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“THREE STILLS IN THE FRAME” (Tre fotogrammi dentro la cornice), Chelsea Editions 2015 pp. 330 $ 20 Traduzione di Steven Grieco, INCONTRO CON GIORGIO LINGUAGLOSSA a cura di Daniela Cecchini 

Giorgio-Linguaglossa-Three Stills In the Frame 2015 È uscita il 7 agosto 2015, l’intervista a Giorgio Linguaglossa a cura di Daniela Cecchini sulla pagina Cultura del Corriere del Sud di cui alleghiamo il link in occasione dell’uscita della Antologia delle sue poesie con traduzione in inglese di Steven Grieco con testo a fronte.

http://www.corrieredelsud.it/nsite/home/corriere-letterario/21462–three-stills-in-the-frame-incontro-con-giorgio-linguaglossa.html

Giorgio Linguaglossa, eccellente critico letterario, poeta e saggista, è nato ad Istanbul nel 1949, da famiglia di origini siciliane e vive da sempre stabilmente a Roma.
La sua opera prima di poesia Uccelli risale al 1992; successivamente, nel 2000 pubblica Paradiso, nel 2006 La Belligeranza del Tramonto e nel 2013 Blumenbilder (natura morta con fiori).
Nella sua intensa attività letteraria, ha tradotto poeti inglesi, francesi e tedeschi e diretto la collana di poesie delle Edizioni Scettro del Re di Roma, oltre ad aver fondato il quadrimestrale di letteratura “Poiesis”, che dirigerà dal 1993 sino al 2005. Interessante la pubblicazione nel 1995 del “Manifesto della Nuova Poesia metafisica”, che redige insieme ad altri poeti molto noti nel panorama letterario. Ha pubblicato, inoltre, numerosi saggi sulla poesia moderna e contemporanea ed alcuni racconti e romanzi di elevato spessore culturale.
*
D) Le sue poesie hanno varcato i confini italiani, sono state tradotte in spagnolo, bulgaro e adesso in inglese. La traduzione riesce sempre a mantenere intatto il significato di una lirica, nel momento in cui non è possibile realizzarla in modo letterale?

R) La traduzione è importante, innanzitutto perché è un dialogo tra le lingue e le culture, è una specie di sistema di vasi comunicanti tra le culture ed è utilissima per ampliare la visione che una cultura ha di se stessa. La traduzione è uno specchio che ti consente di vederti con altri occhi e di verificare se il tuo discorso ha la forza di uscire dalla cultura di provenienza, oppure no.

D) In questi giorni è stata pubblicata negli Stati Uniti la sua Antologia di 320 pagine “Three Stills in the Frame” – Tre fotogrammi dentro la cornice – (Chelsea Editions). Questa sua opera rappresenta un avvenimento di un certo rilievo per la poesia italiana, un biglietto da visita del Made in Italy, come si usa dire oggi, anche se apparentemente riservato all’élite della cultura americana. Vorrebbe parlarmi di questo avvenimento, in un momento storico complesso, in cui la cultura italiana è sofferente e stenta a varcare i confini nazionali?

R) Ho sempre pensato che la poesia di un’epoca storica è l’espressione artistica che «rappresenta» nel modo più alto e sintetico la cultura di un popolo in un dato momento storico, la rappresenta nel senso che la custodisce e la tradisce. Voglio dire che i contemporanei fanno sempre una certa fatica a riconoscere la voce di un poeta del loro tempo, se lo riconoscono subito e lo acclamano come loro poeta, allora si tratta di un poeta minore, che viene incontro al gusto medio del pubblico. Facendo questa antologia per il pubblico americano ho voluto dare della mia poesia una idea europea piuttosto che italiana, ho selezionato le poesie più europee; ho voluto dare l’idea di un poeta che proviene da quella grande esplosione di creatività, di arte e di scienza che è stato il Rinascimento italiano. In tal senso, io mi considero un epigono di Machiavelli e di Leonardo piuttosto che un erede di Montale. Non so se la critica americana si accorgerà di questo aspetto, io lo spero. Mi sono sempre posto il problema di uscire dal Novecento italiano, la sua storia non è stata certo esaltante; di avere uno sguardo stereometrico, di guardare all’Europa: ai grandi poeti polacchi, ai russi, ma anche agli svedesi come Tomas Tranströmer e ai norvegesi come Rolf Jacobsen.

giorgio linguaglossa 5 agosto 2015 teatro MarcelloD) Vedo che nella copertina del suo libro c’è una foto del 1946, raffigurante i suoi genitori giovani, che camminano in una strada di Roma. Come mai questa scelta di mettere una foto di famiglia nella copertina di un’Antologia di poesia?

R) L’immagine posta in copertina del libro riprende una foto scattata da un fotografo di strada a Roma nel 1946 con una Kodak. All’epoca, mio padre era disoccupato, tornato dalla guerra, aveva perso il negozio che aveva a Roma. Il proprietario del negozio gli notificò l’importo dell’affitto da pagare per i quattro anni della guerra, mio padre che non aveva i soldi fu costretto a chiudere il negozio e a restare disoccupato. Così fu trattato un servitore della patria. Io non ero ancora nato. Comincia qui la mia poesia, dagli anni Quaranta. Il dopoguerra, la fame e la disgrazia dei miei genitori. Tornato dalla guerra, mio padre sposa mia madre. Un episodio d’amore. La mia Antologia vuole essere un omaggio alle generazioni di italiani che hanno rifatto l’Italia dopo il disastro del fascismo e della guerra, e la poesia “Tre fotogrammi dentro la cornice”, la più lunga che io abbia mai scritto, ripercorre la storia privata dei miei genitori nello scorcio del Novecento; la vita privata si confonde e si sovrappone, nella poesia, alla vita pubblica: il fascismo (mio padre era comunista), la guerra, il dopoguerra, la caduta in disgrazia economica dei miei genitori, la mia nascita, mia madre, la donna più bella del mondo agli occhi di me bambino, mio padre che a quaranta anni ricomincia tutto daccapo, da disoccupato, e si mette a fare il calzolaio, e poi, in seguito, negli anni Sessanta, metterà su una bottega di vendita di scarpe. Così, mentre scorrono gli eventi della guerra fredda, i miei genitori invecchiano, io divento grande e comincio ad invecchiare anch’io, l’Italia peggiora e invecchia. E poi la corruzione delle menti, quella corruzione antropologica che purtroppo ha attinto gli italiani. Di qui la mia scelta di andare a fare, dopo gli studi di lettere, un mestiere utile al mio paese, andai a fare il direttore di carcere. Ho girato molti penitenziari del nord e del centro dell’Italia. E poi, i giorni nostri: la crisi, che non è solo economica, ma spirituale, antropologica, crisi del «sistema Italia» ormai, temo, non più riformabile.

D) Il libro si apre con una poesia, dove è presente sua madre, che ricompare insieme a suo padre, nella bellissima lirica “Tre fotogrammi dentro la cornice”, che dà il titolo al volume e riprende l’immagine dei suoi genitori, messa in copertina. Inoltre, il libro è disseminato di figure femminili, volta a volta diverse: Marlene, Beltegeuse, Enceladon, la dama veneziana in maschera, Madame Zorpia e Madame Zanzibar e tante altre ancora. Quale significato racchiude tutto questo affollamento di figure femminili?

R) Stavo dicendo che Marlene, Beltegeuse, Enceladon, Simonetta Vespucci, la dama veneziana in maschera, Madame Zorpia e Madame Zanzibar e tante altre ancora, sono tutte personificazioni e personaggi del «femminile», sono sosia di mia madre. Il «femminile» ha attraversato tutto il mio immaginario, e quindi attraversa anche il mio Novecento poetico. La vecchiezza delle donne corrisponde alla vecchiaia del Novecento, e la mia poesia vuole essere la palinodia, il compianto per la vecchiaia di un secolo che ha coinciso anche con la mia personale maturità, e lo scacco di non essere riuscito a dare un contributo maggiore per la riscossa del mio paese. Forse con la poesia ci sono riuscito. Forse. Ma non credo, la mia poesia porta un messaggio di cui gli italiani non hanno bisogno.

D) Quale è, ove ci fosse, il filo conduttore tra tutti questi personaggi?

R) Non so quale sia il filo conduttore tra tutti i personaggi e le personificazioni, maschili e femminili, presenti nella mia poesia. Tra le personificazioni maschili ci sono Tiziano, Vermeer, Rembrandt, Velazquez, poeti come Brodskij, Ariosto, Dante; musicisti come Ciajkovskij, Vivaldi; personificazioni di entità astratte: il Signor K., Anonymous, il Signor Cogito (personificazione del filosofo), l’imperatore Costantino (colui che rifonda l’Impero su una menzogna), il Signor Retro, il Signor Posterius, il Signor K., il Commissario, e poi ci sono gli Angeli: l’angelo della storia Achamoth, gli angeli Raffaele, Asraele, Shemchele e i falsi angeli come Sterchele (nato da un difetto di pronuncia dell’Altissimo); e poi ci sono i filosofi che non si piegano, come Carneade, che resiste in un interrogatorio drammatico alle domande degli angeli inquisitori, Munkar e Nakir. In realtà, è una lotta drammatica di tutti contro tutti, una belligeranza universale, quella che ha attraversato il Novecento con le sue tre guerre mondiali. La volontà di potenza nel suo massimo dispiegamento di forze in atto. Ecco, forse il filo conduttore è questo: la volontà di potenza dispiegata dalla nostra epoca tecnologica, quello che un filosofo come Heidegger con una espressione poetica ha chiamato «l’oblio dell’essere».

D) Il prefatore Andrej Silkin afferma che la sua poesia è il tentativo più arduo ed ambizioso fatto dalla poesia italiana, per superare la poesia d’occasione: la poesia diario iniziata dal più grande poeta del Novecento italiano, Eugenio Montale. Vorrebbe spiegarmi cosa significa “superare”, ovvero, andar oltre Montale?

R) «Superare Montale», nel senso da attribuire a questa frase di Andrej Silkin, significa fare una poesia che corrisponda ad un progetto « für ewig » (per sempre), una poesia che corrisponda ad «una Grande Visione», e non ad una poesia di occasioni, diaristica, in minore, scettico-urbana, personalistica, privatistica, psicologica come quella che Montale farà da Satura (1971) in poi. Seguito a ruota da tutta la poesia italiana del tardo Novecento. È questa l’accusa che rivolgo alla poesia italiana del dopo Montale, quella di non essersi saputa liberare da questa visione scettico-ironica, diminutiva, minimale che poi ha dato risultati estetici molto discutibili e ha avviato la poesia italiana del secondo Novecento a un lento e inarrestabile declino.

D) Lei è nato ad Istanbul, o meglio, mi correggo, a Costantinopoli nel 1949 per poi trasferirsi a Roma con la sua famiglia. Che senso ha avuto per lei questa duplice appartenenza alle due capitali dell’antico Impero romano?

R) Mi piace pensare che per una bizzarria del caso io sia nato a Costantinopoli in quanto i miei genitori nel 1949 si trovavano lì per il commercio di pellami che faceva mio padre. All’età di tre mesi dalla mia nascita i miei genitori mi hanno portato a Roma, ma, probabilmente, qualcosa è restato nella mia immaginazione (sono stato un bambino straordinariamente immaginativo) di quella antica capitale di un impero pagano ormai tramontato. Questo mi ha aiutato ad estraniarmi da Roma, mi ha fatto sentire sempre un po’ estraneo in Italia, un po’ diverso dagli altri ragazzi e adolescenti della mia età. Con il tempo ho capito che questa duplice appartenenza immaginativa alle due capitali dell’antico impero romano poteva essere un fattore positivo, e positivo per la mia poesia. È questo il motivo per il quale ho scritto e pubblicato il romanzo Ponzio Pilato che nel 2016 uscirà negli Stati Uniti in traduzione inglese. Mi sono spesso chiesto se io al posto di Ponzio Pilato mi sarei comportato come lui o avrei scelto di oppormi alla richiesta di pena capitale per Gesù pronunziata dal Sinedrio. E mi sono dato una risposta. Avrei liberato quell’innocuo predicatore e avrei sfidato le ire del Sinedrio.

D) Ho letto il suo romanzo “Ponzio Pilato”, edito nel 2011. Che cosa unisce la figura di Ponzio Pilato alla Roma del terzo millennio?

R) Ponzio Pilato, il quarto Procuratore della Giudea, è stato il plenipotenziario di Roma. Lui è l’Occidente, quell’Occidente che osserva l’Oriente ma non lo comprende. Anche davanti a Gesù, Pilato non riesce a comprendere quel “mondo”, la famosa domanda: «Che cos’è la verità», che Pilato rivolge a Gesù, ci rivela subito la statura intellettuale di Pilato, il quale non è affatto uno sciocco. La domanda di Pilato è centrale e strategica insieme, lui vuole capire dalla risposta di Gesù se l’uomo è pericoloso per le leggi di Roma o se non lo è. E la deduzione di Pilato è straordinariamente acuta, comprende che il messaggio di Gesù è un messaggio di pace spirituale, che non si tratta di un ribelle pericoloso. La Roma del terzo millennio è simile al mercato del Tempio di Gerusalemme dove si affollano i mercanti e gli strozzini, dove si vende il denaro e si compra la corruzione. La Roma attuale non è nulla di più di un puntino sulla carta geografica, non significa nulla. Il nichilismo della Roma attuale lo si ritrova intatto nella mia poesia, ma ribaltato, rivoltato, perché la mia poesia si nutre di una «Grande Visione». La mia poesia vuole essere un atto di drastica accusa contro la corruzione del mio paese.

giorgio linguaglossa daniela cecchini

giorgio linguaglossa daniela cecchini

D) Che peso ha il passato nei suoi versi?

R) Dal passato ho imparato una cosa, una cosa che mi diceva mio padre calzolaio: «Non accettare mai di fare un passo indietro»; e poi ho in serbo un’altra massima, del capo indiano Tachka Witka (più noto come Cavallo pazzo): «Un grande capo deve seguire una Grande Visione come l’aquila insegue il profondo blu del cielo». Ecco, queste sono le due gambe spirituali e filosofiche sulle quali ha poggiato la mia poesia e la mia vita. Il passato mi ha insegnato che si può essere sconfitti ma senza mai perdere l’orgoglio di aver difeso ad oltranza la propria posizione. Come parla il filosofo Cogito nelle mie poesie, lui dice che «bisogna tenere il punto, alla fine il punto vincerà sulla linea». Non sono sicuro se Cogito abbia ragione o torto, questo lo vedranno solo i posteri. Del resto, credo che il lettore di un libro di poesia voglia sapere questo: come comportarsi nella vita, con quale azione rispondere a una ingiustizia, come poter essere un cittadino migliore. Tutto il resto è chiacchiera di letterati.

D) Esiste un trait d’union fra passato e presente, due epoche culturali con logiche differenze?

R) Oggi siamo nell’epoca della superficie. I media, il video, internet, la politica sono emanazioni della superficie, sono effetti dell’«oblio dell’essere». Viviamo come pattinatori su una superficie ghiacciata (anestetizzata), la superficie della medietà superficiaria. Non abbiamo più alcuna relazione che ci unisce a ciò che nel lontano passato siamo stati, penso al Rinascimento, penso a quel grande crogiolo di civiltà che è stato l’impero pagano di Roma, penso alla generazione che ha fatto l’Italia dopo la sconfitta della seconda guerra mondiale, penso a Giordano Bruno che, per tenere il punto affronta il rogo con coraggio, penso a Galilei costretto ad una umiliante abiura dall’Inquisizione, penso a Gramsci che in prigione scrive i suoi quaderni, penso a Leopardi che affida allo Zibaldone i suoi pensieri. Oggi c’è una grande stanchezza e una grande sfiducia. Siamo arrivati al capolinea della storia di un insieme di popoli diversi che si chiamano oggi italiani.

D) Un critico, di cui non ricordo il nome, una volta disse che la sua poesia è come “anestetizzata”: le immagini, le parole sembrano private di emozione, come se non dovessero più entrare nell’umana sfera emotiva. Condivide questa chiave di lettura?

R) L’anestesia è quel composto chimico che si dà ad una persona per non farle sentire il dolore di un intervento chirurgico. Bene, anche la lingua italiana ha subito un intervento del genere, è stata anestetizzata per impedirle di avvertire il «dolore» che la comunità sentiva. Questa anestetizzazione della lingua di relazione, quella che parliamo tutti i giorni, è un fenomeno in atto da tempo, da almeno trenta quaranta anni. La vita antropologica di un popolo è stata anestetizzata, è stata isolata dal dolore, e così questo popolo è andato incontro al suo destino senza, paradossalmente, avvertire alcun dolore, ma con una specie di inerzia, di indifferenza, di noia, senza essere capace di alcuna reazione. Ecco, io non ho fatto altro che costruire una «forma poetica», un lessico, uno stile che recepisse quanto avvenuto nella società italiana. Non è quindi la mia poesia ad essere «anestetizzata», ma è la società italiana che ormai si è «anestetizzata». Come poeta non potevo che usare quella lingua.

D) Perché ha dovuto ricorrere all’anestesia delle parole?

R) Perché il poeta deve il massimo rispetto alle «parole», le deve prendere per quello che esse sono diventate, cioè «prive di emozioni»; le parole si sono «anestetizzate», non veicolano più un significato, una comunità in crescita, ma una comunità ripiegata su se stessa, una comunità in declino, che si alimenta di falsi idoli e accudisce false verità. Se la lingua italiana, quella parlata dal popolo, si è «anestetizzata», bene, il poeta non ha il diritto di intervenire con interventi «estetici» o di micro chirurgia migliorativa. Il poeta deve essere incorruttibile: deve prendere quello che la lingua gli dà, non deve abbellirla, non deve vestirla di orpelli.

D) Sempre a proposito di Andrej Silkin, nella prefazione il critico scrive che la “costellazione” dei suoi poeti con i quali interloquisce è la seguente: Osip Mandel’štam, Arsenij Tarkovskij, Milosz, Zbigniew Herbert, Adam Zagajewski, Eliot, Tranströmer; insomma, il critico sostiene che lei guarda ad est e a nord dell’Europa, che ha poco a che vedere con la poesia del tardo Novecento italiano. Stanno veramente così le cose?

R) Una volta un lettore mi disse che le mie poesie gli sembravano scritte da un poeta straniero, e poi tradotte in italiano, «un bell’italiano», aggiunse, forse temendo di offendermi. Io gli risposi che questo era per me il più grande complimento che un lettore poteva farmi. Le cose stanno così, ho sempre cercato di scrivere le mie poesie come se fossi uno straniero, un marziano, sbarcato, per caso, a Roma, costretto a scrivere in italiano ma rimanendo pur sempre straniero. Ecco, questa estraniazione mi ha consentito di assorbire dalla grande tradizione europea, dai poeti da lei citati e da altri, tutto ciò che era possibile assorbire. La mia poesia ha poco a che fare con la tradizione del Novecento italiano. Forse provengo da lontano, da quella capitale immaginaria dell’Impero d’Oriente che è stata Costantinopoli dove sono nato. Provengo dalla periferia dell’impero, ma vivo da sempre a Roma, che è pur sempre una capitale cosmopolitica, cafona e inaffondabile nella sua medietà e nella sua inimitabile creatività.

D) Per concludere il nostro piacevole incontro, mi consenta una domanda: perché la poesia oggi, perché un libro di poesia?

R) Non c’è un perché. La poesia è un atto di creazione, si crea qualcosa dal nulla, che prima non esisteva. È qualcosa di incredibile, no? Un libro di poesia è una sorta di epitaffio spirituale di una civiltà. Sono pochi i libri di poesia in un secolo degni di questo nome.

Fayyum-Portrait- 120-140 d.C.

Fayyum-Portrait- 120-140 d.C.

L’anima guarda gli occhi stellati del rospo

L’anima guarda gli occhi stellati del rospo.
I pesci d’argento nuotano contro corrente.
Tumefazioni verdi della putrefazione brillano
sulle mani di madreperla di mia madre
posate sui tasti del pianoforte.
Il quaderno nero sul comò
le poesie vergate con inchiostro di china
i guanti di garza nera
il profumo nella profumiera d’argento.
È l’anima svestita di stelle che salpa
verso la rotonda luna.
Una gonna color fucsia si allontana dalla finestra.
Imperioso entra il vento del nord sbattendo la fronte algida
sulla cartilagine del cosmo.
Mia madre al pianoforte suona un Lied di madreperla.
Nell’ombroso cortile ratti mangiucchiano
la carne bianca di un cadavere.
Una sorella azzurra ripete salmodiando
i versi incantati di Orlando furioso
che brama la bella Angelica, esce dai versi dell’Ariosto
e prende la forma di un cormorano nero
l’uccello degli ampi orizzonti.
«Sì», dice Enceladon da una stella,
«dai rami degli alberi uccelli storpi
prendono un volo sghembo,
vanno verso il sole pallido,
portano nel petto il lutto di mia madre
ammalata di stelle».

(1986)

THE SOUL LOOKS AT THE TOAD’S STARRY EYES

The soul looks at the toad’s starry eyes.
Silverfish swim upstream.
Green tumefactions of putrefaction shine
on my mother’s mother-of-pearl hands
as they rest on the piano keys.
The black notebook on the dresser,
the poems written in China ink
the black gauze gloves,
the perfume in the silver perfume vial.
It’s the soul wearing no stars that sails
towards the round moon.
A fuchsia-colored skirt moves away from the window.
An imperious north wind comes in, its icy forehead
knocks against the cartilage of the universe.
At the piano my mother plays a mother-of-pearl Lied.
In the shadowy courtyard rats nibble
at a corpse’s white flesh.
A sky-blue sister chants
the enchanted lines of Orlando Furioso,
who yearns for lovely Angelica, comes out of Ariosto’s lines
and turns into a black cormorant,
vast-horizoned bird.
“Yes,” says Enceladon from a star:
“Crippled birds fly crookedly off
the branches of trees
flying towards the pallid sun.
In their breast
they carry my mother’s star-sickened grief.”

(1986)

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POESIE INEDITE di Tiziana Antonilli con un Commento di Giorgio Linguaglossa

Fayum ANTINOOPOLIS is the site of some of the most spectacular portrait art ever found in Egypt.

Fayyum ANTINOOPOLIS is the site of some of the most spectacular portrait art ever found in Egypt.

Tiziana Antonilli ha vinto il Premio Montale per gli inediti ed è stata inserita nell’antologia dei vincitori  “7 poeti del Premio Montale” (Scheiwiller), tre sue poesie, in seguito a selezione nazionale, sono entrate a far parte di altrettanti spettacoli teatrali allestiti dalla compagnia Sted di Modena. Il suo racconto Prigionieri  ha   vinto il Premio Teramo (Presidente Giuseppe Pontiggia). Ha pubblicato le raccolte poetiche Incandescenze ( Edizioni del Leone ), Pugni eHumus (Tracce) Suoi testi poetici sono presenti in  diverse antologie e riviste letterarie. Ha pubblicato il romanzo di denuncia  Aracne (Il Bene Comune). Insegna lingua e letteratura inglese  presso il Liceo Linguistico Pertini di Campobasso.

tiziana antonilli

tiziana antonilli

Commento di Giorgio Linguaglossa

Cara Tiziana,
le tue poesie mi riescono familiari ed insieme estranee. Mi chiedo: come può accadere questo? Come può accadere che alcune cose che tu dici, pur se non le capisco (letteralmente), riesco a sentirle perché mi sembra di averle vissute? Forse, sono le parole a tradirci, o perché troppo usate, e quindi non più significanti, o perché estranee, e quindi insignificanti. Ma, appunto, non è la parola «insignificante» quella che meglio ci attraversa? Quella che meglio sentiamo nostra? Come nella poesia di apertura di questa tua silloge di cui presentiamo i primi quattordici pezzi, dove c’è qualcosa che mi sembra di aver già vissuto, detto e pensato. Così è che la poesia passa da un autore ad un lettore, quando c’è dissimmetria e diseguaglianza tra i due poli, quando stiamo su piani diversi di una medesima realtà. Usare le parole in poesia corrisponde, il più delle volte, a scrivere una musica per dei testi che non comprendiamo o non comprendiamo fino in fondo. Voglio dire che tu sei riuscita, qua e là, a scrivere qualcosa che tu stessa forse non hai compreso fino in fondo. Ed è appunto questo ciò che passa al lettore, che lui sente davvero familiare. Scrivere poesia significa non dominare completamente il linguaggio (proprio il contrario di quanto ci hanno insegnato nelle università), anzi, lasciarsi andare, lasciarsi cullare da una musica strana che non comprendiamo, per dei testi che non capiamo, non dominiamo e che non avevamo preventivato.

 Fayyum femme portrait

Fayyum femme portrait

2.
Via Genova
La porta nascosta è socchiusa
– mi avevi detto in codice.
Percorse le scale
– di colpo libera dai lacci
come avevi deciso –
ho respirato la nostra casa
le mie orme e le tue
sul rapido ballatoio
per i bambini lungo come l’estate.
Ho lanciato poi a Gabriella
l’unico ricordo che conservo di lei
e dei suoi resti e
– messaggera del Tempo –
sono scesa.
Manca tutto – mi hai spinta.
Riafferrate le scale
posizionandomi come uccello notturno
ti ho intuita – calda e indaffarata.
E l’ho visto.
Stretto tra i palazzi
in affanno
i muri incombenti
ma salvo
il prato delle capriole.
Hanno cambiato colore
gli occhi di Faber, al racconto.
Ora so
che si entra
non visti.

.
3.
Boomerang
Opera e gioiello dei nativi
dicesti – mentre mi tagliavi in due
forse tre pezzi.

Si tinse d’arancio
e cominciò a sferzare l’aria
lanciato da due bimbi
compagni di gioco e di sangue.

Provai a ricomporli
ma uno dei pezzi del tuo massacro
respirava accanto a chi
anni e anni dopo quel dono
aveva deciso di andarsene.

Ora sai che forma
può avere una lama.

.
4.
Febbraio
Mese di progetti scaduti
di madri e parole scalpitanti
la città ostaggio
di mille cancelli di neve.

Febbraio a due facce
e a due graffi:
gelato il cammino del padre
che resterà solo.

5.
Scaduta è ormai la richiesta
spento il bruciore di cui crepitava la sera in fuga.
Quel solco è trincea
che più riempio più scavo
e allora ecco di nuovo l’urlo
riattraversiamo la ferita slabbrata
andiamo via di corsa – impauriti
non sapendo che lo spigolo aggirato
si fa poi chiodo in carne
viva.
Due anni hanno chiesto per trovare casa
le tue parole – eredità inattesa che mi scotta le dita
trovarle sulle pagine del Poeta che amavi.
Eppure avevi solo chiesto: vieni! Vieni!

Fayyum portrait d'homme (120-140 d.C.)

Fayyum portrait d’homme (120-140 d.C.)

6.
Ala
Come fornito di ala
frastagliata ma senza ingombro
verso la schiena incurvata da Insonnia
il tuo braccio.
Fluttuavi nell’ombra quindi
ma quel tocco era denso – era vigore
non saluto allora, il tuo no piuttosto
a un torpore che vedi in me che non vedo.
Tra braccio alato e spinta
corre il limite o azzarda lo spiraglio
il patto è non chiedere e non svelare
un fulmine illumina il bosco
ma non la lepre che tra gli alberi
corre con il cuore in gola.

7.
Incontro con l’Ombra
Proprio all’altezza dei gomiti preparavo l’abbraccio
di te già vibrava il mio fianco
ma per non svelare la nostra relazione
e per lasciarti nel cellophane del comune sentire
sono rimasta nel mio io.
Chi sedeva dietro di noi
mai saprà i tradimenti e le fedeltà che nutriamo.

E il mondo continua a girare
nell’assoluta certezza del sole.

.
8.
Non so se da stella polare
hai dimenticato le mie omissioni
fatico a calcolare
di quanto ti abbiano scavato la fronte.

Considerando ciò che è stato tra noi
anche se sposto e cambio l’ordine
quel meno a mio carico non si smuove
né si arrischia a guarire.

Sarebbe come portare l’est al nord
e aumentare alla vita i tornanti.

Meglio restare a stringerti le dita
non voglio che concentrata sul mio ri-andare
mi sfugga il tuo ritorno.

.
9.
Mi hanno detto che se lei cantava
tu percorrevi indaffarata le stanze
era simbiosi tra voi
tramite Adelmo certamente
con la cui vita la nostra si era già intrecciata.

Hai inviato la parola russa
che combacia con quella greca:
benché sottratta, respiri ancora
l’aria fredda di questa città
a metà strada fra il sole
che ti vide scalpitare di impazienza
e le pianure gelate di lei.

Tre mesi bastano a divaricare l’Amore
si parte con l’alfabeto delle coincidenze
si finisce con una mattonella rotta
sul pavimento – basta un passo più lungo
per non accartocciarsi.

 Fayyum ritratto femminile (120-140 d.C.)

Fayyum ritratto femminile (120-140 d.C.)

10.
Principessa
Cono gelato crema e nocciola
tu sulla strada che l’adolescenza
riempiva di corse e sudore:
ci siamo riconosciute.

Devi avere attraversato pianure immense
o quanto meno un muro blindato
per arrivare alle mie dita con tempismo perfetto –
raccontavo il tuo nascondimento
orgoglio di fronte alla morte.

Regale come allora
mi hai interrogata con il tuo verde acqua
vengo dal regno degli Altri – dicevi
che un po’ dormono un po’ scompigliano i capelli.

Andando via ti ho vista in trono
inseguirmi con i tuoi due sguardi.

Per ritrovarti sto sviscerando una strada
le traverse – gli angoli sottratti ai giardini.
Le notti. I decenni.

.
11.
Che fare?
Ora davvero non so
quale poesia leggere con te.

Ho imbandito una tavola a fiori
acqua e pane aspettando la tua energia
in un’ora imprecisata della notte.

Se il varco È
che cosa hai deciso?
Se sto infrangendo il cristallo di qualcosa
dovrei sentirne i frantumi
ascolto invece solo la canzone profonda dell’inverno
un ritmo di note basse
come quando si scosta la terra
d’intorno alla buccia chiara
delle patate scelte per la cena.

.
12.
Perdersi
I capelli fili elettrici
vi sostano pensieri nervosi e provvisori
gli occhi non più erranti per febbre
riflettono a malapena i lampioni serali
ristagna la voce che ieri si alzava
discorde e incurante.
Non arriva neanche la piuma
che prese in consegna
la partenza più amara della tua vita
né al blu si affianca la mano
che allora indicò il nord-est:
l’ora è immatura.
Il nome sì persiste
involucro funzionale alle ventiquattro ore
il resto si trova in garage
smontato
pezzo su pezzo.

Fayyum Portrait (120-140 d.C.)

Fayyum Portrait (120-140 d.C.)

13.
Vorrei
Vorrei tornare alla tua pelle
che sa di sabbia
tagliata in due
da una catenina d’oro
e dai miei morsi

ripercorrerne gli angoli
con dita umide
aspettando che oltre
la curva tiepida della schiena
arrivi anche l’anima

perché ti ho sorpreso e preso
in un moncone di notte.

.
14.
Soma 2
Quando precipita per dissonanza
e feroce si avvinghia
sempre alla stessa ora
del calendario urlo mai
più dovrai stringermi così forte
il respiro e dannarmi a sbagliare ritmo
a errare come quel battello ubriacato
da nostalgia e porti.

Al suo passaggio le punte
chiodate si spaccano
e inaugurano l’attesa
che libeccio le arrotondi
poi si tuffa nell’orrido
e ogni verde trema d’inchiostro.

Quello che dicono
sia di riserva
non aspettava altro.

Daccapo e ancora accapo.

15.

Ho visto l’agosto maturo
ma non ho difeso mia madre
è il fiato che va e viene – pensavo
e il fuoco mangiava ancora il Carso.

Quando ha ceduto in verticale
a una città vista sempre di schiena
guardando oltre la pioggia dicevi
che allontanarsi dalla luce
è un avvicinarsi visto da marzo
e covavi l’Evento
che per garantirti un nome
vedi da sempre annidato
nella regione più tetra dell’anno.

Stavolta c’è solo un rombo
che neanche il bambino più svagato
confonde con l’ennesimo temporale.

Solo tu non sai che gli aerei da guerra
sono già partiti.

avevamo preventivato.

1 Commento

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POESIE di Annalisa Comes AUTOANTOLOGIA da  “ouvrage de dame” (2004), da “Racconti italoamericani” (2007), da “Fuori della terraferma” (2013) Poesie Inedite

Fayyum ritratti di donne romane 120 - 140 d.C.

Fayyum ritratti di donne romane 120 – 140 d.C.

Nata a Firenze nel 1967, Annalisa Comes vive tra la Francia e l’Italia. Dottore di ricerca in Filologia Romanza e Italiana, specializzata in «Giornalismo e Comunicazione», attualmente svolge attività di ricerca fra l’università di Nancy (Lorraine) e Verona con una tesi di dottorato sulla letteratura italiana per l’infanzia.
Ha tradotto e traduce dal francese per le case editrici Le Lettere (fra cui : M. Cvetaeva, Il ragazzo Premio « Monselice-Leone Traverso Opera Prima » 2000, in corso di stampa la nuova edizione), Donzelli (fra cui Prosper Mérimée, Tutti i racconti, 2004 – segnalato al Premio Monselice 2005), Voland, Nutrimenti, Lantana. Ha pubblicato saggi e articoli su riviste italiane e straniere occupandosi di letteratura medievale e contemporanea (« Critica del testo », «Cultura neolatina», «Studi mediolatini e volgari», «Anticomoderno», «InVerbis»), di cinema e fotografia («Multisala International» e «The Scenographer»). Ha curato le poesie e le note filologiche dell’opera poetica di P.P. Pasolini per le edizioni Mondadori (I Meridiani 2003), l’edizione critica del poeta siciliano Rinaldo d’Aquino ( Poeti della Scuola Siciliana, Mondadori, I Meridiani, Milano 2008). Nel 2014 ha redatto l’Introduzione di Marina Cvetaeva, Lettera all’Amazzone, Editori Riuniti Internazionali, Roma (prefazione di Erri de Luca, traduzione di Angelo Pavia). In corso di stampa presso Lantana (Roma) la sua biografia di Astrid Lindgren Una vita dalla parte dei bambini.

Ha curato la prefazione del libro di poesie di P. Sanna, L’ombra dei minareti (Maremmi Editori, Firenze 2006) e la postfazione del libro di poesie della poetessa polacca Julia Hartwig Sotto quest’isola (Donzelli, Roma 2007). Allieva di Amelia Rosselli, ha vinto diversi premi di poesia tra i quali: Premio Internazionale «Eugenio Montale», «Dario Bellezza», «Giuseppe Piccoli», «Artisti di strada» e il Premio Speciale «Città di Roma» per la poesia 2007. Le sue poesie sono pubblicate da De Arte, Crocetti, Passigli, Empiria e su diverse riviste italiane e straniere («L’immaginazione», «Malavoglia», «Caffè Michelangelo», «Forum Italicum» di New York, «Corriere della Sera», «Corriere di Firenze», «Semicerchio», «L’Area di Broca», «Gradiva» di New York, «Nowa Okolica Poetow» in traduzione polacca; «Roman Law» in traduzione cinese).
Ha pubblicato le raccolte di poesia: ouvrage de dame (Gazebo, Firenze 2004 ; L’Harmattan, Parigi 2007 – Premio Internazionale «Anguillara Sabazia Città d’Arte»); Racconti italoamericani (L’Harmattan Italia, Torino 2007 segnalata al Premio di poesia «Opera seconda – Alessandro Ricci – Città di Garessio»); Fuori dalla terraferma, disegni di Fred Charap (Gazebo, Firenze 2011, Premio Nazionale «Alpi Apuane»; L’Harmattan, Parigi 2013). Nel 2006 ha pubblicato il cd Dal nuovo mondo, in collaborazione con il compositore Luigi Negretti Lanner (Lanner Edizioni). In corso di stampa presso la casa editrice Gazebo di Firenze (luglio 2015) la sua raccolta Il corpo eterno, con tre fotografie di Vasco Ascolini.
Ha organizzato e condotto il Corso/Laboratorio di scrittura creativa per bambini presso la Biblioteca del XII Municipio « P.P.Pasolini » – Roma (2008). È stata invitata all’Università di Cagliari (2009) dove ha tenuto due conferenze: « Scrivere per poesia » e « Didattica della poesia » ; nel marzo 2015 ha partecipato alla Table ronde Au croisement des langues et des langages con Fabio Pusterla e Mireille Gansel (organizzata da Claude Cazalé e Christophe Mileschi, Université Paris Ouest Nanterre La Défense) con un intervento sulla traduzione della poesia e la poesia di Jean-Claude Izzo. Fra il 2014 e 2015 ha organizzato, in Francia e in Italia, l’esposizione fotografica dal titolo «Sulle tracce di Tove Jansson nel centenario della nascita» (Ouessant ; Roma ; Vitré).
Nel 2014 ha vinto una « résidence d’écrivain » di quattro mesi presso il Sémaphore de Créac’h, Ouessant (Associazione C.A.L.I., DRAC Bretagna, Consiglio Regionale della Bretagna) dove ha scritto il poema Quand Jonas se cacha dans un ventre de pierres – Ouessant île-baleine, disegni di Fred Charap (pubblicato in parte nella rivista «L’Archipel des Lettres», giugno 2015).
Fa parte delle associazioni AAIS (American Association for Italian Studies) e AATI (American Association of Teachers of Italian) e per le quali ha partecipato, nel 2014 e 2015, alle Conferenze di Zurigo e Siena con interventi sulla letteratura per l’infanzia, in particolare la poesia e l’illustrazione.

