai viventi negato. 

da Echi e susurri, Polistampa, Firenze 2015 (in corso di stampa)

Nella chiaría dell’alba

Stillano rugiada le ciglia
degli abeti, dei pini.
Chiara l’alba tersa risveglia
la natura sopita.

Un brivido di vita
mi pervade le membra.

Fremono le fronde del platano
alla timida brezza,
freme il mio animo all’unisono:
ròrida foglia trèmula?

È mio l’animo fragile
che vibra in controcanto?

Mie sono le ciglia che stillano
rugiada, o forse lacrime?

Sono l’abete, il pino,
il platano fitto di fronde.
Io sono tutto e nulla
nella chiarìa dell’alba.

Variante di una precedente poesia, ora ibidem (in corso di stampa)

Identità

Non sono la fontana chioccolante
nella frescura ombrosa d’alta quercia,
ristoro per chi ha sete nel calore
della torrida estate di Canicola.

Non sono una leggera, bianca nuvola
vagante nell’azzurro in una danza
lieve che le trasforma il bel contorno
d’armonia cinto, soffice, impalpabile.

Non sono la mia ombra che mi segue
passo per passo invano. dalla luce
stampata sopra un muro scalcinato
come la scabra vita che trascino.

Chi sono io, che mi struggo nel dubbio?

Una lama di luce mi trascina
verso un fondo infinito, senza sosta,
come gorgo letale tra i marosi
del mare amaro che dianzi era amico.

Non so dove mi porti questa luce
ingannevole, forse, quasi trappola
tesa perché sprofondi in un abisso
senza un approdo certo, senza il vero.

Pena crudele inferta alla mia anima
da un dèmone malvagio che mi tenta
con la sua fatua luce fascinosa
perché mi perda per sempre nel nulla.

Non è quel Nulla cui tendere soglio,
ma un disperdersi vano, irreparabile,
di lieve polvere che il vento ignaro
solleva e via con sé lungi rapina.

Questa son io, son io. Questa son io!

(Inedito)

23 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Antologia Poesia italiana, Il poeta e lo specchio, l'Identità in poesia

POESIE SCELTE di Maria Grazia Calandrone dal libro “Come per mezzo di una briglia ardente” (2005) con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Born in Mexico City in 1963, Moises Levy, Architettura nella luce

Born in Mexico City in 1963, Moises Levy, Architettura nella luce

 Maria Grazia Calandrone (Milano, 1964, vive a Roma): poetessa, drammaturga, artista visiva, performer, organizzatrice culturale, autrice e conduttrice di programmi culturali per Radio 3, critica letteraria per il quotidiano “il manifesto”, scrive per “la 27ora” del “Corriere della Sera” e cura la rubrica di inediti “Cantiere Poesia” per il mensile internazionale “Poesia”, collabora con il quadrimestrale di cinema “Rifrazioni” e con la rivista di arte e psicoanalisi “Il Corpo” e codirige la collana di poesia “i domani” per Aragno Editore. Tiene laboratori di poesia nelle scuole, nelle carceri e con i malati di Alzheimer. Sta lavorando a Ti chiamavo col pianto, libro-inchiesta sulle vittime della giustizia minorile in Italia.

Libri: Pietra di paragone (Tracce, 1998 – edizione-premio Nuove Scrittrici 1997), La scimmia randagia (Crocetti, 2003 – premio Pasolini Opera Prima), Come per mezzo di una briglia ardente (Atelier, 2005) La macchina responsabile (Crocetti, 2007), Sulla bocca di tutti (Crocetti, 2010 – premio Napoli), Atto di vita nascente (LietoColle, 2010), L’infinito mélo, pseudoromanzo con Vivavox, cd di sue letture dei propri testi (luca sossella, 2011), La vita chiara (transeuropa, 2011) e Serie fossile (Crocetti, 2015); è in Nuovi poeti italiani 6 (Einaudi, 2012); la sua prosa Salvare Caino è in Nell’occhio di chi guarda (Donzelli, 2014).

Ha composto, con Michele Caccamo, Dalla sua bocca. Riscritture da undici appunti inediti di Alda Merini (Zona, 2013) e, con Amarji, Rosa dell’Animale (At-Takwin, Damasco e Zona, 2014 – prefazione di Adonis), ha scritto tre monologhi per Sonia Bergamasco (La scimmia bianca dei miracoli, Pochi avvenimenti, felicità assoluta e Elle) e Gernika, frammenti poematici intorno alla Guerra Civile Spagnola, per la compagnia internazionale “Théatre en vol”. Sue sillogi compaiono in antologie e riviste di numerosi Paesi Europei e delle due Americhe: segnaliamo le antologie La realidad en la palabra (Editorial Brujas, 2005), Caminos del agua (Monte Avila Latinoamericanas, 2008) e Antologia italikes poieses (Odós Panós, 2011); ha curato per Adonis, l’antologia Voci della Poesia Italiana Contemporanea: Un’Antologia Breve (L’Altro, 2012 – Beirut e Damasco), nella quale è inserita. Con la silloge Illustrazioni ha vinto, nel 1993, l’XI edizione del premio Montale per l’inedito e, dallo stesso anno, viene invitata nei più rilevanti festival nazionali e internazionali; nel 2007 ha interpretato Il Desiderio preso per la coda di Pablo Picasso per Radio 3 (regia di Giorgio Marini, con Silvia Bre, Anna Cascella, Iolanda Insana, Laura Pugno, Maria Luisa Spaziani e Sara Ventroni); dal 2009 porta in scena in Italia e in Europa il videoconcerto Senza bagaglio (finalista “RomaEuropa webfactory” 2009), realizzato con Stefano Savi Scarponi; nel 2010 il suo testo My language is the rose, scelto dal compositore malese Chie Tsang, è finalista in “Unique Forms of Continuity in Space” in Melbourne, Australia; sempre nel 2010 è scelta come rappresentante della poesia italiana e diretta da Lucie Kralova in “Evropa jedna báseň”, documentario andato in onda il 28.8.12 in Česká Televize; nel 2012 fa parte del progetto RAI TV “UnoMattina Poesia”, collabora con Rai Letteratura e con il musicista Canio Loguercio ed è vincitrice del Premio Haiku dell’Istituto Giapponese di Cultura; comincia nel 2013 una collaborazione con Cult Book (Rai 3) ed è nella video installazione Ritratto continuo di Francesca Montinaro, esposta alla Galleria d’Arte Moderna di Roma.

La sua poesia è tradotta in: arabo, ceco, francese, giapponese, greco, inglese, iraniano, olandese, portoghese, romeno, russo, serbo, sloveno, spagnolo (Spagna, Argentina, Cile, Ecuador, Messico, Venezuela), svedese, tedesco e turco. Il suo sito è www.mariagraziacalandrone.it

Jason Langer, 2001

Jason Langer, 2001

Commento di Giorgio Linguaglossa

Maria Grazia Calandrone ha preso atto che la «Forma» è diventata «gelatinosa». La  «Forma» si fa carico di molteplici significati che si sono destrutturati, che non si sono ancora realizzati e che mai si realizzeranno, che rimangono invisibili, non dati, non leggibili. La «Forma» è ormai diventata non abitabile. Dopo Kafka e Beckett la frammentarietà della forma parla per se stessa, di se stessa, e indica, per via indiretta, la impossibilità di leggere il reale, di parlare al reale. La forma della poesia è diventata un contenitore di significanti de-strutturati, cioè priva di legislazione, senza regole, e quindi libera e liberata, anche da se stessa, e dall’onere improprio di porsi come rappresentazione di un oggetto, dalla servitù di designare un «reale». La «Forma» (tra virgolette) ha qui esaurito il mandato della secondarietà per porsi come unico baluardo al senso che non c’è, alla reificazione del senso.
Non è un caso che le prime parole del libro della Calandrone inizino con il rimando alla «selva oscura» della Commedia dantesca:

La selva automatica e squillante, l’anonimato azzurro
ma non etereo: scrupoloso
piuttosto, di un cantiere che muova tutta insieme sotto sforzo la meccanica
munita di contrappesi di mercurio, trivelle
di affondamento e bracci…

Siamo in un mondo non più rappresentabile (che non sta più davanti ad un soggetto che osserva), e quindi non orientabile in una «Forma», tantomeno chiusa o algebrica o aperta che sia. Non c’è nessuna matematica o lessematica applicabile a questa «Forma», se non una matematica per sottrazione, per diversione topologica (ma non toponomastica, perché è assente in questa poesia qualsiasi toponomastica, qualsiasi mappa per l’orientamento delle direzioni). E non c’è nemmeno un «viaggio» che sia rappresentabile e presentabile in termini di una edulcorata presentabilità borghese. Insomma, la realtà non è più citabile nemmeno per via e per mezzo di citazioni illustri o meno; c’è una machinerie che gioca con macchine desuete e celibi alla Duchamp dove scorrono e si scontrano biglie rumorose e indisciplinate in «una luce semicieca» in «una infinitesima porzione della nostra unanime sostanza terrestre» e «la evanescenza del cielo / e la sua effervescenza di ali…». Il «viaggio» borghese qui conosce la sua fine, o meglio, la sua implosione, è un viaggio bombardato, segmentato e ridotto a lessemi e a relitti non codificabili e non organizzabili in un discorso di senso compiuto, perché c’è un discorso laddove c’è ancora un senso rinvenibile, per quanto disarticolato e frantumato.

La realtà è diventata muta, l’universo è dissonante, e la «Forma» è qualcosa che è divenuta estranea sia al concetto di rappresentazione che a quello di testimonianza; non deve testimoniare nulla a nessuno, perché non c’è nulla di cui render testimonianza, la «Forma» non è un luogo tranquillamente abitabile né facilmente accessibile se non come luogo sottoposto a continui scossoni e deragliamenti direzionali. Un luogo terremotato e terremotabile. Il fatto è che soltanto attraverso questa «Forma» può parlare il non-identico, cioè il reale, ma come un di-fuori, un di-lato, un esterno di cui noi siamo semplici e passivi spettatori di un reale che non può comunicarci altro che la sua lingua straniera.

«La materia ha il peso e l’esattezza che ci serve / a dividerci come nuotando, come arcieri che scoccano. Abbiamo convincimenti da laboratorio angelico: nell’acuto, nel perno / del cronografo, nel / fulgido…».

Qui non è  il soggetto che parla, che riproduce, rappresenta qualcosa di esterno a sé, è una entità indifferenziata che si esprime attraverso i verbi all’infinito e declinati al passivo e attraverso un linguaggio ridotto al gradiente minimale:

Ecco.
Davanti. Non possiamo che essere
davanti. La schermaglia caprina degli aceri echeggia, rimacina…

In questo tipo di poesia le particelle neutre del discorso sono spesso impiegate alla fine (oltre che all’inizio come si conviene) del verso, come a tentare di disciplinare il traffico lessematico ormai impazzito in un sistema semaforico neutro e neutralizzato da agenti di un altro sistema solare che sono scesi sulla terra e la abbiamo colonizzata ad insaputa dei terrestri. «L’espressione è il volto addolorato delle opere» scrive Adorno. Appunto, in questa poesia l’espressione viene stravolta da un dolore anestetizzato, posto sotto controllo; è un dolore insonoro, non percepibile mediante il sistema nervoso centrale e periferico, è questo il motivo della insonorità di fondo di questa poesia, o meglio, della sua sonorità ma come di una lingua straniera; è un dolore in-significante, per questo i lessemi corrispondono a fonemi anestetizzati, svirilizzati, svuotati di significazione.

Maria Grazia Calandrone non ha nulla da rappresentare o da testimoniare circa la presentabilità della sua epoca, circa la degradazione e la catastrofe avvenuta, e non ha da dire neanche alcunché circa il non-senso della realtà (posto che vi sia una realtà degna di questo nome). Di qui il suo asintattismo, la dis-locazione sistematica dei versi secondo un dis-ordine sistematico, di qui la dis-locazione di frasari anestetizzati (comunque privati di capacità comunicativa), non più visti come un sistema vascolare di lessemi che concordano o discordano in qualche modo pur scomposto e dissonante. Il fatto è che la Calandrone ha fatto propria la tesi secondo cui il «reale» sia un qualcosa non più comunicabile e non più leggibile mediante gli strumenti linguistici tradizionali, e che per questo compito non resta altro che percorrere l’ultimo passo che resta da fare: la sistematica liquidazione della unità metrica di base, l’endecasillabo e la sua sostituzione con unità frastiche articolate e disarticolate a secondo delle necessità.

Marcel Duchamp Duchamp devoted seven years - 1915 to 1923 - to planning and executing one of his two major works, The Bride Stripped Bare by Her Bachelors, Even, ...

Marcel Duchamp Duchamp devoted seven years – 1915 to 1923 – to planning and executing one of his two major works, The Bride Stripped Bare by Her Bachelors, Even, …

da Maria Grazia Calandrone Come per mezzo di una briglia ardente (Atelier, 2005) pp. 72 € 7

La selva automatica e squillante, l’anonimato azzurro
ma non etereo: scrupoloso
piuttosto, di un cantiere che muova tutta insieme sotto sforzo la meccanica
munita di contrappesi di mercurio, trivelle
di affondamento e bracci
che individuano una infinitesima porzione della nostra unanime sostanza terrestre
e la sollevano (con il lamento
dei giunti ridotto a un fiato dalle cromosfere
dei cuscinetti): la collocano
dove si prende senza consenso alla terra
data la grossolana efficacia
del peso. Così la evanescenza del cielo
e la sua effervescenza di ali
fermissime stanno ancorate al suolo come una milizia. Nessuno
vola. Non sono
reparti contraffatti dalla controluce. Non sono
i frantumi tonanti delle nostre anime
posti nel mezzo di una domanda
vuota e rovente, la strumentazione di un volo che non si può rifare
per venire
immatricolati in un corpo la cui tendenza insurrezionale
dimostra tutto, tutto il dolore taciuto.

*

La materia ha il peso e l’esattezza che ci serve
a dividerci come nuotando, come arcieri che scoccano. Abbiamo
convincimenti da laboratorio angelico: nell’acuto, nel perno
del cronografo, nel
fulgido. La sfoglia calda della superficie sostiene
una comune interezza, l’incedere
lauto e canoro delle pallonate – spezzoni: curve, torsioni della vela
dell’esistenza tutta che non si vorrebbe
pronta. O sangue malinconico o vascello legato
a cose come – la schiuma
– l’ombra – la consistenza agrosalina del sangue, la miseria climatica
dell’unghia, la midolla
radiografica dell’osso
quasi scoperto – o
l’argilla che rode
il tubo
gommato – il vulnere
ingoiato
nella ferma
poderosa. Questo volto rifatto sconosciuto è una cosa
che rimbomba e approssima a niente
l’automatismo del respiro. Entra
nella memoria
nella fermezza della caccia
e nella discriminazione senza profitto
dell’amore. Datele
coscienza:
la pietà che apre gli occhi. Sempre, sopra
ogni fortuna, avrei chiesto che tu non fossi morta.

*

Maria Grazia Calandrone 28.4.15 foto Omri Lior

Maria Grazia Calandrone 28.4.15 foto Omri Lior

Ecco.
Davanti. Non possiamo che essere
davanti. La schermaglia caprina degli aceri echeggia, rimacina
rosso doloso,
pneuma
di tende su un biancore di mote di paeselli – al di là
del bollore invernale dell’interno
sul palinsesto delle ringhiere
che paiono un ancoraggio del nulla
alla terrazza planare, e quel vetro
premuto in basso con la bocca
è appannato e smagliante, dove tocca
il respiro il vetro
comincia a esistere, unto
dalla neve e dal profumo d’alga
del tuo respiro – cosa
che appare a un tratto fondamentale, cose come la nebbia e i paraventi
o gettare le reti
nelle occasioni felici, spingere avanti il peso
caucasico e sbendato e senza peso di un corpo
già qualunque – una zona
franca che chiede di essere
liberata
dalla stele di intelligenza chirurgica, lasciata a un semivuoto
passo di uccello con tutto il respiro
preso da una lentezza subumana
come la forza esercitata dal vento sui bancali
in travertino, l’imprevisto tumulto di una lanugine. Di essi, nessuno.

*

Lo scoppio nelle camere
di combustione (la combustione
della grafia legata all’emisfera nella quale il corpo fu incominciato
– incomincia ogni giorno –
ad esistere prima per iscritto e dolcemente poi
a desistere
a cedere un calore di sottana alle sponde
di acciaio cromato) con l’elevato grado di fermezza prodotta
dal cobalto
della schiuma marina. Nel letto
vinilico i residui del nòcciolo
radioattivo: cuore vicino al flusso della lava, vene senza esercizio – un fulmine
globulare – le feritoie di olio e di bitume – perché il letto ha grandezza e superfici
– navate – o è un Reno gelato
e plebeo – piccole fruste che sbandano le truppe (e nei reparti
vige una generale ritirata
verso il santuario, la porta occidentale). Siete navi
condotte dal vento come per mezzo di una lunga briglia
a figure interne che tendono alla sequenza e alla stasi.
Siete corpi iniziati dal nome e da quel nome
– mamma – evaporate
con quegli occhi iniziali
scacciati
dal dolore e dal freddo come bestie.

*
Maria Grazia Calandrone Come per mezzo di una briglia ardente (Atelier, 2005)

La domesticità insorta e molto altro
disordine: abitacoli in ferro verniciato sugli spalti di malva rifatta
costa d’inverno e cerea
neve contumaciale: spalmata in buchi
semplici, fosse
cellulari, scardinamenti: terra
crepata dalla insostenibile
vibrazione del vero. Ma altre volte arriva come un editto
annunciandosi al branco che ciondola su materassi d’erba accrescitiva
del cielo sui depositi vulcanici: spazi rimossi dai merli che cantano
primitivi e coerenti, senza traccia
nel becco
del lago amniotico – subliminale
amnesia, inclinazione all’eresia degli astri
che dondolano appesi per le chiome alle volte
e alle volte irradiano dimenticando.

*

Il dolore disinfetta, ha una disciplina e una inclinazione
grammaticale – soprattutto
ai lati delle strade dove l’asfalto come noi è incline
alla luccicante consecutio
segnaletica – e il carburo sfibrato del respiro
ha un odore essenziale: segatura bagnata nel calcio
di edifici scolastici
o cielo che cospira su teste grandi come frontiere marittime con l’acqua limpida e orefice che lavora – il cielo
svaligiato dalle sue ampie nuvole di pioggia – di uccelli
depurati, soffocati dal vapore nativo. Per deduzione
da quelle teste – e per associazione con i pesci soffianti e candenti del fondo – emerge
il vero: il mastodontico, la segretezza. L’ospite
viene senza disturbare
ed è stato vagliato.

*

Il quadrilatero senza spessore
che contiene la spina perimetrale e bianca
del posteggio forma nella materia
un disegno morale, il termine effettivo di una pulsione
conciliativa tra il diffondimento integrale
delle nostre pròtesi
e la organizzazione del possesso: questo smalto
– questa linea brillante amaranto che costeggia i ciuffi migliorati dal sole dei campi
ribatte interiormente
luce refrigerata – mercuriale.

*

Abbandoniamo l’incuria volontaria dei nostri estatici allusi frammenti su molti guanciali: i solchi
delle vite nelle biancherie degli alberghi sono i lacci degli anni
nel tornio
del tronco: quadri del suo infinito accrescimento. Nessuno
è estraneo: legifera dal buio del nostro sangue
una sola lingua: tiene il posto
di questo impasto
di carne nella propria sopravvivenza
idroelettrica, di questo ingorgo pieno di nobiltà e desiderio tra gli scuri
sostrati di giustizia e i portici – distesi su un banco di dormiveglia. Il poco
che uno a uno lasciamo da ricordare: un giardino
una piastra malata di vanità e di vero
dove è in sospeso la bacca della nostra semiincoscienza
provvisoria, pertanto perdutamente
necessaria. I bambini (i bambini!)
fanno giri di vite nel destino.

*

foto Elsa Martinelli, 1967

foto Elsa Martinelli, 1967

V
Il corpo deposto come un attrezzo

E’ più arduo indovinare il passaggio di quello che non ci modifica.
Da quale disaffezione della memoria provenga il commiato, il pentimento degli abbandonati e dei morenti
lungo l’ultimo intenso vorticare di foglie
che se ne va per le finestre. Ciò che entra di sabato in quel brusìo di farfalle ha sordità
del rotolìo di un carro tra le felci, l’autonomia della stagionatura
di corpi non comuni, incamminati
su raggi di sole. Come una primizia – o il rimpianto nel fondo
delle coppe: i morti sprofondati
acutamente nella grazia delle loro stalle.
O terra intrisa dal corpo lento e testuale del sole, uscito
tra boschine lacustri.

*

La pelle bianca dei morti – la croce quieta delle costole nell’acqua oleosa: un bollore appartato – le diatomee
fin dove la luce
tocca lo scalmo argenteo del palato.

*

Io sono nella mia morte – sono dove nessuno più mi cerca:
infelice come una bambina – felice come una bambina.

*

E tu violenta e rassegnata nella vestìna smalvita: una reliquia
nel suo fiammeggiare
preparata a una muta capienza. Ti poso sulla seggiola
come un vestito vuoto
e bianco. Mio piccolo legno di tabernacolo.

 

26 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Antologia Poesia italiana, critica della poesia

POESIE SCELTE  di Marco Onofrio da Ai bordi di un quadrato senza lati (2015) con un Commento di Giorgio Linguaglossa

cornelius escher stelle

cornelius escher stelle

Marco Onofrio (Roma, 11 febbraio 1971), poeta e saggista, è nato a Roma l’11 febbraio 1971. Ha pubblicato 21 volumi. Per la poesia ha pubblicato: Squarci d’eliso (2002), Autologia (2005), D’istruzioni (2006), Antebe. Romanzo d’amore in versi (Perrone, 2007), È giorno (EdiLet, 2007), Emporium. Poemetto di civile indignazione (EdiLet, 2008), La presenza di Giano (in collaborazione con Raffaello Utzeri, EdiLet 2010), Disfunzioni (Edizioni della Sera, 2011), Ora è altrove (Lepisma, 2013). La sua produzione letteraria è stata oggetto di decine di presentazioni pubbliche presso librerie, caffè letterari, associazioni culturali, teatri, fiere del libro, scuole, sale istituzionali. Alle composizioni poetiche di D’istruzioni Aldo Forbice ha dedicato una puntata di Zapping (Rai Radio1) il 9 aprile 2007. Ha conseguito finora 30 riconoscimenti letterari, tra cui il Montale (1996) il Carver (2009) il Farina (2011) e il Viareggio Carnevale (2013). È intervenuto come relatore in presentazioni di libri e conferenze pubbliche. Nel 1995 si è laureato, con lode, in Lettere moderne all’Università “La Sapienza” di Roma, discutendo una tesi sugli aspetti orfici della poesia di Dino Campana. Ha insegnato materie letterarie presso Licei e Istituti di pubblica istruzione. Ha tenuto corsi di italiano per stranieri. Ha partecipato come ospite a trasmissioni radiofoniche di carattere culturale presso Radio Rai, emittenti private e web radio. Ha scritto decine di prefazioni e pubblicato articoli e interventi critici presso varie testate, tra cui “Il Messaggero”, “Il Tempo”, “Lazio ieri e oggi”, “Studium”, “La Voce romana”, “Polimnia”, “Poeti e Poesia”, “Orlando” e “Le Città”.

