In un momento che vede l’Italia in procinto di pericolo per la sicurezza nazionale e per la collocazione internazionale del Paese, Una Domanda di Roberto Bertoldo a Giorgio Linguaglossa a proposito dei sedici autori presenti nella antologia Poetry kitchen pubblicata da Progetto Cultura nel 2022. Perché una poesia kitchen? Poesia kitchen, poesia da frigobar, messa giù con un linguaggio da frigidaire con parole conservate al freddo, ibernate; e anche kitsch poetry, instant poetry, poesia abrasiva, ablativa, colliquativa, manipolata, poesia palinsesto

Caro Giorgio Linguaglossa, avendo letto il tuo saggio L’elefante sta bene in salotto e l’antologia di autori vari Poetry Kitchen, vorrei rivolgerti dei quesiti su alcune problematiche che ti hanno visto fondatore di un movimento che si propone come avanguardia principalmente artistico-poetica.

 Domanda: La forte impronta descrittiva ravvivata da un’operazione tropologica, che comporta anche la metalepsi di cui parli nel saggio in oggetto, insieme alla costruzione a frammento che a volte richiama un’interpretazione allegorica unificatrice a livello semantico, è ciò che in modo più evidente vi differenzia dal minimalismo. Così si va dal descrittivismo più tradizionale di Guido Galdini, arricchito da personificazioni, traslati, ecc., al descrittivismo diffratto di altri autori e a quello principalmente narrativo. Ci sono poi molti riferimenti a personaggi noti e tanti altri aspetti che, come dice Marie Laure Colasson nella prefazione al suo libro di poesie Les choses de la vie, fanno sì che la poetry kitchen sia «un genere ibrido, fluido, mutevole, instabile». In tutto questo l’io non è assente. In che senso non sarebbe un «io plenipotenziario ed ergonomico»?

(Roberto Bertoldo)

Risposta: dal mio libro di critica: Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (2000-2013), Società Editrice Fiorentina, 2013 Firenze, pp. 150 € 15.

Nella poesia [italiana] degli Anni Dieci è evidente che il linguaggio tende a stare dalla parte della «cosa», più vicina alla «vita», e quest’ultima si scopre irrimediabilmente lontana dal «quotidiano»; sembra come per magia, allontanarsi dalla «vita» per via, direi, di un eccesso di intensità e di velocità. La polivalenza polifunzionale degli stili emulsionati raggiunge qui il suo ultimo esito: una sorta di fantasmagoria dialettica della realtà e della fantasia: una dialettica dell’immobilità dove scorrono le parole come fotogrammi sulla liquida superficie del monitor globale-immaginario caratterizzate dalla impermanenza e dalla instabilità. È la forma-poesia che qui né implode né esplode ma si disintegra come sotto l’urto di forze soverchianti e disgregatrici.

E la forma-poesia assume in sé gli elementi dell’impermanenza e della instabilità stilistiche quali colonne portanti del proprio essere nel mondo. La rivendicazione della «bellezza» rischia così di diventare una parola d’ordine utile agli altoparlanti del cerchio informativo mediatico. Quella che un tempo era la dimensione mitica (in quanto passato più lontano), si è tramutata in preistoria, e la preistoria è diventata più vicina a noi proprio in quanto preistoria di un mondo divenuto post-storia (barbaro e barbarizzato). Così pre-istoria e post-storia si uniscono in idillio. Possiamo dire che nelle nuove condizioni della poesia degli Anni Dieci il nuovo si confonde con l’antico, il patetico con l’apatico, l’incipit con l’explicit ed entrambi risultano indistinguibili in quanto scintillio di una fantasmagoria, alchimia di chimismi elettrici, brillantinismi di un apparato fotovoltaico.

A questo punto, dobbiamo chiederci: la problematica dell’«autenticità» e dell’«identità» che ha attraversato il Novecento europeo, ha avuto una qualche influenza o ricaduta sulla poesia italiana contemporanea? È stata in qualche modo recepita dalla poesia del secondo Novecento? Ha avuto ripercussioni sull’impianto stilistico e sull’impiego delle retorizzazioni? E adesso proviamo a spostare il problema. Era l’impalcatura piccolo-borghese della poesia del secondo Novecento una griglia adatta ad ospitare una problematica «complessa» come quella dell’«autenticità», della «identità», della crisi del «soggetto»? Nella situazione della poesia italiana del secondo Novecento, occupata dal duopolio a) post-sperimentalismo, b) poesia degli oggetti, c’era spazio sufficiente per la ricezione di una tale problematica? C’erano i presupposti stilistici? Malauguratamente, sia il post-sperimentalismo che la poesia degli oggetti non erano in grado di fornire alcun supporto filosofico, culturale, stilistico alla assunzione delle problematiche dell’«autenticità» in poesia. Di fatto e nei fatti, quelle problematiche sono rimaste una nobile e affabile petizione di principio nel corpo della tradizione poetica del tardo Novecento.

Personalmente, nutro il sospetto che il ritardo storico accumulato dalla poesia italiana del Novecento nell’apprestamento di una area post-modernistica e/o post-contemporanea, si sia rivelato un fattore molto negativo che ha influito negativamente sullo sviluppo della poesia italiana ritardando, nei fatti, la visibilità di un’area poetica che poneva al centro dei propri interessi la problematica dell’«autenticità» e dell’«identità». Relegata ai margini, l’area modernistica è uscita fuori del quadro di riferimento della poesia maggioritaria. Poeti che hanno fatto dell’«autenticità» e dell’«identità» il nucleo centrale della loro ricerca appartengono alla generazione invisibile del Novecento, i defenestrati dall’arco costituzionale della poesia italiana. È tutta la corrente sotterranea del modernismo e del post-modernismo che risulta espunta dalla poesia italiana del secondo Novecento, la parte culturalmente più vitale e originale.

Si spalanca in questo modo la strada all’egemonia della poesia piccolo-borghese del minimalismo romano e dell’esistenzialismo milanese degli anni Ottanta e Novanta, che giunge fino ai giorni nostri, e così si pacifica la storia della poesia italiana del secondo Novecento vista come una pianura o una radura di autori peraltro sprovveduti dinanzi alle problematiche che stavano al di là del loro angusto campo visivo e orizzonte di attesa.

Si stabilisce una affiliazione stilistica, un certo impiego degli «interni» e degli «esterni» urbani e suburbani, certe riprese «dal basso», certe inquadrature «di scorcio», una certa «velocità», un certo zoom paesaggistico, un certo modo di accostare le parole e una certa interpunzione dei testi, un certo impiego della procedura «iperrealistica» di avvicinamento all’oggetto; viene insomma stabilita una determinata gerarchia dei criteri di impiego delle retorizzazioni e della iconologia degli «oggetti». L’iconologia diventa un’iconodulia. In una parola, viene posto un sistema di scrittura dei testi poetici e solo quello. In un sistema letterario come quello italiano in cui viene rimossa una intera generazione di poeti ed una stagione letteraria come quella del tardo modernismo, non c’è nemmeno bisogno di imporre ad alta voce un certo omologismo stilistico e tematico, è sufficiente indicarlo nei fatti, nelle scelte concrete degli autori pubblicati nelle collane a maggiore diffusione nazionale.

Come la filosofia non progredisce (se accettiamo per progresso l’accumulo di risultati che si susseguono), anche la poesia non progredisce né regredisce (non soggiace alla logica economica del progresso né conosce crisi di recessione), semmai conosce tempi di stasi e di latenza. In tempi di stagnazione linguistica c’è di che domandarsi: A che pro? E per chi? E perché scrivere poesie?

Fortunatamente, la crisi spinge ad interrogare il pensiero, a rispondere alle domande fondamentali. Come ogni crisi economica spinge a rivedere le regole del mercato, analogamente, ogni crisi stilistica spinge a ripensare la legittimità dei fondamentali: Perché lo stile? Quando si esaurisce uno stile? Quando sorge un nuovo stile? Uno stile sorge dal nulla o c’è dietro di esso uno stile rivalutato ed uno rimosso? Che cos’è che determina l’egemonia di uno stile? Non è vero che dietro una questione, apparentemente asettica, come lo stile, si nasconda sempre una sottostante questione di egemonia politico-estetica? Non è vero che, come nelle scatole cinesi, uno stile nasconde (e rimuove) sempre un altro stile? Non è vero che l’egemonia piccolo-borghese della poesia italiana del secondo Novecento ha contribuito a derubricare in secondo piano l’emersione di un «nuovo stile» e di una diversa visione della poesia? Non sta qui una grave incongruenza, un nodo irrisolto della poesia italiana? C’è oggi in Italia un problema di stagnazione stilistica? I nodi irrisolti sono venuti al pettine? C’è oggi in Italia un problema tipo collo di bottiglia? Una sorta di «filtro profilattico» nei confronti di ogni «diverso» stile e di ogni «diversa» visione? Io direi che la stagnazione stilistica è oggi ben visibile in Italia e si manifesta con la spia della disaffezione dei lettori verso la poesia del minimalismo e del micrologismo. Ed i lettori fuggono, preferiscono passeggiare o guardare la TV.

Uno stile nasce nel momento in cui sorge una nuova autenticità da esprimere: è l’autenticità che spezza il tegumento delle incrostazioni stilistiche pregresse. Non c’è stile senza una nuova poetica. Uno «stile derivato» è uno stile che sopravvive parassitariamente e aproblematicamente sulle spalle di una tradizione stilistica. Gran parte della poesia contemporanea eredita e adotta uno «stile derivato», un mistilinguismo (alla Jolanda Insana) composito, aproblematico e apocritico che può perimetrare, come una muraglia cinese, qualsiasi discorso, qualsiasi chatpoetry. Che cos’è la chatpoetry? È lo stile, attiguo a quello dei pettegolezzi delle rubriche di informazione e intrattenimento dei rotocalchi, del genere dei colloqui da salotto piccolo borghese televisivo intessuto di istrionismi, quotidianismi e cabaret. Vogliamo dirlo con franchezza? Quanti libri di poesia adottano, senza arrossire, il modello televisivo del reality-show? Quanti autori adottano un modello di mistilinguismo, di idioletto di marca pseudo sperimentale acritico e gratuito? Quanta poesia contemporanea agisce in base al concetto di realpolitik del modello poetico maggioritario? Quanta poesia reagisce adattando il modello idiolettico (che oscilla tra chatpolitic e realityshow) di diffusione della cultura massmediatizzata? Vogliamo dirlo? Quanta poesia in dialetto è scritta in un idioletto incomprensibile e arbitrario? E dove lo mettiamo il mito della lingua dell’immediatezza? Il mito della lingua dell’infanzia? Come se la lingua dell’infanzia avesse un diritto divino di primogenitura quale lingua «matria» particolarmente adatta alla custodia dell’autenticità!

Oggi dovremmo chiederci: quanta poesia neodialettale del tardo Novecento fuoriesce dalla forbice costituita dalla retorica oleografica e dal folklore applicato al dialetto? Quali sono (in pieno post-moderno) le basi filosofiche che giustificano l’applicazione dello sperimentalismo al dialetto? Che senso ha, dopo la fine della cultura dello sperimentalismo, applicare la procedura sperimentale al dialetto come hanno fatto Franco Loi e Cesare Ruffato? Ha ancora un senso il mistilinguismo di Jolanda Insana? Ha senso adoperare la categoria della «Bellezza» avulsa da ogni contesto? E l’«autenticità»? Ha ancora senso parlare di «Bellezza» in mezzo alla «chiacchiera» del mondo del «si»? Si può ancora parlare della «Bellezza» in mezzo alla estraniazione del mondo delle merci e dei rapporti umani espropriati dell’ipermoderno?

Dalla «Nascita delle Grazie» fino al «mitomodernismo» c’è una incapacità di fondo a costruire una piattaforma critica. La poesia mitomodernista segue, e non potrebbe non farlo, il piano inclinato delle poetiche epigoniche del tardo Novecento, decorativa e funzionale agli equilibri della stabilizzazione stilistica. Il «recupero di concetti come Anima, Visione, Ispirazione, Destino, Avventura»; «La proposta della Bellezza come valore universale» (dizioni di Roberto Mussapi), sono concetti tardo novecenteschi, maneggiati in modo ingenuo-acritico, inscritti nel codice genetico del modello letterario mitopoietico.

Ma chi non è d’accordo sullo scrivere una poesia «bella»? È un proposito senz’altro condivisibile, ma non basta una semplice aspirazione per scrivere una poesia «bella». L’assenza peraltro di una struttura critica, di un pensiero filosofico in grado di affiancare quella proposta di poetica, ha finito per pesare negativamente sullo sviluppo del mitomodernismo come poetica propulsiva. Perorare, come fa Mussapi, che «come esiste l’Homo Religiosus esistano anche l’Homo Tradens e l’Homo Poeticus», è, come dire, un atto di inconfessabile ingenuità filosofica.

postscriptum

Roberto Mussapi, Biancamaria Frabotta, Antonella Anedda, Giuseppe Conte, Maurizio Cucchi, Antonio Riccardi e altri  epigoni minori adottano pezzi di modernariato in un arredamento linguistico che è diventato totalmente postmoderno, l’effetto complessivo è una riedizione in chiave conservatrice di oggetti linguistici del modernariato, fanno una liturgia del modernariato. Da questo punto di vista il minimalismo di un Magrelli è linguisticamente più avanzato, almeno lui si libera di quegli oggetti liturgici gettando dalla finestra i pezzi di un modernariato ormai implausibili e impresentabili.

Il fatto è che oggi parlare di «autenticità», di centricità dell’io, di «identità», di «soggetto», di «riconoscibilità», di «originarietà» della scrittura poetica implica un rivolgimento: porre al centro dell’attenzione critica la questione di un’altra «rappresentazione», di un «nuovo paradigma», di una «nuova forma-poesia». Il discorso poetico della poetry kitchen passa necessariamente attraverso la cruna dell’ago della lateralizzazione e del de-centramento dell’io, della presa di distanza dal parametro maggioritario del tardo Novecento incentrato sulla metastasi dell’io egolalico ed elegiaco e su una «forma-poesia riconoscibile». Il capitalismo cognitivo in crisi di identità e di accumulazione genera ovunque normologia e riconoscibilità, quello che occorre è l’«irriconoscibilità», una poiesis che abbia una forma-poesia irriconoscibile, infungibile, intrattabile, refrattaria a qualsiasi utilizzazione normologica.

Perché oggi una poesia kitchen?

Poesia kitchen, poesia da frigobar, messa giù con un linguaggio da frigidaire con parole conservate al freddo, ibernate; e anche kitsch poetry, instant poetry, poesia abrasiva, ablativa, colliquativa, manipolata, poesia palinsesto: una sorta di listing caratterizzato da una successione di scene, frasi e personaggi in un mix di plots che minano la struttura del testo mediante inserzioni e incursioni di anti-testi, di fuori-testi, di avantesti e di pre-testi. Bisticci, ready language, kitsch language, sketch language, parodie di linguaggi un tempo melensi e intonsi, mix di linguaggi dismessi, follie, carambole, estravaganze, tic commisti ad esuberanze, insensatezze, grotesque, palinodie versus cacofonie, linguaggi cabriolet, frasari in scatole cinesi che caracollano senza senso alcuno sopra nessun binario, linguaggi da grocery store, da supermarket, linguaggi apriscatole del vuoto a perdere, esibizionismi da stampelliere disoccupato, istrionismi, banalismi, blablaismi e vagologismi prodotti del vacuo e del vuoto della odierna civiltà del vacuum… ergo: poetry kitchen!

(Giorgio Linguaglossa)

Vincenzo Petronelli

Due poesie dalla antologia Poetry kitchen

Le ragazze nei vestiti d’estate

La carrozza di mezzogiorno, lungo il viale dello Steccato,
accompagna il cambio della guardia nella torre d’avvistamento.