Link
Sito internet di Annalisa Comes : http://www.annalisacomes.com
Sito internet di Fred Charap : http://www.fredstudio.info/
Sito internet di Vasco Ascolini : http://www.vascoascolini.com/
http://uneautrepoesieitalienne.blogspot.fr/search/label/Comes
Reportage su Ouessant : http://www.humboldtbooks.com/tag/annalisa-comes/
Dal cd «Dal nuovo mondo : https://www.youtube.com/watch?v=MtEQZfQ6mjM

Da  ouvrage de dame, disegni di Fred Charap, Gazebo, Firenze 2004 ; L’Harmattan, Parigi 2007 – Premio Internazionale «Anguillara Sabazia Città d’Arte»):

Annalisa Comes

Annalisa Comes

IV

una preghiera, una ancora
con la mano stretta
allacciata al muro, all’alloro
per dire
che tutto affiora,
così semplicemente
che i versi sono i versi
e la lingua mente o brucia
e non sa promettere
che un fascio di esercizi
nel quaderno verdesalvia
millenovecentonovantanove.

V

Prima,
ho salvato il tuo bicchiere
posandolo
pazientemente sullo scaffale
sulla mia eredità
sulle mie ossa.
Il davanzale
no, no
era il tuo sorriso
e gli occhi socchiusi
il mio parapetto
e la mia culla.
Ma ora hai rimesso quel debito
e questa stagione morde ancora.

.
VI

inganni del mestiere

eccola, la montagna incombeva
il ghiaccio attorto come
su una candela
Scorre giù
bruciando di nebbia
bianco e svogliato
La mia montagna che sale di metri
e riposa nel petto,
bucandone i lati

VII

giorno feriale
è il settimo
il settimo giorno dedicato a te
all’occhiello ben fatto,
al lacerto senza scorta
alla porta mal ridotta
al verde alloro che scotta
– scomunica il suo duro verde
i fili della trama che
forgiano i capelli
sono i miei steli, la mia
pelle, la scollatura della foglia
– aperta, scola e ammansisce
scombacia la mia nervatura
e scompare me – l’ordito.

****

Fayyum, ritratto femminile Mummy 120-140 d.C.

Fayyum, ritratto maschile Mummy 120-140 d.C.

Da Racconti italoamericani, L’Harmattan-Italia, Torino 2007; raccolta segnalata al Premio di poesia «Opera seconda – Alessandro Ricci – Città di Garessio»):
East side-west side

I

You dream a wounderful life
just down the corner
just down the corner
up to the hill
with pleasure fill
just down the corner
just down the corner.

Lingua metà oceano,
là una ragazza-madre porta il figlioletto in un parco pubblico.
Gli uccelli picchiano le tempie alle vecchie querce.
Sul verde acetoso della tela casalinga
un tosaerba canta,
disteso bocconi.

Là fuma un’officina di buon lavoro
e di mensa.
Sorride alle bufere del nord.
E tende abbassate, di sedie con foderine:
l’officina fuma per il caffellatte
fuma la vasca da bagno inglese
e soffia la sua aria di borotalco.
Soffia laggiù
sull’erbetta composta dal barbiere,
sulla collina di coda di aceri,
sul colonnato neoclassico della polizia,
sull’ovale di cuoio
lanciato dagli scolari dopo la scuola.
E il cielo splende
nella sua cortina di mattoncini rossi.

Soffia la luce color zafferano
nei caffè dove si incontrano dentisti
e cameriere con la gonna lilla al ginocchio,
e lo zucchero dell’applepie feriale,
e pensionati col libro mastro delle partite sottobraccio,
mentre nella hall di una pensioncina
tre vecchiette lavorano a maglia
e dentro profonde poltrone di chinz azzurro discorrono
della Pentecoste,
e di tanto in tanto graffiano di smalto
la tazza del tè.

Là una pozza in cortile
ricorda la seconda riva dell’Hudson,
la giacca appesa nell’armadio
la carta delle due Americhe
e un tassì attraversa sobri e ubriachi.

Così soffia la luce di vetro
dal bovindo
col suo tintinnio di cucchiaini da gelato
alle cinque in punto – pill,
sulla chiesa dalla schiena veneziana,

up to the hill,

e sulle begonie gialle, e i muretti d’alloro,
e sull’asfalto dal sapore di miele.

Una madre con la stella di david
appuntata sul colletto di seta azzurra
culla nella polvere
il carrello della spesa.
E si addormenta anche l’oceano
al ritmo del suo canto,
metà lingua.

Up to the hill
with pleasure fill.
Soffia il fiato della balia nera
che aggiusta quasi in corsa gli angoli della calza scesa,
soffia il caminetto sul calendario delle cascate d’Occidente,
soffia il melograno dietro le righe oblique dello steccato.

just down the corner,
just down the corner,
just down the corner.
A ovest, dove la memoria sa di metallo,
il dado è levato in cielo
e il cielo è di un pallido azzurro, ancora notturno.
Sfogliando il «New York Times» un uomo sente nel fruscio l’annuncio
del canale e sirene dei pompieri e grattacieli
e ancora, ancora più a ovest,
quando una specie di Titanic vira
sputando schiuma dalle bocche,
vede la donna di gesso che troneggia
colla sua fiaccola da negromante tra le dita.

 città di Fondi, ritratti muliebri

città di Fondi, ritratti muliebri

II

Oh honey, where is your man?
Honey, your man is just down the river
He is just down the river.
just down the river –
opposite side.

C’era la luna e la terra brillava.
Giù lungo il fiume alla mezzanotte.

– Non c’è –
– Non c’è –

C’era la luna e il vento di nord-est
e il cielo blu degli appuntamenti:
io aspetto, l’azalea rosa cucita al petto.
Le luci sono accese, i cortili muti
e una pioggia senza scrosci sull’oceano,
fin qui alla riva oleosa dell’Hudson:
una pioggia larga e possente
cola tra i neon, sul treno merci, sul giardinetto della vedova del pastore,
sul distintivo scintillante di uno sceriffo.
Dorme l’intera città:
nella sua coltre di benzina e trampoli azzurri
si seccano gli sputi sopra le stecche da biliardo.
Dormono i vecchi fiumi e le colombe bianche del quartiere cinese,
e le valigie del deposito 436,
il molo col suo ricamo di alghe e foglie di tè.
Giù, lungo il fiume, alla mezzanotte
aspetto, percorrendo col passo la notte calata:
troppo scuro per leggere un romanzo.
Aspetto sulla riva di acqua e cielo,
sulla banchina dello sbarco:
qui accanto la minestra cola dalla bocca di un vecchio ferroviere
cola a zig zag dal suo berretto la pioggia della metropoli
cola anche sull’ombrello nero aperto solo a metà
del ricco avvocato
e le gocciole rigano il colletto azzurro inamidato:
così tanto per vera democrazia.
Aspetto nella notte nera, come un uccello.
Tra i fanali dei bus, che fiottano
a ritmo l’acqua che sa di birra e lampone.
E guardo le lancette dell’orologio
e il cane che abbaia
e il fischio tra i denti di un potente swing.

– Non c’è –
– Non c’è –
Oh honey, where is your man?

Scuoto la testa,
l’aria è pesante di gomma e corda andate a male
sotto la luna si spande un buio già tutto invernale.
Al tavolo laccato di una stazione di benzina
aspetto, bevendo fino alla mattina.

Ricordo il bicchiere di quarzo tra le sue cinque dita.

Ah, non ho pazienza
non ho pazienza,
ma aspetto che la pioggia passi per uscire.
Non ho pazienza,
non ho pazienza,
ma aspetto che questa pioggia lenta passi la colazione,
e i nodi dei capelli:
una mosca ronza sul velo della camicia.
Non ho pazienza,
non ho pazienza,
si scioglie nella pioggia anche il giornale della domenica,
cola dal vetro l’acqua verde dell’oceano.
Non ho pazienza
non ho pazienza.
Batto col tacco le onde del linoleum,
brillano sulla tavola i cerchi dello zucchero a velo,
piove senza fretta
acqua dal rubinetto.

– Ah, non c’è –
– non c’è -.

Honey, your man is just down the river
He is just down the river.
opposite side.

Honey, lui (un tale del West) scende ubriaco
dal caffè saloon nella luce giallo limone
mentre un cane abbaia, e il fischio della metro
sale sulla collina insieme a un blues,
giù alla riva sinistra del fiume.
Siede da solo nel buio.
Sfoglia gli annunci del «New York Times».
Giù sulla riva opposta del fiume:
opposta, mentre lei lo aspetta invano.
III

Lingua metà oceano,
sulla terra dello sbarco e della profezia.
Passa nel canale sull’acqua di petrolio
un piroscafo di viti e bulloni, con la sua potente caldaia di ghisa.
East side-west side.
Passa col suo carico dividendo la città:
di tetti, asfalto, calce, pioppi.
Basta uscire dalla cabina
per vedere i gabbiani biforcuti sulla gru verderame
e più in giù, nella nebbia fitta,
vedere che la terra non è tonda ma
cime di neon azzurrino.
Là dove il fiume divide est e ovest,
separa la collina dal parco pubblico con la sua prua di ferro,
e il figlio dalla madre,
il bianco dal nero,
l’impero dal cortile di terracotta senza luna.

You dream a wounderful life
just down the corner
just down the corner
up to the hill
with pleasure fill
just down the corner
just down the corner.

Ogni uomo, scendendo dal predellino, si dice figlio della libertà
sventolando un panno a strisce.
Ognuno di loro ingoia la luce della luna
e accartoccia il quotidiano delle province,
nella direzione di una mano tesa.
Ognuno di loro guarda l’acqua che gorgoglia
e il suo riflesso nella prima vetrina di un caffè;
mentre il dito compone il numero, la mano afferra la cornetta.
E basta chiudere gli occhi, chiuderli sulla scialuppa
vuota, immobile in mezzo alla baia
e gridare – opposite side –: terra!

Fayum ANTINOOPOLIS is the site of some of the most spectacular portrait art ever found in Egypt.

Fayum ANTINOOPOLIS is the site of some of the most spectacular portrait art ever found in Egypt.

Rock and roll ai piedi del letto

Lungo tutto il litorale della Nuova Inghilterra
scintillano le tazze di porcellana: tè, con latte, e senza zucchero.
Nel buio può capitare di perdersi, di vagare intestarditi
come falene. Tanta bellezza che sparisce –
ma bada – il nostro respiro quotidiano
nella notte fonda non sveglia più nessuno e
nemmeno i rumori da un muro all’altro o un po’ di musica
tutta novecentesca. E di questo giorno l’unica impronta
è la vecchia coperta sulla sedia.

*

Blues di un eroe

I
Non ha tempo per la terra che gronda

che sluccica manifesti

che s’inceppa nei suoi meccanismi d’arteria.

Non ha tempo per raccattare dalla terra

il cartoccio della frutta andata a  male,

non ha slancio per la desolazione casalinga.

Oh, povero Adam

si è perso per cantoni, corridoi e piazze

Oh, povero Adam
sente il suo passo zoppo da dietro l’angolo

è lì che trema d’ira e non ha voce.

II
Sono loro? Sulla terra sfiora le zolle e abbassa la schiena

ma è l’asfalto che fa sbattere le ali alle falene.

Si chiede se gli animali hanno spalle che bruciano.

Si chiede se deve fare da sentinella alla terra:

perché è lì che il fuoco brucia

che le onde stramazzano come buoi

lì che ci si ammala d’amore

lì che la carne salta come un salmone.

Oh, povero Adam
si è perso per cantoni, corridoi e piazze

Oh povero Adam

sente il suo passo zoppo da dietro l’angolo

è lì che trema d’ira e non ha voce.

III
Per terra ritrova il colore diurno del neon

i fiori schiacciati dal temporale.

Si piega sul muretto di un parcheggio

e sbriciola il pasto ai piccioni.

In mezzo alla terra tocca il carbone

di uno scarafaggio

e un coccio,

e la ruggine di una sirena.

Oh, povero Adam

si è perso per cantoni, corridoi e piazze

Oh, povero Adam

sente il suo passo zoppo da dietro l’angolo

è lì che trema d’ira e non ha voce.

IV

Con la terra, pensava di fare gomitoli

da cucire senza etichetta.

Indossa la giacca elegante per andare in tv,

ma la terra sotto gli trema e si sbuccia e si squaderna,

la terra che non è estiva né buona.

E per questo lo picchiarono, per paura,

mentre lui, a terra si trascinava.

Oh, povero Adam

si è perso per cantoni, corridoi e piazze

Oh, povero Adam

sente il suo passo zoppo da dietro l’angolo

è lì che trema e non ha voce.

Fayyum, ritratto di  fratelli

Fayyum, ritratto di fratelli

Nella tasca della giacca
a I. Brodskij,
per P.
1
Così a dicembre tiri fuori
la giacca di tweed,
rimani incantato alla finestra scura,
e forse ci vedi il tuo destino
che rotola per le strade,
su e giù,
come le macchine.
Il vento caccia i brutti pensieri
smuove le palline rosse dell’albero-
dondolano le ultime foglie dei platani-.

2
Con la mano torni indietro.
Ricordo bene come cerchi nella tasca della giacca.
Lei ti diceva: la terra non è tonda
ma solo lunga-,
così aveva contato Brodskij
e misurato l’oceano.
Aveva messo in fila le onde, una dopo l’altra,
col suo passo cadenzato
e alla fine
era tornato nel vecchio continente,
in un angolo d’Adriatico.
3
La casa è immobile.
Così come l’hai lasciata la ritrovi,
per pranzo e per cena.
E passi il dito su una cornice impolverata
come a far riprendere luce alla vita,
al giorno.

*

Amorosamente regolare
o la viltà di un piccolo borghese

 Fayum portrait compared with Picasso's self-portrait

Fayum portrait compared with Picasso’s self-portrait

Non sta fermo l’oggetto e non si muove.
Noi deliriamo. La cosa è lo spazio
che occupa la cosa.
I. Brodskij, Nature morte

I
Cosa brucia nella sua bocca?
Sul materasso l’impronta della notte
sul tavolo gli oggetti come un promontorio.
Guarda bene perché questo non è il paradiso,
ma abbassando le palpebre
ordina il fondo del lenzuolo
e sistema il corpo quando è ancora buio.
Allora ascolta lo sferragliare del tram
e i ferri della vicina che alzano
e abbassano il filo di lana.
Così bisbigliano le ultime notizie di morte.

II
C’è spazio. C’è tutto lo spazio
perché le sue mani possano rovistare
nel lavandino, sulla busta del latte,
andare qui e là senza vergogna.
La luna era passata sul tetto rosso,
sui piatti bianchi, sulle spalle della sedia
e aveva lasciato righi di penna
e il peso della notte in cerchi concentrici.
Senza fuoco. Senza stufa.
Era scivolata sulle ciocche dei capelli.

III
Non c’erano mai state prospettive.
L’orizzonte affonda e dorme.
Sul pavimento, sulla terra:
i vestiti e un cappotto da pieno inverno.
Sul pavimento grigio i guanti neri,
Sul pavimento grigio il gomito, il braccio.
Ma l’uomo ha paura e non si sveglia,
non del tutto. Anche se è domenica,
anche se è per chiedere la pace.

IV
Dov’è che gli oggetti sono rotondi?
Eppure lui si aggrappa agli spigoli con le unghie,
alla sua vita piccola e borghese,
all’aria della superficie. Qui. Dandosi un gran da fare.
Chiude la porta a chiave e aspetta che il ghiaccio passi,
e la corriera blu, e il cane col suo canto da ubriaco.
Perché nella vita non c’è profitto
e non c’è colpa più pesante di questo stare al mondo
senza lottare.

V
E sbaglia quando apre il vetro al cielo,
quando apre gli spicchi di un’arancia
solo per vedere come s’annera,
perché la stagione corre, di fretta
avanti e indietro sbattendo
gli sportelli di formica in cucina:
sul petto l’odore delle noci, come ogni anno,
il fischio del bollitore, l’indice sul legno bianco
della porta del bagno.

VI
Passò qualche macchina,
nessuna che andasse nella stessa direzione.
Lui guardò l’orologio sotto il soffitto,
poi il bicchiere vuoto
molte più cose se ne sarebbero potute andare –
e la luna era quasi sparita, c’era un’impronta bianca, di carta,
c’era spazio per un’intera giornata

Questa la santità della sua morale
di giovane borghese, feroce e di cortile:
s’inginocchia con la lingua
all’Ave e all’Angelus del grosso cupolone,
suddivide intelletto e Nuovo Capitale,
ma gira il volto alla fiumana
morta oltre lo stivale.

****

 Fayyum, ritratto

Fayyum, ritratto

Da Fuori della terraferma, disegni di Fred Charap, Gazebo, Firenze 2011; Premio Nazionale «Alpi Apuane», L’Harmattan, Parigi 2013:
Traversata

Appoggio il gomito alla veranda –
Gli uccelli in picchiata
più piccoli dei gabbiani
senza lingua -,

Mi sembra di aver già attraversato
queste acque, una volta.
E mentre portano il conto
di due caffè
a lui tremava la voce.

Ogni tanto mi voltavo
a sentire il vento in visita,
sulla faccia, sulle orecchie
dentro la cerata gialla.

Laggiù la baia e
il piano delle onde.

*

Frammenti d’albero maestro

Il confine delle terre annera nella notte. Gli uomini
vanno e vengono sul ponte. Hanno tirato le reti
e il sole non tramonta più. La prua luccica
di uno splendore esatto, da orologio.
Ovunque il quadrante sfavilla e brucia sulle rocce.
I fanali di Sant’Anna stridono, poi si addormentano.

Buio. Una boa enorme in secca.
Chiusi gli ultimi bar e la biglietteria e un
taxi acquatico dal corpo giallo e stanco.
Buio anche per i pochi passanti
e le loro orme a crocicchio. Il vento
sbatte la cenere al bavero del cappotto.

Laggiù il nord, piatto e anziano.

*

Terra

Guardava verso la riva –
guardava ancora e ancora: l’aria calda
il pasto avanzato,
il furgoncino che porta legna da ardere,
la stoffa ruvida della camicia bianca.

Laggiù, non ti preoccupare, aveva detto,
laggiù c’è la terra,
ma le correnti, qui sono forti.
Più forti che in qualunque altro mare.
Con la sua giacca sportiva e
gli occhi scuri che si levano dal fumo –
la schiena appoggiata al parapetto.

Vidi un grosso pesce che vorticava
in un angolo,
un mulinello dai cerchi opachi.
E tre ragazzi con le loro lenze
che andavano sott’acqua
e ai piedi una mezza dozzina di sardine
agonizzanti.

L’aria calda, i galleggianti
filavano in superficie:
una grossa luna
senz’altro appoggio,
come fosse mattina.

*

Moules frites

Gli sfiora la guancia
perché piange, si asciuga gli occhi
con il tovagliolo
e sposta lo stuzzicadenti nella mano sinistra.

Il temporale batte sui vetri
feroce come un fiume in piena.
Fuori ci sono brutti ricordi.
Lui passa la mano sulla fronte,
sulla costa, sul sonno agitato.

Un cameriere del sud
arrota l’accento italiano
e scrive ordinatamente il piatto del giorno:
vorrei mangiare con questo uomo
per il resto della mia vita.

*

Oceano

Alla fine i rami dei salici non erano
più visibili
e ho detto addio alla terra.
Solo per poterla salutare da lontano,
per immaginare la costa e le sue città,
ricordare di aver visto tutto fuori dalla finestra,
mentre pioveva.

Chi vuoi prendere in giro? mi dicevo,
l’anno prossimo o forse solo fra pochi mesi
l’indice sarà arrivato all’orlo estremo della carta
giù, allo spigolo del tavolo di legno,
e avrai smesso di dondolarti a tre quarti
e preparare caffè per due la mattina.

 Fayyum portrai d'enfant

Fayyum portrait d’enfant

Inedite

Détail
(dans le Château de Versailles)

Le cadre de la fenêtre –
immobile –
– fixé -.
Il a arrêté son battement -.
Rien ne bouge plus
qu’une toile d’araignée
(à la petite haleine) -.
*

Au 14 rue de Noailles

à Claude

C’est l’adresse d’un hiver perpétuel
Les vagues remontent
encaissées
la cour, les murs et les nuages
Le vis-à-vis du monde
se cache, coque-vide.
L’orage a ravagé les décors et les broderies
a fait ses ruines de pierres crues
et dispersé l’exil –
et marqué la porte avec du rouge

Pas une miette royale – si jamais il y en avait une –
n’est restée debout
Pas une dentelle – une petite miniature –
Où la barbarie a parsemé
l’ombre et le cri
là aujourd’hui pousse la grâce de la mémoire
Où la haine a dansé
à trois temps
sa valse de papillon,
sur ses ruine demeure ma maison
et repose dans tes mains royales
l’orage.

Ce sont ces décombres
l’adresse perpétuelle de l’hiver
Poussière de pierres et de misères
que j’ai élue

Dans ce desért
l’hiver nous chante
votif.

*

Just married

Gomito contro gomito
Sorridono dietro uno scrigno di montagne
Azzurre – le mani intrecciate
In un unico fiore
Lei ha un abito corto di seta bianca
Lui spessi occhiali neri e una cravatta lunga
D’altri tempi
La spalla nera – poggiata a quella nuda di lei.
God Bless You!

A destra, due calici bevuti
A sinistra, il tavolo scende nel dirupo d’ombra
Fino a scavalcare l’Oceano –
E toccare terra in questa cucina
Di luce gialla e gelata
Sul tavolo – un bicchiere
Un osso
Una bibbia francese. –

D’oltreoceano arrivano
Brindisi
E onde di prato bentosato
E il soffio della notte tiepida
Mentre sulla cornice di un muretto
Una vecchia in rosa balla aggrappata
A un’elegante giacca di puro tweed inglese.
God Bless You!

Aspetto il mio turno
Nella cucina di smalto
Dove le colombe hanno arrestato il loro volteggio
E razzolano fra smerli di briciole
Dove le stelle hanno arrestato il fulgore
E l’ornamento.
Ché la mia mano aperta per il benvenuto
Stringe un bicchiere vuoto
Il tavolo batte la sua risacca
E il deserto sospira nel cuore.

31/V/15

4 commenti

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POESIE di Gabriele Fratini L’effigie solitaria piccola galleria di autoritratti (PERIPEZIE DI UN PENSATORE ANARCHICO) sul tema dell’Autoritratto con un Commento di Giorgio Linguaglossa

foto Anonymous 2Gabriele Fratini nasce a Sassari nel 1978, vive e lavora a Roma. Laureato in Filosofia Estetica all’Università di Roma Tre, ha pubblicato due raccolte di poesie, Antifavole. Storie di animali e insetti (2006) di genere satirico-favolistico e La Morte, il Diavolo e il Poeta (2008) di liriche, poesie fiabesche e filastrocche. Una breve silloge dal titolo “Utopia” è pubblicata sul blog di poesia “L’Ombra delle parole” a gennaio 2015 e una raccolta di sette testi (tra cui il qui presente “La visita”) nell’antologia del premio letterario “Ossi di seppia 2015” vinto dall’autore.

Commento di Giorgio Linguaglossa

Michail Bachtin ha scritto che il carnevale «È una forma di spettacolo sincretistica di carattere rituale» e che «la vita carnevalesca è una vita tolta dal suo normale binario. Ne consegue che il «sentimento carnevalesco del mondo» e la «letteratura carnevalizzata» che di tale «sentimento» si alimenta si fondano su una sospensione temporanea e rituale della «normalità» che consente di istituire quel «mondo alla rovescia» nel quale, secondo Bachtin, consiste la «parodia». Aggiunge Bachtin che, come il riso carnevalesco, così la parodia è «ambivalente», nel senso che non è «mera negazione del parodiato» ma tende ad obbligarlo «a rinnovarsi e a rigenerarsi».*

Lo scrittore carnevalesco quale è dunque caratterizzato da Bachtin sa dunque che la vita di cui nella sua opera egli sospende la «normalità» rimane, al di fuori dell’opera, «normale», e che la realtà che egli in quel momento «rovescia», resta, di fatto, ben dritta sulle proprie gambe. È questa la contraddizione, feconda, entro la quale si dibatte la poesia di Gabriele Fratini, che essa si pone come «anti-normale» in un mondo «normale» e, che, alla fin fine, questo tipo di operazione, pur brillante, contribuisca a rafforzare proprio quella «normalità» che avrebbe voluto infirmare. Il poeta è in Fratini ridotto ad un clown, è un «pazzo» che sa, o, peggio, che non sa come stanno le cose del mondo «normale»; egli non ha scampo, ne di qua né di là, ogni volta che ripropone poesia, il poeta «anti normale» è costretto a riproporre e a riprodurre nella sua scrittura la medesima condizione critica che voleva abolire.

foto Anonymous 4

L’effigie solitaria
se ne stava
a canzonare i cieli e le stelle,
e un mucchio di favelle
terse e vuote
infuse nelle gote
degli astanti:
“ … le noie sono i fanti
della minerva in ribellione,
e una caverna d’insoddisfazione
rivive tra i tuoi guanti …
Strumentala di tua,
anello della follia!…”
Gli astanti in su le gote
stordirono
le aspre azzurre sfere ad ascoltare,
e il cline verbo della gioia insulare
fu servo in mare
a noie da salvare …

.
CONFINO

Alterco solitario
rivisse sulle fronde
l’amato sbraito d’onde
furioso itinerario …

“E fin che non si muova,
nell’uso apostrofato,
rivisto: etichettato:
ti fino sulla nova!”

Così il pensier fu chiuso
nell’antro tutto astrale
dell’intimo ideale

dell’ora d’un recluso.
E il suo ideal fu l’uso
che se ne fece fare.

IL GIARDINIERE DI CARTA

Al primo starnuto
mi feci riparo
nel luogo più amaro.

È forse proibito
andare a giacere
eternamente?
Fra poco mi calo …

Io son giardiniere
di questo fogliame
di carta e mi spalo
il reame …

Poi niente
è più bello
che farsi un ombrello
di fronde per trarsi
d’impaccio:
dal cielo
contunde un ordigno
che picchia e rimbomba.

A volte è uno scrigno,
a volte è una tomba.
foto Anonymous 3

POCO TEMPO

Poco spazio
in presente:
ho visto il niente
in ciarla
e il mito che parla …

Ho poca anima
falsa visione
in congestione …

Ho insania
non celestiale
ma vibrante vitale …

Ho tempo snello
sempre più
per danzare il sovrappiù

e chiudendo nello
scaffale stanze
verseggiando speranze
invoco
quel poco …

.
L’IO ALLO SPECCHIO

Più non serve
aprire un testo
per leggere il contesto,

più non serve
sfogliare
carte amare …

io vivo l’assenza
di ogni significato
umano del simbolo;

per me non v’è nulla
che leghi il mio essere
al vincolo …

.
INTERREGNO

Nei tronfi momenti
di libero arbitrio
mi sento perduto
nei miei mutamenti …

Io cerco il tiranno
dell’anima mia,
io cerco il sovrano
assoluto,
io chiedo il suo saluto …

Gabriele Fratini

Gabriele Fratini

IL PRINCIPE

Tra i cigni delicati
frangibili in attesa
del canto della sera
mistica degli afflati

ove si ascolta e tace,
il giovane vivace
dell’ultimo pensiero
invecchia al suo maniero

ponendo le domande
al muschio osceno della
radura meno bella
assolata alle fronde.

Ignorando le piogge
del cielo tra le nubi
sorseggia poche gocce
disperso tra i suoi dubbi.

.
PRIGIONIA DELLA MENTE

Non ho più niente
eppure il tintinnio
cupo della mente
sprofonda nell’oblio.

Ogni ronzio funesto
vola e la cella si apre
un solo attimo a questo
dondolio vago e soave.

.
LA VISITA

Bussa la morte alla porta,
la saluto dall’infisso,
è un appuntamento fisso,
è giunta ancora una volta.

Come un’ombra mi sovviene
la signora delle pene.
Con un gesto delle mani
la rimando a domani.

.
LO SPAVENTAPASSERI

Essere un candido Pan assonnato
che attende l’intelletto primitivo,
a guardia della terra, asservito,
privato del suo dominio boschivo.

Dario Fo

Dario Fo

GIULLARE DI CORTE

Trovo l’oro
dentro il coro
dei poeti
senza alloro …

Condannate
il menestrello
a cantare
nel castello …

(non avete
già più niente
da cantare
tra la gente?)

.
LA NOTTE DEL SICARIO

Mi culla la mente
sol questo pensiero:
di uccidere il vero
che crede la gente.

Disteso fra tante
macerie di carmi,
io voglio disfarmi
di quello ingombrante.

.
AUTORITRATTO 2007

Altezza media e uno sguardo spaesato,
cammino tra la gente un po’ scrutando
il passo altrui e un po’ tra me pensando;
e l’occhio un tempo chiaro or si è incupito

sotto capelli sempre più castani
(più lunghi quando s’addensa l’inverno,
e folti; ma li taglio allor che il giorno
s’allunga e il caldo sale); ho sulle mani

unghie nervose; ho naso bello e bocca
nella norma, credo; e la barba fiocca;
l’animo è inquieto quasi sempre e poi …

che altro dire? Parlo poco e … cosa?
Dite che do qualche risposta astiosa?
Scusate, ma che ve ne frega a voi?

.
IL POETA PAZZO

Il mio astruso malcontento
grido forte nel tormento,
di favelle che domando
non so dare intendimento,

di una logica formale,
la mia lira non è tale:
vede il mondo e pone veto
verseggiando sul concreto.

Verseggiando in tal cornice
più ricolmo è ciò che dice
di follie non naturali
che si prestan come tali

alla mente imperatrice
che troneggia sui miei mali.
O mio verso verseggiante
della sera e del mattino,

sei illusione già presente
giacché vivi nel cammino
riportando il finto sogno
a chi vive a capo chino.

Questa notte è per chi spera,
vi saluto con l’inchino.
Riderò con molto gusto
all’avvento dell’ingiusto.

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POESIE INEDITE di Lidia Are Caverni “Acquamarina”  (2OOO) con un Commento di Giorgio Linguaglossa

foto di Steven Grieco (India)

foto di Steven Grieco (India)

Lidia Are Caverni, nata a Olbia  il 3/11/41, ha trascorso infanzia e adolescenza a Livorno, da molti anni risiede a Mestre. E’ insegnante elementare in pensione. Scrive sin da giovanissima. Ha pubblicato quattordici libri di poesia, tra cui Un inverno e poi… 1985; Nautilus 1990;  Il passo della dea 1999; Fabulae linguarum 2000; Le montagne di fuoco 2005 con la prefazione di Giorgio Linguaglossa; L’anno del lupo 2006 con la prefazione di Walter Nesti; Animali e linguaggi 2006 con la prefazione di Michele Boato; Il prezzo dell’abbandono 2009 con la prefazione di Pietro Civitareale; Fiore bianco notturno 2010 con la prefazione di Giuseppe Panella; Colori d’alba 2010 con la prefazione di Franco Manescalchi Nova itinera 2014 con la prefazione di Franco Dionesalvi.

Di racconti: “Il giorno di primavera” 1992; La fucina degli dei”2000; Il satiro e la bambina 2000; L’albero degli aironi 2004; I giorni del breve respiro 2007 racconti autobiografici; Romanzi per l’infanzia Clotilde e la bicicletta 2000; “Il pesce verdino” 2009. Romanzi:  “I giorni dell’attesa” col ilmiolibro.kataweb.it di Repubblica. Un breve saggio sul linguaggio nella scuola elementare: Discorso sul linguaggio. Ha pubblicato con la Casa Editrice Bruno Mondadori, Passigli, Bonaccorso con distribuzione nazionale, Masso delle Fate, Raffaelli, Edizioni Orizzonti Meridionali, Istituto Italiano di Cultura di Napoli. Ha ottenuto numerosi premi, è stata tradotta in lingua anglo-americana e rumena. Collabora a varie riviste, fra cui Capoverso, Poiesis, Lo scorpione letterario, Atelier,  ClanDestino.

Commento di Giorgio Linguaglossa

Già il nome di questa gemma riporta alla mente il suo forte legame con il mare: Acquamarina significa “Acqua del mare” e deriva dalle parole latine “aqua” (acqua) e “marinus” (appartenente al mare). Questa raccolta di Lidia Are Caverni ci consegna un equivalente della nota pietra, un analogon della trasparenza e una metafora della giovinezza e della fanciullezza, quando eravamo, nostro malgrado, trasparenti, ecco perché la poesia è popolata di bambini che giocano, di animali marini, di marinai, di bagnanti, di onde marine, zefiri, insomma tutto un universo di personificazioni e di oggetti che ruotano attorno alla metafora e al simbolo  dell’acqua e, quindi, dell’acquamarina. Lidia Are ha per dono naturale il tocco leggero che sfiora le cose, una sensibilità rastremata e vibratile per le parole, per le qualità sonore e timbriche delle parole, per quei suoni di palatali e di fricativi che si intrecciano fino a formare un analogon della pietra trasparente. È una poesia trasparente, che fa della trasparenza il proprio punto di forza.

foto di Steven Grieco (India)

foto di Steven Grieco (India)

L’onda sciacqua la riva
la riva bella e pulita
rompe anche il castello
di sabbia i bambini tornano
sui propri passi il gioco
finisce la riva rimane deserta.

*

Il granchio morde la riva
la carne dei bagnanti un dolore
alto e lancinante invade
il cespuglio di mirto fa chinare
il lentisco fino all’acqua
perché il dolore è immenso
tradisce il silenzio.

*

Il pesce si culla sull’acqua
ha dentro di sé il proprio destino
ha nel suo ventre un anello
l’ha rubato a un marinaio morto
durante una tempesta ma il pesce
è libero perché non ha inghiottito
l’amo e può cullarsi sull’acqua.

*

La vela fendeva il vento sorrideva
aveva trasportato marinai il viaggio
era stato breve solo dall’altra parte
della riva c’era forse un’isola
che segnava il mare i marinai
avevano pescato nella notte e ora
era mattino l’acqua luceva e
la vela sorrideva.
*

Il gabbiano guardava l’acqua
aveva seguito un pescatore
la scia della sua barca si allungava
fendeva il mare in quel solco
il gabbiano si tuffava per pescare
il pesce il mare ora era deserto
e il gabbiano non poteva tornare.

*

L’oscuro marinaio malediva
il suo destino il mare lo teneva
prigioniero incatenato alla carena
di navi che facevano sempre
lo stesso percorso un’andata
e un ritorno che era solo una sosta
non aveva una casa solo un oblò
per guardare il cielo da dentro
di un riparo desiderava una finestra
e un vaso di fiori che l’adornasse.

*

Il viaggio non aveva mai fine
ed era vano raccontarlo ci aveva
provato la conchiglia esausta
sulla riva della sua agonia
ci aveva provato il pesce rimasto
impigliato nella rete ci aveva
provato un marinaio in una notte
di follia e il suo racconto era
rimasto in un bicchiere.

Lidia Are Caverni

Lidia Are Caverni

Sullo spiazzo tra le dune
un roccolo catturava gli uccelli
salvifico il bosco parava le sue
chiome si compensavano l’uno
nascondeva tranelli l’altro dava
la libertà la vita ma gli uccelli
non sapevano scegliere e morivano.

*

Dalle uova schiuse al sole
le tartarughine cercavano
il mare nell’isola lontana non
glielo aveva insegnato nessuno
ma fuggivano gli uccelli che
le divoravano gli operatori
riprendevano la scena dei perduti
e i salvati l’impari corsa.

*

Il mare promette incantesimi
sciacquii lievi sulla riva la danza
delle orche le alghe brune capelli
alle sirene l’abbondante pesca
e abissi marini dove cullare leggende
le verdi praterie dove crescono
coralli le acque limpide e ridenti
dove l’onda si arricciola e forma
un’altra onda quando il vento
soffia leggero e la vela sa dove
tornare.

*

Gridava il vento la sua fola
l’ascoltavano i vecchi marinai
nascosti nelle vesti cerate
volava la procellaria ribelle
che quando vede la terra si volta
e tesse inganni perché non possano
salvarsi volava mesto anche
il gabbiano che cercava il pesce
e aveva abbandonato la riva
il destino era segnato ed era
impossibile sfuggirgli.
*

Bastava sorridesse il vento
lo zefiro leggero che increspa
l’onda le fanciulle al porto
preparavano la festa arricciavano
i capelli la pentola gorgogliava
perché saltasse il pesce i marinai
sarebbero arrivati lanciando
in aria i berretti la notte non faceva
paura.

*

Le fanciulle danzavano col seno
nudo ghirlande di fiori si scostavano
mostrando i capezzoli ricoperti
di foglia d’argento i denti lucevano
di perla si preparava la festa del ritorno
i pescatori avevano recato conchiglie
e pesce solo uno mancava
all’appello aveva inseguito un sogno
e il mare l’aveva inghiottito.

lidia are caverni l'anno del lupo

Il marinaio cercava l’oblio
la sua fanciulla l’aveva abbandonato
troppo a lungo aveva atteso
il ritorno la sua nave l’aveva
inghiottita una tempesta aveva
visitato il mare con l’inutile legno
ora col volto bruciato masticava
l’erba che gli spezzava denti
ma era l’amore perduto che faceva
piangere il suo cuore.

*

Sullo scoglio battuto dall’acqua
si era ritirata la patella i bambini
avevano più volte provato
a staccarla e si era abbandonata
al mare restava il mitilo conficcato
nella roccia orgoglioso del suo riparo
che lo proteggeva.

