Archivi del giorno: 19 luglio 2022

Edith de Hody Dzieduszycka, Tre Libri: Alghe e fanghiglia (2021), Un’altra pelle (2022), Frattaglie (2022), Lettura di Marie Laure Colasson, L’arte diventa comunicazione del comunicato, comunicazione della «privacy», delle storie personali, non più dell’incomunicabile, non più di ciò che ci dice l’indicibile, il lato nascosto, in ombra dell’esistenza. Edith Dzieduszycka è sostanzialmente una poetessa dell’esistenza e del modernismo, rimane ancorata ai principi cardine delle poetiche del modernismo del Novecento

Edith Dzieduszycka immagine
Edith Dzieduszycka astratto, 2016

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Tre libri di Edith de Hody Dzieduszycka
nella lettura di Marie Laure Colasson

Edith Dzieduszycka, Un’altra pelle, haiku, Progetto Cultura, Roma, 2022, pp. 86, € 12

La poesia haiku è un genere letterario legato e intimamente connesso alla componente naturalistica: ne consegue, logicamente, che un buon haijin dovrebbe farsi fine osservatore di tutto quello che può essere catalogato come “dato o evento naturalistico”. Questo è ancor più vero se teniamo presente che, nella poesia haiku il riferimento stagionale (kigo/kidai) è veicolo del sentire e dei moti d’animo dello haijin.
Comporre un buon haiku non è tanto scrivere, bensì osservare con attenzione: un vero haijin dovrebbe anzitutto fare propri i valori estetici tipici del genere poetico preso in esame oltre che familiarizzare con le principali tecniche compositive di questa forma di poesia (sottotipi di toriawase, ichibutsujitate, posizione del kireji, uso del chūkangire, ecc).
Nella poesia haiku, al pari di quanto avviene anche in altre arti giapponesi, «less is more» (meno è meglio), uno haijin, che voglia essere riconosciuto tale, deve togliere, sottrarre e, in un certo senso, destrutturare gran parte delle nostre sovrastrutture mentali: tutto quello che un poeta di haiku necessita è «meno». Il registro linguistico che uno haijin adotta nei suoi componimenti, come si sa, è semplice, ma non elementare, privo di fronzoli e retorica; le immagini presenti, variamente combinate fra loro (toriawase), che vengono proposte al fruitore delle poesie haiku devono essere concrete e molto raramente egli dovrebbe ricorrere a immagini astratte. Un poeta di haiku non parla né al passato né al futuro, ma è solo e sempre immerso, così come ogni buon componimento creato dalla sua penna, nel presente, nell’hic et nunc.
È la crisi della poesia del modernismo quello che questa poesia haiku di Edith de Hody Dzieduszycka mette in vetrina, la poetessa segue il principio della libera perifrasi, non più le antichissime e nobili regole dello haiku classico: in Dzieduszycka posta una parola, un oggetto, segue la perifrasi, che dà una analisi di quell’oggetto lontana molto spesso dalla ragione narrante del modo tradizionale di fare haiku. La poetessa franco-italiana mette in opera una de-figurazione delle regole dell’haiku. Con il crollo della coscienza quale luogo privilegiato della riflessività del soggetto, è crollata anche l’arte fondata sulle fondamenta di quel luogo, ergo, crisi della rappresentazione prospettica e crisi della rappresentazione tout court. La mancanza di un Principio è diventata una petizione di principio, la disseminazione è diventata il luogo dell’erranza; il soggetto è diventato una traccia; la poesia, il romanzo, le arti figurative, il cinema sono diventati i luoghi dove si racconta ciò che ci narra la cronaca: la narrazione giornalistica della crisi. L’arte diventa comunicazione del comunicato, comunicazione della «privacy», delle storie personali, non più dell’incomunicabile, non più di ciò che ci dice l’indicibile, il lato nascosto, in ombra dell’esistenza. Edith Dzieduszycka è sostanzialmente una poetessa dell’esistenza e del modernismo, rimane ancorata ai principi cardine delle poetiche del modernismo, come appare chiaro in questi ultimi suoi tre volumi.

