Sketch poetry, con variazioni, e Poetry kitchen di Francesco Paolo Intini, Raffaele Ciccarone, Giorgio Linguaglossa, Marie laure Colasson, Il nuovo «paradigma ortolinguistico», la legalità morfologica del discorso poetico è la sua garanzia di legalità e di legittimazione, in un testo sketch kitchen la cerimonialità celebrativa del testo richiede che vi siano degli attori che pronunciano enunciati o pongano in essere azioni e circostanze palesemente incongrue e ultronee che non corrispondono più ad alcun paradigma ricettivo del lettore ma che invece lo indirizzano verso un nuovo paradigma di ricezione

Gli specchi ridono di noi. I pipistrelli
ci disprezzano.

(Mario Lunetta)

Poetry kitchen

di Francesco Paolo Intini

PAROLA AL MICROSCOPIO

Pensate che un cardellino sano di mente
spezzerebbe il suo canto?

Se non sapesse di sillogismi farebbe versi di giaguaro.

Un microscopio dall’occhio critico, capitano di viaggi estremi
Disse che esisteva un tal dei tali simile alla cornacchia
e dunque fu chiaro a tutti che al vecchio mondo
Se ne doveva aggiungere un altro.

La logica si aggrappa alle parole: bisogna ordinarle su internet
Arriveranno di sicuro. Pacco con sette sigilli e la pantera nera.

Se inverti l’ordine il corriere fa marcia indietro
e tutto scorre lo stesso. Dal consumatore all’Amazzonia.

Crepi per una volta anche il buon senso
Se sapesse calcolare farebbe a meno dei versi.

In fondo a un elettrone vive il poeta. Gira o non gira?
È qui o altrove?

E dunque il pizzino del miele è scritto dal fiore. Una merda
che la regina legge come uno sgarro degli stami.

Sketch poetry

di Giorgio Linguaglossa

Prima di papparsi la marmellata del poeta Mario Lunetta di via Accademia Platonica 37
il pipistrello aprì la porta d’ingresso

C’era il poeta Gino Rago
con una torta ai mirtilli, lamponi e shrapnel al fosforo bianco

Dopo finito di ingurgitare anche il gorgonzola di entrambi i poeti
il pipistrello si guardò allo specchio:

Vide il pappagallo Gazprom che si lavava i denti con il dentifricio Pepsodent plus antiplacca
e diceva:
«This is the best product in the world!»

*
I Variazione

di Giorgio Linguaglossa

È accaduto che il pipistrello Pastrengo ha aperto la porta d’ingresso della abitazione del critico Linguaglossa,
si è introdotto nella cucina e si è pappato tutta la marmellata

che il poeta Mario Lunetta di via Accademia Platonica 37 aveva portato dall’aldilà in una valigetta frigorifero.
C’era pure il poeta Gino Rago
con la torta di mirtilli, lamponi e shrapnel al fosforo bianco.

Così, è accaduto che il Signor Pastrengo ha ingurgitato di nascosto il gorgonzola al peperoncino dei due poeti citati e si è scolato anche una bottiglia di Bourbon.

A quel punto è apparso il pappagallo Gazprom che ne diceva di cotte e di crude sul poeta Montale mentre si lavava i denti col dentifricio Pepsodent plus antiplacca
il quale così ha perorato:
“ça va, ça va, e se non va, ça va. bien…”
(Giorgio Linguaglossa)

II Variazione

di Raffaele Ciccarone

Il pipistrello apre la porta d’ingresso e si pappa la marmellata
del poeta Mario Lunetta di via Accademia Platonica 37
C’era pure il poeta Gino Rago
con la torta di mirtilli, lamponi e shrapnel al fosforo bianco
Ingurgitato anche il gorgonzola dei due poeti
il pipistrello si guarda nello specchio
appare il pappagallo Gazprom che dice mentre si lava i denti
col dentifricio Pepsodent plus antiplacca:

III Variazione

di Raffaele Ciccarone

Il pipistrello entra dalla porta d’ingresso, in via Accademia Platonica 37
del poeta Mario Lunetta, si pappa la marmellata
mangia anche la torta di mirtilli, lamponi e shrapnel al fosforo bianco
del poeta Gino Rago, poi ingoia persino il gorgonzola dolce
si guarda allo specchio, vede il pappagallo Gazprom
che si lava i denti con Pepsodent plus antiplacca, e beato si addormenta

Sketch poetry

di Marie Laure Colasson

Monsieur Devos dit à Zazie dans le Métro
“Mon pied droit est jaloux de mon pied gauche
quand l’un avance l’autre veut le dépasser
Et moi come un imbécile
je marche”

*

Il Signor Devos dice a Zazie dans le Métro
“Il mio piede destro è geloso del mio piede sinistro
quanto l’uno avanza l‘altro vuole sorpassarlo
Ed io come un imbecille
io marcio”

*

Like a Thief in Broad Daylight
(Comme un voleur en plein jour)
le poème ressemble à un cormoran déguisé en perroquet,
comme un chômeur habillé en grand Seigneur,
comme une crevette mise dans une poêle qui frit
et sautille

*

Like a Thief in Broad Daylight
(Come un ladro in pieno giorno)
la poesia si presenta come un cormorano vestito da pappagallo,
come un disoccupato vestito da Grand Seigneur,
come un gambero messo in padella che frigge
e saltella

*

Un dinosaure radioactif de la Mongolie
s’allonge sur une chaise longue Louis Philippe

Une nébuleuse entièrement cabossée
transperce un regard divergent à un croisement

*

Un dinosauro radioattivo della Mongolia
s’allunga su una sedia sdraio Luigi Filippo

Una nebulosa interamente ammaccata
trafigge uno sguardo divergente ad un incrocio

Il nuovo «paradigma ortolinguistico».1

Un discorso in poesia è tale quando, mediante un a capo tipografico (découpage), la continuità del testo viene frammentata in serie di unità versali che afferiscono al discorso articolato (discorso narrativo o poetico) mediante il quale il lettore corrisponde con le intenzioni dell’autore. La metrica, ossia l’insieme dei criteri di versificazione, non corrisponde a un vero e proprio «paradigma ortolinguistico», perché le sue regole per Bachtin mutano col tempo e non possono considerarsi oggettive sul piano diacronico. Assumono invece rilevanza paradigmatica le caratteristiche prosodiche e semantiche del singolo verso, i cui fattori di metricità indicano sempre il grado di cerimonialità del discorso (poetico o narrativo). Il discorso poetico corrisponde per tradizione culturale con la tradizione poetica, ma esistono altre tipologie di enunciati, come gli enunciati della pubblicità, non riconducibili agli enunciati del genere poesia in quanto obbediscono ad un paradigma ortolinguistico del tutto diverso. Il discorso poetico corrisponde ad un paradigma ortolinguistico in quanto corrisponde ad una certa connotazione assicurata da una data tradizione letteraria.

la legalità morfologica del discorso poetico

In un testo kitchen il paradigma della enunciazione, la legalità morfologica del discorso poetico (la sua garanzia di legalità e di legittimazione) e la giuridicità versale non sono più assicurate dalla legalità della tradizione del poetico, qui è in vigore una auto investitura che il testo si aggiudica in base alle esigenze organizzative e celebrative proprie del testo kitchen, alle proprie garanzie di cerimonialità, ovverossia, la predisposizione di un discorso cerimoniale nel quale le caratteristiche prosodiche e semantiche del testo non possono essere recepite dall’aspettativa del lettore né organizzate dall’autore in base alla ascendenza ad una certa tradizione letteraria ma sorgono dal paradigma ortolinguistico che presiede alla formazione del nuovo tipo di testualità dove la metricità viene assicurata dalla motricità performativa dei singoli enunciati e gli enunciati tutti corrispondono alla giuridicità di un nuovo paradigma ortolinguistico. Ad esempio, in un testo sketch kitchen la cerimonialità celebrativa del testo richiede che vi siano degli attori che pronunciano enunciati o pongano in essere azioni e circostanze palesemente incongrue e ultronee che non corrispondono più ad alcun paradigma ricettivo del lettore ma che invece lo indirizzano verso un nuovo paradigma di ricezione dove gli attori e gli attanti sono slegati tra di loro e non corrispondono più ad alcuna logica del senso e del significato, né ad alcuna regola morfo-sintattica convalidata.