Il corridoio converge verso il tavolo da cucina: un cesto di fichi fioroni
ed un presagio di zingara, adornano il mattino della sposa di giugno.

La radio annuncia mare in tempesta tra Zara e il golfo del Quarnaro:
prevede vento di sciacallo e polvere da sparo al tramonto.

Dal balcone di Cesenatico, il professore dispensa saggezza all’ora del caffè.
Meglio il 4-4-2: è più prudente.

Anna esce subito dopo pranzo per l’allenamento di atletica,
mentre suo padre depone l’uniforme socialista;
il quartiere è una girandola di glutei ondeggianti tra le finestre e la spiaggia
nella penombra scabra de la tarde.

Le commesse al giovedì sera hanno occhi di scoglio e di miele:
ci sono carte da decifrare sul limes d’occidente.

Marisa ha un vestito da mannequin, nel deposito degli attrezzi agricoli:
l’hanno vista l’ultima volta in una notte chiara di cornacchie,
intrappolata in un labirinto.

Dalla finestra della scuola d’arte, i sorrisi delle ragazze nei vestiti estivi
ed il monito dell’insegnante di metrica latina: “Ragazzo mio,
tu non conosci l’esametro dattilico: non combinerai mai nulla nella vita”.

 

The party is over

“Non c’è un motivo apparente per questa morte in un giorno di ottobre”.
Ci sono marosi sotterranei sulla rotta per Buenos Aires,
mentre Evelyne attende dietro l’inferriata.
Molly O’Driscoll non annaffia i gerani da tre giorni:
“se anche gli amanti non si perdono, non ritroveranno l’amore”.

Il savory pudding di Nonna Carolyne, lasciato sulla tavola per colazione
prima di raggiungere i contadini per la raccolta delle patate.
L’ispettore raccoglie le briciole tra le mani, fissando il ritratto di Patrick Kavanagh.

Il pagliaccio ha suonato tutta la notte, sulle note di “Tabular Bells”:
sul pavimento, tracce di aforismi da “the tell-Tale heart”,
testi di canzoni di Billie Eilish, nella luce fioca dei led.

Mrs. Ryan trascorre le sere arrampicata alle travi alla ricerca di Andromeda, disturbata dal fascio di luce. Tra Eros e Thanatos c’è Virgil Avenue con la Trinity Church:
“È scivolata su queste pietre, come il sudario sul Monte Calvario”.

Dietro la sagrestia, un vomere inceppato, tra le pietre dei granai;
mani bambine, cingono ombre di scialli stinte, tra sentieri di cardi.

“Qual è la soglia della colpa ispettore?”: risuona nel vuoto la domanda del parroco:
“Il falegname di Betlemme, il macchinista di Cernăuţi, il bambino di Belfast,
tra gli scogli del silenzio?”

“Ispettore O’Driscoll, il caso è chiuso.” “È morta in un giorno di ottobre, senza una rima,
né una ragione o una profezia”.

Molly è tornata ad annaffiare i gerani questa mattina: il professore dice
che Urano è nella costellazione del Leone e che l’Oltre
non avrà dominio.

https://twitter.com/glinguaglossa/status/1582975017314574337/photo/1Vincenzo Petronelli, è nato a Barletta l’8 novembre del 1970. Sono laureato in lettere moderne con specializzazione storico-antropologica, risiedo ad Erba in provincia di Como, dove sono approdato diciotto anni fa per amore di quella che sarebbe poi diventata mia moglie, ho una figlia di 14 anni.

Dopo un primo percorso post-laurea che mi ha visto impegnato come ricercatore universitario nell’ambito storico-antropologico-geografico e come redattore editoriale, ho successivamente intrapreso un percorso professionale nel campo della consulenza aziendale, che mi ha condotto al mio attuale profilo di consulente in tema di comunicazione ed export; nel contempo proseguo nel mio impegno come ricercatore in qualità di cultore della materia, occupandomi in particolare di tematiche inerenti i sistemi di rappresentazione collettiva, l’immaginario collettivo, la cultura popolare e la cultura di massa. Dal 2018 sono presidente del gruppo letterario Ammin Acarya di Como, impegnato specificamente nella divulgazione ed organizzazione di eventi nell’ambito letterario e poetico. Alcuni miei scritti sono comparse nelle antologie IPOET 2017 e Il Segreto delle Fragole 2018 (Lietocolle), Mai la Parola rimane sola, edita nel 2017 dall’associazione Ammin  Acarya di Como e sul blog letterario internazionale “L’Ombra delle Parole”. È uno degli autori presenti nella Antologia Poetry kitchen e nel volume di contemporaneistica e ermeneutica di Giorgio Linguaglossa, L’Elefante sta bene in salotto, Ed. Progetto Cultura, Roma, 2022.
Giorgio Linguaglossa è nato a Istanbul nel 1949 e vive e Roma (via Pietro Giordani, 18 – 00145). Per la poesia esordisce nel 1992 con Uccelli (Scettro del Re), nel 2000 pubblica Paradiso (Libreria Croce). Nel 1993 fonda il quadrimestrale di letteratura “Poiesis” che dal 1997 dirigerà fino al 2006. Nel 1995 firma, insieme a Giuseppe Pedota, Maria Rosaria Madonna e Giorgia Stecher il «Manifesto della Nuova Poesia Metafisica», pubblicato sul n. 7 di “Poiesis”. È del 2002 Appunti Critici – La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte (Libreria Croce, Roma). Nel 2005 pubblica il romanzo breve Ventiquattro tamponamenti prima di andare in ufficio. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesia La Belligeranza del Tramonto (LietoColle).
Per la saggistica nel 2007 pubblica Il minimalismo, ovvero il tentato omicidio della poesia in «Atti del Convegno: “È morto il Novecento? Rileggiamo un secolo”», Passigli. Nel 2010 escono La Nuova Poesia Modernista Italiana (1980–2010) EdiLet, Roma, e il romanzo Ponzio Pilato, Mimesis, Milano. Nel 2011, per le edizioni EdiLet pubblica il saggio Dalla lirica al discorso poetico. Storia della Poesia italiana 1945 – 2010. Nel 2013 escono il libro di poesia Blumenbilder (natura morta con fiori), Passigli, Firenze, e il saggio critico Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (2000–2013), Società Editrice Fiorentina, Firenze. Nel 2015 escono La filosofia del tè (Istruzioni sull’uso dell’autenticità) Ensemble, Roma, e una antologia della propria poesia bilingue italia-no/inglese Three Stills in the Frame. Selected poems (1986-2014) con Chelsea Editions, New York. Nel 2016 pubblica il romanzo 248 giorni con Achille e la Tartaruga. Nel 2017 escono la monografia critica su Alfredo de Palchi, La poesia di Alfredo de Palchi (Progetto Cultura, Roma), nel 2018 il saggio Critica della ragione sufficiente e la silloge di poesia Il tedio di Dio, con Progetto Cultura di Roma.  Ha curato l’antologia bilingue, ital/inglese How The Trojan War Ended I Don’t Remember, Chelsea Editions, New York, 2019. Nel 2002 esce  l’antologia Poetry kitchen che comprende sedici poeti contemporanei e il saggio L’elefante sta bene in salotto (la Catastrofe, l’Angoscia, la Guerra, il Fantasma, il kitsch, il Covid, la Moda, la Poetry kitchen). È il curatore della Antologia Poetry kitchen e del volume di contemporaneistica e ermeneutica di Giorgio Linguaglossa, L’Elefante sta bene in salotto, Ed. Progetto Cultura, Roma, 2022. Nel 2014 ha fondato e dirige tuttora la rivista telematica lombradelleparole.wordpress.com  con la quale, insieme ad altri poeti, prosegue la ricerca di una «nuova ontologia estetica»: dalla ontologia negativa di Heidegger alla ontologia meta stabile dove viene esplorato  un nuovo paradigma per una poiesis che pensi una poesia delle società signorili di massa, e che prenda atto della implosione dell’io e delle sue pertinenze retoriche. La poetry kitchen, poesia buffet o kitsch poetry perseguita dalla rivista rappresenta l’esito di uno sconvolgimento totale della «forma-poesia» che abbiamo conosciuto nel novecento, con essa non si vuole esperire alcuna metafisica né alcun condominio personale delle parole, concetti ormai defenestrati dal capitalismo cognitivo.

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39 risposte a “In un momento che vede l’Italia in procinto di pericolo per la sicurezza nazionale e per la collocazione internazionale del Paese, Una Domanda di Roberto Bertoldo a Giorgio Linguaglossa a proposito dei sedici autori presenti nella antologia Poetry kitchen pubblicata da Progetto Cultura nel 2022. Perché una poesia kitchen? Poesia kitchen, poesia da frigobar, messa giù con un linguaggio da frigidaire con parole conservate al freddo, ibernate; e anche kitsch poetry, instant poetry, poesia abrasiva, ablativa, colliquativa, manipolata, poesia palinsesto

  1. Ciò che Lyotard chiamava il «sublime tecnologico» potremmo tradurlo con il nostro linguaggio come poiesis kitchen. La fine della metafisica ci pone davanti a questo nuovo orizzonte nel quale viene e cadere il confine che per duemilaecinquecento anni ha costruito la poiesis sulla nozione aristotelica di mimesis e sulla distinzione tra il possibile e l’impossibile. Prendere atto di questo dato di fatto implica prendere una direzione ben precisa per la collocazione della poiesis nell’ambito della civiltà della tecnica dispiegata. Il sublime si è desublimato, e questo lo ha dichiarato il trionfo della tecnica. Se la poetry kitchen adotta il linguaggio desublimato del mondo della tecnica, ciò deriva dalla presa d’atto che i nuovi linguaggi del mondo della tecnica sono i soli sopravvissuti della antica e nobile esperienza del sublime che è stata derubricata.

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    Anche Salman Rushdie ha adottato una scrittura narrativa kitchen, un feuilleton elettronico con tantissimi gangster
    Nuovo romanzo a puntate, in forma di newsletter, e solo su Internet. Verrà pubblicato da una piattaforma californiana che sta scalando il mercato, e via via modificato dall’autore in base alle reazioni dei lettori

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    la narratrice J. K. Rowling ha spiegato l’urgenza di scrivere Harry Potter al gabinetto («una chimica meravigliosa»)
    L’autrice della saga confessa in un podcast di aver composto qualche paragrafo in una toilette pubblica e di averne ricavato una «consapevolezza nuova»

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    L’Armée si arma: di fantascienza
    L’esercito francese svela di aver arruolato una task force di scrittori e sceneggiatori per prevedere le eventuali minacce del futuro. Le loro analisi sono segrete, i nomi invece no

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    Slavoj Žižek, tutto il virus minuto per minuto
    Il filosofo sloveno pubblica un libro online sull’emergenza, la malattia, la democrazia. La sfida dell’Europa, – è la sua conclusione – è dimostrare di saper replicare quanto ha già fatto la Cina, attenendosi però a principi democratici e di trasparenza»

  2. antonio sagredo

    Si rischia moltissimo quando si parla di “linguaggio” o dei vari “linguaggi”, dei “dialetti distintivi”, ecc. e degli innumerevoli “segni” che li contraddistiguono, sviluppando la semiotica, la semiologia, ecc. nel corso degli ultimi deenni.
    Ci si deve ricordareche quasi un secolo fa Roman Jakobson già giovanissimo (primi anni ’20) affrontava con perizia scientifica le problematiche di varie lingue – ne sapeva una ventina -” (a parte quelle minori che popoli “minoritari” usavano quotidianamente). Getta le basi, coadiuvato poco dopo o quasi parallelamente da eminenti studiosi europei, di uno studio “scientifico” del linguaggio (in primis slavi in generale specie con l’apporto del Circolo del ’29 di Praga) di nuove discipline che in primis studiano l’afasia, la glossologia, patologie varie della lingua (langue) ecc.
    Non è facile districarsi. Ricordo che già studente universitario (incontrai Jakobson perchè amico personale dello slavista Ripellino, che me lo presentò) letteralmente mi sprofondai a studiare quelle discipline che mi aiutarono molto a comprendere la filologia slava.
    In Italia Umberto Eco nei primissimi anno ’60 con pochi altri cercò di colmare il grane distacco!
    In Italia da qualche anno con la “Poetry kitchen” la ricerca di una versificazione altra e diversa è in piena ascesa e sviluppo progressivo. Molto di questa Poetry mi fa pensare agli sperimentalismi linguistici originari dei primi 30 anni del secolo scorso: non è una ripetizione di cose già avvenute, ma un battere sentieri “linguistici” sconosciuti talvolta con successo che si lasciano dietro parecchio dei movimenti d’avanguardia poetica e non degli ultimi 60 anni!
    Di certo è una novità.
    Sono curioso dei risultati finali e a che porteranno. La poesia italiana delll’ultimo ventennio è messa sotto accusa e non se ne accorta! La critica letteraria è in fortissimo ritardo, qualcuno come il Berardinelli cerca con linguaggio critico un po’ passsato di comprendere nuove tendenza non sempre controllabili: il fatto è che la Poetry kitchen deve essere spiegata con linguaggio kitchen, il che sIgnifica una “CRITICA KITCHEN”!

    grazie, antoinio sagredo

  3. Francesco Paolo intini
    19 ottobre 2022 alle 22:43

    Mi trovo ancora a parlare di Covid, del suo banchettare nella mia casa. Questo virus assomiglia alle truppe di Putin, invasive e contro una nazione che effettua controffensive che non finiscono in una vittoria decisiva. L’analogia finisce qui perché il lavoro mi coinvolge e non vorrei finire sotto minaccia nucleare. Ci sono spettri sul tavolo registrati prima che tutto iniziasse e che cerco di cucire in un senso compiuto. Ascolto in silenzio la loro lingua che assomiglia a quello della cucina. Codici diversi ma entrambi si fanno intendere, basta saper ascoltare e lasciarsi trasportare dalla musica, dal sogno, dall’immaginazione. L’uno è destinato a vivere nel fiume del significato scientifico, l’altro invece può farne a meno, anzi più se ne allontana e meglio vive.
    Sarà il mio ultimo lavoro?
    Forse. Bisognerà trovare una motivazione, qualcosa che assomigli a una novità. La Critica si chiama “Discussione” e significa che senza novità non c’è nessuno che pubblichi gli esperimenti. Una Recensione sta alla Critica come i Risultati stanno alla Discussione. La cronaca, il fiuto nella scoperta, il piacere di immergersi in un lavoro intenso, la possibilità di leggere direttamente nella natura le leggi che governano le cose, stanno alla pari con il piacere che si prova nell’altra metà del tavolo ? Lorca in due tomi rossi e consumati, Trastromer in copertina bianca lesionata e con i fogli volanti stanno in attesa sul bordo pronti a scattare come Jacobs. Mi guardano, ridono e sembrano sfogliarsi cercando in tutti i modi di sedurmi e tirarmi dalla loro parte . Come sempre non hanno la pazienza di aspettare che si faccia giorno. La notte è un lungo viale su cui fare jogging, facendo a meno di cronometri anzi mescolando i tempi come latte e miele. Correre tutta la notte e farsi una bella doccia la mattina per raccontarsi davanti al cappuccino battendo il tapirulan del PC. Alla critica manca sempre qualcosa per completare il cerchio ma questa notte se ne va in pezzi. Colpita da un mortaio sparato da chissà quale retrovia si è lesionata e non vuol saperne di ragionare. Gli spettri volano per la stanza, bussano ancora per qualche minuto per farsi capire, talvolta urlano la loro versione dei fatti ma poi ritornano a dormire nella cellulosa, comoda e spaziosa, punteggiata qui e là di appunti, dati e ipotesi, idrogeno, carbonio, azoto sparsi qui e là. Gli altri intanto tirano una boccata di sollievo. Sciolgono i muscoli, sanno che tra qualche ora metteranno in moto le bottiglie, la lavastoviglie, il frigo, le posate per ricavarne un linguaggio moderno che assomiglia al vociare di metalmeccanici in sciopero generale che non vuol saperne del sistema e rifugge ogni forma di asservimento e di illusioni. Riprende intanto il lancio di missili nella gola di chi condivide il mio spazio e a far terra bruciata sulla sua pelle. Al mercurio che si lamenta per la fatica risponde il Covid che farà jogging tutta la notte ma non vincerà di sicuro. Ciao

    DA UNA RIVOLTELLA SOTTO IL CUSCINO A UN BLACKSHIFT QUASI D’ECLISSI
    (Questio: i sogni sono all’altezza delle aspettative?).

