Đorđe D. Sibinović (1964), Dieci Poesie, testo serbo a fronte, da La penna di William Shakespeare, a cura di Elizabet Vasiljević, Il poeta serbo scopre che la  condizione umana è attigua a quella della simulazione, il discorso dell’io è una sorta di oscena ripetizione della simulazione: non sappiamo più quando recitiamo o siamo. Più che una poesia dell’esistenza, siamo in presenza di una poesia che sopravvive al cadavere dell’esistenza, alla dissoluzione dell’esistenza

3. Đorđe Sibinović

Đorđe D. Sibinović, scrittore, poeta e sceneggiatore serbo, è nato nel 1964 a Šabac. Dottore in giurisprudenza, vive e lavora a Belgrado. Ha pubblicato 11 libri di poesie: Presto (1994), Plodovi (1998), Nešto poverljivo (2004), Naselje belih kuća (2012), Rečnik poezije (2013), Hiljadu karaktera (2013), Pesme ljubavi pune (2014), Antologija uporednih snova (2015), Olovka Wilijama Šekspira (2018), Vidiš me kako usisavam (2019), Svojim rečima (2020). Ha avuto importantii riconoscimenti. Oltre alla poesia, ha pubblicato anche 7 libri di saggi e 4 romanzi. Il suo ultimo romanzo Plač mačke božije (2021) – Il pianto del gatto di Dio – ha attirato un’attenzione particolare sulla scena letteraria serba.

Le sue opere sono state tradotte in russo, inglese, italiano, tedesco, slovacco e macedone e arabo. Đorđe D. Sibinović non è quindi sconosciuto al pubblico letterario italiano. Il suo romanzo Genitori (Roditelji) e la raccolta di poesie La penna di William Shakespeare  sono stati tradotti in italiano e pubblicati da SECOP edizioni.

*

Ermeneutica

È una poetica del «vuoto», una poesia del «vuoto», il «vuoto» è un potentissimo detonatore che l’innesco dei «soliloqui» fa esplodere. L’atto soliloquiale del poeta serbo assume l’aspetto di un discorso che si svolge nel foro interiore, ma il poeta scopre che l’interiore dell’io coincide con la superficie dell’io, che non c’è nulla di autentico nell’io; si ha l’impressione che il poeta serbo metta in atto una diabolica macchinazione della simulazione, ci induce al sospetto quel suo tergiversare tra le pareti della interiorità come irrigidita, muta, ostile alla sua duplicazione in parole. Il poeta serbo scopre che la  condizione umana è attigua a quella della simulazione, il discorso dell’io è una sorta di oscena ripetizione della simulazione: non sappiamo più quando recitiamo o siamo. Più che una poesia dell’esistenza, siamo in presenza di una poesia che sopravvive al cadavere dell’esistenza, alla dissoluzione dell’esistenza. In tal senso la poesia di Đorđe D. Sibinović è una tipica poesia del postumanesimo. Nell’epoca del tramonto dell’umano la poesia si ricava uno spiraglio, un pertugio nel quale sopravvivere come una muffa o un echinoderma.

(Giorgio Linguaglossa)

da La penna William Shakespeare

scrivere poesia
a penna stilografica con inchiostro
blu regale
sulla carta senza legno…
rullare la polvere del talento
che scorre
attraverso il pennino d’oro
della storia dell’arrivo delle oche
alle corti
e non dire niente…
versare l’orma
dell’inchiostro
nella lettera dei due pazzi
che credevano che
il sangue diventasse l’inchiostro
e che con il sangue solamente
si potesse
scrivere…

OLOVKA VILIJAM ŠEKSPIR

pisati pesme
penkalom mastilom
kraljevski plavim
po hartiji bez drveta…
valjati prah talenta
što prostruji
zlatnim perom
istorije ulaska guske
na dvorove
i ne reći ništa…
prosuti trag
mastila
u slovu dva ludaka
koji su verovali da
krv postaje mastilo
a da se samo krvlju
može
pisati…

*

La terapia

sei chilometri
di cammino veloce
attende il malato di cuore
ogni giorno.
il mio caso è
specifico.
all’inizio sono pronto
al peggio
poi
mi soffermo aspettando
un colpo improvviso…
finché l’accelerazione
non porta la gioia
della nuova nascita
senza malattia.
a casa giungo
sudato
e deluso
per quanto tutto
dura
poco…

TERAPIJA

šest kilometara
brzog hoda
čeka srčanog bolesnika
svakog dana.
moj slučaj je
osobit.
prvo pomišljam
na najgore
zatim
zastajkujem očekujući
iznenadni udar…
da bi ubrzanje
donelo radost
novog rađanja
bez bolesti.
domu stižem
znojav
i razočaran
koliko sve
kratko
traje…

*

LA PENNA WILLIAM SHAKESPEARE

La farmacia

ho notato
che qualcuno
entra in casa mia
alla chetichella
e prende mie medicine.
non sono avaro
la mania di persecuzione
non mi ossessiona
ma non capisco
perchè si beve
tanta quantità
appena apro
una scatola
e quella non c’è più.
ho intrapreso un’inchiesta
meticolosa
spostato lo zerbino
interrogato la farmacista
segnato la data e
aspetato il fantasma.
ci potreste credere
le ho preso
io…

FARMACIJA

primetio sam
da mi neko
krišom ulazi u
kuću
i pije moje lekove.
nisam cicija
manija gonjenja
me ne opseda
ali nije mi jasno
zašto popije
toliku količinu
tek otvorim
novu kutiju
već je nema.
poveo sam temeljnu
istragu
pomerao otirač
ispitivao apotekarku
zapisao datum i
čakao fantoma.
zamislite
ja sam ih
popio…

*

Il crepuscolo

ho parlato con un
medico
perchè sono triste
nel crepuscolo fino al buio…
la famiglia si raduna
il giorno muore
la notte nasce
comincia la vita
per la quale hai bisogno
di luce interna
per non perderti…
per questo sei triste
se stai solo
allora.
l’ho guardato
vacuo…
ho pensato a
beethoven e
la sonata al chiaro di luna.
ci vediamo domani
dottore…
SUTON

pričao sam sa jednim
lekarom
zašto sam tužan
u suton do mraka…
porodica se okuplja
dan umire
mrak se rađa
počinje život
za koji ti treba
unutrašnja svetlost
da ne zalutaš…
zato si tužan
ako si tada
sam.
gledao sam ga
tupo…
pomislio sam
betovena i
mesečevu sonatu.
vidimo se sutra
doktore…

*

Sibinović GENITORI

La congiura

ho saputo
dalle fonti
riservate
che gli scrittori al cielo
celatamente
cambiano i libri
scritti
e di notte li
porgono sugli
scafali della biblioteca
al posto delle versioni
vecchie…
nuove generazioni
dei lettori non conoscono
gli originali
quei vecchi
non leggono una seconda volta…
ho letto
fitzgerald
e ho capito che
le notti non son più
tenere
e che dick diver
non
ha sposato
nicole…

