Dalla Antologia Poetry kitchen (Progetto Cultura, 2022), La poesia ha finalmente fatto ingresso in cucina, Poesie di Alfonso Cataldi e Raffaele Ciccarone, mentre il Soggetto parla, la parola non sa in che direzione potrà prendere la sua parola, la parola va sempre in una direzione che il codice del linguaggio non può prevedere

Antologia Poetry kitchen

La poetry kitchen

(dal saggio introduttivo di Giorgio Linguaglossa)

 

«Le parole che si riferiscono a dei valori, si svalutano progressivamente come le monete, come, appunto, i valori»
(Andrea Emo, Quaderno 374, 1976)

«Quando pensiamo troppo profondamente, perdiamo l’uso della parola. La parola si può “usare”, cioè profanare, quando non se ne comprende il significato. Se comprendessimo il significato delle parole, non usciremmo mai più dal silenzio»
(Andrea Emo, Quaderno 374, 1976)

A. Emo, la Voce incomparabile del silenzio, Gallucci, 2013

 

La poesia ha finalmente fatto ingresso in cucina

La poesia ha finalmente fatto ingresso in cucina, ha lasciato i salotti degli intellettuali e gli androni con le colonne neoclassiche delle abitazioni borghesi e si è introdotta in cucina. È un’attività al tempo stesso ordinaria e generica (poiché tutti mangiamo, quindi appartiene al genere), quotidiana e individuale poiché il cibo viene preparato ogni giorno da ciascuno di noi. Nella sua dimensione ordinaria la cucina soddisfa i nostri bisogni più immediati, si lega alla dimensione intima della casa, del focolare, assolve un bisogno umano ma anche, consente differenze di stile e ingegnosità, fattori indispensabili ai fini della riproduzione dell’homo sapiens. Fin dall’inizio della storia dell’homo sapiens, la sua abitazione, con il suo luogo più importante è la cucina, luogo di confezionamento e consumazione dei cibi.

La poetry kitchen è un artefatto costruito in casa con gli utensili che abbiamo sotto mano tutti i giorni: i piatti, le padelle, il coltello, la forchetta, il sale, lo zucchero, lo zenzero, la curcuma, gli aromi etc. non c’è bisogno di indossare panni aulici o «sartorie teatrali», occorre scrivere in modo dimesso e dismesso, senza fare alcun conto delle abissali angosce e delle insondabili epifanie; è una poesia frittura di pesce, poesia omelette, poesia usufritta, fatta in padella, ascoltando il tiggì de “La 7” e i telegiornali di regime, magari masticando delle noccioline o trangugiando patatine fritte.

Qualcuno pensa erroneamente che la nuova fenomenologia del poetico, la poetry kitchen, sia solo un gioco di scacchi, di fuochi d’artificio o una collezione di figurine comiche e bizzarre, insomma, una bizarrerie. Al contrario, la nuova poesia è affollata in modo assordante dalla presenza del mondo, in essa si assiste al mondeggiare del mondo con tutte le sue acrobazie e le sue aporie. Che altro è l’espediente delle ipotiposi della «pallottola» che abita la poesia di Gino Rago che attraversa ampi spazi e svariatissimi personaggi di plurimi tempi se non un colloquio costante con la morte?, con la sua presenza ingombrante?, che altro sono gli inciampi linguistici e gli shifter, gli scambi di Francesco Paolo Intini se non l’ossessione della morte dei significati?, che cosa sono quei «pendeloques» di Marie Laure Colasson se non manifestazioni della morte ovunque si volga lo sguardo?. La poetry kitchen è ossessionata dalla presenza della morte, che tenta di esorcizzare con un caleidoscopio di immagini, di figure e di icone. In realtà, la morte è la protagonista assoluta della poesia kitchen.

Per Platone l’essenza della poiesis consiste nell’imitazione di una imitazione delle idee, da questa prospettiva la «cucina» sarebbe ancora più lontana dal mondo «vero» di quanto lo sia l’arte. Il principale argomento a tale riguardo si trova nel Gorgia: Socrate e Polo stanno discutendo di retorica, Socrate sostiene che essa non sia affatto un’arte ma una mera pratica volta a produrre piacere; Polo chiede allora a Socrate che cosa ci sia di male nel produrre piacere, e Socrate replica proponendo il paragone tra retorica e cucina: anche cucinare è un’attività che produce piacere ma, come per la retorica, si tratta di un piacere illusorio.

È dunque attorno al tema dell’illusione che ruota l’argomentazione platonica contro la cucina come arte: i piaceri che lusingano sono illusori, dunque falsi, perché prodotti da attività che simulano di essere vere arti. Socrate va avanti con gli esempi mostrando che sia la retorica sia la cucina rappresentano il polo negativo e illusorio dei veri piaceri dell’anima e del corpo. Rispetto alla retorica, la politica invece è vera arte perché mira al bene sociale; rispetto alla cucina, vera arte è la medicina perché mira al bene del corpo. (Platone, Gorgia 461c- 464d).

Fare poesia kitchen non equivale a fare poesia gastronomica, vuol dire fare della gastronomia un’arte culinaria, fare poesia con gli ingredienti e gli utensili che come detto troviamo in cucina, ma dobbiamo gettare via gli alambicchi sublimi della falsa metafisica della poesia di accademia.

Dall’“orinatoio” di Duchamp sappiamo che un qualsiasi oggetto quotidiano può diventare arte. Non serve necessariamente decontestualizzare l’oggetto o de-funzionalizzarlo, e neppure esporlo in un luogo o in un momento determinati, l’unico gesto che conta non è affatto un happening o una performance (che vale per chi non si è ancora liberato del plebeo gusto dello spettacolo circense), bensì il fatto mentale, l’idea, il concetto, l’auto legittimazione dell’arte.

Il mondo è diventato un gigantesco ready made. Il fare kitchen è in rapporto convenevole con gli ingredienti che troviamo  nella dispensa: qualsiasi «real object» può essere «ready made» e può diventare arte. Un oggetto può essere arte a intermittenza? Un oggetto può essere un semplice oggetto nella vita di relazione («real things») e poi diventare un oggetto d’arte allorché viene posto in una teca, su un podio, in una vetrina di museo, in una vetrina da bar, nella teca di una galleria, etc. Una frase giornalistica, un evento di cronaca possono diventare un oggetto d’arte se e quando verrà inserito in una poesia kitchen? Quale è il differenziale che decide se esso sia arte o non-arte?. La poetry kitchen prende un oggetto o un evento della cronaca e lo inserisce in un testo, che diventa, in virtù di questo semplice atto del creatore, un oggetto d’arte.

È squisitamente poetry kitchen la consapevolezza dell’evanescenza dei limiti tra un oggetto o evento della cronaca e un oggetto o evento d’arte. Una percezione vivissima, quasi da poetry kitchen, guida Guido Gozzano in La signorina Felicita: è l’inserimento di una «donzelletta» in chiave moderna, un vero e proprio ready made per l’epoca: la «Signorina Felicita» in presa diretta, dalla vita domestica al quadretto post-idillico della poesia gozzaniana, fantesca e milf del giovane avvocato senza speranze e senza virtù.

Perché non pensare ad una anti-soap-poetry?, perché non portare la promesse du bonheur a tutti come luogo della felicità contraffatta, indirizzata stabilmente verso la Lichtung della infelicità generale? Il luogo della felicità è al di là della prassi. Ci troviamo in quella che Wolfgang Welsch chiama la «de-realizzazione della realtà».1 L’Arte, nell’accezione hegeliana e romantica scende dal suo piedistallo per entrare nella catena di montaggio della comunicazione e replicazione mediatica e nell’industria della obsolescenza culturale programmata, tanto che l’arte di oggi è ad obsolescenza programmata, arte a termine e da risultato sicuro con tanto di euforia per la fine dell’arte. Si pensi alla Gioconda di Leonardo, l’opera più riprodotta del patrimonio artistico occidentale: dagli ironici baffi di Marcel Duchamp alle moltiplicazioni dei barattoli di Andy Warhol fino alle svariate immagini pubblicitarie che ci circondano, alle immagini seriali riprese e diffuse dai media. L’arte dismette la sua aura, cessa di essere un capolavoro venerabile e distante per diventare un’immagine prossima e familiare. L’oggetto-arte si trasforma sempre più in evento della cronaca e l’attenzione si sposta verso il contesto sociale e antropologico della civiltà moderna.2

L’homo aestheticus è diventato il modello di riferimento. L’estetica è diventata un paradigma ermeneutico della trans-modernità, una disciplina transeunte in grado di rendere ragione del superamento in senso trans-disciplinare e trans-genico che caratterizza la produzione dell’arte odierna. L’iperestetica si presta ad essere il luogo ermeneutico della baumiana «modernità liquida» in cui viviamo, improntata ad un continuo andare oltre.