Michail Bachtin intende con «genere discorsivo» una tipologia di enunciazione «relativamente stabile» che organizza le strutture di un dato linguaggio in modo funzionale alla comunicazione: tutti i membri che condividono un medesimo codice linguistico possono impiegarlo ai fini della comunicazione. Ogni forma di discorso può essere detta «primaria» o «semplice» se riguarda la comunicazione orale immediata, oppure «secondaria» o «complessa» se invece l’interazione tra parlanti avviene mediante forme di enunciazione scritta più sviluppate e articolate. Stefano Ghidinelli,2 afferma che tale distinzione dipende soprattutto dal contesto sociale in cui l’enunciazione è inserita, cioè da un «grado di cerimonialità» proporzionale alla capacità del discorso di strutturarsi sulla base di modelli convenzionali chiamati «discorsi ben formati»: le caratteristiche formali del discorso semplice e del discorso complesso derivano rispettivamente dalla loro minore e maggiore identificabilità con i relativi «discorsi ben formati». Ogni genere discorsivo è caratterizzato, quindi, sia da un «paradigma compositivo» che regola la struttura dell’enunciazione, sia da un «paradigma ricezionale» riguardante lo specifico ambito comunicativo in cui la società configura l’esecuzione (performance) del discorso. L’insieme di questi due fattori costituisce infine un paradigma ortolinguistico che riunisce le esigenze organizzative e rappresentative di una data tipologia discorsiva e quindi i requisiti necessari per la sua stessa legalità morfosintattica. Le due macro tipologie di discorso complesso scritto sono il discorso in prosa e il discorso in versi, le cui definizioni devono essere ora precisate attraverso l’individuazione dei rispettivi paradigmi ortolinguistici. Un discorso viene identificato come prosastico se dotato di una struttura logico-razionale organizzata in modo lineare, coeso e coerente dal punto di vista sintattico, corrispondente a una dimensione comunicativa sospesa fra il tempo reale della scrittura e il tempo reale della lettura: il suo «paradigma ortolinguistico» equivale quindi al discorso ben formato tipico della enunciazione scritta percepita come marcata.

Occorre avere un pessimo rapporto con la lingua

La lingua è un’estranea, ci impone il suo lessico, la sua sintassi, la sua grammatica i suoi modi di pensare e di immaginare, la sua liturgia… Io ad esempio sbaglio spesso le parole parlando (in italiano), sbaglio il plurale, il genere delle parole, sbaglio le parole e ne invento di nuove e inesistenti… E poi c’è la questione del linguaggio, questo sì è un atto di apprendimento culturale, compiuto con sforzo prolungato nel tempo della vita e impegno ingente… Tutto ciò che ci viene dal linguaggio ci è estraneo, non siamo noi che decidiamo, ci viene imposto dalla sua autorità con la sua tradizione letteraria, i suoi tono simbolismi, le sue idiosincrasie fonologiche.

Fare una poesia dell’istante (instant poetry) come quella che fa Lucio Tosi, è ancora più problematico: occorre liberarsi di tutte queste zavorre che appesantiscono il linguaggio poetico. Innanzitutto: se voi avete un rapporto bello e pacifico con il linguaggio, allora non potrete mai scrivere una poetry kitchen, farete una poesia in linea di continuità con la tradizione letteraria, o meglio, con la tradizione dei linguaggi di plastica come si usa oggi; i linguaggi di nicchia sono linguaggi metallici, metallici in quanto resistenti, inossidabili perché telecollaudati dalla generalità. La poesia di Patrizia Cavalli è un esempio formidabile di normologia. Diciamo che se una poesia viene con facilità, allora sarà falsa perché parlerà il linguaggio eterologo; la poesia deve venire con difficoltà massima, allora sarà il prodotto di una posizione individuale. Ma una posizione individuale la devi conquistare dopo un lunghissimo assedio e grandissimo dispendio di forze e di ingenti perdite. Meglio fare la poesia che fanno tutti, quella narrativa o narrativeggiante, magari con finte rime e finte anti-rime o senza rime affatto, quella telecollaudata e telecomandata.

(Giorgio Linguaglossa)

1 M. Bachtin, Il problema dei generi del discorso, in Bachtin M., L’autore e l’eroe. Teoria letteraria e scienze umane (1979), a cura di Clara Strada Janovič, Torino, Einaudi, 1988.
2 S. Ghidinelli, Verso e discorso, in “Poetiche”, I, 2004, p. 3

Lucio Mayoor Tosi I poeti significativi

Raffaele Ciccarone, sono del 1950, ex bancario in pensione, risiedo a Milano, dipingo e scrivo. Le mie poesie sono inedite per lo più. Per un periodo ho pubblicato su una piattaforma online con uno pseudonimo, circa un centinaio di poesie, e qualche prosa. Ho partecipato a gruppi di poesia a Milano.

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Marie Laure Colasson nasce a Parigi nel 1955 e vive a Roma. Pittrice, ha esposto in molte gallerie italiane e francesi, sue opere si trovano nei musei di Giappone, Parigi e Argentina, insegna danza classica e pratica la coreografia di spettacoli di danza contemporanea. Nel 2022 esce con Progetto Cultura di Roma la sua prima raccolta poetica, in edizione bilingue, Les choses de la vie.

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Giorgio Linguaglossa è nato a Istanbul nel 1949 e vive e Roma (via Pietro Giordani, 18 – 00145). Per la poesia esordisce nel 1992 con Uccelli (Scettro del Re), nel 2000 pubblica Paradiso (Libreria Croce). Nel 1993 fonda il quadrimestrale di letteratura “Poiesis” che dal 1997 dirigerà fino al 2006. Nel 1995 firma, insieme a Giuseppe Pedota, Maria Rosaria Madonna e Giorgia Stecher il «Manifesto della Nuova Poesia Metafisica», pubblicato sul n. 7 di “Poiesis”. È del 2002 Appunti Critici – La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte (Libreria Croce, Roma). Nel 2005 pubblica il romanzo breve Ventiquattro tamponamenti prima di andare in ufficio. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesia La Belligeranza del Tramonto (LietoColle). Per la saggistica nel 2007 pubblica Il minimalismo, ovvero il tentato omicidio della poesia in «Atti del Convegno: “È morto il Novecento? Rileggiamo un secolo”», Passigli. Nel 2010 escono La Nuova Poesia Modernista Italiana (1980–2010) EdiLet, Roma, e il romanzo Ponzio Pilato, Mimesis, Milano. Nel 2011, sempre per le edizioni EdiLet di Roma pubblica il saggio Dalla lirica al discorso poetico. Storia della Poesia italiana 1945 – 2010. Nel 2013 escono il libro di poesia Blumenbilder (natura morta con fiori), Passigli, Firenze, e il saggio critico Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (2000–2013), Società Editrice Fiorentina, Firenze. Nel 2015 escono La filosofia del tè (Istruzioni sull’uso dell’autenticità) Ensemble, Roma, e una antologia della propria poesia bilingue italiano/inglese Three Stills in the Frame. Selected poems (1986-2014) con Chelsea Editions, New York. Nel 2016 pubblica il romanzo 248 giorni con Achille e la Tartaruga. Nel 2017 escono la monografia critica su Alfredo de Palchi, La poesia di Alfredo de Palchi (Progetto Cultura, Roma), nel 2018 il saggio Critica della ragione sufficiente e la silloge di poesia Il tedio di Dio, con Progetto Cultura di Roma.  Ha curato l’antologia bilingue, ital/inglese How The Trojan War Ended I Don’t Remember, Chelsea Editions, New York, 2019. Nel 2014 fonda la rivista telematica lombradelleparole.wordpress.com  con la quale, insieme ad altri poeti, prosegue nella ricerca di una «nuova ontologia estetica»: dalla ontologia negativa di Heidegger alla ontologia meta stabile dove viene esplorato  un nuovo paradigma per una poiesis che pensi una poesia delle società signorili di massa, e che prenda atto della implosione dell’io e delle sue pertinenze retoriche. La poetry kitchen, poesia buffet o kitsch poetry perseguita dalla rivista rappresenta l’esito di uno sconvolgimento totale della «forma-poesia» che abbiamo conosciuto nel novecento, con essa non si vuole esperire alcuna metafisica né alcun condominio personale delle parole, concetti ormai defenestrati dal capitalismo cognitivo.