    Il mare mescola organico al non riciclabile
    E Mosè sopravvive nel sargasso di bottiglie

    Senza l’azzurro di Paul Newman e il giallo becco di Paperino
    Anche una triglia si affida a un tappo

    Il paninificio chiude: non è uno studio di inesorabili
    Nemmeno la posa dell’algoritmo nel caffè
    soltanto la pressione in ascisse
    e il tempo che ribolle in ordinata

    E dunque c’è un ritorno nell’esofago
    la pretesa di giocare a golf delle lancette.

    Cosa fa la lingua? Sarà Seichelles o CEP*?
    Il VAR dice: Le montagne brillino di dentifricio.

    La pistola inghiotte la pallottola.
    Tracce di segno meno sullo sparo.

    Un ungulato reclama un posticino tra le posate:
    Sessanta km di grugniti sulla Roma –L’Aquila.
    Ma, scherzi a parte, Fiumicino è dall’altra parte.

    E’ strano questo silenzio nel cielo d’ottobre,
    lo spazio aereo vietato al cormorano
    mentre una capra dice: DADA
    ruminando in un verso di Tristan.

    *CEP= quartiere San Paolo in Bari

    *

    DI’ QUALCOSA AL RAGAZZO CATTIVO

    Covid: presente!

    È che ti piace il mercurio
    Arrampicarsi nei capillari e sentire il cuore in gola.

    Ci deve essere un Dio in ogni uomo ma vallo a pescare
    sepolto tra scapole e Rio delle Amazzoni.

    Il ghiacciaio sulla circonvallazione
    Arrivò a lambire le terrazze e quelle s’incurvarono
    Come cipressi coperti di sassi.

    Alcuni Neanderthal stamparono monete d’ osso
    Ma venne fuori il Cro-Magnon –dove era mutato?-
    Con i Rolex attaccati al collo e la passione civetta.

    Fu divisoria la capacità di vedere di notte.
    A chi aveva detto:- c’è un sentiero che porta al Nord
    Agisci da scoiattolo e porta tua moglie, i bimbi sulla coda.

    Risposero che i bambini non sono tutti uguali
    E nemmeno i roditori. Gli ungulati prolificano senza certificazione CE.
    I più hanno una catena respiratoria più lunga dei meno.

    Se c’è un posto dove nutrirsi di proteine
    non è la mezza luna, ma una taverna con i tavoli sferici.
    Attenti a mangiare gli spilli, disossateli prima che rimangano impigliati nel naso.

    E non calpestate i cimiteri sacri
    grande è la vendetta dell’uomo bianco a tutti noto.
    V’inseguirà per gloriarsi di Corvo Rosso.

    All’arrivo dei missili scompaiono i glucidi,
    risale la febbre dai polmoni.

    Cosa farà il pancreas!? Terrà una conferenza stampa sul chi vive:
    Non possiamo lasciare le isole di Langerhans in mano ai musi gialli.

    Non s’era mai visto un troiano avventurarsi così a Ovest.
    Elena guida le truppe d’assalto e mostra il viso. Botox in borraccia.
    Ogni tanto beve un secolo passato.

    C’è Paride in ascolto oltre il muro con gli auricolari e la passione per le figurine Panini.
    Anche Faust è dei nostri. Ha un’auto blu, un sedile ribaltabile. Sa come imbarcare.

    Acidoribonucleico: presente!
    Tu quoque Brute!

    La bile sale in cattedra. A Marcantonio piace il sugo fatto in casa
    E la piazza immutata. La marca stampata sulla lattina.
    Preferisce il vino rosso allo champagne.

    Ospitalo!

    (F.P. Intini)

  4. caro Antonio Sagredo,

    ti ringrazio per avermi annoverato tra i critici italiani di rilievo, ma io lo ripeto ancora una volta, io non sono un critico come lo si intendeva nel lontano novecento fino agli anni sessanta circa. Sono un eclettico critico militante di nicchia, anzi di supernicchia come scrive la Colasson perché mi occupo della supernicchia della poetry kitchen nella quale anch’io partecipo e sono parte attiva, quindi sono parte interessata, e quindi faccio critica interessata. Non c’è più, non c’è da circa settanta anni la figura di critico che funge da mediatore, da filtro tra gli autori, i loro libri e il pubblico perché sia la categoria del «pubblico» che quella di «autori» sono state derubricate e cadute in prescrizione, come ben ha diagnosticato Alfonso Berardinelli nell’articolo dell’ultimo post.
    In questa situazione famigerata cos’altro posso dire?

    Quanto alla poesia di Intini lui fa una barrage (gara supplementare di spareggio, in specie nei concorsi ippici, nei quali i concorrenti giunti a pari merito devono misurarsi nel superamento di ostacoli più impegnativi) linguistico, fa il bagarinaggio di parole in supercrescita o in superdecrescita felice e le ficca nella sacca di coccodrillo e di cellophane della forma-poesia; fa una poesia coccodrillesca, sgangherata, profilattica direi post-atomica, o pre-atomica. Dare del bagarino a Intini è già fargli un complimento, direi che lui gioca con le tre carte, ti nasconde da sotto gli occhi il significato delle parole e le disarciona dalla sella dei significati condivisi; non è neanche un «fingitore», fa semplicemente una poesia infingarda di bagagli smarriti e ritrovati, assembla parole infingarde e disparatissime che abbiamo sotto agli occhi ogni giorno e le fa decollare in piano, rasoterra, verso nessun obiettivo…

  5. La rappresentazione del nulla per la via indiretta.

    Vincenzo Petronelli nomina cose, azioni e personaggi che fanno qualcosa o sembrano fare qualcosa, l’autore non avrebbe altra possibilità che comportarsi in questo modo, cercare di nominare le cose; ma è che le cose vanno nominate in un certo modo, è il modus linguistico che determina l’essere delle cose, che le chiama alla visibilità linguistica. Chiamare alla visibilità linguistica le cose, chiamarle in modo che esse facciano intendere che galleggiano sul nulla, e questo lo si può fare cancellando la significazione ordinaria dagli enunciati. Ogni proposizione istituisce un teatro, una situazione, una ipotiposi, una questità di cose che non ha alcun referente con il mondo reale del realismo rappresentativo. Sono visibilmente assurde e ultronee le situazioni che Petronelli mette in poesia. C’è una relazione tra cose diverse e disparate, anzi, ci sono molteplici relazioni ma non più del tipo realistico mimetico della poesia del novecento ma di tipo nuovo, ultroneo, non referenziale. Possiamo dire che le cose nominate equivalgono al pensato e tutto ciò che non viene nominato rimanda al nulla che aleggia e insiste intorno alle cose e nelle cose. Il nulla è tutto ciò che sfugge alla significazione. È il nulla. La consapevolezza del nulla istituisce la poiesis. E la composizione sembra galleggiare sulla membrana del nulla.

    • vincenzo petronelli

      Caro Giorgio e carissimi amici tutti, ben ritrovati. Innanzitutto, essendo il mio ritorno sull’ “Ombra”, dopo un periodo prolungato di sovrapposizione con impegni lavorativi, voglio approfittare dell’occasione per ringraziare pubblicamente Mimmo Pugliese per l’organizzazione dell’evento di presentazione della nostra antologia svoltosi a San Basile dello scorso mese di agosto: è sicuramente un momento in cui il movimento NOE, con la sua declinazione della la Poetry Kitchen sta assumendo una visibilità importante, di buon auspicio per lo sviluppo del nostro progetto.
      Venendo all’articolo, ringrazio Giorgio come sempre per la sua attenzione nei miei confronti e per la sua lettura ermeneutica delle mie poesie. Naturalmente mi ritrovo totalmente nella disamina di Giorgio, che giustamente evidenzia un aspetto che è stato fondamentale nella mia evoluzione: il chiamare “le cose”. Il mio percorso verso la Poetry Kitchen è in qualche modo proprio partito da qui, dal trovare il giusto modo di “chiamare le cose” e di passare dal semplice inventario degli oggetti, del vuoto cosmico che circonda la significazione delle chincaglierie che ci circonda nella quotidianità, allo status di “cose”, cioè alla definizione ontologica del mondo attorno a noi, dove decisivi risultano i contorni, i vuoti che circondano i relitti della produzione materiale; un’operazione in fondo non molto dissimile dal lavoro per sottrazione dello scultore.
      Come ho già evidenziato in un intervento di alcuni mesi fa, l’incontro con la NOE per me si è rivelato fondamentale in tal senso, sentendomi ormai incagliato nel mio verseggiare “d’ancien règime”, frutto di una certa inerzia dovuta al fatto che a lungo ho coltivato la scrittura poetica come attività secondaria rispetto ad altri interessi intellettuali. A partire dal momento in cui ho deciso di dedicarvimici seriamente, attraverso un vero lavoro sul linguaggio, ho compreso che quell’usus scribendi non mi rifletteva; non rifletteva l’operazione antropologica sottesa alla mia ricerca poetica; non rifletteva la vastità delle mie sollecitazioni intellettuali, riflesso della totalità dei miei interessi e della mia formazione, che mi prefiggevo di ritrarre tramite la poesia; non rifletteva il mio spirito indagatore e dissacrante rispetto alle presunte verità costituite, che anzi trovano una sponda sicura nella scrittura poetica convenzionale dell’io, della consolazione, della poesia “aggettivale”, come mi piace definirla, la poesia consistente nell’esprimere pensieri edulcorati, ma perciò stesso anodina e comodamente adagiata tra gli scranni del potere.
      L’incontro con la NOE è stato pertanto per me un incontro “teleologico” finalizzato all’individuazione della via giusta per poter uscire da quest’aporia ed ormai nella mia visione, la Poetry Kitchen è di fatto quasi un’arte a sé, che al tempo stesso perpetua e rivitalizza l’antica e nobile arte della scrittura poetica.
      Sicuramente, come dice di seguito Marie Laure Colasson, sono ancora ad uno stadio intermedio, in cui il parlato, la narrazione, hanno ancora un fondamento legato ad una necessità, direi descrittiva; è un limite? Semplicemente una peculiarità? Non saprei dirlo; in generale amo i confini, amo situarmi nelle situazioni interstiziali, probabilmente anche come conseguenza del mio interesse per lo studio delle culture di confine. E’ altrettanto certo però che la fabrilità artigianale del progetto NOE ne fa un cantiere continuamente aperto, in cui ciascuno può sperimentare ininterrottamente modelli ed ipotesi stilistiche ed espressive, nel confronto fra le peculiarità di ognuno, altra ricchezza del nostro collettivo.
      Come ho spesso ripetuto, la Poetry Kitchen è una novità salvifica con cui la poesia italiana dovrà necessariamente fare i conti – con la speranza che magari altri contributi di altre fonti innovative, possano aggiungersi – pena l’isterilimento totale dell’arte poetica stessa.
      Non c’è spazio evidentemente per la poesia edonistica dell’Io e per i trastulli dell’idoleggiamento intimistico, in un quadro storico caratterizzato da un capitalismo ormai imbarbaritosi in una declinazione sempre più legata alla speculazione finanziaria e sempre meno manifatturiera, un mondo che sembra essere follemente tornato indietro a cent’anni fa esatti con i suoi populismi e le sue tendenze autoritarie, guerre devastanti in giro per il mondo e tornate drammaticamente a flagellare l’Europa con il conflitto in Ucraina ed i suoi echi atomici e le sue ripercussioni economiche che stanno infiacchendo tutto il continente. Appare chiaro come, in tale contesto compito dell’arte sia di destrutturare le certezze ereditate dal passato per disegnare nuovi possibili percorsi, andando alla ricerca dei relitti lasciati indietro dai processi della contemporaneità e riannodare i fili dispersi nei meandri della storia.
      Ed è questo l’essenza della Poetry Kitchen.
      Un carissimo saluto a tutti, amici dell’Ombra.

  6. antonio sagredo

    “ma io lo ripeto ancora una volta, io non sono un critico come lo si intendeva nel lontano novecento fino agli anni sessanta circa.
    (Linguaglossa)

    non ho scritto in questo senso, e il fatto che è necessaria una CRITICA KITCHEN (per dettare una POESIA KITCHEN) scritta con linguaggio kitchen mi mette lontano da ogni fraintendimento (con Te).

    Da parte mia “io non sono un poeta come lo si intendeva…”
    ma dopo aver scritto le mie 10 LEGIONI nel’ottobre del 1989 ho messo a tacere tutta la poesia del novecento italiano. Di questo sono consapevole e senza dubbio il becchino di questa poesia…
    eraora!!!
    as

  7. milaure colasson

    Giorgio Linguaglossa parla di modus linguistico, e dice che è il modus che giustifica un certo discorso, non sono le parole che si auto giustificano… scelto un modus si ha un risultato, scelto un diverso modus si ha un diverso risultato. Il modus o la modalità kitchen è qualcosa di diverso dalla poesia del tardo novecento, per esempio il modus poetico di Vincenzo Petronelli è molto lontano da, ad esempio, il modus di un poeta del tardo novecento come Bacchini, Bacchini rientra interamente in un modus mimetico-realistico (direbbe Linguaglossa), Petronelli è chiaramente un poeta kitchen in piena regola. E’ l’anarchia linguistica e l’anarchia spazio-temporale che contraddistinguono la modalità kitchen, intendendo qui l’anarchia dei significati… entrare in modalità kitchen non è un atto di fede ma è il contrario, è la mancanza di fede di qualsiasi fede in qualsiasi ente che denota e connota l’ingresso in modalità kitchen. Non intendo qui un semplice scetticismo, integrale o purista che sia, lo scetticismo non rientra in una modalità kitchen come bene illustrano le poesie di Petronelli e di Francesco Intini qui presenti.
    Altra importante differenza sta nell’impiego del «parlato», in Petronelli esso è presente e viene utilizzato per aprire l’orizzonte della composizione, dargli slargo e profondità, in Intini invece il «parlato» è assente in quanto le sue composizioni non si preoccupano di offrire al lettore una larghezza e una profondità quanto un accumulo di cose tutte sullo stesso luogo, sovrapposte, introducendo così una miscellanea caotica e opprressiva tutta in verticale.

    • vincenzo petronelli

      Carissima Marie Laure, ti ringrazio vivamente per la tua attenzione e la stima emersa dalle tue parole. Colgo l’occasione per rispondere al tuo intervento pubblicando due miei nuovi componimenti.

      Memento

      “Siete gentilmente pregati di allacciarvi le cinture di sicurezza. Tra pochi istanti, precipeteremo su Timișoara”.
      Mani aprono strade a memoria.
      Un sentiero inatteso: umido come non succedeva da tempo.
      Il consulente aziendale, si districa fra ricordi del pleistocene, attorcigliato a sintassi lontane.
      L’annuncio della fine, bisbigliato da un fruscìo di foglie.
      “Per fortuna è riapparso il 4G”
      “C’è un ottimo ristorante in zona censito su Trip Advisor”.