ZAVERA

saznao sam
iz poverljivih
izvora
da pisci na nebu
u potaji
menjaju napisane
knjige
i noću ih
polažu na
police biblioteke
umesto starih
verzija…
nove generacije
čitalaca ne znaju
originale
oni stari
ne čitaju drugi put…
čitao sam
ficdžeralda
i shvatio da
noći više nisu
blage
a da dik dajver
nije
oženio nikol…

*

L’identità

il desiderio di essere
meglio di me stesso
mi stanca
più della
mia giurisdizione
d’ufficio…
stare nella natura
e altri sforzi
fisici
non li prendo
in considerazione.
se credi in
dio
sii uguale a lui
non neccessariamente di meglio…
perchè
come vivere
di giorno i peccati
e di notte
i pentimenti
se sei meno
di questo.
è atea
tutta la gente
stanca…

IDENTITET

želja da budem
bolji od sebe
umara me
više od
moje službene
nadležnosti…
boravak u prirodi
i ostale fizičke
napore
ne uzimam u
obzir.
ako veruješ u
boga
budi mu ravan
ne mora bolje…
jer
kako živeti
danju grehe
a noću
pokajanje
ako si manje
od toga.
svi umorni
ljudi
su ateisti…

*

L’occupazione

l’orizzontale verso la verticale
come la disperazione verso la gioia.

corpi sparsi galleggiano
davanti ai conquistatori…

gli sguardi si torcono come le madri
davanti ai bambini malati…

la malatia si scatena
come un cinghiale…

le formiche trascinano
le briciole di pane molliccio

gli ospiti affilano
il silenzio rassegnato…

i volti sono
linee rette

il sapere svanisce nel
carattere maturo dell’impotenza…

il padre morto sorride
gentilmente alla paura…

la madre invecchiata apre le braccia
infuriano bambini, padrini affamati…

è tutto che può essere…
è tutto che può essere…

OKUPACIJA

horizontala prema vertikali
kao očaj prema radosti.

rasuta tela plutaju
pred osvajačima…

pogledi se grče kao majke
pred bolesnom decom…

bolest vršlja
kao divlji vepar…

mravi tegle
mrve dekavog hleba

namernici oštre
rezigniranu tišinu…

lica su
ravne linije

znanje nestaje u
zreli karakter nemoći…

strahu se blago
osmehuje umrli otac…

ruke širi ostarela mati
besne deca, gladni kumovi…

to je sve što može biti…
to je sve što može biti…

*

Biografia

mi occupo di me stesso
negli angoli
della casa
m’imbatto nelle verità
che mi fanno ammutolire…
chi è lui…
quello che ha lasciato
le tracce
senza una conferma affidabile
di se stesso…
sufficienti per quel
che da tutti è
nascosto
quel che
dimenticavo prima
della memoria
che stavo seduto su una roccia
con cane,
che andavo
a cavallo
suonavo la chitarra
saltavo dal ponte
nel fiume…
io
che non faccio altro
che lavorare…

BIOGRAFIJA

bavim se sobom.
po ćoškovima
doma
pronalazim istine
od kojih zanemim…
ko je to…
taj koji je ostavio
tragove
bez pouzdanih potvrda
sebe…
dovoljnim za ono
što je od svih
skriveno
ono što sam zaboravljao pre
pamćenja
da sam sedeo na steni
sa psom,
da sam jahao
konja
svirao gitaru
skakao sa mosta u
reku…
ja
koji samo
radim…

*

Ulisse

il mio giorno pure
dura
ventiquattro
ore
sono stato a
trieste
attraversato il canale
dal ponte
sono ingegnoso
e diligente
ho premi e riconoscimenti
l’ho preso
sotto braccio
e la foto
è riuscita
assolutamente
l’ho letto
più volte
ed ecco
mi domando
com’è possibile
che io non sia niente
di simile…

ULIKS

i moj dan
traje
dvadesečetiri
sata ’
bio sam u
trstu
prelazio kanal
mostom
pametan sam
i vredan
imam
nagrade i priznanja
uhvatio sam ga
pod ruku
i fotografija
je veoma
uspela
čitao sam ga
više puta
i evo
pitam se
kako je moguće
da baš nisam
ni nalik…

*

La nota a piè di pagina

avevo
trenta giorni
per la nascita di questo
libro.
la penna william shakespeare
è arrivata da
ginevra
il 24 novembre
a mezzogiorno…
son partito per
un viaggio prestabilito
lavoro
per tutto il giorno
l’emicrania mi
trascina
sull’orlo
della poesia
non si parla…
ti prego
il lettore
portato via da me da
bernhard schlink
di leggere
questo libro
con un occhio solo…
e così la grazia
si aspetta
da te…

FUSNOTA

imao sam
trideset dana
da se rodi ova
knjiga.
olovka vilijam šekspir
stigla je iz
ženeve
24. novembra
u podne…
krenuo sam na
zakazano putovanje
radim po
ceo dan
migrena me
vozi po
granici
o poeziji
ni govora…
molim te
čitaču
što mi te preoteo
berhard šlink
da ovu knjigu
čitaš
jednim okom…
i tako se
milost od tebe
očekuje…

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26 risposte a “Đorđe D. Sibinović (1964), Dieci Poesie, testo serbo a fronte, da La penna di William Shakespeare, a cura di Elizabet Vasiljević, Il poeta serbo scopre che la  condizione umana è attigua a quella della simulazione, il discorso dell’io è una sorta di oscena ripetizione della simulazione: non sappiamo più quando recitiamo o siamo. Più che una poesia dell’esistenza, siamo in presenza di una poesia che sopravvive al cadavere dell’esistenza, alla dissoluzione dell’esistenza

  1. De Chirico, Kafka e la mortale razionalità totalitaria del Novecento
    ALFONSO BERARDINELLI 26 AGO 2022 su Il Foglio

    La vita perfetta raggiunta con la negazione della vita reale. Immobilità, assenza di figure viventi, geometria, simmetrie perfette: gli elementi che aboliscono la storia

    E se malinconici e metafisici fossimo proprio noi, vitalissimi europei mediterranei, solari, razionali, realistici e inclini più alla ripetizione del sempre uguale che al cambiamento e al dinamismo progressivo? Non è forse metafisico, nella sua solarità, il sud italiano della Magna Grecia, per esempio la Sicilia e il Cilento di Velia o Elea, la città di Parmenide e di Zenone, filosofi dell’Essere che mai si muove e mai cambia? Non è metafisica e malinconica, per chi ci è nato, proprio Roma, detta non per caso “città eterna” o fuori del tempo e della storia per eccesso di storia? Metafisica e malinconica è anche l’illuministica Torino, con le sue geometrie un po’ esoteriche, cioè non del tutto spiegabili, e con il suo famoso Museo Egizio e quella speciale tranquillità che affascinò e fece impazzire Nietzsche, sognatore dell’originaria e imperitura Grecia?