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 Francesco Paolo Intini (1954) vive a Bari. Coltiva sin da giovane l’interesse per la letteratura accanto alla sua attività scientifica di ricerca e di docenza universitaria nelle discipline chimiche. Negli anni recenti molte sue poesie sono apparse in rete su siti del settore con pseudonimi o con nome proprio in piccole sillogi quali ad esempio Inediti (Words Social Forum, 2016) e Natomale (LetteralmenteBook, 2017). Ha pubblicato due monografie su Silvia Plath (Sylvia e le Api. Words Social Forum 2016 e “Sylvia. Quei giorni di febbraio 1963. Piccolo viaggio nelle sue ultime dieci poesie”. Calliope free forum zone 2016) – ed una analisi testuale di “Storia di un impiegato” di Fabrizio De Andrè (Words Social Forum, 2017). Nel 2020 esce per Progetto Cultura Faust chiama Mefistofele per una metastasi. Una raccolta dei suoi scritti:  NATOMALEDUE” è in preparazione.

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  1. “Noi pronti alla guerra…”. La Finlandia avverte Putin
    22 Giugno 2022 – 20:58 da ilgiornale.it
    Il capo delle forze armate finlandesi, il generale Timo Kivinen, ha detto che la Finlandia è “pronta a resistere alla Russia se attaccata”

    di Federico Giuliani

    “Noi pronti alla guerra…”. La Finlandia avverte Putin
    Nel caso in cui dovesse essere attaccata dalla Russia, la Finlandia sarebbe pronta a resistere. Helsinki ha inviato un messaggio chiarissimo all’indirizzo di Mosca, e lo ha fatto in un momento delicatissimo. Da settimane, infatti, si discute di un possibile ingresso del Paese scandinavo nella Nato, insieme alla Svezia. Uno scenario, questo, che potrebbe scatenare l’ira del Cremlino.

    Il messaggio della Finlandia
    A parlare è stato il capo di Stato maggiore dell’esercito di Helsinki, Timo Kivinen, che ha così commentato i rischi di minacce militari dalla Russia. “Abbiamo sistematicamente sviluppato la nostra difesa militare esattamente per questo tipo di guerra che viene combattuta” in Ucraina, “con un uso massiccio di armi di potenza di fuoco, forze blindate e anche forze aeree”, ha spiegato il generale finlandese, citato dal Guardian. “L’Ucraina è stata un boccone difficile da masticare – ha aggiunto – e lo stesso sarebbe la Finlandia”. Insomma, i finlandesi sono motivati a combattere e il Paese ha costruito un arsenale di tutto rispetto.

    Qualora Helsinki dovesse realmente entrare nella Nato, tra l’altro, l’Alleanza atlantica potrebbe contare su un apporto militare non certo secondario. L’esercito finlandese, infatti, risulta essere perfettamente compatibile con il Patto atlantico e, in tempo di guerra, può contare su una forza di 280mila uomini e 900mila riservisti, oltre ad alcune delle più sofisticate capacità di intelligence e cyber in Europa. “Siamo convinti che la Finlandia porterà un valore aggiunto alla Nato. Abbiamo 280 mila soldati operativi, abbiamo una riserva di 900mila soldati. Abbiamo una flotta aerea che siamo pronti a sostituire con sei F35 ordinati di recente”, ha dichiarato, lo scorso maggio, il ministro degli Esteri finlandese, Pekka Haavisto, in audizione alla commissione Affari Esteri del Parlamento europeo.

  2. INTERVISTA Gruppo Wagner, la “brigata delle tenebre” di Putin
    Chi sono i mercenari che, secondo gli ucraini, hanno tentato più volte di uccidere Zelensky? Lo abbiamo chiesto ad Andrea Molle, sociologo della Chapman University di Orange (USA)
    Pierluigi Mele
    Gruppo Wagner, la “brigata delle tenebre” di Putin, Rainews24

    Chi sono i mercenari del famigerato “gruppo Wagner” che hanno tentato più volte di uccidere, secondo l’intelligence ucraina, il presidente Zelensky? Dove operano nella guerra in Ucraina? Quale ideologia esprime? Ne parliamo, in questa intervista, con Andrea Molle, sociologo della Chapman University di Orange (USA).

    Professore, sappiamo che Vladimir Putin, nella sua guerra sporca, utilizza anche milizie private di sicurezza, veri e propri agenti ” parastatali” al servizio degli interessi della Russia. È il caso del, cosiddetto, gruppo WAGNER. Come nasce? Quali sono le sue origini?

    Il Gruppo Wagner nasce ufficialmente nel 2014, a seguito dello scioglimento di un precedente PMC (private military company) denominato Slavonic Corps. Quest’ultimo operava in Siria come sussidiaria di un’altra organizzazione chiamata Moran Security Group e che era specializzata in servizi di sicurezza, sostanzialmente per compagnie energetiche controllate direttamente dalla Federazione Russa o di proprietà di alcuni oligarchi. Nel 2014, Moran e conseguentemente Slavonic Corps furono oggetto di investigazione da parte dell’FSB, il servizio di informazione e sicurezza degli interni che ha ereditato parte dei compiti del KGB, e due dei suoi amministratori arrestati e accusati di diverse violazioni della legge.

    Da chi è composto e chi è il suo leader?

    Il Gruppo Wagner, che oggi conta più di 6,000 impiegati che operano in diversi paesi, è composto principalmente da veterani congedati delle forze di sicurezza e del mondo dell’intelligence russo. Ma vi sono anche membri provenienti da altri stati dell’ex blocco sovietico come ad esempio la Serbia. Non sono certamente le nostre classiche “guardie giurate” o dei semplici dilettanti, quelli che in America cadono sotto il termine ironico di Gravy SEALs con riferimento alle forze speciali della marina statunitense. Si tratta di personale altamente specializzato e molto determinato a raggiungere i propri obiettivi. Il Gruppo Wagner è inoltre in possesso di mezzi e armamenti alla pari di quelli di organizzazioni americane che operano nello stesso settore, i famosi contractors diventati molto conosciuti anche in Italia. Il leader apparente del gruppo è Dimitri Utkin, ex ufficiale delle forze speciali del GRU, il servizio di informazione e sicurezza militare.

    Perché il nome WAGNER?