*

Lo squalo sognava la riva odiava
il terrore che l’accompagnava
il livido improvviso sui volti
bruni amava le dolci suonate
sulla sabbia bianca irrorata
di luna i dolci frutti al morso
dei denti la natura che lo inchiodava
e restava lontano dove non lo
vedeva nessuno.

*

Opaco si stendeva il mare il deserto
infecondo che non accoglie
semenza il suo solco si apre
e si richiude dove nessun seme
può germogliare ma lo amano
i poeti che gli dedicano canzoni
a produrre l’ingegno lo amano
e lo odiano i marinai per troppa
conoscenza.

*

Il fiume entrava nel mare
depositava un fardello di sassi
ne riceveva conchiglie belle
si sciacquavano assetate di dolcezza
poi restavano sulla riva
a consumarsi di sole.

*

La nave era ferma al largo
era presto per tornare avevano
arrestato le macchine potevano
sentire la bonaccia respirare
il volo dei gabbiani che annunciava
la terra nessuno li attendeva maschere
avrebbero ricoperto volti la partenza
conteneva il ritorno che prima
del tempo sarebbe stato vano.

*

A bordo nessuno parlava gli abissi
generavano mostri erano quelli
dei pensieri parlando avrebbero
preso forma erano quelli dentati
della notte pronti a ghermire
tra le sartie deserte erano quelli
scaturiti dalle nebbie ancora
avvolti di fumo e il mare era
di trasparente cristallo che non
si poteva penetrare.

*

Merletti aspri riempiono la stiva
le murene danzano fra le cavità
sommerse dove non entra la luna
barbigli di pesce palla ruotano
sul fondo desiderando di giocare
le murene affilano denti i pesci palla
giacciono convulsi nei morsi
che li hanno colpiti al cuore
nell’immensa oscurità.

*

Sul limpido fondale l’anemone
intrattiene pesci esili ali di farfalle
si ritraggono e sfiorano ma non
recano la morte i pesci si perdono
nel labirinto dei tentacoli
ogni volta ridendo.

*

Il tempo bizzarro non dava requie
la pioggia scrosciava sulla riva
gli amanti più non avevano ripari
non s’intrecciavano danze
solo i bambini erano felici
saltavano tra le gocce e bevevano
con la lingua ciondoloni
come fanno i cani

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POESIE EDITE E INEDITE  di Giuseppina Di Leo “Fogli e Falle”, “Una notte”,   “Dèi i nostri nomi, vacillano”, “Semplice”, “La pagina”, “Un personaggio” con un Commento di Giorgio Linguaglossa

giorgio de chirico cavalli

giorgio de chirico cavalli

Giuseppina Di Leo ha pubblicato tre libri di poesie: Dialogo a più voci (LibroitalianoWorld, 2009); Slowfeet. Percorsi dell’anima (Gelsorosso, 2010); Con l’inchiostro rosso (Sentieri Meridiani Edizioni, 2012); la plaquette: Il muro invisibile (LucaniArt, 2012). Alcune sue poesie, racconti e interventi di critica letteraria sono ospitati in raccolte antologiche, su riviste, blog e siti dedicati alla poesia.

Commento di Giorgio Linguaglossa

Mi scrive Giuseppina Di Leo:

 «Giorgio carissimo, mi dà gioia risentirti. ho appena letto la tua nota critica su Milo e le sue poesie dell”accadimento” e del “naufragio”, l’idea della morte che accompagna ogni pensiero. e, sembra un caso, stavo leggendo alcuni appunti scolastici su Leopardi, cosa che mi ha condotta a prendere tra le mani i libri di un’edizione del Sole 24 di qualche anno fa sul poeta recanatese, ritrovando il senso del suo ‘pessimismo cosmico’ (ma i libri sono così, sanno quando è il momento giusto per ritrovarli).

È bello quanto mi dici su questa poesia datata, del tutto inedita e che ho fatto leggere a te per primo. Il ‘mistero’ delle immagini sta nel richiamo che esse svegliano in noi. Potrebbe essere Beatrice la donna, o Laura, o la panettiera o la portinaia, o una delle donne invisibili agli occhi degli altri.

Comunque è colei (o colui) che in un dato momento ‘muta’ fa pronunciare quello che tenevamo nascosto da sempre. La «parola impronunciata».

giorgio de chirico I cavalli di Diomede serigrafia

giorgio de chirico I cavalli di Diomede serigrafia

Cara Giuseppina,

la tua parola e la tua poesia mi danno l’occasione per dire qualcosa intorno a «la parola impronunciata» di cui tu parli e che ci richiama l’idea di una «parola originaria» dimenticata. Ma forse nella tua poesia la «parola impronunciata» è semplicemente la parola irraggiungibile, quella caduta sotto la scure della rimozione, in un inconscio che sta sotto l’inconscio, nell’oscurità, simile a un’acqua sotterranea, un fiume che scorre invisibile ma saggio, che sa che prima o poi troverà la via, scaverà il suo tunnel per riapparire alla luce del sole.. Di qui il respiro metrico avvolgente, incantatorio della tua poesia, come se volesse risvegliare il serpente che dorme, come una musica che esce dal piffero magico di un pifferaio. Una musica, la tua, da incantatrice di serpenti.

Una notte

la più lunga che io ricordi,
intorno al mio letto una luce invadente,
improvvisamente
pallida ma iridescente
copriva oltre il soffitto le forme
addormentate. Nell’ora in cui
le ombre si staccano dalle cose
e sole hanno vita propria
e non sai se sia delle rose il profumo
o se dalle rosse pietre adagiate
sullo scrigno della terra
o se dal mobilio si liberino essenze…

de chirico particolare

de chirico particolare

Pongo un problema filosofico: come è possibile sostenere che il soggetto fondatore è indicibile (e quindi la parola è impronunciabile) e fare di questo indicibile il senso stesso del discorso antropologico, se non della realtà stessa? Non si continua in tal modo a pensare a partire dagli stessi termini, ma invertiti? «La traccia dell’origine», in Derrida, funzionerà esattamente come un che di originario: esso si produce occultandosi e diventa effetto; lo spostamento qui è produzione. La non-adeguazione dell’originario a se stesso attraverso un logos dell’originario è d’altronde una vecchia idea del proposizionalismo che si trova già in Descartes, poiché la ratio cognoscendi non può porre in primo luogo ciò che è realmente primo; di qui il ritorno all’origine, innato o a priori, che non possiamo enucleare se non mediante uno scarto e un’eterna inadeguazione. È questo lo scotto che dobbiamo pagare, e che tu paghi, con coraggio, nella tua poesia, intendo lo scotto di una eterna «inadeguazione» del discorso poetico ad approssimarsi. Ma approssimarsi a che cosa?, mi chiedo, e ti chiedo.

Come tu dici: «Difficile è poter dire». Ma anche il discorso poetico è un voler dire, un atto di potenza e di rappresentazione, una possibilità che non si sa mai se si tradurrà in atto storico, reale, e quindi estetico. È il discorso sotteso alla «Muta» di Raffaello: lei ci parla meglio e con più chiarezza di quanto possano parlarci le più belle parole dei poeti; mi chiedo: è possibile raffigurare in parole (o tramite i colori) un soggetto che non può parlare? È dicibile l’indicibile? È rappresentabile l’irrappresentabile? È questo il paradosso nel quale si scontra la poesia moderna, e la tua in particolare, ma è soltanto in questo scontro che la tua poesia vive e si accende. Ecco la ragione della elusione, della volatilità della tua parola poetica, che essa è costretta ad avanzare «come danzando» e a vivere della propria fragilità:

Dèi i nostri nomi, vacillano.

Il punto è dunque raggiunto…

La tua poetica può essere condensata in queste parole: «Dèi i nostri nomi, vacillano»; deriva dalla accettazione di questa condizione di impossibilità di pronunciare la parola originaria. Per Derrida «il valore di archia trascendentale deve far provare la sua necessità prima di lasciarsi essa stessa barrare. Il concetto di archi-traccia deve dar luogo sia a questa necessità sia a questa barratura. Esso infatti è contraddittorio e inaccettabile nella logica della identità. La traccia non è solamente la sparizione dell’origine, qui essa vuol dire […] che l’origine non è affatto scomparsa […] Sappiamo tuttavia che questo concetto [di traccia originaria] distrugge il suo nome e soprattutto che, se tutto comincia con la traccia, non c’è traccia originaria».*

Con concetti come quelli di «traccia» o di «differenza», si traduce lo scollamento del soggetto dall’enunciato, dal discorso stesso, di cui diventa impensabile che possa esserne il padrone. La «differenza» è questo scarto, questo recupero impossibile del soggetto da parte del soggetto, incessantemente differito nel movimento del discorso rispetto a quello originario. Il soggetto sarà parlato e significato in una catena infinita di significanti, in una rete che lo dispiega e, nello stesso tempo, lo allontana. Lacan dirà il celebre motto secondo cui «il significante è ciò che rappresenta il soggetto per un altro significante», che consacra la scissione del soggetto da se stesso, come in Barthes, dove il soggetto non aderisce più al testo, di cui è solo «porta-voce» e non «autore» in senso teologico. Lacan fa del soggetto questa «presenza assente», questa rottura che fa sì che l’uomo non sia più segno, con un significante che si libera dal rapporto fisso col significato, e si sposta al suo luogo, dal suo luogo verso un altro luogo. Il soggetto è in questa traccia, nascosto in questo solco, che si sposta, che pronuncia quelle « parole / tra le poche che non si dicono / se non per caso».

Il soggetto è stabilito dal significante del segno che rimanda ad un altro segno. In fin dei conti, anche per la tua poesia, Giuseppina, la semantica è una mantica, la poesia è magia. Il soggetto prende il piffero e diventa un pifferaio magico, diventa altro da sé, avanzerà solo mascherato, stabilendo la sua identità mediante la rimozione dell’altro da sé che egli è. La sua identità si realizza a questo prezzo, e questo prezzo è dunque l’inconscio, o meglio, quella parte del «sottosuolo» che è «il sottosuolo del sottosuolo» per dirla con  Emanuele Severino. In tal modo, risulta rimosso lo scarto retorico rispetto a sé, retorico perché l’identità non è più che figurata e non letterale, quella letteralità che la tua posizione di poetica giustamente elide ed elude.

* Derrida, Della grammatologia traduzione it. Milano, 1969, p. 69

giuseppina di leo

giuseppina di leo

Difficile è poter dire

avanzando come danzando
oro di sabbia lucente
lasciva serpe dal sole bruciata
in preda alla corrente
lasciando intendere parole
tra le poche che non si dicono
se non per caso.
Il fragile amore assume colore
uno sguardo marchiato nel fuoco
ti stupisce. Ecco, ora
di te s’invaghisce e tu, preso
in un cerchio, quella ti chiude.
Vagheggiata, l’immagine rimane
fissa, inobliata: eppure
una volta soltanto tu l’hai veduta
per un attimo appena ti è passata accanto
sola, leggera e muta.

(sett. 1998)

Fogli e Falle

Dei tanti fogli
sparigliati a casaccio sul nome
solo due di essi restano eguali
sebbene in tante vite
mai nessuno
ricompose la diade
parola e dolore
divario aperto da fine a inizio.
Resta da ricucire lo strappo
tra acqua e terra
tra vuoto e pieno
tra amicizia e amore
sé o sostanza o assenza.

*

Intere generazioni
scalze in panni di sacco
cercarono
il maestro privo di memoria
private continuarono nella ricerca
senza dir nulla.
E come potevamo?
nulla ereditando tornammo.
Noi, canne palustri
a delimitare lo stagno. Agli intrecci
ci assoggettiamo volentieri
cambiando genere
forma colore natura
acquatici in origine resteremo
fratelli vegetali
vite fatte a pezzi
venduti barattati sfibrati.
Volentieri infine ci dondoliamo.
Anch’io ne godo
ad ogni colpo d’aria oscillo
natante rotonda
nastriforme adattata all’intreccio
culturale di dominazioni
normanni svevi angioini arabi:
relitti.
Papireti lacustri selvaggi anfibi:
denti aguzzi. Riposate.

giuseppina di leo

giuseppina di leo

Andando oltre, troviamo:
città arazzi strade metro
bimbi imbambolati vecchi.
Citiamo poeti per sentirci meno soli.
Arrestati in noi stessi barricati
sulle di noi piccole importanti verità:
la persiana e la luce
il filtro dell’olio da cambiare
la biancheria pronta per il giorno dopo
per ricominciare.

Poco importa se preferisco continuare
e sostenere tra Noi
che il dolore vero che si prova (oh, Pessoa!)
«NON è vero».

Una notte

la più lunga che io ricordi,
intorno al mio letto una luce invadente,
improvvisamente
pallida ma iridescente
copriva oltre il soffitto le forme
addormentate. Nell’ora in cui
le ombre si staccano dalle cose
e sole hanno vita propria
e non sai se sia delle rose il profumo
o se dalle rosse pietre adagiate
sullo scrigno della terra
o se dal mobilio si liberino essenze
o se sia l’incandescenza della forma
che crepita ancora
che per prima scoprì la luce;
o forse ancora prima
tra un uomo e una donna
il potere di donare con un gesto il mattino
quando la luce era tesoro
da serbare negli occhi
come fosse un figlio da proteggere
nel proprio grembo.

(luglio 1997)

Giuseppina di leo

Giuseppina di leo

Dèi i nostri nomi, vacillano

Dèi i nostri nomi, vacillano.
Il punto è dunque raggiunto
a un terzo di vita
alto come un angolo al sole
calcolato all’orizzonte
e fisso,
non l’eterno.
Qualcosa d’altro veniva
in noi “superiore ad ogni limite”.
Non la pietra, erosa
fino al fondo, temuta
nel sacrificio,
ma qualcosa d’altro
iridescente.
Piuttosto un fuoco
repentino e vivo
nascosto, rosso vermiglio,
denudava l’istinto
all’improvviso. Di più,
era l’antico, che nel suo bagliore
nella parola scioglieva
il gesto che svelava la malinconia.

Più tardi del sogno soltanto
ci cibammo, del segno
improbabile e incerto
di cui mai potemmo più fare senza:
l’amore e la parola
l’interludio e la coscienza.

(novembre, 1994)
*

Semplice, come perdersi tra le foglie.
Questo luogo nasconde delle insidie.
Troppi ricordi tra le sfumature
sono teste spuntate […] da qui a là.
Un po’ mi fanno cenno: «Ricordo,
aspetta che ricordi».
Nelle vecchie riviste segnaletiche
sgualcendo abiti da sera c’è tutto,
da rammendare a rammentare:
apoteosi del vago.
Qui, persino Kant solleva il piede su veloci tram;
gingischia con Marilyn: «Non parlare,
raccontami soltanto di te.
Le metafore sono in fiore», le dice.
«E allontanati!», avverte Ernst*
nascondendosi tre cerchi di voce più avanti.

(genn. 2015)

* (Leggendo Freud)

Giuseppina Di Leo

Giuseppina Di Leo

La pagina era vuota.
Aperta ad ogni passo
per anditi nascosti
rientrava quasi silenziosa
la voce. L’avrei ascoltata
eppure mai l’avrei potuta
cogliere neppure di sorpresa;
lontana, una fanciulla appena sveglia
che si appresta ad attingere acqua
dalla fonte. Così mi parve il suono
che ne emerse, un non so che di tinto
di rosso appena, di luce scura
condensava su di sé le paure del tempo.
Le nostre, apparentemente lontane.

(29.01.2015)

*

Un personaggio gira intorno sulle pagine del mio libro
cerca uno spazio bianco in cui voler restare
più a lungo simile al silenzio, avvolto da parole
che tornano al sole o alla nuvola
o vicino alla sommità del monte. Ed è ombra quando esce
nell’aprirsi degli scrosci. E, nell’ombra, il ricordo riappare.

(sett. ’98 / aprile 2015)

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Archiviato in Antologia Poesia italiana, critica della poesia, discorso poetico

SETTE POESIE INEDITE di Steven Grieco-Rathgeb Nel caleidoscopio (2002), Cosa vedemmo dal ponte S. Trinita, Via de’ Canacci, Nido sulle onde, al padre Stretto di Magellano, 1934, Nel caleidoscopio, Indovinello sulla coda di rondine, Che canta il merlo alle 5 del mattino? – con un Commento di Giorgio Linguaglossa e una Lettera dell’Autore

Steven Grieco_A Shilp Gram, Udaipur  India

Steven Grieco_A Shilp Gram, Udaipur India

Steven J. Grieco-Rathgeb, nato in Svizzera nel 1949, poeta e traduttore. Scrive in inglese e in italiano. In passato ha prodotto vino e olio d’oliva nella campagna toscana, e coltivato piante aromatiche e officinali. Attualmente vive fra Roma e Jaipur (Rajasthan, India). In India pubblica dal 1980 poesie, prose e saggi.

È stato uno dei vincitori del 3rd Vladimir Devidé Haiku Competition, Osaka, Japan, 2013. Ha presentato sue traduzioni di Mirza Asadullah Ghalib all’Istituto di Cultura dell’Ambasciata Italiana a New Delhi, in seguito pubblicate. Questo lavoro costituisce il primo tentativo di presentare in Italia la poesia del grande poeta urdu in chiave meno filologica, più accessibile all’amante della cultura e della poesia. Attualmente sta ultimando un decennale progetto di traduzione in lingua inglese e italiana di Heian waka.

In termini di estetica e filosofia dell’arte, si riconosce nella corrente di pensiero che fa capo a Mani Kaul (1944-2011), regista della Nouvelle Vague indiana, al quale fu legato anche da una amicizia fraterna durata oltre 30 anni. È tra i fondatori del blog lombradelleparole.wordpress.com  indirizzo email:  protokavi@gmail.com

Duska Vrhovac, Giorgio Linguaglossa e Steven Grieco Roma, 25 giugno 2015 Isola Tiberina

Duska Vrhovac, Giorgio Linguaglossa e Steven Grieco (a sn.) con Rita, Roma, 25 giugno 2015 Isola Tiberina

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

 Il «caleidoscopio», in ambito narrativo, è anche una delle figure retoriche accostate all’entrelacement, tipo di narrazione in cui è presente un continuo intreccio di storie, proprio riferito alla molteplicità di figure (immagini) che si possono scorgere in esso.

Il caleidoscopio (dal  greco καλειδοσκοπεω, «vedere bello») è uno strumento ottico che si serve di specchi e frammenti di vetro o plastica colorati per creare una molteplicità di strutture simmetriche.

Il più rudimentale caleidoscopio è formato da un semplice tubo di cartone rivestito internamente di almeno due specchi (montati solitamente fra loro in modo da formare angoli di 60°); nella parte anteriore, separati dal corpo centrale da un vetro rotondo trasparente, sono inseriti dei frammenti colorati di varie forme e colori. Un vetro smerigliato chiude il tubo all’estremità.

Appoggiando l’occhio ad un’estremità (come guardando in un cannocchiale) e ruotando l’intero strumento, o la parte terminale mobile (nei modelli più complessi), è possibile vedere delle figure geometriche simmetriche colorate, generatesi dall’unione dell’immagine diretta dei frammenti e di quelle create dalle riflessioni negli specchi; continuando a ruotare il caleidoscopio stesso, le figure mutano e cambiano colore e forma, senza mai ripetersi.

Analogamente, la tecnica compositiva di cui fa uso Steven Grieco è esemplata sul caleidoscopio, ogni strofe costituisce una immagine o gruppo di immagini, più strofe assemblate costituiscono un insieme di immagini in movimento reciproco, cangianti nel colore, nella fluidità e nella iridescenza. Il risultato complessivo indotto nel lettore è una sorta di fluidità e di incertezza denotativa, i colori delle immagini sono frammisti e, per così dire, dispersi, solubili, sfrangiati. Gli incipit sono sempre legati ad un luogo temporale o spaziale («La mattina grave», «In questa via stretta», «È spaccata la melagrana, sfera infranta», «Quel furore adesso, quel fulgore»); oppure, il riferimento temporo-spaziale viene accennato nel titolo («Che canta il merlo alle 5 del mattino?»). Il luogo temporo-spaziale quindi si amplia fino a comprendere una realtà più vasta e complessa seguendo il filo del discorso del poeta il quale è come se tracciasse più linee, una molteplicità di linee su una pagina bianca, con l’effetto di una serie di iridescenze.

C’è sempre un punto in cui la composizione tipo di Steven Grieco raggiunge il climax, in quel punto preciso si situa l’evento, il quid che accade e illumina a ritroso il percorso compiuto. È questa la significazione che viene comunicata al lettore. Una significazione complessa che ricomprende ed acquista pieno valore semantico ed iconico da tutte le strofe precedenti e dalle strofe che seguono. Nella prima composizione il climax viene raggiunto quando appare «una coppia di anatre», il cui «splendore» illumina tutta la composizione. Nella seconda composizione il climax invece è interno alla composizione, non viene mai designato, non accade perché è già indicato nel titolo, è fuori della composizione: «via de’ Canacci»; tutto ciò che avviene fa parte di questo luogo magico, luogo caleidoscopico per eccellenza. Nella terza composizione il climax viene attinto nel penultimo verso là dove «apparve il Vuoto, altissima / trave che precipita sul mondo». Ogni composizione ha dunque un punto di climax che cambia di posizione, ed ogni posizione di climax si riverbera sulla orditura orchestrale della poesia, come una chiave musicale che dà il via ad un pezzo armonico. Nella successiva poesia intitolata «Al padre», c’è un sotto titolo: «Stretto di Magellano»; la chiave di volta è qui, nel titolo, nel parallelismo tra la figura del vecchio padre e le correnti tumultuose dello stretto di Magellano, con un effetto di fusione e di confusione tra le due icone semantiche. Nella quinta composizione il fulcro della poesia è rivelato dalla citazione di Chuang Tzu: «Il Vuoto è grandezza. È come l’uccello che canta / spontaneamente, identificandosi con l’Universo». Il Vuoto viene richiamato dalla comparsa dell’«usignuolo», il quale non fa nulla ma si capisce che ciò di cui qui è questione è il suo canto, simile al canto della poesia. L’ultima poesia non poteva che essere un «indovinello» tra il critico e il poeta «sulla coda di rondine». Il critico tenta di razionalizzare: «Il non-spazio tra ricordo e speranza», parla di «presente»; il poeta, invece, non può che riferirsi al tutto, a ciò che precede e a ciò che segue il «presente», in quanto  «sul bianco foglio io traccio mero inchiostro». Il suo compito finisce qui, come nella pittografia zen, nell’atto di tracciare un segno.

Duska Vrhovac, Giorgio Linguaglossa, Carlo Bordini e Steven Grieco con Rita, Roma, 25 giugno 2015 p.za Del Drago Al Ponentino

Duska Vrhovac, Giorgio Linguaglossa, Carlo Bordini e Steven Grieco con Rita, Roma, 25 giugno 2015 p.za Del Drago Al Ponentino

Per tornare al caleidoscopio, nel caso di caleidoscopi formati da due specchi, la forma dell’immagine risultante all’occhio dell’osservatore ricorda un fiore a sei petali; di questi sei settori uno è generato dall’immagine diretta dei frammenti di vetro mentre gli altri cinque sono le immagini riflesse. Se gli specchi sono tre le immagini sono molte di più; il loro numero dipende dal numero di riflessioni multiple che si hanno lungo gli specchi. Ciò dipende non solo dalla lunghezza del tubo ma anche dalla qualità delle superfici; se gli specchi non sono di ottima fattura, saranno visibili solamente le riflessioni principali.

Secondo Emanuele Severino, la civiltà occidentale non riesce a pensare l’«esser sé dell’essente», cioè la verità dell’essere. Il suo nichilismo sarebbe proprio questo. Il suo nichilismo è pertanto inconscio che non indica «ciò che non appare, ma ciò che ancora non è stato portato nel linguaggio; sì che il linguaggio, che ne parla, ancora non appare. E la “consapevolezza” è l’apparire di questo linguaggio»*
Al di sotto di questo nichilismo c’è, rileva Severino, un più profondo inconscio: è l’inconscio di quell’inconscio, il sottosuolo del sottosuolo, ciò che avvolge l’avvolgente, che consiste nella struttura originaria dell’essere: «l’essere è e non può non essere». Questa è la verità dell’essere, la verità che è l’apparire dell’autonegazione della negazione dell’esser sé dell’essente. L’essente è dunque «eterno».
«Il destino della verità» non può essere smentito da alcun sapere, umano o divino e include originariamente il proprio apparire. Il destino della verità è già da sempre manifesto. Esso sta alle nostre spalle e dunque non ha senso mettersi in cerca della verità.

La poesia di Steven Grieco è alla ricerca di qualcosa che sospetta essere «irraggiungibile», cionondimeno, la ricerca continua, e continuerà fino alla fine del tempo. Questo aspetto della sua poesia si rivela chiaramente nell’ultima poesia presentata, là dove c’è la «porta mai chiusa»:

pensavo, spalancando forte
la tua porta mai chiusa
di non trovarti

 È uno spasmodico domandare a quel sottosuolo del sottosuolo. Ma il destino della verità è sempre alle nostre spalle, è in quell’atto di volgersi indietro. Vive nella transitiva temporalità di quell’evento che è appena trascorso.

*Emanuele Severino, La struttura originaria, Adelphi, Milano 1981, p. 15.

Caro Giorgio,

hai scritto una introduzione davvero splendida a queste mie poesie. Nel caleidoscopio è stato l’ultimo gruppo di poesie in qualche modo legate, almeno dal mio punto di vista (sicuramente soggettivo), al modernismo, e cioè ad uno stile riconducibile alle esperienze poetiche del ‘900. (Anche se dentro le poesie stanno contenuti distillati da esperienze poetiche e filosofiche più che altro asiatiche, chissà se non è per questo che volli usare nel titolo questa parola “caleidoscopio”.) Questa operazione la feci, allora, quasi coscientemente: una sorta di estremo saluto, anche nostalgico, al modernismo, da parte di un poeta nato nel 1949, che si era formato a quella grande scuola, e che da essa era stato tradito… lui, come forse tutti i poeti della nostra generazione e quella successiva, nel senso che quella scuola stessa è poi naufragata sugli scogli di mille ininfluenti neo- e post-avanguardie.
E’ eccellente come dai importanza al caleidoscopio, non solo sul piano simbolico e metaforico, ma proprio come oggetto. Bellissimo! Hai commentato le mie poesie caleidoscopicamente…
Forse questa è una delle cose che abbiamo in comune, e io penso che nasca dalla curiosità di conoscere esperienze diverse dalle nostre, e magari talvolta anche a immedesimarsi in esse. Sei unico fra i poeti – non soltanto italiani, credimi – ad esserti aperto ad altre sensibilità poetiche e altre culture. Anzi, meglio dire così: tu condividi con i grandi poeti, non i piccoli, questa curiosità intellettuale. Che poi è esattamente la qualità che ha contribuito a farli diventare “grandi”. Su questo fatto non ho alcun dubbio.
E’ ovvio che Transtroemer ha quello stile così potente, come un pugno, perché è stato intrepido, avventurandosi in tutte le acque poetiche possibili e immaginabili. Curiosamente anche Joseph Conrad, scrittore di prosa, ha uno stile “potente” (e di forte denuncia), al quale non può non aver contribuito una vita di viaggi in mare per tutto il mondo.

Nelle poesie di un poeta che ha letto molto, come hai fatto tu, si avverte sempre il vento che soffia, come sul ponte di una nave. Anche nei commenti critici.

(Steven Grieco)

foto di Steven Grieco luci e rifrazioni urbane (India, Bombay)

foto di Steven Grieco luci e rifrazioni urbane (India, Bombay)

inediti Nel caleidoscopio (2002)

Cosa vedemmo dal ponte S. Trinita

La mattina grave,
gonfia di piogge intermittenti –
e palazzi, neri macigni in vie strozzate

ma anche strappi, ventate qua e là – e ardite,
in alto, nubi, bianchi sbuffi di locomotiva
un ricordo d’ali
che scendeva

Andava veloce il fiume limaccioso
ingombro di rottami e nudi tronchi
quando, sopra il viluppo di rami sospinto
verso riva,
vedemmo una coppia di anatre

naufraghi splendenti giunti dallo squarcio fra cielo e acqua,
da un’icona che narra il suo Nulla

E loro, rivolte ai nostri sguardi,
erano della lucentezza che scavalca i secoli:
appena consapevoli d’esser qui,
ma svegli a questo atto creatore

ancora dialoganti con un pittore sgraziato
che ha infine il pensiero che spumeggia
quietato,
e scorge di là dalle distanze, loro comporsi,
due forme sottili precipitare in corridoi d’aria

e le plasma, e stupito l’attira;
e nel tumulto è loro, fin qua sulle onde brute,
i due fulgidi corpi
doppia tenebra piumata –

Un corvo gracchiò dal cornicione
fai tua quella lucentezza!
Impiega i colori che nel tempo
risplenderanno

Risalendo in alto, rivivi la vertigine
di quelle barriere – un soffio ti schiuda
l’uscio chiaro di quaggiù:

dove i pioppi ondeggiano
dove sempre perdi
fra le acque di primavera,
ritrovi
il sentiero dell’immagine

Via de’ Canacci

In questa via stretta
dai portoni sempre chiusi,
deserta nel bagliore di mezzogiorno,
ho ricordato un poeta che io conobbi,
timoroso di finestre, timoroso di squarci,
che al tramonto aspettava,
da dietro le persiane, l’arrivo della notte
scassinatrice;

forse era proprio sua questa via dura
e decrepita, questa via dal rotto selciato
dove sul tardi appaiono sfiorite falene
dietro i cassonetti
e ubriachi spargono vino sui marciapiedi
e berciano gli spacciatori,
e piangono gli eroinomani inconsolabili
spiati da dietro le persiane da uno stormo
di vecchi ostili, e gechi, e pipistrelli.

Ma quando infine chiudono i locali,
e tacciono i tubi di scolo,
e prende sonno anche l’aria,
la via
mille volte violata
s’acquieta;
nel silenzio senza respiro
torna a fendere la sua anima tenebrosa
il canto di un ebbro d’amore,
già avviato
oltre il ciglio dell’aurora.

foto di Steven Grieco (India)

foto di Steven Grieco (India)

Nido sulle onde*

1.
È spaccata la melagrana, sfera infranta:
i suoi chicchi dispersi,
il frutto marcisce meraviglioso sulla battigia,
rotolando fra le onde.

E ancora oggi sognano i famigliari
un tavolo comune a cui sedersi,
ciascuno per proprio diritto,
solenni consanguinei
eppure seduti di sbieco l’uno all’altro.
Anche se le loro vite s’incrociano,
non vi è incrocio di sguardi,
si conoscono per riconoscere
cosa l’ha scissi.
Hanno la mossa rovescia,
l’ombra del pugnalatore;
irrompe l’odio a squarciagola,
inaudite le fiamme
divorano il proprio splendore.

Ma ci pensa infine l’avidità
a far scempio dei corpi abbracciati,
spargendone le viscere
per tutto il prato insanguinato.
Di questo castello, fatto, rifatto,
restano solo rovine e rovine.

Assaporando il fiele in ogni cibo,
scesi nelle profonde segrete
dove mi apparve il Vuoto, altissima
trave che precipita sul mondo.

2. al padre
Stretto di Magellano, 1934

Quel furore adesso, quel fulgore
è solo silenzio che fiammeggia

vedo le vene delle tue mani di vecchio –
stagliate vie, densi intrichi,
sentieri scordati e ritrovati
che hanno trascorso i fortunali
e riposato nella bonaccia dei mari:

ma tu hai preso sonno
e un punto minimo ancora
un punto tra noi, in quest’oceano,

va sul dorso di profonde correnti
e saltano gli ultimi pesci
miraggio dell’abbondanza,
spumeggiano le onde sbraitando
sprofondano tumultuose
nel cielo capovolto

Ora il tuo sonno-abisso
scioglie le mille vene
le libera un attimo

prima che antico ordito
impegni nuova trama

* Nel titolo, allusione al martin pescatore, che si pensa nidifichi sul mare greco nel periodo di quiete e sole che ogni gennaio si apre inatteso fra le tempeste invernali.

foto di Steven Grieco (India)

foto di Steven Grieco (India)

Che canta il merlo alle 5 del mattino?

“Il Vuoto è grandezza. E’ come l’uccello che canta
spontaneamente, identificandosi con l’Universo.” Chuang Tzu

Scienziati e millenaristi, gli assetati
delle origini, dovrebbero ascoltarmi:
proprio loro, strano a dirsi, i più distratti.
Pure è in questa mia voce senza strumenti
l’istantaneo rammemorarsi delle cose.

Li disorienta il mio dedalo di suoni
mentre dall’antenna eccelsa canto il vuoto sottostante,
e ruotano in alto i miei gorgheggi,
e canto tutto simultaneamente
quel che a voi giunge in temporal sequenza.

Incrocio d’ogni fenomeno e dimensione,
non temo di nuvole il cielo affollare,
né spalancare la rossa ferita all’orizzonte.
Il mio canto è acqua, e pietra che sprofonda
schizzando via dal centro su cui ricade.

Non imito l’usignuolo,
non imito il garrito di rondine,
non imito il mio stesso cantare
che si apre in crescenti dissimili cerchi.

E non siate ingannati dalle mie mille “elle”–
quando un frutto si stacca dal ramo
piangerlo è solo staccarlo di nuovo.

.
Indovinello sulla coda di rondine

Valutazione del critico:

Completo dici tu questo presente:
del domani che ci dilaga incontro
ravvisi il volo, splendida nerezza
dileguarsi in multiformi passati.

Risposta del poeta:

Sempre, volgendomi avanti, io osservo
che precede in perpetuo combaciarsi:
come l’anelito se stesso insegue,
ma sempre si specchia nei nostri occhi.

Esortazione del critico:

Il non-spazio tra ricordo e speranza
dunque è un seme che intero li contiene?
Sii lucente, supera ogni censura,
ogni assurdo: da sé, “stesso” disgiungi.

Risposta del poeta:

Abbagliato, trascuri il mio lettore:
sul bianco foglio io traccio mero inchiostro,
ma lui quel senso sprigionando incanta,
e il cieco incastro fa guizzare in alto.

Nel caleidoscopio

Quel tempo in cui pensavo
di percorrere solo questa desolazione
mi rende un pugno d’immagini rovesce:

pensavo, spalancando forte
la tua porta mai chiusa
di non trovarti,
ignaro di non poterti raggiungere;

dopo rovina, deliquio e morte
ritrovarmi uomo, padre dei miei figli,
seduto alla mia tavola
sotto la fiaba di un arco arabescato:
e stretto in questo abbraccio
perdermi al suo interno,
diventando irraggiungibile;

sì, adesso riconosco
il paradosso del tuo sguardo:
è Nessun Dove:
“tu” trovare “me”

scala
che s’attorce su nella mia dispersione,
ma di cui l’ubriaco immaginare
può rovesciarsi

Geme il catenaccio dell’abbaino
s’aprirà lo sportello aperto…
non so, ancora esito a percorrere le vie dell’aria

2002

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Odisseo che scrive a Telemaco nella poesia di Brodskij è una grande poesia. Odisseo parla da Dopo il Viaggio e da Dopo la Guerra. Anche noi, caro Steven, parliamo da Dopo il Moderno e da Dopo la Grande Guerra, dopo le tre guerre mondiali che hanno sconvolto l’Europa. E adesso sono rimasti soltanto i filistei che officiano i loro riti apotropaici alle Icone del Successo e della Ricchezza. Nel 1971 il presidente americano Nixon annunciò la fine del cambio fisso del dollaro con l’oro. il Capitale Finanziario  è stato liberato dal cambio fisso con l’oro, da allora questa deità ci domina, è il nuovo Demiurgo che esercita il proprio dominio sugli uomini. Quindi noi a ragione possiamo parlare come l’Odisseo di Brodskij da Dopo il Tramonto dell’Occidente. E che altro è la tua poesia se non un pensiero poetico che medita sul Tramonto? Sulla Luce che lentamente si estingue? La tua poesia è sempre paesaggistica, è sempre en plein air, vuole chiamare il lettore dentro la luce e i suoi mille riverberi; e che cos’è questo se non il chiamare il lettore dentro il tramonto della Luce? È in questo tramontante tramontare che la tua poesia si illumina (riceve la luce) e la proietta sul lettore… Nella tua poesia gli oggetti ricevono luce dall’alto, dal basso, da destra, da sinistra, diventano visibili e, nello stesso tempo, invisibili per un eccesso di luce, un eccesso di aria trasparente, di rifrangenze. Forse sei tu il più grande poeta, oggi, che poeta en plein air, come un novello impressionista. Le tue poesie sono Icone che hanno un fondale d’oro, monocromatico, unidimensionale, che non ha altra funzione che quella di riflettere e riverberare le luci e la luce. E che cos’è l’Icona? Non è una pittura silenziosa dove la luce viene dal un Altro Luogo?, un luogo immateriale e immortale? Ovviamente, la tua poesia en plein air, si riallaccia alla antichissima poetica delle Icone bizantine, sono dei moderni fotogrammi che prendono luce da un’altra dimensione, ricchi di aria e di vuoto, pieni di vento …

L’icona rappresenta un punto di congiunzione tra la dottrina neoplatonica e la religione cristiana. Qui l’icona non è semplicemente la raffigurazione del trascendente, ma vera e propria incarnazione dell’ente supremo nella forma sensibile. Si parla allora di epifania dell’essere supremo. In questo senso la mimesis platonica raggiunge la sua massima espressione. Questo carattere epifanico della verità di Dio non spetta allora solo al Verbo, alla parola, ma anche l’immagine, simbolo della luce divina, è manifestazione di Dio; possiamo addirittura affermare che l’arte dell’icona è poesia senza parola, messa in opera della verità in immagine silenziosa: ciò che la parola dice, l’immagine lo mostra silenziosamente. È quindi sbagliato affermare che mentre nella cultura greca è la vista l’organo privilegiato per pensare il soprasensibile – basta pensare al significato delle parole fondamentali del pensiero platonico idea e eidos che rimandano a un vedere essenziale -, nella cultura cristiana il vedere diventa un ascoltare. Non a caso una delle immagini più ricorrente in tutta la tradizione cristiana è proprio quella della luce, intesa, appunto, come immediata epifania della verità: lo Spirito santo è sia Verbo che Luce. Nella visione teologica cristiana la luce è una promanazione (secondaria quindi) dello Spirito Santo. Questa metafora della luce come immediata percezione della verità non si esaurisce in una dimensione puramente religiosa, tra luce e verità c’è un filo conduttore comune, infatti, quando l’occhio percepisce gli oggetti, ciò che in realtà percepisce è la luce riflessa di essi. L’oggetto è visibile soltanto perché la luce lo rende luminoso. Quel che si vede è la luce che si unisce all’oggetto, che in un certo modo lo sposa e prende la sua forma, lo raffigura e lo rivela. È la luce che rende bello l’oggetto, permettendo a quest’ultimo di raggiungere il suo bene, la sua essenza. L’artista dell’icone è colui che mediante la vita ascetica si svuota di tutti i desideri terreni per accogliere la luce trascendente trascrivendola su tela. Infatti, l’arte contemplativa si pone al centro della cosmologia dei Padri della chiesa: la visione dei lógoi archetipi, dei pensieri di Dio sugli esseri e sulle cose, costituisce una teologia visiva, una iconosofia. Ogni cosa possiede il suo lógos, la sua parola interiore, la sua determinazione strettamente legata all’essere concreto. Questo legame è posto dal fiat(l’imperativo “sia”) divino; esso è la corrispondenza adeguata e quindi trasparente tra forma e contenuto, il suo lógos; la loro intima compenetrazione, la loro coincidenza segreta si rivela in termini di luce e costituiscono la bellezza. La bellezza della icona sta nella trascendenza e nell’immanenza divina. Quest’arte, tipicamente orientale della cristianità ortodossa, rappresenta la possibilità che il trascendente platonico possa rendersi visibile nel mondo mediante un processo ascetico di purificazione e di accoglimento del soprasensibile.