Ciò che Lyotard chiamava il «sublime tecnologico» potremmo tradurlo con il nostro linguaggio come poiesis kitchen. La fine della metafisica ci pone davanti a questo nuovo orizzonte nel quale viene e cadere il confine che per duemilaecinquecento anni ha costruito la poiesis sulla nozione aristotelica di mimesis e sulla distinzione tra il possibile e l’impossibile. Prendere atto di questo fatto implica una direzione ben precisa per la collocazione della poiesis nell’ambito della civiltà della tecnica dispiegata. Il sublime si è desublimato, e questo lo ha certificato il trionfo della tecnica. Se la poetry kitchen adotta il linguaggio desublimato del mondo della tecnica, ciò deriva dalla presa d’atto che i nuovi linguaggi del mondo della tecnica sono i soli sopravvissuti della antica e nobile esperienza del sublime che è stata derubricata.

La parola kitchen è da pensarsi come evento linguistico: quindi evento dell’altro proprio perché si annuncia in quanto irruzione di ciò che è per venire, ciò che è assolutamente non riappropriabile; in quanto unico e singolare l’evento linguistico sfida l’anticipazione, la riappropriazione, il calcolo ed ogni predeterminazione. L’avvenire, ciò che sta per av-venire può essere pensato solo a partire da una radicale alterità, che va accolta e rispettata nella sua inappropriabilità e infungibilità.

La contaminazione, l’impurità, l’intreccio, la complicazione, la coinplicazione, l’interferenza, i rumori di fondo, la duplicazione, la peritropé, il salto, la perifrasi costituiscono il nocciolo stesso della fusione a freddo dei materiali linguistici, gli algoritmi che descrivono la non originarietà del linguaggio, il suo esser sempre stato, il suo essere sempre presente; una ontologia della coimplicazione occupa il posto della tradizionale ontologia che divideva essere e linguaggio; la ontologia della coimplicazione ci dice che il linguaggio è l’essere, l’unico essere al quale possiamo accedere. Non si dà mai una purezza espressiva nel logos ma sempre una impurità dell’espressione, un voler dire, un ammiccare, un parlare per indizi e per rinvii.

Il soggetto è subordinato alle leggi del linguaggio: mentre egli parla, il linguaggio non sa che direzione potrà prendere la mia/tua/sua/nostra/vostra/loro parola. La parola va sempre in una direzione che il codice del linguaggio non può prevedere nonostante la parola stessa sia impossibile senza il codice linguistico; non c’è primazia dell’uno sull’altro. L’atto della parola rende indispensabile la presenza del soggetto parlante.

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1 W. Welsch, Aesthetics beyond Aesthetics (1995), poi in Id., Undoing Aesthetics, Lon-don, Sage, 1997, pp. 85-86; il saggio è consultabile anche online [http://www2.uni-jena.de/welsch/ Papers/beyond.html].
2 Il «simulacro», per Baudrillard, è un’immagine priva di prototipo, l’immagine di qualcosa che non esiste. Cfr. J. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, Milano, Feltrinelli, 2007, e anche M. Perniola, La società dei simulacri, Bologna, Cappelli, 1980, p. 122. Secondo Baudrillard, il sistema dei segni sostituisce la fsicità delle merci e le dissocia dai bisogni che avrebbero dovuto soddisfare. Si determina così una società della simulazione in cui i parchi a tema, i centri commerciali, i reality show divengono autoreferenzialie si trasformano in un caleidoscopico gioco di immagini rifesse. Il simulacro sostituisce progressivamente la realtà, rispetto alla quale appare più stimolante e attraente. Basta en-trare in un centro commerciale per accorgersi che tutto è illusione: le piazze, le aiuole, lanatura, la socialità, la confortante situazione di sicurezza, l’appagamento visivo. Cfr. Id., Simulacri e impostura. Bestie, Beaubourg, apparenze e altri oggetti, Bologna, Cappelli, 2008.
Cfr. Fabrizio Desideri (No aesthetics without meta-aesthetics, in Dopo l’estetica, cit., p. 67) che formula l’ipotesi di una “meta-estetica”. Lo studioso individua i confini verticali dell’oggetto di studio nel «territorio problematico che l’estetica scopre come qualcosa di concettualmente specifico e irriducibile» e, in particolare, nel «problema della genesi dell’estetico nel paesaggio umano», in relazione ai vincoli ambientali e ai presupposti psico-antropologici e i confini orizzontali nella riconfigurazione dell’estetica in rapporto alle altre discipline filosofiche («in particolare all’ontologia, all’etica, alla filosofia della mente e a quella del linguaggio»).

Alfonso Cataldi

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È nato a Roma, nel 1969. Lavora nel campo IT, si occupa di analisi e progettazione software. Nel 2007 pubblica Ci vuole un occhio lucido (Ipazia Books). Le sue prime poesie sono apparse nella raccolta Sensi Inversi (2005), Giulio Perrone Editore. Successivamente, sue poesie sono state pubblicate su diverse riviste on line tra cui lombradelleparole, Poliscritture, Omaggio contemporaneo, Patria Letteratura, il blog di poesia contemporanea di Rai news, Rosebud. È uno degli autori presenti nella Antologia Poetry kitchen e nel volume di contemporaneistica e ermeneutica di Giorgio Linguaglossa, L’Elefante sta bene in salotto, Ed. Progetto Cultura, Roma, 2022.

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Voleva solo partecipare

Il corrimano sale fino al terzo piano e buca il finestrone.
«Hai caldo pure tu Luna?»

O due calici rasi sono sufficienti a immaginarti porno?

Confucio regalava sempre una goleador
a chi calciava un esempio di virtù nella comunità avversa.

«La società liquida è durata meno del previsto»
il Covid voleva solo partecipare

però la temperatura è scesa appena di tre gradi
e i barbecue non hanno fatto un fiato.

Il basilico dei vicini la sera si finge morto
di fronte alle nostre serie TV preferite.

«Jesse, non lasciarlo andare. Getta le chiavi dell’auto nel dirupo
non resisterà più di due puntate alla tua neurodiversità.»

 

Manca sempre

La newsletter gratuita del Post.it
alle ore 18.30 apre con la notizia:
“tafferuglio sulla chat interna della redazione”
e incorpora il print screen come prova.

Si discuteva su come si chiama la porta di un garage.
Ecco, come si chiama?
Porta del garage?
Porta basculante del garage?
Portone?
Bandone?

Il tono era ilare, ma serissimo al tempo stesso
così il lettore può provare lo spaesamento del commissario Donatella Costantina Giancaspero
quando dirime, in pochi metri quadri, la direzione delle venature
nel monolite del tempo
che rimane in sospeso.

La banderuola fissata alla scrivania indica l’intelligenza
dei dolcetti alla marmellata di fichi.
È il segnale che il signor Wonka
ha trovato la ricetta con la giusta mancanza di cioccolata nei biscotti.

Manca sempre una matita colorata all’appello, la sera
quando si ripone l’astuccio nello zaino
ogni mattina la stessa sfumatura
a un albero, a una casa, a una carnagione.
La maestra firma con la biro rossa.
Brava o Bravissima.

Sinestesie

Eravamo tra i minimi discorsi nel bar di via Carfagna
quando l’altro mio alter ego prende il largo.
S’inalbera ed esce, sbattendo la porta.
Così un gruppo di tedeschi litigioso
si siede al tavolino
in pieno centro urbano
e continua la nostra discussione.

Giacomo sveglia l’intero vicinato strillando
«il pezzo-schizo» di Jannacci
davanti lo skyline che muta
intorno a Porta Nuova:

“Giacomo ha fame. Paninutto!!”

Una mamma mette in pausa l’ultimo tutorial pubblicato su Donna Moderna.
Si domanda se ha una faccia in più
oppure in meno
l’origami
strapazzato tra le dita.

Il maestro Robert J. Lang afferma di ritenere la questione troppo ingenua
la ripiega nello stipo dietro gli accadimenti di giornata
da stivare in poco spazio
tra i satelliti.

Flussi di singolarità

La filantropia dietro ai nodi scorsoi
redige editoriali fluenti sulla dicotomia su Mangiafuoco.

Flussi di singolarità rovistano le prime serate.
Al Bataclan nessuno immaginava matrimoni riparatori.

Gli eventi sono più veloci delle teorie
e il pop e derivati è ancora con la testa sotto la sabbia.

Qualcuno torna a parlare agli scogli.
Ancora pochi. L’àncora filosofale.

La reception dovrà spiegare cosa sono tutti questi generali
a cavallo, appesi alle pareti.

Ferirsi o dileguarsi?
E se fossero due eccezionalità che si rincorrono?

“La Mesopotamia oggi è quasi interamente occupata dall’Iraq
da circa trent’anni assediata dalle guerre…”

«Guerre, guerre e ancora guerre… basta, non studio più.»
Sofia lancia il libro dalla parte opposta della cameretta.

Sogna il primo strato di pelle, di non alzarsi la mattina
rifiutare 80.000 € per una pratica qualunque.