    Il nome Wagner, dal compositore tedesco Wilhelm Richard, deriva proprio dal suo leader. Wagner era infatti il nome in codice di Utkin che gli fu attribuito in virtù della sua passione per l’estetica e l’ideologia naziste. In questi giorni circolano sue foto in cui è possibile vedere alcuni dei suoi tatuaggi che riprendono elementi dell’uniforme delle SS. Il nome Wagner è dunque un omaggio diretto a Hitler, di cui era il composito preferito, e alla cultura del Terzo Reich.

    Quali sono i suoi rapporti con il governo russo?

    I rapporti tra Wagner e governo russo non sono, naturalmente, di carattere ufficiale. Tuttavia diversi ricercatori e giornalisti hanno messo in luce una stretta rete di rapporti personali tra figure istituzionali e la leadership del gruppo. Sappiamo inoltre che il Gruppo Wagner si addestra spesso con le forze regolari della Federazione Russa e ne usa mezzi e strutture. Utkin e altri operatori sono stati anche insigniti di decorazioni militari nel corso del anni, a riprova dell’importanza che Putin e il suo entourage danno al ruolo svolto dal Gruppo Wagner. Una nota di costume: il Gruppo Wagner operò, al fianco dell’esercito russo, come consulente di scena nelle riprese del film russo del 2021 “The tourist”. Questo film racconta la storia di un gruppo di consulenti militare russi nella Repubblica Centrafricana che vengono coinvolti nel colpo di stato del 2003 e decidono di sacrificarsi per difendere un villaggio dalle incursione dell’esercito locale.

    Chi sono i loro finanziatori?

    Anche in questo caso non abbiamo certezze ufficiali, ma la maggior parte degli analisti che si occupa di questo tema ritiene che l’oligarca Yevgeny Prigozhin, chiamato anche “lo chef di Putin” in quanto proprietario della società di catering che si occupa di organizzare le cene di stato dove il presidente intrattiene i dignitari stranieri, abbia legami sia finanziari con il Gruppo Wagner che personali con Dmitri Utkin. Per alcuni osservatori, Prigozhin, che appartiene al circolo più stretto dei supporters del presidente Putin, sarebbe il maggior finanziatore e dunque il vero potere decisionale del Gruppo Wagner, mentre Utkin avrebbe solo un ruolo di facciata, oltre che ovviamente nella pianificazione ed esecuzione delle operazioni.

    In Ucraina come sono utilizzati?

    Wagner è operativo in Ucraina fin dalla sua creazione. Ha operato sia in Crimea che in Donbass per promuovere gli interessi della Russia nel conflitto tra il governo di Kiev e i separatisti filo-russi. Sembra inoltre chiaro un suo coinvolgimento di divere operazioni false flag che tramite l’uccisione di alcuni miliziani russofoni furono volte a creare la narrativa di una repressione violenta da parte del governo ucraino e della presenza tra le fila di quest’ultimo di organizzazioni neonaziste. Oggi il gruppo, apparentemente rinominato sul campo come Liga, assisterebbe lo sforzo militare con attività di infliltrazione e altre operazioni tipiche delle forze speciali. Secondo fonti governative ucraine, tra queste vale la pena menzionare i tentativi di assassinare il presidente Volodymyr Zelensky.

    In genere questi gruppi hanno una “ideologia” . Quella del gruppo Wagner che tipo di ideologia esprime?

    L’ideologia del Gruppo Wagner, che si associa alla sua dimensione per così dire aziendale, associa il neonazismo con il neopaganesimo slavo molto diffuso in Russia a partire dagli anni ’70 del secolo scorso. Io parlerei di una forma esoterica di nazismo.

    Apriamo una piccola parentesi. Cosa si intende per neonazismo esoterico? Ne parlava qualche anno fa il politologo Giorgio Galli

    Come ricorda lei, il nazismo esoterico è una particolare declinazione dell’ideologia nazionalsocialista che associa i principi del nazismo con elementi della mistica e dell’esoterismo in voga in Germania a cavallo tra la fine del 1800 e gli inizi del 1900. Benché Hilter non fosse minimamente interessato a questi aspetto, altri gerarchi nazisti sono ben conosciuti per la loro passione nei confronti dell’esoterismo e dell’occultismo. Ad esempio, Heinrich Himmler, il fondatore delle SS. Come illustra Giorgio Galli nei suoi famosi studi, il nazismo fu altamente influenzato e supportato dalla società iniziatica Thule – si trattava di un gruppo di personalità influenti nella società tedesca che si ispirò al Buddhismo tibetano, deformandone i contenuti, e alle dottrine esoteriche di Madame Blavatsky, la celebre medium e occultista, fondatrice della Società Teosofica Internazionale. Lo stesso Hitler sembra essere stato iniziato alla Thule nel 1919 dal suo leader Dietrich Eckart. Il Gruppo Wagner riprende alcuni di questi contenuti nella propria estetica, come l’uso di rune sui propri mezzi, e nelle ritualità che sembrano caratterizzarlo.

    Come si combina questa ideologia neopagana e nazista con l’estremismo “ortodosso” di Putin?

    La connessione tra questi due mondi non è così semplice come può sembrare. In realtà il neopaganesimo che nasce in Russia si pone inizialmente contro il cristianesimo, che ritiene un complotto ebraico per soggiogare il mondo. Tuttavia, verso la fine degli anni ’90 quando la Chiesa Ortodossa Moscovita comincia ad aumentare il proprio potere grazie al supporto di Putin, molti gruppi neopagani iniziano a guardarla con un certo interesse anche al fine di consolidare il proprio peso politico. Nascono dunque organizzazioni di paganesimo monoteista, che cioè fondano la propria dottrina su un principio unificante che trascende le divinità pagane, che conciliano cristianesimo e antiche religioni popolari. In questo quadro la Chiesa Ortodossa diventa anche per loro il baluardo della spiritualità russa contro la decadenza culturale e religiosa occidentale e globalista. È proprio in questo hummus che si forma intellettualmente Alexander Dugin, un altro personaggio legato al regime di Putin.

    Hanno rapporti con altri gruppi di estrema destra europei?

    Oltre ai rapporti tra il gruppo e gruppi di estrema destra e nazionalisti russi, alcuni dei quali oggi impegnati nel teatro ucraino come ausiliari, abbiamo notizie di rapporti tra il gruppo Wagner e altri gruppi di estrema destra in Europa, ma anche negli Stati Uniti e in altri paesi del mondo. Alcuni ricercatori sostengono che negli ultimi anni, membri di gruppi estremisti (ad esempio tedeschi) e del paesi dell’est Europa abbiano partecipato a sessioni di addestramento organizzate dal PMC russe tra le quali è ragionevole pensare anche il Gruppo Wagner. Tutti ciò andrebbe verificato perché verrà a porre, come ci si può ragionevolmente aspettare, seri problemi di sicurezza per l’occidente.

  3. La poetry kitchen può nascere e proliferarare soltanto con l’ampliarsi della zona grigia, di una zona di compromissione di tutti i linguaggi, nella zona della disinformazia delirante. Non c’è altro da fare che sottrarsi con tutte le forze al dilemma di una letteratura del gelo e del disgelo, dell’impegno e del disimpegno, siamo tutti compromessi in questo disgelo compromissorio che in sé è già una ideologia: l’ideologia del grigio e del prendi tre e paghi uno. Ci troviamo nella cancel-culture, nella trans-culture, nella inter-culture, nella cultura unisex, la cultur-gender, la cultur cross-gender e inter-gender, le sfilate della Moda in questo senso sono eloquenti e altamente istruttive, si gioca con tutte le tradizioni culturali di tutti i continenti mescidandole e de-culturalizzandole, si mescida lo scampagne con l’acqua di colonia da supermarket, il Principe di Salina con gli analfabeti siciliani del suo romanzo storico, gli azzeccagarbugli si scambiano il lessico con Don Abbondio e Renzo e Lucia.