Ora, se nella cultura cristiano-orientale l’arte dell’icona rappresenta la concreta possibilità di produrre lógoi che raccordano il mondo soprasensibile col mondo sensibile, nella dimensione occidentale si produrrà una scissione del concetto di arte e quindi di ποίησις, scissione che farà emergere i nuovi caratteri dell’arte moderna: l’abitare stabilmente nel nichilismo quale dimora della nuova epoca. Odisseo è ritornato e ritrova la vecchia Penelope, il ragazzo Telemaco, trasformato in complice dei suoi assassinii, i rozzi contadini della sua isola, sterpaglie, vento…

Non so dove mi trovo, ho innanzi un’isola
brutta, baracche, arbusti, porci e un parco
trasandato e dei sassi e una regina.

(Brodskij)

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POESIE INEDITE di Lucianna ArgentinoAppunti per una estetica del lavoro” (2005) con una Nota dell’autrice

Renato Mambor

Renato Mambor

 Lucianna Argentino è nata a Roma nel 1962. Ha pubblicato i seguenti libri di poesia: Gli argini del tempo (ed. Totem, 1991), Biografia a margine (Fermenti Editrice, 1994) con la prefazione di Dario Bellezza e disegni di Francesco Paolo Delle Noci; Mutamento ((Fermenti Editrice,1999); Verso Penuel  (Edizioni dell’Oleandro, 2003),; Diario inverso (Manni editori, 2006), con la prefazione di Marco Guzzi;  L’ospite indocile (Passigli, 2012) con. Nel 2009 ha pubblicato la plaquette Favola (Lietocolle), con acquerelli di Marco Sebastiani. Ha realizzato due e-book, uno nel 2008 con Pagina-Zero tratto dalla raccolta inedita “Le stanze inquiete” e nel 2011  “Nomi” con il blog “Le vie poetiche”. Il suo lavoro inedito La vita in dissolvenza (quattro poemetti- monologhi) è stato musicato dal chitarrista Stefano Oliva e, dal marzo 2011, presentato in vari teatri e associazioni culturali. Dal 2014 collabora con l’Ensemble Acquelibere con lo spettacolo “Almanacco indocile”.

Renato Mambor

Renato Mambor

 Nota dell’autrice

Ho scritto questo libro perché non volevo andasse perduto quanto vissuto durante lunghi undici anni alla cassa di un supermercato. Soprattutto non volevo andasse perduta la memoria, seppur minima, di alcune delle persone con cui sono venuta in contatto. Un contatto vero, umano, che è andato oltre i gesti e le parole che il mio angusto ruolo richiedevano. Poi c’erano i foglietti di carta che affollavano le tasche del mio camice e la penna sempre a portata di mano per rispondere alla mia vocazione alla poesia.

Non soltanto l’uomo sappia quello che fa, ma se possibile ne percepisca l’uso, percepisca la natura da lui modificata”. Sono parole di Simone Weil che auspicava un’etica del lavoro in cui la comprensione del proprio operare e il senso dell’utilità dessero all’uomo il “sentimento del cuore”. Sentimento che, tra gli altri, mi ha sempre sostenuta e in particolare in quegli anni, facendo sì che le centinaia di persone che ogni giorno mi passavano davanti non si trasformassero in una massa informe e indistinta, ma ognuno mantenesse la propria identità perché anch’io mantenessi la mia. E’ stato un dirci umano, un reciproco riconoscerci nell’umanità, nella fraternità che ci rende uguali al di là di tutti i dati contingenti che ci definiscono.

Ho cercato di andare oltre, di oltrepassare l’arida meccanicità che il mio lavoro in sé richiedeva, ho alzato lo sguardo dai numeri del display per incontrare gli occhi di chi mi stava davanti. Ho cercato di vedere le persone così come sono, con le loro debolezze e le loro grandezze e di affidarmi al fatto che non sapevo altro di chi mi stava difronte se non che era il mio prossimo, nel senso più ampio e lato del termine. Un essere umano con la sua storia invisibile, una persona cui dovevo rispetto, attenzione e gentilezza così che quei pochi istanti in cui eravamo in relazione si aprissero a un tempo altro. Ho cercato di “scoprire tra la polvere quotidiana il granello di purezza che c’è”, è ancora Simone Weil, anche se non sempre ho trovato la purezza, forse perché si esprime solo a sprazzi, in attimi che pure esistono e quando arrivano illuminano il tempo, ne levigano il senso. “L’arte è conoscenza. O meglio l’arte è esplorazione. Il trionfo dell’arte è nel condurre ad altro da sé: alla vita in piena coscienza del patto che lega la mente al mondo”. Dice ancora Simone Weil che riteneva che la grandezza dell’uomo risieda nella sua capacità di “ricreare la sua vita”. Cosa che l’uomo può fare “attraverso il lavoro che forgia la natura per produrre i mezzi di esistenza; tramite la scienza che traduce in simboli l’universo; tramite l’arte alleanza tra il corpo e l’anima”. E questa alleanza è stata ed è per me come un lievito, come quell’attenzione creatrice che “possiede una facoltà sempre identica di proiettare luce su un essere umano qualunque esso sia”.

Patrick Caulfield

Patrick Caulfield

Riconoscere, dunque, in me e negli altri l’esigenza di bene che ci accomuna, attraverso l’attenzione, l’amore e il consenso pe realizzare il bene, dargli evidenza. Il poeta, da sempre, si fa intermediario tra la realtà altra e il mondo e tra l’uomo e l’altro uomo, riportando la mente nel cuore con il proposito di “leggere altrimenti” la realtà che ci circonda. E soprattutto vivendo quel poetare che è “l’autentico far abitare”: poetare in quanto far abitare è un costruire, dice Heidegger.  Costruire dunque uno spazio, un luogo in cui consentire l’av-venire dell’umano, in cui indicarne l’essenza rispondendo a quell’appello incessante e primario che è il linguaggio, attraverso cui il poeta prende la misura del nostro essere sulla terra, sotto il cielo e ne indaga il mistero. Nella scrittura stessa ho vissuto questo nostro essere frammezzo oscillando in una zona di confine, appunto, tra la prosa e la poesia. Probabilmente perché la vita vive di queste oscillazioni e perché l’incontro con queste persone è avvenuto in una zona di confine. Io che mi sporgevo al di là del plexiglas della cassa e loro che riuscivano ad andare oltre il camice che mi rivestiva e nello stesso tempo mi spogliava. Mi spogliava di ciò che sono e mi definiva in un ruolo preciso che non richiedeva da me particolari attitudini. Ma l’attitudine all’umano, all’ascolto, la curiosità per l’umano sono profondamente radicate in me e così ho cercato di raccontare, di dire in modo nuovo e pieno il tempo vissuto in quel posto, in un contesto lavorativo non particolarmente soddisfacente. (Ho detto posto e non luogo per definirlo come un semplice riferimento spaziale, in quanto posso ben dire che non era un luogo, ma un non-luogo, espropriato com’era dei presupposti dell’accoglienza, del riconoscimento dell’altro, ma tuttavia divenuto tòpos nell’atto della scrittura). “Le stanze inquiete” perché ho immaginato ognuno di coloro di cui racconto, come una stanza di cui riuscivo a sbirciare l’interno dallo spazio che essi mi concedevano. Visti e detti per inserire loro e me, nel complesso quadro dell’esistenza. Alcuni, quindi, solo raccontati, altri tradotti in spunti per riflessioni e considerazioni sull’umano.

In un testo parlo di “vita in paragrafi” e mi sono resa conto poi di quanto mai sia calzante il termine paragrafo che etimologicamente vuol dire “scritto al lato, annotare in margine”. E se il margine è lo spazio bianco entro cui è inserito lo scritto sulla pagina (simbolo pure del mistero, del non conosciuto, del non visibile che circonda ogni vita) e se il margine è pure la cicatrice di una ferita ecco il perché del mio scrivere e raccontare attorno e dentro questa cicatrice. E in margine annotavo le parole, costruivo un ponte da una sponda all’altra dove anche le sponde seguivano il fluire del fiume. Esercitavo pertanto la mia libertà di persona vivendo quel posto costrittivo attraverso gli altri che si avvicendavano alla mia cassa, ricreavo la loro vita sulla carta e con la loro la mia, in un’aggiunta di senso che fluidificava il mio essere lì in uno stato inquieto ma attento. Uno stare con lo sguardo orientato verso l’umano e illuminato dalla poesia, un oscillare tra il dettaglio realistico e la vibrazione lirica. Sempre in piena consapevolezza del fatto che è necessario seguire la propria vocazione, cioè, e concludo con Simone Weil, occorre: “avere davanti agli occhi la propria vita tutta e prendere la risoluzione ferma e costante di farne qualcosa, di orientarla da un capo all’altro in un determinato senso per mezzo della volontà e del lavoro”.

patrick caulfield

patrick caulfield

(quasi una prefazione di Lucianna Argentino)

Non è facile scrivere poesie. E’ facile semmai dirsi poeti se sia poesia vera poi chi lo sa che già dire cos’è poesia non è questione da poco. Eppure mi appassiona la vita e lascio che le cose mi rovistino lo sguardo e l’anima anche in questo bar di periferia dove assieme al caffè bevo le parole di un poeta morto in un gulag vicino Vladivostok quasi cinque lustri prima che io nascessi che tutto questo fosse che ormai di anni da quella data incerta ne sono passati quasi settanta ma ancora mi parla ancora mi dice sopra il vocio del bar sopra il vocio del mondo. Ma cosa avremo noi da dire a coloro che verranno se è già difficile intendersi parlando figuriamoci poi dirlo in poesia come tento io che non sono laureata e non insegno ma imparo imparo molto anche se di noi mi passa davanti quanto finisce nelle fogne ma pure tanti occhi tante storie perché magari ecco so ascoltare d’altra parte se non sapessi ascoltare che poeta sarei? Eppure temo che tutto in noi passi e scorra via ma devo credere che qualcosa resti e si fermi e sia seme ma poi mi dico pure che credevo che il dolore rendesse migliori e invece no perché il dolore a volte sta tra noi e il mondo come uno scudo e non come un abbraccio. Né credo che la poesia deve tirare giù dio perché dio ce l’ha già dentro semmai deve tirare su gli uomini sollevargli il mento e alitargli nelle narici parole ancora calde di vita fragranti di verità che poesia certo non è solo un fatto di metrica e la libertà del verso è condizionata perché non basta andare a capo. A capo di che poi se siamo in un tempo senza capo né coda a capo di me stessa almeno anche se ho una biografia stanziale ma fitta fitta di anime e di corpi e dunque nomade nell’essenza e allora scrivo. Scrivo perché poesia è la casa e la strada che ad essa mi conduce.

(settembre ottobre 2005)

kate-moss-to-cover-the-60th-anniversary-edition-of-playboy

kate-moss-to-cover-the-60th-anniversary-edition-of-playboy

Oltre le porte scorrevoli
a vegliare il sopire del canto
nel corpo stanco delle ore
– ore di veglia ore di allerta –
c’è una mendicante a chiedere sole
e aria nuova per la parola convalescente
nel fondo di una gora turchina.
Parola senza lingua né cittadinanza
alla vita della pagina s’avvinghia.

Sulla strada, intanto, uomini
abbattono robinie
e piantano ciliegi da fiore.

*

Sto qui senza vocazione, ma ogni giorno rispondo,
ogni giorno, pellegrina dell’umano, vado di volto in volto,
piegata al sì dagli occhi e quando l’anima stanca
cede al disamore li faccio tornare bambini,
li riconsegno all’infanzia o a Dio,
così mi stanno dentro per amore e non per dovere.

*

Nell’aiuola del parcheggio un gatto si rotola nell’erba in pieno sole:
mi consola il suo essere lì, perfettamente aderente all’attimo presente.
Verde anche il mio camice in cui sto dentro poco arresa,
eppure sorrido alla donna che mi mostra la foto del nipote,
coprendo col pollice il volto della mamma
e rivolgendomi uno sguardo mesto
si giustifica mia figlia è una ragazza madre.

*

Tu mi capisci, è vero? mi scuote una donna,
che ascoltavo distratta e stanca,
mentre ripone la spesa nella busta,
sollecitando in me un’intesa improbabile
perché capisco poco di quanto intende
oltre il suo sguardo, intriso di probità
e di tiriamo avanti, ma verso dove
se non c’è strada diversa da prendi tre e paghi due,
se il risparmio è risparmio anche di sé?
Non immagina, dunque, la donna
che mi è più complice lo sguardo vacuo di Martina
– bambina senza terra, bambina marina –
e le sue domande sciocche, cantilenate,
quasi che le parole resistano a quell’uso
per poi arrendersi alla poesia dei suoi occhi
e cedere benevole al suo respiro.

Gli stivali servono per parecchie cose per tenere caldi i piedi

Gli stivali servono per parecchie cose per tenere caldi i piedi

Signorì che bel sorriso! Grazie!
si stupisce del dirsi nuovo del tempo
un’anziana signora, si ferma e un poco si ristora,
mi cerca negli occhi e si trova.

*

a Massimo M.

Si frantuma il tempo quando l’uomo mi racconta del suo male
e chiede perché proprio a me? come se essere me fosse un privilegio,
un sicuro rifugio dagli scrosci del destino.
Ma c’è l’altro che non cede e chiede invece perché a me no?
quale merito o quale predestinata grazia m’avrebbe dato scampo?
Domanda da una ferita che risana il tempo.
*

Mi buttava via le bambole, mi racconta Pamela di suo padre
con uno smottamento che le fa più neri gli occhi.
Ma ora che non può più farlo ne ho la stanza piena!
Amara la rivalsa in quel rullio di nave
scossa dalle onde, ma tese e gonfie le vele,
le guance paffute e lei, bambina, piange senza capire
e si sente buttata via con le sue bambole.
*

E’ questione di buon senso. Non credi?, dice la donna all’amica
che annuisce ma come assorta in altro.
E penso che più che buon senso un senso buono potrebbe farci strada,
essere varco verso quel piegarsi pietoso, quel corpo genuflesso in noi
che non ha nome e non si può invocare,
ma lo senti a perdifiato, lo tocchi dal rovescio.

*

Faccio la mia parte non solo di respiro e mandibole,
raccolgo quanto gli altri perdono, scambio messaggi con gli occhi,
le mani e il fiato. Il lampo umido di uno sguardo
così come il ronzio di un insetto, mi svelano preziose teorie sul mondo.
Qui, un poco discosta, sotto l’ombra ardente della penna
che brucia tra le dita ma mi traccia la coerenza
e prova a dire no all’indifferenza.

*

Ha un senso vivere e lavorare se una bambina mi guarda a lungo
e poi mi dice sei bella e alla sua voce io di lei mi accorgo
e del suo sguardo fermo su me assente
e sanata risalgo al mio presente. E le sorrido pure se so
che non è bello il mio viso stanco, annoiato
e a disagio per il mio scoperto esilio per quell’asilo in me la benedico,
per i suoi occhi patria al mio foglio là in apnea e all’inchiostro calmo
che spero sia tempesta.

lucianna argentino

lucianna argentino

Volevo stare nella tua pancia. Non volevo uscire, così non mi strillavi,
così mi divertivo. E’ meglio che ci rientro adesso…
Lei, piccola, vicina al principiale, alla divaricata origine,
sul seggiolino del carrello alla mamma e a me
che da qualche parte sono poeta
e gioco anch’io a rientrare nella pancia di questo mondo.
A me che se mi tappi la bocca,
se mi leghi la destra mi estinguo e non rinasco.

.
(Alcuni)

Vibrano piano, stanno in me
come un granello di sabbia
nell’ingranaggio di un orologio,
anime al macero, anime asfittiche
di case da tempo chiuse.
Si portano dentro un dio abortito.

(Altri)

Vibrano forte, stanno in me
come la mano di un padre
che ti spinge sull’altalena,
anime ariose, anime senza età.
Li abita un dio partorito ogni giorno.

*

Mauro mi arriva
dall’altra sponda dell’Appia
nel riparare del tempo
verso un nuovo assetto
per la pausa colazione del mattino
il quarto d’ora perfetto
a parlare della vita e di come viverla
a somiglianza della piena esattezza del fiore
e della sua alleanza con gli insetti e il vento.
Nella vulnerabile fedeltà al cuore
offriamo una tregua al diverbio del sangue,
riconciliamo il respiro con la vita
calzando numeri e poesia.

*

Oggi ti ho tradito, ma vado di fretta.
Da te c’è troppa fila.
Mi salutano così
quelli a cui sono familiare o simpatica.
Non se ne vanno facendo finta di niente.
Si scusano, mi rassicurano
e si rassicurano, a loro volta,
di essermi familiari o simpatici.

*

Annaspa nel dolore questo tempo sfiancato
quando Anna mi dice oggi è una giornata no
e mi risale in gola e s’annoda la volta in cui mi raccontò
che il marito non esce più di casa,
che passano notti insonni da quella sera di gennaio
in cui gli ammazzarono il figlio, carabiniere,
a Bologna, quartiere Pilastro.

*

Mi porta via di qui l’incanto improvviso
e piccolo – da stare tutto nella pupilla –
di palloncini colorati che parlano al vento
del baluginare intontito dell’infanzia.
Pesci, cavalli, conigli, conversano con l’albero
e con la luce, fanno pianure e Antonio,
che poi li legherà ai polsi dei bambini, non ne sa nulla.

*

Com’è il cielo oggi?, mi chiede Giuseppe,
un vecchio cieco che incontro al mattino andando al lavoro.
Spesso sono tentata di rispondergli che non lo so,
che me lo chiedo pure io com’è il cielo. Quel cielo che lui sente prossimo,
quel cielo che una granata gli ha frantumato.

*

 brocca, Patrick Caulfield

brocca, Patrick Caulfield

Ha le unghie laccate d’argento lunghe
e lunghi capelli castani, le sopracciglia rasate
e ridisegnate, un seno di estrogeni
sotto la maglia scollata, la pelle depilata
e negli occhi ancora il fiato della notte.
Latte e biscotti per scomparire nel giorno,
per darsi al sonno degli antenati
scrollati via dalle vene.

*
Gli odori mi commuovono, mi raccontano vite
diversamente vissute. Stimolano le ciglia olfattive
calcano emozioni, sorprendono la memoria,
o nauseano l’amigdala ma sempre scavano nicchie di pietà.
Poi c’è Silvia che spruzza del deodorante
dopo che una barbona è passata alla sua cassa.

*

Cosa dell’uomo che mi sta davanti? Il cappello di panno grigio?
la cartella a quadri che tiene sotto il braccio?
il giaccone verde? gli occhiali di metallo? le mani nodose e arrese?
Questo che ci fa diversi o questo che ci lega?
Il garrito delle rondini, i clacson delle automobili?
Il vociare della radio, le folate di vento, la pioggia leggera?
O il battito del cuore come un incessante appello?
Eppure sento mio anche il suo aspettarsi solo il pane quotidiano
e un po’ di sole la domenica mattina.

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Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Antologia Poesia italiana, critica dell'estetica

POESIE di Carlo Bordini “Poema a Trotzky” da I costruttori di vulcani – Tutte le poesie 1975-2010, Luca Sossella, 2010 pp. 490 € 20 e “Formaggius” (inedito) con un Commento di Giorgio Linguaglossa

Karl Hofer Tiller Girls Kunsthalle in Emden Stiftung Henri und Eske Nannen und Schenkung Otto van de Loo

Karl Hofer Tiller Girls Kunsthalle in Emden Stiftung Henri und Eske Nannen und Schenkung Otto van de Loo

 Carlo Bordini è nato a Roma, dove vive, nel 1938. Ha insegnato storia moderna presso l’università di Roma “La Sapienza”. Ha pubblicato diversi libri di poesie. Tutte le sue poesie fino al 2010 sono state raccolte nel volume: I costruttori di vulcani – Tutte le poesie 1975-2010, Luca Sossella editore. Può essere acquistato su Amazon (cliccando Amazon Carlo Bordini) o chiedendolo all’editore. (cliccando Sossella Bordini). Ha pubblicato in inglese l’e-book di poesie Gestures, e in tedesco l’e-book Gedichte. Due volumi in francese sono stati pubblicati dall’editore Alidades, e altre poesie sono presenti sul sito Dormirajamais di Olivier Favier. Recentemente, per Kindle edizion, è apparso l’e-book Epidemia.

In rete, tra l’altro, un’antologia in e-book gratuito,http://www.poesia2punto0.com/2011/09/11/carlo-bordini-quaderni/   una versione alternativa del poemetto Polvere, http://issuu.com/poesia2.0/docs/quaderni_-_bordini_polvere

alcune poesie inedite, https://moltinpoesia.wordpress.com/2013/05/22/gli-altri-ulisse-n-16-sulle-nuove-metriche/, https://moltinpoesia.wordpress.com/2013/05/22/gli-altri-ulisse-n-16-sulle-nuove-metriche/, http://www.leparoleelecose.it/?p=16059, http://www.nuoviargomenti.net/poesie/arti-marziali/

È di prossima uscita un volume di poesie in spagnolo, Polvo, che uscirà a Lima per l’editore Lustra. Ha pubblicato, in prosa: Pezzi di ricambio, Empirìa (racconti e frammenti). Manuale di autodistruzione, Fazi. Gustavo – una malattia mentale (romanzo), Avagliano. Ha curato, con altri, Dal fondo, la poesia dei marginali, Savelli, ristampato da Avagliano; e Renault 4 – Scrittori a Roma prima della morte di Moro, Avagliano. Uscirà tra breve, con Luca Sossella, il romanzo Memorie di un rivoluzionario timidowww.carlobordini.com/

Sculture lignee raffiguranti mani femminili

Sculture lignee raffiguranti mani femminili

Commento di Giorgio Linguaglossa

Il tratto caratterizzante della forma artistica del Moderno va individuato, secondo Foucault in quell’opera fondamentale che è Les Mot et les choses, nel concetto di Rappresentazione (Darstellung) attraverso la diagnosi di Las Meninas di Velazquez. I termini del problema sono presto detti. Esso sta nel fatto di rappresentare lo stesso atto della rappresentazione, «pittore, tavolozza, grande superficie scura della tela rovesciata, quadri appesi al muro, spettatori che guardano; da ultimo, nel centro, nel cuore della rappresentazione, vicinissimo a ciò che è essenziale, lo specchio, il quale mostra ciò che è rappresentato, ma come un riflesso così lontano, così immerso in uno spazio irreale, così estraneo a tutti gli sguardi volti altrove, da non essere che la duplicazione più gracile della rappresentazione».
Tutte le linee del quadro convergono verso un punto assente: vale a dire, verso ciò che è, a un tempo, oggetto e soggetto della rappresentazione. Ma questa assenza non è propriamente una mancanza, è piuttosto quella figura che “nessuna” teoria della rappresentazione è in grado di contemplare come suo momento interno. La caratteristica della rappresentazione alle origini del Moderno sta dunque nel fatto che il soggetto della rappresentazione, il produttivo “fuoco” che la sorregge, le coordinate, si colloca al di fuori della rappresentazione stessa.
L’absentia segnala dunque in Foucault la chiusura di ogni representatio. Nessuna teoria della rappresentazione è, in quanto tale, in grado di includere nel suo circolo il Soggetto-sostegno della rappresentazione. L’osservatore, per cui la rappresentazione è allestita, non può osservare se stesso, ma solo il suo simulacro, o, come in Las Meninas, la sua immagine riflessa nello specchio.
La forma-poesia dell’età moderna rientra in questo schema epistemologico: il soggetto viene ad eclissarsi, viene detronizzato della sua presunta centralità e la sua visione diventa strabica, eccentrica, parziale, s-focata, fuori fuoco, fuori gioco, insomma, non è più centrale, ha perduto la sua centralità… ma questa intrinseca debolezza del soggetto, della centralità del soggetto, invece di rivelarsi una debolezza ontologica può, paradossalmente, riabilitarsi in una nuova volontà di potenza, in una nuova messa a fuoco del problema della rappresentazione e del soggetto che sta al di fuori di essa. In una parola, in una continua de-angolazione prospettica tipica delle moderne (o meglio post-moderne) forma-romanzo e forma-poesia.

bello le mani

È proprio il concetto di de-angolazione prospettica quello che vorrei mettere a fuoco nella poesia di Carlo Bordini. La de-angolazione prospettica è quella strategia di messa in opera di un testo letterario che ha un inizio ma non una fine, non solo, ma che all’interno dello sviluppo del racconto non si dà un filo conduttore stabile ma un susseguirsi di punti di vista, di angolazioni prospettiche che confluiscono in un sistema di scrittura, appunto, caratterizzata dalla de-angolazione prospettica; particolarità costruttiva che investe sia la forma-poesia che la forma-narrativa odierne.  Caratteristica della poesia di Bordini è il suo procedere per «tagli» del soggetto e della «materia» (e successivo montaggio dei «tagli»), per dis-locamento dell’io parlante, per «lapsus» dell’io, per «sviamenti» e «deviazioni» dall’ordito principale del discorso; c’è insomma, un clinamen che va a zig zag, di qua e di là, che porta il discorso poetico attraverso continui deragliamenti di senso e di direzioni, quasi che il senso, se senso c’è del discorso dell’io, fosse possibile afferrarlo soltanto tramite una serie continua di deviazioni e di smarcamenti dal filo del discorso, mediante illogicismi, inserzioni di onirismo, di surrealtà, di abnorme, di cronaca, di lacerti del quotidiano, di relitti linguistici che galleggiano in un mare di prosasticità. Ecco spiegata la ragione profonda del prosasticismo dello stile di Carlo Bordini (oltre ad essere l’opzione prosastica una difesa contro ogni di sospetto di inautenticità del discorso): da un lato il desiderio di forgiare un discorso perfettamente intelligibile e diretto che raggiunga il lettore nel più breve tragitto possibile, dall’altro, dalla esigenza di smarcarsi da una lettura prosastica attraverso una continua serie di s-marcamenti e di fuori-questione, di tematismi apparentemente estranei all’ordine del discorso. Ciò che fa questione in un testo di Carlo Bordini è il fuori-questione, è il suo modo peculiare di attingere l’indicibile del discorso ma con una strategia materialistica ottimamente mirata, aliena dalle suggestioni di figurativismi impropri e inopportuni. L’ironia di Bordini non è mai esterna al dettato ma è interna, intrinsecamente agganciata agli enunciati delle tematizzazioni poetiche, una ironia che investe il quid di inautenticità della «materia» trattata. Di qui una poesia militante, caratterizzata dalla attenzione al referente, e comunque apparentemente distante dalla figuratività e dall’impiego di retorismi. Tuttavia, a ben leggere, si tratta di una scrittura sorvegliatissima, attenta alla efficacia dei parametri retorici che pur utilizza ma come in sordina, senza darlo a vedere, quasi sottogamba e in modo incidentale.

Trotsky

Trotsky

Carlo Bordini è nato a Roma nel 1938, fa parte di quella generazione di poeti romani o romanizzati come Valentino Zeichen, Patrizia Cavalli, Renzo Paris, Dario Bellezza, Luigi Manzi nati rispettivamente, il primo a Fiume nel 1938, la seconda a Todi nel 1947, il terzo a Celano nel 1944, il quarto a Roma nel 1944; il primo esordisce con Area di rigore (1974), la seconda con Le mie poesie non cambieranno il mondo (1974), il terzo con Frecce avvelenate (1974), il quarto con Invettive e licenze (1971), il quinto poeta, Luigi Manzi nasce a Morlupo e pubblica su Nuovi Argomenti nel 1969 e in volume nel 1986 La luna suburbana. Si tratta di poeti caratterizzati (tranne Luigi Manzi) da uno scetticismo nei confronti della poesia, che si avvalgono di un «riduttore» stilistico e mitopoietico, che demarcano un nuovo tipo di poesia che fa proprio il prosasticismo, il ritorno al privato, al domestico, all’ironia, ad una oggettistica desublimata e corriva, ad ambientazioni urbane e familiari, tutte tematizzazioni fortemente distaccate e scettiche rispetto alle problematiche fortemente impegnate della precedente generazione dei Pasolini, dei Libero De Libero etc. Paradossalmente, il più anziano tra questi poeti è proprio Carlo Bordini, e si può dire che è grazie a questa sua anteriorità che egli è rimasto libero di sottrarsi alla sproblematizzazione tematica e stilistica della generazione che immediatamente segue mantenendo un tono fortemente critico nei confronti dei processi politici di modernizzazione del paese e nei confronti delle modernizzazioni stilistiche che la generazione a venire metterà in atto. Inoltre, Bordini vive in pieno la contestazione del ’68, fa proprie le istanze di opposizione radicale associandosi per dieci ad un gruppo trozkista. Durante questo periodo Bordini non si occupa né di poesia né di letteratura, rigetta in toto la scrittura letteraria. Quando la riprende sono ormai trascorsi dieci anni, il paese è cambiato, siamo agli esordi della restaurazione craxiana degli anni Ottanta in pieno mito di crescita economica e della società dell’affluenza. Si può spiegare così, in grandi linee, la sua relativa solitudine e la strada tutta in salita che Bordini si è trovato a dover affrontare per via della sostanziale difficoltà di ricezione della sua poesia in un quadro di sensibilità che prediligeva storicamente un tono diminutivo, blasé, scettico, ironico e aniconico, che optava insomma per un riduttore stilistico. E siamo arrivati alle propaggini iniziali di quello che sarà il minimalismo della poesia romana che egemonizzerà il modo di intendere la poesia nella capitale negli anni seguenti fino ai giorni nostri.

carlo bordini copRicorda il prefatore del volume I costruttori di vulcani Tutte le poesie 1975-2010 di Carlo Bordini, Francesco Pontorno, che «il primo ad accorgersi di Bordini fu Enzo Siciliano. Il critico, in un articolo del 1975, discorreva della nuova generazione di poeti, credendo che Bordini fosse molto giovane. Ma Siciliano era nato nel ’34 e Bordini è nato nel ’38». L’equivoco fu favorito dalla lettura giovanilistica dei versi di Bordini, quando invece era chiaro che si trattava di un autore letteratissimo che consapevolmente abbassava il piano del lessico a livello della prosa e lo stile ad un gradiente minimo di tonalità enfatica.

La poesia che presentiamo, «Poema a Trotsky» è tipica del modo di procedere di Bordini. Trotsky viene presentato in parallelo alla storia dell’Autore, entrambi perdenti ed entrambi passati alla storia per motivi diversi ma uniti, appunto, in quanto perdenti. Perdente Trotsky al pari del campione di scacchi Aleckin, campione del mondo degli scacchi ma perdente in vita. Appunto come l’Autore. Le storie di Bordini, sono storie a perdere, i suoi personaggi, sono tutti personaggi a perdere, che hanno perso, e che perderanno, sono personaggi che non sanno far altro che perdere. E questa è la loro vittoria.

 

Trotsky

Trotsky

da Carlo Bordini I costruttori di vulcani – Tutte le poesie 1975-2010, Luca Sossella, 2010 pp. 490 € 20

Poema a Trotsky

E cosa avrai mai pensato
ucciso dai tuoi stessi fratelli
braccato dai mitra proletari
un sapore di dolce e d’amaro
un sapore di sangue in bocca
che cosa mai avrai pensato degli uomini
se pure hai pensato Leone Trotsky

Nel 1918 Trotsky era a capo
dell’esercito rosso. Aveva dovuto organizzare,
come è noto, un esercito dal nulla.
Aveva organizzato una cavalleria fatta da
operai,
utilizzato lo spirito patriottico di molti ufficiali
zaristi,
organizzato l’azione di bande che agivano isolatamente,
ecc. Aveva dovuto
essere furbo, astuto, spietato, e
lungimirante.
Seppe che Aleckin, campione del mondo di scacchi,
e uno dei più grandi genii, del mondo degli scacchi,
grande maestro internazionale,
era in prigione a Mosca.
L’andò a trovare e lo sfidò
a una partita.
Aleckin, timoroso, cominciò
a giocar male.
Trotsky gli disse: se perdi,
ti faccio fucilare.
Fu l’arroganza di satrapo
o l’esaltazione della lotta
a suggerirgli questa frase indubbiamente ironica?
Aleckin voleva perdere?
Trotsky voleva forse perdere?
Entrambi volevano forse perdere?
Mi ha sempre colpito questo incontro
tra lo stratega e lo scacchista
come la partita a scacchi tra il cavaliere
e la morte
(c’è un bellissima fotografia di Tito
che gioca a scacchi).
Trotsky voleva perdere?
La sua anima ebrea concepiva già
il terribile esodo?
Aleckin vinse. Poco più tardi
fu liberato ed emigrò a Parigi.
Fu campione del mondo
dal 1927 fino a poco prima
della morte. Si suicidò nel
’46, accusato
di collaborazionismo coi tedeschi.