Marco Onofrio cop ai bordi di un quadrato senza lati

Commento di Giorgio Linguaglossa

da Marco Onofrio Ai bordi di un quadrato senza lati Marco Saya Edizioni, 2015 pp. 78 € 10

L’autocoscienza del vuoto è quella condizione propria dell’uomo moderno che fa esperienza della propria de-realizzazione; la percezione del vuoto non più visto in contrapposizione al pieno ma come complemento necessario e inevitabile del pieno, anzi, come giustificazione della insorgenza del pieno. Il de-realizzato sa fin troppo bene che il vuoto è onnipotente, tanto da non essere più qualcosa che si avverte, ma piuttosto qualcosa in cui ci si stabilizza esistenzialmente, una tonalità affettiva che diventa totalità affettiva, un dentro-fuori che nuota nel vuoto assiologico, che aderisce agli oggetti circostanti, che contamina il soggetto: così tutto appare vuoto e privo di senso. La melancholia viene anestetizzata in ipertrofia dell’io manifesto. Chi avverte il vuoto sente di condurre una pseudo esistenza, staccata dallo sfondo, priva di un orizzonte di senso o di speranza, chi vive vive sovrappensiero o con pensieri laterali, con retropensieri, senza un contatto tangibile con gli oggetti del mondo, chi vive vive «ai bordi di un quadrato senza lati», «di questo sole verde con criniera» che «brilla dall’interno luce nera». De-personalizzazione e de-realizzazione diventano così due facce della stessa medaglia dove il rapporto col mondo viene tagliato fuori dal «tatto», viene a perdere la tattilità delle cose e il mondo perde la caratteristica della tridimensionalità per apparire unidimensionale come un fondale da teatro.

Ecco spiegata l’ossessione del teatro nella poesia di Marco Onofrio, l’ossessione del burattino che si muove secondo i fili invisibili che lo tirano di qua e di là, senza un perché, senza un per come. I movimenti legnosi del burattino rispondono bene come condizione di esistenza alla dittatura del vuoto.  E c’è anche l’ossessione del vuoto, la poesia di Onofrio è, se mi si passa il termine, piena di vuoto, perché  il vuoto straripa nel mondo pieno di a-sensi e pieno di buchi, di voragini, di abissi dall’uno all’altro dei lati del «quadrato senza lati». L’indirezione, l’inorientazione che ne deriva inibisce ogni scelta direzionale (agorafobia) come per la profondità o l’altezza (acrofobia), di qui il rullo compressore della versificazione che tenta di acciuffare il reale per via della sua spinta progressiva e propulsiva. Di qui la sensazione di un periclitare maniacale senza fine nel fondo di un abisso, lo s-fondamento della metaforizzazione, cioè della distinzione tra il proprio-corpo (il letterale) e in non-proprio (il figurato), tra il significante del referente e un secondo significante del medesimo referente; di qui la «disfunzione» (tipico concetto della poesia di Onofrio), questo indebolimento progressivo della condizione esistenziale si risolve, nella sua poesia, in intensificazione del magma lessicale musicale, quasi un linguaggio primario pre-epistemologico (la lingua materna) che giunge per via di intuizione alla immaginazione delle «cose».

Se quella del vuoto e dell’abisso è un’immagine, lo è nel senso di una immagine (la metafora assoluta di Blumenberg) letterale. Il vuoto di Onofrio è dunque un vuoto originario e genetico che crea le cose, non dunque il vuoto inteso come il non-ancora della sua utilizzabilità come nel caso della brocca come «offerta del versato» (Heidegger, Das DingEssere e tempo), un concetto ancorato alla tematizzazione del vuoto trattato come assenza o lacuna che attende di essere riempita e non come pausa indispensabile nel continuum dell’in-fondato che rende possibile l’apparire linguistico della cosa. Ad un mondo ridotto a superficie priva di senso, la poesia di Onofrio risponde con una superficie che introietta il vuoto ricco di a-senso. La sua è una poesia, diciamo, ricca di vuoto, sospesa tra la a-figurazione dello s-fondo e la figurazione oggettiva della metafora, tra la metafora assoluta che giace al fondo del linguaggio primario musicale e la de-metaforizzazione dei processi linguistici nella lingua di relazione. Come lo s-fondo delle sculture di Henry Moore è una superficie tersa e monocorde che meglio riesce a mettere in evidenza la scultura in primo piano, parimenti la poesia di Onofrio soggiace a questa medesima necessità raffigurativa. Ci sono gli oggetti in primo piano ma il fondale è una superficie linguistica a-significativa. Tra gli oggetti linguistici e il fondale non si dà alcuna relazione, sono come giustapposti e muti, sono privi di comunicazione, ecco spiegata l’intensificazione della colonna sonora di cui questa poesia non può fare a meno.

Marco Onofrio alla Biblioteca Casanatense di Roma legge Emporium, 2013

Marco Onofrio alla Biblioteca Casanatense di Roma legge Emporium, 2013

BURLA

«Portate il mimo dell’invisibile, subito:
che bruci ad ogni tuffo del suo cuore».

(Sussurro dalla tenebra infinita)
«… Se il mondo è una pupilla pitturata
l’occhio che lo vede, mio signore
è un battere di ciglia, un colpo, un velo.
Un buco che sfavilla e poi si chiude
all’orizzonte:
nell’azzurro».

«Chi parla?»

(Scalpiccio di passi approssimati)
«Eccomi, padrone. Sono qua.
Burattino ironico e sublime.
Buffo. A disposizione».

«Apre dai due lati il mio portone».

(Fattosi scoperto alla visione)
«La la la, lallalla…»

«Tu. Che cosa ti sostiene?»

«Mi arrangio. I miei fili
si perdono nel cielo…»

«Forza, dunque, fammi divertire».

«Ma certo, Sire!»

(…)

«Ebbene?»

(toltasi la maschera:
mostrato finalmente il volto fero)
«Vieni che ti mangio in un boccone»…

cornelius escher

cornelius escher

PRIMA DI MANGIARE

Briciole di sogni nei pensieri
curvi come virgole di lampi
vengono-scompaiono dal vuoto.

Sale, lenta, l’onda d’alto sale
cresce l’ombra chiusa sopra il fungo
di questo sole verde con criniera:
brilla dall’interno luce nera
e al fuoco freddo nuvole di prosa
e un giorno che non parte e non finisce
come il sospiro sfatto, il reo maniero
di una meretrice che riposa
cotta col vapore del lenzuolo
e con il burro, del civile uomo
che condisce: prima di mangiare.

LA BESTIA

Le trombe spalancavano la luce
tagliando vasti cerchi di silenzio
il veleggiare ai falchi in alto fumo.
Formicolava l’aria degli scavi:
io scorsi in fondo al cielo le visioni
trascorrere nel vuoto universale
le ali remiganti, i folti stormi
passare ombre nere e poi cadere
tra gli ominosi gesti, i sortilegi
e il lembo sconfinato del sentore
non si lasciava intendere o afferrare
la preveggenza acuta e illuminante
indizi come più nefasti segni:
allora che più ardente la potenza
il palpitare ignoto della vita
la brace agli occhi accesi e roteanti
sputava dalla lingua biforcuta
apriva a forza varchi dentro muri
spallava monti, abbatteva ponti
seccava fumigando i gialli fiumi
e poi, scoccando le saette dai suoi archi
mieteva a frotte martiri innocenti
come le spighe verdi in mezzo ai campi:
e fece tenebra di notte a mezzogiorno
e il mondo più non vide cosa alcuna
e da se stesso ovunque il suo contorno
sparì nel lato opposto della luna.

Cercammo Dio: non c’era.
La bestia ci sorprese tutti quanti.
Di tante anime ritornò nessuna.

labirinto

labirinto

LA SCROFA

La morte ci tiene nel suo grembo
ci culla, madre della bocca
che usiamo per mangiare
baciare, parlare, vivere
del cielo che racchiude il nostro corpo:
la soglia da cui esce lo spirito, nel mondo
ed entra il vuoto dell’immensità
lungamente s’insinua, faticosamente
ovunque intorno a noi
è dentro noi. Soffia, mastica, grugnisce
ci impasta lentamente le budella.
È una scrofa che ci nutre
ci mangia, ci fotte, ci caca
ci semina, ci frutta, ci raccoglie.

Siamo i porci della morte:
rotoliamo nel fango
e mastichiamo i ruvidi diamanti
della sua beltà.
Ingrassiamo di dolore
per la baldoria guasta
di una festa grande
che verrà.

«Ascolta bene: è già con te, lì, qui.
Ti sta aspettando da una vita
oltre la porta del tuo ultimo respiro».

.
TUFFARSI

Basterebbe uno scatto di follia.
Una bestemmia di ribellione.
La forza di volerci come siamo
al di là di tutto.

Ogni accenno di ribellione
ci infervora a un dissenso
d’illusione, al fulgore inane
della vita, che cerchiamo vera.

Tuffarsi e via, lasciarsi andare
lungo il sottilissimo crinale
che separa l’ora dalla fine…

E il senso?

QUALE CENTRO

La verità? È una giostra di seggiole
che gira. Anche le seggiole possono
girare – magari in senso inverso,
contromano: così, poi,
vedi quello che tu lasci
andando avanti.
Alcune sono scomode e legnose;
altre ricoperte di velluto.
C’è qualche cavalluccio
dondolante. E si gira,
si gira tutto in tondo
per viaggiare – e il viaggio
è verso dove?
Non si esce da quel cerchio
a non finire.
E intorno a quale centro,
incontro a cosa?

escher Labirinto

escher Labirinto

CERTE LUCI

Che cosa c’è stasera nei tuoi occhi?

Hai lo sguardo strano, e acceso
delle bestie che annusano la morte.
Il battito ti ha, ormai, nella fiamma
terribile del tempo. Sei avvolta
dal futuro che ti fa carbone.
Niente ti potrà salvare.

«Certe luci» dicevi «sarebbe meglio
non spegnerle mai».

Ma tutto – ricordi? – era ancora possibile:
fino a ieri, non so perché è cambiato,
le cose si piegavano a qualunque
desiderio, in fluttuazioni
liquide, in carni tenere
come le onde che si sfasciano
nel mare. Poi, il culmine estatico
coi suoi picchi di magnificenza:
e lo splendore della tua presenza
ti ha portato via, nella fiamma
terribile del tempo. Cantava cantava
il giallo misterioso dei limoni
contro il cupo ardore delle arance
e intanto vedevi sorgere
da dentro, sotto il manto d’aria
il bianco incenerito sulle guance:
l’argento degli ulivi si spargeva
ovunque, diventavi lo sguardo
del vuoto. Ora lo senti il profumo
del tempo, il suono che dorme
sotto i grandi alberi? Brillano ancora
le strisce di sole nell’erba. La gioia
è tutta nel segreto dell’attimo
che accende l’ultimo fulgore
prima della tenebra finale.

.
INFIORESCENZA

La notte passa radiosa
della sua luce invisibile
con gli occhi di una sposa che sorride:
diamanti smerigliati di rugiada
sui vetri dove, tra meno di un minuto
squillerà il mattino.

MONTECRISTO

Ombrosa, isola isolata
incidi il tuo profilo nella luce
d’oro del crepuscolo tirreno
viola contro il fumo di laggiù
lontano, lontano, all’orizzonte
tricuspide, dentro il tuo mistero
impenetrato, chiusa Montecristo:
tu, fortezza di solitudine
immersa nel tuo tempo millenario
al di fuori del tempo
stai, protetta dalla Storia
nel silenzio dell’eternità.

Ma io ti ho visto, ti ho visto
un pomeriggio di cent’anni fa…

(Follonica, 9 luglio 2014)

Cornelius Escher

Cornelius Escher

AI BORDI DI UN QUADRATO SENZA LATI

Il silenzio, oltre il vuoto nero:
il grande spazio interno
l’Uno eterno,
ai bordi di un quadrato senza lati.

L’immenso è troppo vasto
per farsi quietamente
una ragione.

Beati quelli che si accontentano
delle nuvole: io, per me, basto
alle stelle. La mia bocca storta
nello spasimo amaro
della vertigine
è una porta aperta che si chiude
sulla solitudine.

Ecco l’aprile, che non allunga ponti
al tempo della dolce convulsione
e annoda i resoconti delle sere
sopra il viso: e la speranza
è disperazione.

Il filo che mi teneva in piedi
è sempre più liso, sempre più
sottile. Devo afferrarmi
al mondo, ormai,
per non cadere.

.
OLTRE L’ORIZZONTE

L’aria si prolunga da ogni parte
dentro la rete dello spazio vuoto
dal mio corpo oltre l’orizzonte.

Che ci sarà dall’altra parte?
Chi mi attenderà?

In quale Africa del cielo, in quale Itaca
troverò me stesso?

Il sole sarà l’ultimo gradino
dopo il grande passo:
verso le sorgenti del mattino.

38 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Antologia Poesia italiana, critica della poesia

POESIE SCELTE di Salvatore Martino da Cinquant’anni di poesia (1962-2013) SUL TEMA DELL’AUTORITRATTO O DEL POETA E LO SPECCHIO O DELL’IDENTITA’

edward-hopper

edward-hopper

È stato detto che l’autoritratto è il genere artistico egemone della nostra epoca, il più diffuso, ma anche il più problematico. Antonio Sagredo preferisce la dizione «Il poeta e lo specchio», ma lui intende lo specchio deformante, la figura che il poeta vede allo specchio è un Altro, ma è mediante l’immagine allo specchio che noi ci riconosciamo. Il problema dunque del «poeta e lo specchio» è quello della identità. Possiamo dire che una larghissima parte della attuale produzione letteraria del Novecento e contemporanea (romanzo e poesia) appartiene al genere dell’autoritratto, diretto o indiretto, consapevole o meno. È un genere per sua essenza altamente problematico perché ci pone in rapporto con l’Altro, perché nell’Autoritratto l’Io diventa l’Altro. Scrive Lévinas: «Il nostro rapporto col mondo, prima ancora di essere un rapporto con le cose, è un rapporto con l’Altro. È un rapporto prioritario che la tradizione metafisica occidentale ha occultato, cercando di assorbire e identificare l’altro a sé, spogliandolo della sua alterità».

Jacques Lacan afferma che lo scatto fotografico costituisce l’equivalente con cui il fotografo realizza e cattura la propria identità. Secondo Lacan, è proprio attraverso la pratica dell’autoscatto che un fotografo può giungere alla consapevolezza della propria identità. L’autoritratto però non è l’equivalente di un’esperienza allo specchio, è molto di più, è un gesto che ci porta fuori di noi  stessi, che ci costringe a fare i conti con il «mondo» e con l’Altro.

Mediante l’autoritratto ci vediamo dall’esterno, ci poniamo dal punto di vista di uno spettatore che osserva il ritratto, solo che quello spettatore siamo noi stessi. Osserviamo l’autoritratto, ci scrutiamo allo scopo di riconoscerci. Ma si tratta di una pratica innocente e puerile, in realtà è proprio mediante l’autoritratto che non ci riconosciamo del tutto nella figura rappresentata. E ci chiediamo stupiti: «ma quello lì, sono proprio io?». Nella misura in cui non ci riconosciamo del tutto, il ritratto sarà più vero. Oggi, grazie alla  tecnologia digitale siamo in grado di farci uno scatto e di rivederci immediatamente, ma non si tratta di un vero e proprio autoritratto, il selfie è un gioco rassicurante che porta al nostro riconoscimento, alla pacificazione con noi stessi. Attraverso il selfie ci sentiamo pacificati e protetti. Qui parliamo di altro, di autoritratto come costruzione della nostra identità, che è sempre una identità sociale, storica, temporale, stilistica. L’autoritratto è il mezzo artistico che ci rappresenta meglio di altri tra la verità e la menzogna, che ci rivela il codice del destino. I migliori autoritratti, quelli più veri, ci parlano d’altro piuttosto che di noi stessi, parlano esplicitamente di ciò che sta fuori di noi e del nostro rapporto con il mondo. Quanto più ci parlano di altro tanto più l’autoritratto sarà genuino, vero.

 

de chirico particolare

de chirico particolare

Salvatore Martino è nato a Cammarata, nel cuore più segreto della Sicilia, a mezza strada tra Palermo e Agrigento, il 16 gennaio del 1940. Attore e regista, vive in campagna nei pressi di Roma.

Ha pubblicato: Attraverso l’Assiria (1969), La fondazione di Ninive (1977), Commemorazione dei vivi (1979), Avanzare di ritorno (1984), La tredicesima fatica (1987), Il guardiano dei cobra (1992), Le città possedute dalla luna (1998), Libro della cancellazione (2004), Nella prigione azzurra del sonetto (2009), La metamorfosi del buio (2012). Nel 2015 esce l’Opera Completa del poeta in Cinquant’anni di poesia (1962-2013).

È direttore editoriale della rivista di Turismo e Cultura Belmondo. Dal 2002 al 2010  ha tenuto un laboratorio di scrittura  creativa poetica presso l’Università Roma Tre, e nel 2008 un Master presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli

Salvatore Martino cinquantanni-di-poesia-1962-2013Da La tredicesima fatica 1980-1986

Riflesso nell’occhio giallo

Lui sta

nell’atroce sfidare la fortuna
l’inquinato potere dello specchio
la leggenda irripetibile
del gesto mai compiuto
superbo del patrimonio
che consegnarono gli avi
tutti venuti d’oltremare
il prezioso fatalismo degli arabi
la durezza degli uomini del nord
la mente speculativa del greco

Forse mi odia
ma so per certo che mi teme
cospira alla mia perdizione
Nell’angolo dove ci siamo confinati
talvolta può accadere un bacio
un addio una promessa

Mi hanno detto che nel sonno piange
ma non posso alleviare le sue pene
immaginargli un incubo diverso

Di un labirinto aperto in un crocicchio
lui solo pronuncia la parola
per evocare il filo dell’inganno

Avvolto nel mistero suo e dell’isola
discioglie la faccia
dentro la catena del silenzio

Chissà se mai potrò incontrarlo
per combaciargli o ucciderlo

.
Da Il guardiano dei cobra 1992.1996

Il prigioniero

E lui assente
da sé dalle cose
quasi un altro a ridere al suo posto
a dissertare a bere con gli amici
a guidare la macchina
confondere di un giorno il calendario
un altro a confutare l’idiozia delle stelle
i fiori che dissacrano il giardino
ostile alla misura comune
emarginato dalla stupidità
nel bozzolo che s’era costruito

Gli chiesero perché
ansiosi gli si fecero incontro
ma il suo sguardo attraversa i corpi
la disarmante lancia del sorriso

Lui assente
dalle foglie dall’aria
per divenire una leggenda un mito

Ch’egli possa remare
attorcigliato tra le canne
udire i passi invisibili del tempo
nella camera dove ogni incontro si dilata
complice di un rito
che lo apparenti ai numeri
alla soglia iniziatica dell’ombra
e il vento moltiplichi il suo nome
fino al brusio indistinto dell’eterno

salvatore martino

salvatore martino

Sempre nell’occhio giallo

Un colloquio s’attarda sulla scala
lungo una solitudine evocata
dal suo letto di piume

Da millenarie cisterne affiora l’ombra
il fratello che veglia nella stanza
da un numero periodico indicata
di corridoi e porte di emozioni

Mi aspetta solitario
con un singhiozzo lieve sulla bocca
sui muri della mia prigione
descrive intorno a me una folla
nel lungo esercizio del possibile

Rapace sentinella del mattino
compagno detestabile e sicuro
mi segue negli androni
ai margini di un prato
nel verde di una squallida panchina
lungo una balaustra
che non oso percorrere da solo
in un crocicchio che ho deciso d’ignorare

Si fondono talvolta i nostri passi
le strategie diventano comuni
uguale il dettato della sorte

M’impegna in questa lurida partita
io folgorata torre astuto alfiere
stralunata pedina
lui sordida regina pavido re
temibile cavallo
A volte gioco il nero
per confondere il bianco
nascondergli
la mossa prevedibile in agguato

-Non ti conosco
non ti ho mai incontrato
avverto il soffio dietro la mia nuca
ricordo la magia delle tue parole
il sortilegio per frantumare l’ansia-

Ho tramato congiure
nel sospetto dell’alba
e lui dorme tranquillo
nel fondo degli armadi
nel perfido giacere degli specchi
nel ballo senza suoni dei vestiti
insinua i denti sopra il mio cuscino
come un bambino si abbandona
al gelido abbraccio della libertà

Implacabile amico
servile custode dei miei sogni
mi aspetta in terra per lavarmi i piedi
dettarmi un rimprovero inatteso
un consiglio che non posso rispettare
Conversa con me di Calibano
di quella nave smarrita alla tempesta
del match di domenica a San Siro
del conto in banca che dobbiamo aprire
della fatale fedeltà di Oreste
dell’incubo acquattato nel risveglio

Manoscritto del mio incerto vagare

Quando la polvere salirà alla gola
e saremo il richiamo dove ristagna l’acqua
e l’intreccio sarà forse un ritorno
quando il colloquio diventerà una larva
e finalmente godremo del silenzio

– Guarda laggiù contro la tua finestra
il raggio esploso a combaciare la ferita

Sono saliti amici per la cena
faranno festa suoneranno per te
e tu ti sentirai rasserenato
e ti addormenterai contro il mio petto
e saranno verdissimi i tuoi sogni
e veglierai tranquillo il mio destino

Poiché tale è il letargo del mondo
che non può scalfirlo la nostra paura
gli incerti tentativi di corrompere il tempo
Il brusio attardatosi alla casa
come un evanescente laccio si dissolve
la trafitta lega delle maschere
precipita in platea –