    Il lessico, il vocabolario delle poetry kitchen di Francesco Intini e degli autori presenti in questo post, è propriamente, un lessico del disgelo, un lessico che è stato dis-coperto dopo l’avvenuta inondazione e ibernazione.
    La poetry kitchen può prosperare soltanto nella zona grigia, una zona di compromissione di tutti i linguaggi, una zona di disinformazia delirante. Siamo tutti compromessi in questo disgelo compromissorio che in sé è già una ideologia: l’ideologia del grigio e del prendi tre e paghi uno. Ci troviamo nella cancel-culture, nella trans-culture, nella inter-culture, nella cultura unisex, la cultur-gender, la cultur-cross-gender e inter-gender; le sfilate della Moda in tal senso sono eloquenti e altamente istruttive, si gioca con tutte le tradizioni culturali di tutti i continenti mescidandole e de-culturalizzandole: si mescida lo sciampagne con l’acqua di colonia da supermarket, il Principe di Salina con gli analfabeti siciliani del suo romanzo storico, gli azzeccagarbugli si scambiano il lessico con don Abbondio e Renzo e Lucia.
    Il lessico della poetry kitchen è un prodotto del disgelo, dopo l’avvenuta inondazione e ibernazione.

    Viviamo e prosperiamo in una sorta di «zona grigia» dell’occidente, è questa la «zona-catastrofe». Abbiamo concesso agli azzeccagarbugli la lingua del Principe di Salina e abbiamo dato al Principe di Salina la lingua degli azzeccagarbugli. Viviamo in una zona di reciproca compromissione dove tutte le parole sono dichiarate scambiabili. Un universo da incubo normal.
    La catastrofe in cui è precipitato il mondo a causa del Covid19 e della guerra in Ucraina ha reso evidente che non soltanto il soggetto è diventato «scabroso» per via delle sue illusioni videologiche, ma anche che il mondo si è rivelato per quello che è: «scabroso», «osceno», «inabitabile», «vergognoso» se è vero che dieci famiglie nel mondo detengono le ricchezze possedute da cinque miliardi di persone. Anche la poiesis è diventata «scabrosa» e «oscena».

    Il mondo sta cambiando, e rischia di cambiare in peggio: i ricchi diventano ogni giorno più ricchi e i poveri ogni giorno più poveri, se questo squilibrio non verrà corretto e invertito, il mondo collasserà sotto il peso dei conflitti e delle guerre che sorgeranno ovunque. Non occorre essere marxisti per capire questo, è questione di buon senso: non si può più fare poiesis come prima del Covid19 e della guerra in Ucraina, qualcosa di determinante è cambiato, non si può più tornare indietro. Fino all’epoca precedente la guerra in Ucraina vivevamo in una appendice della storia, pensavamo di vivere nella post-storia, nella storia del dopo la guerra fredda, in un regime di storialità pur tuttavia in qualche modo e in qualche misura ancora storica. All’improvviso, abbiamo scoperto che viviamo nell’epoca della «zona grigia», nella zona di reciproca compromissione dove gli azzeccagarbugli parlano la neolingua del capitale cognitivo. Non ce ne eravamo accorti prima. Si continuava a fare «arte» riepilogando gli stilemi del tardo novecento, senza la consapevolezza che il mondo nel frattempo era cambiato; si pensava di vivere in un mondo normal, e invece abbiamo scoperto che siamo semplicemente animali che parlano. Eravamo avvolti in una nebbia che ci accecava.

    1 S. Zizek, op. cit.

    • vincenzo petronelli

      Condivido appieno l’esposizione di Giorgio e credo che soprattutto chi si ponga l’obiettivo di perseguire un percorso di ricerca poetica coerente e profonda, vera, non possa prescindere dai tumultuosi mutamenti che questi ultimi quindici anni ci hanno sottoposto in un modo che appare ormai inarrestabile e (indipendentemente dal giudizio morale su tale rinnovato scenario, perché l’arte o qualsiasi esercizio intellettuale autentico, deve porsi l’obiettivo di comprendere e rappresentare [anche eventualmente trasfigurandolo] il contemporaneo e non di valutarlo) ineluttabile: ragion per cui non si può pensare di affrontare l’impegno artistico con gli stessi stilemi o anche solo lo stesso approccio di quelle che ormai appaiono quasi ere del passato.
      Come correttamente evidenzia Giorgio, il Covid ed il conflitto in Ucraina segnano un passaggio epocale ineludibile anche per i più disattenti o per i più qualunquisti, per gli oltranzisti della poesia elegiaca, egotica e taumaturgica, coniugazione in poesia della visione del mondo secondo il paradigma delle “magnifiche sorti e progressive”, nella quale l’uomo occidentale ha in larga parte finito per rintatanarsi come in una nicchia in cui cullare il proprio ego.
      Quel modello è ormai definitivamente sconfitto dalla storia e per quanto si continuerà probabilmente, cocciutamente a scrivere poesia di quel tipo, si tratta di una versificazione che non potrà offrire nulla al valore di approfondimento antropologico e storico della poesia; è forse anche probabile che esaminando la poesia odierna, in futuro si considererà rappresentativa dei nostri giorni la poesia di Franco Arminio – dipende da quali saranno i filoni dominanti delle epoche a venire – ma certamente chi vorrà studiare e comprendere la vera poesia della nostra epoca e scoprirne le connessioni storico-antropologiche, dovrà rivolgersi a voci poetiche al di fuori della poesia da consorteria da salotto.
      Ribadendo un pensiero già esposto a Giorgio stesso alcuni giorni fa, sono estasiato dalla capacità della poetica Noe di coniugare, da un lato la necessità di scardinare i limiti delle parole, i loro condizionamenti politici e culturali, recuperando la verità profonda nel sottoscala degli eventi di superficie, nella loro ombra, appunto, ma dall’altro lato, così facendo, riportando alla luce i reperti che illustrano la nostra storia e la nostra contemporaneità, molto più della poesia e della letteratura “industriale”.
      Personalmente credo che non avremmo potuto scegliere momento più emblematico per l’uscita della nostra antologia: è giunto evidentemente il momento di una presa di coscienza seria dello stato della poesia in Italia, il cui rinnovamento è uno dei propositi fondanti del progetto Noe e di cui mai come in questo momento probabilmente si avverte l’esigenza.
      Un caro saluto a tutti.

  4. Primi effetti della cancel culture e del pol. corr. sulla moda. L’insipienza, l’autocitazione, la noia
    Chiude la fashion week di Milano, comincia Parigi con le sfilate uomo. Si salva solo chi può ricorrere alla propria eccellenza e chi investe in tecnologia e cultura. E che sono sempre gli stessi

    FABIANA GIACOMOTTI 21 GIU 2022 ilfoglio.it

    Domani iniziano le sfilate delle collezioni uomo estate 2023 di Parigi, ma non credo saranno diverse da quelle appena concluse a Milano o forse, si spera, dall’unica collezione che ha raccontato davvero quel che stia succedendo adesso nel mondo. Non si è tenuta sotto la Madonnina, però, ma a Firenze, la città dove, accanto ai completi da uomo un po’ scontati e allo streetwear non sempre eccelso presentato in Fortezza, l’organizzazione di Pitti ha allestito la collezione cross-culture, cross-gender, coltissima e sofisticata di Grace Wales Bonner, di cui molti preconizzano non a caso la prossima nomina a direttrice creativa di Louis Vuitton Homme al posto dello scomparso Virgil Abloh. Questa trentenne anglo-giamaicana di timidezza paragonabile alla tempra – e che sono entrambe piuttosto accentuate – ha sfilato la settimana scorsa nel palazzo Medici Riccardi dove viveva Alessandro de’ Medici, il “duca moro”, e dove si tenne quel genere di incontri politici cosmopoliti rinascimentali che il mondo ignora siano mai avvenuti (per info, acquistate il saggio “Africani Europei” di Olivette Otele, Einaudi). Ha tappezzato e pavimentato il cortile d’onore con i sacchi dell’artista ghanese Ibrahim Mahama che mescola le insegne del consumismo di stampo occidentale con il colonialismo, ha coniugato tagli e lavorazioni africane su tagli occidentali Anni Venti e ne è venuto fuori un incanto di linee e proporzioni moderne. È possibile che uno stilista genericamente “bianco” non avrebbe pensato a qualcosa di altrettanto sofisticato, interessante e coinvolgente sull’onda di quello che la stilista definisce il “lascito europeo coniugato a uno spirito afro-atlantico”. Però è sicuro che non avrebbe osato.