Carlo Bordini

Carlo Bordini

Nella mia gioventù sono stato
trotskista per molti anni. (gli anni migliori). Soggiacqui
al fascino di Trotsky,
uomo sconfitto.
Soggiacqui a questa angoscia della sconfitta
a questo fascino dell’angoscia della sconfitta,
quest’uomo sconfitto,
doppiamente sconfitto,
Io studente soggiacqui.
Quest’uomo nobile e dolente,
e insieme forte,
io che ho avuto un padre
generale, e fascista, e non molto affascinante,
Soggiacqui.
Ora ti rivisito
e vedo me stesso.
La tua ferocia purificata dalla morte,
Fosti un padre
pulito,
un esempio,
una figura nobile,
Un guerriero
che sa morire.
Io che non sapevo assolutamente che fare della mia vita,
scelsi la tua morte
permeata di intelligenza.
Tu, intellettuale ebreo radicale,
pedante,
cristallizzato e andato in briciole,
padre dolente
nuovo Gesù e Cristo.
Il fascino del martirio
m’ipnotizzò studente.
Mi affascinò l’uomo tagliente,
quasi pirandelliano,
capace di esprimersi
in frasi lapidarie,
“Né pace né guerra”
“Proletari a cavallo”.
Come tanti anche tu morivi per gli altri
nobile cavaliere
anch’io ho mangiato un pezzetto di te.
Troppo velenoso è il tuo nutrimento.
Uomo dall’equilibrio
sempre spostato in avanti
in moto incessante
forse volevi cadere (in avanti).
E il bello era che avevi ragione
o almeno avevi in gran parte ragione.
Mi rannicchiai nella tua ragione, perché avevi ragione,
ma tanto, era ormai una ragione sconfitta, e così,
vivevo nella parte di dietro della storia, e stavo comodo.
Nessuno poteva disturbarmi. Tanto ormai tu eri morto.
Io avrei dovuto aspettare ancora qualche diecina d’anni per morire
e intanto mi tenevo la ragione. Studente, decisi così.
Eppure la tua razionalità radicale era eroica
comodo vivere dell’eroismo altrui. Così morii vivendo.
Poi rinacqui. (Non potevo rinascere se prima non morivo). dalla tua morte
cosa rinasce? Nulla. Una sola frase, una sola
parola,
“O socialismo o barbarie”. La ragione sconfitta ha la sua rivincita.
[Rivincita orribile, tragica rivincita, tragica consapevolezza, ] annichilante
profezia. Vissi grondante di morte, sapendo quello che sarebbe
venuto, ed ora che la barbarie
dilaga, e il tuo ottimismo cade,
non cade la tua intelligenza. Intelligenza sterile. È vero: o socialismo
o barbarie. La barbarie dilaga,
o socialismo o barbarie. Io lo sapevo e fingendo
ottimismo rivoluzionario
contemplavo la catastrofe della Storia.
Forse volevo perdere anch’io, come la storia che ho raccontato,
che non so se è vera,
ma mi ha affascinato
Trotsky, capo dell’esercito rosso, sfida il
campione del mondo di scacchi, entrambi
vogliono perdere, entrambi perdono, finiscono
tragicamente, ma che bello,
che bello scegliere la parte perdente, morire per procura
attraverso
gli altri,
suicidarsi in effige
(in quel periodo avevo pensato al suicidio come possibile
strategia
del mio senso di inutilità)
e poi incontrai l’articolo di giornale che parlava di questa
partita a scacchi
e ne fui
affascinato
adesso sono molto diverso da quando ho cominciato questa
poesia
so molte cose
e tante altre poi che non sono scritte qui
in quel periodo c’era anche una ragazza bionda un amore sfortunato
ho giocato troppo coi sentimenti degli altri
Non è vero: vissi una situazione di millenarismo,
per questo vi rimasi tanto tempo.
in questo mondo che scade verso la barbarie

.
Formaggius

Finita è l’illusione dell’amore:
ci ritroviamo, Egidio, con le nostre miserie
di tutti i giorni,
compagne care nostre, familiari
ai nostri lunghi pomeriggi vuoti.
In frotta ci vengono incontro, le riconosco tutte:
hanno il sapore dei ricordi, sono
noi stessi.
Siamo tornati a casa, apriamo le finestre:
su, riconosci, guarda, la poltrona, il tavolino,
e gira per le stanze ancor deserte, spalanca
le finestre: siamo a casa!
Guarda lo studio, guarda
la camera da letto, ancora intatta come la lasciasti, guarda
tutta in disordine, con la chitarra sopra il letto,
che strano, guarda
il libro che leggevi quando partisti,
sul tavolino ancora…
Siamo sinceri con noi stessi:
questa è la nostra vita.
Ora si cena, poi si gioca a carte,
e poi stasera penseremo forse
alla villeggiatura ormai lontana.
– Strano, soltanto ieri… –
Alla villeggiatura bella e artificiosa che si chiama amore.

(Inedito)

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SEI POESIE di Stelvio Di Spigno da “Fermata del tempo” (Marcos y Marcos 2015) con un Commento di Umberto Fiori

città tramStelvio Di Spigno vive a Napoli dove è nato nel 1975. È laureato e addottorato in Letteratura Italiana presso l’Università “l’Orientale” di Napoli. Ha scritto la monografia Le “Memorie della mia vita” di Giacomo Leopardi – Analisi psicologica cognitivo-comportamentale (L’Orientale Editrice, Napoli 2007). Ha collaborato all’annuario critico “I Limoni” con recensioni e note sotto la guida di Giuliano Manacorda. Per la poesia, ha pubblicato la silloge Il mattino della scelta in Poesia contemporanea. Settimo quaderno italiano, a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos, Milano 2001), i volumi di versi Mattinale (Sometti, Mantova 2002, Premio Andes; 2a ed. accresciuta, Caramanica, Marina di Minturno 2006), Formazione del bianco, (Manni, Lecce 2007, finalista Premio Sandro Penna), La nudità (Pequod, Ancona 2010), Qualcosa di inabitato, con Carla Saracino (EDB, Milano 2013).

dalla prefazione di Umberto Fiori

Lo confesso: nomi e cognomi agiscono su di me come allarmanti radiazioni, si insinuano nel mio cervello e risuonano volta a volta come lusinghe, esorcismi, implorazioni, proclami. Quando conobbi Stelvio Di Spigno (nel 2001, alla presentazione del Settimo Quaderno Italiano di Poesia Contemporanea a cura di Franco Buffoni) le generalità di quel ventiseienne, nella mia testa, si associarono all’impressione che mi facevano i suoi versi e la sua presenza. Nel quinario petroso e allitterante mi pareva di riconoscere i caratteri della sua poesia e della sua personalità: ai miei nervi, st e sp dicevano rigidità e iattanza, i uno stridìo, gn una torsione, una dolente contrattura. Nel nome, tornanti e rupi incombevano; spigoli e spine premevano nel cognome, dove nuotava candido e superbo un cigno mallarmeano. Allucinazioni morbose, certo. Ma i testi sembravano confermarle. Oggi, a distanza di più di un decennio, in questo Fermata del tempo, la mia fantasia delirante deve ricredersi. Di Spigno è cambiato.

In questo nuovo libro, niente più spigoli e torsioni: un racconto sofferto, disarmato, senza schermi, che va incontro all’amaro a viso aperto, raccogliendo ciò che resta degli anni. La musa di Di Spigno è – classicamente – figlia della memoria. Il suo sforzo è quello di frenare o addirittura di arrestare il flusso del tempo, di illuminarne una fermata, appunto, per chiarire un’identità che rischia di perdersi, travolta dal corso caotico e inconcludente dei giorni. L’io lirico non si astrae, non si sublima: è nell’ordinario della vita e degli affetti che cerca le proprie «radici sepolte». Ecco allora i nonni, le prozie, la madre, una Napoli intima, sobria, mai convenzionale, mai trasfigurata. Ambienti e personaggi si presterebbero a un gioco crepuscolare; ma qui non c’è gioco, non c’è ironia, non c’è compiacimento: c’è invece una dolentissima serietà, che fa pensare a volte allo Sbarbaro di Pianissimo, soprattutto alle poesie dedicate al padre e alla sorella. Come Sbarbaro, Di Spigno non bara, non ammanta di letterarietà il suo personale rovello; è capace di nominare le cose senza cercare di straniarle o di nobilitarle coi magheggi e coi fiocchi del “poetico”. Tutto il libro è percorso da una religiosità mai esibita, ma anche da una collera trattenuta: collera contro il mondo inautentico, la sciatta iniquità, la banalità, la falsità corrente (leggendo, pensavo che il cognome più appropriato per questo nuovo Stelvio sarebbe Di Sdegno). Ma la collera – per quanto sacrosanta – non riesce a prevalere: alla fine, la speranza si riaffaccia. Fermata del tempo è il racconto di un passaggio dall’adolescenza all’età matura, di una iniziazione al Vero (di Leopardi Di Spigno è stato ed è studioso) che schiva alla fine l’abisso del nichilismo. Il male di vivere è là, solido e trionfante, ma la poesia sa affrontarlo ad occhi asciutti, sa addirittura cantarlo.

Stelvio Di Spigno Fermata-del-tempo Copertina
Fotografie dell’epoca assoluta

.

Vittorio insieme a Bianca, Anna, Giovanni
in eterno sposato a Concetta e Giuseppina
col suo corsetto a vita di vespa nel ritratto,
non pensavo che infine tutti voi
sareste finiti lì sul secretaire
dentro cornici di ferro istoriate,
con accanto ceri, lumini, santini e preghiere,
ma niente può impedire che domani
sarà un giorno di aprile del ’40,
e tutti noi tornati ventenni e atomizzati
ci incontreremo ai Tribunali o a Piazza Borsa,
con i vostri paltò e le vostre ghette e spille,
dove un sidecar ancora misura il senso
dell’onore, del decoro, del bruciore della vita,
con l’amore che è una pergola di rose
nell’antico tesoro di una piazza napoletana,
in mezzo al fumo che sa di ritorno e baci,
di riconoscenza per esserci stati,
o più semplicemente di umiltà prenatale
rocciosa e inebetita, un salto tra i pineti
che accoglieranno tutti i nostri corpi
nel giro di valzer di un fascio di decenni,
dalla luce di casa a quella della sera,
dal silenzio del sonno a quello della fine,
dalle lacrime scioccanti alla risurrezione.

.

Galleria
 .
Forse hai capito quale festa ti dà gioia,
se Ognissanti o Natale, mentre previeni
il vento ottuso del porto, con tutti
quei presepi di barche e budelli,
e fuori c’è l’aria secca dei palazzi, e sembra che il Vesuvio
bruci elettricità nell’atmosfera: un giorno
andammo con mio nonno a leggere le pietre
nella grande vasca della stazione,
e su di loro c’era un volto napoletano.
Città di fame immonda e solo da guardare: oggi
lavoro lontano, non posso vederti invecchiare,
hai un saluto per tutti nelle tue asole bollenti,
e passi in umiltà senza domandare
che i tuoi arrivi siano scaltri la sera, che si disfi
quella mole di infamia che ti fa nera, che una mano
infili nel fitto dei tuoi vicoli una riserva umana
di latte impiantato tra colli e caserme.
Ogni volta che hai pianto ti ho visto
perdere a dadi ogni verginità, e come
se fossi una madonna abbandonata
in una delle mille edicole di quartiere,
ho cercato la tua essenza da amare
dentro un barattolo di complimenti a ore,
sapresti regalarmi ancora un po’ di castità,
fermarti dove si passa dal diluvio alla sciagura,
essere in tempo per salvare ancora te
dalla tua storia e insieme prendermi e farmi
ancora tuo, come quando ero
uno dei tuoi fantasmi arroventati.
Stelvio Di Spigno

Stelvio Di Spigno

Il pranzo dalle zie
 .
Sapere che non verrò più da voi,
come facevo ogni sabato a pranzo,
ai tempi del liceo, ma anche prima e dopo,
fino a quando zia Velia scappò via
e divenne una lavagna del cielo,
ancora mi rende schiavo dell’amore
di rivedervi nella vostra casa,
con la radio, il telefono, i parati,
tutti comprati o abitati da almeno quarant’anni;
e quanto era forte il laccio che ci univa,
lo scopro ora, quando il sabato mi sveglio
contento perché so che da voi devo venire,
poi mi concentro, il sonno lascia la mente,
ricordo che non c’è più la casa,
che voi siete in Paradiso e nei ricordi,
e mi viene da piangere e vorrei
salire le scale e vedere cosa provo,
adattarmi a stare senza voi, ma non riesco,
allora tento di capire il perché del tempo,
e perché due angeli come voi
hanno lasciato sola la mia vita
a disfarsi, a dirimere la quantità
di giorni che separa la vecchiaia di tutto
dal mio presente di oggi, la nicchia
sterile dove vivo e dove ricordando
quanto è stato bello starvi accanto,
faccio di me un breve dirottamento
fino al vostro caseggiato,
e torno al mio peccato di un essere solitario
che si chiede quanto ancora ha da patire.

.

Il distacco
a T. C.
 .
Hai coperto bene la paura con l’assenso,
il bruciore di un osso con una cavità entrante
e mancante nella mente, mentre spiegavi
e rispiegavi che non era il tempo, quello, buono
per l’innamoramento e intorno c’era già fruscio
di ricci e castagne e foglie di platino adamantine,
su tutta la strada ragionammo su come salvare
un amore che voleva cominciare, in mezzo
alla plastica e al niente io vedevo il tuo vestito,
il suo colore di rifiuto, le mezze scuse, le mani
che battono sul volante, e tu mi chiedevi
di uscire, di non farti del male, ma da una
vastissima distanza, una danzante valle distesa
ormai tra due silenzi, tra una fine decisa, tutta
di metallo, sentivo il freddo delle tue parole
dall’anima fino alle gengive, e questo solo
è il mio ricordo: non hai portato via niente.

.

Notizie dall’estate

.

Fuoco nell’aria mista a sale e a corpi terrestri
e incostanti. Pedalare, camminare, sterzare con l’auto
per Gaeta, Formia, Minturno. Una curva presa male
e ti ritrovi a Napoli o su una croce. Tutto sa di altro.
Ovunque luoghi troppo cari per passarci l’estate.
Troppo inutile l’estate per passarci la vita.
Dove i miei cari pendevano verso il fresco del mare
ora negozietti e rent car. Fine delle trasmissioni,
con la camicia sbottonata, cerco di essere
invisibile come loro, ma la parete della morte
non si fa attraversare. Loro sono oltre, io dall’altra
parte, non so se partire, restare, pregare
per una vita breve. Estate benedetta, che mi riporti
dove tutto è cominciato. Agosto torrenziale,
che mi fai vedere a figura intera i volti, i templi,
i tempi in cui tutto si è interrotto. Fuoco per ogni dove,
fuoco su di me. Sparate pure, non mi prenderete.
Non ancora, tra le rotonde e le spiagge con nomi
californiani, anche la fine perde l’orientamento.

.

Ballata del giorno normale

.

Il sole è alto nel cielo
come tutti i soli
da milioni di anni a questa parte.
Facciamo finta che sia
una bella giornata,
palpeggiata, accarezzata, irresoluta,
coi suoi splendidi nomi a corollario:
spiaggia, cappuccino, vento a schiera.
Si va a lavoro. Si torna a casa.
Bello l’ultimo chilometro
della solita strada. Gli stracci
della nostra coscienza,
mandati al lavatoio e raggelati,
ora sono puliti e non disperano.
Che bella brezza di mare,
uguale a tutte le brezze
e i fondotinta da qui all’eternità.
Risaliamo il ponte sulla stazione.
Qui c’è casa mia ad Anzio. Se non foste spettri,
voi che leggete queste righe,
vi inviterei a entrare. Invece
ci si vedrà domani. Buon giorno. Addio.
Amore, gioia, lutti e dispiaceri
rimangono muti nelle tasche.
Migliaia di io, dentro la mia mente,
sanno che la vita è tutta qui:
orologio, rumori, amanti devoti.
Milioni di anni sotto i piedi
e nessuno sa dirmi cosa mi aspetta.
Siamo una specie senza predizione.
E col presente non va meglio:
cos’è questo tutto che mi circonda,
quanto è larga la parola destino,
quando incontrerò qualcuno
che mi somiglia.
Anima, sole, castrazione
di ogni volontà.

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POESIE INEDITE di Silvano Gallon con un Commento di Gëzim Hajdari

Balthus la chambre (1954)

Balthus la chambre (1954)

Silvano Gallon, nato a Frosinone nel 1946, vive in Ciociaria dopo aver lavorato per 35 anni presso il Ministero degli Affari Esteri di Roma. Nel 2001 ha fondato con Vincenzo Bianchi e Giuseppe lucci l’Associazione Culturale Akkad, per gli scambi culturali tra l’Italia e la Macedonia ed i paesi balcanici. Con la stessa Associazione ha creato il premio “Il vento della Pace” e dal 2004 è Presidente dell’Incontro Poetico d’Europa.
Ha organizzato numerosi meeting internazionali e, tra essi, il gemellaggio culturale tra Cervara di Roma e Struga (Rep. Macedonia). Ha pubblicato saggi storici, soprattutto sull’emigrazione italiana, e scrive poesie dal 2000.
Come poeta è stato invitato per tre volte al Festival Internazionale di Struga (2006, 2008, 2011), al Festival Internazionale di Parigi (2010) ed a Nis (Serbia)

Commento di Gëzim Hajdari sulla poesia di Silvano Gallon

La poesia di Silvano Gallon sorge dalla vita quotidiana, dalle cose che lo circondano quotidianamente. L’alba, il giardino, la strada, il buio, le ombre, la luce, il verso del merlo, i passi dei passanti, il verde, le stagioni, le voci della collina ciociara, lo scorrere del tempo, sono alcuni elementi con i quali egli colloquia e si interroga sulla propria vita e sul senso dell’esistenza. Silvano è il cantore della quotidianità, è la voce di tutti giorni. Sono versi che celebrano la memoria del percorso umano e la ferita dell’Essere. Amore e gioia, dolori e tormenti, addii e speranze percorrono le pagine del libro, dalla prima all’ultima; tutto si svolge in un silenzio quasi misericordioso, senza enfasi. Il dolore struggente dei versi del poeta feriscono il lettore rimanendo per sempre nella sua memoria. L’intimità del linguaggio e la sacralità della parola fanno di questa raccolta un poema di preghiere e salvezza. Leggendo i testi della nuova raccolta, ci rendiamo conto che ciò che rimane nella vita di un uomo sono proprio i ricordi di un tempo, le radici, gli affetti, i profumi campestri,
tutto il resto non è altro che fatica, abisso, vanità. L’unica coscienza che non ci abbandona mai durante il viaggio terreno, è la nostra ombra; un fuoco inesorabile brucia le attese, i sogni, le speranze, le conoscenze, le solitudini, le ferite, gli addii, inebriandoci con la brezza dell’eternità. E’ per questo che il poeta non si sazia di respirare la vita, per non morire mai.

Antonio Ligabue Falcone bianco

Antonio Ligabue Falcone bianco

quale brigante

vociando parole oscure
ma sì chiare
goffo nel mio sostegno
tremo nelle vene e nelle mani
come fossi al cominciamento
o alla fine dell’abisso

in sì turbata confusione
inciampo sui miei tratturi
rovinando coi passi in un pugno di terra
– ahimé, quale debolezza nell’uomo solo! –
timoroso
quasi arrendevole
tra i confini d’un giardino amico

batte il cuore
si oscura la pienezza del cielo
sotto un vento pungente e schiacciante
tra foglie, polvere e ombre selvagge

quale brigante senza desiderio
assiso su una pietra bianca
divoro la mia forza vitale
fuggendo tra un male e il peggio
mentre una gemma nuda azzurra
mi dona forza e speranza

.
primo maggio

sale intensa la nebbia
nel silenzio del primo giorno di maggio
che smorza il sorriso d’una tarda primavera
cupa e fredda
da battere i denti
come in autunno

tarda il seme della campagna
nei fiori della vite e nel giallo del grano
i venti, le piogge, la grandine
scagliano nella miseria
questa terra offesa
su cui mi perdo anch’io

tra un passo ed un inciampo
allontano lo sguardo
ferito nei palpiti del tempo
e la mia ombra
orlata ora di dolore ora di calore
lascia il segno del suo passo

raccolgo una goccia di rugiada
regale sulla paterna rosa rossa
luccicano le pupille
umide d’amore

Edward Hopper nudo in interno

Edward Hopper nudo in interno

cardiologia blu

sotto un cielo povero
due gocce tinte di nero
velano le rughe del tuo viso
senza sommergere il sorriso del tuo volto
smarrito dentro un dubbio
serrato in un piccolo grande guscio d’amore

la mia mano asciuga quel lampo
scorrendo poi sulle tue aride labbra
il timore sussulta nei tuoi occhi
prima che tra riso e pianto
un sospiro ci dia coraggio

in me s’attrista tutto di più
perché quella porta blu
ci turba tra un fuggire e un riaprirla
sempre mossi a tornare
per indagare
e curare

per esistere
tra gioia e pena
solamente in preghiera

.
settembre

nel paesaggio
che è meraviglia
brucia
la melodia del mio cuore

mi dolgo
tra freddo e caldo
se mai li provo
soffro
perché non tace
il grido di dolore

dai robusti cotogni
all’improvviso
lontano
dal mondo
e dalla vita
mostro paura
… del precipizio …

qui tutto è pace
tutto è silenzio
sono solo
affaticato
a guardare la notte

.
affanno

tra i peschi ed i cotogni
poggio il palmo delle mie mani
sedotte dai segni della fatica
sul mio cuore percosso ed affannato
come mai aveva sofferto

il cotogno lascia i suoi petali rosacei
leggeri e deboli alla brezza
il mio battito palesa stessa debolezza
dubitando dell’istante
tumido tra male e peggio

cresce il vento
la voce angustiata d’amore
sperimenta un’ultima preghiera
da perdono a perdono
senza più superbia
chino nel peso che curva

l’apparire della luna
accende il cielo d’una luce che seduce
ed in terra su quel viale che smarrisce
si spande ancora pace
che mi sembra eterna

edward-hopper-gas-1940

edward-hopper-gas-1940

armonia

il sangue delle vene
respira il fiato della sofferenza
tutto sospira in un silenzio
muto
eterno

il tempo piange
un momento tremulo
la vita parla d’amore
un momento eterno
il cuore palpita per entrambi
in una felicità trasparente

in attesa

di concedere il mio respiro
suona e risuona
un’anima errante
che brilla al cielo
racchiusa nella luna
colore di miele e cereali

.
fuoco che brucia

spezzo rami secchi
in compagnia dell’orto
trattengo il respiro
che trema in me

la terra si sazia delle mie orme
che la cenere non trattiene
e la fiamma che del demonio è figlia
mi da brividi ad ogni nuova impronta

precipito nelle onde del fuoco
riflesso di ciò che ho perduto
vedo il vuoto della cenere
naufrago nella solitudine

ora brucia nell’animo
anche il mio giardino
accarezzo un fiore secco
dimentico, mi spengo
vedo solo fiori bruciati

s’infrange tutto
nel crepuscolo dei tuoi occhi
si stringe il mio cuore
nel desiderio del tuo amore

Antonio Ligabue (1899 1965) Ritorno ai campi con castello, 1950-1955, olio su faesite

Antonio Ligabue (1899 1965) Ritorno ai campi con castello, 1950-1955, olio su faesite

cuore malato

trabocca ogni alba
il tuo radioso sorriso
luce a luce aggiunge
alla tua parola il sangue s’addolcisce
come frutti maturi del nostro giardino

mi chiudo dietro la mia finestra
la mia voce nasconde le insidie
il giorno pieno di sole
s’addentra nella tua tempesta
diventa nuda la verità del tempo

il tuo cuore malato
ricama giorno e notte
con i tuoi petali di sorriso
per sfuggire dolore e morte

ridotto nel battito
appartiene a noi
alla felicità
all’amore
non si spegnerà mai
per noi che sappiamo
coglierne i fiori

.
petali rosati

amo tracciare segni
per sorprendermi ancora
con profumati fiori e piccole piante

un ramoscello vacillante al suono del vento
lascia cadere petali rosati
che implorano perdono
vagando a destra e oltre
senza porre mente alcuna

vagabondo

e stropicciando i piedi a terra
al lamento di un usignolo
torno su quei petali
che parevano lucenti
sotto l’ombra del frutteto

chino sulla mia sorte
mi rifugio tra mani e gambe
non ho altre vie
e non rifiuto questa che è solo mia

raccolgo quei petali rosati
per compiacerli a dimora in una coppa
dove la morte non è sonno
ed il profumo si risveglia
rosa canina

la rosa canina bianca e forte
s’irradia su quei rovi selvaggi
apparendo e nascondendosi
oltre le ombre e le sterpaglie
assieme ad acerbe more

nella mia mano che cerca uno strappo
spunta una goccia di sangue
che macchia un petalo rifuso
vivo nella sua freschezza

s’indebolisce la mia anima
s’adombra nella quiete
e quel fiore macchiato di sangue
non so se donarlo
al cielo
o alla terra

Antonio Ligabue

Antonio Ligabue

la vita

un momento
con il sorriso del tuo volto
un momento ancora
tremolante nel nostro cammino
ancora un momento
fino a dormire nella notte

in questa terra ampia
trasparente nelle voci del nostro giardino
ardono i nostri cuori
ferita incessante

l’allegria della vita
che consuma i grappoli dorati del tuo corpo
nelle rose del tempo
palpitante per il nostro amore

.
Rughe

sospirano le mie rughe
l’una accanto all’altra
bagnate dal sudore
che melanconicamente le circonda

taccio ai brividi delle mie fatiche
che stillano le vanità del tempo

disfatto e lontano ogni imbarazzo
m’accompagno alla terra
zappando

Ansia

il gufo fissa immobile
dall’alto della rosa fuxia

vibrano nervose
tra il petto e l’addome
le mie mani rabbiose nei gesti

trascinato nelle mie ansie
inciampo nella compagnia
di tutto ciò che nego

.
Sottovoce

nel mio spazio
così stretto
e senza tempo
dispiego
quanto ho vissuto
tra le cose del mondo

rifletto
sul lungo tempo
sottovoce
senza volgermi
tra poesia e preghiera

.
Mal d’amore

il sangue tende i miei anni
giunti all’affanno delle arterie

l’anima sorregge un corpo gravato
il tempo rimescola tutti i miei passi

alimentano il mal d’amore
quegli occhi tuoi
pieni di luce e allegrezza

il mio sangue
esplora sempre la tua beltà

quale brigante

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DUE POESIE INEDITE di Anna Ventura: Utopia, Atena, SUL TEMA DELL’ISOLA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

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L’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’Utopìa (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Εὐτοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ– che significa bene eτóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo), sia di Οὐτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco οὐ(non), e che cioè la parola utopia equivalga a non-luogo, a luogo inesistente o immaginario. Tuttavia, è molto probabile che quest’ambiguità fosse nelle intenzioni di Moro, e che quindi il significato più corretto del neologismo sia la congiunzione delle due accezioni, ovvero “l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo“, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Effettivamente, l’opera narra di un’isola ideale (l’ottimo luogo), pur mettendone in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).

Anna Ventura è nata a Roma, da genitori abruzzesi. Laureata in lettere classiche a Firenze, agli studi di filologia classica, mai abbandonati, ha successivamente affiancato un’attività di critica letteraria e di scrittura creativa. Ha pubblicato raccolte di poesie, volumi di racconti, due romanzi, libri di saggistica. Collabora a riviste specializzate ,a quotidiani, a pubblicazioni on line. Ha curato tre antologie di poeti contemporanei e la sezione “La poesia in Abruzzo” nel volume Vertenza Sud di Daniele Giancane (Besa, Lecce, 2002). È stata insignita del premio della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ha tradotto il De Reditu di Claudio Rutilio Namaziano e alcuni inni di Ilario di Poitiers per il volume Poeti latini tradotti da scrittori italiani, a cura di Vincenzo Guarracino (Bompiani,1993). Dirige la collana di poesia “Flores”per la Tabula Fati di Chieti. Suoi diari, inseriti nella Lista d’Onore del Premio bandito dall’Archivio nel 1996 e in quello del 2009, sono depositati presso l’Archivio Nazionale del Diario di Pieve Santo Stefano di Arezzo.

È presente in siti web italiani e stranieri; sue opere sono state tradotte in francese, inglese, tedesco, portoghese e rumeno pubblicate in Italia e all’estero in antologie e riviste. È presente nei volumi: AA.VV.-Cinquanta poesie tradotte da Paul Courget, Tabula Fati, Chieti, 2003; AA.VV. e El jardin,traduzione di Carlos Vitale, Emboscall, Barcellona, 2004. Nel 2014 per EdiLet di Roma esce la Antologia Tu quoque (poesie 1978-2013)

..\Downloads anna ventura

edward hopper-office-night

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Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

In Origen y Epílogo de la filosofía Ortega y Gasset scrive che in ogni filosofia l’ambito dell’apparenza, cioè della parte patente della realtà, viene retto da un trasmundo, termine che non allude a una trascendenza, a qualcosa che sta «trans»: sembra anzi un termine cercato apposta per la sua neutralità, per non contenere nessuna interpretazione pregiudiziale. Tras significa semplicemente «dietro», e trasmundo indica solo ciò che sta dietro l’apparenza, ciò che pur esistendo, attualmente non appare, e dunque va scoperto, dis-coperto, dis-velato: «Tutte le filosofie ci presentano il mondo abituale diviso in due mondi, un mondo patente e un retro-mondo (trasmundo) o supermondo che è latente sotto il primo e nel rendere manifesto il quale consiste il culmine dell’impegno filosofico». Questa duplicazione si può già rintracciare nei frammenti di Parmenide, che impostano un cammino successivamente sviluppato con coerenza dalla filosofia.

Anna Ventura, poetessa del disincanto e del discorso argomentante, riprende a definire la dimensione dell’utopia da dove ce l’ha consegnata il pensiero della fine del Novecento. La fine dell’utopia e quindi l’inizio di un nuovo cominciamento, dalla fine dell’utopia marxiana di una società degli eguali all’inizio di un nuovo sommovimento dei popoli europei di cui abbiamo avuto in questi giorni un drammatico riscontro negli eventi della Grecia in rapporto all’Europa. Non è un caso che una poetessa come Anna Ventura si rivolga al mito per parlarne in tono dimesso e colloquiale, com’è nel suo stile sobrio e misurato, privo di enfasi e di eccentricità, intimamente drammatico però, perché qui si tratta della liquidazione definitiva dell’utopia come di un fuori questione, di ciò che non fa più questione, di qualcosa  di problematica tematizzazione. Così, scopriamo che la liquidazione dell’Utopia coincide con il ristabilimento dell’ordine delle idee e, susseguentemente, delle cose che i nuovi rapporti mediatico finanziari ci vogliono suggerire. L’Utopia rischia di diventare, direbbe Anna Ventura, non più un trasmundo ma un intramundo, un altare dell’anima derubricata a una questione psicologica, quindi.

anna ventura

anna ventura

Utopia

Utopia è il luogo
in cui vorremmo essere nati,
ma siamo nati altrove.
Utopia è il luogo
in cui avremmo voluto crescere,
e scoprire il mondo,
ma siamo vissuti altrove,
e il mondo ci si è rivelato da solo,
spietato e inevitabile,
pericoloso.
Utopia è il luogo in cui, forse,
non ci sarà nemmeno concesso di morire:
perché anche questo sarebbe un privilegio.
Lungo il percorso
tanto ci siamo compromessi,
con la durezza del mondo reale,
da perdere le ali necessarie
a volare tanto in alto.
Ma abbiamo imparato a camminare.

.
Atena

Atena uscì dalla testa di Giove
con lo sguardo fosco e la fronte turrita: già sapeva
quanto le sarebbe costato
essere all’altezza di un tale privilegio.
Prese a invidiare
le dee frivole e belle
che altro non dovevano fare
se non mostrarsi al meglio
delle loro grazie,
parlando il meno possibile.
Lei no; lei avrebbe dovuto anche parlare, all’occorrenza,
perché non poteva deludere
chi l’aveva messa tanto in alto.
Troppo per una donna,
anche se questa donna era Atena.
Un giorno si tolse le insegne divine
e scese tra gli uomini,
che non la degnarono nemmeno
di uno sguardo. Ma lei non fece una piega:
conosceva la superficialità degli dei,
poteva immaginare quella degli uomini.
Poi un bambino piccolissimo,
nella confusione di un mercato,
perse la sua mamma, e, con la manina,
si attaccò al braccio di Atena, cercando protezione.
Atena si commosse al punto che,
quando tornò sull’Olimpo,
immaginò che il bambino
stesse ancora con lei
e decise di tornare sulla terra
per rivederlo; il piccolo, a sua volta,
dopo aver ritrovata la madre,
ancora sentiva il calore
di quel braccio sicuro
e sperò di stringerlo ancora,
nell’allegria del mercato.

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POESIE di Isabella Vincentini da “Geografia minima del Dodecaneso” Biblioteca del Vascello, 2015 con una nota esplicativa dell’autrice

 TRIPODE raffigurante Apollo

TRIPODE raffigurante Apollo

Maria Isabella Vincentini (Rieti, 1954) è nata da una famiglia storica reatina, compiuti gli studi liceali, si trasferisce a Roma per conseguire la laurea in lettere classiche e un perfezionamento triennale in filologia moderna presso l’Università La Sapienza. Tema della sua tesi di laurea sono gli scritti filologici di Nietzsche e il mondo classico della tragedia greca. L’attrazione e la commistione con il mondo greco antico e in seguito contemporaneo, si configura subito come un intreccio inseparabile e una circolarità non casuale che caratterizza la sua intera riflessione poetica e saggistica. Dopo un felice esordio come antologista, recensore e critico della generazione poetica italiana al passaggio degli anni settanta-ottanta, ha pubblicato saggi, monografie, interventi critici, articoli e interviste su poeti, gruppi e tendenze della poesia del secondo Novecento, dai maestri come Andrea Zanzotto, Amelia Rosselli e Cristina Campo ai più giovani poeti come Milo De Angelis, Giuseppe Conte e Roberto Mussapi. La sua è una saggistica attenta al dibattito sulle teorie della letteratura e orientata verso una lettura tematica delle poetiche novecentesche. Ha pubblicato due raccolte poetiche, Le ore e i giorni (2008), e Diario di bordo (1998), vincitore del premio Alpi Apuane. È stata autrice di numerosi programmi culturali della RAI (Radio I, Radio II, Radio III, Isoradio, Rai international), consulente editoriale e redattrice delle riviste Agalma e Galleria, collaboratrice di diverse testate giornalistiche, riviste e e almanacchi tra cui il quotidiano Il Tempo, Alfabeta e Poesia. Ha partecipato come relatore a convegni nazionali e internazionali sulle poetiche e l’estetica contemporanea, ha tenuto dei seminari presso l’Università di Roma Tor Vergata e l’Università di Padova.

Uno degli interessi principali della ricerca di Isabella Vincentini è la poesia italiana post sessantottesca, cui ha dedicato diverse monografie e antologie, tra cui La pratica del desiderio. I giovani poeti negli anni Ottanta (1986); Colloqui sulla poesia. Le ultime tendenze (1991) e Varianti da un naufragio. Il viaggio marino dai simbolisti ai post-ermetici (1994). Si tratta di una storiografia letteraria di matrice critica, teorica e filosofica che spesso sconfina in una scrittura complessa e allo stesso tempo lirica come è stato notato da Andrea Zanzotto e Silvio Ramat.

Isabella Vincentini foto di Dino Ignani

Isabella Vincentini foto di Dino Ignani

La pratica del desiderio

La pratica del desiderio consiste in un saggio orientativo sui percorsi della poesia italiana venuti alla luce dopo la neo-avanguardia, ed in un’antologia di versi di ventitré autori nati dopo il 1950. Vincentini si sofferma in particolare sul rapporto tra letteratura e rivoluzione, un motivo di riflessione proprio dei movimenti di contestazione che originarono dal maggio francese e che si estenderanno con la loro influenza fino ai successivi anni Settanta. Il saggio introduttivo, come ha affermato Andrea Zanzotto, “che è quasi una sessantina di pagine, merita attenzione per quella vasta ricognizione dei temi filosofici, oltre che di stilistica letteraria, da lei messi in atto anche nell’estendere questo suo stesso saggio. […] Dalla presentatrice quindi viene definita anche la propria identità, un’identità, che si mette sullo stesso piano dei poeti presentati. È una forma di coesistenza, vorrei dire di critica, che nasce insieme con i testi poetici e che ricorda altri squisiti casi poetici che sono capitati di questo fenomeno […] Isabella Vincentini, si colloca in quella zona dove si è collocato il pensiero debole, ad esempio: il post-heideggerismo, il post-moderno e le varie teorie del post-moderno, Deleuze, Guattari e Derrida, scrittori e pensatori francesi che hanno lasciato una traccia vivissima in tutta la cultura. […] Diciamo che, per esempio, Porfirio e gli specchi di Narciso, è un elegante dialogo che viene messo in atto dalla presentatrice, in chiave, direi proprio di conclusione del suo saggio di introduzione a questi poeti. Allora, un saggio che si conclude con un dialogo, già non è più un saggio nel senso tradizionale della parola, e, veramente, ci si trova di fronte ad una maniera di far critica che è interessante e complementare a quella della nuova poesia che viene qui illustrata”.

grecia zeus artemisium

zeus artemisium

Colloqui sulla poesia

Colloqui sulla poesia. Le ultime tendenze si presenta come un’antologia di interventi poetici e critici, nati da una serie di interviste, condotte dall’autrice e trasmesse dalla Rai (Radiouno) nel 1987. La raccolta è uno strumento d’informazione che va direttamente alle fonti e di grande interesse storico-documentario, in quanto contiene oltre alla trascrizione delle conversazioni, una ricchissima trattazione delle guide antologiche, degli articoli in rivista, dei bilanci, delle polemiche, delle prospettive e dei proclami che hanno animato un decennio della poesia italiana. In Appendice vengono anche pubblicate le Tesi di Lecce stilate dal Gruppo 93, nato come filiazione dei Novissimi, di cui furono promotori tra gli altri Romano Luperini, Alfredo Giuliani, Edoardo Sanguineti e Francesco Leonetti, nonché le 19 Tesi sulla vita della bellezza espresse da poeti come Giuseppe Conte, Tomaso Kemeny, Roberto Mussapi e il filosofo Stefano Zecchi. Si illustrano le contrapposizioni tra simbolo e allegoria, moderno e post-moderno, scuola romana e scuola lombarda, neo-orfismo e “parola innamorata”. Tra le voci dei maggiori protagonisti in antologia: Antonio Porta, Alfonso Berardinelli, Giuseppe Conte, Franco Cordelli, Maurizio Cucchi, Romano Luperini.

grecia La contesa per il tripode tra Apollo ed Eracle in una tavola tratta dall’opera Choix des vases peintes du Musée d’antiquités de Leide. 1854. Parigi, Bibliothèque des Arts Décoratifs

La contesa per il tripode tra Apollo ed Eracle in una tavola tratta dall’opera Choix des vases peintes du Musée d’antiquités de Leide. 1854. Parigi, Bibliothèque des Arts Décoratifs

Varianti da un naufragio. Il viaggio marino dai simbolisti ai post-ermetici

In Varianti da un naufragio. Il viaggio marino dai simbolisti ai post-ermetici Vincentini rileva che dalla seconda metà degli anni Settanta in numerosi poeti ricorre il tema del naufragio (e con esso tutta una terminologia legata ai motivi dell’acqua, del mare in particolare, e dunque mareggiate, tempeste marine, fondali, profondità e così via), una iconografia che risale agli scritti di Coleridge, Poe, Baudelaire, Leopardi e Rimbaud. La riproposizione della metafora del naufragio secondo Vincentini si riallaccia infatti a tutta una tradizione che va dal simbolismo francese e passa per l’ermetismo, i cui padri spirituali sono i romantici da un lato e i surrealisti dall’altro. Lungo questa tradizione il naufragio diventa oggetto di una serie di affascinanti interpretazioni sia per la disanima critica degli aspetti retorici e figurali, attraverso la quale la Vincentini si addentra nel vivo del più vasto dibattito teorico sullo statuto attuale della critica letteraria, sia per la declinazione di significati, che il topos del naufragio assume nel tempo (varianti o variazioni di senso e di forma di una figura), mutuate di ripetizione in ripetizione su cui si incentra il tema del libro. Come ha notato Silvio Ramat: “Con alle spalle naturalmente il richiamo all’Infinito leopardiano, la Vincentini più che a un inventario, punta in profondo, fino alle ragioni che hanno spinto autori del nostro secolo a specchiarsi in quelli del secolo scorso”, “in un febbrile andirivieni tra la suggestione esercitata dai motivi filosofici e il fascino delle scenografie e dei paesaggi”. “Sostenuta da una fin troppo dichiarata impalcatura critico-retorica”, “da una solida conoscenza della questione e delle teorie sulla questione”, la Vincentini “fra i metodi di lettura a cui si rifà sembra privilegiare l’equilibrata intelligenza del grande critico canadese Northrop Frye. La Vincentini, che ama non tanto pedinare quanto direi imitare, ove le sia possibile, amorosamente, i suoi poeti, stringe volentieri in una frase, poetica a sua volta, il succo del proprio esame”. “Chi si fermasse soltanto su queste formule isolandole, sbaglierebbe a criticarle, la loro poeticità infatti, non nasce da una pura illazione mentale, perché si è già detto, che il libro della Vincentini è una documentazione congrua e seria e imponente, è una ricerca aggiornata sui numerosi modi nei quali si atteggia e si rielabora nel tempo, uno dei miti portanti della lirica moderna e c’è molto da imparare.”. Tra i pensatori contemporanei su cui si sofferma Vincentini ricordiamo Carlo Michelstaedter, Dino Campana, Sergio Corazzini, Milo De Angelis, Giuseppe Conte e Salvatore Quasimodo.

grecia scena di un banchetto

scena di un banchetto

Nota di Isabella Vincentini

Fin dall’epoca classica i Greci avevano serbato la memoria di “quelli di prima”.  Ma chi erano “quelli di prima”?, quando inizia l’antico?, da dove venivano i popoli del Mare?, chi erano i Pelasgi, i Pre-elleni, quale l’Exapoli dorica, quali le antiche alleanze e i primordi delle colonizzazioni?