    La migliore risposta a questi interrogativi l’ho trovata in un notevole saggio dell’ungherese Làszlo Foldényi, docente di Estetica e Letteratura comparata a Budapest, saggio pubblicato con l’agghiacciante titolo “I luoghi della morte vivente. Kafka, de Chirico e gli altri” (La Vita Felice editore, pp. 110, euro 14, prefazione di Viktoria Radics). Un tale saggio, che connette e intreccia con coerente libertà associativa varie tematiche novecentesche sia estetiche che politiche, mi conferma anche in una mia piccola convinzione personale: il più importante pittore del secolo scorso non è l’esuberante Picasso ma il flemmatico de Chirico, che con la sua “pittura metafisica” ha letteralmente inventato e rappresentato l’habitat novecentesco, o meglio la sua verità occulta, come del resto ha fatto anche Kafka, lo scrittore che solo il Novecento poteva produrre e senza il quale l’assurda, mortale razionalità totalitaria non avrebbe avuto il suo più chiaroveggente interprete.

    Ho usato l’aggettivo “chiaroveggente”: e in effetti è il vedere troppo chiaro e troppo al di là l’attitudine che sa scoprire sotto il dinamismo sociale e produttivo una spaventosa immobilità al di là della vita, l’orrore per esempio dell’architettura dittatoriale, monumentale, funebre, concentrazionaria, iper-razionalistica, in cui si espressero i regimi fascista, nazista e stalinista.
    Ma parlare solo di Novecento non basta, perché i precedenti abbondano e la storia della malinconica razionalità metafisica è una storia lunga e varia, anche troppo. Foldényi parte da un quadro di Francesco di Giorgio Martini, “Veduta architettonica”, del 1490 circa, esposto nella Gemäldegalerie di Berlino. Un quadro nel quale immobilità, vuoto, assenza di figure viventi, umane e vegetali, è anche trionfo della geometria, della razionalità, delle perfette simmetrie. Dove tutto è perfettamente razionale, visibile e sotto controllo, sono impossibili il movimento, l’attività e la vita stessa: si è in un al di là, in un oltre che trasferisce fuori del tempo la fisicità e lo spazio.

    Una tale razionalità abolisce la storia. I totalitarismi volevano esattamente questo: abolire la storia, neutralizzare la possibilità di cambiamento e superamento, controllare la vita sociale sempre e dovunque, immobilizzare la vita facendone una “morte vivente”, e infine eternizzare il proprio potere assoluto.
    Da Platone alla “civitas dei” di S. Agostino, agli utopisti Tommaso Moro, Campanella e Francis Bacon, la vita perfetta viene raggiunta attraverso la negazione della vita reale. Si arriva alla ratio di de Sade, con il suo criminale carcere sessuale, e al “Panopticon” di Jeremy Bentham costruito in modo che nessuno potesse sottrarsi al controllo centralizzato.

    Il progetto illuministico era il sogno di un’utopia organizzativa che rendesse impossibile l’errore e il male sociale? Ma le utopie contenevano in sé il veleno della razionalizzazione e del controllo totale dall’alto. È questo che ha reso omologhe la politica di Stalin e di Hitler. C’è qualcosa di malinconico e di metafisico nei metodi di questi due individui? Che cosa c’entrano con loro De Chirico e Kafka? Chi diagnostica la “morte vivente” ne è responsabile? Certo che no. È su questo punto certo non secondario che il saggio di Foldényi delude.

  2. Surrealismo: viaggio nel più complesso e completo movimento culturale del Novecento
    UGO NESPOLO 30 MAG 2022 da Il foglio

    La definizione artistica è diventata un’etichetta alla moda che spopola ovunque, dalle riviste all’ultima mostra. Ma lo spirito libertario di Breton, Ernst e Desnos è sempre più raro.

    Senza stupore ma con qualche giustificata irritazione siamo costretti a subire, provenienti dai biennali lidi veneziani, l’esibizione del sentito dire di quella è stata la più grande e complessa avanguardia del Novecento: il SURREALISMO. Ancor meno ci travolge d’entusiasmo l’idea che “uno dei padiglioni della sua Biennale” (quella di Cecilia Alemani, curatrice solitaria) abbia potuto con leggerezza invidiabile trasformarsi persino in “un’estensione editoriale del suo impegno di curatrice” grazie alla penna del direttore di Vanity Fair, per il quale lavorare con lei è “come accendere un faro nella notte della guerra, come aprire una breccia nella nebbia lasciata dalla pandemia”. Si dice di “storie di magia, di sogni, di trasformazione, di metamorfosi, di surrealismo… come un balsamo sulle ferite e come acqua nel deserto”. Magnifica enfasi, questa sì surreale; proprio lo stesso interessato entusiasmo che già sbordava dalle veline proto-incensatorie che si erano lette ancor prima della conferenza stampa in cui tutto profumava di “strepitoso” e descritto preventivamente con frasi adoranti del tipo “magia che mancava da tempo e rischiava di cancellare l’Italia dalle mappe dell’arte contemporanea”. Poi una selva di parole in libertà: “Padiglione che ci appare spontaneamente magico per diversi motivi, fantastico in quanto tale e non sistematico”. Si arriva al dono di “un mondo magico che regala allo spettatore un’aura di clandestinità e nasce da una contraddizione stessa della realtà”. Questo sì enigmatico!

    Conviene allora salvarsi andando subito ad André Breton, artefice nel 1924 del Primo Manifesto dove si scriveva di surrealismo come “automatismo psichico puro per mezzo del quale ci si propone di esprimere, o verbalmente o per iscritto o in qualsiasi altro modo, il funzionamento reale del pensiero. Dettato del pensiero, in assenza di ogni controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica o morale”. E’ presto evidente che quanto Dada, con la sua pratica costante della negazione, non aveva potuto fare si trasferisce come eredità e progetto in mani surrealiste. Si tratta di dare fondamento a una dottrina che conservava nelle sue vene l’anarchismo, la forza della polemica, anche violenta, il senso della rivolta e della negazione. Il generale clima di nausea e sfiducia della cultura nei confronti della guerra e del dopoguerra, come scrive Mario De Micheli, fanno sì che “la frattura della crisi continui a essere aperta e a generare disagio”. Si tratta di una cesura dolorosa fra arte e società, tra mondo esteriore e mondo interiore, tra fantasia e realtà. Pensiero e azione in un difficile confronto col tema scottante della libertà. Non si tratta solo di produrre saggi, romanzi, quadri, sculture, poemi, si tratta piuttosto di dare un futuro, progettare un destino all’uomo sapendo bene che, come scriveva Rimbaud, “la letteratura è un’idiozia”.
    Molto chiaro a Breton, e all’iniziale esigua compagine surrealista, che il destino di questo che è da considerare come il più complesso, completo e importante movimento culturale del Novecento, avesse in animo non soltanto di esplorare nuove vie per un’inedita sensibilità estetica, ma aspirasse in primo luogo a cambiare la vita.