    Wales Bonner, e pochi altri, possono volare dove gli altri non hanno più il coraggio di avventurarsi. Può giocare con la tradizione europea come nessun europeo si sognerebbe più di farlo con quella africana. Tre anni di campagne-contro, di accuse di appropriazione culturale, di siti à la Diet Prada scatenati contro qualunque genere di reato vero, presunto e spesso a comando contro il reato di mancata inclusione purchessia (ponderale, genetico-di genere, ma soprattutto culturale) hanno portato al risultato atteso, visibile peraltro anche nelle università anglosassoni: nessuna discussione, ben poco osare, un fortissimo appiattimento sul déjà vu, sullo scontato, sul “semplice” dichiarato e perseguito, sul cosiddetto “safe”, depurato di ogni rischio, anche presunto, anche ipotetico, anche guai a dirlo. Mi verrebbe da dire che queste siano le prime sfilate dimostrative dei risultati a cui porta la cancel culture e, sebbene non mi sia mai piaciuto assistere a certe reinterpretazioni pedisseque e scontate delle insegne più evidenti di culture lontane da quella europea in cui la moda occidentale si è cullata per secoli (quel genere di esercizio è sempre riuscito a pochi, in primis Ferré e poi John Galliano per Dior), quel che si sta vedendo ultimamente è la dimostrazione che all’eccesso opposto si rischia di autolimitarsi troppo. Di autocensurarsi. Finendo per rifugiarsi nelle sottoculture occidentali più saccheggiate e banali, nel “gangsta” più ovvio: l’onnipresente bragone, la canotta o la t shirt slabbrata e dipinta, il cappellino portato all’incontrario ma senza visiera per un tocco di novità, la sneaker. La sneaker. Un fremito di eccitazione ha percorso l’audience di lusso che assisteva alle (due, come sempre) sfilate di Giorgio Armani che ha presentato delle espadrillas allacciate e aperte sui lati: per gli standard del momento, quel genere di calzature predilette da Pablo Picasso è apparsa come una scelta rivoluzionaria.

    I Dolce&Gabbana si sono risolti addirittura all’autocitazione, dichiarata, anzi in Re-Edition “perché la nuova generazione non conosce queste cose ma le vorrebbe”, scavalcando a destra il fenomeno del vintage e giustificando al contempo quella vecchia teoria della moda che stabilisce in sessant’anni un ciclo naturale di una linea e di un modo di vestire. Ma ancora più vecchi sono sembrati gli stilisti giovani davvero o presunti tali: si sentiva davvero il bisogno di rosolarsi sotto una tettoria di plastica a 36 gradi per vedere sfilare le felpe e le t shirt stampate di ovvietà di 44 Label Group (“follow your dreams”, ma dai; e la massima disneyana “se puoi sognarlo puoi farlo” non c’è?) che sono puro merchandising di un dj e clubber berlinese di un certo successo, Max Kobosil? E perché questa roba da banchetto del club a cento euro sfila a Milano? Perché dobbiamo vedere il – pur simpaticissimo per carità – Marcelo Burlon, altro clubber, che festeggia i dieci anni di attività portando in passerella cose disparate, senza un perché, con stampe che neanche Desigual? Che cosa sono queste “cose”, this stuff, che nulla spartiscono con la moda o con quello che la moda dichiara a ogni momento di essere, e cioè cultura?

    Per tornare al punto di partenza, non fatevi distrarre appunto dai tanti lederhosen, i bragoni di pelle, che hanno popolato le passerelle: sono la risposta veterotestamentaria di un’Europa che non sa più a che cosa attaccarsi per restare culturalmente rilevante in un mondo che, prepotente, spinge da sud, cioè da oltre il Mediterraneo, dall’Africa, e dai paesi del centro-America che si sentono culturalmente più affini a quella che è la nouvelle vague. È il mondo vigoroso, avido di revanche, di Settimio Severo contro quello di Augusto, pallido, che ne sta venendo fuori malissimo, senza cercare una vera collaborazione ma alzando le mani in segno di segno di resa. Il mondo della moda europea sta subendo una narrazione di orgoglio culturale, di protervia di matrice americana e di sprezzante sdegno per quelle che non sono costrizioni ma semplice educazione di cui ogni giorno vanno in scena nuove puntate e che si è esplicitata nel tipo surreale, forse un rapper, apparso alla sfilata di Zegna fra i monti piemontesi: l’audience tutta in lino e cotoni bianchi comme il fallait per il luogo e l’occasione, lui in catenoni, accompagnato da una sconosciuta in tacchi, organze e pantaloni aderenti di pelle con le natiche scoperte, separate da un nastro. Probabilmente, interrogata, avrebbe strepitato per la propria inalienabile libertà d’espressione confondendo, come ormai troppo spesso accade, libertà con esibizionismo di matrice sessuale (a Gildo Zegna, comunque, sarà venuto un colpo).

    A livello di puro stile, in questa tornata di queste sfilate intellettualmente timorose e al contempo inutilmente affollate (ma come, non si era detto che si sarebbe prodotto meno?) si salvano i tre brand che possono permettersi di accedere alle altezze vertiginose della loro maestria e della loro intoccabilità culturale, tecnologica, del loro infinito prestigio sociale, e che sono Giorgio Armani, appunto Zegna e Prada. Il primo, che a bordo passerella parlava giustamente di “rinnovamento del classico”, sospirando un po’ sulla generale mancanza “dell’uomo elegante”, che può certamente non essere azzimato o noioso, anzi nonchalant come il suo. Il secondo, perché non innamorarsi delle innovazioni tessili di Alessandro Sartori, del pragmatismo e della versatilità dei suoi capi, è piuttosto difficile quando non si stia cercando, e tutti l’abbiamo cercato fino allo spasimo, un po’ di determinazione creativa oltre il gimmick (Alessandro Michele, suvvia, anche la collezione con Harry Styles indistinguibile da una qualunque collezione Gucci), il merchandising sovrapprezzo e l’inutilità. La terza, Miuccia Prada, parlando di “semplicità come scelta”, di “abiti che la gente possa indossare davvero, ma che abbiano un impatto”, che siano il frutto di un processo decisionale razionale ma anche di stile e di gusto”.