      Once upon a time in the west

      Stan Laurel e Oliver Hardy in strada nel pomeriggio
      con Arlecchino chiuso in una stanza del ‘700.
      Il parroco in ginocchio in sagrestia: “Pater, dimitte illis, non enim sciunt quid faciunt”
      “Lasciate che i fanciulli vengano a me!” invoca Marietta “delle caramelle” all’apertura della bottega.
      Emanuele, il falegname tedesco e Piripicchio il buffone, parlano di filosofia all’angolo della Tramvia; “Maradona è semb meglie’è Pelé”.
      Le ultime greggi affidate a furbi pastori macedoni: “I spent the winter on a solitary hill”.
      Il padre di Teresa condannato dal comitato a sette generazioni di calli sulle mani. “Vostro onore, mi appello alla clemenza della corte”.
      I tribunali di ponente hanno il dito sguainato.
      La congregazione dei geometri con le finestre vista-mare ha chiuso le iscrizioni per i prossimi cent’anni.
      “Signori, in carrozza!”.

  8. raffaele ciccarone

    Miscellanea

    La variazione del rating inscena sul palco il can can
    gli esponenti in prima fila tra l’ossigeno e l’idrogeno
    consultano i quanti che sciano con gli skateboard
    attorno ai buchi neri.

    Dal fondale marino sono emerse le rose tra gli anemoni
    la capitaneria di porto comanda il controllo sonar.

    Circe aspetta che Itaca produca le cozze patelle
    ora che i Proci hanno preso il primo aereo in partenza per le Maldive

    La lavatrice non fa più il programma economy
    ora c’è una Cabriolet che a basso costo fa il giro del circuito.

    Dalle tazze il fumo della tisana, il rinoceronte si rilassa in silenzio col canto dell’airone, i fenicotteri sono tutti sul tetto del teatro.

    By C.R.

  9. milaure colasson

    In un momento che vede l’Italia in procinto di pericolo per la sicurezza nazionale e per la collocazione internazionale del Paese, nel momento in cui i diritti civili delle donne e degli uomini di questo Paese sono sub judicio dico che non è il momento di scherzare con la pseudo poesia del soggetto ergonomico che simpatizza con il muscolo cardiaco e con l’esofago come va di moda da alcuni lustri in questo Paese (ripeto Paese e non Nazione), mi risolleva non poco leggere le poesie di Raffaele Ciccarone e questa in twitter di Linguaglossa… quella roba lì, dico la roba dell’io che ci parla dei suoi acciacchi e delle sue manie, proprio no per favore…

  10. milaure colasson

    In un suo commento di qualche anno fa Giorgio Linguaglossa scrive:

    I poeti, come ha scritto Adam Zagajevski, spesso dimorano in una strettoia «tra Atene e Gerusalemme», «tra la verità mai pienamente raggiungibile e il bello, tra il pensiero e l’ispirazione». «Tale viaggio – continua Zagajevski – può essere descritto nel modo migliore con un concetto preso in prestito da Platone – metaxy: essere “tra”, tra la nostra terra, il nostro ambiente ben noto (tale almeno lo riteniamo), concreto, materiale, e la trascendenza, il mistero. Metaxy definisce la situazione dell’uomo quale essere che si trova irrimediabilmente “a metà strada”». Metaxy, deriva dal platonico métechein, che significa «prender parte», «mezzo dove gli opposti trovano mediazione».

    Roberto Bertoldo a proposito del suo concetto di «surrazionalismo» scrive:

    «La poesia resta una creazione oltre la ragione e la realtà, però passa nel corpo dell’autore, attraverso di esse. La ragione che va oltre la ragione assume in sé quegli “integratori emotivi” che la qualificano. Il surrazionalismo è questa ragione che ‘risolve’ la contraddizione nell’emozione» (R.B. Nullismo e letteratura p. 251 Mimesis).

    Il verso si è finalmente liberato di se stesso, ed è diventato qualcos’altro che fatichiamo a riconoscere. Ecco perché è così difficile, oggi, distinguere la poesia dalla prosa. È per via della libertà, quella libertà che i poeti si sono conquistata, che hanno pagato a duro prezzo durante il Novecento e che ancora stanno pagando. Quella antica libertà oggi si è tramutata nella peggiore delle reclusioni: la reclusione del verso liberato, cosiddetto «libero», in realtà zoppo e frammentato. Fatto sta che quel verso, rectius, quel frammento di verso, quel relitto malmostoso, ci parla molto meglio di quanto potrebbe fare un verso sinuoso e rotondo, un verso compiuto, ammesso che esista e sia possibile, oggi, scrivere un verso rotondo e compiuto! Nel verso informale e franto c’è una inevitabile frammentazione, quella frammentazione che è quasi un singhiozzo metrico, una aritmia del battito metrale che, come una oloturia, si nutre della «cancellazione» della memoria e dei vuoti dell’esistenza, quasi che fosse un avvoltoio che becca le carni dei cadaveri dell’esistenza. Nel mondo frammentato e tellurico di oggi, il poeta non può adire ad altro se non al frammento, alla interruzione, alla cancellazione, alla amnesia, alla ametria, alla diplopia, alla distopia quali elementi costitutivi della «solidità» ontologica della «nuova» ontologia estetica. Ma probabilmente è errato parlare di ontologia estetica, la poesia è evento, come ci ha insegnato Carlo Diano, un accadimento assolutamente singolare che ha significato solo per me e per nessun altro. Quanto più fragile è l’ossatura di questa eventologia poetica, tanto più vigorosa e forte sarà la vita della poesia. Paradossale. Così, la fragile barchetta di carta della poesia kitchen potrà forse varcare il mare del futuro. È incredibile, ma penso che si vada più spediti verso l’ignoto del futuro con la fragile barchetta della poetry kitchen che non con i piroscafi dei poeti che fanno altisonanti dichiarazioni di fede poietica.

    Non era Rilke che nei “Quaderni di Malte Laure Brigge” raccomandava di rimuovere il ricordo perché «neppure i ricordi sono esperienze»?. E allora cosa sono le esperienze? Cosa sono gli eventi della poesia? Di cosa tratta la poesia? Nessuno può dare risposta perché non lo sa, può soltanto individuare l’evento; i ricordi sono scomparsi, fare una poesia della memoria scomparsa è già in sé una contradictio in adiecto.

    • vincenzo petronelli

      Complimenti per il tuo commento che condivido pienamente cara Marie Laure. Mi ha colpito in particolare il passaggio in cui sostieni che il verso si è liberato da sé stesso. E’ questo uno degli insegnamenti e della indicazioni di metodo fondamentali della Noe fin dalla sua fondazione e della Poetry Kitchen oggi. Condivido altresì ciò che sostieni successivamente e cioè il prezzo che in qualche modo questa libertà comporta e che in questo caso vedo incarnarsi in due declinazioni: la depredazione che una malintesa ed “unghiuta” accezione di tale liberazione ha comportato per i saccheggiatori della cultura, manipolatori per fini di calcolo politico o di marketing della cultura e per converso, il prezzo pagato in termini di solitudine e relegazione in condizione derelitta di chi di tale liberazione del verso ha voluto fare realmente redenzione e che ovviamente viene subito messo all’indice dalla prima categoria, soverchiante e subornante.
      Il vero indirizzata verso cui si orienta tale oligarchia è la deriva del naufragio della poesia e della ricerca di spazi di discussione e confronto intellettuale costruttivo e critico sulla contemporaneità, di cui al contrario una tale interpretazione della poesia e della cultura tutta finisce per diventare strumento. E’ questa la difficoltà in cui si dibatte il tentativo di propugnare una nuova ontologia, marginalizzati dai detentori delle leve del potere salottiero, malgrado i quali però, stiamo vedendo crescere il nostro progetto.
      Un caro saluto.

  11. milaure colasson

    Giorgio Linguaglossa
    Lettera postata in un commento a Salvatore Martino
    22 aprile 2016 alle 17:38

    caro Salvatore Martino,

    [sto parlando della mia poesia “Chiatta sullo Stige”] s’intende che la stesura definitiva di questa mia poesia sia quella che io le ho dato, essa è fissata così, e per sempre (un sempre umano ovviamente), ma non è affatto escluso che io la modifichi nel prossimo futuro. L’esperimento di decostruzione compositiva e di riassemblaggio che ha fatto De Robertis della mia poesia è, appunto, un esperimento che è utile per liquidare, una volta per tutte, il pensiero teologico della Santità della poesia, e quindi della sua immodificabilità. E, invece, la poesia è modificabile, scomponibile, ricomponibile come ogni altra cosa nel mondo dell’iper-moderno. Soltanto il pensiero teologico può pensare ad una poesia come ad una entità immodificabile. La Poesia ha perso il Centro. Bene, e allora facciamo di questo punto di «debolezza» il nostro punto di «forza»; la Poesia è andata verso la «periferia» delle scritture dell’io e delle scritture tele mediatiche. Bene, accettiamo la sfida per dire che è possibile fare una poesia della «perdita del Centro» per riposizionarla al Centro di un universo eccentrico.
    In tal senso, anche la scrittura più destrutturata e decostruita del Novecento, Laborintus (1956) di Sanguineti, è ancora una scrittura che si poneva nel solco di un pensiero teologico, si poneva come “opera aperta” ma pur sempre come posta al «centro», magari di un «nuovo centro» di una nuova istituzione letteraria. Era, in definitiva, una destrutturazione che operava all’interno della letteratura intesa come «struttura». Noi invece pensiamo che la letteratura debba uscire fuori dalla Letteratura (anzi, che la letteratura sta già da tempo fuori della vita), che i generi artistici debbano (si trovano ad) essere dis-locati al di fuori dei loro confini; insomma, pensiamo di dare uno scossone a tutti i residui di pensiero teologico e logocentrico, e di porre la poesia stabilmente in un «luogo» che è dato dalla mancanza di un «centro» ove tutto è instabile e probabilistico, e di fare di questa mancanza di un «centro» la nostra forza. Certo, non pensiamo di aver inventato alcunché, già Eraclito, forse il pensatore più possente dell’Occidente insieme a Parmenide (ma tra di essi mi sembra ci sia una poderosa contrapposizione), aveva pensato il «frammento». Quello che l’Ombra sta vivendo è qualcosa che attiene all’essenza profonda della nostra epoca che vive di rivoluzioni (scientifiche) continue della percezione del mondo. Viviamo in un momento di grandi rivoluzioni scientifiche. Il CERN di Ginevra ha detto che entro due anni sapremo con certezza che cosa c’era prima del Big Bang. Ebbene, questa per me è una novità sconvolgente, una novità che ci coinvolge tutti. Un’altra teoria scientifica recentissima recita che non c’è mai stato un Big Bang, ma un continuo divenire degli universi da altri universi. Insomma, un riversarsi di universi in altri universi.
    In fin dei conti, anche la poesia recentissima, nelle versioni più intelligenti e consapevoli, sembra rispondere a queste nuovissime cognizioni del Multiverso: un continuo riversarsi di frammenti in altri frammenti…

    • Leggo su courrierinternational.com

      Grâce à ses instruments derniers cris, le télescope spatial James-Webb tente de repérer le point de départ de l’Univers, au plus près du Big Bang. Mais cette mission est susceptible de se heurter à un obstacle qu’aucune technologie ne peut résoudre : et s’il n’y avait pas eu de commencement ?

      Concetti come «cominciamento», «origine» e similari fanno parte di un comune sentire a cui non facciamo più caso e che accettiamo come dati per scontati, e invece sono concetti teologici, proprio come teologici sono i concetti di «centro» e di «periferia», in realtà non c’è alcuna evidenza circa la eternità di tali postulati… così in una poesia o in un romanzo o in un’opera figurativa non c’è alcun «centro», alcuna «origine», alcun «cominciamento», la poiesis ha inizio in qualunque luogo e in qualunque non-luogo, la poiesis non ha necessariamente alcun centro né alcun punto periferico, come avviene per la poetry kitchen che può prendere l’avvio da qualunque enunciato o nel bel mezzo di una catena di enunciati…
      Ho scritto nel commenti di cui sopra:

      In tal senso, anche la scrittura più destrutturata e decostruita del Novecento, Laborintus (1956) di Sanguineti, è ancora una scrittura che si poneva nel solco di un pensiero teologico, si poneva come “opera aperta” ma pur sempre come posta al «centro», magari di un «nuovo centro» di una nuova istituzione letteraria. Era, in definitiva, una destrutturazione che operava all’interno della letteratura intesa come «struttura».

  12. Recensione apparsa su Quotidiano di Bari venerdì il 21 ottobre 2022 pag.9 di Francesco Lorusso che qui pubblico per sua espressa condivisione.

    Titolo: Poetry Kitchen, versi cotti e mangiati.

    Già dai primi mesi del 2022 è presente sugli scaffali delle librerie italiane un volume antologico dal titolo Poetry Kitchen. Antologia di poesia contemporanea, curato da Giorgio Linguaglossa e pubblicato dalle Edizioni Progetto Cultura di Roma. Sin dal titolo si comprende come il materiale presente, facendo scendere la poesia dai piedistalli intellettuali e adagiandola nelle cucine di tutti noi, vuole renderla ordinaria e concentrata alla sola soddisfazione immediata (e superficiale, forse) dei nostri bisogni, lontana dagli affondi interiori o dalla ricerca di disvelamenti universali e metafisici che l’aveva fortemente caratterizzata fino al secolo scorso. Il tutto seguendo quel “modo diverso di fare poesia”: paradigmi teorizzati negli ultimi anni in Italia (ma già intravista in ambito europeo dallo scrittore e poeta svedese Tomas Tranströmer nel 1954) dalla corrente della NOE, nuova ontologia estetica, capeggiata dal poeta Giorgio Linguaglossa, e che ha saputo aggregare attorno a sé un attivo e interessante gruppo di poeti e artisti. Le loro discussioni le
    possiamo seguire attraverso la rivista cartacea “Il Mangiaparole (Trimestrale di poesia, critica e contemporaneistica)” di Roma o condividerle attraverso il blog letterario “L’ombra delle Parole”.
    Sfogliando le pagine di Poetry Kitchen, salta subito all’occhio la presenza di ben quattro poeti pugliesi su sedici autori antologizzati: il poeta e pittore Raffaele Ciccarone nato a Bitonto, il chimico e poeta Francesco Paolo Intini di Noci ma residente a Bari, il poeta Vincenzo Petronelli, che vive in provincia di Como, ma è nato a Barletta, e il poeta e drammaturgo Mauro Pierno, nato a Bari.
    Introdotto da un corposo saggio di Giorgio Linguaglossa, che delinea ragioni e necessità del volume, le pagine successive del testo passano in rassegna i sedici poeti antologizzati, seguendo un ordine alfabetico, e presentando, di ciascuno, una breve biografia e la relativa selezione di una decina di testi. Ai già citati autori pugliesi ritroviamo, così, affiancati i romani Alfonso Cataldi, la musicista e poetessa Letizia Leone, il poeta e pittore Jacopo Ricciardi; fra i romani di adozione troviamo due calabresi, il poeta e pittore, Giuseppe Gallo di San Pietro Maida (CZ) e il poeta Gino Rago nato a Montegiordano (CS), e poi lo stesso Giorgio Linguaglossa nato a Istanbul; ancora i calabresi Mimmo Pugliese di San Basile (CS) e Giuseppe Talia nato a Ferruzzano (RC); l’informatico e poeta Guido Galdini, l’artista e poeta Lucio Mayoor Tosi, entrambi bresciani; e, per concludere, la poetessa circense Ewa Tagher nata a Lubiana e la pittrice e poetessa Marie Laure Colasson, nata a Parigi. Dopo il proliferare di libri e programmi spazzatura sulla cucina, ecco che anche la poesia fa il suo ingresso fra le pentole e i fornelli, per essere cucinata e mangiata, consumata e resa, poco dopo, inutilizzabile, vecchia, inattuale, come immondizia e, come tale, usata e gettata: una sorte, questa, che tocca a tutti gli oggetti e non solo, poiché, ormai, sono affetti da tali logiche anche i rapporti fra persone, portando ogni aspetto umano verso un destino di abbandono, di annientamento e discarica.
    In questo “compostaggio” linguistico ritroviamo una sorta di “obsolescenza culturale programmata”, un andamento che si muove esclusivamente verso la “ricerca del nulla” (non a caso uno dei titoli presenti nella stessa collana, “Il dado e la clessidra”, si intitola giustappunto Compostaggi del 2020, di Mauro Pierno).
    La proposta antologica di Poetry Kytchen, attraverso i suoi autori, permette non solo di porre in evidenza come gli anni che stiamo vivendo abbiano già trasformato il “linguaggio poietico” e la sua funzione, ma anche di rilevare, come nota di curiosità, quanto le scuole, i gruppi, i “Manifesti”, possano nascere attraverso una fortissima influenza territoriale, da una vicinanza che non è più solo fisica, reale, ma realizzabile anche nella “virtualità” permessa dai nuovi media.
    Un’antologia che ci regala, insomma, una ricca ricognizione di nomi e stili, stili contaminati e “biodegradabili”, nati seguendo la corrente della Nuova Ontologia Estetica e che contiene, inoltre, una importante presenza pugliese.
    Un altro progetto nato spontaneamente da un gruppo di intellettuali, artisti e poeti e non da un ambiente accademico universitario, sempre più spesso assente o per lo più disinteressato alle voci contemporanee.