    Scava in profondo Paola Dècina Lombardi nel suo saggio del 2002 quando ricorda come lo svuotamento semantico a opera della banalizzazione dei termini “surreale”, “ surrealistico” intesi come curioso, bizzarro, stravagante, appariva già a Breton quasi un insulto teso a svuotare di profondità la sostanza poetica e ideologica di un movimento che in Italia tardava ad essere riconosciuto e studiato. La cultura fascista di quegli anni non poteva che osteggiare un progetto che si proponeva di “trasformare il mondo secondo Marx e cambiando la vita secondo Rimbaud”. L’accademia futurista osteggiava apertamente i versi di Breton, Aragon, Éluard scrivendo, come fece Soffici, che si trattava di “amenità e spiritosaggini decadenti e fumistiche che possono piacere solo ai cafoni italiani”. Per Bacchelli si tratta soltanto di scimuniti e per Montale il surrealismo non è che una babele parigina.
    Il Primo Manifesto è del 1924, lo stesso anno del delitto Matteotti, ed è l’essenza di quel pensiero che sarà vittima in Italia di pregiudizi incrociati che vanno dall’estetica crociana alla cultura cattolica, all’intellighenzia di sinistra filostaliniana complice di quei processi sommari denunciati da Breton.
    La Dichiarazione del 27 gennaio 1925 redatta da Antonin Artaud fu firmata dall’intero gruppo surrealista con Aragon, Crevel, Éluard, Max Ernst, Leiris, Masson, Péret, Queneau, Desnos e tutti gli altri e dichiara tra l’altro che “il surrealismo non è un nuovo o più facile mezzo di espressione e neppure una metafisica della poesia, è un mezzo totale dello spirito e di tutto ciò che gli somiglia”. Per dire con chiarezza degli intenti precisi e radicali del movimento aggiunge di avere “accoppiato la parola surrealista alla parola rivoluzione solo per dimostrare il carattere disinteressato e persino del tutto disperato, di questa rivoluzione”. Infine con chiarezza: “Il surrealismo non è una forma poetica”. Proprio in quegli anni troviamo la firma dei surrealisti mista a quella di altri intellettuali in calce a una serie di “appelli contro la dittatura e al ricorso sistemico alla tortura in Polonia (L’Humanité, 8 agosto 1925); per protestare contro la persecuzione del governo rumeno contro le minoranze etniche in Bessarabia; per denunciare le torture e la Corte Marziale in Ungheria” (Arturo Schwarz).

    Ma è lo sguardo surrealista a segnare la profonda differenza dalle teorie e dalle pratiche delle altre avanguardie. Siamo di fronte ad un’autentica filosofia della vita e della storia che tende a riflettere e a scrutare ad ampio raggio il mondo materiale e ideale, uno sguardo acuto “sull’amore, sull’arte, sulla poesia e sulla rivoluzione”. Si tenta di arrivare ad una più nitida comprensione dell’essere umano, “premessa inderogabile all’azione attraverso l’esplorazione del mondo sommerso rivelata dalla psicanalisi freudiana” (Schwarz). Si parlerà di onnipotenza del sogno, di gioco disinteressato del pensiero. “Dico che bisogna essere veggenti, farsi veggenti: per noi si tratta soltanto di scoprire i mezzi per mettere in pratica questa parola d’ordine di Rimbaud” (Breton). Sarà però la conoscenza la condizione preliminare e indispensabile alla libertà e all’amore, poiché per “realizzare la pulsione irresistibile verso la libertà bisogna conoscere, e per conoscere bisogna amare”.
    Schwarz ricordava sovente che le arti visive non sono che una delle componenti della costellazione surrealista. Soltanto una “comune esigenza ideale” può accomunare le opere di Max Ernst, André Masson, Man Ray, Joan Miró o Yves Tanguy.
    L’interesse di Breton per il pensiero di Freud nasce sin da quando lavora come aiuto medico al centro psichiatrico di Saint-Dizier come aiuto del dottor Leroy, che era stato a sua volta assistente del celebre Jean-Martin Charcot. In quel periodo Breton utilizza l’interpretazione dei sogni e le libere associazioni ed è questa l’occasione per scoprire come nella follia abbiano sede vita, creatività e fantasia e che questi presunti smarrimenti della mente, alimentati da studi e letture, saranno bagaglio e sostanza delle proprie prossime ricerche. Quelli sono gli anni in cui saranno in uso a scopo terapeutico l’ipnosi e l’automatismo psicologico, al punto da far coniare allo psicologo Prosper Despine la definizione di automatismo come “prodotto di una macchina vivente priva di coscienza”. La Lombardi ci ricorda come non soltanto Freud sarà alla base del pensiero di Breton ma il suo interesse s’indirizzerà da subito verso gli studi sul tema del sonno ipnotico ampiamente trattato da Pierre Janet. Philippe Soupault scriverà che per i surrealisti quegli studi avranno la stessa importanza dei testi di Rimbaud e Lautréamont.

    Si può dire che il lungo sogno a occhi spalancati dei surrealisti non fece mai perdere di vista la realtà politica alla quale essi credevano. Si trattava di voler conciliare la lotta politico-rivoluzionaria con le esigenze della ricerca intellettuale che mai dovrà sottomettersi alle volontà politiche, qualunque esse siano e “neppure marxiste”. “Il surrealismo, del resto, non tende forse al limite, a fare di questi due stati un solo stato, facendo giustizia della loro presunta inconciliabilità pratica, con tutti i mezzi a cominciare dal più primitivo di tutti (…) intendo parlare del richiamo al meraviglioso?” (Breton).
    Dal 1925, quindi un anno dopo la pubblicazione del Primo Manifesto, il surrealismo s’indirizzò con energia verso la politica. La rivista Révolution Surréaliste si trasforma in Le Surréalisme au service de la révolution con la dichiarazione di fedeltà alla Terza Internazionale. Presto nascono dissidi all’interno del gruppo e diffidenza verso il Partito comunista francese dal quale Breton ed Éluard nel ’33 si allontanano. Proprio Éluard nel 1936 trasformerà il suo fervore politico nel diritto e nel dovere dei poeti di affermare d’essere “profondamente affondati nella vita degli altri” e dirà che “c’è una parola che non ho mai inteso senza emozione, una grande speranza, la più grande, quella di vincere le potenze della rovina e della morte che gravano sugli uomini; questa parola è: fraternizzazione”. Per questo i poeti e gli artisti surrealisti tutti “hanno insultato i loro maestri, non hanno più dèi, hanno imparato i canti di rivolta della folla miserabile, senza disgustarsi, cercano d’insegnarle i propri”.
    Sostanziale è anche il rapporto tra il surrealismo e l’alchimia che già si può individuare nelle originali elaborazioni teoriche bretoniane. Riconoscere un parallelo tra natura, lo scopo e il metodo di questi sistemi ideologici: “L’uomo, come l’alchimista è il sognatore definitivo”, lo scopo ultimo dell’adepto, la conquista della libertà. Breton dirà che l’agente di trasmutazione universale è il fuoco dell’amore, precisando che “non si possono confondere col fuoco dell’alchimista le tiepide braci con le quali alcuni si scaldano”. Soltanto l’amore è “l’autentica panacea”. Alla sua fiamma si consuma il più alto connubio tra esistenza ed essenza. Quando Breton invita a non prendersi altra cura che della poesia è perché la poesia sarà impegnata “sulle vie di questa rivoluzione interiore il cui perfetto compimento potrebbe senz’altro confondersi con la ricerca della pietra filosofale come la intendono gli alchimisti”.