    Chi conosce il mercato, sa che il valore di questo momento è l’attendibilità: “In questo momento vogliamo tutti qualcosa di credibile e di rassicurante”, ha detto, non a caso, Armani. Che lo faccia Zegna con i suoi cotoni misto carta di recupero e le sue sete tecnica, Prada con quegli impermeabili rigorosi, dai volumi importanti e severi, o Armani con le camicie morbide, indossate fuori dai pantaloni ma abbinate alle giacche dai colori accesi del blu e del viola, non ha troppa importanza. L’importante è che si possa dare un valore, e una coerenza, a quello che si vede. E, magari, che si possa anche dare alle cose che si vedono il nome corretto. Prendi per esempio la collezione Fendi: dopo la breve conferenza stampa di Silvia Venturini Fendi, a sua volta molto attenta al tema della leggerezza e della semplicità, per raggiungere la sala della sfilata mi sono trovata a percorrere il backstage, soffermandomi con alcuni colleghi ad ammirare i capi, già indossati sui modelli pronti in fila. Uno di questi era un lungo cappotto in pelliccia, stampato denim. Bellissimo. Il ragazzo che lo indossava, molto simpatico, ci si rigirava dentro felice nonostante il caldo, orgoglioso. “E’ così soffice”. “Ci credo”, ho detto, “è visone rasato”. La collega si è guardata intorno imbarazzata: “Non si può dire. Si dice montone, io scrivo montone”. Dunque, in ossequio alla correttezza politica (Fendi sta lavorando a un’alternativa biologica, a base di cheratina, alle pellicce di origine animale o sintetiche, che inquinano da morire) un visone che sfilava sotto gli occhi di centinaia di persone sedute e qualche decina di migliaia collegate non poteva essere descritto come tale. Era diventato un montone. Qui, capite, siamo oltre la favola dei vestiti nuovi dell’imperatore. Siamo alla pura idiozia. E questa ci porterà alla rovina. Anzi, peggio, all’insipienza.

  5. Marie Laure Colasson mi chiede di commentare l’addio alla poesia pronunciato da Pier Paolo Pasolini nel 1968:

    “Smetto di essere poeta originale”, scrive Pier Paolo Pasolini negli anni a cavallo fra il 1968 e il 1969, “costa mancanza / di libertà: un sistema stilistico è troppo esclusivo. / Adotto schemi letterari collaudati, per essere più libero. / Naturalmente per ragioni pratiche”.

    Sul finire del decennio Pasolini spinge la sua poesia verso un punto estremo. La scompone sino a concepire il suo rifiuto, rigettandone l’ ordine e la stessa struttura, smantellando ciò che ancora la rende diversa dai linguaggi che imperversano in quegli anni – quello dei media, della politica o della contestazione giovanile

    Quei versi appartengono alla raccolta Trasumanar e organizzar, pubblicata nel 1971, due anni dopo la loro stesura avvenuta nel pieno di un turbamento fra i più laceranti della biografia pasoliniana: la scoperta di quanto sia perversa l’opera della borghesia italiana che, spinta dall’euforia neocapitalista, ha occupato ogni anfratto sociale, compresi quelli un tempo abitati dalle culture proletarie e sottoproletarie. Anche se non smetterà di scrivere versi, Pasolini considera che la lirica sia morta.

    In Trasumanar e organizar Pasolini si interroga sul futuro della poesia:

    “Perché esiste la poesia lirica? Perché solo io / e nessun altro per me, sa quali lunghe tradizioni / ha il dolore nascente dalla tinta dell’ aria che si oscura; / la sera e le nuvole annunciano, insieme, notte e inverno”.

    Risposta.

    cara Marie Laure,
    vorrei chiosare così: la poesia lirica è deceduta senza più suscitare né tra i poeti né tra i critici, né tra i lettori alcun dolore, alcuna problematica, alcuna riflessione; la poesia che faranno le nuove generazioni (vedi Patrizia Cavalli con il libro Le mie poesie non cambieranno il mondo, del 1975) sarà di fatto una post-poesia, una poesia narrativa, smemorata, che non sa neanche di essere narrativa, perciò superflua, reflua, una poesia di scarico delle proprie responsabilità storiche, culturali, e delle responsabilità della poesia.
    Il lungo periodo che va dal 1968 ad oggi ha visto, di fatto, crescere a dismisura una «poesia» minore, che non sa neanche più di essere «minore», cioè sproblematizzata, naturalizzata (cioè ridotta a natura), de-culturalizzata. Che altro vuoi che ti dica?

  6. La forza di una statua immobile che sovrintende
    l’estate e le maracas delle cicale.

    Finalmente hai saputo legare una semplice frase alle subordinate.

    L’addio alle parole, alle armi, alla preistoria.
    Una grotta di detriti.

    Angurie balestre cornicioni salvagenti ancore
    portafogli reti bidet auto elettriche lenticchie.

    Tutto ha un nome preciso, uniforme.
    Com’è misera la vita negli abusi di poesia.

    Grazie OMBRA.

  7. milaure colasson

    Ecco una mia variazione dello sketch poetry linguaglossiano

    Prima o poi la poetry kitchen avrà la sua vendetta

  8. milaure colasson

    Molto semplicemente: ci sono interi decenni che sono privi di arte, di poesia… è avvenuto spesso nel passato dell’umanità.

  9. Notizia

    È morto a Roma lo scrittore Raffaele La Capria: aveva 99 anni ed era una delle voci più significative della letteratura italiana del secondo ‘900. Nel 1961 aveva vinto il Premio Strega con “Ferito a morte”, ritratto di Napoli e di una generazione seguita con complessi sbalzi temporali lungo l’arco di un decennio. Ha ricevuto per la sua carriera il Premio Campiello (2001), il Premio Chiara (2002), il Premio Alabarda d’oro (2011) e il Premio Brancati (2012). Nel 2005 aveva vinto il Premio Viareggio per la raccolta di scritti memorialistici. “L’estro quotidiano”.

    Con la sua opera di narratore, La Capria ha raccontato i vizi e le virtù della sua Napoli, dove era nato il 3 ottobre 1922. Oltre che scrittore, La Capria è stato giornalista, collaboratore di diverse riviste e quotidiani tra cui “Il Mondo”, “Tempo presente” e il “Corriere della Sera” e dal 1990 era condirettore della rivista letteraria “Nuovi Argomenti”. Trascorse lunghi periodi in Francia, Inghilterra e Stati Uniti, per poi stabilirsi a Roma.

    Ha collaborato con la Rai come autore di radiodrammi e ha scritto per il cinema, co-sceneggiando molti film di Francesco Rosi, tra i quali “Le mani sulla città” (1963) e “Uomini contro” (1970) ed ha collaborato con Lina Wertmüller alla sceneggiatura del film “Ferdinando e Carolina” (1999). È autore di numerosi romanzi, tra i quali “Un giorno d’impazienza” (1952), “Amore e psiche” (1973), “La neve del Vesuvio” (1988), “L’amorosa inchiesta” (2006); saggi, quali “Letteratura e salti mortali” (1990), “L’occhio di Napoli” (1994), “La mosca nella bottiglia” (1996), “Napolitan Graffiti” (1998), Lo stile dell’anatra (2001) e il saggio-intervista “Me visto da lui stesso. Interviste 1970-2001 sul mestiere di scrivere” (2002). Ha anche tradotto opere per il teatro di autori come Jean-Paul Sartre, Jean Cocteau, T. S. Eliot, George Orwell. Raffaele La Capria è stato sposato con l’attrice Ilaria Occhini, scomparsa il 20 luglio 2019, che era nipote dello scrittore Giovanni Papini. Dalla moglie ha avuto la figlia Alexandra La Capria, ex moglie di Francesco Venditti.

  10. La definizione “cancel culture” dà subito una sensazione di autorevolezza. Il problema è quello che succede dopo. Capita spesso che, nel nome della “cancel culture”, si sviluppi una nuova forma di integralismo che fa venire in mente i libri al rogo di Fahrenheit 451. Tutto ciò che viene ritenuto sbagliato o non “politically correct” va rimosso. E dunque cancellato dalla memoria. Se Cristoforo Colombo ha scoperto l’America ma poi sono arrivati gli schiavisti quindi le statue del navigatore vanno abbattute. Stesso assurdo paradigma per Guglielmo Marconi: poiché ha aderito al fascismo è come se non avesse inventato la radio. Gli eccessi non risparmiano nessuno fino al punto di chiedere la messa al bando dei grandi autori della letteratura russa per solidarietà verso il popolo ucraino.