Il viaggio dell’estate del 2008 in alcune isole del Dodecaneso (Rodi, Karpathos, Chalki, Tilos, Nissyros, Kos e Symi), mi ha fatto scoprire un’altra immagine dell’Ellade, quella che avevo cercato inutilmente due anni prima lungo la costa dell’Asia Minore: da Antalya a Troia, da Cnido ad Alicarnasso, Efeso e Pergamo.

Profanate e sottomesse per millenni, le isole dove abitarono i Giganti Polibote, Giapeto, Efialte e Prometeo, mostravano epoche inalterate, bellezze semplici e inaspettate, come se il paesaggio e la sua gente fossero rimasti indenni, protetti da quella gigantomachia. Discrete, paesane e allo stesso tempo cosmopolite, le piccole isole del Dodecaneso, svelavano un cuore antico che faceva trapelare insediamenti profondi come la storia. Diversissime e all’incrocio tra tre continenti, formano un amalgama di civiltà millenarie che conservano un’immagine fluida, ancestrale e indecomponibile. Da qui tornano alla memoria i popoli e i luoghi della prospiciente Ionia, le città di Eraclito e Anassimandro, l’isola di  Saffo, le poetesse meno note come Corinna, Nosside, Erinna, Mirtide, Prassilla e Telesilla, le guerre troiane, le invasioni e le catastrofi fino alla Catastrofe dell’Asia Minore (Mikrasiatikì katastrofì) del 1922 e il genocidio dei greci del Ponto.

Qui il Dodecaneso sembra ergersi come un avamposto remoto a difesa di un’identità di frontiera in cui si toccano Oriente e Occidente. Qui un’altra Grecia sembra ricomporre spazio e tempo in un’unica Geografia. Qui, tra resti euroasiatici, micenei e fenici, anche la lingua conservava tesori antichissimi, come il dorico che si parla ancora  a Karpathos.

Grecia eroi-di-TroiaPochi giorni prima della partenza ho ricevuto da Nasos Vaghenàs il suo La luna nel pozzo, viatico benaugurale alla mia piccola “periegesi” da cui sono nati questi testi colmi di riferimenti, che accennano o citano direttamente nel virgolettato, le tante letture dei libri magistrali di Santo Mazzarino  (Fra Oriente e Occidente), Mario Liverani (Antico Oriente), Dario Del Corno (Nella terra del mito), Giovanni Semeraro (La favola dell’indoeuropeo, L’infinito: un equivoco millenario), le guide archeologiche di Mario Torelli, La grande Storia. L’antichità, a c. di Umberto Eco, i libri di James Hillman …, nonché i poeti e gli scrittori greci antichi e moderni, da Plutarco a Elitis, Kavafis e Seferis.

     Riporto di seguito alcuni  riferimenti tratti da queste  letture.

Tra le varianti mitiche la leggenda vuole che Rhòdon sia nata dal mare per volontà di Helios, il Sole, innamoratosi di una ninfa, che il suo nome derivi da Rodo, figlia di Poseidone e che rhodon sia anche il nome del fiore più bello, la rosa, per cui l’isola è una fioritura della terra dal fondo del mare. Un altro mito  narra che i più antichi abitanti di Rodi, il popolo anfibio dei Telchini, furono i primi a raffigurare gli déi in forma di statue. Il Colosso di bronzo alto 31 metri opera di Carete di Lindos che rappresentava il dio Sole, rimase all’imboccatura del porto per settanta anni, finché non fu distrutto da un terremoto e poi venduto dagli Arabi nel 654 a un mercante dell’Asia Minore, il quale ne trasportò i pezzi in Siria sul dorso di 900 cammelli. La supposizione che il Colosso stesse a gambe divaricate sopra l’entrata del porto, nasce su suggestione shakespeariana, dall’italiano De Martoni che visitò Rodi nel 1395.

Ma la preistoria di Rodi è legata anche al mito di Eracle. Tlepòlemo, figlio di Eracle, originario del Peloponneso, a Tirinto aveva ucciso durante una lite Licimnio, zio di suo padre Eracle. Tlepòlemo aveva sposato Polisso, la quale governò Rodi dopo la morte del marito ucciso da Sarpedonte durante la guerra di Troia. Dopo il ritorno di Elena e Menelao a Sparta, alla morte di Menelao, la più bella tra le donne causa della guerra di Troia, si rifugiò dall’amica Polisso a Rodi. Polisso meditava la vendetta per la morte del marito sotto le mura di Troia e perciò inviò delle ancelle travestite da Erinni, che impiccarono Elena ad un albero mentre faceva il bagno.

Castore di Rodi era un autore del I sec. a. C. che ha fissato una cronologia dei principali avvenimenti fin dai tempi dei primi re Assiri e dei popoli dominatori del mare. Cnido è una città fondata dagli spartani nell’VIII sec. a. C. di fronte all’isola di Kos. Plinio racconta che l’Afrodite nuda scolpita da Prassitele intorno alla metà del IV sec. a. C. aveva un doppio: l’Afrodite vestita e velata. Gli abitanti di Kos avevano infatti comprato per primi l’Afrodite velata, mentre gli Cnidii la statua nuda. Sempre Plinio narra l’episodio del ragazzo che si accoppiò al marmo.

grecia Il dio Dioniso, figlio di Zeus e di Semele, giunge in forma umana a Tebe, patria della madre

Il dio Dioniso, figlio di Zeus e di Semele, giunge in forma umana a Tebe, patria della madre

Il mito di Adone (che in una lingua semitica Adonai sta per l’invocazione mio signore), è legato alla dea Afrodite innamoratasi della sua bellezza. Adone era nato dall’amore incestuoso tra Mirra e suo padre, il re di Siria. Inseguita dal padre che intendeva ucciderla, Mirra fu trasformata da Afrodite in albero e dal legno dell’albero nacque Adone. Il bellissimo Adone fu ucciso da un cinghiale incitato dalla gelosia di Ares e mentre Afrodite accorreva in suo aiuto, si punse un piede con una rosa bianca che da allora, tinta dal suo sangue, diventerà il fiore rosso sacro di Adone. Dal sangue di Adone nasceranno gli anemoni e per onorare la morte del giovane dio, nacque l’usanza di seminare in vasi di coccio semi di finocchio, orzo, grano e lattuga (i giardini di Adone).

Piuc-Che-Perfetto, allude ad un doppio significato, facendo riferimento al tempo verbale della grammatica greca che indica uno stato perdurante nel passato derivante da un’azione ancora anteriore. Il futuro Do-So-Nti , letteralmente “daranno”, è la terza persona plurale del futuro dorico, dialetto parlato nel Peloponneso, a Creta e nella Doride microasiatica. Il termine attico xénos,, “straniero, ospite”, conserva nel dorico xenwos e nello ionio e nell’eolico d’Asia xéinos, cioè tratti arcaizzanti e comuni al dialetto arcado-cipriota, connesso al miceneo. Così pure l’esclamazione imperativa “coraggio”, tharrei in attico, tharsei negli altri dialetti.

La Lista dei sacerdoti di Rodi è un’epigrafe, del 99 a. C., inglobata nella pavimentazione stradale di fronte alla chiesa di Aghios Stephanos a Lindos, nell’isola di Rodi, che riporta un elenco dei tesori contenuti nel santuario. La Cronaca di Lindos sono delle lastre rinvenute sull’Acropoli di Lindos dove si trova il santuario di Atena, con  iscrizioni che documentano gli artisti operanti a Rodi e la lista dei sacerdoti eponimi.

Pelike è un termine archeologico che indica una forma di anfora vascolare, con crateri a campana, qui usato per una forma tipicamente femminile. Il testo Ottobre ’44 si riferisce a una piccola scultura di bronzo, la nave della salvezza Immacolata, raffigurante un caicco nel  porticciolo di Finiki nell’isola di Karpathos, alla cui base un’epigrafe ricorda gli eroi che partirono l’8 ottobre del 1944 e giunsero dopo cinque giorni di navigazione ad Alessandria in Egitto, per chiedere l’intervento del governo greco in esilio contro il Comando degli Italiani.

grecia scene di omeroI.V.
TI PORTAVO CON ME DOVUNQUE ANDASSI

Samotracia 1922,
per Le Spose di Pandelìs Voulgaris

.
Ti portavo con me dovunque andassi
ma tu sai, non si ammettono capre sull’Acropoli.

Abbiamo visto statue bifronti, lo Zeus con tre occhi,
abbiamo sillabato abbeccedari minoici,
contato il tempo su calendari stranieri,
e letto iscrizioni frigie
mentre il meltemi ci spingeva a nord ovest.

Storie di acque e specchi
statue e ninfe
ma dove avevamo vissuto?

Eccoli nomi e luoghi,
dentelli fregi architravi,
un corpo dentro i vestiti di pietra,
l’obbedienza al silenzio, alla perfezione,
alla bellezza,

il gesto che impietrì la morte,
un vecchio sulla sedia
i nostri due bicchieri di rakì
il profumo di bugatsa.

Il mare è livido, ulivi fichi carrubi,
cespugli di mirto e rosmarino,
ma l’alloro è amaro e
il rosmarino è il fiore del lutto.

Eleni, Charò,
un dio vi protegge,
gli dèi ci guidano per mano e scrivono destini
con punte a secco.

Eleni, Charò,
dove è ora il cedro del sud, la piazza veneziana,
l’enorme platano e la fontana,
le strade impervie e i vicoli lastricati?

Qui le ninfe sono le spose
anime leggere,
Eleni Charò Aristea Stilianì,
Odissei e Penelopi
Penelopi e Circi.

La sposa traccia una croce sull’architrave
e la casa è benedetta.

Aristea, Stilianì,
le spose vestite di bianco
ora viaggiano in terza classe, e hanno foto e speranze,

il tempo non ha rotta
domani è già l’alba,
il tempo resta chiuso in cabina,
e il mare moltiplica la fine del viaggio.
Ricette e sorrisi
singhiozzi e speranze.
Ma la Grecia dei cinque mari
e dei tre continenti
vi circonda le spalle.

Benedetta è la liturgia del mare,
la liturgia delle conchiglie
delle piccole lucerne,

la nave si chiama Iasson
la stirpe ha un solo luogo
e la terra è inviolabile.

La lingua è la vostra geografia
nella terra dei cinque mari e dei tre continenti.

Forse è vero che gli Eteocretesi
parlavano lingue semitiche
e che immigrati erano i Greci e i Cidoni,
ma finché le donne di Lemno
educheranno i figli alla maniera attica,

finché con il vento i Borea, in un solo giorno,
Milziade compirà il viaggio,

le spose vestite di bianco
saranno ninfe
e millenni dopo i viaggi della necessità, i viaggi della speranza,
il mare, parola antichissima, preellenica,
si chiamerà ancora
Thàlassa.

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VERSO RODI

Se abbiamo frantumato le loro statue
e li abbiamo scacciati dai loro templi
non per questo sono morti gli dèi.
(Kavafis, IONICA)

La bellezza nasce nelle isole
come Afrodite
e non è un limite, ma
confine aperto e insidioso
verso il mare, mutamento
di fluidità solida, come l’acqua.

Né mare né terraferma
l’anima, dove si annida
la monotonia
non delle onde, ma della fantasia.

Luce del sole
ombra della terra,
tra terra e luna
nascono asfodeli
spighe di fiori bianchi
come nei piani Elisi.

Chi erano gli Cnidii?
Perché comprarono
la verità nuda e non velata?
E quando il ragazzo si innamorò della statua?

Rose bianche, insana passione
accoppiarsi al marmo
finocchio orzo lattuga.

Noi andiamo verso il Colosso del Sole
e portiamo ex-voto
rose bianche, milza
finocchio orzo e lattuga.

Luna, mezzaluna, specchio
gli occhi specchiano
l’immobilità dell’amore.

Fasi lunari mostrano
coni d’ombra prodotti dalla notte
circonferenza dei giorni.

Dodici i pleniluni,
nove le congiunzioni
senza il novilunio,
trenta giorni e mai tramonta il Sole.

Ma esiste davvero
il soggiorno lunare
delle anime, come scriveva
Castore di Rodi?

In prossimità della luna
i prati di Ade
fungono da purgatorio,
condanna o espiazione?

In noi discendono rigogliosi,
come capelli di Iside
o cuori di corallo,
gli allori e gli ulivi
e non temono l’aridità
ma gli inverni, le piogge
le nebbie, i cieli neri,

coni d’ombra
tra apogei e perigei
tracciano una
geografia minima
verso il Dodecaneso.

(4-22 agosto 2008)

grecia Afrodite Cnidia (copia ellenistico-romana da un originale di Prassitele, 360 a.C.).

Afrodite Cnidia (copia ellenistico-romana da un originale di Prassitele, 360 a.C.).

OTTOBRE ‘44

Pitta Michail, Lampridi Konstantino
Stamataki Nikolaon,
dove oggi ormeggiano caicchi e pescherecci
sette uomini partirono a bordo dell’IMMACOLATA
e portarono Karpathos insorta
in soli cinque giorni sul mare d’Africa.

Tornano oggi a centinaia sul sagrato di Apéri
gli emigranti e il pope canta
prega, racconta e piange. Danzano i giovani
mostrando collane e stivali
e dimenticano le case a strapiombo
i granai vuoti, i pini piegati e arrampicati
la terra sterile a scarpate.
Ci offrono pani, dolci, pesci
polpette di ceci e latte di mandorla
e si abbracciano mentre richiamano i piccoli figli
in americano.

Aghios Nikolaos, Santa Sofia
Santa Caterina, Sant’Anastasia
Aghia Fotinì, bianchissime
le trecentosessantacinque chiesette
dell’Annunziata, della Dormizione,
dei Santi Apostoli, San Pietro, San Giorgio e San Giovanni
ma è inutile cercare le coroncine in regalo
quando lo sposo spaccava la melagrana
e le sarte per giorni cucivano l’abito della sposa,
e le culle erano appese tra coperte multicolori
pizzi, piatti e lane.

Emigranti cosmopoliti imbiancano
le case diroccate, i fusti delle viti,
i gradini dei vicoli tra le enormi rocce.
E i paesi si colorano
come le facciate neoclassiche delle case
celeste, ocra, giallo arancio, rosa.
Pescatori di spugne
lasciano l’attracco ai velisti
e tornano nei kafenion a giocare a dadi.

Ma tornerà l’inverno, si svuoteranno i sagrati
e come i sette uomini
poche donne, pochi vecchi
qualche ragazzo e ragazza bruni
aspetteranno

l’IMMACOLATA.

.
IL FUTURO DO-SO-NTI

Impariamo a non disseppellire le ossa
in difesa dei santuari
in difesa degli dèi
in difesa delle are e dei templi

difendiamo oggi le mura
di questa città e impariamo i colori
del marmo, giallo rosso bianco nero.
Rimettiamo ai lobi forati
della testa femminile gli orecchini
della pelike scomparsi.

Un tempo le antiche statue
furono utilizzate per produrre
calcina, mentre gli scultori litigavano.
Ora il vuoto entra nei millenni
e i millenni nel sole
e la voragine silenziosa
riprende a parlare:

un busto un centauro
cento braccia di mostri e giganti
il dolore negli occhi
che si oscurano, nel volto
che reclina, ma le braccia robuste
non si arrendono alla morte.

Statue zoppe monche acefale
sbriciolate

ora si riposano i guerrieri
curano le ferite, preparano le armi.

Ma perché proprio adesso?
L’antico era memore dell’antichità
e il mito del mito.

Le statue abbracciano Omero
Prassitele, Stesicoro, Fidia
e negli occhi degli eroi sofferenti
l’illusione non si dissolve
ma entra come un corredo funebre
nell’unica residenza stabile della morte.

Non siamo più spettatori ma eredi
di quel dolore
di quel coraggio
di quella forza.

Le statue si riposano
e i guerrieri preparano le armi.

 

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POESIE di Franco Campegiani sul tema dell’Autoritratto, il Poeta e lo Specchio o sull’Identità con un Commento di Giorgio Linguaglossa

hopkins Autoritratto

hopkins Autoritratto

Franco Campegiani vive a Marino (Rm), dove è nato nel settembre 1946. Ha pubblicato nella collana di Mario dell’Arco: L’ala e la gruccia (1975) e Punto e a capo  (1976). Nel 1986 ha pubblicato Selvaggio pallido nelle collane di “Carte Segrete”, con disegni di Umberto Mastroianni. Quindi, nel 1989, Cielo amico, in una collana della Ibiskos inaugurata da Domenico Rea. Del 2000 è Canti tellurici (“Sovera Multimedia”) e del 2012 Ver sacrum (“Tracce Edizioni”). In campo filosofico, ha pubblicato nel 2001, con l’editore “Armando”, un saggio dal titolo: La teoria autocentrica – analisi del potere creativo, prefato dal filosofo Bruno Fabi, dove ha sviluppato un’innovativa teoria dell’armonia dei contrari. Critico d’arte, Campegiani è giurato in alcuni premi letterari e ha curato rassegne e collane per conto di Editrici e Gruppi culturali. Collabora a riviste, a blog letterari e ha promosso manifestazioni artistico-letterarie, nonché eventi multimediali ed iniziative ecologiche. Ha dato impulso a svariati cenacoli culturali e, nel 2005, insieme allo scrittore Aldo Onorati e al sociologo Filippo Ferrara, ha dato vita al Manifesto dell’Irrazionalismo sistematico ispirato all’opera del Maestro Bruno Fabi. E’ antologizzato in L’evoluzione delle forme poetiche (Kairòs 2013), una ricognizione sulla migliore produzione poetica nazionale dell’ultimo ventennio, a cura di Ninnj Di Stefano Busà e Antonio Spagnuolo.

 Commento di Giorgio Linguaglossa

 In Origen y Epílogo de la filosofía Ortega y Gasset scrive che in ogni filosofia l’ambito dell’apparenza, cioè della parte patente della realtà, viene retto da un trasmundo, termine che non allude a una trascendenza, a qualcosa che sta «trans»: sembra anzi un termine cercato apposta per la sua neutralità, per non contenere nessuna interpretazione pregiudiziale. Tras significa semplicemente «dietro», e trasmundo indica solo ciò che sta dietro l’apparenza, ciò che pur esistendo, attualmente non appare, e dunque va scoperto, dis-coperto, dis-velato: «Tutte le filosofie ci presentano il mondo abituale diviso in due mondi, un mondo patente e un retro-mondo (trasmundo) o supermondo che è latente sotto il primo e nel rendere manifesto il quale consiste il culmine dell’impegno filosofico»11. Questa duplicazione si può già rintracciare nei frammenti di Parmenide, che impostano un cammino successivamente sviluppato con coerenza dalla filosofia.

Ecco, direi che le poesie presentate di Franco Campegiani tematizzano la ricerca della identità, vanno “tras”, dietro l’apparenza, sono alla ricerca di ciò che sta dietro il primo velo della realtà attraverso quel «cordone ombelicale» che ci unisce alla realtà nascosta.

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  Identità

Sfugge e balena nello specchio,
si cela e si rivela,
è mobile e cangiante.

Altra e sempre altra da sé.

Trasmette parole che non conosco
brandelli di sapienza che ignoro
verità lontanissime e vicine
che scopro parte di me.

.
Cordone ombelicale

E’ in fuga quel volto, il mio vero volto
sciolto dietro la maschera e raccolto
nel pozzo, là, d’un mio felice ovile.

Non si rivela, ma effonde
note d’armonia
lungo le segrete vie
che vanno e vengono dal grembo.

Da quell’eldorado espulso un giorno,
dovunque e da nessuna parte vivo
nomade in esilio eppure in patria
sempre fuori e sempre dentro di me.

.
Senza schemi

Non ha schemi la vita
la realtà è senza confini
con tentacoli che sfumano
oltre barriera, con sentieri
che partono dall’isola
e vanno nell’immensità.
franco campegiani

Guerra e pace

Avevo paura di affrontarmi,
così il muro d’ombra si alzava
tra me e me
tra me e i miei simili
che sentivo dissimili
così disuguali.

Borioso angelo
nella landa affocata
io ti scagliavo dardi impietosi
e tu mi colpivi con pietre assassine.
In fin di vita
ci arrotolammo infine
in un solo sangue fuso.
E sono io Caino, io Abele,
io l’angelo e il diavolo di me stesso.

.
A me stesso

I tuoi nembi di luce m’han colto
i cieli ranciati i riposi azzurrini.

Son volato in un guizzo
là fuori all’aperto
nella scia del crepuscolo d’oro.
Nell’eterico grido
ero un corvo
forse un angelo
forse un brivido oppure…

Di qua ora tornato
sulla strada deserta,
soltanto uno schizzo
un misero sputo.

Di qua dal tuo sguardo
la parte colgo di me
confitta nel dolore.

L’ombra

I mostri che si svegliano nell’ombra
con ghigni rabbiosi ed ululati
e stridore sinistro di catene
sono angeli ribelli all’oblìo
bambini imbavagliati e allontanati
che vorrebbero giocare con noi.

In ginocchio allora cadrò
davanti alla materia oscura
alla mia essenza offuscata e lontana.
O mio angelo, mio fanciullino,
antimateria arcana,
altra parte di me che è nella luce
e che io credo buia in questo mio
non-essere mortale, che si incensa,
in questo corpo che credesi radioso!

Al tempo in cui viveva
Caino con Abele
e insieme mangiavano
il pane della gioia e del dolore
era la luce nelle tenebre
e l’ombra nella pancia del dio Sole.
Il tramonto e l’aurora
marciavano insieme
come l’inizio e la fine,
come Ippolito e Virbio, Giano e Diana,
come Adamo ed Eva, il lupo e l’agnello
in un solo respiro.

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POESIE SCELTE di Milo De Angelis da Incontri e agguati Mondadori, Lo Specchio, 2015 con un Commento di Giorgio Linguaglossa

Milano Periferia_PortaVigentinaMilano 1952 Mario De Biasi

Milano Periferia_PortaVigentinaMilano 1952 Mario De Biasi

Milo De Angelis è nato nel 1951 a Milano, dove insegna in un carcere di massima sicurezza. Ha pubblicato Somiglianze (Guanda, 1976); Millimetri (Einaudi, 1983); Terra del viso (Mondadori, 1985); Distante un padre (Mondadori, 1989); Biografia sommaria (Mondadori, 1999); Tema dell’addio (Mondadori, 2005), Quell’andarsene nel buio dei cortili (Mondadori, 2010). Ha scritto il racconto La corsa dei mantelli (Guanda, 1979 e poi Marcos y Marcos, 2011) e un volume di saggi (Poesia e destino, Cappelli, 1982). Nel 2008 è uscito Colloqui sulla poesia, dove appaiono le sue principali interviste. Nello stesso anno viene pubblicato un volume che raccoglie la sua opera in versi (Poesie, Oscar Mondadori). Ha tradotto dal francese e dalle lingue classiche.

Milo De Angelis Incontri e agguati Mondadori Lo Specchio, 2015 pp. 70 € 18

Milano Quartiere Quarto Oggiaro, periferia nord, un condominio

Milano Quartiere Quarto Oggiaro, periferia nord, un condominio

Commento di Giorgio Linguaglossa

Che il tema della «morte» sia un leitmotif e una macrometafora che attraversa tutta l’opera di Milo De Angelis fin dall’opera di esordio del 1976, appare chiaro dai due versi di Bigongiari citati in Poesia e destino: «la morte è questa / occhiata fissa ai tuoi cortili», particolarmente apprezzati dal poeta milanese per quella pausa al termine del verso e quella nominazione diretta della «cosa», per quelle spezzature e pause interne ai versi che il poeta milanese adotterà come uno dei cardini del proprio fare poesia fin dagli esordi di Somiglianze del 1976 e Millimetri del 1983. In quest’ultimo libro il periscopio di De Angelis si è indirizzato su un unico tema, lo mette a fuoco da tre punti di vista corrispondenti alle tre sezioni del libro («Guerra di trincea», «Incontri e agguati» e «Alta sorveglianza»). Il pensiero della «morte» è il tema regnante di questo libro, il dialogo con la «morte» intesa come naufragio, scacco, possibilità interrotta, esperienza del limite, sfondamento del limite.
Recita il risvolto di copertina: «Una ricognizione sulle avventure mentali di un passato ormai remoto e sul loro quotidiano scontrarsi doloroso e frontale con l’idea di un precipizio assoluto, di un risucchiante nulla infinito; e poi il riemergere di giovani volti e figure, di minime vicende, salvate, chissà perché, dalla memoria: e infine il resoconto, condotto con oggettiva esattezza, di un drammatico fatto di cronaca, di un episodio di tenero amore e orribile violenza. Sono questi i tre momenti essenziali, quanto mai ricchi di situazioni e implicazioni interne, della nuova opera di Milo De Angelis».
Con le parole di De Angelis: una serie di «incontri e agguati», una «guerra di trincea», una «alta sorveglianza». È chiaro che un tale tema non poteva venire pronunciato se non con un lessico diretto, spoglio e scabro. Un discorso frontale. L’inizio del libro è eloquente:

Milo De Angelis (Viviana Nicodemo)

Milo De Angelis (Viviana Nicodemo)

da Guerra di trincea I

Questa morte è un’officina
ci lavoro da anni e anni
conosco i pezzi buoni e quelli deboli,
i giorni propizi, la virtù
di applicarsi minuto per minuto e quella
di sostare, sostare e attendere
una soluzione nuova per il guasto.
Vieni, amico mio, ti faccio vedere,
ti racconto.

*

Tutto cominciò in una cameretta
con i regali e le candeline
che in un soffio spensero mio padre
fermo nella sua giacca per sempre
e un cerchio di puro niente mi assalì
in un solo attimo franò sul tavolo
e mi mostrò cento di questi giorni.

*

………………………………………………
………………………………………………
…… nel 1967, dopo una lunga guerra
di trincea, dopo una guerra di metri
guadagnati e persi, iniziai
una trattativa con la morte.

*

iniziai dunque a trattare, sì, a trattare
ma lei recalcitrava, negava la firma,
si dava per dispersa e riappariva sul più bello
nella vela di una carezza o nella voce
che indicava lassù un’orsa favolosa
era lei con un sapore di mandorle bruciate
iniettava nell’alba il suo buio primitivo.

*

Con la morte ho tentato seriamente
per un po’ è stata buona
ha rinunciato al suo impero universale
ha cominciato a muoversi caso per caso
ha lenito alcuni sussulti con il suo unguento
poi ha cominciato a intonare
una canzone in re.

*

Con la morte ho cercato ancora
un patto, ma lei era astuta e discontinua
appariva nei traffici dell’amore,
diventava giallore e numero fisso
era il respiro e l’artiglio nel respiro
un’ora murata
galleggiava nel fradiciume della vasca.

*

Poi, di colpo, un lunedì di febbraio
tutto è tornato come prima… è uscita
dal suo feudo,
ha fatto incursioni, all’alba,
nella casella della posta, ha ripreso
la sua cerimonia incessante, ha diffuso
un canto di puro gelo
ha cercato proprio noi.

*

E ha cominciato a parlare,
quella figura plenaria,
come il capobranco della nostra fine
soffocava il lievito felice,
affondava con il piede la barca
infantile di due foglie
ci lanciava il suo avvertimento

Milo de Angelis

Milo de Angelis

L’essere si rivela solo nel naufragio dell’esserci. E il naufragio dell’esserci è, con le parole di Milo De Angelis, il suo «destino», che si rivela in eventi del tutto fortuiti («nella punta di questa matita»), senza spiegazione, inspiegabili, non razionalizzabili, imprevedibili «in questo immobile trasloco», dove l’accadimento non può essere registrato da «nessun diario… nessun giornale, cronaca o storia». Così, la poesia di Milo De Angelis è tutta intessuta di accadimenti che brillano solo per attimi che subito dopo si spengono, scompaiono; gli accadimenti sono percettibili solo nell’attimo del loro scomparire, non prima e non dopo, e che si situano tra il prima e il dopo.

XII

Nella punta di questa matita
c’è il tuo destino, vedi, nella punta
aguzza e fragile che scrive sul foglio
l’ombra di ogni fase e scrive
le mura cieche, l’attenuante e il soliloquio
il tuo destino è proprio qui, in questo
immobile trasloco, in questo impercettibile
sorriso che un uomo offre
al mondo prima di sparire.

XIII

Questo destino che nessun diario
raccoglie, nessun giornale, cronaca
o storia, vive nel sibilo
di un ricordo, nel suono
della giovinezza: il frutteto fantastico
e un fruscio negli abbaini,
e poi qualche grammo, il pigolio
del giudice di sorveglianza,
un’edicola notturna, una retata.

copertina milo de angelisCosì risponde Milo De Angelis a una domanda di Claudia Crocco pubblicata di recente su LPLC:

«L’attimo? Sì, una vera e incrollabile ossessione. Anche la mia attenzione alla fotografia (non a caso vivo con Viviana Nicodemo) è legata all’attimo, che non è mai statico, quando è davvero un attimo destinale. Raccoglie in sé le stagioni, fa convergere in se stesso il tempo che precede e quello che segue. E il grande fotografo, come il grande poeta, fissando quell’istante fecondo, crea l’alone di un’altra storia sfiorata, di qualcosa che può essere. È un istante che bisogna cogliere tra i mille possibili, è l’istante cruciale, il kairòs. Evoca una stagione mentre annuncia la prossima. Ecco, il kairòs è questo congiungersi delle epoche, questo movimento centripeto con cui il passato e il futuro confluiscono nell’attimo. Ricordo e profezia, memoria e promessa, atomo gremito di tempi. Il fatto è che una sola immagine può contenere un tale vigore, una tale attesa, un tale spaesamento da irradiarsi fuori di sé e diventare un mondo. Questo intreccio di singolare e di cosmico è tipico della lirica, dagli antichi a oggi, da Alcmane a Bonnefoy. E infatti la fotografia è sorella della lirica. Potremmo dire così: la fotografia sta alla lirica come il video sta al racconto e come il film sta al romanzo. Al pari della lirica, la fotografia narra ciò che avviene una sola volta. E proprio perché avviene una sola volta, porta con sé l’ombra delle esistenze escluse, che circondano come una moltitudine l’unicità del momento, lo caricano di dinamismo e di forza cinetica. In questo senso fotografia e lirica sono esperienze iniziatiche, ossia esperienze che, mostrandoci un tempo intero nel tempo microscopico dello scatto, tendono all’epifania. Tendono allo svelamento del significato recondito dietro a quello immediato. L’attimo non è fermo, se ci pensi. Tutte le parole che lo esprimono nella nostra lingua sono parole di moto permanente: momento (movimentum), istante (partici-pio presente), e attimo, a-tomo, qualcosa che giunge nudo ed essenziale dopo infinite divisioni, nucleo carico di imminenza da cui scaturisce la vita, come insegna Lucrezio: «Guarda i raggi del sole quando rischiarano l’oscurità della stanza e vedrai un esercito di atomi vorticare nel fascio di luce, ingaggiare una lotta infinita, vedrai scoppiare battaglie, schierarsi truppe e squadroni, succedersi senza tregua scontri e ferite. Vedrai l’eterno agitarsi dei corpi nel vuoto (De rerum natura II, 117-122)».

copertina milo de angelis somiglianzeLa «morte», dunque, si rivela nell’accadimento, sfugge a qualsiasi tentativo di chiusura del nome, di qui il frequente impiego della figura retorica dell’epanalessi, la problematicità di porre in poesia il tema di un dialogo frontale con la morte, con gli accadimenti, quella condizione che zampilla dal fondo oscuro che sempre si affaccia alla coscienza ma sempre sfugge («chiuso nel quadrilatero della tua voce»). L’essere stesso è accadimento. L’essere rappresenta ciò che l’uomo non può mai abbracciare con un unico sguardo frontale, ma solo avvicinare, come alla ricerca di un qualcosa che giustifichi e chiarisca lo spettacolo del mondo, ma che non potrà mai darsi alla conoscenza dell’uomo nella sua integrità. Proprio per questo, per questa sua inarrivabilità, l’essere è accadimento, ovvero, quell’attimo in cui i personaggi deangelisiani sono se stessi senza saperlo, senza volerlo.

Opera, sei dappertutto ma non so dove sei.

«Opera» è il supercarcere di Milano dove è racchiuso l’autore di un orribile delitto, l’uccisione a coltellate di una giovane donna, sua moglie. Un luogo che si dà e si sottrae insieme alle tracce degli accadimenti trascorsi. Il mondo poetico di De Angelis è un aprirsi di eventi, un ritornare di ciò che è stato sottratto, uno zampillare illogico e senza alcun senso apparente di «incontri e agguati» dal fondo oscuro di una «voce» che ritorna (come amore o incubo) alla coscienza, che va al di là di ogni possibilità di comprensione della coscienza. In questo senso, il mondo intero (il mondo dei «fenomeni») è un «naufragio», non un navigare certo nell’immutabile che da sempre è per la filosofia, consolazione, ma un continuo essere in balia delle onde degli accadimenti. La costruzione dell’«Opera» (poetica) al pari dell’Opera (carcere) è quindi una condizione imprevedibile e non determinabile, una condizione angosciosa, periclitante, instabile, e una condizione metafisica insieme. Un luogo metafisico. La poesia di De Angelis si nutre di questa instabilità (che diventa anche metrica, sintattica, stilistica), ne fa la propria ragione di vita, raccoglie gli echi, le tracce degli accadimenti che sostano per un attimo nella memoria, nell’attimo del loro sottrarsi.
Oserei dire che Milo De Angelis è il primo poeta del nuovo modernismo italiano che utilizza il discorso diretto (facilitato in ciò dalla sua lunga esperienza di docente di italiano nel carcere di Opera), di qui l’impiego continuo di dialoghi… e il discorso indiretto, il correlativo oggettivo con il correlativo soggettivo (cioè lo s-postamento del soggetto, lo s-paesamento del soggetto, la dis-locazione del soggetto).

Milo De Angelis Incontri e agguati copIl naufragio accadimentale sta all’«Opera» come il poeta sta alla poesia. Il «naufragio», com’è noto, è la figura filosofica che Jaspers utilizza per definire il senso ultimo dell’esistenza umana. L’esistenza è il «divenire», ovvero un «naufragio» nel mondo mutevole e accadimentale. Il tentativo di concepire l’immutabile è certamente destinato allo scacco se non negli «attimi» che ci rivelano quel naufragio. La «morte» è costruzione del naufragio, compimento di esso. Al naufragio non si può sfuggire. I personaggi di De Angelis vanno incontro al loro «accadimento». Il loro «destino» è questo andare incontro alla «morte», è questo «andarsene per il buio dei cortili», questo rotolare dal centro alla periferia di se stessi… essere visibili in questo «immobile trasloco».