    Davvero arduo il compito di narrare, approfondire e circoscrivere le ragioni e gli esiti di un’avanguardia tanto composita, radicale e colta della quale, di questi tempi, si vede esibita per lo più la vuota spoglia. In noi, provvisti di pazienza e di quel che resta di gusto ironico, rivive la stessa imbarazzante sensazione dei giorni in cui, a sentir parlare di esistenzialismo, più d’uno ci assicurava trattarsi di un fenomeno molto fashion fatto di abbigliamento total black, irritanti colli alti stile dolce vita, occhiali impenetrabili, una sorta di divisa ufficiale per smunti sfaccendati rannicchiati a tentar di scrivere capolavori su instabili tavolini nei trafficati dehors dei caffè in gran parte parigini. Le ombre della notte li avrebbero però castigati ingoiandoli in fumose jazzistiche caves, vero paradiso d’incomunicabilità.

    Ben distanti da Orazio e dalla sua Ars Poetica che racconta la figura del laudator temporis acti, di chi rimpiange i bei tempi andati e celebra, divorato dalla nostalgia, un passato estinto, duriamo fatica a farci piacere cipria e belletto di certe mostre-sfilata frutto del generoso scraping the barrel, quello che dà l’idea di svaporare nell’irradiarsi dalle tremule muffe veneziane per dirigersi sicuro verso i prossimi approdi mercantili of course transoceanici. Digerire la dietetica versione di un surrealismo per sentito dire ci allontana da quella “nuova maniera d’espressione pura” indicata da Breton in omaggio a Guillaume Apollinaire che aveva definito Les Mamelles de Tirésias “drame surréaliste”. Ancora di più non dà nessun conto della costellazione di talenti, letterati, pittori, cineasti, da Magritte a Man Ray, da Buñuel a Prévert, da Tanguy a Aragon e di tutti gli altri indomiti talenti che si sono lasciati “esaltare dalla parola libertà”. Si può forse dire che il poeta più fedele all’idea che tiene strettamente uniti poetica e libertà è Robert Desnos, che la vive in maniera totale e per essa morirà a 44 anni nel campo di sterminio nazista di Terezin. Libertà per Desnos significava anche lottare sino in fondo nelle file della Resistenza francese nel gruppo Agir. Di lui Breton, prima del distacco dovuto al disaccordo sull’atteggiamento engagé di Breton (un gesto di libertà ancora!) aveva scritto: “Domandate a Robert Desnos, che tra noi è forse il più vicino alla verità (…) e ha pienamente giustificato la speranza che io ponevo nel surrealismo. Egli legge in se stesso come in un libro aperto e nulla fa per trattenere i fogli che si disperdono al vento della sua vita”.

    Sonni ipnotici e scrittura automatica sono tra gli strumenti che, a sentire il poeta Di Palmo, approdano presto “alla successiva fase in cui il dettato poetico si compromette maggiormente con le istanze etiche e soprattutto amorose”. Trasporto senza limiti per la cantante e attrice belga Yvonne George e poi per la stella Youki Foujita e la sua sirena tatuata sulla coscia. Già Isidore Ducasse, presunto conte di Lautréamont, aveva dato alle stampe nel 1860 il primo canto degli sconvolgenti Chants de Maldoror, poema nel quale la sfrontata fantasia e l’energia adolescenziale dileggia la miseria dell’uomo attraverso una feroce scrittura senza freni inibitori e un lampante quanto dichiarato amore per il male. Intuizioni avanti lettera, accostamenti anticipatori dell’universo fantastico surreale. Basta ricordare quel “bello come l’incontro fortuito su un tavolo di dissezione di una macchina da cucire e di un ombrello”. Proprio la radice di quell’automatismo psichico che Salvator Dalì trasformerà in metodo paranoico–critico e sarà la guida ideologico-compositiva degli irritanti accostamenti di oggetti delle sue tele.
    Stesse relazioni avventurose, giochi etico-materiali, viaggi seducenti, fiori di vetro e il corpo della donna davanti al fuoco ardente sono sostanza per L’Étoile de mer, un film che sta tutto nel foglio stropicciato del taschino di Desnos la sera prima di partire per Cuba nel 1928. E’ Man Ray che mi racconta nell’umido atelier di Rue Férou, 2 a Parigi di quel mito del cinema sperimentale che Raymond Aron definirà “doccia scozzese di documentario e poesia”.

    Già lì si palesa il tema dell’incarnation, ibridazione come connubio tra fisico e spirituale, oggetto e corpo, proprio il tema ripreso da Leonora Carrington quando scrive di esser nata dalla comunione di sua madre e una macchina. Il cieco labirinto delle arti s’affida ora a temi spinosi come metamorfosi, ibridazione, abbraccio di umano e artificiale, carne e macchina, mentre Mario Perniola parla nel suo Sex appeal dell’inorganico di una sensualità che diviene neutra, inorganica, artificiale, fatta di un’eccitazione (anche in campo artistico) astratta, “priva di riguardo nei confronti della bellezza e in generale delle forme”.
    Guy Debord e l’Internazionale situazionista, veri eredi di un surrealismo ormai flebile e in disarmo, sanno che le nostre società si servono dell’irrazionale e che “non essendo stata fatta la rivoluzione, tutto ciò che per il surrealismo ha costituito un margine di libertà si è trovato riverniciato e utilizzato dal mondo repressivo che i surrealisti hanno combattuto”. Venezia docet.