Raffaele Ciccarone

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 sono nato del 1950, ex bancario in pensione, risiedo a Milano, dipingo e scrivo. Le mie poesie sono inedite per lo più. Per un periodo ho pubblicato su una piattaforma online con uno pseudonimo, circa un centinaio di poesie, e qualche prosa. Ho partecipato a gruppi di poesia a Milano. È uno degli autori presenti nella Antologia Poetry kitchen e nel volume di contemporaneistica e ermeneutica di Giorgio Linguaglossa, L’Elefante sta bene in salotto, Ed. Progetto Cultura, Roma, 2022.

 

Set 93

Minecraft è assediata dai followers,
pur se fake news.
I poeti Kitchen pranzano al McDonald’s con quello
che è rimasto in cucina. Picasso, De Chirico e Savinio
mangiano al Jamaica Bar di Brera.
Maigret passeggia a Montmartre, Lupin gli ruba la pipa
la rivende la domenica successiva
al Mercatino di Via Speronari a Milano.
Il mezzo busto televisivo mostra sul dorso delle mani
i peli irsuti del dr Jackie.
I bimbi si sono rifugiati sotto il letto quando sono arrivate
le ombre dei mostri.
Alice non trova l’uscita dal Paese delle meraviglie,
Arianna gli offre la soluzione in cambio del cappello a fiori

 

Set 109

Quando si fece buio l’ombra sparì intimidita. Il regista,
letto il copione, impose a Spider-Man di saltare senza fili
tra i grattacieli.
Gatto Silvestro non riesce a toccare Tweety
ha speso tutti i peli della lingua.
Pur tra incomprensioni Charlie Brown porta a spasso Snoopy
che preferisce fare la siesta.
Alla fine Marvin il Marziano si accontenta di pane
pomodoro e olio, con origano e sale.
Winnie The Pooh finisce il miele che Cappuccetto Rosso porta
ogni giorno alla nonna.
Gli Youtubers mettono il pollice verso; con la PS4
giocano a Minecraft, un creeper lampeggia e scoppia.
Altri Youtubers guardano i sogni delle formiche.
Pericle gira tra le colonne del Partenone con Alcibiade
discutendo della legge.
Un gruppo di aspirapolvere raccoglie la polvere, la rende
a una stampante 3D che ricicla tutto in oggetti.
Non è magnifico! – esclama Mr Kitchen.
Arianna consegna il filo rosso di Scozia a Teseo, che salva
dal Labirinto il Minotauro, poi lo porta in tournè nei teatri
per fantastici meravigliosi spettacoli.

 

Set 1/2

Adalgisa senza ombrello incontra una pioggia vestita d’argento fuligginoso,
il cappello a punta nero montava piume di struzzo omaggio del suo pappagallo.
Per abbandonare Alcatraz Dedalo mette a punto il volo verticale
Minosse ne è adirato per il suo drone sparito.

 

Set 3

gli era difficile trattenere il taglio delle mezze lune
il sauro montato da Holden saltava senza posa
il ritmo market movers gli permetteva di schivarle tutte

Set 5

Tiresia non vede più in HD,
per vedere forse dovrebbe risintonizzare le frequenze dei canali.
Una Olivetti 32 vuole riscrivere la storia
dice di averla tutta nei tasti.
Argo guarda la bella mela rossa infuocata del fruttivendolo
Cinzia non si nega.
Margherita perde petali a mezzanotte
il principe parte con lo SpaceX per Marte

Set 6

Nancy mette le ali a coda di pesce per il parapendio
il sole splende alto quando si tuffa nel blu.
Dodo ammette che la zucca galleggia e il delfino salta sulle onde
Era un fiacco esercizio lo schizzo di Van Eyck
visto il misticismo della camera oscura, nello scippo del contorno

Set 7

Lesbia tenta la mano morta con Rick Blaine
sperando di girare, a Casablanca, un film sensuale con Catullo
ma Ilsa Lund ha un vantaggio in più.
Alla prima mondiale Art Prize Roma
pari merito tra Artemisia Gentileschi e Cornelia madre dei Gracchi
scontro di performance in competizione.

31 commenti

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31 risposte a “Dalla Antologia Poetry kitchen (Progetto Cultura, 2022), La poesia ha finalmente fatto ingresso in cucina, Poesie di Alfonso Cataldi e Raffaele Ciccarone, mentre il Soggetto parla, la parola non sa in che direzione potrà prendere la sua parola, la parola va sempre in una direzione che il codice del linguaggio non può prevedere

  1. Merito della poetry kitchen è che ciascun autore rimane se stesso con il proprio stile e il proprio linguaggio. E questa è una autentica novità rispetto ai movimenti e alle tendenze artistiche e letterarie del novecento, quelle erano afflitte dal mar di Marmara della uniformità, della divisa… ciascun autore indossava una divisa, era un milite di un esercito ignoto per una guerra ignota. Qui da noi non c’è alcuna divisa da indossare, nessuna mostrina da esporre, se Raffaele Ciccarone registra ciò che accade nel “set” di un film, Alfonso Cataldi costruisce i suoi componimenti come se fossero poesie tradizionali, e invece man mano che ti inoltri nel testo ecco che il testo si trasforma, diventa imprevedibile, smotta, frana, slitta verso un altro testo, altri testi:

    Alice non trova l’uscita dal Paese delle meraviglie,
    Arianna gli offre la soluzione in cambio del cappello a fiori

    In queste composizioni è un po’ come stare nel Paese delle meraviglie dove Alice, cioè il poeta, si trova a vagare per meravigliarsi. È la poesia della gratuità che qui ha luogo. La poesia la si dà gratis, la parola è gratuita, non c’è alcun mistero né alcuna vetta mistica. Il mondo è diventato incomprensibile.

  2. antonio sagredo

    “La poesia ha finalmente fatto ingresso in cucina,” –
    cari miei ci andrei piano con questa affermazione,
    perchè già un poesta russo delle fine del ‘700, Derzavin….
    e nel secolo trascorso già a pieno titolo Majakovskij, Pasternàk e Mandel’stam avevano ……
    (dal mio punto di vista di ose slave – è ovvio anche in tantissime letterature)


    il seguito domani

  3. caro Antonio Sagredo,

    in realtà, a riflettere per bene sulle tesi di Zizek (leggi il post appena di qualche giorno or sono), la poiesis di oggi in realtà ha fatto pieno ingresso nel WC. Le parole-feci, le parole da gabinetto vengono immediatamente inghiottite nel vano dello spurgo, anzi, sono propriamente invisibili, non devono più affiorare alla superficie dello spurgo, perché innominabili, immonde, in quanto rifiuto non più riutilizzabile.
    L’arte che ammicca alla sublimazione e alla seduzione in realtà precipita d’un subito nella abiezione. La poiesis kitchen abita la reiezione e la deiezione. Per la legge dei vasi comunicanti i voti di Salvini se li prende la Meloni, così le parole-feci, le parole-immondizia finiscono, invisibili, nel termovalorizzatore, e di là spariscono, finiscono in fumo. La poetry kitchen fa questo servizio: rende di nuovo visibili le parole invisibili, rende di nuovo abitabili le parole dis-abitate.

    La verità, diceva Nietzsche, è diventata «precaria»

    Allorquando i rapporti di produzione diventano precari anche la verità diventa precaria, e di conseguenza la poiesis assume la veste della precarietà. Il «fantasma» che così precocemente appare nella poesia della «nuova ontologia estetica», si presenta sotto un aspetto scenico. È il Personaggio che va in cerca dei suoi attori. Nello spazio in cui l’io manca, si presenta il «fantasma».

    Dal punto di vista simbolico, è una sceneggiatura. Il «fantasma» è ciò che resta della retorizzazione del soggetto là dove il soggetto viene meno; il fantasma è ciò che resta nel linguaggio, una sorta di eccedenza simbolica che indica una mancanza. L’inconscio e il Ça rappresentano i due principali protagonisti della «nuova ontologia estetica». Il soggetto parlante è tale solo in quanto diviso, scisso, attraversato da una dimensione spodestante, da una extimità, come la chiama Lacan, che scava in lui la mancanza. La scrittura poetica è, appunto, il calco di questa mancanza. Sarebbe ozioso chiedere ai poeti della «nuova ontologia estetica» che cosa significano i loro avatar, i loro sosia perché non c’è alcuna significazione del significante che indicherebbe i fantasmi, nulla al di fuori del contesto linguistico. Nulla di nulla. I «fantasmi» indicano quel nulla di linguistico in quanto Essi non hanno ancora indossato il vestito linguistico. Sono degli scarti che la linguisticità ha escluso.