– Sì ! Questo non era dopotutto un viaggio
non c’erano stazioni sulla carta
né spazio per saluti
sportelli dimenticati aperti
vagoni che s’incrociano
lungo nebbie di acciaio
semafori che lampeggiano il futuro
sale d’aspetto simili a prigioni

Il letto è intatto
Con la nostra figura disegnata
La minestra tiepida sul tavolo
Il bicchiere in frantumi sull’acquaio

Un vento secolare
quando hai aperto la finestra
e sei caduto
in questo itinerario irripetibile
che a niente ti conduce
perché non c’è mai stato
e tu non l’hai mai percorso
e forse non dovevi farlo

Nessuno ad attendere una lettera
che possa ridere di te
o servirti il caffè nel pomeriggio
Sei finalmente libero
in quella accettazione del vuoto
da noi sempre abitato –

– Vieni è solo la mia mano
o la tua?
Domani scelto il nero
muoverò all’attacco la Regina –

– L’Alfiere bianco
saprà come aspettarla –
salvatore martino copertina la fondazione di ninivo

Mi trovavo nel sogno in una barca con il mio fratello
e Guardiano C’erano anche dei compagni e un marinaio
Doveva essere un braccio di mare grigio e calmissimo del
nord simile a un lago senza sponde Io chiedevo notizie
sulla rotta ai compagni e al giovane nocchiero e il motivo
della fuga perché di fuga si trattava Ma non ottenevo
risposta Erano tutti morti E non provavo angoscia né
dolore solo un acuto senso di vertigine e vergogna per
loro che non avevano avuto la disperazione di resistere
Il mare cominciava a farsi denso Al posto dell’acqua mi
sembrava ci fosse un liquido vischioso una specie di olio
In preda a una violenta eccitazione presi a scuotere il
Guardiano sdraiato al mio fianco perché temevo che
quest’altro incidente potesse rallentare il precario avanzare
della barca Una caligine lattescente era caduta senza
bussola sarebbe stato impossibile orientarsi Ma quello
non rispose girò mostruosamente sul fianco rotolandomi
addosso all’infinito La sua faccia penentrava la mia
le braccia le cosce il suo sorriso m’invadevano il corpo in
una indescrivibile euforia e incominciai a cantare a voce
altissima a ridere a sognare e non ci fu più fuga né barca
né compagni soltanto e sconfinata una distesa bianca

salvatore martino 2

Da Libro della cancellazione 1996-2004

E lotteranno sempre
l’Angelo-dèmone e il bambino

Il racconto
e la folgore autunnale
le favole ascoltate da bambino
attraverso le scale
nell’antro della carbonaia
dove terrori ignoti si nascondono
come nell’altra stanza
di legna accatastata

Incominciai allora
a frequentare gli inferi
il discorso con l’Altro
che affonda nel fianco
il suo pugnale

Ma il bambino che veglia
la mia sorte
cerco di custodirlo
di lasciarlo gridare

Quando terminerà questo colloquio
forse sarò nessuno
sarò tutti
certamente qualcosa che non muore

.
Autoritratto non finito

Questa maturità che oggi mi tiene
non ha trovato quello che cercava
il sogno liberato dall’angoscia
la parola di luce

Chissà se all’ultima fermata
incontrerò i frammenti del mio specchio
come in un gioco assurdo ricomposti
e avranno finalmente la mia faccia

Preghiera al limitar dell’alba

Salito a deturpare
con la luce l’inganno
astro che ragiona della notte
la magia del rimpianto
quella solare della cancellazione

Il dio non parla
nell’ambigua dimora
ogni vendetta sua è una speranza
ogni mia ribellione un obbedire

Treccia di neve liquefatta
mi chiami dall’oracolo perduto
a quale segno mi trascini?
Come vanificare il tradimento?

Vuoto artificio
che soccorri i naufraghi
astro gelato dei mattini
crocifero dell’ansia
col tuo mantello celi la paura
nella voce sicura fioriscono
tutti i tradimenti

Quando potremo sconfinare il mito
e consacrare al vento la saliva
come una cantilena di silenzi?

Vieni a confondere le menti
dèmone bianco
a circondare i passi dell’uscita

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

La moneta di ferro

Angelo dell’inizio e della fine
segreto mormorio del mio destino
sorvegli il respiro della casa
ogni mio movimento familiare

Come un serpente
scivolato all’alba
o nell’ora più atroce
prima dell’ultimo duello
tra la notte e il mattino
prepari l’imboscata

Indovino i tuoi trucchi
i sortilegi
l’ombra evocata dallo specchio
Del mio corpo e dell’anima
conosci ogni dettaglio
della mente
Ma io non ignoro
il tuo tremore
io come te la vedo l’avventura
che percorriamo insieme
in questo letamaio

Dèmone bianco
che baci il mio cuscino
quasi assetati di vergogna
senza una lira in tasca
in questo viaggio
dimenticammo l’armatura
in un campo di ortiche
e stranamente i cavalli
erano uno

Portami sulle spalle all’altra riva
un rosso fazzoletto di saluto
l’occhio giallo perduto nell’addio

Non puoi non farlo

Neri cespugli coprono
il teatro in rovina
la maschera lasciata in camerino
il pane raffermo sulla tavola
la minestra gelata nell’acquaio
Perfetta si chiude la moneta
in entrambe le facce

Anch’io ti porterò
ai campi di narcisi in fiore
che l’isola nostra ha custodito
laggiù saremo
una bianca risacca
una canzone
un’alga perduta nella spuma

.
Sinfonia n° 6 in si minore
quella sera “Patetica”

Se lasci una fessura
incisa da una punta di coltello
e un barlume di seta
una speranza
l’occhio dell’Altro
prepara l’imboscata

Ricordo la sera di un concerto
quando un’ultima volta
gli archi intonano quel tema
per consegnarlo poi ai soli bassi
un patetico invito mi raggela
lo sguardo lucido dell’Altro
come un avvertimento
implacabile e dolce
mi spia dalla fessura

8 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Antologia Poesia italiana, Il poeta e lo specchio, l'Identità in poesia

POESIE – AUTOANTOLOGIA di Adam Vaccaro “Il rosso e la neve”, “Comete tra scempi e lampi”, “Quadriglia gitana”, “Tra (piccoli) gusci e (grandi) angosce”, “Ventagli d’amore e d’inganno”SUL TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO

gif-scale-e-donna

Adam Vaccaro, poeta e critico nato in Molise nel 1940, vive a Milano da più di 50 anni. Ha pubblicato varie raccolte di poesie, tra le ultime: La casa sospesa, Novi Ligure 2003, e la raccolta antologica La piuma e l’artiglio, Editoria&Spettacolo, Roma 2006. Infine, Seeds, New York 2014, è la raccolta scelta da Alfredo De Palchi per Chelsea Editions, con traduzione e introduzione di Sean Mark. Tra le pubblicazioni d’arte: Spazi e tempi del fare (Studio Karon, Novara 2002) e Labirinti e capricci della passione (Milanocosa, Milano 2005) con acrilici di Romolo Calciati. Con Giuliano Zosi e altri musicisti, ha realizzato concerti di musica e poesia. Collabora a riviste e giornali con testi poetici e saggi critici. Per quest’ultimo versante, ha pubblicato Ricerche e forme di Adiacenza, Asefi Terziaria, Milano 2001. È stato tradotto in spagnolo e in inglese. Ha fondato e presiede Milanocosa (www.milanocosa.it), Associazione con cui ha curato varie pubblicazioni, tra cui: Poesia in azione, raccolta dal Bunker Poetico, alla 49a Biennale d’Arte di Venezia 2001, Milanocosa, Milano 2002; “Scritture/Realtà – Linguaggi e discipline a confronto”, Atti, Milanocosa 2003; 7 parole del mondo contemporaneo, Milanocosa, Milano 2005; Milano: Storia e Immaginazione, Milanocosa, Milano 2011; Il giardiniere contro il becchino, Atti del convegno 2009 su Antonio Porta, Milanocosa, 2012. Cura la Rivista telematica Adiacenze, materiali di ricerca e informazione culturale del Sito di Milanocosa. Indirizzo: Via Lambro 1 – 20090 Trezzano S/N (MI). Dieci sue poesie sono apparse nella Antologia di poesia a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, Roma, 2016). 
Email: adam.vaccaro@tiscali.it

Poesie di Adam Vaccaro

Il rosso e la neve

Nello splendore del supplizio*

Qui è ormai tutto bianco
come una perfetta notte
di Natale mentre una fitta
si conficca nel costato
di questa impotenza
che può solo pensare
al rosso che cola
tra i muri massacrati
di Gaza

*

Qui da noi il padrone è una stella
che ci impone la misura della terra
della farina dell’acqua della dignità
che ci invade e distrugge le case

che ci affama e fa piovere bombe
nel nome di Davide e di Israele
che chiude il cerchio glorioso
della bestemmia Gott mit uns

su noi che non abbiamo più voce
in questo dominio del mondo
sommersi dalle mille voci
che del tempio fanno mercato

su noi resi ciechi e muti dall’oro
che scorre nelle reti e nei nervi e
comanda sapiente voce o silenzio
che non rompa la pace dei servi

o silenzio del dio dei popoli
tra scoppi di brindisi e bombarde
nell’impronunciabile nome YHWH
di un dio che ormai è solo tra gli eserciti

*

e voi qui ancora al caldo della favola di lana
della stella supernova del pensiero unico dominante
e anche voi re della parola, poeti di lumini accesi
che beati nuotate insieme al mare di cose

appesi alle code dei saldi – bambini dietro
aquiloni d’affari d’oro – non siate troppo turbati
da bambini sventrati ammutoliti di terrore
sulla striscia di Gaza
Gennaio 2009

*espressione di Michael Foucault, ripresa per la tragedia palestinese anche da Stefano Bologna.

adam vaccaro Fronte Seeds

COMETE TRA SCEMPI E LAMPI

Tra Io e Noi

la testa della cometa pensava/sognava di sconfiggere la morte
amando la bionda coda che friggeva residui
perdite

*
la poesia può essere
spietata quanto una banca
che in genere dà soldi solo a chi li ha già

*
ripeteva citando Majakovskij
“la poesia è un viaggio nell’ignoto” e
si spinse tanto oltre che bucò il calzino

*
quell’io verticale che buca il cielo dimentico
del piede di porco del corpo: es-trema
carne che sporca il dio delle rette immobili

*
sotto le stelle oltre le mura negli accampamenti dell’io occidentale
brulicano carri carichi di sogni
di un ordine superiore capace di annientare ogni nemico

*
in uno dei suoi deliri di onnipotenza vedeva le
proprie ciabatte com’un’arma capace di dare un calcio
in culo al mondo – sognando una chiave per entrare nel regno
della lingua ma depurata come il cielo in una stanza

*
aveva imparato a non fidarsi di quelli/e che si esaltano
parlando della parola, della lingua, della scrittura
come fosse tutto il mondo – in genere dietro
c’era un Io più grande del mondo

*
quel noi che (r)esiste per attimi
in sentimenti che sedimentano
memorie nei corpi-io

adam vaccaro

adam vaccaro

Tra (piccoli) gusci e (grandi) angosce

quel liquido guscio di lumaca tra le scarpe rendeva così ridicola
e insensata l’angoscia di non superare mai – in fondo – l’uscio di casa
che comprò un camper e andò tanto oltre finalmente
che finì in una scarpata tra ignari e vuoti gusci di lumaca

*
ormai – pensò – bastano tre alberi per fare senso e bosco di vita
tra foglie disfatte funghi e lumache mentre
gira intorno arrochito un fiume di macchine insensato

*
così aprendo la finestra allo sciame d’insetti delle ansie
scoprì nello sghembo lato comico della stanza
la risata liberata del nulla

*
e scoprì appena compiuti i sessant’anni
che per diventare giovani
occorrono molti anni

*
ché il vero coraggio
è nelle rose che vanno
oltre maggio

*
dire la pace
è affogare nel nulla
per rinascere

.
L’ala sottile

Quell’ala sottile che ci raggiunge
e si apre come una vela sull’infinito
non è l’ultimo vento che ti aprirà le mani
ché l‘universo è pregno di mille altri universi
che tu ancora non sai

18.12.2012

adam vaccaro

adam vaccaro

Quadriglia gitana

Rom

Col sole in faccia e il vento
che sanno di ogni fiore e chi
come me si muove sultano

senza terra sulla Terra
sentirà soffiare un’anima errante
fatta di aria visi cotti e nonluoghi –

un’anima che canta un vento
voce invisibile e sconosciuta
sapiente d’amore e di dominio

(maggio 2014)

*

Carovana
Carovana giungeva da chissà dove andando verso
chissà dove – attento non avvicinarti troppo che
ti portano via, dicevano trepide le madri – in quel
accampamento accanto alla fontana dal nome che
sonava onomatopeico – oh scintillante Ciciliano! –

in concerto con pentole e voci di bambini e urla di
volti scuri, baffi e occhi neri, cercine e zinali chini
intorno a fuochi pentole fumanti e assi traballanti
di farina impastata dalle mani volteggianti di una
maga che – con occhi spiritati s’un dente unico re

duce rimasto al centro della bocca come punzone –
fissandomi mi disse, tu hai nel nome il destino di
– di cosa? dissi spiritando gl’occhi a specchio – di
andare fuori e essere contro – e contro cosa?, ilare
e curioso chiesi – occhi fissi negli occhi di carbone

della bambina attaccata al magico manto del suo zinale –
mentre lei rideva ridiventata con noi bambina tra asini
cavalli e tende delle allegrie accampate, ma mi forava
per sempre anima e memoria un sibilo dal suo punzone:
oh piccolino mio, ma contro tutto il bel mondo che c’è!

(27 febbraio 2014)

*

Zambra!

senti come balla – come
balla il mio sangue mentre
il mio piede quasi bacia i tuoi
e il mio viso sfiora il tuo invaso
di calore di carne e vita – anima
che esplode mentre pieghi la gamba
nel moto di andare che segue coll’occhio
se la mia ombra t’insegue – e ti raggiungerà
oh ti raggiungerà come zanna affamata che sa sa
piente sospendere l’attesa cucina di tutti i segreti
di vita – fucina che soffia scintille e balla con la vita

(febbraio 2014)

*

Ventagli d’amore e d’inganno

Dicono che il vento si fa vento
per farsi canto senza parole
sapiente che sa già tutte le loro
accese illusioni che sanno cucciarsi
e farsi anima, prima sotto pelle e poi,
piano, fino al cuore, fino a farsi liquore
che scende scende e inventa altri suoni
con odori e lampi abbracciati a ferite
dolci e feroci, incancellabili.

Che riconoscerai anche se ti rapiranno l’anima,
per farne schiava in luoghi sconosciuti, mentre
ti racconteranno di un’altra libertà ornata di altre
parole d’incanto che ti diranno, tu sei nel massimo
sogno di essere oltre e altro, finalmente il vero te,
il re che hai sempre cercato in parole ignote
il più sconosciuto e tanto in alto e fuori di te
che ti sembrerà di volare come foglia – completa
mente preda di un vento che fa di te il suo canto

(aprile 2014)

11 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Antologia Poesia italiana

DIECI STROFE di Marina Pizzi dal Poema “La cena del verbo” (2014) POESIE SUL TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO

roma La grande bellezza fotogramma

roma La grande bellezza fotogramma

L’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’Utopìa (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Εὐτοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ– che significa bene eτóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso – εία (quindi ottimo luogo), sia di Οὐτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco οὐ(non), e che cioè la parola utopia equivalga a non-luogo, a luogo inesistente o immaginario. Tuttavia, è molto probabile che quest’ambiguità fosse nelle intenzioni di Moro, e che quindi il significato più corretto del neologismo sia la congiunzione delle due accezioni, ovvero “l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo“, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Effettivamente, l’opera narra di un’isola ideale (l’ottimo luogo), pur mettendone in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).

Marina Pizzi è nata a Roma, dove vive, il 5 maggio 1955. Ha pubblicato i libri di versi: Il giornale dell’esule (Crocetti 1986), Gli angioli patrioti (ivi 1988), Acquerugiole (ivi 1990), Darsene il respiro (Fondazione Corrente 1993), La devozione di stare (Anterem 1994), Le arsure (LietoColle 2004), L’acciuga della sera i fuochi della tara (Luca Pensa 2006), Dallo stesso altrove (La camera verde, 2008, selezione),  L’inchino del predone (Blu di Prussia, 2009), Il solicello del basto (Fermenti, 2010), Ricette del sottopiatto (Besa, 2011) Un gerundio di venia (Oèdipus, 2012), “La giostra della lingua il suolo d’algebra (Edizioni Smasher, 2012);  Segnacoli di mendicità (CFR, 2014); le plaquettes L’impresario reo (Tam Tam 1985) e Un cartone per la notte (edizione fuori commercio a cura di Fabrizio Mugnaini, 1998); Le giostre del delta (foglio fuori commercio a cura di Elio Grasso nella collezione “Sagittario” 2004). Suoi versi sono presenti in riviste, antologie e in alcuni siti web di poesia e letteratura. È nel comitato di redazione della rivista internazione “Poesia” diretta da Nicola Crocetti.

*[raccolte inedite in carta, complete e incomplete, rintracciabili sul Web: “La passione della fine”, “Intimità delle lontananze”, “Dissesti per il tramonto”, “Una camera di conforto”, “Sconforti di consorte”, “Brindisi e cipressi”, “Sorprese del pane nero”, “L’acciuga della sera i fuochi della tara”, “La giostra della lingua il suolo d’algebra”, “Staffetta irenica”, “Il solicello del basto”, “Sotto le ghiande delle querce”, “Pecca di espianto”, “Arsenici”, “Rughe d’inserviente”, “Un gerundio di venia”, “Ricette del sottopiatto”, “Dallo stesso altrove”, “Miserere asfalto (afasie dell’attitudine)”, “Declini”, “Esecuzioni”, “Davanzali di pietà”, “Plettro di compieta”, “Segnacoli di mendicità”, “L’eremo del foglio”, “L’inchino del predone”, “Il sonno della ruggine”, “L’invadenza del relitto”, “Vigilia di sorpasso”

Karl Hofer Tiller Girls Kunsthalle in Emden Stiftung Henri und Eske Nannen und Schenkung Otto van de Loo

Karl Hofer Tiller Girls Kunsthalle in Emden Stiftung Henri und Eske Nannen und Schenkung Otto van de Loo

 da una e-mail di Giorgio Linguaglossa (agosto, 2011)

 Gentile Marina Pizzi

 Innanzitutto, complimenti per il folto stuolo di interpreti della sua poesia; e complimenti per la sua poesia, che rivela momenti di climax molto acuti insieme a momenti nei quali predomina il ruolo e la funzione dei «legamenti» tra un climax e l’altro. Conoscevo la sua poesia per qualche lettura occasionale su riviste ma certo non ho mai potuto approfondire la conoscenza dei suoi testi, per questo non ho potuto inserirla nel lavoro che è appena uscito e sarà distribuito in libreria in settembre Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana (1945-2010) ed. Edilet, Roma  – ma questo non vuole essere una scusante …del resto sappiamo che la situazione della critica non è dissimile da quella della poesia; quasi sempre la critica fa l’apologia della poesia e la poesia più scaltra strizza l’occhio al buonismo della critica.

Come dall’artigiano chiediamo che la sedia abbia 4 gambe e 1 schienale, non vedo perché i “poeti” invece si ritengano liberi di costruire sedie con 3 o 5 gambe e con 7 o 8 schienali, manufatti apprezzabilissimi dal punto di vista di un marziano che reputi che gli abitanti della terra abbiano 7 o 8 schiene e un sedere oltremodo grasso da richiedere 5 gambe… credo che i poeti debbano imparare, invece, dalla severità della scrittura del romanzo, che richiede severissime regole di attenzione all’oggetto, al plot, ai personaggi, all’ambiente, alla storia, alle idee etc. Grandissima parte delle poesia contemporanea, invece, ritiene di poter dire tutto ciò che passa per la testa degli autori, così, senza capo né coda, senza connessione con le esigenze fisiologiche elementari della persona umana (che mangia, beve, fuma sigarette, litiga con la moglie e con il collega di ufficio, passeggia, fa all’amore etc.)… chissà perché tutte queste cose normali-rituali della vita quotidiana degli uomini sono scomparse dalla poesia scritta dagli autori di oggi i quali preferiscono apparire originali e tecnicamente dotati incorrendo nell’errore di scambiare un palleggiatore per un giocatore di calcio quando invece è soltanto un equilibrista da circo Togni.

E allora la poesia che fa?, semplice: può fare tutto perché è libera di fare tutto. Ma chi ha dato alla poesia questa libertà?, semplice: i poeti se la sono presa da soli perché ormai la poesia è libera da ogni responsabilità, è libera di non avere più una poetica (come ci hanno ripetuto i minimalisti con Magrelli in testa), un pensiero estetico (perché la poesia ce la può fare da sola), un «oggetto» (perché l’oggetto della poesia è se stessa) etc.

Di questo passo anche il critico non può che fare un passo indietro: non occuparsi più di interpretare la poesia. Diciamoci la verità: il 99% della produzione di «poesia» attuale è Vaniloquio e vacuiloquio. Ma ci saranno pure dei responsabili di questa situazione o è tutto caduto dal cielo?

Marina Pizzi

Marina Pizzi

Per ognuno di noi che acconsente
vive un ragazzo triste che ancora non sa
quanto odierà di esistere.

 Franco Fortini, “Complicità” (1969)

1.
Unica tregua somigliare al fango
Alla migliore traccia di sangue
Per sconfiggere speranza con l’anemia
Del balzo tenerissimo con la concreta
Realtà di andarsene finalmente superstiti
Bonari. Di te non credo la vitalità più bella
Né la cometa azzima di luce
Perché la ressa delle rondini è soqquadro
Sul finire dell’ultima cimasa.
Non resta che pagliaccio la sirena
Irrisa da soldati di conquista.

2.
Annuncio di chitarra vederti all’angolo
Dove la sposa cieca ti sorride
Coriandolo e malessere per sempre.
L’ausilio del gemello francescano
Non consente libertà di scelta
Ma esuli le palpebre di brevetto.
Dimmi perché piange la baldoria
Del fiume dotto di non tornare mai
Quasi del secolo il messaggio a dio.