    (Francesco Lorusso)

    (N.B. l’enfasi su alcuni nomi è dovuta alla pubblicazione su un quotidiano pugliese.)

    • Bene anzi ottimo. Bari si accorge di noi grazie a Francesco Lorusso.
      Grazie Mauro, Ciao.

      • gino rago

        Mi alleo con Francesco Paolo Intini e dico il mio “grazie” a Francesco Lorusso, a Mauro Pierno e alla città di Bari che intende accendere un suo lume sulla poetry kitchen.

    • vincenzo petronelli

      Grazie a Francesco Lorusso per l’articolo ed a Mauro Pierno per il suo instancabile lavoro divulgativo. Sono naturalmente onorato di essere citato, ma il motivo di maggior rallegramento è sicuramente insito nel fatto di aver posto un ulteriore tassello per ampliare la visibilità del nostro progetto.
      Buon pomeriggio a tutti.

  13. Quattro tentativi di poetry kitchen
    di Gino Rago

    1.

    La poetry kitchen è la poiesis che entra in cucina;
    ma in cucina il frigorifero è vuoto.
    Dunque, lottare con il vuoto,
    ma vuoto non è il frigorifero,
    il vuoto è nelle parole stesse.

    2.

    Siamo alla fine della immortalità,
    bisogna ricorrere alle metafore cinetiche.
    alle immagini dialettiche,
    ai montaggi secondo Mnemosyne di Warburg.

    3.

    Chi intenda fare poetry kitchen dev’essere consapevole
    che la funzione della nuova poiesis è quella di «vedetta»
    su una nave vuota
    nel vuoto

    3.

    Guardatevi dai sorrisi dello smile del cellulare.
    Sono i sicari del tardo capitalismo.
    Cristallizzano le disuguaglianze già calcificate nella società.
    Vogliono reificare anche il nostro bene immateriale più prezioso:

    le parole.

  14. “In un momento che vede l’Italia in procinto di pericolo per la sicurezza nazionale e per la collocazione internazionale del Paese…

    Beh cari miei non è una robetta da poco un governo di DESTRA-DESTRA. Gli avanzi di littorio sulle spalle, un corteo di fanciullicognatimariti che sembrava la festa dell’ Essere Supremo a Campo di Marte. I sintomi che nei giorni scorsi si erano preannunciati col racconto di busti, cimeli e personaggi innominabili si sono trasformati in malattia acclamata con un pieno di febbre cavallina.
    Il sistema immunitario è dunque andato in pezzi?
    Brancaleone ha perso la sua battaglia contro La Santa Alleanza e ora si lecca le ferite giocando a rosico con il suo cavallo. Il tutto raccontato da oche pronte a cambiare penne e stia col tono familiare e allegro che non sbaglia mai tiro e diligenza. Peccato che Robespierre non c’era. Il suo cane faceva la pipì a quell’ora e poi, francamente nemmeno lui sarebbe stato d’accordo su tutte le fiamme, i ruderi dell’ancien regime portati in spalle dai rampolli freschi e belli. Forse addirittura avrebbe intravisto la sua fine una seconda volta e pensato che presto avrebbero restaurato le statue e, a loro esclusivo vantaggio, anche le vite che un tempo respiravano nei loro interni. Come faranno Luigi XVI e Maria Antonietta a cavarsela col Merito? Per santificarli diranno alla Storia di tornare sui propri passi e mostrarsi dal lato B ricordandole in un orecchio che a scriverla sono i vincitori. Poi, come spesso accade, di piazza in piazza si arriva al 1789. Un collasso credo, contro quell’altra che spinge sempre nel verso opposto. E il “verso” dei poeti?
    La politica con questi personaggi esce dalla paglia e diventa erba fresca e abbondante da calpestare, da mettere a soqquadro o preferibilmente alla berlina. Niente paura, il verso è quello giusto, il rumine ce la fa a triturare i sassi figuriamoci a digerire questi. La lavatrice dal canto suo ce la mette tutta a centrifugare in salita e a tirare dritto verso la strizzata. Con risciacquo e scarico nella fogna, ovvio.

    UN ELENCO QUASI COMPLETO DI VINCITORI

    Al congresso degli smartphone si discusse degli uomini che tenevano in un palmo
    Sostituire le bocche con le orecchie parve una rivoluzione.

    Nessun intervento da segnalare, nemmeno per un guasto improvviso allo zero kelvin.
    E dunque per un istante-Si ma dove mi trovo?-il nucleo di ferro s’è rotto i c…

    Il tempo svenduto al prezzo di una corteccia cerebrale.
    Il campo magnetico dice che è solo manutenzione:
    -Ma qui più che un intervento alla fogna non vedo.

    Gli aerei si posano sui pontili. In visita c’è il ministro dei merluzzi.
    Il sale è in guerra con i cormorani?

    Pubblicità o marcia di Schubert, uguali sono.
    Se i gabbiani piantano ceppi, le alici fasciano in nero.

    Le truppe di Putin finalmente lasciarono i polmoni.
    Nelle fosse trovarono rubli e dollari coperti di spike.

    La questione fu rimessa nelle mani di Omer
    Che la rimise al suo naso:- Non so che farmene di serpenti in amore.

    Ci si perse sulla Long Covid. Quisquilie e lungaggini burocratiche
    Che non decidevano tra Tiresia e i Simpson.
    L’A1 aprì le sue latrine come polmoni di libellula.

    Le fattorie di senecio annunciano l’inverno.
    Ci si può rifornire di giallo e tritolo per i caminetti.
    Basta scuoterne un po’ sui cetrioli e si passa il Bosforo.
    Ma il piloro dove sarà?

    C’è una corsa ad accaparrarsi il respiro.
    Il fiato è una ricchezza nazionale
    Ma qui anche l’Adriatico allunga le mani.

    Pipistrello fa la mossa che l’Italia ride!

    (F.P.Intini)

    • Scrivevo il 16 maggio 2017:

      “Quello che ci si presenta all’improvviso è un estraneo che fa ingresso nel nostro quotidiano, che so, un ricordo che non volevamo ricordare, un lapsus, un errore di dizione, un refuso di una parola che non volevamo scrivere, in una parola, l’estraneo è l’Altro per l’altro, si tratta di uno scambio di «persone», di una metonimia, di una sineddoche, di «maschere» di un teatro dove si presenta una «scena» simbolica, l’una prende il posto dell’altro, a nostra insaputa e magari anche contro la nostra volontà….il luogo privilegiato nel quale si manifesta l’estraneo”.

      Da critico militante (oggi il termine è caduto quasi nel ridicolo), della Nuova Ontologia Estetica, non posso che rivendicare la mia funzione non conciliativa, il diritto del critico a non assolvere ad alcuna funzione suasoria e conciliativa e di recitare in pieno la mia funzione di parte, non conciliativa, contraddittoria, che sa di portare in sé una istanza del contraddittorio e del diverso; insomma, per tornare a noi il critico non deve smussare gli angoli e le differenze che intercedono tra la poesia di Luciana Gravina e quella di Fernanda Romagnoli, per dire, ma deve porre la questione come questione problematica, sulla quale operare una scelta, delle scelte, nella consapevolezza che le differenze in poesia non sono un «indifferenziato» agnostico e anomico ma sono il sale della biodiversità della poesia.

      Sulla differenza tra «oggetti» e «cose» ho già scritto un appunto poco tempo fa. Quando un «oggetto» cessa di essere mero oggetto e quanto esso oggetto diventa una «cosa»? – L’ermetismo italiano non ha mai avuto sentore di questa problematica, e neanche la poesia post-ermetica del dopo guerra, tantomeno la poesia dell’incipiente sperimentalismo ne ha avuto cognizione, come non ne ha mai avuto cognizione la poesia lombarda degli «oggetti». La questione è invece di capitale importanza, perché o si fa una poesia di oggetti (ricordate la formula di Anceschi per una «poesia degli oggetti»?), o si fa una poesia di «cose», la differenza è di capitale importanza ma bisogna ragionarci sopra, bisogna sapere di che cosa si parla.
      Ad esempio, la guerra di Troia (che fa ingresso nella poesia di Gino Rago) è un «oggetto» o una «cosa»? Quella «nomenclatura» che si rinviene nella poesia di Anna Ventura, quei «brillanti di bottiglia», dal titolo del libro di esordio della poetessa abruzzese del 1978, quelle povere cose che stanno come brillanti nella bottiglia, sono «oggetti» o sono «cose»?

      È inutile tentare di dribblare la questione, non se ne esce. Il problema in verità è antico, già all’inizio del Novecento era stato messo a fuoco da Osip Mandel’štam nel saggio Sulla natura della parola degli anni Dieci di cui cito un brano particolarmente significativo. Sostituite il riferimento al «simbolismo» con la nostrana «poesia degli oggetti» e troverete gli argomenti di Mandel’stam calzanti e acutissimi, in specie riguardo all’«ellenismo» del «vasellame» che usiamo tutti i giorni e alla polemica contro il «laboratorio di impagliatura» dei simbolisti:

      Osip Mandel’štam:

      «L’ellenismo è il circondarsi consapevole dell’uomo di vasellame al posto di oggetti indifferenti, la metamorfosi di questi oggetti in vasellame, la personificazione del mondo circostante, il riscaldamento del suo sottilissimo teologico calore. L’ellenismo è ogni stufa vicino alla quale l’uomo siede apprezzandone il calore, come consanguineo al suo calore interno. Infine, l’ellenismo è il monumento sepolcrale dei defunti egiziani nel quale si mette tutto il necessario per il proseguimento del pellegrinaggio terrestre dell’uomo fino alla brocca per i profumi, allo specchietto, al pettine. L’ellenismo è il sistema, nel senso bergsoniano del termine, che l’uomo dispiega intorno a sé, come un ventaglio di avvenimenti liberati dalla dipendenza temporale e subordinati ad un legame interno attraverso l’io umano. Nella concezione ellenistica il simbolo è vasellame e, perciò, ogni oggetto coinvolto nel sacro circolo dell’uomo può diventare vasellame e, di conseguenza, anche un simbolo. Ci si chiede: dunque, è forse necessario uno speciale e premeditato simbolismo nella poesia russa? Non appare esso come un peccato di fronte alla natura ellenistica della nostra lingua che crea forme come vasellame al servizio dell’uomo? In sostanza, non c’è alcuna differenza tra la parola e la forma. La parola è già forma chiusa; non si può toccare. Essa non serve per la vita quotidiana così come nessuno si metterà ad accendere una sigaretta da una lampada. Anche queste forme chiuse sono assai necessarie. L’uomo ama il divieto, e persino il selvaggio mette una interdizione magica, un «tabù» negli oggetti noti. Ma, d’altra parte, la forma chiusa, sottratta all’uso, è ostile all’uomo, è nel suo genere un animale impagliato, uno spaventapasseri.

      Tutto il contingente è soltanto immagine. Prendiamo ad esempio la rosa ed il sole, la colomba e la fanciulla. Per il simbolista nessuna di queste forme è di per sé interessante ma la rosa è immagine del sole, il sole immagine della rosa, la colomba immagine della fanciulla, la fanciulla immagine della colomba. Forme sventrate come animali impagliati e riempite di contenuto estraneo. Al posto del bosco simbolista, un laboratorio di impagliatura.
      Ecco dove porta il simbolismo professionale. La percezione demoralizzata. Nulla di autentico, originale. Una terribile controdanza di «corrispondenze» che si ammiccano l’un l’altra. Un eterno strizzarsi d’occhio. Nessuna parola chiara, soltanto allusioni, reticenze. La rosa ammicca alla fanciulla, la fanciulla alla rosa. Nessuno vuole essere se stesso».

      Commento:

      Un nuovo sguardo è già una nuova idea. Le idee le prendiamo dalle «cose». Le mutazioni del gusto già in sé sono nuove idee e le nuove idee sono le «nuove cose». Dal modo in cui usiamo gli oggetti nella nostra vita quotidiana, possiamo trarre un fascio di luce che illumina il nostro modo di utilizzare le parole, giacché le parole sono «cose» in senso fisico, spaziale. Gli oggetti, gli utensili, il vasellame si trovano nel mondo per servire l’uomo, possiamo vivere in un appartamento ammobiliato oppure in un appartamento ricco di suppellettili, di vasellame, di «cose» che abbiamo scelto e che ci accompagnano nella nostra vita quotidiana. La differenza è di vitale importanza. Quando una «cosa» ci parla o riprende a parlarci, ecco, il quel momento si ha una trasmutazione degli «oggetti» in «cose», e gli oggetti indifferenti diventano nostri consanguinei, i nostri compagni significativi. Le nuove «cose» innescano un nuovo sguardo, e noi vediamo il mondo come per la prima volta. Gli «oggetti» morti sono diventati all’improvviso vivi e significativi, sono diventati «cose».

      L’«ellenismo – di cui parla Osip Mandel’štam nel saggio Sulla natura della parola – è il circondarsi consapevole dell’uomo di vasellame al posto di oggetti indifferenti, la metamorfosi di questi oggetti in vasellame…»

      • Scrivevo nel 2020

        [Marie Laure Colasson Struttura dissipativa 30×42 cm, acrilico, 2020]

        penso che la nuova fenomenologia della poiesis che chiamiamo poetry kitchen rientri nel mondo epocale del Ge-Schick dell’essere di cui parla Heidegger: non più apertura di mondi storico-destinali, non più apertura di epoche, non più inaugurazione di epoche storiche nelle quali si dà l’essere, non più il susseguirsi (tras-missione, Ueber-lieferung) di aperture, di epoche, non più come ciò che viene in presenza, ma come ciò che viene in «chiusura» di un mondo storico-destinale, come inaugurazione della «chiusura». «Chiusura» che però non si dà mai come fine ma come tentativo di oltrepassamento del fine, tentativo di oltrepassamento della soglia del fine, e impossibilità di quell’oltrepassamento come superamento della metafisica della presenza e della luce che consente ed assicura quella luce, e quindi della fine della metafisica. In questo tragitto dovremo procedere con drasticità verso l’interminabile dissoluzione della presenza, che è il modo con cui si dà la presenza nell’orizzonte della metafisica, al di là della concezione metafisica del segno come ciò che «sta per» il significato, che tende a derubricare il segno scritto come ciò che sta per qualcosa che a sua volta sta per altro; procedere verso la liberazione del significante da ogni dipendenza che caratterizza oggi, nelle società mediatiche, la subordinazione del significante ai significati stabiliti dalla comunità.
        È ovvio, per chi voglia capire, che qui stiamo parlando della fine dell’arte come rappresentazione e come fine della metafisica della presenza. La «casa dell’essere», non è più il linguaggio, l’essere ha sfrattato il linguaggio dalla sua casa-custodia e adesso se ne va a ramengo per il mondo non più mondo. Il linguaggio come cristallizzazione e sedimentazione di opere classiche e iscrizione monumentale si è allontanato dalla tradizione, ha preso congedo da essa ed è rimasto orfano di senso.