    I «fantasmi» indicano il nulla di nulla, quella istanza in cui si configura l’inconscio, quell’inconscio che appare in quella zona in cui io (ancora) non sono (o non sono più). L’essenza dell’inconscio risiede non nella pulsione, nell’essere istanza di quel serbatoio di pulsioni che vivono sotto il segno della rimozione, quanto nella dimensione dell’io non sono che viene a sostituire l’io penso cartesiano. La misura di questa dimensione è la sorpresa, l’esser colti a tergo. Tutte le formazioni dell’inconscio si manifestano attraverso questo elemento di sorpresa che coglie il soggetto alla sprovvista, che, come nel motto di spirito, apre uno spazio fra il detto e il voler-dire. Come nei sogni, dove l’io è disperso, dissolto, frammentato fra i pensieri e le rappresentazioni che lo costituiscono, così l’inconscio è quella istanza soggettiva in cui l’io sperimenta la propria mancanza. Come aveva intuito Freud: l’inconscio, dal lato dell’io non sono è un penso, un penso-cose, esso è formato da Sachevorstellung, è costituito da rappresentazioni di cose. La formula «penso dove non sono» è la formula dell’inconscio, che si rovescia in un «non sono io che penso». È come se «l’io dell’io non penso, si rovescia, si aliena anche lui in qualcosa che è un penso-cose».

    Il «fantasma» inaugura quella dimensione della mancanza che si costituisce nella struttura grammaticale priva dell’io, cioè della dimensione della parola come luogo in cui il soggetto «agisce».
    A questo punto apparirà chiaro quanto sia necessario un indebolimento del soggetto linguistico affinché possa sorgere il «fantasma». Nella «nuova ontologia estetica» non c’è più un soggetto padronale che agisce… nella sua struttura grammaticale l’io si è assottigliato o è scomparso. O meglio, il soggetto viene parlato da altri, incontra la propria evanescenza.

  4. Posto di nuovo perché òla ritengo molto interessante una poesia della nuova ontologia estetica.

    Lucio Mayoor Tosi

    Lui e Lei avevano due simil gatti:
    Andersen e l’altro Eckersberg. Entrambi maschi.
    E castrati.
    Andersen amava le camicie bianche
    Eckersberg il contatto con la nudità.
    “Fetente ma raffinato”, così recitava
    la pubblicità.
    Ma Lei aveva a cuore Andersen.
    Se lo teneva in braccio o sulle spalle,
    anche stando in piedi mentre cucinava:
    sapori dell’India per loro e bianchi
    ma finti spaghetti per Gatto Eckersberg
    il nudista.
    Lei stava morendo. Lo faceva ogni giorno.
    Lui se non aveva da leggere svitava
    e avvitava qualsiasi cosa.
    John Lennon, Miles Davis, Natasha Thomas.
    Lei quei pontili sospesi sul lago. Ma senza nebbia
    e nemmeno dragoni. Solo cose per Andersen.
    (Se la noia non vi assale, penso io
    vuol dire che siete fumatori).
    – Tutta l’Europa del sud è un canile.
    A cominciare da Courbet. Non è vero, Eckersberg?
    Quell’Origine del mondo, appena concepito
    con furore. Quel leccarsi le dita…
    Lei non rispondeva (stava morendo).
    Contemplava le forme molli di un cubo
    le bollicine dell’axterol, le lancette
    dell’orologio sull’ora e i secondi.
    – Probabilmente il sole. Disse Lei.
    E non tornarono sull’argomento.
    Tranne un giovedì, allorché Lei disse:
    – Credo che ad Andersen farebbe bene
    un piatto di trippa ogni tanto.
    Il cargo dei viveri Okinawa era in ritardo
    ormai di tre settimane (sei mesi terrestri).
    Salgari sarebbe già partito in missione
    con a bordo almeno tre robot ambasciatori
    di marca tedesca.
    Ma era stagione di polveri.
    Difficile poter comunicare, inutile sprecare
    Metafore. Si sarebbero perse nel vuoto
    tra le lune. Quindi Lui e Lei si misero d’accordo
    per spedire un messaggio criptato
    al sovrintendente dei beni umani,
    Ork il maligno; in realtà un povero cristo
    circondato da macchine, alcune a vapore
    (per via della pelle che nella stagione delle polveri
    gli si seccava. Puntualmente e orribilmente).
    “Aghi OrK”, così iniziava il messaggio
    “Le bdhko di lk snmlir8jk! Andersen bd in vgeytz!
    Si dia una mossa”.
    La risposta non si fece attendere:
    “Mi sono informato: niente trippa sul cargo Okinawa.
    Ma posso mettervi da parte dei pomodori irlandesi”.
    E in un secondo messaggio aggiunse:
    “Per il gatto ho un Mickey Mouse del ’63.
    Il mio l’ha già letto. Lo so, non è divertente”.
    Le quattro linee del tramonto si stavano fondendo
    nel sogno turco di Moon light.
    Lui si tolse le spalline di cristallo, si strofinò gli occhi
    e senza dire una parola volle intrattenersi ancora un po’
    con Lei, che nel frattempo aveva terminato
    di raddrizzare, così diceva, tutti i rametti del prezzemolo.
    Fecero programmi. Il letto scandinavo ondeggiava
    rumorosamente.
    Vista dal giardino lenticolare, la casa sembrava
    un traforo di merletti. Ork il maligno, come al solito
    stava trasmettendo pensieri sconclusionati.
    Lo chiamava Ozio dei poveri. Oppure
    a seconda del momento, solo ‘Zio.

    Lucio Mayoor Tosi
    22 settembre 2017 alle 19:12

    Andersen sappiamo tutti chi è, ma forse non tutti sanno di Eckersberg. Era un pittore danese, arrivato dopo il neoclassicismo di Bertel Thorvaldsen e prima di quel meraviglioso pittore che fu Vilhelm Hammershøi. Fantastica la storia dell’arte danese! Direi che è la culla del nichilismo. Eckersberg dipinse dei nudi memorabili, paragonabili ma più raffinati rispetto al noto quadro di Courbet, L’origine del mondo. Fermo restando che senza Courbet saremmo ancora qui a levigarci le pettinature.

    • Titoli per libri di poesia:

      Squillo reversibile. Bambina stanca.
      Condotti.

      Le Cinque. Attila, i suoi baci.

      L’inevitabile. (“Si rigirò nel letto. Tra gli applausi. Agosto era alle porte.”)

      Giuramenti.

      LMT

      • milaure colasson

        Concordo con il parere di Gino Rago sulla poesia del caro Lucio Tosi. Anch’io penso che un eccesso di nominazione segmentata (della poesia postata sopra) e la rinuncia a qualsiasi prosodia rischia di impoverire il tessuto del testo riducendolo ad uno scheletro. Al contrario, la poesia del 2017 mi sembra riuscita, anzi ottimamente riuscita

        Ed ecco un mio dono per i giorni di San Basile al Festival della Poetry kitchen.

        9.

        Le hautbois du “Timpa del Principe”
        gîte dans la plantation d’hévéas au Cambodge

        Hérétique un arbre trace ses galaxies irrégulière
        pour una sarabande voluptueuse à coups de machette

        Marathon de la Poetry kitchen
        sur l’envers d’une table triangulaire de 175 cm. de circonférence

        San Basile

        *

        L’oboe del “Timpa del Principe”
        alloggia nella piantagione di alberi della gomma in Cambogia

        Eretico un albero traccia le sue galassie irregolari
        per una sarabanda voluttuosa a colpi di machete

        Maratona della Poetry kitchen
        sul rovescio d’un tavolo triangolare di 175 cm. di circonferenza

        San Basile

    • Alfonso Cataldi

      Io questa poesia di Mayoor Tosi la ricordo bene. Forse la pubblicai anche nel mio profilo Facebook. Per me è una delle vette raggiunte dalla NOE in questo spazio

    • Jacopo Ricciardi

      Wow che poesia! Ho goduto nel leggerla. Praticamente ad ogni verso (meno due o tre) mi sono lasciato trasportare da una densità che mi cancellava e mi faceva riapparire altrove. Ci tengo a precisare che qui come nella breve Colasson o nel Linguaglossa più ponderato ho riconosciuto la medesima immersione in qualcosa (il vuoto? Un materializzarsi del vuoto?) che mi dominava dissolvendomi nel testo. Aggiungo che questo “spessore” inglobante (o dissolvente) del testo, si mostra per forza di una varietà di condizioni testuali, in una miriade di cui si perde il conto; e questo aspetto di miriade testuale potrebbe essere una via proficua.

      • “Mi sembrava trascorsa un’eternità, quando è arrivata Vivian. Indossava un pigiama da salotto color ostrica, con una vestaglia bordata di pelliccia bianca, fluente come la spuma di un mare estivo sulla spiaggia di un’isoletta esclusiva.” (da “Il grande sonno” di Raymond Chandler)

        Se hai una buona prosa sei a metà del guado, anche se questa mia del 2017 (La casa di cristallo) contiene diverse imperfezioni. Ma la narrazione è sostenuta da frammenti, e anche questo aiuta. Grazie Jacopo.