  3. INCONTRO CON PARMENIDE AD UNA SAGRA DI FUNGHI MENTRE GLI PENDE UN FUSILLO DALLE LABBRA

    -Il lungo tratto d’intestino porta ad Elea.
    Ed è subito crasso.

    La strada restringe il suo ragionamento in un parcheggio per belle di notte.
    Una piantina che si alza gli slip, ansia pubica nei pistoni fucsia.

    -Sono tutti qui a parlare di Essere ma investono in pollo arrosto.
    I residui raccolti il lunedì e riciclati in un barattolo di carciofi sottolio.

    Gli incisivi di Putin che sbattono su quelli di Biden.
    Mandibole libere dal masticare. Il trionfo del Trigemino sul Sole.

    Agli opliti -gli stuzzicadenti spartani delle Termopili-
    il compito di liberare i canini dalle vettovaglie.

    Avresti giurato sull’olfatto di Zenone ma seguì una freccia tricolore
    In cui la digestione sfiniva in ruminare
    E gli ossi delle olive si contavano all’infinito.

    Le pistolettate di Clint Eastwood bucarono la Via Lattea
    e finirono sui gigli di San Pancrazio: i senza culo.

    (F.P.Intini)

    • milaure colasson

      caro Intini,

      qui sei riuscito a farmi ridere di pancia. non c’è un poeta più lontano di te dal poeta serbo Đorđe D. Sibinović, entrambi di valore indiscusso ma ciascuno inchiodato alla propria lingua e alla propria storia patria, (parola ovviamente da cestinare!).

  4. Cosa dire di questo patchwork? Implantologia di materiali inorganici in tessuti organici, innesti paleoindustriali in tessuti della ipermodernità, modelli unisex de-vitalizzati ed evirati adattati a muliebrità de-femminilizzate, metamorfosi anamorfiche del Moderno, parole come HIMARS, rocket systems, sessualità youporn, virilità della Garbatella riciclata in artiglieria sessuofobica alla Rocco Siffredi…
    Ma non era Leonora Carrington che nel volume Il latte dei sogni asseriva con convinzione di esser nata dalla congiuzione di sua madre con una macchina?, metamorfosi, ibridazione, conjunctio, mixage di arti umani e artificiali, carne e macchina, macelleria di glutei e seni trasmessa in diretta e in podcast. Tutto ciò è l’ipermoderno.
    Già l’Internazionale situazionista era l’erede di un surrealismo ormai tramontato e disarmato, perché l’irrazionale sortisce fuori ogni volta dalla rivoluzione mancata soppiantata dal lessico sgualdrinesco della Meloni che concupisce il bullo di Milano, la volgarità youporn con la complicità del Marchese del Grillo e del Principe di Salina, ecco trovata la scaturigine della poiesis di ceralacca e di polistirolo di Francesco Paolo Intini, che non sai mai se prendere sul serio oppure sul faceto per le sue furfanterie o se derubricarle in «sartorie teatrali» di serie B come quelle che ci ammanniva il Montale secondo in vena di passamanerie e di stuzzicadenti.

  5. il sassolino inerte
    un good save the king
    oppure un Dombass libero
    un cortile
    e le commari finalmente libere
    coccodè
    coccodè
    arbitri senza campo
    uno stadio atipico
    ricoperto di fiori
    e uova
    così come scompaiono
    le linee parallele
    a correre fragili
    senza corsie
    come te Nanin.

    il sassolino inerte un good save the king
    oppure un Dombass libero

    un cortile
    e le commari finalmente libere

    coccodè
    coccodè

    arbitri senza campo uno stadio atipico
    ricoperto di fiori e uova

    così come scompaiono
    le linee parallele

    a correre fragili senza corsie
    come te Nanin

  6. milaure colasson

    Đorđe D. Sibinović è un poeta di rastremata essenzialità, impiega pochissime parole e le disloca da sole in singoli versi, così dà grande evidenza al valore semantico di ogni singola parola, proprio il contrario – si può dire – della poetry kitchen, ma nel poeta serbo questa essenzialità è necessaria, la sua investigazione della contraddittorietà dell’esistenza richiede questa assoluta serietà ed essenzialità. Prediligo la prima poesia, ma anche in altre la resa è sicuramente alta.

  7. antonio sagredo

    infatti signora Colasson, sono poeti provinciali: non hanno uno sguardo a 360°, hanno un cortile o uno stazzo da coltivare e non possiedono il volo per far si che possano saltare la staccionata,
    e mai avrebbero potuto scrivere :

    Miei cari, qual millennio è adesso nel nostro cortile?
    ————————————————————–
    e pure basta poco al poeta per dare un po’ di goia:

    brinderemo sui treni di notte,
    oro della villa accesa!

    oppure:

    ho spremuto la Morte come un limone di primavera

    ecc.

    • milaure colasson

      caro Antonio,

      belli i versi citati, cmq Đorđe D. Sibinović è un poeta serbo che appartiene ad una tradizione poetica particolare per le condizioni storiche specifiche di quella comunità. In un certo senso anche il poeta serbo fa i conti con il vuoto inteso come problematica esistenziale. La poetry kitchen ha un’altra dimora, è una poetica ancora in fieri, non sappiamo come domani si evolverà… per il momento andiamo avanti e non indietro e non nascondiamo la testa sotto la sabbia come fa il prof con cui ha parlato Linguaglossa al telefono oggi.

  8. antonio sagredo

    e sulla “ripetizione”:

    E oggi proclamo pietoso questo secolo già finito in una pozza
    con tutti i suoi misteri e chiassi di cortile: è una losca ripetizione,
    come un corteo di morti ad una festa, una goccia sulla tinozza
    che assorda di voci ancestrali una tranquilla riflessione.

    —-

    E tante domande ancora e davanti a noi e a me il sangue dello Spazio!
    ….. che mi trascina e, recidivi lui ed io, rinasciamo nella ripetizione
    Che mai ho conosciuto… Quel calice che svuoto dell’assenza!
    Quel calice che mi colma di mancanze!

    ———————————————————————
    e sulla simulazione:

    Ancora una volta sei sceso dalla scala di Giacobbe
    negando al celeste incornato un’assoluzione cardinale.
    Per una simulazione tutte le lacrime si sono ritirate,
    come un ghiacciaio nel suo eremo, sdegnato come un raccapriccio!

    2004

  9. Anche se Giorgio Linguaglossa dice che la poesia di Đorđe D. Sibinović è una tipica poesia del postumanesimo, io avrei qualche difficoltà ad includerla nella poetry kitchen, e più in generale sarei perplesso ad includerla anche nella NOE. Trovo questa poesia di Sibinović non impegnata in alcune delle categorie fondamentali sia della NOE, sia della poetry kitchen, come ad esempio la riflessione sul fattore tempo, f(T), sul fattore interferenza, f(I), sul fattore contaminazione, f(C), e su altri come f(M), f(S), dove con M indico il montaggio e con S la serendipità, poiché i versi di Sibinović in fondo continuano a tendere verso il significato.