3.
Dio della notte il mio sospiro
Sparuto quanto un indice di nebbia
La crudeltà del sale sfatto palmo
Con il mistero che deride la faccia
Faccenda senza resine di baci.
Il male barricato sulla fronte
Deride l’ossigeno geniale
La gente sugli spalti delle tombe.
Tu dimmi quale rondine corsara
Sapienza di dio non sapere
Perché le baracche da sole spopolano.
Capitomboli di sabbie volerti bene
Dietro la rotta tragica del guado
O di domani la speranza d’essere.
Pagliaccio al grado Generale
Questo fantasma d’anima malarica
Dove intercede il regno del cipresso.

4.
La notte dell’abaco quando più nulla conta rimanere
Al bacio dell’algebra bravura
O sotto teca ricordare il nonno
O la maretta insita alla darsena.
Inverno bello quanto un calamaio
Felice pagliaccio della poesia
Barriera al maestrale colma vendetta.
Materna la briciola che sogna da sola
La grande pagnotta della patria
Sgominata con un soffio di penuria.

.
5.
Ho una critica al rito perché non piange
Parla e recita cinge l’altare
Sulla truppa delle lacrime di altri
E questa piccolina aria di asilo
E’ vicina al mio collo gracile come un biscotto
La meringa di madre che mi fu amorosa gara
Qualora giungi in ritardo e il dondolo del sole
M’insegnò la rima con la luce pietosa
Dentro le tombe con gente che se ne va
Bruciata o sottoterra oltre i santi che non ci sono
Giammai vicini nonostante il calendario o a
Decine di copie per festeggiare il nuovo anno.
Le medicine delle nuvole piangono disperano
Su tutti, le resine non bastano per Natale
La fanga è ennesima maligna agro.
Tu graziosa mungi per l’anima marina e d’ara.
Addio, puoi morire da Capitano gentile.

Patrick Caulfield  (1936-2005)

Patrick Caulfield (1936-2005)

6.
qui nel pianto che rottama chi fosti
si stipola la sporta delle lacrime
nel crimine del giglio che si oscura.
l’ennesima malizia della ruggine
germoglia girandole di pargoli
dove la madre è un astio di bestemmia.
biblioteca di aceri rossi le tue guance
stipendiate da dio per una riserva d’ àncora
o almeno in coro ripetere l’enigma
di fausti almanacchi creduli al pompiere
di fuoco l’acqua piccolina in pozze
tombale l’anemia di chi fosti.

7.
Viltà del tarlo il crollo ben tradente
Quanto la logica di perdere la vita.
Matassa di elemosine vederti
Sotto la vana statua la tua venere.
Ebbene adesso il secolo vanesio
Sibila silenzi dentro gli sguardi ebeti
Delle maestre fatue oltre il vento.
Ben oltre dio ho scoperto l’astro
Valente quanto un calice di stimmate
Immacolate madri di ben alte stature.
Il Carso di Ungaretti è raso al suolo
Per rendere maligne le retate
Tanto bacate le lignee strade fatue.
Intorno alla marea di guardare il cielo
Si sviluppa un popolo di lutto
Vano del tutto in pasto alla fanghiglia.

8.
L’età felice un granello di sabbia
Sotto gli esposti papaveri di niente
Con la morte del cielo non sedata
Lugubre attivista quale un rantolo
Bacato dalla resina di resistere.
La mia spoliazione rimprovera le spose
Le taniche vecchie senza fiori attorno
E’ così che piange il mio gendarme
A me tenuto stretto come un ciondolo
Una ripetizione che sa di arsenico
Buono lo sciroppo per i bimbi superstiti.
Nel lento sprofondare della palude di casa
Ho perso il ludo di guardarmi attorno
Tu presente maschia agonia che il lo sia.
Tutta una civiltà di panico
Anche l’agonia lo sarà nonostante tu
Creda alle sbarre alle terre dei morti.
Libri d’infami lettori stare a casa e non capire
Le pagine miliardarie di parole.
Un libro dopo l’altro ho perso il fare
La lunga cattedrale del portone che schiavi
Speciali trattiene. Intorno ai poveri senza parola
Si getta dalla finestra il lessico la sposa senza rima di bontà.

9.
La rondine nel passo
Nel lutto della foce giacché morente
Sono trappola vivente verso il so
La culla ennesima del falò
Però non brucio anzi ritorno
Fantoccio di sangue velenoso
Si dipana il libro che nessuno capirà
Ma poco importa tracciare il fantoccio
Della sapienza. Il postino all’orizzonte
Calcola gli zeri che incontra e la marina amorosa
Dove s’intana il coma di pargoli
Gotici. Padre di alta messa per perdonare i lupi
E le gentaglie alle prodezze degli assassini.
In fondo i colori amano i piangenti
I fagotti dei poveri che non sanno amare
E il carro funebre con la rodine in cima
Somiglia il paradiso che non c’è.

.
10.
Le bambole di pane ebbero tempo
di frangere aurore per gli abiti
quali un manipolo di baci.
Sto quaggiù dove piange il sale
le rotte nude di trovare il giorno
mancato per abitudine al cadavere.

22 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Antologia Poesia italiana, critica della poesia

OTTO POESIE DEGLI ANNI OTTANTA e NOVANTA di Lucia Gaddo Zanovello SUL TEMA DELL’AUTORITRATTO O DEL POETA ALLO SPECCHIO O DELL’IDENTITÀ

AUGEN_AUF_1961_STROEMHOLM-NANA_LANDSCAPE_teaser-480x320

AUGEN_AUF_1961_STROEMHOLM-NANA_LANDSCAPE

 Lucia Gaddo Zanovello è nata a Padova nel 1951; scrive dalla prima adolescenza e dopo un periodo giovanile dedicato a diverse attività lavorative, ha poi impegnato la maggior parte del suo percorso professionale come docente di scuola media. Ha condotto studi, fra gli altri, su Niccolò Tommaseo e sul suo corrispondente friulano Pierviviano Zecchini.

Per la poesia ha pubblicato: Porto Antico, Edigam, 1978; Bramiti, La Ginestra, 1980; Da serpe amica, Padova Press Edizioni, 1987; Semiminime, Padova Press Edizioni, 1988; Per erbe piú chiare, Edizioni Dei Dioscuri, 1988; nel 1998, per le Edizioni Cleup, la raccolta retrospettiva relativa agli anni ’88 -’98, in cinque volumi: Nóstoi (che include Fiordocuore), Fatalgía, In lúmine, La trilogia del volo, La partitura. Ed ancora Il sonno delle viole, Cleup, 1999; Un parlare d’acqua, Cleup, 2000; Solargento, Cleup, 2000; Memodía, Marsilio, 2003; Silentissime, Imprimenda, 2006; Ad lucem per undas, Joker, 2007; Amare serve, Cleup, 2010; Illuminillime, Cleup, 2011, Rodografie, Cleup 2012, Buona parte del giorno (Premio Milo 2012), Incontri 2013 e Disforia del nome, Biblioteca dei Leoni, 2014.

Nel gennaio del 2009 è uscito per le edizioni Cleup, il libro-intervista Amata Poesia: Antonio Capuzzo intervista Lucia Gaddo Zanovello. Nel 2004 il compositore di Patrasso Sotiris Sakellaropoulos (1952-2010) ha tratto da Memodía, quarta sezione (Canto di luce) e  nel 2005 da La partitura, prima sezione,  per archi, voce e pianoforte, omonime opere musicali. Nel 2010 la scrittrice Rika Mitreli ha tradotto in greco sei testi tratti da La partitura, pubblicati nel numero di maggio della Rivista “Thea” (Thèmes de Sciences Humaines) di Bruxelles, a fianco di un ampio saggio commemorativo dedicato all’opera del musicista scomparso.

Per la saggistica ha pubblicato: Faedo di Cinto Euganeo, in “Città di Padova”, anno VIII, n.1, 1968; L’eremo del Monte Rua, ibidem, anno IX, n.1, 1969; Considerazioni del Tommaseo sulla poesia in una lettera inedita a Pierviviano Zecchini, in “Lettere Italiane”, Leo S.Olschki, Firenze, 1988; Scrittura poetica e funzione estetica in “Punto di Vista”, (Rassegna italiana di Lettere ed Arti), Libraria Padovana Editrice, n.36, 2003; L’epico innesto etico nell’etimo di Cesare Ruffato, in Per Cesare Ruffato. Testimonianze critiche, Marsilio, Venezia, 2005; Quando il silenzio accende, per “La colpa di scrivere”, luglio 2006 ora anche in appendice ad Illuminillime; Per un’etica dell’apparenza, recensione a Strategie dell’occhio di Francesco S. Mangone, ne “Il Fiacre n.9”, 2007.

Lucia Gaddo con Luciano Troisio e Cesare Ruffato

Lucia Gaddo con Luciano Troisio e Cesare Ruffato

“Personalmente avverto sempre come se ci fosse in me qualcosa di morboso quando mi faccio osservatrice di fotografie, quasi fossi a spiare, in una sorta di bird watching, quel che accade ai corpi sottoposti al passaggio terreno. Un indagare che ha dell’origliare, talora anche con occhi di contemplazione, o dello scrutare per conoscere o riconoscere qualcosa di ciò che si ritiene perduto.”

(Lucia Gaddo Zanovello)

diabolik particolare di  Eva Kant R. Lichtenstein

diabolik particolare di Eva Kant R. Lichtenstein

L’oca

Non so vivere
che come un’oca spenta
tra la folla.

So del mio occhio attonito
del mio vezzo goffo
del caracollar malfermo
alla corrente.

Conosco l’argine penoso
che m’accoglie
vinta
alla nemica sponda.

Bramiti, 1980, p. 83

.
Ortoscopia

Qualcosa scricchiola
la mia corazza
e mute danze
trilobate
conducono
la mia carcassa
a formiche senza preda

un cuoco leggero
oscilla
le mie antenne
sulla zuppa delle mie zampe.

Semiminime, 1988, p. 161

Da serpe amica

In quest’agile spelonca
dove tutto è mite
io mi posso acciambellare,
su di un ammainar di vele
vuota d’orgogli
residuo pigolante
di soli accesi
a coccolare
lenti minuti albini,
a gettar griglie
per arenare soffi
bercianti inallegrati.
Con altre mani
con altri lini
accolgo
sinfonie d’effetti
e dopo i crudi passi
del mattino
ho gli occhi tondi
di serpe amica.

Da serpe amica, “Metamorfosi”, 1987, p.30
Charles Baudelaire 3

Io sono un capolinea

un self-service
uno snack-bar.

Io sono un pronto soccorso
un motel
e un generale d’armata.

Io sono un capro,
una spalla
e un muto zerbino,

sono tana e palcoscenico
un’urna vivente
un’antenna, una chiave
un frigorifero

io sono un ampio parcheggio
al capolinea delle vostre necessità.

Da serpe amica, “Taccuino di viaggio con interni”, 1987, p.62

.
Un’idea di seta

si svolge
nel cielo dei desideri

non chiudere la luna
nel baule della notte
quando libera gioca
coi chiarori della sera
e mi sorprende
alta e nuda
dove non la cerco

i lunghi suoi capelli
scesi sulle case
brillano i pensieri di malia
spandono speranze sulla malinconia

come pietra riposo
sul cuore della terra
come segno sulla pagina
un punto fermo.

La partitura, armonie, 1998, p.45

varietà dell'identità

varietà dell’identità

Identità

Perché fondono segnando
il doppio procedere
da nascita e da morte,
lo stupore dell’alba
e la notte terrena
accendono verità
se il pensiero
impaniato di illusione
di stordite apparenze
si fa magnete impazzito
e la storia
è meta perduta.
Ci fanno scorta
il cielo stellato
e l’opale dell’aurora
catturati
nell’iperspazio della promessa,
voti congiunti di luce
perché l’Uno
con parole di opposto colore
propone lo stesso
monogramma di vita.

La partitura, armonie, 1998, p.46

.
Un me migliore

Quando tutti i figli del mondo
saranno figli nostri
da amare,
l’arco che ci chiude
sarà colmo
di vita,
perché fiori di tenerezza
rivivranno,
carni e ceneri
riamate,
e la memoria
tornerà un oggi senza tramonti.

I virgulti recisi
saranno ombrose
querce serene.

Le domande
tutte
muteranno in lucide risposte
che brillano
di un sole arguto e alto,
anche nella notte
e tu sarai
un me migliore.

La partitura, armonie, 1998, p. 56

.
Incomunicabilità

Dico a te
che affiori
dall’anima
con moto labile
inadatto agli aliti mutevoli
di superficie.

Afferro della tua verità
i sintomi
come alghe
fuggono
la mietitura.

Necesse
una bara di cristallo
per carcerare strette
quelle ali
inafferrabili
di polvere:
il tuo io
che affiora
quando non guardo
e dilegua
come stendo la mano
incontaminato
e puro

ma dove?

La partitura, un suono nuovo, 1998, p.70

9 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Antologia Poesia italiana, critica della poesia, l'Identità in poesia

OTTO POESIE SCELTE di Elia Malagò  da Golena (2014) “Acufeni”, “Prova d’orchestra – acufeni”, “Abisso”, “Paura”, “La sorte”, “Non vorrei”, “Ordito”

Enrico Baj I funerali del'anarchico Pinelli

Enrico Baj I funerali del’anarchico Pinelli

 Elia Malagò è nata a Felonica (Mn) nel 1948, abita a Mantova da più di vent’anni, dopo altrettanti trascorsi a Bologna. Ha collaborato dagli esordi con la Forum Quinta generazione, curandone le pubblicazioni fino alla chiusura nel “95. Promuove attività legate alla lettura e alla scrittura.

Saggistica:

Le cadenze della memoria – il mito presso i popoli primitivi, Signorelli, 1982. Con Gianluca Prosperi ha curato l’antologia Care donne (Quinta generazione, Forlì,1980) e la riedizione di Forse un viso tra mille di Umberto Bellintani (Passigli, 2014)

Prosa:

Dieci racconti – gente del fiume (Q/G,1968); La casa grande (Q/G, 1975); Pirata dentro (Q/G, 1985); L’ombra ripresa (Sabatelli, 88, 1 ed.; Tre lune, 1999, 2 ed.)

Poesia:

Ci dev’essere un posto (Città di Vita, 1967); Saranno gli altri a testimoniare (Q/G, 1968); I discorsi di sempre (Q/G, 1970); Una carta di re a cavallo (Città di Vita, 1971); Di un’impossibile maturità (Q/G, 1975); Buffa sonagliera (Q/G, 1978); pita pitela (Q/G,1982); Maree (Q/G, 1986); Soprav(v)ento (Gazebo, Firenze 1996); Incauta solitudine (Passigli, 2010); L’orto dei semplici (2010-2011) (Associazione culturale “La luna”, FM, 2012), Golena (Lietocolle, dicembre 2014)

da Golena (LietoColle, dicembre 2014) pp. 60 € 13

«La golena è quella striscia di terra tra un arginello di contenimento di Po – che è sempre letto suo – e l’argine maestro, quello che difende i nostri paesi della bassa-bassa dall’acqua che è più alta delle case. Paesi benedettini e matildici fino alle bocche del Polesine che inizia all’altezza di casa mia, “di là dalle acque”. Lì si coltivano filari di pioppi e c’erano case per lo più bovarili. Dopo l’alluvione del ’51, che è il primo ricordo della mia infanzia, dalla golena siamo usciti, riconoscendola terra di Po e le casse sono diventate negli anni casematte. Che hanno accolto le nostre incursioni di bambini e adolescenti. Ecco tutto quello che c’è da sapere del luogo.

Le parole sono del 2012 e sono il diario di un dolore; le interrompe il terremoto del 20 maggio».

(Elia Malagò)

dall’intervista a Elia Malagò su “Golena” il Po e le sue storie – Gazzetta di Mantova
Abbiamo rivolto a Elia Malagò alcune domande partendo proprio dal titolo del libro, che sembra rievocare la precarietà che viviamo oggi. Cosa rappresenta per lei la golena?

Beh, la golena è la poesia stessa. La golena è un non luogo nel senso che è tanti luoghi. Non appartiene a nessuno, è una terra di tutti; una riserva di senso. Possiamo anche dire che la golena è il liquido amniotico, il ventre materno e che la fisicità gioca un ruolo importante in queste sue nuove poesie? Sì, perché volevo dire non del dolore in sé, ma dell’incontro con il dolore. La poesia parte dall’ un’esperienza chiave del corpo perchè anche il dolore psicologico, il lutto passano attraverso la fisicità. Per questo, per esempio, parlo di acufeni, i fastidiosi ronzii delle orecchie che però danno voce a delle cose che hai dentro e che cercano le parole per uscire allo scoperto. E poi c’è il cuore, questo strano muscolo che spesso dimentichiamo essere di lato, non al centro del petto. Così capita, quando crediamo di essere o avere qualcuno nel cuore, di dimenticare che siamo pur sempre di lato nella vita altrui.

[…] in questo caso la poesia si è come imposta. Golena ha la misura del passo, del cammino. E al contrario di quello che si può pensare non sono i passi che percorrono la golena o gli argini di Felonica, di casa mia. Ma è il passo della quotidianità, delle strade di città. Ed è il ritmo del passo, il passo stesso che tira su le parole. Non ho dovuto cercare le parole, sono venute lungo il cammino verso l’edicola, il bar, la libreria, il supermercato. Per questo Golena ha un passo narrativo e una sorta di pensiero unico… Questa raccolta, infatti, è nata come un pensare senza soluzione di continuità. C’è un discorso unitario e non ho dovuto lavorare per organizzare l’ordine delle poesie, sono andate a posto quasi da sole. “Che la memoria sia questo tornare a casa / a ogni giro di boa / per riempire il paniere di nomi?”: le origini, il passato, le radici, la terra, la sacralità del grande fiume sono temi centrali nelle poesie eppure Golena ha uno sguardo lucido e preciso sul presente e un occhio quasi profetico sul futuro…

.

giorgio de chirico cavalli

giorgio de chirico cavalli

Acufeni

Ci sono domeniche di nebbia
a caligine che scende sulla bassa come fosse un pianoro
docile e bagnata
slavina le ore e le condensa tra le tredici e
quel che resta di luce
la bolla d’aria che sospesa nella testa
ti naviga dentro e intorno

ti accorgi dopo
che non se ne va più. Continua a leggere

6 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Antologia Poesia italiana

POESIE EDITE E INEDITE di Steven  Grieco Rathgeb SUL TEMA DELL’AUTORITRATTO O DELL’IDENTITA’ O DEL POETA ALLO SPECCHIO con un Appunto dell’Autore e un Commento critico di Giorgio Linguaglossa – “Senza titolo”, “Autoritratto”, “Autoritratti”, “Tre veglie nel sogno”

hopkins Autoritratto

Prima di andarmene, intravidi il tuo viso
indietreggiare dallo specchio.

(È esteso l’invito a tutti i lettori del blog ad inviare proprie poesie alla e-mail di Giorgio Linguaglossa glinguaglossa@gmail.com sul tema dell’Autoritratto o del Poeta e lo specchio, ovvero, sul tema dell’Identità)

È stato detto che l’autoritratto è il genere artistico egemone della nostra epoca, il più diffuso, ma anche il più problematico. Antonio Sagredo preferisce la dizione «Il poeta e lo specchio», ma lui intende lo specchio deformante, la figura che il poeta vede allo specchio è un Altro, ma è mediante l’immagine allo specchio che noi ci riconosciamo. Il problema dunque del «poeta e lo specchio» è quello della identità. Possiamo dire che una larghissima parte della produzione letteraria del Novecento e contemporanea (romanzo e poesia) appartiene al genere dell’autoritratto, diretto o indiretto, consapevole o meno. È un genere per sua essenza altamente problematico perché ci pone in rapporto con l’Altro, perché nell’Autoritratto l’Io diventa l’Altro. Scrive Lévinas: «Il nostro rapporto col mondo, prima ancora di essere un rapporto con le cose, è un rapporto con l’Altro. È un rapporto prioritario che la tradizione metafisica occidentale ha occultato, cercando di assorbire e identificare l’altro a sé, spogliandolo della sua alterità».

Jacques Lacan afferma che lo scatto fotografico costituisce l’equivalente con cui il fotografo realizza e cattura la propria identità. Secondo Lacan, è proprio attraverso la pratica dell’autoscatto che un fotografo può giungere alla consapevolezza della propria identità.

L’autoritratto però non è l’equivalente di un’esperienza allo specchio, è molto di più, è un gesto che ci porta fuori di noi  stessi, che ci costringe a fare i conti con il «mondo» e con l’Altro.

Mediante l’autoritratto ci vediamo dall’esterno, ci poniamo dal punto di vista di uno spettatore che osserva il ritratto, solo che quello spettatore siamo noi stessi. Osserviamo l’autoritratto, ci scrutiamo allo scopo di riconoscerci. Ma si tratta di una pratica innocente e puerile, in realtà è proprio mediante l’autoritratto che non ci riconosciamo del tutto nella figura rappresentata. E ci chiediamo stupiti: «ma quello lì, sono proprio io?». Nella misura in cui non ci riconosciamo del tutto, il ritratto sarà più vero. Oggi, grazie alla  tecnologia digitale siamo in grado di farci uno scatto e di rivederci immediatamente, ma non si tratta di un vero e proprio autoritratto, il selfie è un gioco rassicurante che porta al nostro riconoscimento, alla pacificazione con noi stessi. Attraverso il selfie ci sentiamo pacificati e protetti. Qui parliamo di altro, di autoritratto come costruzione della nostra identità, che è sempre una identità sociale, storica, temporale, stilistica. L’autoritratto è il mezzo artistico che ci rappresenta meglio di altri tra la verità e la menzogna, che ci rivela il codice del destino. I migliori autoritratti, quelli più veri, ci parlano d’altro piuttosto che di noi stessi, parlano esplicitamente di ciò che sta fuori di noi e del nostro rapporto con il mondo. Quanto più ci parlano di altro tanto più l’autoritratto sarà genuino, vero.
 

Steven Grieco

Steven Grieco

Steven J. Grieco Rathgeb, nato in Svizzera nel 1949, poeta e traduttore. Scrive in inglese e in italiano. In passato ha prodotto vino e olio d’oliva nella campagna toscana, e coltivato piante aromatiche e officinali. Attualmente vive fra Roma e Jaipur (Rajasthan, India). In India pubblica dal 1980 poesie, prose e saggi.