        • Jacopo Ricciardi

          Niente è esente da errori se fatto dall’uomo. Il punto è ridurli, e per trovarne molti serve del genio. Io per esempio fatico e mi sento in mezzo al guado, non c’è dubbio. Grazie.

  5. caro Lucio,

    tra le due composizioni, quella del 2017 e quella odierna, preferisco senza indugio la prima.
    Quella di oggi mi sembra un mero impressionismo post-lirico, a mio avviso dovresti lavorarci su, è uno scheletro di qualcosa che potrebbe nascere con opportuni interventi.

    • Caro Gino,
      cito Linguaglossa: “La parola va sempre in una direzione che il codice del linguaggio non può prevedere”.

      Ecco, dove il linguaggio non arriva, possiamo sempre pre-vedere tra le tante scritture ad elenco che oggi ci vengono offerte – elenco di libri, di canzoni, numeri, piatti da cucinare; profeti, filosofi, ecc. Decidere preventivamente dove collocare una citazione, vera o inventata; in quale luogo, ambiente, oggetto, dialogo, o pensiero. Intendo un luogo fisico (libro, cinema, segnaletiche, o dentro avvenimenti. Topoi letterari di nuova concezione. Questa la scommessa. La forma allude a un discorso che non viene fatto, perché non c’è quasi discorso nelle cose che scrivo.
      In questo niente, porre attenzione e muoversi con creatività. Alcuni versi hanno la misura di scritte su scatole da imballaggio… avvisi in località balneari, regole del condominio… Non so, spero che questi esempi possano bastare.

      • Decidere preventivamente la destinazione di un verso, farlo quando ancora è nell’aria; prima che diventi scrittura, dargli parvenza di verso scritto in precedenza, come letto sul fianco di un nave, sulla costa di libri organizzati per genere e argomento; case-al-mare, abitacoli, brani di conversazione e così via. Il luogo (immaginato ma verosimile) dà la misura del verso. Ottime le sequenze didattiche: come salvare un documento, scegliere un’applicazione; seguire indicazioni scritte per giungere alla reception, poi l’uscita… L’accadimento è fuori, e riguarda il nostro essere al mondo. Allibiti, incerti, pensosi o semplicemente meravigliati, comunque sia le parole ci vengono date, ne siamo circondati. Mentre il tempo interno è silenzioso; volendo, anche privo di immaginazione.
        Altra cosa è fare non senso, inseguire il fantastico o il surreale.
        Mi ritrovo un po’ nella quotidianità iper realista di Alfonso Cataldi.

        • caro Lucio,

          ho ripescato per caso quella tua poesia che hai pubblicato sull’Ombra nel 2017 perché magari tu l’hai smarrita o non te ne ricordavi… alla fin fine il tuo sperimentare continuo, giorno per giorno, ti fa tralasciare o dimenticare delle composizioni del passato che invece meriterebbero una tua maggiore attenzione; non è un caso che io, Marie Laure e Gino Rago concordiamo tutti sul fatto che la tua poesia del 2017 è riuscita, anzi, io mi spingerei ancora più in là e la definisco senza indugio un vero e proprio capolavoro per la volubilità e la complessità del discorso poetico che sei riuscito a mettere in campo (con interferenze, voci fuori campo, voci esterne, rumori vocali, disallineamenti etc.), fermo restando tutte le ragioni della tua posizione di poetica che tu hai ben elencato io dico soltanto che in quella poesia tu hai attinto una sorta di price cap, un punto alto cui la tua ricerca era giunta nel lontano 2017 e sarebbe davvero un peccato che tu perdessi le tracce del tuo lavoro di un tempo.

          • Quanto a fantasia, Calvino e Buzzati. Guarda caso dei narratori. Ma all’euforia è subentrato il silenzio interiore. Annichilito, constato, prendo atto e offro testimonianza. Nessun giudizio, anche se va registrata certa inabilità al dolore, dovuta probabilmente a mentalità positiva, di stampo ancora modernista. Considero prematura la ricerca su testi precedenti, forse anche inutile tracciare il percorso individuale. A che scopo?

  6. Poetry kitchen indica un clima e un paesaggio cambiati, e anche una geografia profondamente mutata. Direi che poetry kitchen è uno stato d’anima, una visione del mondo, una nuova weltenshauung, con sullo sfondo la situazione desertica della nostra poesia e anche della nostra letteratura dai confini labili, fluidi, ma sempre più prossimi se non già compenetrati in quelli e con quelli di ciò che qui chiamo genericamente la “paraletteratura”.

    Nel caso mio, non mi importa se non ho lettori, o se ne ho pochi, né mi importa di ristabilire un nuovo patto comunicativo tra autore e lettore, non è questione più di stessa lunghezza d’onda tra autore e chi legge.

    I miei dispositivi poetici vogliono superare la scrittura tradizionale, si arricchiscono di ciò che è eccessivo, senza inseguire né significati né soggetti, in un mercato ad alta entropia di oggetti che si sparpagliano senza regole, a derisione dell’omologazione e dell’iper-consumismo imperanti, specialmente dopo l’avvento delle reti televisive private, in una lingua che tutto divora in una sorta di neo-cannibalismo linguistico.

    Poetry kitchen è una reazione al vuoto con altro vuoto.

  7. “E’ l’entropia, non l’energia, che fa stare per terra i sassi e girare il mondo. L’intero divenire cosmico è un graduale processo di disordine, come il mazzo di carte che inizia in ordine e poi si disordina mescolando.”
    (L’ordine del tempo, pag 142 Carlo Rovelli , Adelphi Edizioni spa 2017)

    La Poetry Kitchen secondo il mio modo di vedere le cose, lavora con questo concetto a disorganizzare il mazzo di carte che, per inteso, potrebbe essere semplicemente qualcosa da dire di socialmente utile, stimolante, ragionevole persino arrabbiato ma in ogni caso comprensibile e tale da poter essere accettato in qualunque discorso con il lettore.
    La tendenza a crescere dell’entropia invece fa si , che all’interno di un testo operino forze disgreganti sulle parole (talvolta diventando il contrario di quelle che assumerebbero se il testo fosse sensato) che per interferenza o altro diventano spiragli inattesi , idee, immagini, prospettive e in definitiva nuove avventure poetiche.
    Ecco, l’aumento di entropia è questo moltiplicarsi delle possibilità d’immagini, di luoghi depurati del tempo storico, di analogie a partire da una situazione a minor entropia come l’idea di un cane che riposa al centro della piazza di Ovindoli e che mi ricorda Argo e il ritorno di Ulisse.
    Se avessi dato forma alla mia ispirazione non sarei andato oltre questo concetto e sarei rimasto in una zona a bassa entropia, dove per inteso questo significa semplicemente un testo ordinato da un senso compiuto.
    Forse avrei cercato il ritmo, le assonanze, le rime, la musicalità e dato fondo alle mie supposte capacità di procurare piacere nella lettura costruendo nel contempo una storia comprensibile, leggibile e accettabile come fossi al centro di una discussione con qualcun altro.
    Qui invece il testo è semplicemente stoppato ad un istante deciso da me.
    L’intervento dell’autore dunque è in questa decisione di staccare la spina e proiettare nel mondo il testo(che è solo uno degli infiniti testi possibili) semplicemente come se fosse una mano in un gioco di tressette.
    Il ritorno dell’Io nella stesura del testo da cui risulta sempre assente come soggetto narrante, assomiglia quindi a quello di un croupier del tutto indifferente al risultato e perciò lontanissimo da un Io lirico desideroso di raccontarsi, confessarsi e far emozionare con una storia coinvolgente e universale.

    ARGO

    Argo è qui,
    compatto all’organico del venerdì.

    Asterisco in fronte
    –una nota, credo, di distinzione dallo scioglimacchia-

    Cosa rispondi al suo scodinzolare? Che è meglio il bicarbonato
    o il frullato di lenticchie nelle vene o una notte con Briseide.

    Nero che vaga nel vapore lesso,
    Grano duro, unghia d’asfalto, odore di erba cipollina.
    Sognando il latte di mammà.

    Gli è vicino un camion, gonfio di buon ragù,
    zecca nella fedina. Putin testimone d’anello.

    Omero e poi?

    Bistecche di acciaio su gomma saluta e sgasa.
    Sabato arriva Ulisse. Eroe a due piazze, senza cuscini.

    Una raccomandata dell’Agenzia delle Entrate:
    Ciclope in busta verde.

    Quasi ad abbaiarci sopra se non costasse una marca da bollo.
    Sessanta giorni per pagare l’ira a Nettuno

    Dopo la scadenza le sanzioni:
    i proci in casa.
    I proci pignorano la sposa.

    Argo ha due mortadelle appese alla testa
    Si regge col picciolo della pera o con la spoletta di una bomba H

    Mangiando costate di PVC si digeriscono
    i calci di Antinoo.

    Ma poi resiste il suo bambù al fuoco di Troia.
    E l’anima aspetta accanto alla muffa del limone.