Il «naufragio» per Jaspers è un naufragio nel tempo, annientamento di tutte le cose e di tutte le certezze, di ogni stabilità e immutabilità. La condizione di vita dei personaggi deangelisiani è «scacco», precarietà, incapacità di diventare padroni del proprio destino, essere sempre in «situazioni» limite, essere sempre «situati», «gettati» entro un orizzonte di eventi possibili. Essere in una situazione significa non poter vivere senza lotta e dolore, dover assumere l’onere della propria colpa, dover morire. Questo orizzonte di eventi è una situazione limite, un muro contro cui i personaggi deangelisiani in ogni loro azione sbattono inevitabilmente senza possibilità di alcuno scavalcamento di questa condizione. Il muro della realtà resta invalicabile.

Per De Angelis, la condizione che la «morte» pone alla verità dell’essere risiede nella condizione del naufragio infinito. Una condizione accadimentale, di attenzione ai dettagli impercettibili, dettagli dell’eccedenza, di ciò che «viene radiato», un rotolare perpetuo dal centro verso la periferia, come ha scritto Nietzsche. Una condizione propria del nichilismo.

Ero diventato ormai l’incarnazione
di ciò che perdiamo, in me si raccoglieva
tutto ciò che a poco a poco viene radiato
non prendevo più nota del giorno e dell’ora
mi assentavo
dall’antico fenomeno del mondo.

da Incontri e agguati II

Una lama di fosforo ti distingueva
e ti minacciava, in classe terza,
ti chiedeva ogni volta il voto più alto, l’esempio
perfetto del condottiero: sei stato tra la gloria
e il sacrificio umano
e hai scelto di non avere più nulla.

Ma oggi ti è riuscito
l’antico affondo, il pezzo di bravura,
chiamandomi per nome tra la Polfer e i sonnambuli
del binario ventidue “Ti ricordi di me?
Io abito qui”. “Ricordo quella versione
di Tucidide difficilissima. Solo tu… solo tu.”

Hai ancora il guizzo
dello studente strepitoso, l’aggettivo
che si posa sul foglio e svetta, la frase
di una lingua canonica e nuova, quel tuo
tradurre all’istante a occhi socchiusi. Dove sei,
ti chiedo silenzioso. Dove siamo? I frutti
restano dentro e bruciano segreti
in un tempo lontano dalla luce,
in una giostra di libellule o in un sasso.

Milo de Angelis

Milo de Angelis

da Alta sorveglianza III

XXIV

“Una donna così si uccide solo con il coltello
si uccide corpo a corpo in una vicinanza
che zittisce le melodie del suo respiro
e l’ho colpita l’ho colpita con una certezza
vicina all’oblio… poi l’estate
precipitò nella notte
e mi nascosi lì, colpevole e tremante…
… per un intero minuto
l’ho colpita”

*

Il nome, il nome, il nome.
Lo ripetiamo certi o increduli,
in un tremore di pernici, lo incidiamo
nell’urlo, lo salviamo
con l stupore inconfondibile dell’unico dono
che abbiamo meritato: giunge
dalla nostra alba più remota e ci nomina,
ci attende, ci pretende, ci chiede
la parola e la protegge nel silenzio dei pioppeti.

*

È di tutti la splendida uccisa, la sorridente,
cammina nei corridoi, dea o spettro, cantico
del grande zafferano, si aggira come un oltraggio
ala morte, ritorna puntuale al mattino
nelle battaglie tenebrose del risveglio,
si stende sulla branda, si toglie i sandali,
sorride ancora una volta. Oppure esce nel mondo
e mostra alle strade il nostro errore e la collera
di noi che abbiamo ucciso la cosa più amata
e ora la tocchiamo, tracciamo per terra
un annuncio oscuro di linee
e parole, barlumi di volti e di città: un disegno
di salvezza, forse, o un’esecuzione.

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POESIE SCELTE di Giovanni Parrini da “Valichi”, Moretti&Vitali, 2015 con un Commento di Giorgio Linguaglossa

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 Giovanni Parrini è nato a Firenze, dove vive. Ha una laurea in ingegneria meccanica. Ha pubblicato le raccolte di poesia Nel viaggio (prefazione di Neuro Bonifazi, Lietocolle, 2006), Tra segni e sogni (prefazione di Maurizio Cucchi, Manni, 2006), Nell’oltre delle cose (prefazione di Giovanna Ioli, Interlinea, 2011), Le misure del cielo, in rivista Poesia, n° 285, (Crocetti Editore), Valichi (prefazione di Giancarlo Pontiggia, Moretti&Vitali, 2015).

Sue poesie sono presenti nell’ Almanacco dello Specchio 2010-2011 (Mondadori), e in varie riviste, fra le quali Caffè Michelangiolo (di cui è anche collaboratore), Atelier, Il Ponte.

Richard Tuschman interno

Richard Tuschman interno

Commento di Giorgio Linguaglossa

A proposito del precedente libro di Parrini Nell’oltre delle cose  (2012), scrivevo: «Se si dovesse racchiudere in una definizione il lavoro poetico di Giovanni Parrini, si dovrebbe parlare di poesia della disseminazione prosastica in tutte le sue tonalità e modalità stilistiche, da quelle incidentali e laterali così forti da sconfinare nel loro opposto, a quelle, diciamo così, direttrici, alle corsie centrali, che appaiono più limpide, distese, con alternanza di penombre e di chiaroscuri. Da un lato, Parrini preferisce la raffigurazione di un quotidiano dimesso, con illuminazione laterale, direi di transito, temporalità del transito oltre le cose; dall’altro, c’è il progetto di indicare le «cose» come se fossero osservate da un finestrino di un treno in movimento, dove non sai se siano le «cose» in movimento o il punto di vista dell’osservatore. C’è un via vai, un affollamento, un affoltamento delle «cose», un infoltimento delle essenze delle «cose». E qui la gamma stilistica di Parrini mostra una tenuta encomiabile, risponde in modo problematico alle esigenze del canovaccio tematico (mi si passi l’espressione di gergo); a mio avviso, là dove Parrini introduce una maggiore variabilità  sintattica e stilistica con inserti metaforici e polinomi perifrastici la poesia ne guadagna in incisività e mordente. Potrebbe essere questa la direzione da seguire nel futuro dell’autore.Il titolo non casuale Nell’oltre delle cose  vuole richiamare il lettore ad una migliore attenzione, intende richiamarci alla esistenza di ciò che sta oltre le cose del quotidiano e dell’apparenza. Parrini impiega un linguaggio basso-colloquiale, cerca di tracciare un colloquio con il lettore, di metterlo a suo agio senza precludersi però la possibilità di introdurre delle sottili variazioni interne, dei distinguo, delle eccezioni. Il noto assioma secondo il quale «il linguaggio esiste indipendentemente da noi» ha il suo correlativo nell’altro: «le cose esistono assolutamente e indipendentemente da noi, per esse non si pone il problema del senso e neppure quello della significazione», stanno lì, al di fuori di noi. Esse sono. Ecco il punto. Per Parrini una visione trans-oggettuale e trans-soggettuale del linguaggio è il criterio che lo guida in questa ricerca del senso (il significato delle cose); Parrini non indica mai in modi prescrittivi là dove ci sono le cose ma le lascia intendere, le lascia nel luogo dove la loro presenza ne tradisce l’esistenza. Certo la posta in gioco è alta e impegnativa: narrare il quotidiano da un punto di vista che sta oltre le cose significa adottare un linguaggio idoneo alle premesse da cui parte. La scelta del verso libero è in tal senso azzeccata, come azzeccato è l’alternarsi di versi brevi, brevissimi e lunghi come ad indicare quella irregolarità e dis-continuità di cui il «reale» si fa porta-voce e che la poesia deve raccogliere se vuole essere all’altezza del suo compito. Ma è un processo ancora in fieri questo, e vedremo nelle prossime opere la direzione che adotterà l’autore. C’è ancora tempo».

Mi sembra che quanto scrivevo nel 2012 intorno alla difficoltà di oltrepassare questa prosasticità del dettato poetico, valga anche per questa raccolta di Parrini, fermo restando che la via da percorrere per la poesia italiana può essere percorsa non solo da un autore, per quanto dotato egli sia, ma da una continuità di tentativi collettivi.

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Giovani Parrini da Valichi Moretti&Vitali, 2015

Una di queste mattinate qui
dure come l’acciaio
ci sarà l’occasione da prendere al volo
sono certo sarà meraviglioso perdersi noi due soli
io e il navigatore
non avere alcun luogo.
Display grigio
occhi calmi.
Io da una parte che non mi risolvo mai completamente
fra perdita e memoria
da un’altra lui sbadato
radioso senza il software new release che m’ero scordato.
Beffando coordinate andremo a giro assieme
flâneur complici
circuiti e cuore in ascolto
in attesa di niente. Vinceremo.
*

Avevo molto spesso un pensiero. Dicevo, forse è per via del lavoro. Anni dopo anni su cantieri enormi, e quando bucavamo la montagna, guardando nella polvere, pensavo che quando cade l’ultimo diaframma succede al limite dello sconforto, e ti pare che il ferro della talpa pure lui sia sfinito. Ma in un soprassalto di follia, o perché ognuno ha dentro l’infinito, ti dici che non tutto può finire lì, nell’avanzare cupo ora per ora, e poi un crollo finale. Non sai perché ti ritrovi a sognare una via invisibile, parallela e vicina. Eravamo agli ultimi duecento metri, gneiss e calcescisti, distanza piena d’intimo silenzio, di ricordi e sudore. Duecento metri accanto gli uni agli altri e quella montagna col suo corpo umido, fitto di fibre. Io sono uno qualunque, uno dei tanti. Di me, di noi, mi chiedo cosa resterà in questo buio violato: forse la pena, oltre che nostra, quella incomprensibile che sento del monte agonizzante, povero come noi. Mi fermavo ogni tanto – un mezzo lavativo, dicevano – guardando quel tormento di materia, che sembrava sognasse voli e azzurro, e soffrendo spedisse tanta vita in superficie, con una forza timida, settecento ottocento metri sopra, dove tutto scorreva inconsapevole. Tra poco ci sarebbe stata luce improvvisa, un boato, qualche sorriso piegato. Poi avremmo ricominciato altrove, a tracciare altre strade, diverse e tutte eguali, che a volte dentro il sonno si confondono, si sommano, ne fanno una soltanto, che dondola, va su. Va verso l’alto. Dove non lo so.

*

L’inverno è ritornato
sembra diverso però questa volta
quasi da strabiliare
sgominare l’indifferenza.
Fino a qui è arrivato dalla dimora del gelo
che tentano situare col satellite ultimo
quello che vede bene
anche i dettagli di tanta perenne magnificenza
che invece ci resiste
non avrà traduzione
resta nel bianco lascito cui attinge il cielo per rifare la neve
o nel bulino fine del tramonto
che fa i rami gioielli
nudità le montagne
in questo lancinante addio
che natura perdona sempre al fato.
Saremo ancora qui sperduti
mai sicuri
daccapo in questo freddo
che sente tanta povera speranza e ne fa primavera.

Giovanni Parrini

Giovanni Parrini

Alla fine
chi lo direbbe
che le cose che la vicissitudine ha messo insieme
rampicando una vita
qua e là per mura accecate
alla fine
le trovi in un armadio
e a contarle ti ci vuole poco
poche ore
una giornata
non ha importanza l’unità di misura
il nodo non è quello
ma solo che decideremo noi che cosa e come scegliere
buttare conservare quello che ci parla di qualcuno
denudare uno spazio
per fare posto a roba nostra
sempre lo stesso spazio
roba al posto di altra che serviva e non serve
adesso che fa quasi preghiera
religione dimessa
nel vuoto rimbombo del legno.

*

Proprio una bella cena
di quelle dove vola la distrazione
l’evasione dal vivere solito
come il vivere è sempre
portare
consumare
digerire
convivio e trauma creaturale ottuso
chiacchierare scempio
che sale alle alte sfere
mezzanotte ammiccante su piatti e su bicchieri
sulle teste travolte dall’algida bellezza
crudele con il vario armamentario di simboli
nero fondo di grilli
abissale inquietudine
o viola incantatore della lampada per gli insetti
dove vanno a un’orribile morte
oppure scampano
e noi iddii superbi per un po’ di potenza
un niente di presenza
che tra poco uno a uno andiamo via alla spicciolata
una notte qualunque.

*

Anche fosse soltanto per la grandine
che corre pazza sulle soffitte
o per l’aurora che posa le labbra sui monti
varrebbe resistere
non chiedendo che cosa mai significhino questi misteri
cosa vogliano da noi.
Che ci arrendiamo?
Sarebbe bello
così potremmo farcene dimora
smettendo di scavare e costruire
arraffare immanenze
per non rendere vana questa notte stremante
e non fallire l’altro fulgido significato
che ci cerca e ci ama come siamo
deboli e belli
ragazzi innamorati d’un poco di poesia
a cui l’anima va
per trovarsi da vivere.

*

Con miliardi e miliardi d’altre eguali
si fa la pioggia
si evapora.
È un fato concavo di cielo il mio
m’ama un cuore di nuvola
ma voi invece no
nemmeno per la testa
non v’accorgete che sono laguna dentro i fornici
cascata oceano assieme alle altre
io di soli tre atomi
che sopra i finestrini faccio fiumi e delta
in certe sere torve
quando sareste in grado di guardare
in un’altra maniera dal chiuso d’abitacoli
nell’urgere dei clacson.
Poi ecco il tergicristallo
netta ananke di gomma. Finiremo da qualche parte
torrente o nebbia
o gemma sopra il dente d’una benna
come successe a me
e c’era uno che stava a guardarmi.
Non so che cosa avesse
rimase lì con gli occhi da bambino per un bel po’
che mi pareva quasi che piangesse mentre andava via.

edward hopper-office-night

edward hopper-office-night

Allora anche un’occasione così in apparenza grigia
servirebbe a dire grazie
eppure a smozzicarne la pronuncia
rimasticandola fra i denti tutta la vicenda nostra
di dettagli da poco
non sapendo che ci ama
che ci vuole invaghiti qui perfino
col tabellone visite cui tiene dietro il fiato
chi sperso dentro una rivista mezzo spaginata
qualcuno in piedi spalle contro il muro goffrato
angeli immensi tutti
in quel fondo di mani
nella piega d’una bocca cui i pensieri s’arenano
o in quel giocare con il calendario dell’i-Phone
millenni uno sull’altro touch leggero
marzo del 5000
dicembre 7500 un lunedì
agenda da riempire
cosa saremo mai
stessa gloria e angoscia andate a perdersi
opacità dove mulina un polline di preghiere
smarrito intanto il nesso d’ogni cosa
mentre scatta il tuo numero.

*

Ci sono chimici vapori lunghi a sfibrare il sole
che ci si immerge stanco
e noi pure lo siamo.
Dovremo traslocare nuovamente domani
per poi acquartierarci
gettando l’inservibile
che ogni volta è maggiore
quasi tutto alla fine
un divario che colma di trasparenza il diario
d’assenza il sasso dell’identità
dopo molti trascorsi
sembrando che l’attesa abbia perduto il suo significato.
Ma se succede è perché quella è altro di quanto immaginiamo
serve affinché dilaghi l’invisibile nelle nostre evidenze
da starcene come isole
che il mare riassapora rende uguali.

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POESIE SCELTE di Dona Amati da  “Riguardo all’obbedienza Poesie dal corpo” con una nota critica di Letizia Leone, Fusibilialibri 2013

pittura parietale romana epoca pompeiana

pittura parietale romana epoca pompeiana

Dona Amati è nata a Roma nel 1960. Ha pubblicato Il pomo e la mela, Lietocolle, 2006, Emisferi – Al nudo delle voci, Folci, 2006, ed è autrice dei testi de Il Dito del diavolo – Op. 71, poesia musicale del M.° Marco Pietrzela, Ed. Musicali Berben, 2007. Il suo esordio è con l’antologia Ti bacio in bocca, LietoColle, 2004. Suoi testi sono presenti in varie antologie, per le edizioni Lietocolle, La città e le stelle, Lepisma, Le impronte degli uccelli, La vita felice, Perrone, nonché in traduzioni per edizioni straniere come l’antologia serba Cpūcku jyi. Ha ideato e curato i volumi antologici Haiku tra meridiani e paralleli e Caro bastardo, ti scrivo. Storie di male e di miele (con variazioni sul tema), per FusibiliaLibri, 2013.

È cofondatrice della associazione culturale per la diffusione della poesia Le Mele-Grane,  per  la quale ha curato diversi eventi letterari di livello nazionale e internazionale, anche presso diverse ambasciate straniere. È presidente di Fusibilia associazione, di cui cura in particolare la parte editoriale. Nel 2011 e nel 2012 è a Belgrado, su invito dell’Istituto Italiano di Cultura e dell’Associazione nazionale Scrittori Serbi, dove partecipa al 49° Raduno Internazionale degli Scrittori. Unisce l’attività letteraria all’impegno civile per le tematiche di genere.

 gladiatores de Roma

gladiatores de Roma

Commento di Letizia Leone

Le ‘poesie dal corpo’ di Dona Amati, come riporta la didascalia che fa da piedistallo al titolo massiccio di quest’ultima plaquette Riguardo all’obbedienza, testimoniano e ribadiscono la centralità che il corpo ha assunto nelle poetiche contemporanee, non solo letterarie ma artistiche in genere, e si pensi alla body-art e alle manipolazioni estreme di artisti che fanno della carne il proprio ‘teatro operatorio’.

Portavoce di una coscienza femminile silenziosa e invisibile nei secoli, questa  poeta-donna vive empaticamente le istanze sociali e politiche più attuali e, inevitabilmente, coinvolge in questa sua chiamata erotica un coro di donne cariche di solitudine e di lotta.

Non a caso questo canto d’amore e d’erotismo si colloca sotto la stella dell’energia demoniaca di Lilith, il mito millenario di seduzione maligna e notturna, alla quale elargire i propri voti di obbedienza, “l’oscura attrice” portatrice di conoscenza che diventa controfigura e specchio di un ‘io’ in continuo conflitto e tensione desiderante. Un titolo apparentemente sviante dunque, che evoca categorie come trasgressione e divieto, e dove l’obbedienza (parola densa e pesante nella storia del femminile) in una sorta di acrobazia di senso, si piega alla  potenza eversiva dell’amore per diventare infrazione.

Oppure ricapitolazione del rito purificatorio del piacere che vuole liberare il corpo della donna dalle proibizioni più antiche e dalle violenze, assordanti e quotidiane, che come un rigagnolo sotterraneo hanno attraversato i secoli bui mantenendo intatta la loro portata di odio, misoginia e paura.

Allora l’autrice “colmata del canto di Clito” dispiega il suo corpo-scrittura in un doppio richiamo non solo tematico, all’erotismo, ma anche alla fisicità di una parola percettivo-sensuale come quella della poesia. La sottomissione al demone dell’eros viene declinata in tre tempi: Himeros, Photos, Anteros.

Irrompe sul palcoscenico la potenza del desiderio in testi dalle ampie volute metaforiche tese a corrispondere lo stato di alterazione dell’ ‘amor fou’, della passione:

“… è un’altra induzione / alla carne in festa / un losco lessico tabulato in sillabe / sintagmi – appunto – di serra in esplosione / terra di ioni intermittenti / l’accoglienza simultanea di tuoni nel corpo”.

La psicologia ci ha informato abbondantemente sul ‘quadro patologico’ dello stato amoroso che confina con lo squilibrio psichico, si pensi  alla seduzione, ad esempio, dove sperimentiamo una dipendenza totale che ci porta ad abdicare all’altro. Stato sì, di estrema vulnerabilità ma anche potente generatore di immagini, ‘daimones’, forze inaspettate e pulsionali che sono a fondamento di qualsiasi attività artistica.

Per  Rilke  amare è l’occasione di “diventare mondo grazie ad un altro … è qualcosa che lo elegge, lo chiama ad un’ampia distesa”: ecco proprio questa ampia distesa metafisica attraversa la poesia carnale di Dona Amati in un “osanna del pasto fisico” dove la continua rifondazione del corpo va di pari passo con la rifondazione della lingua, lingua sapiente della poesia, di io e mondo reale (oggi costantemente minacciati dallo sfaldamento nel virtuale).

Qui la dimensione energetica dell’erotismo coincide in pieno con la qualità primaria della poesia che è puro piacere della forma, un percepire sensoriale che riporta le parole alla loro dimensione concreta e tattile, sensuale … così come era alle origini il mitico linguaggio degli uccelli, il linguaggio adamitico foriero di una dimensione magica e creatrice.

Ne nascono versi intessuti sulla stretta relazione tra materia, simbolo e scrittura dove gli elementi corporei della sessualità (lingua, gola, voce, dita, ventre…), vengono elevati ad una pura funzione simbolica e disegnano in crescendo i fantasmi del desiderio. Finché il corpo tutto diventa strumento fonatorio, sonoro, diventa la pagina bianca su cui scrivere, o farsi ri-scrivere, in un movimento di rigenerazione cellulare e spirituale, in una auspicata “Vita nuova”, privata e collettiva insieme:

Dammi un titolo o / chiudimi etèra d’attimo / crocifissa al tuo sudore. / Girami il dorso ritrova la bocca. / Aprila”.

dona amati cop

L’erotismo è una delle basi di conoscenza di sé,
tanto indispensabile quanto la poesia.
Anaïs Nin

Canto d’amore

– Obbedienza a Lilith –

Questi nostri occhi, fermi, ormai impietosi,
accesi al rosso della stessa luna.
Noi sole, acciottolate nei corpi da
trasfigurare in mescolanze lucide
inarcate come un balzo inerte dal sesso sospeso.
Ti cercherò la lingua macchiata d’impudenza
dalle mie dita berrai la sete fausta lasciando
il bisogno caldo punzecchiarti il grembo,
riempirne denso il calice vuoto.
Tu frani vicina, invadi come mente
di seta, pelle di femmina,
maestoso mantello da ricucire.
Del tuo taglio ora schiuso l’incendio
mi specchia donna amante
contendente colmata di canto di clito.
Oltre le note di divinazioni scoperte
infiammate sui tuoi seni di cera.
Sei bella. Offerta nel profilo morbido
che cede, come maleficio d’incanto.
Non è tempo di allentare il movimento
della conoscenza, oscura attrice.
Voglio sciogliere lo sfinimento
impallidirti del respiro tutto
razziarti il fremito
come innaturale preda
che s’abbraccia di me, concessa.
*

I miei amanti lo sanno
che intingo il corpo
in un deserto freddo
e aspiro sabbia e polvere.
Loro fiatano brama dagli occhi grondanti.
Ma nulla mi riempie.
C’è solo polvere che metto addosso
che addosso
stipo.

Ed ho in palude il cuore.

*

Ti chiedo per me un momento
un frutto del tempo che lussureggi
su una storia che mi
preme tempesta

soliloquio di incanti spontanei
un obelisco di sete
incuneato nel cuore e
nella valle avida
alla fine del ventre.

*

Il confine è fittizio
non conta vederlo riempire lento
l’orlo del
rombo geometrico della bocca
in cui spingi
il tocco saprofita della sazietà.

Nell’incavo della gola lì
dove s’annida il primo singhiozzo
(mi)
soleggia il morso d’eros leccando
viscere avvicinate al nuovo gioco
di soffio labiale.

dona amati

dona amati

Senzienti e senza uguali le tue dita
risalire le mie gambe
incastrare l’occhio buio
– la luce non serve alla pupilla
resa umida come
una sentenza irrevocabile –
Ingoio il demone, la mia stella capovolta
i pensieri traboccano peccato originale,
quello che legge la notte
del fuoco acuminato,
che sbatte le ali dentro la pelle,
che mi allunga la schiena
per confinarla alle tue membra
saccheggianti,
anagrammando gesti
intimati dalle nostre dita oltre
l’ultimo possesso del tuo odore
– anche un frammento
può farmi guaire –

(appena accennati i discorsi del cuore).

*

Complice alla mente
quel fuoco che mi vuole
che umido manto
concede appena ti sento
somma marea coniata nel corpo
– del tocco ti vorresti sazio –

Dammi un titolo o
chiudimi etèra d’attimo
crocifissa al tuo sudore.

Girami il dorso ritrova la bocca.
Aprila.

dona amati

dona amati

Le mani infitte al delta del ventre
inizia alle gambe l’intarsio precoce ché
mi domo donarti la bocca al
primo suggello vischioso
che chiedi.
Poi selce di carne
s’offusca al mio vello
l’indizio d’esilio rovente
nell’asilo che cerchi tra il corpo.
Intimamente vinci e
mi sfili la gola
il volo ne è dentro.
Ne frulla il rango del godimento.

.
COITO

L’uomo nella stanza
come scommessa dalle tracce discinte
è un’altra induzione
alla carne in festa
un losco lessico tabulato in sillabe
sintagmi – appunto – di serra in esplosione
terra di ioni intermittenti
l’accoglienza simultanea di tuoni nel corpo.

Quell’uomo nella stanza, dico,
come sa compire,
come replica la matrice laida che
ristora le sfasature delle viscere
lui escogita orazioni circolari sui corpi
tondi come vipere allacciate
alla regola che
osanna il pasto fisico.

*

Quel modo che ho di toglierti dalla mente
strappare pian piano la carne
l’ingordigia del cuore
la memoria ambigua dell’ombra.

E uccidermi l’acqua sterile alla fontana
la vena a questo punto muta
l’essere ingrato del sentimento.
Io, quale modo ho?

Dona-Amati

Dona-Amati

AL MIO MASCHIO DI CASTA ZITTA

Mi monti nel laccio del silenzio.
È così che è. Il lieto fine è fermo al piacere, un soccorso agli istinti.
Sei complice di te stesso, non dell’aria che intorno
gareggia col mio nome. Non vuoi sentirlo, ed è
inutile che io presti la voce.
Un groviglio zitto è la faccia rovescia della medaglia
che ti arricchisce il vanto, il sol levante che t’illumina
circoscritto alla schiena nuda.
Gli occhi li tieni riluttanti alla mia aura, bui e poveri di indulgenza.
Oggi ti incontro. Ho gia ridotto a zero
l’innocenza, trema un tam tam di libidine incompleta,
la tua meta metà, l’irrisoria adorazione del tuo fusto
alto sulla mia obbediente inclinazione.
A darti silenzio solido fino alle ossa.
Nessuno sa che ti sdrai accanto a me, e dovrei anch’io ignorarlo.
Non lasci la testa nel cappio del sentimento
ma il corpo biblico ne ha due, e la mia ne è strangolata.
Esisti, non esisti, mi interroghi, non parli.
Quindi mi resti come io voglio, e non puoi farci niente.
Come una certa morte che si dà, una libertà spenta.

ANDARSENE (DISMESSA)

Il momento è tuo, adesso
mentre addomestico il sangue.
Interrompo la voce se è arrotolata su un silenzio regressivo.
Io contengo.
Sono il tuo nulla non rivelato
l’acqua statica muta
il nocchiere cieco
la nuova deriva del silenzio.
Ora sei tu che scivoli come
un’unghia che ha sacrificato la presa,
non ci salva più la fretta anchilosata sul sesso
i corpi marciscono al primo orgasmo, la voglia
dismette la sua sete, una bancarotta ai sussulti del piacere.
È quella foga di andartene, il soldo di latta del tuo bottino
che pretende pagar d’ufficio la mia rabbia.
Resto, indigente – e illesa – come un dio infame.

*

Non sarò mai io che piango,
ma ciò che mi prende dentro quando
il cuore è divaricato al sale, sollevato
dall’obbligo dell’amore che gira folle

– ogni amore ha un giroflesso prepotente
magniloquente come un verso pingue di parole –

Si tratta di smettere di pensarti
consumare il morso di te che ho dentro.
L’amore non è mai innocente, nemmeno
fatto di tempi morti.
E se scortica l’anima a blandi pezzi,
è risulta di facili bocconi d’eros.
non più giaciglio di sinapsi.

– Dovresti saperlo che
scrivo ancora, forse senti
lo stridio dei sentimenti sui fogli
nuovi.
O la manna della sordità.
L’urgenza delicata del silenzio.
Mio –.

Dona-Amati

Dona-Amati

Dovrei costruirla la cruna dell’ago
per passarci dentro
ostinata al senso andato di un passaggio unico.
Nel tuo giro di bocca, amore
arrotondarti lo spazio con le parole
prima di
fare leva sugli anelli nascenti.
Di carne e delizia.
Solleva bene il caldo del mio ventre.
Cos’hai da pungolarmi dentro?
Io so come fare
a martellarti le tempie e non deluderti.
È ad armi pari la catasta divelta
serrata infine come crisalide.

DI EX BACIO, IL MATTINO D’AUTUNNO

Stamani è il soffio che recita con me
nell’accorgersi che qualcosa è
da tenere stretto.
Perché le luci del mattino più rosse
non claudicano alle solite insofferenze
e ingoiano un altro saluto a
fingere ancora che
l’eco del selciato sia spazio dei tuoi passi.
Si muovono queste foglie sul chiaro dei tuoi occhi?
Si muovono perbene sull’orecchiabilità del vento.
Chissà se l’autunno di un bacio
intristisce anche dell’alba il sottofondo
quello che fa di tutto,
già orfano di verde.

… ché non è solo esile il fuoco
del cuore quando brucia,
è un tormento tolemaico al mio
tempio solitario che caduco
gli sopravvive intorno.
Per aspera ad astra
antica ritorna la stella a venire,
come guscio migrabondo d’armonia.

letizia leone

letizia leone

Letizia Leone è nata a Roma dove ha conseguito la laurea in lettere e il perfezionamento in linguistica. Agli studi umanistici ha affiancato lo studio musicale. Ha insegnato materie letterarie e lavorato presso l’UNICEF. Continua a leggere

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TRE POESIE di Luciano Troisio “de imbecillitate mundi”, “perché non conosciamo le avventure straordinarie”, “parentele del calembour” con un Commento di Giorgio Linguaglossa

bello il vuotoLuciano Troisio, padovano, studi classici, ha insegnato nelle università di Padova, Pechino, Shanghai, Bratislava, Lubiana. Ha viaggiato molto specie nel Sudest Asiatico. È autore di varie pubblicazioni scientifiche e sperimentali.

Riguardano la poesia: By logos, Lacaita, Manduria, 1979; Folia sine nomine, Seledizioni, Bologna, 1981; La trasparenza dello scriba, Vallardi, Padova, 1982; La poesia nel Veneto, Forum, Forlì, 1985; Ragioni e canoni del corpo, Asefi, Milano, 2001; Linee odierne della poesia italiana, Hebenon, Torino, 2001; Folia sine nomine secunda, Marsilio, Venezia, 2005.

Inoltre ha pubblicato le raccolte poetiche: L’angelo alle spalle, Rebellato, Padova, 1960; Anamnesi in tre versioni, Rebellato, Padova, 1965; Precario, Lacaita, Manduria, 1980; Persistenza del cavallino, L’Arzanà, Alessandria, 1984; I giardini della maharani, Mercato saraceno, Treviso, 1986; Prove di diluizione, Edit, Fiume, 1999; Le poetesse cinesi, Ad Histmum, Padova, 2000; Three or four girls, Signum, Milano, 2002; Parnaso d’oriente, Marsilio, Venezia, 2004, Oriental Parnassus, translated by Luigi Bonaffini, Legas, New York, 2006; Strawberrystop, pref. di Giorgio Linguaglossa, Faloppio, Lieto Colle, 2008; Papera Omnia, Panda, Padova, 2010; Locations, Impermanenza, Cleup, Padova, 2012.

Luciano Troisio con pappagallo

Luciano Troisio con pappagallo

Commento di Giorgio Linguaglossa

È possibile il colloquio in poesia?, direi che è possibile soltanto attraverso una finzione, attraverso la problematizzazione della poiesis. Noi sappiamo, per averlo appreso nel corso del Novecento, che più la problematizzazione investe il pensiero (poetico) più il soggetto esperiente si rivela colpito dal tabù della nominazione. Qui si nasconde una antinomia. C’è una oggettiva difficoltà, da parte del poeta moderno, a nominare il «mondo» e a renderlo esperibile in poesia; c’è una oggettiva difficoltà a scegliere l’«oggetto» della propria poesia; quale «oggetto» tra i milioni di «oggetti» che ci circondano?, e perché proprio quell’oggetto e non altri?. Che l’atto della nominazione si riveli essere il lontanissimo parente dell’atto arcaico del dominio, è un dato di fatto difficilmente confutabile e oggi ampiamente accettato, ma quando la problematizzazione investe non solo il «soggetto» ma anche e soprattutto l’«oggetto», ciò determina un duplice impasse narratologico, con la conseguenza della recessione del dicibile nella sfera dell’indicibile e la recessione di interi generi a kitsch.

Mai forse come nel nostro tempo la dicibilità della poesia come genere è precipitata nell’indicibile. Voglio dire che una grande parte dell’«esperienza significativa» della vita di tutti i giorni (ammesso che ci siano ancora «esperienze significative») è oggi preclusa alla poesia, per aderire al genere romanzesco della narratività. Direi che l’ordinamento borghese del mondo occidentale con il suo semplice prescrivere il «dicibile», bandisce implicitamente tutto ciò che non è immediatamente dicibile nei termini della sua sintassi, del suo lessico e della sua concezione del mondo. L’operazione di Luciano Troisio è semplice: instaurare un colloquio con se stesso. Una volta instradata nel per questa via, la dizione poetica non può più abbassarsi al piano «basso», resta nel piano medio, quale dimensione del meno peggio. Il linguaggio poetico di Luciano Troisio si snoda senza ingessature, senza rigidità.

Certo, non è il piano minimale quello scelto da Troisio per i suoi colloqui, né all’autore interessa porre l’argomento sul piano cronachistico, la tematizzazione del tema non l’avrebbe consentito. La sua poesia parla molto più dell’«oggetto» che non del «soggetto», è attenta al lettore, si indirizza al lettore, suo principio regolatore, ultima istanza regolativa: la fenomenologia del soggetto è qui dipendente dalla fenomenologia dell’oggetto.

Japanese Priest

Japanese Priest

Il logos problematizzato e figurato condiziona i modi di espressione della soggettività: ed essa finisce inconsapevolmente nell’imbuto della reificazione delle forme espressive e la formulazione del logos subisce il tabù della nominazione, che è quell’altra forma di dominio in cui si traveste l’ordinamento borghese della rappresentazione secondo i suoi valori e le gerarchie delle sue istituzioni stilistiche. Troisio si sottopone alla verifica di de-reificazione e di de-realismo che la tematizzazione della sua poesia gli richiede. A pensarci bene, è paradossale ma vero: la poesia dell’esperienza ha bisogno di un universo simbolico nel quale prendere dimora e di un rapporto di inferenza tra il piano simbolico e l’iconico; in mancanza di questi presupposti la poesia dell’io esperiente cessa di esperire alcunché e diventa qualcosa di terribilmente autocentrico ed egolalico: diventa presso a poco la carnevalizzazione di se stesso, esternazione del dicibile sul piano del dicibile: ovvero, tautologia.

Se il senso della poesia manca, manca la poesia il suo bersaglio. Non v’è orientazione semantica senza orientazione del significato. La poesia esprime il senso che può, al di qua di ciò che intende e al di là di ciò che attinge. Il compito che oggi arride alla poesia dei «poeti nuovi» è appunto ricostruire una relazione tra il significato e il significante, ma in termini del tutto diversi rispetto a quelli che abbiamo conosciuto nel Novecento.

In un mondo in cui i rapporti umani sono diventati un problema tra gli esseri riprodotti come talismani magici e ridotti a vasi incomunicanti di un messaggio che è stato soppresso dalla prassi sociale, resta il problema di come sproblematizzare il problematico, di come figurativizzare il non figurativo, di come liberare le emozioni dalla cella dell’io che racchiude l’inautenticità generale nel mondo degli oggetti semiotici.

Oggi forse, dicono alcuni, è possibile soltanto una poesia dell’inautenticità e del falso. Come il tinnire di una moneta falsa, la poesia la devi lasciare nel suo brodo di intrugli e di piccoli trucchi per poterla rubare agli dèi. Forse è così che la pensa Luciano Troisio.

Luciano Troisio

Luciano Troisio

DE IMBECILLITATE MUNDI

Il mondo è noioso
è sempre quello di Candide
l’unico che abbiamo.

Il mondo è ripetitivo
dobbiamo continuamente reinventarlo perché sia passabile,
capita che si è costretti a fare infinito autodafé
bisogna svenarsi a pulirlo ininterrottamente
a rallentarne il degrado verso l’osceno e lo spaccio
[della Bestia Trionfante].
Una volta palpate le poche bellezze
uno potrebbe perfino averne abbastanza,
e se trovasse gli alberi anelati, ma proprio quelli,
sedersi all’ombra nella Posizione Riflessa,
non muoversi più.

La sopravvivenza è da stupide tartarughe
da idioti strumenti sempre identici
nell’evoluzione il cretinismo è vincente
infinita è la potenza innovante del volgare
(aqui està el busillis)
andirivieni monotono
la ripetizione è un concetto fondamentale
che merita lunghe riflessioni
pornografia madre falba della sterilità,
permessa per la sua elementare stupidità
innocua democratica gratifica il basso
più è volgare più ha successo
(nelle pie intenzioni dovrebbe presto stancare,
già quella di lusso è meno benvista)
non si osa relazionarla al Mondo
nella sua accezione di “bello, santo, pulito”.

Ma poiché sempre nuove necessitano
giovani meraviglie, variatio delectat
(mentre la pendolare saturazione si autoelimina)

infinita è la potenza innovante
dell’immane immune stupidità
che perfino Einstein considerava non relativa.

Tranquilli, ai vostri posti:
è lei che fornisce l’energia
al Mondo bello e santo
onde trasmigrare senza fine.