È stato uno dei vincitori del 3rd Vladimir Devidé Haiku Competition, Osaka, Japan, 2013. Ha presentato sue traduzioni di Mirza Asadullah Ghalib all’Istituto di Cultura dell’Ambasciata Italiana a New Delhi, in seguito pubblicate. Questo lavoro costituisce il primo tentativo di presentare in Italia la poesia del grande poeta urdu in chiave meno filologica, più accessibile all’amante della cultura e della poesia. Nel 2016 per i tipi di Mimesis Hebenon pubblica Entrò in una perla, e sempre nello stesso anno dieci sue poesie sono presenti nella Antologia di poesia contemporanea curata da Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Roma,Progetto Cultura)

Attualmente sta ultimando un decennale progetto di traduzione in lingua inglese e italiana di Heian waka. In termini di estetica e filosofia dell’arte, si riconosce nella corrente di pensiero che fa capo a Mani Kaul (1944-2011), regista della Nouvelle Vague indiana, al quale fu legato anche da una amicizia fraterna durata oltre 30 anni. indirizzo email:  protokavi@gmail.com

foto di Steven Grieco

foto di Mani Kaul luci e rifrazioni urbane (India, Bombay)

 

Commento di Giorgio Linguaglossa

Vorrei ricordare l’acutissima notazione di Ernest Fenollosa della poesia come «arte del tempo» e delle immagini come «idee in movimento». Questo è stato il contributo fondamentale di Fenollosa alla poesia occidentale di cui il solo Pound comprese appieno la novità. La possibilità di creare una poesia incentrata su una «immagine in movimento» precorreva la dottrina poundiana del vortex e ne permetteva il superamento. La poetica dell’ideogramma di Fenollosa consentiva una spiegazione ottimale della immagine come sintesi di staticità e dinamismo.

Fenollosa aprì a Pound la possibilità di fare un tipo di poesia in cui l’elemento fondamentale è l’«azione», la quale altro non è che la rappresentazione di due immagini in movimento. Per Fenollosa l’ordine della frase è appreso dalla natura: ogni atto non è che un «trasferimento di potere» e il fulmine – che scocca tra le nubi (a quo) e la terra (ad quem) ne è la migliore illustrazione. Il processo della natura è lineare e si svolge attraverso tre elementi essenziali: «termine dal quale», «trasmissione di forza», «termine al quale». La frase linguistica rappresenta la struttura fondamentale della natura. Per Fenollosa l’«azione» ha un termine da cui parte (a quo) e un termine a cui arriva (ad quem), e quindi la «cosa» è sempre una «relazione» di cose, non si dà mai la cosa in sé. Infatti, per l’ideogramma cinese l’entità elementare espressa nel linguaggio è l’azione, la quale è unione di due simboli. (Fenollosa)
Per Fenollosa il linguaggio ideogrammatico è forte perché ricco di verbi transitivi, capaci di esprimere il principio fondamentale della realtà, il moto, l’azione; in una parola, è forte perché è concreto, e un linguaggio forte è anche naturalmente poetico.

Per tornare alla poesia, la poesia è una rappresentazione verbale di un moto, di una azione, di una relazione, e tanto più questo fatto è evidente quanto più essa conserva in sé la struttura fondamentale del linguaggio che è data dall’immagine (statica e/o dinamica). L’immagine è una «funzione del tempo», è un elemento essenziale di ogni linguaggio umano. Forse i super umani di una Civiltà di tipo 3 avranno a disposizione altri strumenti linguistici più precisi, noi questo non lo sappiamo e non lo sapremo mai, ma è una possibilità da non sottovalutare.
Per esempio, Steven Grieco, poeta educato alla severità dell’haiku cinese e giapponese, pensa e fa una poesia di immagini in sviluppo, di immagini che scorrono nel tempo. La pittura sarebbe poesim tacentem. E, in apparente contraddizione, la poesia picturam loquentem. La figuralità della sua poesia nasce dentro la dislocazione linguistica delle «cose», ripete mimeticamente la struttura elementare dell’universo, e della nostra vita quotidiana; vive in uno spazio. Leggiamo l’incipit di una sua poesia:

Giravo le spalle all’orto, immerso
nel grigio smisurato del cielo

 

 una voce chiarissima risuonò:
 “non hai visto?”

con fatica alzai gli occhi, vidi un albero sconosciuto
in una nuvola di fiori
“Ah, sì, il susino…”

Il protagonista della poesia fa l’azione di volgere «le spalle all’orto». È una azione casuale, fortuita. È chiaro che qui siamo davanti ad una macro immagine che contiene al suo interno altre immagini minori in relazione reciproca; anche la «voce» che risuona viene trattata come se fosse una immagine che si collega alla immagine di un «io» visto di spalle il quale alza gli occhi e… scopre «il susino». Il centro di gravità della poesia riposa sulla figura del «susino». La poesia così prende vita dalla relazione tra le cose e tra le immagini riprodotte nel contesto figurale e linguistico, piuttosto che dal discorso lessemico fonetico di matrice lineare che viene utilizzato da poeti di minore consapevolezza critica della cosa chiamata poesia. Tutto il complesso cinetismo di questa strofe si situa entro un tempo brevissimo che passa dal momento del richiamo al momento in cui il protagonista, alzando gli occhi, scopre in modo fortuito il «susino».
Una poesia come questa, che potrebbe sembrare astratta ad un occhio poco educato a questa concezione della lingua e dell’immagine, è invece, qualcosa di quanto di più concreto si possa immaginare.

In un’altra poesia c’è il personaggio centrale che sta in piedi, «assorto», quando accade un evento insignificante, improvviso; il protagonista scorge la figura di un’altra persona nella «squallida camera d’albergo». Nella poesia di Steven Grieco accadono eventi silenziosi, inappariscenti, inspiegabili, fortuiti che rivelano all’improvviso ciò che è rimasto a lungo nascosto dietro il diaframma dell’apparenza, dietro il velo della fenomenologia della vita quotidiana:

Stavo in piedi, assorto, quando
tu apparisti nello specchio
della mia squallida camera d’albergo.

Poesie che sono quasi una traduzione dalla analitica esistenziale dell’esserci, che passano da una galleria di «ritratti» ad una di «autoritratti», e viceversa. La verità diventa un «evento» non è qualcosa che viene enunciato, una definizione, ma è qualcosa che avviene, è un movimento che accade.

Onto Grieco

s.g.r.

 

Appunto critico di Steven Grieco Rathgeb

Sappiamo tutti che in Occidente l’autoritratto ha una lunga storia, soprattutto nella pittura. Talvolta esso è collegato alla condizione detta melancolia, che a sua volta è legata all’incapacità dell’individuo di dare un senso alla propria vita. Basti pensare agli autoritratti di Albrecht Dürer, fra i primi e migliori esempi della rappresentazione di sé come groviglio umano complesso e problematico. Dopo secoli di autoritratti che studiano i mille aspetti della nostra immagine riflessa, da Velazquez a Rembrandt e Goya, arriviamo alla modernità, e ci imbattiamo subito in Van Gogh e nei suoi contemporanei, poi in una Frieda Kahlo, un Egon Schiele. Il processo di problematizzazione dell’autoritratto è andato avanti inesorabile. Ma soprattutto possono interessarci oggi gli autoritratti di artisti come Francis Bacon o Lucien Freud e simili, opere altamente significative della seconda metà del Novecento, che non avrebbero potuto nascere senza le guerre, senza Auschwitz, senza la successiva affermazione della cosiddetta “libertà individuale”, che emancipa il soggetto da ogni morale, regola, o valore sociale o spirituale che sia, ma poi lo costringe ad una incessante auto-affermazione che diventa il suo peggior nemico. Ma anche l’individuo come pedone in una società ridotta a semplice sistema di scambio commerciale e di interscambiabilità di ogni cosa. Mettendo così a nudo l’estrema fragilità e atomizzazione del singolo.

Gli autoritratti di quegli artisti sono carne lacerata, in cui l’artista sembra identificarsi totalmente, soffertamente e forse ciecamente, con il sé ridotto alla pura fisicità. Ma invece in questo senso viene catturata una realtà esistenziale profonda dell’uomo moderno, la sua strana, tormentata condizione che non gli dà modo di elevarsi dalla bruta materialità senza incappare nel suo rovescio speculare, quello della fede religiosa.

Ma vado avanti, perché voglio portare l’accento sul volto umano come realtà inafferrabile e inconoscibile per il suo “possessore”. Nessuno di noi potrà mai vedere il proprio volto se non come immagine riflessa – non potrà mai vederlo “direttamente”, così come vediamo tutte le cose del mondo esterno, compresi i visi dei nostri simili (e come essi vedono noi).

Abbiamo, certamente, un “senso” della nostra presenza psico-fisica nel mondo, del nostro comparire in esso, ma questo non ci dà nessuna garanzia di “oggettività”, se è vero che spesso gli altri scorgono in noi aspetti o realtà a noi ignoti, che talvolta ci possono sembrare perfino folgoranti.

Dice Harold Pinter nel suo discorso Nobel: “When we look into a mirror we think the image that confronts us is accurate. But move a millimetre and the image changes.” Oggi, questa immagine riflessa, caleidoscopica e cangiante, appare anche come immagine fotografica, altra contraffazione del “reale” con cui noi moderni ci dobbiamo volenti o nolenti misurare (perché anch’essa contiene una profonda verità).

E’ inoltre vero che l’oggetto di un “autoritratto” non deve necessariamente essere il nostro volto riflesso, ma può essere cose diverse. Nella tradizione pittorica cinese, il paesaggio era talvolta dal pittore così fortemente prima interiorizzato e poi espresso (“pro-dotto”) da risultare, se non quasi un autoritratto “traslato”, comunque emblema della condizione umana (del pittore e nostra, in quanto spettatori). Con il suo tratto, le sue pennellate, egli interviene direttamente nel divenire del mondo, ne è parte integrante, per cui la contrapposizione soggetto-oggetto si scioglie in una visione allargata non solo della composita ma unica realtà cosmica “natura-uomo”, ma della stessa capacità dell’uomo di, sottilmente, plasmarla.

E dunque, su questa linea di pensiero, che beninteso è soltanto una delle tante (fra cui figura anche la sua negazione), l’autoritratto può pure essere la possibilità di scorgere il sé (o l’altro sé, come dir si voglia) in momenti in cui la mente razionale non è in grado di occupare e ordinare l’intero campo della percezione e intellezione umane. Fatto che suggerisce non soltanto l’estrema mobilità e labilità della condizione umana, ma anche il fatto che la realtà individuale è più grande del singolo individuo (Sigmund Freud insegna), più grande della sua circoscritta e “unica” vita. Un esempio dai miei diari:

 

Casa toscana, 2 maggio 1980. Nella notte mi sono svegliato da un sogno che sembrava andare avanti da molto tempo, immerso com’era nella sua umbratile luce di respiro.

 

Mio fratello e io ci trovavamo in una camera un po’ squallida di una vecchia pensione francese o italiana. Lui stava sdraiato sul letto, rivolto verso di me. Io mi ero appena alzato e guardavo la mia immagine nello specchio sopra il lavandino.

Sentivo una voce (forse di nostra madre) che parlava a lungo del dolore che viviamo; concludendo, ”un giorno il futuro ci ripagherà con la gioia.”

Nel momento non sentivo dolore, piuttosto uno stordimento. Ma dopo quella frase, ho capito che la stanza, la posizione del fratello sdraiato sul letto, lo specchio: tutto era immerso in un dolore invisibile.

Ho riguardato il viso nello specchio. Ero io, certo, ma non quell’io che sono o penso di essere in un momento qualsiasi della vita d’ogni giorno, bensì un’immagine molto più grande, quasi una totalità di me.

Mio fratello, sul letto, disse qualcosa che non ricordo. Non risposi perché stavo ancora pensando alle parole che la voce aveva pronunciato: una voce purissima, direi, senza tempo, nascente come un’eco in un vuoto di cristallo.

Continuando a studiare il mio volto riflesso, mi sono chiesto: di quale futuro parlava la voce? Sappiamo che il “futuro” è un tempo del tutto ignoto, forse inesistente. Allora capii l’allusione nascosta in quelle parole: la voce evocava piuttosto il senso di “una gioia che verrà”: cosa ben diversa dunque, semplice proiezione del desiderio umano sull’oscurità assoluta di ciò che è inconoscibile.

Era l’uso di quella parola che mi aveva sviato: la gioia “futura” la sentivo adesso, adesso che stavo in piedi davanti allo specchio.

Nel frattempo, dallo stato onirico ero passato quasi senza accorgermene al dormiveglia, nel buio della stanza. Riflettevo che se fosse proprio nel sogno che la nostra immagine può rivelare la reale interezza di ciò che siamo, allora avrei modo di scorgervi, anche solo per un attimo, aspetti di me che per vari motivi non sto vivendo al momento, ma che ciò malgrado esistono altrove nello spazio e nel tempo illimitati del mio essere.

Al momento io mi trovo qui, in questo luogo; e sono dominato dal sentimento del dolore, penso al dolore, mi concepisco unicamente nel dolore. Ma la mia totalità, il volto intero che non vedrò mai nello stato di veglia ma che adesso mi appare in sogno, mostra regioni di me in cui perdurano altre condizioni, fra cui anche quella della gioia.

Allora mi è sembrato che la voce materna non fosse altro che la forma sonora di quello stesso Io che vedevo nello specchio. E che in quella sonorità si mescolassero gioia e dolore.

Mentre rimuginavo queste cose, mio figlio nella sua camera in fondo al corridoietto ha preso a parlare ad alta voce. Sono schizzato fuori dal letto, ho acceso la luce. Nel sonno, mia moglie ha mormorato: “stai tranquillo, il bambino sta solo sognando.” Ho ascoltato: in effetti, cantava brani di una canzoncina imparata all’asilo.

bello Ferdinando Scianna 5

Ineluttabile destino, il tuo, che fosti il primo
a volere uno specchio

 

Seguono qui alcuni miei tentativi di tanti anni fa di esprimere questi concetti in poesia:

Senza Titolo

Ineluttabile destino, il tuo, che fosti il primo
a volere uno specchio:
più gli antichi artigiani ti approfondirono
nel riflesso sul vetro, più ti appiattisti
in quell’immagine, facendo della vita
una cosa unica, angosciosa,
in cui apparire è la sola ragione d’essere.
Perché loro, nella loro astuzia
non posarono gli arnesi fin quando,
foggiata una seconda realtà di te,
non ti ebbero disperso.

1990 (dal mio volume di poesie “Maschere d’oro”, edito da Biblioteca cominiana, 1996).

Autoritratto

Prima di andarmene, intravidi il tuo viso
indietreggiare dallo specchio.
La sua espressione alludeva a rischi
per te forse insormontabili.
Ma poi lacerandosi l’auto-inganno,
trasparve un’estrema chiarezza:

intorno alle sopracciglia balenavano
preoccupazioni fin troppo umane,
tirando la pelle fra naso e zigomi
scendevano come un’eco
nei mille labirinti del corpo;
dietro la fronte
pensiero si scioglieva e ricomponeva,
dagli occhi una folla di immagini
entrava nel mondo.

E mentre il tuo sguardo più grande
si allontanava dal semplice riflesso,
pezzi dello specchio annerito
cadevano in terra fracassandosi.

(novembre 1988)

Autoritratti

Stanno qua e là: quasi una foto,
gli occhi chiusi come da occhiali scuri.
L’attenzione è rivolta altrove,
e dorme il loro corpo senza esterno.

Gambe, braccia, toraci, sono ciechi.
In essi è l’ignaro che regge le sorti,
aggroviglia vicende e situazioni
tende tranelli e trabocchetti.

Pesanti e insensibili sussultano,
precipitano e sbattono con profonde
lesioni e squassi che gorgheggiano;
ma niente distoglie gli sguardi qua e là.

Niente sgretola l’ignaro che non vede,
aggiogato, indistruttibile:
che continua la sua fuga, si disfa e
si ricrea, di corpo in altro corpo.

E mentre si sfaldano a grandi pezzi
ruzzolando giù per la china,
prestano ascolto ai segnali sottili,
le immagini che sgorgano interne.

Pian piano disintegrandosi, senza
un grido né un gemito. Niente
li sgretola, i visi gettati qua e là:
gli sguardi che dormono incatenati.

(“Tronchi”, febbraio 1987)

.
Senza Titolo

Nessun branco di cervi nella radura.

La concentrazione invisibile
alla sorgente ferma del pensare:
allora, senza nemmeno uno specchio,
vedesti l’immagine di te stesso.

(1986)

.
Tre veglie nel sogno

1.
Giravo le spalle all’orto, immerso
nel grigio smisurato del cielo

una voce chiarissima risuonò:
                        “non hai visto?”

con fatica alzai gli occhi, vidi un albero sconosciuto
in una nuvola di fiori
                                        “Ah, sì, il susino…”

ma un baleno sulla terra nera mi ricordò
che il susino fiorisce solo di bianco

incredulo
guardai a lungo quell’altro biancore

.
2.
Stavo in piedi, assorto, quando
tu apparisti nello specchio
della mia squallida camera d’albergo.

Per niente meravigliato, ti guardai:
il tuo volto esprimeva qualche presagio,
la pienezza che non sappiamo reggere.

Un voce risuonò: “per il dolore
di oggi il futuro ci ripagherà con la gioia.”

Cosa intendeva? L’avvenire, o solo il tempo
presente che sempre aspira all’immensità?

Nel tuo sguardo non vidi quella promessa.
Ma le parole, brancolando nell’aria,
rischiararono la stanza di una debole gioia.

3.
Sorrideva (come per dire: “non te ne sei accorto”):

gli alberi nel giardino…
quattro, cinque sparpagliati qua e là

“ma sì, li vedo, gli alberi da frutto sono fioriti.”

Guardai ancora
il paesaggio fece balenare mille sguardi

allora entrai profondamente in quelle nuvole
cercando l’archetipo, la forma insita
quando una voce squillò
“Niente!”

e con mano tremante sfiorai l’Io nascosto

febbraio 1989

75 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Antologia Poesia italiana, critica dell'estetica, critica della poesia, Il poeta e lo specchio, l'Identità in poesia

Giulia Perroni –  testi tratti dal POEMA La tribù dell’Eclisse (2015) con un Commento di Giorgio Linguaglossa e una Lettera di Luigi Celi

 saturno EclisseGiulia Perroni, nata a Milazzo (Me), vive a Roma stabilmente dal 1972. Unisce alla sua attività poetica un impegno di organizzatrice culturale e di attrice. Sue raccolte: La libertà negata prefata da Attilio Bertolucci, ediz. Il Ventaglio,1986; Il grido e il canto, prefazione di Paolo Lagazzi, 1993; La musica e il nulla, prefazione di Maria Luisa Spaziani, 1996, Neve sui tetti, 1999, La cognizione del sublime, 2001, Stelle in giardino, 2002, Dall’immobile tempo, 2004 (tutti testi pubblicati da Campanotto di Udine); Lo scoiattolo e l’ermellino edizioni del Leone, 2009, con postfazione di Donato Di Stasi e Quarta di copertina di Renato Minore. Nel gennaio 2012, quasi contemporaneamente, vengono pubblicati una “Antologia di percorso”, La scommessa dell’Infinito, introdotta da un commento critico di Plinio Perilli, per le edizioni Passigli, e il poema Tre Vulcani e la Neve, prefato da Marcello Carlino, Manni editori. L’ultimo libro, La tribù dell’eclisse, edizioni Passigli, marzo 2015, ha la prefazione di Marcello Carlino.

Presente in antologie e riviste in Italia, U.S.A, Giappone e Francia, numerose recensioni le sono state dedicate su importanti riviste nazionali – anche on-line, come le Reti di Dedalus – e internazionali: Gradiva, a New York, Il Fuoco della Conchiglia, in Giappone, Les Citadelles, a Parigi. Di lei si è interessato anche il grande poeta giapponese Kikuo Takano, che le ha dedicato il suo ultimo libro, Per Incontrare. Suoi testi sono stati musicati e portati in tournée in diverse università canadesi da Paola Pistono dell’Accademia Santa Cecilia di Roma. Vincitrice di molti premi, tra cui il Montale, il San Domenichino, il Contini Bonaccossi, R. Nobili al Campidoglio, Omaggio a Baudelaire, il premio Cordici  per la poesia mistica e religiosa, il premio Europa Piediluco 2014. È stata invitata nel 2012 per La scommessa dell’Infinito al Festival Internazionale della Letteratura di Mantova. Giorgio Linguaglossa ha scritto, in “ Appunti critici”Roma 2002, per lei un saggio e ancora in “Poiesis (n. 23-24) scrive su “ La cognizione del sublime”. Dante Maffia, le dedica a sua volta un saggio su Poeti italiani verso il nuovo millennio, Roma 2002. Rosalma Salina Borrello, in La maschera e il vuoto, Aracne 2005  e in Tra esotismo ed esoterismo, Armando Curcio editore, 2007. Luca Benassi su La Mosca di Milano nel 2009. Paolo Lagazzi su La Gazzetta di Parma. I suoi libri sono stati presentati in Campidoglio e in altri luoghi prestigiosi di Roma e del territorio nazionale; ultimamente a Villa Piccolo, centro mitico della cultura siciliana. Ha gestito l’attività letteraria al Teatro al Borgo, al Café Notegen, al Teatro Cavalieri. Con il poeta Luigi Celi organizza dal 2000 presentazione di libri, incontri di arte, letteratura e teatro al Circolo culturale Aleph nel cuore di Trastevere.

cinese drago Si racconta che nei tempi antichi, in Cina, quando arrivava un'eclissi di sole, si usasse battere i tamburi per cacciar via il dragone che si stava ...

cinese drago Si racconta che nei tempi antichi, in Cina, quando arrivava un’eclissi di sole, si usasse battere i tamburi per cacciar via il dragone che si stava …

 Commento di Giorgio Linguaglossa

 Siamo ancora dentro una Civiltà di tipo 0, secondo la tipologia indicata dal fisico teorico Michio Kaku, una civiltà che trae energia da elementi che trova già pronti in natura (il carbone, il petrolio, l’uranio etc.). È quello che ci vuole dire Giulia Perroni con questo bizzarro titolo, apparteniamo ancora alla «tribù dell’eclisse», siamo simili a quegli arcaici che assistevano con spavento alla eclisse come ad un evento taumaturgico e divino. Tutta la variegata «sostanza» del discorso poetico di Giulia Perroni ha qualcosa di arcaico e di moderno insieme, è costituita da immagini e substrati di immagini, di metafore e di substrati di metafora, di schegge di immagini, di voli spericolati tra le immagini, di capovolgimenti di tempi e di spazi. Poema che si estende per 170 pagine senza un attimo di tregua, con un ritmo percussivo ed avvolgente che vuole irretire il lettore nelle proprie spire. Come sappiamo dagli studi di un sinologo come Ernest Fenollosa, le parole astratte, incalzate dall’indagine etimologica, ci svelano le loro antiche radici affondate nell’azione; e forse il dinamismo della poesia della Perroni è un lontano parente del dinamismo universale che un tempo animava le lingue primitive; della lingua primordiale l’autrice eredita la capacità di creare universi paralleli e «mondità». Come sappiamo, non è da un arbitrario intento soggettivo che nacquero le  primitive metafore, esse seguono la matrice delle relazioni che accadono in natura, la natura ci fornisce le sue chiavi, e il linguaggio recepisce questa matrice che si trova in natura. Giulia Perroni è convinta che il mondo sia pieno di omologie, simpatie, identità, affinità e che sia compito della poesia catturare i segreti di queste relazioni interne tra le «cose». La metafora è la vera sostanza della poesia, l’universo è un orizzonte di miti sedimentatisi; la bellezza del mondo visibile è impregnata di arte, è quest’ultima che crea la bellezza della vita; la poesia fa coscientemente ciò che i primitivi fecero inconsciamente, e la poesia di Giulia Perroni non fa altro che riesplorare e rielaborare i miti e le imagery della civiltà del Mediterraneo, getta ponti che si estendono tra il visibile e l’invisibile, attraverso il tempo e lo spazio, il lessico prosaico e quello ricercato. È questa la poetica di Giulia Perroni, leggere la sua poesia significa accettare questa impostazione di vita e del modo di concepire l’arte poetica; ma nella sua poesia c’è anche il gusto del gioco, l’allegria degli spazi, la gioia del ritrovarsi nell’universo, l’ironisme, l’istrionisme. C’è altro, c’è la «mondità», un riepilogo e una accelerazione del mondo di fuori e del mondo di dentro.