    Talvolta muore in un sussulto
    o si ricicla in un avverbio o a margherite fritte.

    (F.P. Intini)

  8. Scrivevo l’11 febbraio 2018:

    A coloro che ci imputano di redigere «manifesti», organizzare «gruppi», «movimenti», «tesi», «decaloghi», «avanguardie», «retroguardie» etc. rispondo che la staticità degli ultimi cinque decenni della poesia italiana è da individuare in una pratica di un linguaggio poetico unidimensionale, oggi è derisorio parlare di «avanguardia» e di «retroguardia», ci troviamo nel guado smisurato di una post-poesia inglobato ria e tautologica; del resto non abbiamo aperto un esercizio per la vendita al dettaglio degli affari propri, e neanche un conto finanziario con tanto di capitoli di spesa e di scostamenti di bilancio, la poetry kitchen è qualcosa di diverso, è un movimento di pensiero e di azione teorica da parte di alcuni poeti di diversissima estrazione e provenienza che ha deciso di rimettere in moto il pensiero poetico, non si tratta di una vendita all’asta al miglior acquirente, né di una domiciliazione bancaria delle proprie rendite di posizione, né di una poetica pubblicitaria o di offerte promozionali come è avvenuto nel corso del tardo novecento, la proposta di una pratica kitchen vuole stralciare i timorosi del «nuovo», i conservatori unipolari, chi reclama la conservazione della tradizione (come se essa fosse un capitale che sta in banca a produrre altro capitale parassitario ad interessi fissi); la poetry kitchen è recalcitrante alle posizioni posiziocentriche di chi pensa che scrivere poesia lo si possa fare sul conto corrente di una tradizione utilmente collocata nel proprio bagaglio prêt-à-porter.2
    Scrivevo tempo fa, riprendendo una affermazione di Paul Valéry secondo il quale «il mercato universale ha oggi prodotto un’arte più ottusa e meno libera», che l’Amministrazione degli Stati moderni ha imparato la lezione, è l’Amministrazione globale che gestisce la Crisi e gli oggetti della Crisi, e che la Crisi è nient’altro che il prodotto delle economie neoliberali. Non sarà più possibile trattare le parole secondo il concetto di un linguaggio-oggetto per la semplice ragione che è scomparso il soggetto plenipotenziario, il soggetto sé stato lateralizzato e sostituito con un soggetto-traccia di un soggetto che evanesce. La tesi di Pier Aldo Rovatti di un ritorno del soggetto è da ribaltare completamente.2
    Scrivevo tempo fa, riprendendo una affermazione di Paul Valéry secondo il quale «il mercato universale ha oggi prodotto un’arte più ottusa e meno libera», che l’Amministrazione degli Stati moderni ha imparato la lezione, è l’Amministrazione globale che gestisce la Crisi e gli oggetti della Crisi, e che la Crisi è nient’altro che il prodotto delle economie neoliberali.

    1] T.W. Adorno, Teoria estetica, Einaudi, 1970, trad. it. pp. 32,33: “Gli argomenti contro l’estetica «cupiditas rerum novarum», che così plausibilmente possono richiamarsi alla mancanza di contenuto di tale categoria, sono intrinsecamente farisaici. Il nuovo non è una categoria soggettiva: è l’obbiettiva sostanza delle opere che costringe al nuovo perché altrimenti essa non può giungere a se stessa, strappandosi all’eteronomia. Al nuovo spinge la forza del vecchio che per realizzarsi ha bisogno del nuovo… Il vecchio trova rifugio solo nella punta estrema del nuovo; ed a frammenti, non per continuità. Quel che Schömberg diceva con semplicità, «chi non cerca non trova», è una parola d’ordine del nuovo […] Quando la spinta creativa non trova pronto niente di sicuro né in forma né in contenuti, gli artisti produttivi vengono obbiettivamente spinti all’esperimento. Intanto il concetto di questo (e ciò è esemplare per le categorie dell’arte moderna) è interiormente mutato. All’origine esso significava unicamente che la volontà conscia di se stessa fa la prova di procedimenti ignoti o sanzionati. C’era alla base la credenza latentemente tradizionalistica che poi si sarebbe visto se i risultati avrebbero retto al confronto con i codici stabiliti e se si sarebbero legittimati. Questa concezione dell’esperimento artistico è divenuta tanto ovvia quanto problematica per la sua fiducia nella continuità. Il gesto sperimentale, nome per modi di comportamento artistici per i quali il nuovo è vincolante, si è conservato; esso però indica ora un elemento qualitativamente diverso… indica cioè che il soggetto artistico pratica metodi di cui non può prevedere il risultato oggettivo”. “la categoria del nuovo è centrale a partire dalla metà del XIX secolo – dal capitalismo sviluppato -. “L’oscuramento del mondo rende razionale l’irrazionalità dell’arte: essa è la radicalmente oscurata”. “Nei termini in cui corrisponde ad un bisogno socialmente presente, l’arte è divenuta in amplissima misura un’impresa guidata dal profitto” .1]

    2] Pier Aldo Rovatti, Abitare la distanza, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2007, pp. XX-XXI: «Non sarà più possibile trattare le parole nei limiti di un linguaggio oggetto, perché se da qualche parte esse fanno sentire il loro peso, sarà dalla parte del soggetto: lungi dall’eclissarsi, come molti nietzschiani vorrebbero far dire al testo di Nietzsche, il “soggetto” diviene tanto più importante come questione per tutti (e di tutti) quanto più l’uomo rotola verso la X (con la spinta che Nietzsche ci aggiunge di suo). Passivo, quasi-passivo, attivo nella passività; soggetto-di solo in quanto (e a questa condizione) di sapersi-scoprirsi soggetto-a… La frase di Nietzsche documenta, come tutte quelle che poi la ripetono, una condizione della soggettività, di cui sarebbe semplicemente da sciocchi volerci sbarazzare (sarebbe un suicidio teorico)… Ma sappiamo anche che è innanzi tutto e inevitabilmente una questione di linguaggio, e che l’effetto davanti al quale preliminarmente ci troviamo è un effetto di parola». 2]

  9. milaure colasson

    l’entropia è un concetto della fisica che può essere utilissimo per fare poesia, ma ben pochi capiscono come fare per scrivere una poesia entropica, che contenga la duplicità oltre che il silenzio, o meglio, il vuoto.
    Linguaglossa scrive nella introduzione al libro della Poetry kitchen: «L’atto della parola rende indispensabile la presenza del soggetto parlante», ma io specificherei un po’ meglio il concetto nel modo seguente: L’atto della parola rende indispensabile la assenza del soggetto parlante.

    Quanto alla poesia postata sopra da Francesco Paolo Intini io suggerirei di cancellare i primi tre versi e di iniziare la poesia direttamente dal quarto verso, proprio perché i primi tre versi sono dimostrativi e servono da introibo. Ma, appunto, sono versi illustrativi e la composizione riesce meglio se entra direttamente in argomento (se argomento c’è).

    • penso che una poesia sia solo una soluzione tra le infinite possibili e dunque non c’è alcun problema nel rivederne la struttura. Ciao e grazie del suggerimento. Franco

      ARGO (versione rivista)

      Nero che vaga nel vapore lesso,
      Grano duro, unghia d’asfalto, odore di erba cipollina.
      Sognando il latte di mammà.

      Gli è vicino un camion, gonfio di buon ragù,
      zecca nella fedina. Putin testimone d’anello.

      Omero e poi?
      Bistecche di acciaio su gomma saluta e sgasa.

      Sabato arriva Ulisse. Eroe a due piazze, senza cuscini.

      Una raccomandata dell’Agenzia delle Entrate:
      Ciclope in busta verde.

      Quasi ad abbaiarci sopra se non costasse una marca da bollo.
      Sessanta giorni per pagare l’ira a Nettuno

      Dopo la scadenza le sanzioni:
      i proci in casa.
      I proci pignorano la sposa.

      Argo ha due mortadelle appese alla testa
      Si regge col picciolo della pera o con la spoletta di una bomba H

      Mangiando costate di PVC si digeriscono
      i calci di Antinoo.

      Ma poi resiste il bambù al fuoco di Troia.
      E l’anima aspetta accanto alla muffa del limone.

      Talvolta muore in un sussulto
      o si ricicla in un avverbio o a margherite fritte.

      (F.P. Intini)

      [versi tolti: Argo è qui,
      compatto all’organico del venerdì.

      Asterisco in fronte
      –una nota, credo, di distinzione dallo scioglimacchia-

      Cosa rispondi al suo scodinzolare? Che è meglio il bicarbonato
      o il frullato di lenticchie nelle vene o una notte con Briseide.]

      • milaure colasson

        caro Francesco,

        cmq i versi:

        Una nota, credo, di distinzione dallo scioglimacchia-

        Cosa rispondi al suo scodinzolare? Che è meglio il bicarbonato
        o il frullato di lenticchie nelle vene o una notte con Briseide

        presi in sé sono del tutto sorprendenti, validissimi, magari puoi utilizzarli per un’altra composizione. Oppure, già in sé formerebbero una formidabile composizione.