Edith Dzieduszycka, Alghe e fanghiglia, Genesi, Torino, 2021pp. 150, € 15

Nella penombra blu
galleggiano
leggeri
gli ectoplasmi

bene lo sanno
loro
d’essere percepiti da pochi eletti
così da molto tempo
si sono rassegnati ad esser trasparenti

io che non m’illudo di stare tra quei pochi
cerco di capire cosa sono
le forme
informi e ondeggianti
che tutt’intorno a me
luccichio
volteggiano.

È una poesia del libro di Edith de Hody Dzieduszycka: c’è la «casa austera dalle persiane verdi», ci sono degli esseri invisibili, gli «ectoplasmi», ci siamo, invisibili, noi i lettori, ci sono gli abitanti della casa, rigorosamente anonimi, c’è tutto ciò che ci deve essere, c’è il padre e la madre dell’autrice, o meglio, l’assenza del padre e della madre deportati dai nazisti nel lager di Auschwitz durante l’ultima guerra, c’è un «muro altissimo», e poi c’è il misterioso mondo dell’infanzia. Sono rimaste delle «alghe» e della «fanghiglia», tutto ciò che sopravvive di quel mondo lontano:

Per i miei cinque anni
regalata mi fu una colomba bianca
bestiolina gentile che nominai Justine.
Aperta la sua gabbia svolazzava felice
andando a posarsi sulla spalla o la testa
di chi la invitava.

Insieme a lei, più conigli e galline nel pollaio
in sette eravamo in quella casa
dalle persiane verdi di fronte alla scuola
un uomo, mio padre e sei donne
chiuse le serrande contro orecchi malvagi
ad ascoltare alla radio messaggi oscuri
a vigilare seri e bisbigliare cose che non capivo.

Verso di me piovevano, severe ed accorate
le raccomandazioni sul come comportarmi:
“Se gente sconosciuta incontrata per strada
ti fa domande strane sulla nostra famiglia
mentre vai nel villaggio a comprare il pane
devi fare la stupida e dire:
Non lo so, io sono piccina”
poi subito di corsa tornare a casa.

Successe una mattina plumbea di novembre
mai più adatto il giorno
– due, quello dei Morti –
che rimarrà per sempre nella mia memoria.

Calzata da stivali
serrata in vert-de-gris
irruppe a mezzogiorno abbaiando
una squadra feroce
che alla vita vera e a noi tre sorelle
strappò all’improvviso madre e padre.

Lasciata fu poi la casa
vuota
spalancata
noi sorelle spaurite
messe al sicuro da persone pietose
nascoste e protette insieme a Justine
minuscolo tesoro nella gabbia rinchiusa

Cupi e angosciosi come gelida nebbia
vennero poi i giorni dell’attesa
le notti afone dei roventi perché
il Tempo del Silenzio.
Tra il prima e il dopo
eretto era stato
un muro, un Muro altissimo
di sospetto e di paura.

In quella casa austera dalle persiane verdi
casa di pietra grigia a prima vista anonima
in quel cortile stretto fra dimore ostili
visitato di notte da ombre fluttuanti
accadevano ora eventi insoliti
che vedevo solo io
nessun altro sapeva.

Porte che sbattevano
quando lontano già era fuggito il vento
finestre spalancate all’improvviso chiuse
come gusci gelosi e silenziose bocche
pareti stropicciate, da ragni
e pipistrelli rammendate agli angoli
scala che scendeva invece di salire
nell’androne budello
bagliori ballerini
e presenze malvagie dalle mosse furtive
un granaio di fronte pieno di meraviglia
corone e perline
perfide trappole.

in quella casa tetra vestita da fantasmi
dal ricordo distorta e mai più disertata
viva ancora, nei miei sogni
e dal respiro caldo
forse ritroverò il filo della storia. Continua a leggere

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