Giulia Perroni e Yasuko Matsumoto

Giulia Perroni e Yasuko Matsumoto

 Caro Giorgio,

ti faccio i complimenti per la tua interpretazione della poesia di Giulia, una poesia non facile da accogliere, fuori, com’è, dai parametri stantii e prosastici di buona parte dei linguaggi poetici contemporanei. La poesia di Giulia è un’esplosione di metafore. Per il grande poeta giapponese Kikuo Takano – che Giulia ed io abbiamo fatto conoscere in Italia, lavorando sinergicamente con Yasuko Matsumoto -: “Nella nostra anima esiste una innegabile sete che può essere soddisfatta soltanto dalla metafora”, La “metafora – scriveva – è ciò che trasporta”… Essa trasporta il “Risveglio”… “più di una volta e lo fa più volte fino al punto in cui le cose si risvegliano”; e tuttavia: “scrivere poesie vuol dire anzitutto soffermarmi con uno stupore profondamente fresco di fronte a ciò che esiste, accettare insieme la molteplicità e la continuità degli esseri, fissare su di loro lo sguardo fino a quando svaniscono. La poesia era per me l’unica via per incontrare il senso e la bellezza misteriosa dei legami tra gli esseri, legami che più fissavo e più perdevo (ma tutto intanto diventava limpido)”. Certo, la poesia di Giulia si svolge, si avvolge, si dipana obbedendo al ritmo di una musicalità che mira a connettere e ad amplificare consonanze e dissonanze della Natura e della Storia.

Giulia Perroni

Giulia Perroni

Proprio come tu dici, caro Giorgio, sviluppando un pensiero di Ernest Fenollosa: “Le parole astratte, incalzate dall’indagine etimologica, ci svelano le loro antiche radici affondate nell’azione; e il dinamismo della poesia della Perroni è un lontano parente del dinamismo universale”… E la metafora – che Giulia utilizza moltissimo – è colta da te nel rapporto ancestrale, genetico, “con le relazioni che esistono in natura”. È come se Giulia volesse riconquistare “omologie, simpatie, identità, affinità … i segreti delle relazioni interne tra le ‘cose’, riesplorando anche i miti e le imagery della civiltà del Mediterraneo, gettando ponti tra il visibile e l’invisibile”. Non si potevano cogliere più profondamente le caratteristiche di questo misterioso poema, che avvolge e trascina nei suoi incalzanti ritmi e nel camaleontico iconismo del suo narrato. Non trascurerei i continui rimandi storici che costituiscono un filone sotterraneo, per certi versi un filo d’Arianna di questa labirintica scrittura, che procede generalmente in maniera eccentrica rispetto a qualsiasi significato logicamente predeterminato e unificando senso e non senso. L’istinto poetico della Perroni privilegia, certo, le possibilità innovative della sua neo-lingua; un linguaggio a volte destrutturato, intessuto da stilemi desueti, ma altre volte più collegabile alla tradizione per l’uso dell’endecasillabo e delle sottostrutture metriche dello stesso, per le assonanze, le allitterazioni, le rime. L’istinto musicale, a mio avviso, affinato nel tempo e nella lunga pratica della versificazione, è sicuro e consapevole anche delle possibilità inesplorate della sua lingua poetica e, filosoficamente, sembra ricostituirsi in una cifra ontologica e metafisica, nei suoi analogici rimandi alla trascendenza; tutto ciò in contrasto con il tempo della povertà, in cui il linguaggio ha cessato di essere “casa dell’essere”, per l’avvenuto rovesciamento dell’ontologia nel nihilismo. Se si collegasse la poesia di Giulia all’anomalismo dei linguaggi sperimentali sarebbe facile apprezzare la pratica del contrappasso ad ogni significato, e ancora potrebbe essere ritrovato in questa poesia una qualche ascendenza surrealista. In realtà Giulia si esprime – come ha notato Marcello Carlino – per ossimori. Questa poesia, nel suo anomalismo strutturale opera una riconsacrazione ludica e insieme metafilosofica del significato; se si guarda oltre gli aspetti di dettaglio, essa fa ciò mentre coniuga per contrasto – ripeto – senso e non senso. Questa poesia è nel continuum un aneddoto, simile al Kōan zen di cui Moreno Montanari – ne Il Tao di Nietzsche – scriveva che viene proposto all’apprendista o al lettore, perché dopo essersi sbarazzato da ogni volontà di razionalizzazione, giunga attraverso un suo personale interrogare e peregrinare nelle domande ad una nuova non-logica chiarezza, che “trasformerà il suo modo di essere e di concepire la vita”. R. Barthes, vedeva nel Kōan zen “un aneddoto che viene proposto dal maestro: non di risolverlo, come se avesse un senso, e nemmeno di afferrare la sua assurdità (che sarebbe ancora un senso) , ma di rimasticarlo ‘sino a che casca il dente’ “. Questi versi collegano le contraddizioni e li fanno coesistere senza superarli; gli audaci e a volte anche improbabili accostamenti di parole e di iconismi, svelano e nascondono le lacerazioni dolorosissime della storia e della vita, senza però mai cedere al nihilismo e alla disperazione. La caleidoscopica accensione dei versi, nella pratica ossimorica di oscurità formali e di luminose trasparenze, mira alla gioia, al godimento della bellezza. Anche un barocchismo dei versi che fa pensare a Lucio Piccolo si coniuga all’esperienza della ferace natura siciliana, alle primaverili esplosioni sinestesiche di colori, odori, sapori, al sensuale rifiorire del mondo dopo ogni inverno di violenza e sopraffazione. Tutto ha risonanza anche come Memoria ancestrale, primigenia. Qui ci troviamo d’accordo con ciò che tu scrivi sui miti mediterranei sedimentati.

Tribù di eclissi è verso della Dickinson… Qui l’eclisse, però, è forse mancanza di memoria mitica e storica; il mito serve a conoscere l’inconscio, la storia è funzionale alla coscienza. In ogni caso si raggiunge un’inedita consapevolezza attraverso l’arte, la poesia, che non danno risposte razionali. Pochi sanno dire qualcosa negando l’immediatamente traducibile in senso del significante, come fa Giulia… Tuttavia, i rimandi storici fanno di questa poesia un calembour di notizie e di particolarità non da tutti conosciute per quel che attiene la storia d’Italia, del Meridione e della Sicilia. Giulia opera ancora con una scaltrita capacità d’individuare in maniera sguincia questioni sociali anche contemporanee. C’è inoltre una filosofica consapevolezza della natura conflittuale delle relazioni umane, dei tradimenti delle attese e di aspettative antropologiche e sociali rimaste inevase.

 Luigi Celi, Roma 28 aprile 2015

giuseppe pedota acrilico su persplex anni Novanta

giuseppe pedota acrilico su persplex anni Novanta

Giulia Perroni da La tribù dell’Eclisse Passigli, Firenze, 2015 pp. 170 € 20

Timido viene il canto
il cappio ha un contatto preciso
il raggio riporta il sereno
dove è fuggita l’anima

Peraltro si fa titubante
il passo che unisce la trave
a forma di antichi narrati
lì dove gridano i morti

Tuppete qua tuppete là
gira la foglia la verità
tenta la vita un giro a mezzo
il mare sogna la sua cavezza
un alto monte seduce il mare
non ha la spuma per navigare
sotto le chiome sta Carolina
ma fugge il vento dalla collina
e tutto quanto già s’addormenta
il bene e il male nessuno sente
solo la pioggia sta sui limoni
come l’avviso dei lucumoni
tante certezze un solo inciso
rimane l’oro sulle camicie
rimane tutto nel suo silenzio
nel tempo d’ocra di Sua Eccellenza
non tuona il mare né più il sovrano
anche le teste nessun ricorda
rimane il mare rimane il monte
una dolcezza una ansietà.
Tuppete qua tuppete là

E nel giardino scoiattola il bimbo
tessera franca sono i guardiani
di là si stinge persino il mare
di un suo bisogno di verità

Tuppete qua tuppete là

Trallallallero trallallallà

Incustodita la luna fugge
non c’è guardiano sopra il mistero
né sulla guglia di mezzanotte
la luce bianca o il fuoco nero

Giulia Perroni La tribù dell'eclisse cop

Trallallallero trallallallà
fuori chi parla senno se no
bruca l’ampolla
ghirighigò

Non c’è parola per il silenzio

Incrociano i gigli la fresca notte
la rosa è come una margherita
bianca nel volto ma sulle dita
come un rossore di vanità

Bianca e sognante: m’ama non m’ama
urge al tramonto la sua campana
è tutto un gioco come la vita
la folle foglia di margherita

Interessante senno sennò
bruca la foglia
ghirighigò

Questa è la vita che altro vuoi
la guglia ha fretta di rami d’oro
ha fretta il sangue delle mattine
per dove passa la birichina

Senno di luce senno sennò
bruca la terra
ghirighigò.

Giulia Perroni

Giulia Perroni

Bellissimo barone fastoso
anche tu hai parlato di danaro
sotto lo squallido scalone
risuscitato dallo sfarzo

Sono tornate in su le torrette
e i lillà infuocati di giglio
come fu che l’ardente cipiglio
bisticciò con le lodi?

La guerra fece cucù dai rami
e il sogno si ritirò dal cancello
in una tana di pioggia serrata
per lasciare fuggire la stella

Saffo non voglio sapere
né di tuo fratello, né della prigione
mi basta il fascino delle viole
che hai lasciato quaggiù sulla terra

Barone Wolff non so nulla di te
ma il ritratto è di un grande bell’uomo
non distruggere la visione onorata
che lascia trapelare i canti

Saffo e il barone
l’ammucchiata delle folli corse
nelle macchine al gran premio di Rally
che vanno per funghi e per boschi

Fecero man bassa i delitti
sulle stuoie di languidi araldi
un arco lontano e difficile
preparò la festa agli intrugli

Ma se da dietro a un cappello
un giardino fa capolino
io tendo alla rapida gogna
il profumo che mi fa secca

Erano alberi alti
e la villa non aveva finestre
un sogno masticato di giallo
nella vendetta sicura

Ed anche chi rovistava le stelle
aveva fama di gattopardo
macellaio di spade pesanti
in un paradiso che perdeva le braghe

Lungo la Senna con alberi lunghi
e ombrellini di rame a passeggio

Ed anche in Lettonia o in Ispagna

Fecero rami pazzi martiri e santi
che urlavano come contralti
quando la vita aveva ancora altro da aggiungere

E per favore niente bocche storte

Non mi parlate di angeli scarabocchiati
che con tenaci lanterne rasentano
lungo muri scrostati i pisciatoi delle stelle

I padri a volte seviziano le virtù delle fanciulle
e la santità delle terre
che non appartengono a nessuno

Solo il tempo agita con armi di corallo
la primavera che ha baciato in bocca
la chiesa-madre affollata

Giulia Perroni con Luigi Celi

Giulia Perroni con Luigi Celi

Ed era vera la grandiosa licenza del guardare la sponda liberata
il granellino del contrasto dei semi, il terribile amico sonnecchiava
tra i rami della pioggia verso d’oro che si faceva bianco gelsomino
quando spuntava l’alba

Chiedo a Babington una luce come fossi Maria Stuarda
e lo pregai una volta (occhialino aggiustato sul naso)
che inoltrasse le gambe o il fango delle strade
nel rubinetto d’oro della folla e rimanessi intatta
nel mio collo di splendida figura

Fu la terra un segnale di bimbo
fu la terra pestata e illuminata in fondo a un cuore
da vessazioni inutili

Mi accodo a tutto questo

Tutto quel mare sussiegoso e tranquillo
in ogni specchio delle favole antiche

E mia cugina in visconti di numeri
affannati nei quattro salti della torre
affida ad un quaderno tutti i suoi ricordi

Le notizie del padre di suo nonno

Del tempo birichino e incriminato

Lasciato come spegnere

Anche questi morirono in un giorno e tutto fu silenzio

Anche la vita macchiata dal suo sangue

Se potessi fuggire la mannaia!

La sua suocera era addimandata
da tempesta di grilli e si scusava
d’essere così astuta
così grata al dio delle farfalle

Si scusava della follia incipiente
e donava misura e fiori d’oro
al buco stretto di un linguaggio

E chiamava la terra a testimone della vicenda avita

Ora è finita ogni tenue riscossa

Si, la terra

Innocente e sublime in un androne di foglie rosse
quanto più il cammino è vergine veggente
e sdilinquito in rabbie musicali
con l’accento donato ai puri

La terra, connestabile e astrale

Il mio giardino nel fumo di scintille

E Euridice sussulta

Sono morti anche quelli che uccisero

L’ingaggio fece bum bum tra i rami

E si accasciarono venti fanciulli nella neve

La ducea degli inglesi

E mia cugina che sventaglia la luna

E quella villa nel cuore della notte

Quando nessuno può ascoltarne il silenzio

C’è luna piena ancora?

La ricordo

Uno Stuart sposò quella antenata
(signora della villa e del silenzio)
nel nostro sangue si è incarnato lo scettro
siamo pari all’albagia dei numeri
sempre arditi quando soffia una musica
immortali perduti in un viaggio
e stupiti per il male nel mondo

Sempre adusi alle veneri scialbe
nella luce della bellezza urgente

Potessi ancora vivere!

Se nel castello inciampa l’arma bassa delle nevi del giglio

In primavera
quando ancora non ci sono spifferi
cento tazze di succo della mela
nell’inverno appena sbocciato

Fui regina di Francia lo sapete?
liquidata da Caterina come una domestica
per una grave mancanza
e la mancanza era il giovane sposo

Scelsi di traghettare come tutti verso le radici
anche se era il cuore del freddo

Ho un broccato di foglie chiedo unita al dio che mi perseguita
il mio canto di folle dicitura era scritto come un diadema
sulla fronte che su di me nascessero le voglie prone all’armi incredibili
più regina di fastosi miraggi, di convivi
fatti sulla mia pelle

Sono fuori
non mi si lascerà morire tanto spesso lungo viali di magnolie
avranno necessità di nuvole albeggianti sulla stanca corona
del cervello e le sciancate sopravvivono per arrendersi con tutti
i fiumi del passato lungo i porti dell’Everest o le fronde
del deserto dei Tartari in quella nube della trascendenza
che tanto mi fastidia

Fate come non fossi né riguardo per il collare né per l’ignominia
la disapprovazione dei regnanti lo sconcerto dei popoli
il bruciore sotto le ascelle

L’Inghilterra avrà altri maneggi altre pecore al pascolo
Dio non voglia
caricarsi dell’unico arboscello che tanti giochi ha fatto

Altri miracoli sono pronti sugli alberi

Altre sere dove bevuta luna orchestra un ballo
nella villa che si trasforma

Altre serate bevono

Altri tomi brilleranno ruggendo dentro sale
che non hanno ricordi

La prigione scuoterà i suoi diari
e altre mani faranno doni ai bimbi

Altri dolori cresceranno immancabili

Siate seri io non voglio rimorsi

Uscite piano senza fare rumore

Benedico tanti spiragli …

Giulia Perroni la scommessa dell'infinito cop

Omero avrà una tomba sotto la melodia degli uccelli
anche quando Venezia turberà la sua musica
e quando la formella non dipingerà più il suo impeto
l’istinto sa che ci si incontrerà nella vibrazione della frivolezza
nell’occhio dato di sbieco al foglio che rovina il mandato
per una buccia esausta di desiderio

Io ricordo un viale
e un fiacre fermo nel viale
e mia zia morta giovane in quella carrozza
eternamente immobile nel silenzio dell’ora
e quasi pioggia nel cielo

Nell’acronia si incontrano le forme i personaggi il sole
la nebbia iridescente in cui si ignora anche quelli che vissero

Come sei alto e candido e in quanto inconoscibile
come amico del vento e del mio cuore!

Venivi ed eri tutto eri le specie che sussurravi
quando nel mio letto sentivo nel silenzio la campagna
eri tutto per me e sempre sei l’azzurro nell’ordito
del pensiero al di là di ogni cosa e di parole.

Sei alto e inconoscibile e per questo alto mio Dio sei Tutto
il greto il fiume la rugiada d’oro che nel sole si spegne

Io sono una bambina in ordine sparso
Dio come è profondo l’abisso!

Lotto tra le pupille per dire che ci sei
raso di mille lune abbarbicato alle gomène

Un’altra civiltà appoggerà la schiena
nel piccolo sonno delle finzioni
la nostalgia ripara l’eccesso
la buia cornice le ruote

E per tutto l’ingresso dell’inverno
e tutte le visioni addormentate
fuoco rovina l’alba
e il suo dolore
fuoco per rami inventa

Talismani di tenebra

Consiglio
Vergine muta

Attanagliata al verde

Contessina degli esuli affannata
nei quattro solchi d’ebano

Tendo le mani al tuo cavallo d’aria
criniera inaccessibile e superba
Le navi inglesi erano di fronte al golfo…
Oh città nello spettrale della luce!

Il parlamento inorridì per le notizie
ma quanta strada aveva fatto insieme!

E fu il Britannia a venire dentro al porto
come a Palermo nella notte buia
il vascello ha un destino silenzioso
nel correre a un agguato
Ora la finestra lascia sbalordire gli uragani
chi non vorrebbe partire ha sempre un albero che si contorce
ci prepariamo alla guerra con una mano sulle valige
nella murata memoria di ogni apprendista stregone

Alto è il cammeo nel brivido

Raccolgo le mie cose è tempo di partire

La pace ha ordito i suoi merletti
nel punto più alto della cattedrale
nel quasi irraggiungibile
della notte che si dissolve

L’importante è che il cerchio si chiuda
nella perfezione assoluta della sua ruota

Anche i calessini si macchiano.

21 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Antologia Poesia italiana, critica della poesia

POESIE di Luigi Fontanella da “L’adolescenza e la notte” (2015) con due Commenti di Giorgio Linguaglossa e Flavio Almerighi uno stralcio della prefazione di Paolo Lagazzi e una Intervista all’Autore di Flavio Almerighi

bello volti in serie Luigi Fontanella vive tra New York e Firenze. Ha pubblicato libri di poesia, narrativa e saggistica. Ha pubblicato libri di poesia, narrativa e saggistica.  Fra i titoli più recenti: L’angelo della neve. Poesie di viaggio (Mondadori, Almanacco dello Specchio, 2009), Controfigura (romanzo, Marsilio, 2009), Migrating Words (Bordighera Press, 2012), Bertgang (Moretti & Vitali, 2012, Premio Prata, Premio I Murazzi), Disunita ombra (Archinto, RCS, 2013, Premio Città di Sant’Anastasia). Dirige, per la casa editrice Olschki , “Gradiva”, rivista internazionale di poesia italiana (Premio per la Traduzione, Ministero dei Beni Culturali, e Premio Catullo) e presiede la IPA (Italian Poetry in America). Nel 2014 gli è stato assegnato il Premio Nazionale di Frascati Poesia alla Carriera.   luigi.fontanella@stonybrook.edu

Luigi Fontanella foto, 2014 Grecia

Luigi Fontanella foto, 2014 Grecia

 Luigi Fontanella L’adolescenza e la notte Passigli, Firenze, 2015 pp. 86 € 12.50

Stralcio dalla Prefazione di Paolo Lagazzi

 Una specie di solitudine amorosa, o di amore per gli altri intriso di solitudine, di amarezza, di un sentimento d’inappartenenza serpeggia lungo le istantanee di questo “album” di foto sui generis, di questo “libro” di cui l’autore accarezza le pagine mentre vorrebbe lacerarle, forse perché sa che nessun destino, nemmeno il suo di poeta, può mai essere racchiuso in qualche forma compiuta, che tutto è insieme se stesso e altro da sé, che la vita è “un’avventura continua” che potrebbe a ogni istante risucchiarci nel vuoto. Così l’anàbasi, a tratti, diventa una catàbasi, una discesa nelle spirali della pena come nella poesia che comincia con versi carcerari e un po’ tremendi (“Ci fanno l’appello. Uno per uno / ogni mattina, consegnati / in una colonia estiva“) e che termina con una confessione di sgomento “cosmico”, di lutto da orfano del vero Dio (“Siamo figli di un dio secondario. / Nessuno ci difenderà, / nessuno forse veramente ci ama“). Non è questo, tuttavia, il punto d’approdo dei versi. Solo attraverso un resoconto totale con gli anni della sua sofferta eppure dolcissima crescita al mondo, del suo apprendistato, della sua educazione sentimentale il poeta sa di poter rappresentare ai nostri occhi le radici del proprio destino, della propria chiamata alla poesia. Affondando in un terreno nutrito insieme di corpi e voci, di “scorie” e pugni, di passioni e disamori, di gesti vivi come tiri in porta e di nomi risonanti come echi mitici, queste radici si diramano nello spazio e nel tempo, crescono lentamente e in modo inarrestabile, diventano albero, spingono la loro linfa verso il cielo.