(Phonsavan, 20 dicembre 2007)

la Gru

la Gru

PERCHE’ NON CONOSCIAMO LE AVVENTURE STRAORDINARIE

Le avventure più straordinarie
non furono mai documentate
né su stele né su papiro
tanto meno su feuilleton o sulla “Trivial Literature”
che si occupavano di banali imitazioni per condòmini poverini.
Non si devono raccontare.
Molti dubitano che siano davvero successe.
Rimasero nelle remote memorie delle fanciulle più riservate
belle in modo raro e divinamente timide
in quelle degli erculei trasgressivi marinai
di braccio forte e zigomi vigorosi.

Notti inattese imprevedibili, sospiranti alcove silenziose
doni di incommensurabile lealtà
patti immacolati,
senza mappe rotte segrete
perfezioni inarrivabili
esilaranti burle

tesori per caso rinvenuti e subito sperperati,
negli stessi forzieri (ma altrove) risepolti da altri pirati
segreti arcani d’arcanisti con essi crepati
si ignora se rammaricandosi o felici del vissuto

Notti paradisiache dionisiache danze
tradendo fuori norma Caina e Giudecca
parossistiche plurime pareano senza fine
fortune e pigliate irripetibili

Quali inestricabili contesti di
Giardino misterico lussurioso
senza piante spinose, sur l’erbe soffice aromatica,
ripensato mentre astrattamente si sorbisce
una mediocre fast soup in città dietro l’università
economo ritrovo d’acuti irsuti
ragazze etniche, studenti
del mondo scadenti modificatori
miglioratori indolenti

Apax possibilità che si verifica un’unica volta
cancellata
congruamente consegnata a racconto mitico
a incredibile narrazione:
[olim, once, una volta…
Spartani, non aggiungere fronzoli]

E poi è finita, ognuno se n’è divergendo ripartito
al last minute per il suo giogo
ha richiuso lo zaino della non condivisione
poi ché nulla succede (a patto che nulla venga descritto)
poi ché alla fine dell’attento rettileo ascolto
il ladrone imbelle che vorrebbe far parte di segreti
si lascerebbe sfuggire astutamente, annotando:
-Non ti credo.-

(Luang Prabang, 7 dicembre 2007)

persia hasht-behesht_palace_kamancheh

persia hasht-behesht_palace_kamancheh

PARENTELE DEL CALEMBOUR

L’Escamotage non è affatto parente del Calembour.
Un certo nesso o affinità ci potrebbe anche essere
(per via del progetto) ma il secondo
è istantaneo quando esce da cocca,
l’Escamotage paga lo scotto del mediocre
turpe goal sotteso ruminato
con relative tresche trabocchetti riserve mentali
predisposte a indurre l’ignara vittima nel quasi tranello
quindi l’Escamotage è figura popolare riservata ai mediocri
dominanti il pur attivissimo sottobosco
lussuoso e kitsch

mentre il Calembour si raccomanda per il brillio dell’acutezza
del lazzo improvviso direttamente dall’inconscio
più tremendo aristocratico, a noi stessi ignoto
che fornisce cultura eleganza (se ne abbiamo,
altrimenti è vivamente consigliata l’astinenza),

è lui che fonde il fulminante crogiolo della scienza seria
quando ride di sé,
fornisce un gioco lucido sempre innovante galante
fortemente competitivo elitario
proporzionale al gusto idiolettico dell’autore,
scatena invidia contraddizione
si tratta di un’invenzione
o comunque di un uso soprattutto novecentesco
in sintonia con il suo straniamento sincopato
il sarcasmo, la crasi orgasmatica,
l’iperbole, il singulto.

l’Escamotage è democratico
protetto dalla dea Ananke
il Calembour ha la libertà dell’inutile
è gratuito come il sogno e la poesia
è riservato ai divini perdigiorno.

Una certa corrente di pensiero colloca
la differenza nella pratica conseguenza
perché l’Escamotage raggiunge una meta pratica
per quanto di picciolo affare,
né va sottovalutato il pregio enorme di risolvere
(almeno per chi escogita)
ad es. un garbuglio burocratico una situazione di stallo
un nodo che paralizza.
Non necessariamente l’Escamotage è un imbroglio
(qualche volta lo è).

Nasce da antichissima abilità, dalla forma inferiore dell’intelligenza
dall’astuzia che si trova alla fonte di molte favole di molti
poemi tramandati dalle epoche più remote e quindi
allude alle capacità di sopravvivenza di adattamento
non privo di una certa sua ammaliante elementare sottigliezza
in base alla quale l’uomo si salva, vince il mondo ostile
in un ambiente di estrema competitività
dove è inevitabile che alcuni siano poveri
(proprio perché lo sono rimasti nella testa
per manco d’Escamotage).

Sotto certi aspetti il nostro specchio Bertoldo
gioca in ambedue i campi:
non è affatto facile garantirsi la pelle
riempirsi la pancia di rape e fagioli, far ridere il padrone
e non rinunciare a una propria minima soglia
di saggio quasi acribiaco decoro non soltanto linguistico.

L’Escamotage è arcaico
il Calembour è giovane
perché legato all’apprezzamento
della più recente evoluzione del linguaggio.

Sono dalla fondazione appassionatamente iscritto
al Partito del Calembour
perché come tutti i partiti consiste in mero Flatus Vocis,
ma si pone intatto nella sua gratuità di licenza poetica,
è molto più avanti
(pur essendo caratterizzato da una forte connotazione oligarchica)
tutto sommato illustra la bravura del destinatore
soprattutto sottolinea la sua personale vis comica
quindi si distingue da tutti i partiti seri
che la celano

infine pregio non ultimo fa ridere la donna intelligente
(spesso anche bella, quella che ci piace)
che abbiamo scelto di corteggiare inconsapevolmente
per mettere in mostra la livrea, sondare se ci starà.
Il Calembour è arma potente di seduzione,
e come la ruota del pavone
chi ce l’ha ce l’ha.

(Vientiane, 16 dicembre 2007)

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NOVE POESIE di Lino Angiuli da “Ovvero” (nino aragno, 2015 pp. 152 € 10) “preposizioni semplici” con uno scritto critico di Giorgio Linguaglossa

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Lino Angiuli (1946) è nato e vive in terra di Bari. Delle dodici racolte poetiche ad oggi pubblicate,le ultime due sono apparse nella collana “Licenze poetiche”di Nino Aragno Editore. Sulla sua produzione poetica vedasi Dal Basso verso l’alto: studi sull’opera di Lino Angiuli, a cura di Daniele Maria Pegorari (2006). Collaboratore dei servizi culturali della Rai e di quotidiani, ha contribuito a fondare alcune riviste letterarie, tra le quali “incroci”. Molte pubblicazioni sul versante della tutela della cultura tradizionale.

Lino Angiuli cop ovvero Commento di Giorgio Linguaglossa
la poesia di Lino Angiuli  tra modernismo e neomodernizzazione stilistica

Dalla plaquette giovanile di Lino Angiuli, Liriche (1967) fino ad Amar clus (1984), trascorre circa un ventennio durante il quale il poeta pugliese passa da una lirica tradizionale ad una koiné linguistica che ha assorbito gli stilemi dello sperimentalismo coniugandoli con l’abbassamento del registro lirico in direzione di una prosaicizzazione aperta alle tensioni antifrastiche (anche in idioma) e alle inflessioni di ironico disincanto. Campi d’alopecia è del 1979 (l’anno dopo la pubblicazione della Antologia della Parola innamorata, che segna l’inizio degli anni del riflusso); qui siamo dinanzi ad un discorso poetico dove è predominante un vistoso intento metaletterario: locuzioni incidentali si intrecciano a frastagliature frattali; locuzioni parenetiche, parentetiche, ipotetiche, ottative, dubitative, esortative si diramano nel tessuto ritmico-sintattico con tutta una congerie di espedienti retorici: dall’anafora, alla paronomasia, alla metafora per contatto, alla anadiplosi,  alla analogia per dissimmetria che finiscono per conferire al testo un andamento di irrisione convulsa a metà tra la mestizia del grido impotente e la tristizia goliardica della derisione. È un proposito metaletterario quello che governa il dettato poetico di Angiuli; è la sua personale interpretazione dell’eredità della neoavanguardia. Angiuli importa nel suo registro stilistico la più grande estensione di strumenti retorici dello sperimentalismo per piegarlo all’impeto e allo sdegno civile e politico ma anche alla irrisione e alla derisione, al disincanto e all’incanto; quello che ne deriva è un tessuto linguistico composto, mobile, variabile, esuberante di immagini e di moduli sintattici che si sovrappongono e interagiscono in un soliloquio con effetto di lacerante e grottesca ilarotragoedia.

Che a fare l’uovo di colombo
almeno quando si rigonfia l’alluvione
di scatole discorsi a due piazze e scatoloni
scollando significati appena insalivati
dalla carnagione variopinta di amanti occasionali
pascola allora nelle sventrate intercapedini del sole
una razza di muffe ininterrotte allora…

Edward Hopper room in New York.

Edward Hopper room in New York.

È in questi anni che la crisi del discorso lirico si aggrava. Si sta preparando il decennio della «parola innamorata» e del «ritorno all’innocenza»; gli spazi per un discorso poetico aperto e problematico si restringono sempre di più. D’ora in avanti si apre la strada in discesa delle poetiche deboli e deresponsabilizzate. In Angiuli non si riscontra alcun rimpianto per la scomparsa di quel mondo stilistico maturo di cui l’ultimo prodotto è stato il post-ermetismo pugliese di un poeta come Vittorio Bodini. Quello che nel 1952 Anceschi definiva «poesia degli oggetti» nel frattempo ha occupato la piena visibilità dello scenario poetico italiano e il minimalismo è nella sua fase ascendente: non ci sono più i margini per la elaborazione di una poesia che si distacchi dal quadro di riferimento «normativo» nazionale. Forse, una certa nostalgia per quel «mondo stilistico maturo» che è scomparso la si può rinvenire in Amar clus, (1984) in cui le fonti stilnoviste e provenzali vengono reimpiegate per un effetto di straniamento e di distanziamento rispetto alla poesia coeva; nel frattempo, l’impiego di un certo «quotidiano» sta diventando un dogma che non cessa di esercitare sulla quasi generalità un certo effetto, un certo ascendente. Angiuli ha già introdotto, per suo conto, il «quotidiano» in una sorta di registro basso, pur se variegato e mosso. È il quotidiano del registro rurale che convive con il quotidiano della civiltà cittadina. Convivenza in un equilibrio incerto e instabile dal quale il poeta pugliese sa far scoccare le scintille del suo personalissimo trolley linguistico. Angiuli sa che il «quotidiano» che si fa a Milano è un prodotto della latitudine: non è un abbaglio, non un errore di prospettiva, non è un errore ottico o un errore di poetica. Angiuli lo sa ma sa anche che una poesia del Sud modernamente aggiornata non potrà vestire i panni del modernariato né i jeans dell’ideologia modernizzatrice, e corre ai ripari nelle opere successive calcando il pedale dell’acceleratore dei toni ilari e giocosi e del «quotidiano» sudista.

Un certo ascendente, si sa, opera, a ricaduta, entro un cerchio di iniziati e dentro la sfera di competenza di una istituzione stilistica. Di fatto, è così che prende forma una egemonia: una «linea ascendente» della tradizione stilistica permette una «linea discendente» di immediata riconoscibilità. Tutte le opere che si inseriscono nella «linea discendente» appaiono automaticamente riconoscibili a norma della «linea ascendente». Ecco come si forma una tradizione stilistica. L’intento di Angiuli si muove in direzione di una poesia che abbia le sue salde radici iconologiche, coloristiche, fonosimboliche e materiche nel Sud, non può guardare al Nord se non come a un’officina che va derubata e depistata e capovolta ma non può guardare al Mezzogiorno se non nei termini del principio di ironizzazione, del capovolgimento e del ribaltamento dell’iconologia della tradizione post-ermetica del Sud.

Catechismo è del 1998. Libro chiave, di svolta e di stabilizzazione stilistica. «Catechismo» è, un lemma ironico, appunto: catechizzare come sinonimo di ammaestrare. Ormai il poeta pugliese ha messo a punto la direzione della propria rotta: una post-poesia di riflessione metaletteraria sul tema del «paesaggio» («L’orto festeggia l’onomastico del sole / fantasticando d’essere un deserto…»). Libro che alterna composizioni in lingua e in idioma, sospeso tra natura e cultura, ancora una volta tra il piano «basso» del folklore e il piano «alto» della poesia in lingua ma senza mai perdere il contatto con il piano «basso», il pavimento del folklore.

pittura edward-hopper-summertimeDirei che è la latitudine che governa la poesia del poeta pugliese più che la longitudine, e sotto questo aspetto, il percorso della poesia di Angiuli è davvero singolare e significativo: dalla rastremata lirica del 1967 il poeta pugliese giunge, nel secondo ventennio che va dal 1984 al 2010 de L’appello della mano (Torino, Aragno), ad un discorso poetico sostanzialmente dal timbro metaletterario, da dove sono stati espunti i riferimenti polemici al «mondo», (sembrerebbe quasi una ritirata strategica) ma la poesia degli anni Novanta e degli anni Dieci ne guadagnerà in brillantezza e nitore di superficie. Angiuli alleggerisce la chiglia stilistica della sua poesia dei toni più asseverativi e suasori; adesso il tessuto stilistico è più leggero, più arioso, più frizzante ma ha anche perduto lo sfrigolio, l’attrito dell’utopia che spingeva in avanti l’attesa e allungava il futuro. La modernizzazione del Sud non c’è stata, non c’è stata una crescita economica del Sud, non c’è stato sviluppo ma, paradossalmente, il Sud è entrato, in qualche modo, a rimorchio della modernizzazione del resto d’Italia e la poesia più sensibile se ne è accorta. Ecco perché la poesia di Angiuli non si limita a perseguire la modernizzazione linguistica (riflesso acritico della modernizzazione tecnologica) ma si inoltra nell’unica direzione possibile: lo spazio della ilarizzazione dei nuovi linguaggi, della nuova koiné linguistica.

In Amar clus del 1984 Angiuli giunge ad un surrealismo tutto personale, nutrito di calembours e giochi di parole, una poesia scandita in strofe compatte e ariose, anzi, aeree tanto sono leggere che sembrano innalzarsi come palloni aerostatici:

Da bravo galeone fantasma
trasporta santi diavoli e cristiani
insieme a taciturni incubi di calce
da una sponda all’altra della notte
beccheggiando dentro un tempo acquoso
che affila le sue onde a mannaia
contro parole in pietraviva

Un giorno l’altro (Aragno, 2005) è un libro emblematico del, se mi si passa la dizione, «ritorno all’ordine» di Angiuli: qui opera il principio di demistificazione e ironizzazione a tutto campo che non risparmia né il profano né il sacro: è il disincanto della leggerezza e del principio di ionizzazione del reale: «mi faccio un giorno o l’altro come dico io / mi faccio una rima che finisca in dio» (con tanto di scorno delle forzate letture di chi ne fa un autore ligio al Vangelo). Nei testi di Angiuli c’è la piena consapevolezza stilistica della provenienza «dal basso» di certi lemmi e di certi stilemi per confezionare un tessuto materico e stilistico direi conglomerato, rassodato, nella accezione di composto chimico-fisico del discorso poetico, a distanza di sicurezza da ogni suggestione «sacrale» o di banale dissacrazione di ciò che da tempo immemorabile non è più «sacro». La versificazione appare più ordinata, variegata, anche la gamma lessicale è stata sottoposta ad un processo di rarefazione, sottrazione di substantia e alleggerimento; i miasmi della modernizzazione industriale, che in Puglia non c’è mai  stata, sono ormai fatti del passato (recente e remoto), i pensieri brulicano, si assiepano e sgomitano per prendere la forma della poesia:

minutaglia di pensieri senz’arte né parte
crosticine della vecchia ferita
in odore di maltempo
che non s’asciuga e non s’asciuga mai
*
vorrei scovare una parola
svestita senza niente addosso
nemmeno qualche finta foglia
ma non c’è verso d’adocchiarla
forse sarà esistita
in fondo all’antro della voce.

Richard Tuschman interno

Richard Tuschman interno

Il discorso poetico da elemento di resistenza  è diventato una condizione di esistenza: «Intanto il capitale impera / coi suoi monili luccicanti», non resta che operare per introdurre quelle innovazioni stilistiche e materiche ad una moderna poesia del Sud;  l’evento imprevisto o sensazionale («intanto s’affatica il mare / su cui galleggia questa storia / come un turacciolo ribelle») fa parte del gioco degli elementi e dei fattori noti e non. Senza contare il severo allenamento alla desistenza operata dal poeta pugliese, che ben si coniuga con la condizione (esistenziale) di chi si trova aldiquà e non può far altro che spedire Cartoline dall’aldiqua (Bari, Quorum, 2004), come frecce appuntite, al mondo di chi si trova sull’altra spiaggia della temporalità e mondalità mediatica. È la strategia della desistenza ludognomica quella messa in atto da Angiuli alla ricerca del «punto fermo» della terraferma dalla quale inviare i segnali di fumo, le «cartoline», le parole leggere sub specie aeternitatis. È la strategia stilistica messa in atto dal poeta pugliese, che può contare sulla desistenza e sulla persistenza del proprio gioco di prestigio, sul gioco serissimo che diventa fuoco d’artificio.

In una recente intervista Angiuli scrive: «nella vivace e variegata situazione contemporanea… la maggioranza azionaria è ancora detenuta dall’io lirico, che tende a riproporre la propria ontologia all’insegna di una resistente, autoriproduttiva, teleologica e forse datata mitologia letteraria». Parole quanto mai in equivoche che gettano un fascio di luce sulla chiarezza della impostazione di poetica dell’autore.

In questo itinerario, non sorprende che il poeta pugliese, una volta ogni dieci anni, sia tentato di sciacquarsi i panni nei fiumi della sua terra: è da qui che nasce la plaquette Viva Babylonia (LietoColle, 2007), una raccolta di cromatiche composizioni in idioma di Valenzano, una boccata di ossigeno dirimpetto alla invasione dei linguaggi della media-sfera che Angiuli tenta in tutti i modi di neutralizzare aprendo le maglie della sua poesia alle contaminazioni lessicali più spurie. Degno di nota è che in questa ricorrente cadenza decennale, in ben quattro raccolte, i testi dialettali sono in condominio con quelli in lingua e si incamminano progressivamente verso un multilinguismo (strategia ben diversa rispetto alla bidimensionalità separata e strabica delle odierne tendenze del neo-monolinguismo della conclamata e invasiva neo-dialettalità).

In questa lucida strategia della assimilazione della contaminazione  rientra sia l’istituto dello spostamento semantico, sia il lavoro sui suffissi e i prefissi («orto» che diventa «risorto», «dente» accostato a «per-dente» in Catechismo del 1998), degli scambi semantici tra parole diverse dove il «catechismo» del perbenismo della piccola borghesia pugliese viene catechizzato e sottoposto a dissolvente ironizzazione. È l’iconologia (anche religiosa) piccolo borghese della Puglia che viene marionettizzata e ludicizzata, con tanto di quel «dio» popolare: «nel nome di un dio come si deve / un padremadre di tutte le virgole / compreso il destino sonoro della calandra / il karma buono di un dentedileone…» (da Cartoline dall’aldiqua, 2004).

Colored Folks Corner

Colored Folks Corner

Siamo arrivati a L’appello della mano (Aragno, 2010), una sorta di metanarrazione della propria posizione di poetica, una derisoria riflessione (capovolta) sull’epoca della globalizzazione («Le mani hanno cento occhi / gli occhi cento mani /inutile chiudere sotto chiave tutto / quello che svolazza (…) ho ben altro da fare / con i cinque sensi»); il poeta pugliese ha compreso che il «lasciapassare dell’aria», la comunicazione universale, ha sottratto al discorso poetico le antiche sicurezze: le «tematiche», gli «interni», gli «esterni», il «paesaggio» rassicurante della poesia elegiaca, il linguaggio rassicurante dello sperimentalismo, i punti cardinali sui quali si fondava la scrittura poetica nel vecchio Novecento. Ormai si apre un’era nuova e si chiude il vecchio mondo stilistico.

Di un monastero abitato da respiri medievali
vado tuttora in cerca con bisaccia a tracolla
certo che lui un giorno mi spunterà davanti
proprio nel mezzo di una geometria vegetale

perciò apprendo la filosofia dal lazzeruolo che
abita nel paese più remoto dell’occhio mentre
dal percoco imparo a pigliare il sole in fronte
o puramente a non farmi la barba tutti i giorni

parolerò coi monaci che mi hanno anticipato
con le sagome loro svolazzanti intorno al pozzo
di un’acqua da sorseggiare nelle mani a coppa
domanderò come introdursi in una passiflora

uscendone con una pozione di salmi terrestri
adatti a mettersi a tu per tu con la roba celeste
poi basterà alzare gli occhi oltre il nono cielo
per fare alle malombre disumane il contropelo.
*

A quel convento cimato in capo a una collina
bussa ribussa il pensiero per domandare i voti
e andarsene appresso alla radice quadrata che
porta lì dove molti avverbi finiscono in mente

una pezza di marrone manufatto basta e avanza
un cordone lungo quel tanto che possa servire
ad abbracciare il mondo con fare meridiano e
i sandali per poter viandare a piedi nella testa

al buon convento della terraferma mi raggiunge
l’anima in persona per spalancare porte portoni
da molti secoli non la guardavo in faccia ma lei
mi riconosce subito a prima vista e primo udito

appesa al collo porta una cartapecora sgualcita
dove sta disegnata la parola d’ordine silentium
un mare di silentium da risciacquarci la lingua
in modo tale che il suono vero non si estingua.

*

Da un chiostro accampato nella murgia aperta
ai famosissimi cinque sensi più quello di scorta
con cui misuro le muraglie di pietre muricciole
ci sono chilometri di spighe ballerine e tramonti

in un minuto secondo passa lungo l’orizzonte
una sorta di ripensamento che non dice niente
eppure traccia una striscia di cose d’altro mondo
la controfirma di quello che da noi si chiama dio

passa anche un odore di stalla migrata nell’altrove
tra la lagna di una casedda ruminata da malerbe
e due querce stravecchie da sempre imparentate
col fantasma di un volpino squagliatosi nel giallo

se poi compare la ferma essenza di un pio bove
allora sì che faccio terno nel suo occhio incantato
in cui sparisce la differenza tra ieri oggi domani
sì da poter slegare il cuore con entrambe le mani.

Lino Angiuli

Lino Angiuli

In questa cella vive una specie adriatica di alba
sbucata dall’acqua marina a due passi dal piede
fino ad allagare tutti i tabernacoli della mente
dopo aver sbarcato ossa di miracoli color caffè

quelle di sannicola e di sangiorgio per esempio
insieme alle milleunanotte di storie e patorie ai
contrabbandi di vite agli smerci di carne umana
alle malarie che combina l’homo qui dove però

vennero altre anime a raschiare l’umore del tufo
con il tantumergo rimasto impigliato al cappero
basta spegnere la radio dell’estate per ascoltarne
le note insieme alla ronda di api attorno attorno

basta una branda di sabbia circoscritta dal timo e
una grotta scarrassata dal sole verso mezzogiorno
per mantenere a cuccia la frescura d’ombre sante
tra cento viavai di un’onda galoppata dal levante.

*

Con l’abbazia d’un cielo fatto a cielo me n’esco
a pascolare il mio grillo canterino voglioso di
sviolinare la stella che da sempre lo allatta e di
salmeggiare a modo suo in onore della lunanova

gli passano così le brutte insonnie del malincuore
i calvari della grasta in terracotta tra vasi di ferro
gli inverni con le sue mazzate di coltello amaro
le gelature che gli stutano la parlantina in gola

meglio farsi un quartino o una quartina solitari
abbandonarsi alla notte come fosse l’ultimora
giocare con il buio a mosca cieca senza la paura
del giorno che pianta bombe per cogliere tombe

malemale domani mattina sposerà una zucchina
col fiore aperto a strombazzare le lodi pacchiane
lei non sa se potrà farcela a vedere un’altra sera
eppure in cuor suo sa che la propria vita è vera.

*

Su l’eremo di settembre veleggia una boccata d’aria
festeggia l’onomastico delle prugne color prugna
quelle ricevute in dono dal Qualcuno appostato
sopra l’altalena di una foglia eterna e passeggera

lì dentro c’è un sacco di roba che manco sappiamo
come una chiocciola mi ci chiudo da dietro e godo
questa brezza madrina di mandorle e ozoni strani
e di nostalgie giallognole scampate a un temporale

mi vengono incontro i fichi a mano disarmata ma
ripiena di fruttosio con cui provare ad addolcire
l’ombra scaraventata a terra dal fumo dei cannoni
inutili e scemi che fanno soltanto gridare peccato

peccato quei bambini che non possono fare poesia
peccato quelle donne col seno pendulo e vacante
peccato questi ulivi uccisi su un altare di cemento
peccati contro la vita che chiede un altro accento.

*

Per la cattedrale del sogno vado scolpendo origani
e rucole che si danno il cambio sul portale della
notte accogliendo un popolo di ombre pellegrine
tumefatte dall’assenza di luce e da vuoti di carne

a rimpolpare le loro lentezze accorrono i ricordi
accorrono i perdoni a tagliargli le unghie per bene
cosicché possano guarire dall’italico maltempo
e riuscire a incamminarsi sul tratturo del giorno

piano piano ecco si muovono in fila per quattro
per riempirsi la bocca con una manciata verde
c’è un cotogno che le aspetta proprio all’incrocio
tra l’autunno e una congrega di nubi pensierose

seminano nella testa la semenza di altri desideri
capaci di riempire le tasche di ortaggi consacrati
e accucciare tra parentesi quadre l’eterna fame
di sciocchezze che imbambalisce l’umano reame.

*

Tra me e la cappella della pioggia maestra di grigio
si stende una sera enorme quanto il lago maggiore
biodegradabile al centopercento più o meno come
le lacrime e tutto ciò che mi inumidisce l’ossario

allorquando anche il cielo si abbassa le mutande
così da acchiapparlo con un pensierino rasoterra
resuscitato dalla muffa come un cavolo a merenda
eppure buono a trasportarmi altrove tutto intero

è forse questo il tempo giusto per ridare la corda
ai sorrisi arrugginiti che fanno capolino dalle foto
ai memoriali che salgono su una scala senza pioli
e scendono con una cesta di frasi infreddolite

il tempo giusto per farmi amico quel cipresso lì che
ogni giorno mi fa buongiorno con la mano mentre
m’invita ad adacquarla bene la mia beata solitudo
perché cresca tanto da far rima con sola beatitudo.

*

Fra un migliaio di nicchie abitate da mille madonne
cerco quella incassata in fronte a una casa vacante
quella da cui fu sfrattato un qualche santo eremita
allergico alle messe cantate ai ceri e agli incensieri

voglio abitare lì in compagnia di calce alla buona
per contare i minuti della mia eternità giornaliera
senza vetrina fermo dentro una canottiera di lana
dieci parole al giorno cinque scritte e cinque orali

dimodoché venga un silenzio a dire uffa e poi uffa
a quelle moine terrene che non cambiano mestiere
e venga l’edera giustiziera che campa di campagna
a tinteggiarle di verde a botta di ramaglie e foglie

avrò tutto il tempo per farmi perdonare dal carrubo
giacché è dal secolo scorso che non l’ho più potato
purtroppo la testa è caduta dentro la rete dei casini
e solo ’sta nicchia può restituirmi i puntini puntini.

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OTTO POESIE di Eugenio Lucrezi, da NIMBUS (2015) con un Commento di Giorgio Linguaglossa

Patrick Caulfield (1936-2005)

Patrick Caulfield (1936-2005)

Eugenio Lucrezi, otto poesie da NIMBUS, 100 esemplari numerati con interventi a mano dell’autore sulla copertina di ciascun esemplare, collana “Centodautore” a cura di Rossana Bucci e Oronzo Liuzzi, EUREKA Edizioni, Corato, Bari, 2015
 

eugenio Lucrezi nimbus coverCommento di Giorgio Linguaglossa

 A proposito del penultimo volume di Eugenio Lucrezi mimetiche (Salerno, Oèdipus, 2013 pp. 112 € 10.00) citavo Cesare Segre: «Un’opera letteraria è un prodotto semiotico che si realizza attraverso il codice-lingua». Direi che questa plaquette di Eugenio Lucrezi è una sorta di metalinguaggio che riflette sulle sorti della poesia. Di solito gli scrittori e i poeti sono alieni dall’indicare chiaramente quali siano i riferimenti testuali espliciti e impliciti di un’opera letteraria; ma quello che importa, in sede di lettura, non è tanto individuare tutti i possibili e probabili riferimenti intertestuali ed extratestuali contenuti in un’opera quanto le stratificazioni  di significati che sotto stanno alla superficie linguistica del messaggio. In realtà, la letteratura è una cosa che parla alla letteratura per mezzo della letteratura, è anche questo aspetto che legittima in parte il circolo ermeneutico. Il critico può ricostruire o no la storia di questa stratificazione ma ciò non porterà alcun sostegno determinante alla valutazione di valore di un’opera letteraria. Questo come preambolo. Sta di fatto che il libro di poesia di Eugenio Lucrezi già dal titolo vuole richiamare l’attenzione del lettore sulla relazione mimetica che lega gli enunciati del testo ad altri enunciati che l’autore si premura di farci conoscere. «Esercizi mimetici» (con le parole dell’autore) come esercizi di stile, confezionamento di un messaggio intertestuale con rimandi ad autori esterni e interni al testo: Kafka, Properzio, Amelia Rosselli, Sergio Solmi, Ovidio, Tommaso Landolfi e alla musica come ad esempio John Cage.

Dal computo della declinazione dei verbi degli enunciati notiamo subito una enorme preponderanza del presente, attorno ad essi non c’è né è importante uno sviluppo di azioni; c’è sì azione ma «mimetica», cioè imitazione e replica di un’altra azione; nei testi di Lucrezi le azioni verbali sono «mimetiche» di altro, stanno per altro e in luogo di altro; sono azioni alienate da una interna condizione di alienazione: nessuna cosa è così come viene detta (e ridetta) e nessuna cosa è così come appare ri-scritta. Nessuna cosa è in quanto detta e ripetuta e nessuna cosa è perché la parola «manca», anzi, la «mancanza» direi che si situa all’interno della parola nominante la quale è nient’altro che una nomenclatura che cita un’altra nomenclatura. Direi una parola-neutrino in grado di attraversare i tempi e gli spazi e le civiltà per approdare nei testi di Lucrezi. La «mancanza» è un quid costitutivo direi della nomenclatura frastica di questa poesia. Nel nomen non v’è omen. In questo quadro poetico-concettuale è chiaro che la poesia di Lucrezi non è tanto un labirinto di strade (il che presupporrebbe già una qualche direzione di senso e di significati) quanto una «radura» linguistica di un circolo linguistico ed ermeneutico. Il lettore che si inoltri in queste poesie perde la bussola, non ha orientamento. Analogamente, l’io del testo non ha più il ruolo guida del testo, il quale si dirama (e si dissolve) a secondo delle esigenze testuali e intertestuali, a secondo delle occasioni che la «mimetica» del testo suggerisce. L’«io» non ha più un luogo nel tempo e nello spazio, si è dissolto, o meglio, neutralizzato. E così anche la scrittura si «neutrifica» in un eterno presente che non contiene più un «io» legislatore ma una organizzazione quantica dell’«io», una dissoluzione, una presentificazione oscurata dell’«io», dove ci sono «solo pensieri freddi», tenuti a bassa e bassissima temperatura stilistica.

eugenio lucrezi con la moglie paola nasti

eugenio lucrezi con la moglie paola nasti

da NIMBUS
Da te la piuma, il ciuffo…

Da te la piuma, il ciuffo
che funziona da radar, e l’aspetto
avventato, sabbioso del vestito
che ti tiene e che indossi, se cammini
su sandali celesti. Lo scompiglio
che ti aggrotta le ciglia. Se non pensi
al peccato, solo vanto di questo
nostro volerci qua, tra fili e fili
d’erba che sbatte sotto file e file
di lampioni ingialliti, troveremo,
nel fioco della luce che va e viene,
un abbraccio da re, senza che il vento.

.
Fratelli
a Bernardo Kelz
La fratellanza aggiunge alla rinfusa,
se fosti tolto fu per dare terra
a una nuova radice, non fa niente
se la voce che parla dice forte
di stare al posto tuo. Qui, riparato
da te, il vento mi travolge. Abilitato
dal debito degli anni, prendo tempo,
convoco folle nuove al tuo cospetto.
Ma dare non è un dono, è la ventura
di chi nell’ecatombe chiude gli occhi.
Il tempo che mi prendo non mi è dato
da te, solo sfiorato nell’oscuro
dei sangui e delle lacrime. Nessuno
volle unirci nell’abbraccio. Ciascuno
per l’altro inconosciuto. Poco meno
di Dio, praticamente.

.
Icarico ( Franco Cavallo )

Essendo la poesia la disciplina
princeps dello scibile rispetto
alla filosofia, branca minore
dell’immaginativo delirare
che fa dell’uomo la piuma e lo svolazzo
di un alato destino,
chiedo che tu, nell’arco di un mattino,
insorga icarico e spicchi un presto volo
su nella mesosfera del palazzo
boreale del mondo, e poi, veloce,
mentre mantieni la dovuta altezza,
vada ad ispezionar, con l’emisfero
secondo della mente, pure l’altro
emisfero, a fianco della stella
del Sud, nell’australe emiciclio;
tanto per tuo dovere esplorativo
di dicitore ricognizionale;
e che poi caschi, tu, beneaugurale,
a capo fitto dentro all’accogliente
sorriso del pianeta disvelato:
che ti prende e ti tiene,
perché galoppi come a te conviene.

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Paradiso

Il gran ristoro di cui parli, vuoi,
senza che veda il vento lanciasassi
di ghiaccio, punteruoli che trapassano
angeli inconsistenti che trattengono
bave di carne, se la neve sfrangia
bandiere di nazione paradiso.

Desolazione di cui parli, vuoi,
in questa notte di buio abbagliante.

Inizia la visione dove cessa,
per eccesso ipotermico di luce,
la febbre figurale del racconto.

Non sai che farne, sconfino dello sguardo.

Sai che non puoi tentare una ventura
con animo di volpe che leggera
lascia sul manto passi inapparenti.

Fuggono ad una ad una, le figure,
anche quelle viziate dalla luce
in una posa illogica, di affanno.

Anima su due zampe che saltella,
t’inoltri, bianca lepre senza manto,
sulle coltri sottili.
In fondo, dove
non c’è niente da fingere, ti aspetta,
mite, la dedizione ad una carne
di quelle che non mangi per rifiuto
di chi non ti appartiene, e che non vuoi.

.
Livia

Essere un angelo ha un costo, le ali,
con l’esistenza che pesa e non vuole
saperne di levarsi, fanno solo
rumore, un fastidioso
frullare con affanno inconcludente.

Fare l’angelo costa, a te hanno dato
l’intera paga, il soldo del soldato
celeste. Raramente
ti sei mossa da terra, la tua grazia
cozzava sul soffitto della stanza.

Il soldo lo hai tenuto in un cassetto,
la luce che emanavi rifletteva
raggi infiniti contro la parete
trasparente della finestra.

Frullare d’ali nella cameretta.
Sorella lieve raggiungi la tua schiera.

Mater, secuta es, te sequor, mater

roma La dolce vita Fellini

roma La dolce vita Fellini

Bambina folgorata, ante senza
lo spessore del legno, ante di luce
che trafigge e non supera gli ostacoli
che si frappongono tra te che sei piccina
e la statua statura, e non di marmo,
ma di carne finita, miserabile
e per ciò proprio cosa che fa piangere,
e tuttavia si apre ed è accogliente
non sapendo che no, che tu rifiuti,
che lei stessa non è che un gran rifiuto
flessuoso e malinconico.
Malinconia imponente che non passa,
splendore opaco di stelle mai formate,
mater, secuta es, te sequor, mater.

*

Dopo che sei cresciuta non si stacca
la presa, mano mano
l’anta socchiusa smagra, e disodora
il legno esposto al vaglio di intemperie
come fiumi di lacrime, rimedio
stretto tra braccia secche di crisalide.
Ora, ad altezza d’uomo, occhi di donna
senza trastullo d’onda e senza culla.
Non c’è tempo di dire, ed un sospiro
certifica l’evento d’esser nate
l’una di retro all’altra, e il carnevale,
duro, da inverno triste, per il non
aver giocato insieme per un pelo.

*

Tu non ci sei riuscita. Ed io neppure
per un istante ci ho provato a muovere
la liana inestricata degli abbracci.
Non c’è vita nei corpi, la speranza
avidamente si nutre di digiuni.
Se socchiudi la porta, sento i cardini
lamentarsi di notte degli spifferi.
Invece dell’intrìco, avrei gradito
battere insieme a te la prateria.
Non ci siamo riuscite. Così sia.

Spoglia-frumento (Maria)

Lamina d’oro la spoglia della madre.
Semisepolto a calce il crocifisso,
non è polvere d’oro, ma terriccio,
il tuo letto di piume.
T’immagino frumento destinato
a una falce remota, siderale.
Raccolto inattingibile, in un’orbita
lontanissima dal missile che sei,
nel tuo letto di stelle.
Làscito è l’astrolabio per il calcolo
di quel sacco di juta. Tengo fame
di chicchi congelati, che mi nutrono
come latte di te, bambina madre.

.
Nimbus

Nimbus water pregnant
standing in the sky.

It’s going to rain.

Between the nimbus
and solid ground
drops and drops
of sound.

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