  15. “Si incomincia a prestare attenzione all’abissale impotenza della civiltà della potenza. Si incomincia a scoprire la malattia mortale. Ma chi se ne preoccupa? L’Occidente è una nave che affonda, dove tutti ignorano la falla e lavorano assiduamente per rendere sempre più comoda la navigazione, e dove, quindi, non si vuol discutere che di problemi immediati, e si riconosce un senso ai problemi solo se già si intravvedono le specifiche tecniche risolutorie. Ma la vera salute non sopraggiunge forse perché si è capaci di scoprire la vera malattia?”

    Emanuele Severino (1929-2020), Essenza del nichilismo

    • vincenzo petronelli

      Riprendo quest’intervento di Francesco Intini, pur risalendo a fine ottobre, poiché la ritengo una riflessione antropologica centrale per cercare di decifrare, in generale il caos dell’epoca attuale, ma anche per inquadrare il rapporto fra poesia e storia, tanto più importante nel quadro della situazione che stiamo vivendo.
      Questa prima fase del ventunesimo secolo, è stato caratterizzato da un paradosso nella storia dell’Occidente euro-americano, che se da un lato, ha assistito al rafforzamento della pretesa esemplarità del proprio modello, con l’imposizione definitiva a livello globale dei suoi gangli fondamentali del mercato e della democrazia, mediante l’ “esportazione” di tale modello improntato su diritti, istituzioni e pratiche di efficienza.
      D’altro canto però, le proprie crisi interne e l’ascesa di grandi potenze quali Cina e India, nonché l’accentuazione dei tratti autocratici e l’immersione in politiche neo-oscurantiste dell’ex amica (per convenienza politica) Russia, l’hanno condotto altresì a maturare un sentimento di vulnerabilità, la risposta al quale – come spesso e sinistramente già avvenuto nel passato – è andato orientandosi protettivamente verso una pericolosa attitudine di sindrome d’assedio, con la conseguente apparizione di strategie difensive, a rischio di derive demagogiche e dietrologiche.
      Un ruolo importante in tale dinamica storica è stato giocato dal tramonto della cultura fondata sul capitale e la logica produttivo-capitalistica – ai cui modi di produzione è stata a lungo imperniata la visione stessa della vita, dei rapporti sociali e dei valori culturali dell’occidente – non necessariamente dovuto ad una rarefazione fisiologica dei processi economici interni, ma collegato significativamente altresì alla crescente polarizzazione della ricchezza, dovuto ai processi di internazionalizzazione e “liquefazione digitale” che hanno condotto sempre più ad una strategia di indirizzamento dei capitali verso altre aree geografiche. Il risultato è stato così l’impoverimento dell’economia interna occidentale – che in qualche modo è stata a lungo anche il suo stesso fattore identitario principale – con l’ispessimento delle oligarchie finanziarie (in un quadro che rischia paradossalmente di ricondurci alla situazione dell’accumulazione originaria marxiana) in un contesto solo apparentemente di riequilibrio geografico della ricchezza, la quale in realtà, oltre ad essere stata sottratta alle ridistribuzione interna del mondo occidentale, si è ulteriormente polarizzata e senza neppure arrecare benefici alle zone di nuovo sviluppo, dove il decentramento produttivo si è spesso coniugato con lo scarso rispetto dei diritti che caratterizza la maggior parte di quelle aree.
      E’ andato così sempre più acuendosi lo iato fra il benessere materiale che l’economia di mercato ha progressivamente elargito ed i costi sociali e culturali che questa parabola storica ha determinato.
      L’elemento antropologicamente caratterizzante la reazione della società di fronte a questa situazione, è stata la ricerca di una sorta di “purezza delle origini” (immemore delle storture già arrecate in passato), in un curioso mélange in cui si incrociano tendenze rigeneratrici, palingenetiche e teorie pauperistiche prêt à porter – talvolta mosse anche da buona fede – da un lato, nel nome di un anelito umanistico ed altre demagogiche e retrive, che partendo da un comprensibile “mito dell’eterno ritorno” (per citare la fortunata formula coniata da Mircea Eliade nella storia delle religioni) si è piuttosto orientata verso pericolose teorizzazioni che nel nome di un generalizzato anti-modernismo ed anti-globalizzazione (con i loro corollari anti-scientisti, anti-europeisti, anti-atlantisti “a prescindere” come avrebbe detto il grande Totò), rivelano tutto il loro devastante contenuto liberticida ed autoritario.
      In un quadro che appare già declinante da tempo, si sono maleficamente inseriti gli ultimi eventi di questi due anni, la pandemia da Covid-19 ed il devastante conflitto russo-ucraino, che hanno ampliato la platea dei ricettori di tali messaggi, impossessatisi dell’idea (sicuramente affermatasi maggiormente sull’onda del conflitto bellico) dell’incombenza minacciosa di un “nuovo ordine mondiale” gestito dai cosiddetti “poteri forti” (quando ci spiegheranno quali siano i contrapposti “poteri deboli”, forse capiremo meglio il loro punto di vista) che altro non è che la riproposizione dei poteri “demo-plutocratici” di mussoliniana memoria, cioè quei contenitori vuoti di matrice populista che ognuno può infarcire a proprio piacimento in modo da crearsi sempre il proprio nemico ideale, buono per ogni occasione.
      Ne sono scaturite così varie visioni fantasiose che pretendono di trasformare questi avvenimenti recenti in una sorta di epifania di connessioni come sempre le più improbabili, dall’immancabile complotto giudaico-massonico (altra componente indifferibile in tutte le costruzioni dietrologiche con l’altrettanto immancabile presenza di Soros) al 5G, dalla teoria di stregoni pronti a sfornare virus in laboratorio per non si sa quali progetti apocalittici, al presunto potere esercitato dalla lobby Lgbt (fino ad ipotizzare la fantasmagorica idea di una cultura gender) ed altre cosmogonie favolose, con il condimento della presenza ineffabile delle sette religiose fondamentaliste, pronte a sfruttare le opportunità offerte dagli spiragli di un nuovo clericalismo di matrice oscurantista, come eloquentemente dimostrato anche dal sigillo revanchista-religioso offerto dal patriarca Kirill all’intervento armato di Putin in Ucrain.
      Tutto ciò accade mentre il mondo continua a veleggiare impazzito come se nulla fosse, peraltro con la china della sua nave che continua a scivolare sulla superficie di un inesorabile collisione con l’iceberg alla deriva del deterioramento climatico: curiosamente però, di fronte a questa che è probabilmente la vera priorità del momento, la società occidentale attuale dimostra la propria pochezza. In fondo il vero anelito che la anima non sembra essere la volontà di cercare un via d’uscita da una realtà de-valorizzata, nel nome di un nuovo umanesimo (che evidentemente troverebbe nella soluzione dei problemi connessi al cambiamento climatico un leit – motiv portante) ma al contrario, l’istinto di ritrovare da parte delle classi medie, il potere d’acquisto ridimensionatosi, riprendendo a garantirsi la propria “fetta di torta” del dessert capitalistico.
      Intendiamoci: l’istanza è entro certi versi comprensibile, perché quello che si è prodotto in questi ultimi anni nel panorama dell’economia mondiale è una vera e propria flessione del potere d’acquisto dei ceti medi, che rischiano, specie nei loro strati inferiori, di incorrere in un processo di impoverimento; la questione però è capire quale sia l’angolo visuale reale da cui venga vissuto e percepito tale problema e non è difficile evincere come in realtà spesso influisca in tale approccio psicologico il fatto che l’asticella sia stata tenuta costantemente alta, troppo alta, nei decenni scorsi – portandoci alla degenerazione attuale – ed ora si fatichi a riportarla ad una misura più naturale.
      Le vicende di questi ultimi anni, sono stati in fondo dei campanelli d’allarme per riportarci ad una visione diversa del mondo, ma è chiaro che il livore di cui è stato caricata la reazione ai timori derivati, sia il companatico ben sfruttato dai fautori, in questo caso sì, di un nuovo possibile ordine mondiale, basato su di una concezione retriva e paurosamente neo-liberticida e neo-autoritaria della società e che non a caso ha nell’autocrate Putin e nella Russia, con la schiera dei suoi vari accoliti, un punto di riferimento cruciale, alimentato anche dalla sua capacità di alterazione dell’informazione, componente ineludibile dei manipolatori di folle odierni.
      Il panorama che ne scaturisce è inquietante: si rimettono in discussione diritti storicamente acquisiti (come la libertà d’espressione o l’aborto), si diradano i confini tra valori e dis-valori (oltre un limite che valica il legittimo arbitrio individuale), non si distingue più l’aggressore dall’aggredito (in senso metaforico esteso, non solo in riferimento alla guerra), si afferma la logica dell’ “uno vale uno” che appiattisce e svaluta le competenze, che disturbano evidentemente il manovrator, m ciò nonostante, di fronte alla prospettiva dell’impatto imminente con l’iceberg, i passeggeri dell’imbarcazione preferiscono continuare ad ubriacarsi ed ad abbuffarsi con le bevande e le portate loro ammannite, confidando nella rotta scelta dal capitano, ignorando che sia proprio lui che sta conducendo i passeggeri allo sbaraglio.
      Nel salone della nave impazzita trovano posto tranquillamente anche quegli artisti e quegli intellettuali che da questo conservatorismo bieco (perché eccessivo rispetto alla quota fisiologica di conservatorismo propria di ogni società e quindi reazionario) traggono giovamento per loro calcoli o semplicemente perché a loro volta incapaci di sottrarsi a quest’ordine costituito. Ciò riguarda anche una buonissima parte della poesia e della letteratura italiane, in particolare la poesia odierna, la maggior parte della quale, è ormai una sorta di reificazione del nulla. Credo che niente più della poesia di Franco Arminio o dell’inflazionamento della sedicente poesia del quotidiano alla Merini ultima maniera o alla Cavalli (ma naturalmente i nomi che si potrebbero citare sono innumerevoli e rimando ai vari autorevoli interventi di Giorgio Linguaglossa a tal proposito: ho citato questi solo per alcune letture in cui sono “incappato” ultimamente) riassuma l’incapacità della poesia italiana degli ultimi decenni di interpretare le incognite dei tempi che stiamo attraversando e proporne delle possibili chiavi di lettura alternative a differenza di quanto accade in altre tradizioni (basti pensare a quella anglosassone, slava, ispano-americana, ma anche qui l’elenco potrebbe essere lungo) e l’adagiarsi sguazzante da parte di molti poeti su questo sfondo che sarebbe inquietante per chiunque abbia un minimo di senso intellettuale critico.
      Pensate a quale differenza si riscontra fra la sciatteria e soprattutto la mancanza di un qualsiasi inquadramento della contemporaneità storico-sociale ed antropologica nella maggioranza della poesia italiana odierna ed il componimento seguenti (solo per fare un esempio) di un artista ed intellettuale che abbiamo imparato ad apprezzare sull’ “Ombra” come il bosniaco Predrag Bjelosevic:

      Poesia

      Il mio Paese è piccolo
      il mio piccolo paese
      ha un imene piccolissimo
      ed incredibilmente elastico

      Il mio piccolo Paese
      nessun dolore terreno
      lo può far piangere
      il mio Paese è pregno
      della sua resilienza

      La poesia di Predrag è un esempio (ma ovviamente ce ne sarebbero per fortuna tanti altri) di una poesia in grado di leggere la storia e la contemporaneità e “dire la sua”; una poesia diversa dalla nostra ricerca sotterranea rispetto all’onda superficiale delle parole, ma al di là delle questioni stilistiche o espressive, è un modello di statuto ontologico.
      Basterebbe confrontare questo componimento con una qualsiasi poesia di Franco Arminio (e cito lui non per accanimento, ma perché proprio lui si è auto-attribuito il titolo di vate antropologico della rinascita dell’umanesimo contadino, dunque una missione teoricamente in linea con la lettura della storia e della contemporaneità, ma che in realtà si risolve in un puro distillato di luoghi comuni passatisti) per comprendere l’abisso che separa le due prospettive.
      La condizione di questa società attuale seduta sulla “bocca del vulcano” senza rendersene conto e senza apparire in grado di fare nulla, è invece straordinariamente ritratta con grande capacità in questo caso, premonitoria (perché risalente ad alcuni anni fa) di un altro grande poeta del recente passato e cioè Hans Magnus Enzensberger, purtroppo recentemente scomparso.
      Enzensberger, dal mio punto di vista non è soltanto un poeta straordinario – fra le voci più alte del ‘900 – ma è anche un punto di riferimento di un’idea di poetica caustica, abrasiva, de-strutturante, se vogliamo una poesia “kitchen” ante litteram – mutatis mutandis ovviamente e senza le teorizzazioni ulteriori che la nostra ricerca ha affinato – e non a caso, pur essendo stato un poeta di notevole spessore, la sua rimane un’opera non approfondita come avrebbe meritato.
      La sua pungente ironia e dissacrazione, non poteva evidentemente non cogliere le contraddizioni e la tragica ridicolaggine di una società avviluppata sulla sua letargia da stagnazione di prospettive valoriali, come dimostra la poesia che riporto, che già nel 1976, inquadra ineccepibilmente una tendenza della nostra società a ritrarsi su sé stessa e le sue meschinità

      Classe Media Blues

      Non possiamo lamentarci.
      Abbiamo da fare. Siamo sazi. Mangiamo.
      Cresce l’erba, il prodotto sociale, l’unghia delle dita, il passato.
      Le strade sono vuote. Le chiusure sono perfette. Le sirene tacciono. Questo passa.
      I morti hanno fatto il loro testamento. La pioggia è cessata. La guerra non è stata dichiarata. Questo non è urgente.
      Noi mangiamo l’erba. Noi mangiamo il prodotto sociale. Noi mangiamo le unghie. Noi mangiamo il passato.
      Non abbiamo nulla da nascondere. Non abbiamo nulla da perdere. Non abbiamo nulla da dire. Abbiamo.
      L’orologio è caricato. La vita è regolata. I piatti sono lavati. L’ultimo autobus sta passando. È vuoto.
      Non possiamo lamentarci.
      Cosa aspettiamo ancora?

      L’interrogativo finale del poeta riflette fedelmente il vuoto di fronte al quale vede proiettata la società occidentale, vuoto spalancatosi fino alle soglie dell’abisso a distanza di cinquant’anni: possiamo riconoscere proprio nell’evidenziazione nello svuotamento di significato della realtà superficiale, un grande esempio di questa Poetry kitchen ante litteram.

      Direi che la denuncia di questo baratro di significato in cui incappa la poesia egotica prevalente nello scenario italiano d’oggi è esattamente un’evidenziazione tra le più significative della necessità di un intervento risolutore in grado di restituire legittimità all’idea di un pensiero poetico in grado di indagare la connessione di senso profondo che si annida dietro la superficie tumultuosa degli eventi e delle parole che le rappresentano convenzionalmente, che è esattamente l’obiettivo della Poetry kitchen, intento ormai ampiamente dimostrato dalla copiosa proposta poetica “kitchen” affermatasi in questi anni e che ad esempio abbiamo visto mirabilmente sintetizzato in quest’articolo dalla poesia del nostro Francesco Paolo Intini, della quale riporto il passaggio seguente:

      Le truppe di Putin finalmente lasciarono i polmoni.
      Nelle fosse trovarono rubli e dollari coperti di spike.