  10. Mi hanno molto divertito le poesie di Raffaele Ciccarone. Ci ho sentito la narrazione fantasiosa di nonna rivolta al piccolo. È tentato incanto.

  11. antonio sagredo

    il poeta in cucina

    —————————————————————-

    E si che lo conosco quell’enigma dell’eucarestia evanescente:
    sosia d’una alcova, velo beato o è… è il ventaglio di una donna?
    Ma sapete, i Demoni sono angelici e adulatori gli Dei
    che ci viziano d’eternità: dolcezze, miniature dei miracoli!

    Amo l’aria fiamminga, i fumi e gli arrosti della sua cucina,
    quel protestare contro le batterie, l’assaporare delle pietanze,
    palpeggiare i sederini delle oche, calare le giarrettiere alle anatre
    e col sangue della fede frugare tra le piume la tana – di una cicogna!.

    E tra cipolle, aglio e sedani, in quell’atto da noi in fuga
    siamo tumuli e tumulti di cibarie, e sui marmi e sugli altari
    di miracoli in miniatura, gridolini, pulsazioni delle carni,
    incensati amorini che sfrecciano tra labbra e primavere gravide…

    marci aprili gli occhi, le mani, per una moneta – sibillina!

    Antonio Sagredo
    Maruggio/Campomarino
    27/28 agosto 2012

  12. Per una rilettura in chiave kitchen, di Aldo Palazzeschi riproponiamo il testo de L’incendiario (2010).
    Si tratta di un testo che per la prima volta nella tradizione poetica italiana istituisce la carnevalizzazione quale tropo retorico e procedura derisoria di discesa culturale dalla scrittura poetica «alta» a quella «bassa» di estrazione popolare. L’operazione cultural-derisoria del poeta-saltimbanco viene messa in evidenza dalla ipotiposi dell’artista-clown della nuova modernità. Il poeta viene presentato in qualità di «guastafeste», «saltimbanco» da fiera popolare, birbone «incendiario» posto in «una gabbia di ferro» esposto al pubblico ludibrio:

    In mezzo alla piazza centrale
    del paese,
    è stata posta la gabbia di ferro
    con l’incendiario.
    Vi rimarrà tre giorni
    perchè tutti lo possano vedere.
    Tutti si aggirano torno torno
    all’enorme gabbione,
    durante tutto il giorno,
    centinaia di persone.
    — Guarda un pochino dove l’ànno messo!
    — Sembra un pappagallo carbonaio.
    — Dove lo dovevano mettere?
    — In prigione addirittura.
    — Gli sta bene di far questa bella figura!
    — Perchè non gli avete preparato un appartamento di lusso,
    così bruciava anche quello!
    — Ma nemmeno tenerlo in questa gabbia!
    — Lo faranno morire dalla rabbia!
    — Morire! È uno che se la piglia!
    — È più tranquillo di noi!
    — Io dico che ci si diverte.
    — Ma la sua famiglia?
    — Chi sa da che parte di mondo è venuto!
    — Questa robaccia non à mica famiglia!
    — Sicuro, è roba allo sbaraglio!
    — Se venisse dall’inferno?
    — Povero diavolaccio!
    — Avreste anche compassione?
    Se v’avesse bruciata la casa
    non direste così.
    — La vostra l’à bruciata?
    — Se non l’à bruciata
    poco c’è corso.
    À bruciato mezzo mondo
    questo birbaccione!
    — Almeno, vigliacchi, non gli sputate addosso,
    infine è una creatura!
    — Ma come se ne sta tranquillo!
    — Non à mica paura!
    — Io morirei dalla vergogna!
    — Star lì in mezzo alla berlina!
    — Per tre giorni!
    — Che gogna!
    — Dio mio che faccia bieca!
    — Che guardatura da brigante!
    — Se non ci fosse la gabbia
    io non ci starei!
    — Se a un tratto si vedesse scappare?
    — Ma come deve fare?
    — Sarà forte quella gabbia?
    — Non avesse da fuggire!
    — Dai vani dei ferri non potrà passare?
    Questi birbanti si sanno ripiegare
    in tutte le maniere!
    — Che bel colpo oggi la polizia!
    — Se non facevan presto a accaparrarlo,
    ci mandava tutti in fumo!
    — Si meriterebbe altro che berlina!
    — Quando l’ànno interrogato,
    à risposto ridendo
    che brucia per divertimento.
    — Dio mio che sfacciato!
    — Ma che sorta di gente!
    — Io lo farei volentieri a pezzetti.
    — Buttatelo nel fosso!
    — Io gli voglio sputare
    un’altra volta addosso!
    — Se bruciassero un po’ lui
    perchè ridesse meglio!
    — Sarebbe la fine che si merita!
    — Quando sarà in prigione scapperà,
    è talmente pieno di scaltrezza!
    — Peggio d’una faina!
    — Non vedete che occhi che à?
    — Perchè non lo buttano in un pozzo?
    — Nel cisternone del comune!
    — E ci sono di quelli
    che avrebbero pietà!
    — Bisogna esser roba poco pulita
    per aver compassione
    di questa sorta di persone!
    Largo! Largo! Largo!
    Ciarpame! Piccoli esseri
    dall’esalazione di lezzo,
    fetido bestiame!
    Ringollatevi tutti
    il vostro sconcio pettegolezzo,
    e che vi strozzi nella gola!
    Largo! Sono il poeta!
    Io vengo di lontano,
    il mondo ò traversato,
    per venire a trovare
    la mia creatura da cantare!
    Inginocchiatevi marmaglia!
    Uomini che avete orrore del fuoco,
    poveri esseri di paglia!
    Inginocchiatevi tutti!
    Io sono il sacerdote,
    questa gabbia è l’altare,
    quell’uomo è il Signore!
    Il Signore tu sei,
    al quale rivolgo,
    con tutta la devozione
    del mio cuore,
    la più soave orazione.
    A te, soave creatura,
    giungo ansante, affannato,
    ò traversato rupi di spine,
    ò scavalcato alte mura!
    Io ti libererò!
    Fermi tutti, v’ò detto!
    Tenete la testa bassa,
    picchiatevi forte nel petto,
    è il confiteor questo,
    della mia messa!
    T’ànno coperto d’insulti
    e di sputacchi,
    quello sciame insidioso
    di piccoli vigliacchi.
    Ed è naturale che da loro
    tu ti sia fatto allacciare:
    quegl’insetti immondi e poltroni,
    sono lividi di malefica astuzia,
    circola per le loro vene
    il sangue verde velenoso.
    E tu grande anima
    non potevi pensare
    al piccolo pozzo che t’avevan preparato,
    ci dovevi cascare.
    Io ti son venuto a liberare!
    Fermi tutti!
    Ti guardo dentro gli occhi
    per sentirmi riscaldare.
    Rannicchiato sotto il tuo mantello
    tu sei senza parole,
    come la fiamma: colore, e calore!
    E quel mantello nero
    te l’àn gettato addosso
    gli stolidi uomini vero,
    perchè non si veda che sei tutto rosso?
    Oppure te lo sei gettato da te,
    per ricuoprire un poco
    l’anima tua di fuoco?
    Che guardi all’orizzonte?
    Se s’alza una favilla?
    Dimmi, non sei riuscito a trafugare
    l’ultimo zolfino?
    Ti si legge negli occhi!
    Ma ti saltan dagli occhi le faville,
    a cento, a cento, a mille!
    Tu puoi cogli occhi
    bruciare tutto il mondo!
    T’à creato il sole,
    che bruci al sol guardarti?
    Quando tu bruci
    tu non sei più l’uomo,
    il Dio tu sei!
    Mi sento correr per le vene un brivido.
    Ti vorrei vedere quando abbruci,
    quando guardi le tue fiamme;
    tutte quelle bocche,
    tutte quelle labbra,
    tutte quelle lingue,
    non vengono a baciarti tutte?
    Non sono le tue spose
    voluttuose?
    Bello, bello, bello… e Santo!
    Santo! Santo!
    Santo quando pensi di bruciare.
    Santo quando abbruci,
    Santo quando le guardi
    le tue fiamme sante!
    E voi, rimasti pietrificati dall’orrore,
    pregate, pregate a bassa voce,
    orazioni segrete.
    Anch’io sai, sono un incendiario,
    un povero incendiario che non può bruciare,
    e sono come te in prigione.
    Sono un poeta che ti rende omaggio,
    da povero incendiario mancato,
    incendiario da poesia.
    Ogni verso che scrivo è un incendio.
    Oh! Tu vedessi quando scrivo!
    Mi par di vederle le fiamme,
    e sento le vampe, bollenti
    carezze al mio viso.
    Incendio non vero
    è quello ch’io scrivo,
    non vero seppure è per dolo.
    Àn tutte le cose la polizia,
    anche la poesia.
    Là sopra il mio banco ove nacque,
    il mio libro, come per benedizione
    io brucio il primo esemplare,
    e guardo avido quella fiamma,
    e godo, e mi ravvivo,
    e sento salirmi il calore alla testa
    come se bruciasse il mio cervello.
    Come mi sento vile innanzi a te!
    Come mi sento meschino!
    Vorrei scrivere soltanto per bruciare!
    Nel segreto delle mie stanze
    passeggio vestito di rosso,
    e mi guardo in un vecchio specchio,
    pieno di ebbrezza,
    come fossi una fiamma,
    una povera fiamma che aspetta…
    il tuo riflesso!
    Fuori vado vestito di grigio,
    ovvero di nessun colore,
    c’è anche per le vesti una polizia,
    come per le parole.
    E quella per il fuoco
    è tremenda, accanita,
    gli uomini ànno orrore delle fiamme,
    gli uomini serî,
    per questo ànno inventato i pompieri.
    Tu mi guardi, senza parlare,
    tu non parli,
    e i tuoi occhi mi dicono:
    uomo, poco farai tu che ciarli.
    Ma fido in te!
    T’apro la gabbia và!
    Guardali, guardali, come fuggono!
    Sono forsennati dall’orrore,
    la paura gli à tutti impazzati.
    Potete andare, fuggite, fuggite,
    egli vi raggiungerà!
    E una di queste mattine,
    uscendo dalla mia casa,
    fra le consuete catapecchie,
    non vedrò più le vecchie
    reliquie tarlite,
    così gelosamente custodite
    da tanto tempo!
    Non le vedrò più!
    Avrò un urlo di gioia!
    Ci sei passato tu!
    E dopo mi sentirò lambire le vesti,
    le fiamme arderanno
    sotto la mia casa…
    griderò, esulterò,
    m’avrai data la vita!
    Io sono una fiamma che aspetta!
    Và, passa fratello, corri, a riscaldare
    la gelida carcassa
    di questo vecchio mondo!