  10. caro Gino,

    io non ho scritto che Đorđe D. Sibinović sia da includere nella poetry kitchen e nella NOe, poetiche che sono espressione tipicamente italiane, dovute a una serie di circostanze tipiche della storia italiana di questi ultimi decenni. Comunque c’è nel poeta serbo una tensione interna verso una poesia post-esistenzialistica, io ho scritto verso un post-umanesimo… questo almeno dal punto di vista di un lettore posto nell’anello più debole dell’Europa occidentale: l’Italia; probabilmente un lettore posto nell’estremo est dell’Europa vedrebbe il problema sotto una luce del tutto diversa.

    Ho telefonato ad un amico scrittore democratico di sx da sempre, cattolico e riformista per sapere la sua opinione sull’offensiva ucraina di questi giorni, e lui si è scagliato contro il «comunista» Zelensky pieno di soldi che ha una villa «grandiosa» a Forte dei Marmi e che lui spera che venga annientato da Putin e che l’Ucraina venga inglobata nella madre Rus’ – Io gli ho risposto ricordandogli che l’ex comandante della NATO in Italia il generale Dodge ha detto proprio ieri che la guerra finirà entro la fine del 2022 con la completa vittoria dell’Ucraina. A questa mia affermazione il caro amico ha perso le staffe e si è scagliato contro tutti i «nazisti ucraini» che verranno annientati dalla Rus’ e il comunista Zelensky annientato dal valoroso condottiero democratico Putin…

  11. antonio sagredo

    caro Giorgio,
    il tuo amico democratico ecc. … di Russia, e peggio di Storia della Russia non sa nulla:
    un completo e superbo esemplare della ignoranza (intendo di questo contesto storico), e perciò pericoloso, fanatico senza sapere p.e. che il mito della terza Roma (che non fu mai una realtà da realizzare) e che si frantumò col famoso “scisma” tra due chiese ortodosse – cioè all’interno stesso della “casa” slava.
    Un ultriore colpo mortale a questo mito evanescente glielo dette Pietro il Grande con la costruzione di Pietroburgo. Quindi oggi parlare di “terza Roma” è come raccontare le favolette ai bambini che tra l’altro non credono più.
    Con documenti di quell’epoca alla mano potrei elencarne decine, ma è fatica vana: dovrei renderlo meno oignorante, ma il rischio che lo diventi di più è certo.
    Con ulteriori documenti alla mano faccio presente che cancellare la Ucraina come vuole la P. stesso e la sua cerchia di criminali (I Servizi Segreti – zaristi e non – hanno preso il potere assoluto e totale del Cremlino – Andropov non fece in tempo_ dopo decine di tentativi)… cancellare la Ucraina viìuole significara anche cancellare la storia della Russia stessa, che deve alla cultura ucraina l’inizio della sua cultura.
    Quel tuo amico… diceva Puskin:
    “non perdere tempo con gli sciocchi”
    E senza la cultura ucraina e i luoghi ucraini tantissima letteratura russa – del secolo scorso; per non dire dei secoli passati – non esisterebbe…
    ma perché scrivo di queste cose a persone che non sanno nemmeno l’esistenza di queste cose stesse

    as
    ——
    p.s. il filosofo Cacciari che disperato urlava e diceva al pubblico televisivo:

    rischiamo davvero che Mosca diventi la terza Roma!

    altro esempio ignoranza culturale

  12. Progetto Agenda 2023

    L’editore Progetto Cultura, Mauro Limiti, ha intenzione di lanciare il progetto di una Agenda dell’anno 2023, 360 giorni x 360 pagine con una poesia o frammento di poesia o una breve prosa, completamente dedicata alla Poetry kitchen per presentarla alla Fiera del Libro di Roma della media e piccola editoria “Più libri più liberi” che si terrà dal 4 all’8 dicembre alla “Nuvola” dell’EUR, viale Asia, Roma.
    Il progetto è un’occasione imperdibile per un ulteriore lancio della Poetry kitchen.
    Ciascun Autore avrà a disposizione 19/20 pagine (16 autori), quindi dovrà inviarmi entro (massimo) fine settembre un file contenente 20 testi (poetici e/o critici) divisi da un asterisco per rendere l’impaginazione esente da rischi di errori.
    Appena verrà scelto dall’editore il Format, lo stesso verrà inviato a tutti i partecipanti per una idea del futuro libro.
    Le pagine delle domeniche saranno occupate dalle copertine dei libri pubblicati o da lavori nuovi degli autori (Marie Laure Colasson, Lucio Tosi, Jacopo Ricciardi, Giorgio Ortona). La cover del libro è, ovviamente, di competenza del nostro caro Lucio Tosi.
    Buon lavoro a tutti.

  13. milaure colasson

    Agenda 2023 – Poetry kitchen
    Errata corrige

    le pagine a disposizione di ciascuno sono inferiori a 20 come erroneamente scritto tenuto presente che l’anno è di 325 giorni ma tutto dipende dal Format prescelto, le 46 domeniche saranno occupate da fotografie e/o immagini di quadri o dalle cover dei libri pubblicati.
    Per una idea più chiara aspettiamo il Format che sceglierà l’editore.
    Saluti

  14. Ho scritto a tutti questa email proprio adesso:

    cari amiche e amici,

    allego lo schema giornaliero/mensile di quella che potrebbe essere l’Agenda 2023…
    Il progetto è da chiudere necessariamente entro il 15 ottobre come data ultimissima. Poi si deve andare in stampa.
    Ciascun Autore ha a disposizione 16 righe utili (le ultime due saranno occupate dal nome e cognome dell’autore e dal titolo dell’opera se trattasi di poesia già edita) Ho bisogno però che i testi (che non dovranno eccedere i 14 versi) arrivino allo scrivente per poter iniziare, in parallelo con l’editore, la impaginazione per tempo utile.
    Si prega di dare Assicurazione di avvenuta ricezione e volontà di partecipare alla iniziativa.
    Tanti saluti a tutti
    Giorgio Linguaglossa

    • 1)Il basilico dei vicini la sera si finge morto
      di fronte alle nostre serie TV preferite

      Una Olivetti 32 vuole riscrivere la storia
      dice di averla tutta nei tasti

      Einstein pipa in bocca 🎻 sotto il mento
      suona la relatività in quattro dimensioni

      I cavalieri stanno aspettando
      che la partenza sia sempre rimandata

      Per rifiorire sull’altro versante.
      Prima o poi. Domani. O forse…

      La malattia dei cartelloni pubblicitari
      Guarisce spontaneamente

      Gli schiamazzi della Performance si sentirono
      Fino al terzo secolo avanti Cristo

      2)
      All’improvviso, l’impugnatura si trasforma nelle sue mani in una spada, in una racchetta da 🎾

      Pare che quest’anno i Magi tarderanno: sono bloccati alla frontiera dalle truppe del generale

      La stasi mutò di botto.
      Un rosario di margherite si offrì volontario

      Maniglia figlia guerriglia impiglia triglia meraviglia fanghiglia piglia ciniglia consiglia

      La pallottola fuoriesce dalla spalla, va in giro per un po’ e lascia la stanza.