      La questione fu rimessa nelle mani di Omer
      Che la rimise al suo naso:- Non so che farmene di serpenti in amore.

      Ci si perse sulla Long Covid. Quisquilie e lungaggini burocratiche
      Che non decidevano tra Tiresia e i Simpson.
      L’A1 aprì le sue latrine come polmoni di libellula.

      Ecco che Francesco riesce, con rapide pennellate incisive, a rimettere insieme i frammenti, le concrezioni, delle tracce storiche di questi ultimi anni, riannodando i fili del discorso e trovando una continuità logica altra, sotterranea, trascendente le convenzioni delle apparenze, scomponendo i tasselli del discorso e ri-componendoli in una nuova dimensione antropologica.
      Il quadro storico attuale non consente più ormai di gingillarsi in elucubrazioni solipsistiche, pena la sterilizzazione della validità della pratica poetica stessa e pertanto la poesia del futuro, ma direi già del presente, non può fare a meno di ricercare un nuovo paradigma ontologico, esattamente come si propone il collettivo della Noe, mediante la formulazione della Poetry kitchen.
      Un grande abbraccio a tutti voi cari amici dell'”Ombra” e di questo straordinario percorso poetico.

  16. pietro eremita

    Perchè intervento “speciale”e non guerra?
    ————————————————————-
    L’intervento di Putin contro l’Ucraina (secondo i parametri mentali della polizia segreta russa – o sovietica: non cambia nulla* – fu certamente NON una invasione) venne da questi denominata “OPERAZIONE MILITARE SPECIALE”.
    (aggiungerei io un altro termine “LIQUIDAZIONE”: fisica, mentale, ecc. poiché i russi (prezzolati) più estremisti vogliono la completa distruzione dell’Ucraina o di altro nemico.
    * (Il suo stemma conserva la spada e lo scudo già presenti in quello dei “servizi” precedenti, oltre al KGB, anche l’NKVD).

    A nessuno dei soloni italiani che sparlavano e sparlano di Russia o di Storia della Russia – venne – fino a questi giorni- viene- in mente di spiegare perché venne chiamato “SPECIALE” l’intervento.
    Questo termine “speciale” venne ( E VIENE ANCORA OGGI) usato per “risolvere” qualsiasi genere di problema da parte dell’allora OGPU = Polizia segreta dell’Unione Sovietica dal 1922 al 1934.
    Cambiano soltanto le sigle: OGPU, Ceka, NKVD, KGB, FSK, e oggi: FSB.
    OGPU significa : “Direzione politica unificata dello stato “in russo è:
    Объединённое государствен ное политическое управление.
    E infine ai nostri giorni in: FSb =
    “Speciale organo federale della Federazione Russa” : Servizio federale per la sicurezza della Federazione Russa
    —————————————-……………………………………………………………………………
    Gli agenti “speciali” dagli anni ’20 del secolo scorso controllavano ogni persona e cose, specie gli intellettuali, che furono quasi sterminati!; un caso chiaro (che riguarda il poeta Majakovkij), ma risaputo dagli studiosi della materia (slavisti in primis) è questo:
    (citazione dalle memorie)
    Secondo le memorie dell’artista Elizaveta Lavinskaja, da un certo momento “sempre più nuove persone hanno cominciato a frequentare il martedì (letterario), come Agranov con sua moglie e diversi giovani più eleganti di professioni sconosciute”. Il capo del dipartimento speciale dell’OGPU Agranov, nel salotto della casa dei Brik (Osip e Lilja)-Majakovskij, è stato presentato dallo stesso Majakovskij, dicendo che Jakov Saulovich si occupa di “questioni letterarie negli organi di sicurezza dello stato”.
    Essendo diventato un visitatore abituale del salotto di Lilja Brik, Agranov è entrato nella cerchia dei conoscenti stretti di Majakovskij (secondo alcuni rapporti, Vladimir Vladimirovich ha chiamato i Cekisti :”Janecka” e “Agranic”: che dimostra una certa confidenza con loro due) e, dopo la morte del poeta, era il più attivo di tutti nell’organizzazione del suo funerale – nel necrologio firmato da “un gruppo di amici”, il nome di Jakov Saulovic era il primo.

    “Tuttavia, , c’erano davvero molti Cekisti che circondavano Osip e Lilja Brik (già agenti) e Majakovskij. Prova che il poeta era in qualche modo legato ai servizi speciali politici dell’epoca sono alcune frasi che scrisse negli anni ’20:
    “I soldati di Dzerzhinsky ci proteggono”, “Prendi il nemico, segretario!”, “Sputiamo in faccia a quella fanghiglia bianca , la GPU è il pugno chiuso della nostra dittatura”.
    Da cui si evince la grande ingenuità del poeta, tra l’altro controllato dalla coppia amica e sposata Osip Brik -Lilja Jurevna, la quale fu amante del poeta. Tra l’altro Lilja Brik era amante, si dice di Agranov e altri cekisti.
    —————————————-
    Ma fu vero suicidio quello di Makakovskij?
    E quello di Esenin?

  17. milaure colasson

    Comunicazione:

    11 dicembre ore 17.00, Domenica, verrà presentata alla Fiera del libro di Roma Eur (La Nuvola di Fuksas) l’Antologia della Poetry kitchen. Sottotitolo (La poesia nell’età della catastrofe permanente)
    Relatori Marie Laure Colasson, Letizia Leone e Giorgio Linguaglossa. I poeti che saranno presenti potranno leggere alcuni testi della Antologia

    La Melona ci ha mostrato in queste settimane il suo profilo garbatellaro, adesso ci mostra l’affaccio del Lato B, ma meglio sarebbe che ce lo nascondesse… Mi chiedo: che fine ha fatto il “Blocco navale” per combattere le zattere dei neri africani? Che fine ha fatto la recita gridata in parlamento circa la Dittatura sanitaria? E l’uscita dall’Euro? e il caravanserraglio del saluto romano dei suoi adepti? e tutte le altre corbellerie e villanerie che ci ha ammannito in questi ultimi due tre anni?

    da un mio scritto su FB:

    In questo governo di 24 ministri e ministeri
    mancano:
    un Ministero dei cuscini, Un Ministero delle forchette e del basilico, un altro Ministero degli orologi e un Ministero delle calzature n. 40 in finta pelle e un altro delle minigonne e dell’Alfabeto in lingua patria.

    Se avete idee da suggerire, non esitate a comunicarle alla Signora Melona

  18. Comunicazione

    Domenica, 11 dicembre ore 17.00, verrà presentata alla Fiera del libro di Roma Eur (La Nuvola di Fuksas)

    La poesia nell’età della catastrofe permanente
    Presentazione della Antologia Poetry kitchen
    Relatori Letizia Leone, Marie Laure Colasson, Giorgio Linguaglossa, Gino Rago
    con letture degli autori

    (L’Elefante sta bene in salotto)

  19. Le democrazie parlamentari dell’Occidente sono affette da una sindrome che definirei della catastrofe permanente, una Todestrieb che ci sovrasta in quanto dentrificata nella psiche degli umani. Ci troviamo in un mondo sul quale incombe uno stato di catastrofe e di auto catastrofe, il mondo della minaccia atomica sdoganata a fattore tattico di intimidazione dell’avversario è un mondo nel quale è sempre possibile una deflagrazione atomica, un conflitto senza leggi né regole combattuto per la liquidazione fisica e totale del nemico.

    Scrive il filosofo Slavoj Žižek:

    «Non è che falliamo perché non riusciamo a incontrare l’oggetto, piuttosto l’oggetto stesso è la traccia di un certo fallimento».
    Per questo Freud ha avanzato l’ipotesi della pulsione di morte – il nome giusto per questo eccesso di negatività. E il mio intero lavoro è ossessionato da questo: da una lettura reciproca della nozione freudiana di Todestrieb e di quella negatività auto negativa tematizzata dagli idealisti tedeschi. Insomma, questa nozione di auto-negatività relativa, così come è stata regolata da Kant fino a Hegel, filosoficamente ha lo stesso significato della nozione freudiana di Todestrieb, pulsione di morte – questa è la mia prospettiva fondamentale. Ovvero, la nozione freudiana di pulsione di morte non è una categoria biologica ma ha una dignità filosofica.
    Cercando di spiegare il funzionamento della psiche umana in termini di principio di piacere, di principio di realtà e così via, Freud si rese conto via via sempre più della presenza di un elemento disfunzionale radicale, di una distruttività radicale e di un eccesso di negatività, che non possono essere spiegate.»1
    Sono d’accordo con la tesi di Slavoj Žižek per il quale la nozione freudiana di pulsione di morte può essere utilizzata egualmente anche per una civiltà del post-umanesimo del capitalismo globale; sarei propenso ad ipotizzare che la pulsione di morte svanisce nella «merce», cioè nel «valore di scambio». La nuova civiltà dell’epoca della tecnica o cibernetica sembra aver fagocitato la pulsione di morte, annullandola nella «merce». Il feticismo della merce conterrebbe al suo interno, sub specie di enigma, la pulsione di morte rimossa, se non addirittura forclusa. Questo è l’aspetto inquietante delle società democratiche dell’Occidente, che il capitalismo è, ad un tempo, il prodotto della tecnica e causa esso stesso dello sviluppo della tecnica.

    1S. Žižek, Che cos’è l’immaginario, Il Saggiatore, 1999, p.32

  20. da una intervista a Alfonso Berardinelli del 2007

    CONVERSAZIONE CON ALFONSO BERARDINELLI di Doriano Fasoli – «La metafisica e l’ontologia sono come il chewing gum: si mastica e si mastica, ma non si può ingoiare niente… Alla fine, però, bisogna sputare»

    Domanda:
    Ad un certo punto si è accorto che nella postmodernità si moltiplicavano e si riproducevano degli «stili dell’estremismo». Così, per farsi capire, isolando solo qualche esempio fra i molti possibili, ha pubblicato il pamphlet omonimo… Me ne vuole parlare?

    Risposta:
    Si tratta, sia letterariamente che intellettualmente, del mito dell’Essenza che riassume e condensa (rende trascurabili) i fenomeni. Si tratta dell’idea di «andare coerentemente fino in fondo». Ma il fondo non c’è e la coerenza logica a tutti i costi trascura la storia, le storie, i singoli. Fa violenza ai fatti. Credo che gli stili dell’estremismo abbiano sempre qualcosa di involontariamente caricaturale. Filosofi come Severino e Cacciari non fanno che parlare di alpha e omega, dell’inizio e della fine, dell’Origine e dell’Apocalisse, di Essere, Nulla e Divenire… Il loro stile è diverso, perché Severino è sempre logico fino all’assurdo, mentre Cacciari parla per citazioni, non fa un ragionamento, crea suggestioni, terrori, brividi… Sono due caricature di una caricatura come Heidegger, contro cui Adorno scrisse un ottimo pamphlet, Il gergo dell’autenticità. La metafisica e l’ontologia sono come il chewing gum: si mastica e si mastica, ma non si può ingoiare niente… Alla fine, però, bisogna sputare. Vorrei che ci si decidesse, una buona volta, a sputare l’essenzialismo diventato insipido…

    Domanda:
    Calasso, Ceronetti, Citati, Cioran… Cos’hanno in comune questi quattro autori? E in loro sente delle affinità o se ne distanzia?

    Risposta:
    Mi pare che Citati, Ceronetti, Calasso siano continuamente tentati da quel genere di estremismo che è la mistica. In loro si sente di continuo il richiamo più o meno esplicito ad una philosophia perennis che il particolare sviluppo della cultura occidentale ha dissipato e consegnato all’oblio. Intellettualmente non vogliono accettare l’Illuminismo. Ma come tutti gli occidentali che vivono secondo il modo occidentale di vivere, anche loro devono accettare, di fatto, l’Illuminismo: leggono i giornali, scrivono sui giornali, usano i prodotti dell’industria, vanno al cinema, abitano un mondo abbandonato dagli dèi in cui niente è sacro…

    In effetti, anche come scrittori, sono qualcosa a metà strada fra il dandy e l’anacoreta. Purtroppo, senza ironia e senza molta consapevolezza del paradosso… Calasso è stato un editore geniale. Ceronetti è uno scrittore notevole. Citati potrebbe essere un ottimo critico, se non recitasse da veggente e se non pretendesse di parlare, in stato di atarassia, di troppi autori, riscrivendoli e parafrasandoli…

    Domanda:
    Che cosa rimprovera in particolare alla sinistra italiana?

    Risposta:
    La ragione per la quale non sopporto la sinistra italiana è che non riesco a farmi piacere la sua cultura, i suoi intellettuali di riferimento. Il mio guaio è che sono più sensibile ai fatti culturali che a quelli politici. La cultura di un paese non è forse più importante della sua politica? La politica viene dopo, è il prodotto di un modo di pensare e di essere. Molta cultura di sinistra degli anni Ottanta era berlusconiana ante litteram, ha preparato la strada al centro-destra. E non vuole riconoscerlo.

  21. PIETRO EREMITA

    QUESTA INTERVISTA è DEL 2007 e già questa che noi viviamo è un altra epoca. Non è escluso che il Berardinelli su parecchie questioni che nella intervista vengono tracciate abbia cambiato idea, e che in un certo senso siano già superate. Di questa intervista resta poco o nulla, e quel poco si avviocina alla sparizione.
    Non si tratta di debole o solida critica da parte del critico più o meno militante: è che il tentativo suo di essere diverso dagli altri critici o dagli altri professori accademici è fallito. Non direi che dice cose fuori luogo e tempo, dico che il lingiaggio suo critico è insensato da tempo.
    La critica ha superata se stessa, e non è più critica: dietro e avanti a se stessa non c’è più nulla che valga la pena di essere “criticata”:
    il linguaggio critico del 900 è esaurito e giace da tempo nelle vetrine di un museo linguistico.
    Gli antichi e gloriosi entusiasmi “linguistici” che col tempo sono divenuti soltanto adatti a illustrare manifesti che non dicevano che cose risapute e invecchiate si sono irrigiditi in schemi sbiaditi e dunque inutili.
    C’è freddo dappertutto. Non si vede in un prossimo vicinissimo futuro alcuna idea creativa: la parola stessa “critica” ha cessato di esistere e al suo posto un vuoto pernicioso e scadente.
    La POESIA del 900 tutta è sotto formalina da tempo.
    I poeti non sonoi più poeti, ma deboli interpreti di una epoca che non sa prepararne una altra diversa e nuova sotto una denominazione che non sia racchiusa nel termine di “critica”.
    …………………………………………………………………………………..
    Sagredo non sa più se essere Faust o Mefistofele: essendo entrambi poeti inesperti di TEOFANIA E, PEGGIO, DI POESIA!

  22. PIETRO EREMITA

    Sagredo mi comunica trionfante che è risuscito a realizzare una medicina per un lettore che ha perso la voglia di leggere: questa medicina si chiama LEGGITINA, e si presenta in compresse o sciroppo o in fiale (non fiele!) e persino sotto forma di pomata.
    Da prendere in dosi più o meno massicce la sera o al mattino, e a digiuno.