  13. antonio sagredo

    PALAZZESCHI MIGLIORE DI QUELLI DELLA TRIADE SCELLERATA:

    UNGARETTI
    MONTALE
    QUASIMODO
    E I LORO FIGLI E NIPOTI E
    PRONIPOTI, ECC.

  14. Ispirato da Palazzeschi, per fare conoscenza.

    *
    Ora piange. Poi dirà che è sabato grasso.
    Nel locale fantasma, avventori fantasmi segnano
    punti: punto meno quando la mente torna
    a riparare gomme, strangolare consorti.
    Divertire, annoiare. Lettera, lavandino,
    becchime per i pesci.

    Ancora parole?
    Piange. Racconta di essere nato da un osso
    lasciato sull’argine di un fossato. Scampato
    alle mosche. Giovanissimo, si costruì una capanna
    sì e no grande come un forno a legna. E sbatterci
    la testa.

    Al cinema refettorio della classe dove anche pranzava,
    secondo le usanze del pianeta d’origine, oggi estinto,
    siccome in vantaggio sugli altri cosmonauti, perché
    sentendo i rumori che fa la Terra, il perché le gambe
    poi si mettono a ballare: be’, ci poteva stare
    che nascesse dentro un fosso.

    LMT

  15. milaure colasson

    Le poesie di Palazzeschi in Francia sono state pubblicate da Gallimard, è considerato uno dei grandi poeti europei, molto apprezzato dal pubblico colto… peccato che la critica italiana non abbia saputo valorizzarlo. La poetry kitchen fa bene a riproporre Palazzeschi, una lettura in chiave odierna potrebbe essere molto utile.

  16. antonio sagredo

    Me ne vado!

    Stermini, e ti lasci andare al sogno ovunque e rosicchiano i secoli
    il chiavistello della tranquillità, e t’accorgi inerme come la voce assenta
    la lingua nei deserti della consapevolezza e il raccapriccio inventa
    un mestiere al poeta, la sua parola tu bevi dal calice dell’inconsistenza.

    E i suoni non hanno senso sui ghiacciai, liquidi cessano d’essere Maestri
    di canto all’uomo… l’ugola non regge l’errata corrige di una volta che ci sovrasta
    e marcia è la matematica e i disegni di un linguaggio che non sai… sfacelo
    delle laringi, e il cerebro e il vuoto e il pensiero si specchiano in contumacia!

    Non puoi dire se giostra è la finzione, se circo e tornei una imitazione,
    i versi, le parole e i sensi sono meno di una tavoletta d’argilla che squilla
    adesso come una lanterna antelucana – per l’aurora è un azzardo il giorno!
    e i tramonti non hanno più una tazza dove affogare la propria morte recidiva.

    E il lutto non s’addice più alle nostalgie dei nastri funebri, a quegli angeli
    che sui feretri sono marionette… il conforto agli umani avanzi non è più
    un dono e i loro occhi e le lacrime e quelle mani… non sappiamo nulla…
    non sappiamo nulla… e il riso è solo un ricordo cartapestato… logoramento

    delle felicità e delle tristezze ci corrode il futuro… non è il caos, né la rovina,
    né gli stermini – e il divino ci disturba, ci ha succhiato la coscienza, ci ha rubato la storia e la nostra stessa essenza e la natura e quella terra… io la miravo, e non è più la mia origine, non più la sede di dei che mai furono – e io, interdetto…
    me ne vado!

    Antonio Sagredo

    Roma, 10 aprile 2014
    (all’ora della tarda sesta)

  17. antonio sagredo

    “peccato che la critica italiana non abbia saputo valorizzarlo.”

    carissima Colasson bisogna denunciare i critici che promossero
    a Nobel quei tre imbecilli : i nomi si conoscono e ne denuncio soltanto uno; Carlo Bo; questi pontificavano con la loro faccia di gufi incartapecoriti.
    Non erano gli svedesi i colpevoli, che si rivolgevano alla critica ufficiale italiana, perché questa desse loro un nome degno del Nobel.
    – denunciare tutta la critica italiana in generale non ha senso, perché vi erano e vi sono dei critici che non avendo il potere di quelli – potere che di letterario non aveva nulla – decisero chi fossero i migliori.
    I cosidetti esiliati erano di parecchio i migliori, come p.e. Celati e Ceronetti (che se davvero il Nobel fosse una cosa seria, lo avrebbero meritato! E anche Pasolini, anche se la sua poesia era inficiata di ideologie varie; ma ve ne erano davvero altri; e ci metterei anche Ripellino che di POESIA s’intendeva, e come! Ma dava fastidio moltissimo ai gufi e alla critica spicciola ).

    Un Nobel meritatissimo fu quello dato a Dario Fo, che significava: altra POESIA, a dispetto dei poeti impoltroniti, insomma ai discendenti di quei tre di cui dicevo sopra.
    as

  18. Il pensiero non è uni-lineare ma può prendere simultaneamente molte strade diverse. Il pensiero poietico è per eccellenza quel campo di riconoscibilità entro il quale la parola sfonda i limiti della langue.

    1) porre attenzione al principio antropopoietico dell’ibridazione;
    2) porre attenzione alla dimensione gassosa della coscienza e dell’inconscio e della loro mutazione storica;
    3) porre l’accento sulla pluralità prospettica delle parole;
    4) la techne governa i linguaggi;
    5) porsi dal punto di vista del futuro;
    6) riconoscere l’ontologia delle alterità e della diversità;
    7) derubricare il modello lineare del pensiero;
    8) l’essenza di un ente coincide con il movimento storico dell’ente;
    9) il principio dell’entanglement governa il pensiero in generale e il pensiero poetico in particolare.

  19. antonio sagredo

    se mi è consentito vorrei pubblicare la prima delle mie 10 legioni dell’anno 1989
    —————————————————
    Io, qui, nella tua maschera rosa
    oltre la forma dello specchio montone
    òrbito i due centri al di fuori delle leggi
    dove a stento la morte s’inarca come un ponte.
    In altre stanze, arrivi disattesi, già sento
    vagiti in lotta, smarriti, beffati dal cavo gioco
    di perle ofidiche, perché uno solo è pronto per l’orrore:
    il premio di una maschera, una medaglia, il tallone
    dietro l’anima, il grumo dell’ultimo respiro.
    Crestati imbonitori, rospi di luce, siete gravidi
    d’applausi oltre la soglia coi primi passi
    del bardo inglese vestito di gramaglie,
    per essere in uno altare e ostia, sacerdote albino
    goloso di fonemi e di frattali. E sono ratti
    comparse spettri, viscido sudario
    sotto i tori di ciechi simulacri,
    ruggiti di rame contro i nostri morti,
    giocatori d’azzardo, astragali di vermi quando la notte,
    chiusa al canto, notifica con lingua mercuriale
    il malgoverno e il tuo sguardo simili a monete
    di menzogna.

    ottobre 1989

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