Nella seconda sezione del libro una specie di alone arcano e impronunciabile come il bisbiglio di una divinità del nulla assorbe ogni cosa, custodisce e rinnova le parole e i silenzi di una vita ormai a lungo vissuta. La notte è la cifra di tutti i conti che non tornano e insieme una forza “intatta, / senza compromessi” nel suo buio splendore, nel suo invocare “una calma rivolta”, un lento dissesto dei falsi grumi della realtà. Di notte si può leggere, sperando che i libri sfuggano al vento del nonsenso… Soprattutto, di notte si può ricordare. Ecco che, allora, mentre “gli spettri dei corpi che fummo” si staccano dalle pareti del buio, l’infanzia ritorna in punta di piedi. Il bambino mai morto nel poeta lo chiama a nuove avventure: le minuscole, spudorate mani del primo rinascono nei gesti del secondo mentre, raspando contro i suoi fogli, scavando nelle “caverne” della scrittura, cerca il centro proibito della vita, quel pozzo fragile e immenso dove ogni notte il mondo precipita per salvare un po’ d’amore, qualche illusione, o almeno la luce silenziosa dell’alba.

Luigi Fontanella L'adolescenza-e-la-notteCommento di Giorgio Linguaglossa

 Luigi Fontanella  prova, scarta, rifiuta, è insoddisfatto, quest’ultima sua opera la si può definire come un cantiere aperto, tentativi riusciti, tentativi scoperti, tentativi immaginati, nondimeno egli è sicuro del suo linguaggio, ogni parola è frutto di una risonanza, di una profonda meditazione. In un certo senso, proprio del poeta è non esser mai sicuro del proprio linguaggio, il suo è un procedere per deragliamenti, sillabazioni, citazioni dalle ombre dei ricordi, lampeggiamenti e lacerti del proprio quotidiano di un tempo passato alla ricerca della verità del tempo vissuto. Direi che Fontanella ha l’angoscia dell’espressione perché rifiuta la maldestra ottemperanza ad una espressione incompiuta e insufficiente dei linguaggi poetici già collaudati. Il linguaggio non può non apparirgli insufficiente e inadeguato, almeno finché non sia stata trovata l’espressione che più si avvicina alla cosa desiderata o designata.

Anche Carlangelo Mauro in un recente libro di approfondimento critico su alcuni poeti contemporanei, aveva notato «però che nella produzione più recente Fontanella va praticando una poesia in prosa diversa dal verso lungo del poemetto, mi riferisco in particolare alla sezione di “Inediti” (202-2005) contenuta in L’azzurra memoria, che all’uscita aveva già attirato l’attenzione di Cucchi come tendenza foriera di possibili positivi sviluppi (M. Cucchi “Gazzetta di Parma”), già visibili nella più ampia e interessantissima campionatura della sezione “Intermezzo” di Oblivion (2008), caratterizzata da una maggiore asciuttezza e antiliricità, non immune da proficue influenze della cosiddetta linea lombarda come si è ampliata e diversificata, rispetto alla sua prima fase, in questi ultimi anni».*

Altrove, a proposito di Oblivion lo stesso critico annota che «la capacità di fare vera poesia è quella di dare un senso – attraverso la memoria letteraria, per quella necessità straordinaria che diviene “agnizione”, anzi quasi una illuminazione – al “bighellonare” qualsiasi al vedere un oggetto qualunque come può essere un vuoto contenitore di merci; capacità di partire dalla quotidianità più prevedibile per approdare all’utopia di uno sguardo che cerca, con ogni sforzo visivo, la poesia che giace nel fondo delle cose e nella coscienza, attende come un “fiore azzurro”, simbolo in Fontanella, della vita sognata e trasformata attraverso l’immaginario, di essere colta».*

Interessante un’auto dichiarazione di poetica dello stesso Fontanella nella quale il poeta afferma di non credere ad una poesia e ad un linguaggio sganciati dalla «materia magmatica» come dal «senso ludico» insito in essi e aggiunge: «Da qui anche quell’atteggiamento cautelativo di certa critica conservatrice di fronte – ancora oggi – a poeti che hanno apertamente (e soffertamente) sfidato o sperimentato le risorse estreme della propria lingua poetica, magari anche ‘giocando’ con essa […] Con questo non voglio dire che un poeta scriva solo per giocare (che sarebbe cosa, comunque, bellissima)». ** L’adolescenza e la notte è il tentativo del poeta di scavare tra le ombre proiettate all’interno della sua «caverna»:

Scavo ogni notte nella mia caverna
penetro nelle tacche della ruota dentata

L’arte poetica è considerata alla stregua di una maieutica, di una discesa anagogica al fondo dei ricordi tra l’inconscio e il preconscio. Come si può evincere dallo stralcio di poesie presentate, Fontanella predilige una dizione scabra, ossuta, irta di determinativi, di sostantivi, di cose; l’armonia è la risultante di diversi fattori, ma non nel senso di una sinfonia eseguita da un’orchestra, quanto di una musicalità scabra nella quale l’autore immette le sue variazioni metriche. È in questa atonalità di fondo che si può parlare di dissimmetria della musicalità della poesia di Fontanella; il suo allontanamento dalla tonalità metrica dell’endecasillabo novecentesco è del tutto visibile ed eloquente; la  metricità della sua poesia deriva da un procedimento per associazione e per contatto tra segmenti metrici fortemente dissonanti e dissociati calati in un «parlato» basso, di derivazione sicuramente meneghina ma, insomma, direi ormai ampiamente invalsa e collaudata nella poesia italiana più recente e metricamente più evoluta.

* Carlangelo Mauro Liberi di dire. Saggi su poeti contemporanei Sinestesie, Avellino, 2013 pp. 26,7
** op. cit. p. 19
 

Patrick Caulfield

Patrick Caulfield

 Commento di Flavio Almerighi

Il nostro cortile è un campo di battaglia
piccoli trionfi o cadute nella polvere
tra Tonino Iannone e Franco Arpino.
Bisogna sbrigarsi a crescere (p. 37)

L’adolescenza è stata inventata durante la seconda metà del XX secolo. Prima i bambini diventavano adulti, strappati alla fanciullezza venivano mandati nei campi e nelle fabbriche, cosa che accade comunemente anche oggi in molti paesi “in via di sviluppo”.  Erano adolescenti molti milioni di caduti durante le guerre mondiali dentro e fuori i campi di battaglia. Dopo gli anni Quaranta del secolo scorso l’adolescenza è diventata un diaframma sempre più consistente tra l’infanzia e l’età adulta, un business, infine uno status perenne causa la crisi dell’ultimo decennio, adolescenti fino ai quarant’anni, precari, bamboccioni.

Un tempo la notte atterriva, il buio che portava era assoluto e senza penombre, la mancanza di luce diurna generava mostri e paura. Il tempo ha ideato lune sempre più importanti e la notte non è più vissuta nel terrore di essere divorati o posseduti durante il sonno, è diventata il momento più romantico, libero, raccolto dell’intera giornata. Ha acquisito fascino e talento.

L’adolescenza e la notte, ultima fatica poetica di Luigi Fontanella (Passigli, 2015), mette insieme con originalità due concetti, due mondi,  apparentemente lontani. O forse nessuno prima ci aveva mai pensato. Assimila il ricordo al dormiveglia, l’evocazione al momento migliore per evocare. La notte è una donna incinta, dentro di lei batte già un altro cuore. Ho tratto un’infinita bellezza dalle letture e riletture di questo libro affascinante cui non trovo punti deboli o criticità. Un lavoro molto maturo. Ho voluto per questo confrontarmi direttamente con l’autore ponendogli alcune domande,

ecco, rifletto sognando, sempre
così dovrebbe essere il mondo
senza astio e senza invidia (p. 65)

Patrick Caulfield (1936-2005) was one of the pioneers of British Pop Art, his work is my favourite from a British artist and I actually bought, 'I've only the ...

Patrick Caulfield (1936-2005) was one of the pioneers of British Pop Art, his work is my favourite from a British artist and I actually bought, ‘I’ve only the …

Qual è il trait-d’union tra l’adolescenza e la notte in questo libro?

Inizialmente non c’era un concreto e preciso nesso, se non quello della mia volontà di unire due nuclei di lavoro che si interseca(va)no tra immaginazione e memoria; qualcosa che Paolo Lagazzi ha poi in buona parte intuito nella sua Prefazione. Rimando anche alla mia Nota finale. Potrei aggiungere, a posteriori, ma in modo abbastanza scontato, che le due parti del libro rappresentano l’alfa e l’omega di ogni umana esistenza: l’infanzia/adolescenza e la tarda maturità/senilità. Ma in questo non c’è alcuna “autoindulgenza”: sono semplicemente fasi della vita che io credo convivano talora armonicamente, talora ossimoricamente, talora addirittura in modo buffo.

Anni giovanili: un luogo nostalgico e non più raggiungibile?

Luogo, almeno per ciò che mi riguarda, nient’affatto nostalgico, in quanto a me sembra di vivere, almeno psicologicamente, una specie di eterna giovinezza. Ad essa attingo continuamente, con una naturale disponibilità a farmi sorprendere dalla cosiddetta Realtà o – come diceva la Ortese (la più grande scrittrice del nostro Novecento) – dall’Irrealtà quotidiana.

Come mai la scelta di non titolare i brani?

Ho dato un titolo alle mie poesie nei miei anni giovanili. Ora lo faccio molto raramente perché mi sembra una cosa posticcia, stucchevole, che quasi mai nasce insieme a una poesia, cioè al suo farsi. In genere i titoli delle poesie si stilano quasi sempre “a freddo”, dopo averle scritte.  E poi, non mettendo un titolo a ogni testo, a me sembra di dare una maggiore continuità tra una poesia e l’altra, come in una sorta di continuum interiore che va rincorrendosi, così come avviene con l’eco (mi viene in mente un bellissimo quadro di Delvaux intitolato appunto L’écho).

Soprattutto nella sezione “La notte” ho notato uno stile discorsivo di tipica matrice angloamericana contemporanea. Si sente influenzato dall’ambiente in cui vive e dagli autori con cui giunge a contatto?

 È probabile che questo “stile discorsivo” mi derivi, in parte, sia dalla mia intensa lettura di poeti americani contemporanei sia da un mio desiderio di riscoperta e di rilettura di un filone presente anche nella nostra letteratura, e cioè quello legato alla “ballata” (nella poesia medievale un grande Maestro in questo senso è stato Guido Cavalcanti), o al “racconto onirico in versi” (un mio libro, intitolato Bertgang, uscito tre anni fa presso Moretti & Vitali Ed., riflette esattamente questa mia disposizione).

A tutto ciò occorre aggiungere una mia affezione o “empatia” verso il genere del poème en prose; penso a grandi modelli come quelli di Baudelaire e Campana, o, per avvicinarci a qualche esempio più recente, a certi componimenti in prosa poetica dell’ultimo Raboni.

Come vede il momento attuale della poesia italiana?

Lo vedo zoppicante e nebuloso, con una schiera sempre più crescente di poeti della Domenica e sempre meno lettori. C’è inoltre una preoccupante disaffezione alla poesia in senso generale, già a partire dai quotidiani e dalle riviste: luoghi dove i libri di poesia trovano poco, pochissimo spazio critico. Manca poi in Italia una vera educazione alla Poesia; per es. non ci sono corsi universitari dedicati esclusivamente ad essa, come diversamente avviene in Paesi come l’Inghilterra, la Spagna, gli Stati Uniti, ecc.

In questo modo i percorsi, le strade della poesia diventano più difficili e contorti. Allo stesso tempo, penso che un vero poeta, nonostante le difficoltà crescenti e la frantumazione qualunquistica della comunicazione, in particolare telematica, dove ognuno può improvvisarsi poeta e può crearsi il proprio blog (ci sono per fortuna alcune buone eccezioni, ma sono poche), abbia il dovere di essere coerente prima di tutto con se stesso, cercando una sua strada che poi corrisponde alla sua personale verità.  Credo che già questa fedeltà alla propria voce, al proprio credo, al proprio modo di esprimerlo (Pasolini diceva che su tutto si può barare tranne che con lo stile) sia già un importante obiettivo per il “ruolo” che ogni poeta dovrebbe ascrivere a se stesso nell’odierna società.  Non credo al poeta/profeta; credo, voglio credere, però, come già mi è avvenuto di dire, a quel poeta che sia sensibile ai guasti della sua “civiltà”, e reagisca nella maniera a lui più congeniale, cioè da poeta, e dunque con la sua parola, senza mai sacrificare l’immaginario che è dentro di lui. Che sappia insomma, baudelairianamente, esprimere l’utopia nella carne del linguaggio. Sarebbe bello se la Poesia contribuisse davvero a migliorare il mondo in cui viviamo.

Patrick Caulfield

Patrick Caulfield

Non sono mai entrato nella vita.
Mai appartenuto a qualcuno. Storie
che giungevano al termine, al punto
verticale della fine. Ma mi commuovo
per un nonnulla, l’adolescenza
è assoluta ed eterna
è l’unica cosa che resta.

*

A occhi socchiusi scorrono
vilipendi e ferite. La sfida
è per chi ci precede. Oppure
làsciati andare:
la nebula mente
soffia un breve respiro.

*

Si preparava la scenografia
del futuro. Il principio era questo:
un momento e già subito un ammasso di anni… Oggetti
accumulati che col tempo
perdono ogni precisa identità
ogni significato. Rivivono
in occhiate notturne
prima di andare a letto
solo di passaggio solo di passaggio
appena fissati per un attimo
e già rientrati in se stessi.
Scenografia che andrebbe scompigliata
dovrei disfarmene, distruggerla.
Mi sopravvivrà
chissà in quale altro spazio
chissà per quali altri immemori occhi.

*

Corriamo in fila
di fronte al padre di Tonino Iannone,
giardiniere sempre un po’ stupito, un po’ trasognato.
In altre stanze smania
una figlia di nessuno.
Chi raccoglierà queste nude foglie?
Il tempo cambierà in fretta.
Nessuno scende più per quella
stradetta che ci conduceva a Fratte:
tutto stravolto tuto stritolato
in un subbuglio di crescita orrenda. Nulla
più riconoscibile.
Salerno, Via Parmenide 30:
cinque anni della mia adolescenza.

*

Ristabiliamo le distanze
fra ciò che è sempre stato imminente
e il vuoto che ci è accanto.
La tua voce è in quell’orlo
che corona il cratere. Un sibilo
e si disperde la polvere del giorno. Non sai
più se è ieri o domani
perché domani e ieri
sono precipitati nel nulla
e le sillabe impazzite
si confondono tra di loro.
La nostra adolescenza
resta incisa in un’espressione
un po’ casuale, in un profilo sghembo,
in un gesto che non è mai nato
ma che c’è sempre stato.

Patrick Caulfield

Patrick Caulfield

Talvolta la notte sorprende
chi l’attraversa. La notte
che assorbe tutto, che custodisce
o rinnova il silenzio, i giochi della mente,
incoscienze, il sangue di qualche innocente.

La sacra notte, che a tua volta sorprendi
nel suo grumo, intatta,
senza compromessi. Una storia
come immaginata, perfetta nei suoi
scismi, nei suoi effetti, nei suoi delitti.

Come quella volta –
4 febbraio 1983 – che l’attraversasti barcollando
il sangue ti colava sulla fronte
sempre di più, avanti, nel buio pesto
dalla 207 fino a 100 Park Terrace West.

A casa lo specchio ti rimandò
la tua faccia inorridita… telefonasti
a Judith meccanicamente, ti disse soltanto
di socchiudere la porta d’ingresso
prima che tu, immemore, stramazzassi a terra.

Poi altri spazi, bianchi, bianchissimi.
Tutto più leggero, tutto più soffice
come la neve che trasognato
vedevi turbinare nei fiocchi
che si stampavano sul parabrezza.

Ora è solo racconto, film muto, labbra
semoventi di barellieri e infermieri
le identiche domande ogni poco:
sogno e realtà nell’unica sequenza,
sempre la stessa, sempre la stessa.

È solo un racconto,
film muto che ripete la notte: questa
notte che si è data appuntamento
con un’ altra di trent’anni fa.

Mount Sinai, 4 febbraio 2013
*

Adesso nell’oscurità
tutto appare composto e fermo.
Tutto già ben disposto
ben organizzato, mentre
guardo di nuovo i miei libri allineati.
Stanotte non voleranno via
dai loro ripiani. Non permetterò
che precipitino giù, che abbandonino
il proprio abitacolo, legati
uno accanto all’altro
per puro destino alfabetico.

*

Siamo tutti e tre
in un grande letto: Anna, l’antica
e tu la presente, una
accanto all’altra, ed io
nel mezzo, in perfettissima armonia.
Stringo la mano ad ambedue
dolce e silenziosa la nostra intesa.
… ecco, rifletto sognando, sempre
così dovrebbe essere il mondo
senza astio e senza invidia.

*

Acquetarsi infine
sottrarsi almeno per un breve intervallo
da ogni male, libero volare
assottigliarsi gradualmente
fono a svanire nel buio, essere
tu il buio, il buio assoluto.

5 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Antologia Poesia italiana, critica della poesia

Flavio Almerighi SEI POESIE INEDITE SUL TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO con un Appunto critico impolitico di Giorgio Linguaglossa

pappagallo del Costa Rica

pappagallo del Costa Rica

L’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’utopia (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Εὐτοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ– che significa bene eτóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo), sia di Οὐτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco οὐ(non), e che cioè la parola utopia equivalga a non-luogo, a luogo inesistente o immaginario. Tuttavia, è molto probabile che quest’ambiguità fosse nelle intenzioni di Moro, e che quindi il significato più corretto del neologismo sia la congiunzione delle due accezioni, ovvero “l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo“, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Effettivamente, l’opera narra di un’isola ideale (l’ottimo luogo), pur mettendone in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).

 Flavio Almerighi è nato a Faenza il 21 gennaio 1959. Sue le raccolte di poesia Allegro Improvviso (Ibiskos 1999), Vie di Fuga (Aletti, 2002), Amori al tempo del Nasdaq (2003), Coscienze di mulini a vento (Gabrieli 2007), durante il dopocristo (Tempo al Libro 2008), qui è Lontano (Tempo al Libro, 2010), Voce dei miei occhi (Fermenti, 2011) Procellaria (Fermenti, 2013). Alcuni suoi lavori sono stati pubblicati da varie riviste di cultura/letteratura (Foglio Clandestino, Prospektiva, Tratti). Dieci sue poesie sono comprese nella Antologia a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Roma, Progetto Cultura, 2016).

Toshiko Hirata  Bicchiere

Toshiko Hirata Bicchiere

Appunto critico impolitico di Giorgio Linguaglossa

 Il principio di esposizione paratattica regna sovrano nella poesia di Flavio Almerighi. I frammenti aforistici indicano che è imminente un sisma le cui avvisaglie si lasciano intravedere in queste scaglie, in queste tracce di un linguaggio ridotto a lacerti pseudo aforistici, si tratta di paralipomena, di frammenti conflittuali che non chiedono più di essere pacificati e composti. Forse, nel principio costruttivo di questo sistema instabile e conflittuale qual è la poesia di Almerighi, si può rintracciare una sorta di scorporazione da un testo originario che è stato rimosso. Di qui le sue tipiche domande: «Amore, / cosa faremo dopo l’amore?». È chiaro che per Flavio Almerighi si può poetare soltanto con un linguaggio sobrio e sgombro di petali o di smottamenti del cuore; si può poetare intorno al «non-luogo», cosa non diversa che poetare intorno ai «luoghi», entrambi dissestati e s-postati altrove, secondo il disegno razionale (e irrazionale) che l’economia globale assegna loro. I «luoghi» quindi sono per Almerighi traslocabili ed «affabili», come gli «oggetti», «disciplinati» alquanto che «chiedono educatamente scusa» in quanto «protagonisti» del nostro tempo «d’erotica scolastica». La sopraffina ironia di Almerighi chiama le cose con il loro nome: «mi piacciono le donne quadrate…»,  comprime gli oggetti e le parole che parlano degli oggetti, perché sa che soltanto tenendole/i insieme mediante un collante si può sperare che esse/essi durino almeno il tempo della loro fruizione da parte degli utenti; anche l’«utopia perduta» è uno di questi «oggetti» e, come tale, dotato di valore e messo sul mercato dei non-luoghi sfitti. Nella asciutta poesia di Almerighi puoi notare in filigrana l’economia delle parole non educate e non amministrate che il poeta lascia filtrare con ironica disinvoltura occupato nelle sue faccende intorno agli «oggetti» (ovvero, l’ottimo luogo «utopia imbottita d’erotica scolastica»), tra scoppi di risa compressi e l’ironico motteggiare del cicaleccio di un quotidiano ormai denaturato, insignificante (il nessun luogo).

Davvero, non potremmo definire optima questa poesia di Almerighi, essendosi perduta la chiave ermeneutica per aprirci quei mondi optimi che un tempo lontano definiva il luogo della poesia. È la poesia stessa a reclamare il proprio posto «nel vano degli oggetti», un posto davvero scomodo, e de-territorializzato.