      Due uomini non si capiscono ma conversano-
      molti altri umani si uniscono a loro –

      Dalla regia fanno notare che l’ultimo piano sequenza ha portato la produzione sull’orlo del fallimento

      Il mio specchio è un retrovisore

      Il momento andato è stato sostituito. Maestà.

      (Lavoro ad alcuni Compostaggi per l’agenda)

      Prova invio

  15. Post molto interessante,grazie pr averlo condiviso.

  16. Le parole di Đorđe D. Sibinović nella loro brutale semplicità ci ricordano che le parole, a saperle usare, possono essere pesanti come carri armati, come lanciamissili HIMARS, quelle stesse parole sarebbero invece del tutto insignificanti nel metaverso e negli universi governati da parole-algoritmi della nostrana poesia di accademia dove tutto appare essere interpretazione, perequazione, perquisizione di anime belle, sofisma, boutade e ipoverità… Il linguaggio poetico è lo specchio che ci mostra il vero volto della nostra estraneità a noi stessi, lì non è più possibile mentire, in questa antinomia viene ad evidenza la scaturigine profonda del linguaggio silenzioso: l’impossibilità oggi di dire la «verità» se non nella forma di ipoverità e di sofisma, parole del Politico, delle agorà del Politico.

  17. Si spegne a 91 anni il cineasta simbolo della Nouvelle Vague e di un cinema opposto al mainstream, aperto all’indefinito, alla libertà e alla sperimentazione visiva

    di Claudia Catalli – L’Espresso.

    Vale la pena dirlo subito, Jean-Luc Godard avrebbe detestato i fiumi di inchiostro che stanno scorrendo su di lui per ricordarlo, per commemorarlo, per rendere l’ultimo omaggio a un cineasta che, senza mezzi termini, ha fatto la storia del cinema mondiale (oltre che della Nouvelle Vague). Li avrebbe destati come in vita detestava mostrarsi in pubblico, cosa che da almeno quarant’anni evitava scientemente: si guardava bene dal presenziare ai festival, non si degnava di ritirare neanche i premi più prestigiosi, dall’Oscar alla carriera del 2011 all’ultima Palma d’oro speciale per Le livre d’image nel 2018.

    Respingente, e mai compiacente, non faceva come quei cineasti rancorosi che riempiono i colleghi di critiche e si sperticano nelle polemiche sul ‘sistema’, salvo poi, alla prima occasione, farsi fotografare in ogni dove, banchettare alle feste degli addetti ai lavori o smaniare per ricevere il più misero riconoscimento. Godard no, si era veramente ritirato dalla vita pubblica e viveva isolato in Svizzera, a Rolle, borgo svizzero sulle rive del lago Lemano.

    Proprio nell’era del trionfo dell’apparire e della visibilità ad ogni costo, un cineasta famoso in tutto il mondo sceglie l’anonimato, l’eremitaggio, quasi l’invisibilità, con la scusa famosa del «Vado in periferia per ritrovare il mio centro». A lavorare in effetti continua, mettendosi alla prova fino all’ultimo, sperimentando video e nuove tecnologie e facendosi nel frattempo terra bruciata con colleghi ed ex amici.

    Spicca su tutti François Truffaut, con cui tanto aveva condiviso negli anni di gioventù, che rinnegò accusandolo di essere l’ennesimo servo del sistema, piegato alle logiche del mainstream, se non addirittura il più “bugiardo” di tutti. Un’accusa che Truffaut gli rilancerà come un boomerang, scrivendogli senza giri di parole: «Sento arrivata l’ora di dirti che secondo me tu ti comporti come una merda (…) La tua parte – perché si tratta appunto di una parte – all’epoca consisteva ancora nel coltivare la tua immagine sovversiva, da qui la scelta di una frasettina ben piazzata. (…) Godard è sempre Godard e tutto va come previsto, tu resti sul tuo piedistallo (…) Sei come Ursula Andress, un’apparizione di quattro minuti, il tempo di far scatenare i flash, due o tre frasi a sorpresa e via, di ritorno a un comodo mistero”.

    Chi scrive è sempre rimasta affascinata dalla ferocia della lotta artistica e politica con cui si sono massacrati, a mezzo lettera, i cineasti francesi che hanno più di tutti influenzato il nostro immaginario (carteggio recuperabile su “François Truffaut, Correspondence 1945-1984”). Del resto per Truffaut il cinema era un mezzo per “migliorare la vita, sistemarla a modo proprio, prolungare i giochi dell’infanzia”, per Godard essenzialmente “lo strumento ideale per pensare”, al di là di ogni moralismo e intento didascalico.

    Cinema inteso come una sorta di farmacologia dell’esistenza, non tesa alla narcolessia o all’anestesia, bensì alla sperimentazione e previsione efficace delle molteplici psicopatologie che attraversano l’animo umano.

    Un cinema contagiato dalle aporie, pronto a lasciare spazio all’indefinito, al non detto, all’inconscio, alla creazione di un qui e ora irripetibile e tuttavia riproducibile. E all’improvvisazione, persino per il suo film-manifesto, quello che non a torto è considerato il suo capolavoro, “Fino all’ultimo respiro” (che già all’epoca fece impazzire, tra gli altri, Sartre e Cocteau).

    Il protagonista maschile Jean-Paul Belmondo raccontava di aver amato soprattutto l’idea di libertà totale nella direzione di Godard, quella licenza a lasciarsi andare completamente all’ignoto, e dunque all’istinto. «Il giorno prima delle riprese chiesi a Godard se almeno avesse un’idea di ciò che volesse fare. Mi diede una risposta che mi riempì di entusiasmo e che non dimenticherò mai: “No”».

  18. Ucraina, l’esercito di Kiev ripulisce le postazioni russe abbandonate vicino a Izyum

  19. Non può, non è tra i presenti. Abita pensieri
    lui dice, necessari. Di professione maestro. Alto
    quanto basta. Spiritoso con se stesso. Inutile.

    “Albero. A, come asino-suino. Balestra. Branco.”
    Studenti dal valore aggiunto, mediamente solitari.
    Faremo squadra.

    Oggi sale e limone. Quinto piano.

    Astrattezza. Inverno-inferno. Parole mute, belle
    a vedersi. In Esselunga. Regno di spie.

    LMT

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