    • milaure colasson

      ricordo una lontana pubblicità italiana degli anni sessanta che recitava e magnificava il Cynar contro il logorio della vita moderna con l’attore Ernesto Calindri che seduto beato ad un tavolino in mezzo al traffico di Milano, sorbiva con gaudio un bicchierino di Cynar…

  23. Byung Chul Han
    Psicopolitica
    Il neoliberalismo e le nuove tecniche del potere

    L’autore tratteggia la nuova società del controllo psicopolitico, che non si impone con divieti e non ci obbliga al silenzio: ci invita invece di continuo a comunicare, a condividere, a esprimere opinioni e desideri, a raccontare la nostra vita. Ci seduce con un volto amichevole, mappa la nostra psiche e la quantifica attraverso i big data, ci stimola all’uso di dispositivi di automonitoraggio. Nel panottico digitale del nuovo millennio – con internet e gli smartphone – non si viene torturati, ma twittati o postati: il soggetto e la sua psiche diventano produttori di masse di dati personali che sono costantemente monetizzati e commercializzati. In questo suo saggio, Han pone l’attenzione sul cambio di paradigma che stiamo vivendo, mostrando come la libertà oggi vada incontro a una fatale dialettica che la porta a rovesciarsi in costrizione: per ridefinirla è necessario diventare eretici, rivolgersi alla libera scelta, alla non conformità.

    Crisi della libertà
    Sfruttamento della libertà

    La libertà sarà stata un episodio. Il termine episodio significa “parte intermedia”: il sentimento della libertà si manifesta nel passaggio da unaforma di vita all’altra, fino a che anche quest’ultima non si rivela una forma di costrizione. Cosí, alla liberazione segue una nuova sottomissione: è questo il destino del soggetto, il cui significato letterale è “essere-sottomesso”.Oggi, non ci riteniamo soggetti sottomessi, ma progetti liberi, che delineano e reinventano se stessi in modo sempre nuovo. Il conseguente passaggio dal soggetto al progetto è accompagnato dal sentimento dellalibertà: ormai, il progetto stesso si rivela non tanto una figura della costrizione, ma piuttosto una forma ancora piú efficace di soggettivazione e di sottomissione. L’io come progetto, che crede di essersi liberato da obblighi esterni e costrizioni imposte da altri, si sottomette ora a obblighi interiori e a costrizioni autoimposte, forzandosi alla prestazione e all’ottimizzazione. Viviamo una fase storica particolare, in cui la stessa libertà genera costrizioni. La libertà di potere (Können) produce persino piú vincoli del dovere (Sollen) disciplinare, che esprime obblighi e divieti. Il dovere ha un limite: il potere, invece, non ne ha. Perciò, la costrizione che deriva dal potere è illimitata e con ciò ci ritroviamo in una situazione paradossale. La libertà è, nei fatti, l’antagonista della costrizione, essere liberi significa essere liberi da costrizioni. Al momento, questa libertà – che dovrebbe essere il contrario della costrizione – genera essa stessa costrizioni. Disturbi psichici come depressione e burnout sono espressione di una profonda crisi della libertà: sono indicatori patologici del fatto che spesso oggi essa si rovescia in costrizione. Il soggetto di prestazione, che si crede libero, è in realtà un servo: è un servo assoluto nella misura in cui sfrutta se stesso senza un padrone.

    Nessun padrone lo fronteggia e lo costringe a lavorare. Il soggetto assolutizza la nuda vita e lavora. Nuda vita e lavoro sono le due facce di una stessa medaglia: la salute rappresenta l’ideale della nuda vita. A questo servo neoliberale è estranea la sovranità, o meglio la libertà di quel padrone che, secondo la dialettica servo-padrone di Hegel, non lavora e gode solamente. Tale sovranità del padrone consiste nell’elevarsi al di sopra della nuda vita e, di conseguenza, nel farsi carico persino della morte. Questo eccesso, questa forma di vita e di godimento eccessivo è estranea al servo che lavora preoccupandosi della nuda vita. Al contrario di quanto afferma l’assunto hegeliano, il lavoro non lo rende libero: egli resta comunque servo del lavoro. Il servo hegeliano costringe anche il padrone a lavorare: la dialettica servo padrone di Hegel porta alla totalizzazione dellavoro. Come imprenditore di se stesso, il soggetto neoliberale è incapace di rapportarsi agli altri in modo libero da costrizioni. Tra imprenditori non si stabilisce alcuna amicizia disinteressata: eppure, essere-liberioriginariamente significa
    essere tra amici. Nell’indogermanico, libertà (Freiheit) e amico (Freund) hanno la stessa radice: la libertà è essenzialmente un termine di relazione. Ci si sente davvero liberi soltanto inuna relazione soddisfacente, in un felice essere-insieme all’altro. L’isolamento totale a cui conduce il regime neoliberale non ci rende davvero liberi: cosí, si pone oggi la domanda se – per sfuggire alla fatale dialettica della libertà che la porta a rovesciarsi in costrizione – essa non vada ridefinita e reinventata. Il neoliberalismo è un sistema molto efficace nello sfruttare la libertà, intelligente perfino: viene sfruttato tutto ciò che rientra nelle pratiche e nelle forme espressive della libertà, come l’emozione, il gioco e la comunicazione. Sfruttare qualcuno contro la sua volontà non è efficace: nel caso dello sfruttamento da parte di altri il rendimento è assai basso. Soltanto lo sfruttamento della libertà raggiunge il massimo rendimento. È interessante notare che anche Marx definisce la libertà in base al rapporto soddisfacente con l’altro:

    Solo nella comunità [Gemeinschaft] con altri ciascun individuo ha i mezzi per sviluppare intutti i sensi le sue disposizioni; solo nella comunità diventa possibile la libertà personale1.

    Essere liberi significa, quindi, nient’altro che realizzarsi insieme. Libertàè sinonimo di comunità felice.La libertà individuale è per Marx un’astuzia, una perfidia del capitale. La “libera concorrenza”, che si fonda sull’idea della libertà individuale, è soltanto “la relazione del capitale con se stesso in quanto altro capitale, ossia il reale comportamento del capitale in quanto capitale”. Attraverso lalibera concorrenza, il capitale riesce a riprodursi rapportandosi a se stesso come a un altro capitale. Grazie alla libertà individuale, copula con l’altro se stesso. Mentre concorriamo liberamente tra noi, il capitale si moltiplica. La libertà individuale è una schiavitú nella misura in cui, in funzione del proprio accrescimento, il capitale la monopolizza. Il capitale, dunque, sfrutta la libertà dell’individuo per riprodursi: “Nella libera concorrenza non sono gli individui, ma è il capitale che è posto in condizioni di libertà”. Attraverso la libertà individuale si realizza la libertà del capitale. Di conseguenza, l’individuo si degrada a organo genitale del capitale.

  24. milaure colasson

    Domanda di Linguaglossa:

    Era l’impalcatura piccolo-borghese della poesia del secondo Novecento una griglia adatta ad ospitare una problematica «complessa» come quella dell’«autenticità», della «identità», della crisi del «soggetto»? Nella situazione della poesia italiana del secondo Novecento, occupata dal duopolio a) post-sperimentalismo, b) poesia degli oggetti, c’era spazio sufficiente per la ricezione di una tale problematica? C’erano i presupposti stilistici?

    Risposta:

    Non era pronta.

  25. antonio sagredo

    Gentile Colasson,
    i quesiti che pone non hanno più ragione di essere rinnovati: in poesia, come credo anche in altre “arti, e dunque perché farsi ancora delle domande. Quando un poeta o un artista decide che è giunto il momento di cambiare aria, per se stesso e per l’arte che lo identifica e di procedere oltre, mettendo nelle vetrine di un museo i risultati trascorsi, ebbene è il momento di staccare la spina definitivamnete. Perchè dal momento che il poeta ha assporbito un “passatto poetico” in tutti i suoi aspetti… cosa gli resta da fare? Senza rancori e senza presentimenti deve procedere
    avanti perché bisogna riempire quelle vetrine vuote che gli si presentano davanti: sa già che i suoi futuri successi e traguardi a loro volta faranno parte di un passato artistico-poetico irreversibile.
    Per quanto mi riguarda – e sono già riuscito ad essere antipatico a decine di poeti più o meno validi – la POESIA che ho prodotto in una età che qualsiasi poeta non è capace di produrre più per avvenuta sterilità , non ha ancora di fronte una altra o diversa POESIA che può contrastare o rendere invalida la mia.

    Di quel duopolio soltanto il punto a) mi ha interessato ma molto relativamente: non rinnego che mi è stato propedeutico ma me ne sono servito di qualcosa che ho subito accantonato e che per questo non compare affatto nelle mie pubblicazioni.
    Del secondo punto b) lo spazio per gli oggetti esisterà sempre: bisogna vederne la sostanza e la durata altrimenti si giungerà a quella che Majakovskij chiamerà “la rivolta degli oggetti” e da qui cambiano sia il cratore (il poeta) che gli oggetti stessi.

    Gli oggetti più che interessarmi, sono loro che mi hanno “chiamato” percependo una visione altra e diversa di come erano stati trattati nel passato. E li ho ripagati della stessa moneta e mi hanno roisposto in amniera eccellente. L’altra sera ho riletto alcuni miei ultimi versi del 2013\14\15 e mi sono grandemente sorpreso e mi sono detto; avevo 70 anni! e scrivevo questi versi?
    Sono tornato indietro di 40 anni e mi sono detto: anche in quell’epoca non avevano rivali, e tanto meno oggi.
    —–
    Ma rischio di divenore ancora èpiù antipatico!
    D’altra parte il prefatore , Donato Di Stasi, dei miei “CAPRICCI” e de “LA GORGIERA E IL DELRIO” se ne era accorto e altri come Lingiuaglossa e ancora pochissimi altri hanno confermato.
    ———————————–
    “C’erano i presupposti stilistici?” C’erano, eccome!
    non sono stati capaci di usarli nel miglior modo, e ci saimo dovuti accontentare dei versi modestissimi di De Signoribus, Raboni,
    e tanti come loro, quando invece erano attivi notevoli poeti come Guido Ceronetti, e talvolta Sanguineti, o prosatori come Celati. ecc. Lo stesso Emilio Villa, indigesto a tantissimi, sapeva il fatto suo e ricorro talvolta alle sue riflessioni come a quelli che ho citato da Ceronetti in poi.

    La saluto cordialmente, e non me ne abbia: non c’è ragione

    antonio sagredo
    ——————————————

    Non ho mai desiderato una forma perfetta
    che fosse soltanto poesia e prosa insieme
    per un non comprendersi rivolto a tutti
    con una misera sofferenza per il poeta e il suo lettore.

    La poesia è decente quando è estranea a se stessa:
    da noi si genera tutto ciò che già sapevamo,
    gli occhi sono fissi per accogliere perfino una tigre,
    senza requie lei nella luce con la sua coda immobile.

    È ingiusto pensare che la poesia è soggetta agli angeli,
    umilmente si crede che siano dei demoni.
    L’umiltà dei poeti si genera in luoghi conosciuti,
    la loro superbia è possanza della consapevolezza.

    Quale creatura irrazionale desidera il potere degli angeli
    che una sola lingua ciarlano in una casa non loro.
    E che felici e gioiosi donano labbra e dita
    per non mutare a loro vantaggio la sua destinazione?

    Perché ciò che ieri era sano è stato disprezzato,
    tutte le creature non hanno idea di come io sia triste
    poi che invano ho cercato una maniera
    per odiare l’Arte con estrema severità.

    Mai c’è stata un’epoca in cui si leggevano libri ottusi
    per avere gioia e felicità con Intolleranza e avversità.
    È la stessa cosa di quando non si è letta nessuna pagina
    di opere che ci giungono dalla Clinica delle Felicità.

    Antonio Sagredo
    marzo 2016

  26. milaure colasson

    La soggettività non è mai «autentica», è sempre impura, contaminata; fin dall’inizio è impregnata di impersonale, perché solo la lingua pubblica (cioè di nessuno, arbitraria e oggettiva) le offre i dispositivi grammaticali per formare l’“io”.
    Il soggetto è un buco, un vuoto che si apre tra un significante e l’altro…

  27. antonio sagredo

    Intervento del 27 ottobre 2022

    Gentile Colasson,
    i quesiti che pone non hanno più ragione di essere rinnovati: in poesia, come credo anche in altre “arti, e dunque perché farsi ancora delle domande. Quando un poeta o un artista decide che è giunto il momento di cambiare aria, per se stesso e per l’arte che lo identifica e di procedere oltre, mettendo nelle vetrine di un museo i risultati trascorsi, ebbene è il momento di staccare la spina definitivamnete. Perchè dal momento che il poeta ha assporbito un “passatto poetico” in tutti i suoi aspetti… cosa gli resta da fare? Senza rancori e senza presentimenti deve procedere
    avanti perché bisogna riempire quelle vetrine vuote che gli si presentano davanti: sa già che i suoi futuri successi e traguardi a loro volta faranno parte di un passato artistico-poetico irreversibile.
    Per quanto mi riguarda – e sono già riuscito ad essere antipatico a decine di poeti più o meno validi – la POESIA che ho prodotto in una età che qualsiasi poeta non è capace di produrre più per avvenuta sterilità , non ha ancora di fronte una altra o diversa POESIA che può contrastare o rendere invalida la mia.

    Di quel duopolio soltanto il punto a) mi ha interessato ma molto relativamente: non rinnego che mi è stato propedeutico ma me ne sono servito di qualcosa che ho subito accantonato e che per questo non compare affatto nelle mie pubblicazioni.
    Del secondo punto b) lo spazio per gli oggetti esisterà sempre: bisogna vederne la sostanza e la durata altrimenti si giungerà a quella che Majakovskij chiamerà “la rivolta degli oggetti” e da qui cambiano sia il cratore (il poeta) che gli oggetti stessi.
    Gli oggetti più che interessarmi, sono loro che mi hanno “chiamato” percependo una visione altra e diversa di come erano stati trattati nel passato. E li ho ripagati della stessa moneta e mi hanno roisposto in amniera eccellente. L’altra sera ho riletto alcuni miei ultimi versi del 2013\14\15 e mi sono grandemente sorpreso e mi sono detto; avevo 70 anni! e scrivevo questi versi?
    Sono tornato indietro di 40 anni e mi sono detto: anche in quell’epoca non avevano rivali, e tanto meno oggi.
    —–
    Ma rischio di divenore ancora èpiù antipatico!
    D’altra parte il prefatore , Donato Di Stasi, dei miei “CAPRICCI” e de “LA GORGIERA E IL DELRIO” se ne era accorto e altri come Lingiuaglossa e ancora pochissimi altri hanno confermato.
    Ma rischio di divenore ancora èpiù antipatico!
    D’altra parte il prefatore , Donato Di Stasi, dei miei “CAPRICCI” e de “LA GORGIERA E IL DELRIO” se ne era accorto e altri come Lingiuaglossa e ancora pochissimi altri hanno confermato.
    ———————————–
    “C’erano i presupposti stilistici?” C’erano, eccome!
    non sono stati capaci di usarli nel miglior modo, e ci saimo dovuti accontentare dei versi modestissimi di De Signoribus, Raboni,
    e tanti come loro, quando invece erano attivi notevoli poeti come Guido Ceronetti, e talvolta Sanguineti, o prosatori come Celati. ecc. Lo stesso Emilio Villa, indigesto a tantissimi, sapeva il fatto suo e ricorro talvolta alle sue riflessioni come a quelli che ho citato da Ceronetti in poi.

    La saluto cordialmente, e non me ne abbia: non c’è ragione

    antonio sagredo

  28. milaure colasson

    gentile Antonio Sagredo

    io sono una estimatrice della sua poesia, in particolare il lungo poemetto che ha pubblicato tra i commenti qualche giorno fa è di indiscutibile qualità e originalità.
    A mio avviso la sua poesia ne guadagna quando riesce a sporcarla un po’, quando non è rifinita e limata come un osso di seppia.
    Un poeta che si rispetti deve sempre mettere in discussione il proprio linguaggio poetico.
    à bientot!

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