Pappagallo Costa Rica

Pappagallo Costa Rica

d’erotica scolastica

riparliamo del vano degli oggetti,
utopia imbottita d’erotica scolastica
indubbiamente affascinate, studenti affabili
disciplinati e in linea
chiedono educatamente scusa,
prima linea primo vagito
poi futuro inarcato da protagonisti
sui colori rampicanti di sbalordite primavere
canzoni del cuore a rima con torpore,
se stessa vissuta più volte
lasciata crescere, annaffiata a sottintesi
come foglia a distico, perfetta
scordata nel vano degli oggetti

.
alla stazione di Viergne

alla stazione di Viergne
ho ritrovato l’utopia perduta,
reperto interrato schiacciato
crivellato di passi
un marzo, nero fino alla cintola,
mi manchi – dico
anche tu – risponde,

ho lasciato decantare
l’inatteso piacere,
quando un cane, sette vite tutte morte
mi ha morsicato più forte,
ha morso dove una lettrice disattenta
muove di getto su una poltrona rossa
mostrando attraverso le ginocchia,

dura un tempo l’armonia.
l’antisemita muore di sete
e una zanzara sculetta
dentro un destino
facilmente spiegabile,
il fuciliere prende la mira
senza mancare un colpo

Toshiko Hirata Bicchiere

Toshiko Hirata Bicchiere

Quattordici poemi

mi piacciono le donne quadrate
fanno bambini vestiti,
all’occorrenza sono bionde
ma si lasciano sposare al naturale,
tirano fino a notte fonda
e fanno il bagno spesso,

nonostante quattordici poemi
in teoria mai consegnati
e belli come capelli lisci,
stanotte ne ho sognata una
e come odisseo sono uscito presto,
anzi non sono rientrato

¬tempi minimi nonostante tutto
per prendersi il servizio buono,
quell’altrove è sempre qui
torneremo a casa, lei ed io

.
Nessuna tonalità epica

Un uomo e la sveglia del mattino
che tarda, la suoneria scordata,
l’uomo chiede per quale principio
la giornata sia già fredda, già patita

prende altri cinque minuti,
rivede gli amori della vita,
ne bastano solo due, muove le gambe,
ha freddo non ha più sonno.

La giornata scende a dodici ore,
nessuna tonalità greca
nelle lenzuola sfatte del ritorno
stesso mare mai spostato.

Non c’è sconto
dopo l’inverno altro autunno,
inoccupato dal mestiere di vivere
osserva il cuore – guscio di noce
riparare nel mallo.

Pappagallo Costa Rica

Pappagallo Costa Rica

La settima arte

Amore,
cosa faremo dopo l’amore?

Affretteremo l’eloquio, il piacere
autentico. Finto che sia.
Ci fermeremo
come su celluloide la settima arte
per rivederci più avanti a cose fatte?

Gli anni impiccati oscillano,
il tempo misurato a pendolo e baci
corre prima, scompare ladro
e la tristezza un laccio esile lega,
avvince di lacrime fino a riderne.

Del mio riso scorgo la vergogna
abbracciata alla pienezza breve,
su tutto un bisbigliare di farfalle,
e dentro qualcosa lasciato aperto.
Sbatte.

Amore,
cosa faremo dopo l’amore?

.
Nove Maggio 1978

Facevo la Quinta quand’è morto Impastato,
maggio e già era rigido inverno,
stavo abbracciato a un grembo di rose
finendo per pungermi e sanguinare

di tutte le lettere scritte per niente,
sono la più lunga, messo in bottiglia
affidato al mare dal guscio di ceralacca,
arrivo oggi che sono spaccato e vecchio

e voglio per me un po’ d’infinito.

21 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Antologia Poesia italiana, critica della poesia, Poesia sul non luogo, Poesie sull'utopia

Per una Carta Poetica del Sud, Manifesto del Post-meridionalismo Il 16 aprile, a Roma la presentazione della Antologia “Il rumore delle parole.  Poeti del Sud” (EdiLet, 2015) interventi di Letizia Leone e Giorgio Linguaglossa

Antologia Il rumore delle parole (2)La Federazione Unitaria Italiana Scrittori (FUIS), nel quadro della attivita’ di promozione oltre a quella di rappresentanza e consulenziale, ha ospitato lo scorso 16 aprile la presentazione, presso la sede romana di piazza Augusto Imperatore, della Antologia «Il rumore delle parole. Poeti del Sud» (2015), per i tipi di EdiLet, a cura di Giorgio Linguaglossa.

Sono intervenuti il curatore della Antologia e la poetessa romana Letizia Leone. Linguaglossa ha illustrato l’opera precisando che l’Antologia non può ritenersi ultimata ed esaustiva in questa prima edizione. La particolarità, secondo Linguaglossa, dei Poeti del Sud, rispetto, per esempio, alla cosiddetta Scuola lombarda o ad altri indirizzi, risiede nella varietà degli stili. Nel delineare i lineamenti geostorici della poesia italiana e nel tracciare i vari periodi di «egemonia letteraria» fra Milano, Firenze, Roma che nel corso del Novecento si sono succeduti, il curatore dell’antologia ha notato come nel Sud operino poeti vitali che si muovono secondo modalità non concordate, libere da interessi editoriali o di uffici stampa. È una poesia che non si rende immediatamente «riconoscibile» e dove ciascun poeta ha una sua precisa «identità stilistica». Il critico ha proseguito accennando alla attuale «stagnazione del panorama editoriale»  per via delle cointeressenze che attraversano il mondo dell’editoria le cui coordinate editoriali sono dettate dagli Uffici stampa. Cesare Pavese o Vittorio Sereni si muovevano in un diverso assetto editoriale e culturale, non avrebbero mai accettato una situazione come quella odierna. I criteri di selezione dell’Antologia sono stati altri, si sono individuati gli autori in base a  criteri meramente estetici.
Sia Letizia Leone che Giorgio Linguaglossa hanno poi inquadrato la poesia del Sud, come anche quella del Nord nell’ambito della crisi dell’ontologia che è avvenuta nel tardo Novecento.

Altra categoria entrata in crisi, a detta dei presentatori, è la categoria del «nuovo». La poesia è piuttosto da considerarsi come un evento (Ereignis) che capita nel tempo e nello spazio e che si situa nell’intersezione tra due coordinate, che abita un preciso punto dello spazio, del tempo e della storia; una volta avvenuto, l’evento cambia la dimensione, si aprono nuove e inedite prospettive. I critici si sono soffermati su un punto in particolare che contraddistingue la poesia del nostro tempo: gli autori dell’Antologia non si pongono più come seguaci di una ideologia, di un canone, di un modo di scrittura ma aderiscono ad una visione centrifuga e periferica assieme, assumono punti di vista assai distanti gli uni dagli altri e stili di scrittura assai differenti.
Altro elemento invariante rilevato dai critici è  che nessuno degli Autori presenti nella Antologia può esser considerato un epigono del minimalismo italiano così come si è configurato negli ultimi decenni del Novecento. In tale accezione gli stilemi del minimalismo sono stati assunti e fusi insieme ad esperienze stilistiche e culturali le più diverse. Sia Linguaglossa che Letizia Leone hanno sottolineato gli sforzi degli Autori di procedere verso un diverso modo di convocare le cose e gli oggetti in poesia, insomma, di chiamare le cose col proprio nome anche se in poesia non è poi così scontato che i risultati estetici seguano meccanicisticamente alle premesse, il nodo centrale è che le parole vanno messe dentro una qualche tradizione linguistica e stilistica, hanno vita soltanto in una tradizione ma laddove questa manca o accusa un periodo di «latenza», anche la poesia che si tenterà di fare accuserà il colpo; ma se la poesia diventa consapevole di questo nesso storico-estetico, allora la poesia del Sud potrà assumere in tale orizzonte culturale un ruolo significativo e propulsivo.

Letizia Leone ha infine definito interessante e valido il discorso sul rapporto poesia filosofia riportato nell’introduzione al volume in questione, ed ha accennato alla connessione interna tra i due poli. In tal senso Linguaglossa, ha detto la Leone, conferma la sua vocazione militante, una sorta di rabdomante alla ricerca delle falde poetiche (del Sud).
La Leone ha poi accennato alla lucidità ermeneutica e di diagnosi indispensabile per mettersi sulle tracce di quel sentiero della Linea meridionale di poesia individuata negli anni Cinquanta da Contini, Quasimodo, Gatto… da una terra appenninica da cui si va in esilio, una terra di emigrati e sradicati, da Scotellaro a Calogero.
Quasimodo auspicava una Carta poetica del sud nel 1953, cosa interessante per testare la distanza da una situazione odierna che vede autori meridionali del Novecento come Bufalino Sciascia Ortese Serao spesso dimenticati dai programmi scolastici, con danni inestimabili verso un ingente patrimonio spirituale e artistico del nostro paese.
L’articolazione  geodetica e geopoetica,  sia la latitudine che la longitudine, “colloca” il linguaggio poetico (Brodskij) nell’ambito della storia e contribuisce a cambiare la Lingua e il linguaggio poetico.
Oggi il Sud si è smarcato dal periferico, evidenza il dinamismo fra centro e periferia anche se questo movimento tellurico era stato già intravisto con chiarezza da Pasolini per il quale la periferia romana sfociava nel terzo mondo.

Nello stesso tempo, ha continuato Letizia Leone, ci sono autori come Albino Pierro che non vogliono centralizzarsi, altri fanno, anche a Nord, del dialetto la propria isola nel rifondare la propria stilistica.
Se siamo nella post-storia, nell’epoca dello svuotamento ideologico, forse è lecito  parlare di post-meridionalismo, per questi poeti, lontani dalle poetiche del vissuto, dal mito di una poesia che abita il mito o di quella che ricerca una impossibile innocenza perduta.
In questo contesto storico che dista anni luce dalla linea meridionale degli anni Cinquanta, sia Letizia Leone che  Linguaglossa si sono soffermati sul rapporto tra scrittura e il territorio, individuando la forza di questi Autori nell’aver digerito lo scandalo della storia, quello dell’essere poeta oggi, di non sapere più a chi si rivolga la scrittura poetica. Così, la figura del poeta è ragguagliabile a quella di un esiliato, il poeta è un de-territorializzato, de-istituisce più che istituire qualcosa, s-fonda più che fondare quella cosa che chiamiamo la Lingua poetica; gli Autori accomunati nell’Antologia sembrano voler quantomeno invertire questa tendenza, vogliono recuperare l’esercizio del pensiero, sentono di abitare un senso della storia dove la parola poetica è dolore della mancanza della parola; a tal proposito la Leone ricorda Quasimodo il quale ricordava che la nascita di un poeta è sempre un atto di disordine.
Al termine della presentazione critica è seguito il reading degli Autori presenti in sala: Gino Rago, Daniele Santoro, Silvana Palazzo,  Marisa Papa Ruggiero, Michele Arcangelo Firinu, Marco Onofrio, Raffaello Utzeri, Giulia Perroni.

A.F.

Fuis 16 aprile Silvana Palazzo

Fuis 16 aprile Silvana Palazzo

Fuis 16 aprile Michele Firinu

Fuis 16 aprile Michele Firinu

Fuis 16 aprile Marco Onofrio

Fuis 16 aprile Marco Onofrio

Fuis 16 aprile Daniele Santoro

Fuis 16 aprile Daniele Santoro

Fuis 16 aprile Raffaello Utzeri

Fuis 16 aprile Raffaello Utzeri

Fuis 16 aprile giorgio Linguaglossa Letizia Leone

Fuis 16 aprile giorgio Linguaglossa Letizia Leone

Fuis 16 aprile Gino Rago

Fuis 16 aprile Gino Rago

fuis 16 aprile  Giulia Perroni

fuis 16 aprile Giulia Perroni

5 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Antologia Poesia italiana, critica della poesia

Vincenzo Mascolo – AUTOANTOLOGIA Poesie (2004 – 2013) con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

.

  Vincenzo Mascolo, nato a Salerno nel 1959, vive e lavora a Roma. Nel 2004 ha pubblicato la raccolta Il pensiero originale che ho commesso, Edizioni Angolo Manzoni. Con la casa editrice LietoColle ha pubblicato nel 2009 Scovando l’uovo (appunti di bioetica). Nel 2010 un estratto del libro inedito Bile è stato pubblicato nell’antologia Lietocolle Orchestra – poeti all’opera (numero tre), curata da Guido Oldani. Per LietoColle ha anche curato le antologie Stagioni, insieme a Stefania Crema e Anna Toscano, La poesia è un bambino e, con Giampiero Neri, Quadernario – Venticinque poeti d’oggi. E’ il curatore di Ritratti di poesia, manifestazione annuale di poesia italiana e internazionale promossa dalla Fondazione Roma.

vincenzo mascolo 2

.

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Il momento espressivo-metaforico della forma-poesia è uno spazio espressivo integrale (che può essere colto in un sistema concettuale filosofico, che oggi non c’è per via della latitanza di pensiero estetico da parte dei filosofi). Il momento espressivo coincide con il linguaggio, e il linguaggio è condizionato dai linguaggi che l’hanno preceduto… se il momento espressivo si erige come un qualcosa di più di esso, degenera in non-forma (si badi non parlo qui di informale in pittura come in poesia!), degenera in mera visione del mondo, cioè in politica, in punto di vista condizionato dagli interessi di parte, in chiacchiera, in opinione, in varianti dell’opinione, in sfoghi personali, in personalismi etc. (cose legittime, s’intende ma che non appartengono alla poesia intesa come «forma» di un «evento»).

Il problema di fondo (filosofico, ed estetico) della poesia della seconda metà del Novecento (che si prolunga per ignavia di pensiero in questo post-Novecento che è il nuovo secolo), è il non pensare che il problema di una «forma» non può essere disgiunto dal problema di uno «spazio», e quest’ultimo non può essere disgiunto dal problema del «tempo» (tempus regit actum, dicevano i giuristi romani). Ora, il digiuno di filosofia di cui si nutrono molti auto poeti, dico il problema di pensare questi tre concetti in correlazione reciproca, ha determinato, in Italia, una poesia scontatamente lineare unidirezionale (che segue pedissequamente e acriticamente il tempo della linearità metrica), cioè che procede in una sola dimensione: quella della linea, della superficie… ne è derivata una poesia superficiaria e unidimensionale. E, si badi: io dico e ripeto da sempre che il maggiore responsabile di questa situazione di imballo della poesia italiana è stato il maggior poeta del Novecento: Eugenio Montale con Satura (1971), seguito a ruota da Pasolini con Trasumanar e organizzar (1968). Ma queste cose io le ho già spiegate nel mio studio Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana 1945-2010 edito da EiLet di Roma nel 2011.

In questa sede posso solo tracciare il punto di arrivo di questo lungo processo: il minimalismo e il post-minimalismo.
Con questa conclusione intendevo tracciare una linea di riflessione che attraversa la poesia del secondo Novecento, una linea di riflessione che diventa una linea di demarcazione.
Delle due l’una: o si accetta la poesia unidirezionale del post-minimalismo magrelliano (legittima s’intende), che prosegue la linea di una poesia superficiaria e unidirezionale che ha antichi antenati e antichi responsabili (parlo di responsabilità estetica) precisi; o si opta una linea di inversione di tendenza da una poesia superficiaria a una poesia tridimensionale che accetta di misurarsi con una «forma più spaziosa», seguendo e traendo le conseguenze dalla impostazione che ha dato Milosz al problema della poesia dell’avvenire. La poesia citata di Milosz è un vero e proprio manifesto per la poesia dell’avvenire, chi non comprende questo semplice nesso non potrà che continuare a fare poesia superficiaria (beninteso, legittimamente), ma un tipo di poesia di cui possiamo sinceramente farne a meno.

La ricerca poetica di Vincenzo Mascolo si situa nell’orizzonte di una poesia con i battenti aperti, una forma-poesia larga e capiente che faccia entrare il mondo con tutte le sue contraddizioni, l’eteronomia del mondo mediante un linguaggio che non è più koiné, non è più un linguaggio di linguaggi o un meta linguaggio ma un linguaggio di provenienza prosastico, inglobato nella forma-poesia. Uno spazio espressivo integrale, dunque.

.

L’ATTESA

.
Scena:
Un uomo solo seduto al tavolino di un bar.
Altre persone nella sala. Una musica in sottofondo.
Riascoltando questa vecchia canzone di Edith Piaf,
che arriva soffusa e lontana come i miei ricordi,
mi viene da pensare che anche io non mi pento di niente,
anzi, che non ho niente di cui voglia pentirmi.
Perché se lo volessi dovrei farlo proprio adesso,
intendo in questo istante,
tra un bicchiere e l’altro di prosecco
che mi vengono serviti al tavolino,
davanti a coloro che, come me,
sono seduti in questa sala
in solitaria attesa che si compia qualcosa
che non sappiamo nemmeno cosa sia.
Reciterò però con devozione i vostri miserere
da sgranare uno a uno quando viene sera
per non aver paura
ma non chiedetemi atti di dolore
perché è già dolore
questo mio essere diviso
tra la terra e il cielo,
il vero senso che non colgo,
la mia postura.

vincenzo_mascolo.

A MARGINE DI UN PENSIERO FILOSOFICO
(Leggendo Jean Paul Sartre)

Ci sarà poi qualcosa tra il nostro essere e il nulla,
una virgola, un punto, quantomeno un trattino
che separi dal nulla ciò che invece noi siamo,
perché forse altrimenti si dovrebbe pensare
che sia essere nulla il nostro vero destino
e che vivere in fondo per ognuno sia vano
perché pure esistendo noi comunque non siamo.

da Scovando l’uovo appunti di bioetica, LietoColle, 2009

È necessario l’esplicito consenso
perché sia un atto conforme alla morale
oppure è sufficiente il silenzioso assenso
per prelevare gli organi al maiale?

E smettiamola di chiamare “terminale”
chi non può rinviare la data del suo viaggio
perché il rispetto profondo del suo male
è anche compassione nell’uso del linguaggio.

Nuove frontiere sono ormai alle porte:
gli interventi sulle cellule dell’Io
la scoperta e la cura del gene della morte
e, per finire, la clonazione della pietà di Dio.

Un’antenna protesa verso il cielo
è l’anima che il poeta tende al firmamento:
ne capta ogni segnale e dal suo mondo parallelo
emette nuove onde, che non danno inquinamento.

È frutto di un equivoco il mondo in cui ho creduto:
né laico né cattolico è il senso della vita
e come un continente che adesso si è perduto
dell’etica si narra soltanto che è sparita.

vincenzo mascolo 3.

IL CIELO DI LISBONA
(il dolore invisibile di Fernando Pessoa)

Qualcuno di tanto in tanto viene ancora a trovarmi
specialmente nelle sere profumate di maggio
quando il cielo che avvolge Lisbona
ha molte più stelle di quante io ne riesca a contare.
Ritornano allora tra noi i discorsi di sempre
insieme alle nostre poesie, che in quelle sere
pronunciamo ad alta voce per ore
come fossero veramente preghiere
e non gli inutili versi che sono
come se, in quel frastuono di voci che è a me così caro,
a poco a poco ogni cosa potesse di nuovo diventare reale
anche il cielo al di sopra di noi
e tutte le stelle che non riesco a contare
anche la vita che fingiamo di avere
e il dolore, infinito, di noi
che nelle sere profumate di maggio
al suono delle nostre parole
dal cielo continuiamo a invocare.

vincenzo mascolo1.

IL CIELO DELLA MIA CITTA’
(e di tutte le cose visibili e invisibili)

III

Ha piccole stanze la mia casa
e un lungo corridoio da attraversare.
Ma la sera, quando siedo a scrivere i miei versi,
dalla finestra che affaccia sulla strada
mi sembra vedo in lontananza, il mare

(palazzi di Buenos Aires)

IL CIELO DI BUENOS AIRES

.

(la neve invisibile di Jorge Luis Borges)
Ricordo nevicava quel giorno a Buenos Aires
cadeva giù la neve che il cielo la mandava
così sottile lieve bianca pura
che si riusciva solo a immaginarla
e io nel buio che dalla mia stanza
si distendeva fino all’orizzonte
attraversando il cielo e l’avenida io
quel giorno io la immaginavo
venire giù dal cielo come manna
e come manna stenebrare il buio
nei miei pensieri incolti e nella carne
dell’anima smagrita
quasi esangue.

Fu un momento
un rapido bagliore come un lampo
ma in quell’istante vidi nuovamente
le mura circolari di Babele
e la parola che si era perduta
risorgere alla luce
farsi eterna
come questa infinita nevicata
che adesso imbianca ancora l’orizzonte
il cielo i tetti i vetri
la mia stanza.

O carne della mia carne inaridita
l’essenza memorabile del tempo
è polvere sui libri che leggevo
sulla città svanita,
lontananza.

(Pitture di Mario Gabriele)

.

IL CIELO DI NIZZA
(il fuoco invisibile di Bruce Chatwin)

ti prego dimmi che ci faccio qui e in ogni luogo dimmi cosa ci sto a fare a
cosa serve trascinare il tempo fingendosi di vita sempre uguale a cosa
servono il dolore e il canto le vie che ho attraversato ogni ritorno a
cosa serve questa nostra attesa la notte che accompagna il mio
silenzio la mia preghiera di rivedere il giorno meglio
sarebbe consumarsi in fretta nell’aria rarefatta di
un mattino bruciare in pochi istanti come
legna nell’erba e uniti al suo profumo
restituire cenere alla terra
per risalire lievi.

farsi
fumo

696B6172.

IL CIELO DELLA MIA CITTA’
(e di tutte le cose visibili e invisibili)

IV

Bambini su di corsa, venite nel mio letto
guardiamo il temporale dai vetri della stanza
terremo insieme i fulmini a debita distanza
e il male che ho di vivere rinchiuso nel mio petto.

M Malerba Roma.

IL CIELO DELLA MIA CITTA’
(e di tutte le cose visibili e invisibili)

VI

Sai, non è la morte che mi fa paura
ma il cielo scuro dell’inverno,
la lama affilata della notte
che scava dentro il mio dolore,
la ricerca continua di parole
nel ripetersi monotono dei giorni.
Mi atterrisce
la vanità di questa mia poesia
e l’orrore della vita
che sento scardinare le finestre
ogni mattina.

magritte-1.

IL CIELO DELLA MIA CITTA’
(e di tutte le cose visibili e invisibili)

X

L’aria è di marmo, venata
di ghiaccio la luna.
Pesa più di sempre la notte
ora che una nebbia improvvisa
ne infittisce la trama.

E’ questo silenzio il nulla,
l’attimo che schiude una poesia,
il ritrarsi dei petali
nella strenua difesa della rosa.

magritte-golconda.

IL CIELO DELLA MIA CITTA’
(e di tutte le cose visibili e invisibili)

XII

Amo il rarefarsi della notte
e il risvegliarsi muto degli eventi,
amo il suono impercettibile del cosmo,
il separarsi occulto delle cose
in atomi e molecole, frammenti
della materia che si ricompone,
sostanza indivisibile del tempo.

Così,
di particelle infinitesime d’inchiostro
amo il turbinare che trasforma
la dura concrezione del silenzio
in altro spazio, in una nuova
forma, pulviscolo di corpi luminosi
che passano attraversano i sentieri
delle città, i reticoli del tempo,
chiarore ineludibile del giorno,
sostanza incorruttibile,
poesia.

1 Commento

Archiviato in Antologia Poesia italiana, critica dell'estetica, critica della poesia, poesia italiana contemporanea, Senza categoria