    Ma cos’è davvero la “cancel culture”? E quali effetti rischia di provocare? “Scorrettissimi. La cancel culture nella cultura americana” di Costanza Rizzacasa d’Orsogna (Laterza, 208 pagine, 18 euro) è in assoluto il primo libro che affronta l’argomento senza pregiudizi e senza verità precostituite. La competenza dell’autrice, che ha studiato e s’è formata professionalmente negli Stati Uniti, è indiscutibile.

    Ma ancor più apprezzabile è l’approccio coraggioso con cui della “cancel culture” vengono analizzati pregi e difetti. Costanza Rizzacasa d’Orsogna racconta innanzi tutto i fatti così come sono accaduti nelle università e nel mondo della cultura americani. Non trascura nessuna delle giuste cause che animano la “cancel culture”: dalla questione razziale fino alla difesa delle minoranze. Ma è la prima a elencarne anche le conseguenze e in questo modo segnala gli eccessi di un certo negazionismo.

    Il panorama che “Scorrettissimi” fa emergere non è dei più esaltanti. C’è un liceo americano che cancella dai libri di testo l’”Odissea” perché Penelope che aspetta pazientemente il ritorno di Ulisse è considerata una donna sottomessa. C’è chi vorrebbe fare altrettanto con Shakespeare perché i suoi valori etici e morali non corrispondono a quelli della nostra epoca. Pare evidente che il rito della cancellazione è spesso in mano a persone che non sanno o non vogliono contestualizzare un autore nel periodo in cui ha vissuto. In altre parole, non hanno il senso della storia. Ma ancor più evidente è l’arbitrarietà della cancellazione. Basta poco per mettere all’indice chicchessia.

    Così Mark Twain viene bollato come razzista perché i suoi eroi erano di pelle bianca. A Philip Roth tocca invece una condanna per misoginia. Non va meglio a Hemingway e a Faulkner. Chi per una ragione chi per un’altra dei grandi nomi della letteratura americana non si salva praticamente nessuno. E in questo gioco al massacro Costanza Rizzacasa d’Orsogna vede un pericolo che nessuno ha segnalato. Se da un lato la retorica di sinistra imperversa con le sue censure, dall’altro il bigottismo di destra farà lo stesso. Il risultato non potrà che essere un cumulo di macerie. Forse saremo politicamente corretti e non è garantito. Ma saremo sicuramente più ignoranti. E anche un po’ più stupidi.*

    * da https://www.startmag.it/mondo/cosa-e-davvero-la-cancel-culture/

  11. milaure colasson

    Il comportamento delle istituzioni letterarie segue la medesima logica degli operatori di borsa che agiscono in borsa mediante delle fake news, si chiama insidertrading, è un reato ma di difficoltoso rilevamento. La critica letteraria è simile all’insidertrading: vuole influenzare i valori di borsa per poi fare profitto dagli aumenti di valori dei titoli. I titoli sono ovviamente gli autori, i quali sono collocati dagli editori e dalle istituzioni su un certo valore. Così tutto il gioco ruota intorno all’insidertrading.

  12. Prima della NOE molta poesia era scritta per essere pronunciata. A questo pensavo quando il Tg passò dalle notizie alle rubriche di intrattenimento; comunque importantissime per fare storia. Guardarci collettivamente a quel modo.

    La nuova storiografia sarà più sentimentale (priva di giudizio), mossa da amore. – E io non ho tempo da perdere con spiegazioni. Io, sempre io, fortissimamente. Perché non ho tempo. Col tempo non si combina mai niente.

    Ci guarderanno con amore, anche se non siamo la gran parte della storia. Loro, i futuri. Penseranno: “È stato un buon campionato per noi” disse Gregorio Polrinieri”. Lo insegneranno a scuola, ai bambini. Ci vorranno bene.

    LMT

  13. antonio sagredo

    “Con la sua opera di narratore, La Capria ha raccontato i vizi e le virtù della sua Napoli” (Linguaglossa)… ma fino a che punto?
    Ma una scrittrice sua contempporanea che viveva anch’essa a Napoli fu da questa città “allontanata” perché Napoli la “cantava” parecchio meglio di lui e di altri due scrittori napoletani complici di La Capria.
    Ho deriso questi tre compagni in alcuni miei versi: non sopportavo che Anna Maria Ortese venisse oltraggita. Provate a leggere un suo racconto “Il mare non bagna Napoli” e capirete come fosse superiore a quei tre.
    AMO (così la chiamo ed è tutto un destino!) era essenzialmente un poeta.
    E pochi scrittori possono starle accanto: di levatura europea svettava èer il suo “mistero lirico”… deformazione lirica del canto è il suo stile inimitabile.

  14. antonio sagredo

    questi i versi da SERENDIPITY (2003)

    Gli ossi, la casa e il doganiere non hanno senso per me
    e pure le altre corti, ignare, che ci circondano gementi.
    Coraggio, entriamo gioiosi, nati ieri, nella Villa accesa.
    Le mie Legioni hanno bisogno di scongiuri: che auguri, ZanZan!
    Contro tutti difendo la celeste AMO dai compagni
    e dalle capre, dai falchi, con eurovigore!

    “dai compagni
    e dalle capre, dai falchi,…”
    SONO I TRE NOMI – non troppo celati . – DEI TRE SCRITTORI CHE COSTRINSERO AMO
    AD ANDARE VIA DA NAPOLI

  15. 12 Re Tolomei entrano nel giallo di Agatha Christie 10 piccoli indiani
    e vanno a prendersi un caffè alla Coupole di Paris
    Una tigre passeggia con l’orinatoio di Duchamp agli Champs Elisée
    dove incontra Jean Paul Belmondò che ha appena finito di girare il film di Godard Fino all’ultimo respiro

  16. Ho letto la seguente frase di Patrizia Cavalli:

    «ho sempre voluto piacere al pubblico».

    Ovvio che si tratta di una sontuosa banalità ma anche e soprattutto di un programma di esistenza e di poetica che, non c’è dubbio, ha avuto successo, – dal 1975, anno di pubblicazione di Le mie poesie non cambieranno il mondo – ad oggi.
    Gli ultimi cinquanta anni hanno segnato l’epoca di un liberalismo ontologico ed epistemologico inquietante di cui il minimalismo era la confezione regalo prendi tre paghi uno, anni in cui si è verificata una derubricazione dei valori e una de-politicizzazione della vita privata ridotta a privatismo e antipubblicismo, fenomeno che ha investito la vita nazionale delle democrazie dell’Occidente. Con la guerra in Ucraina tutto ciò è diventato evidente.
    Mi chiedo: fino a quando continueremo a privatizzare la vita pubblica e a privatizzare le poetiche che, di fatto, oggi sono diventate né più né meno che episodi personali, esternazione di idiosincrasie personali.

    • Gli autori accorti hanno in mente due interlocutori: il pubblico e le élite. Temono che una scelta radicale potrebbe penalizzarli.

    • …che dipenda da me la sua apparenza,
      che ne sia io la sola responsabile,
      questa è la gioia fiera del mio compito,
      qui è il mio valore. Io valgo più del fiore.
      (DATURA- P.Cavalli, 2013)

      Cominciai ad interessarmi di questa autrice in occasione della stesura della mia. Non so se abbiamo contemplato la stessa pianta. La sua ha fiori gialli, la mia invece li porta bianchi. Probabilmente dipende dal diverso pianeta su cui siamo vissuti. Si sconta di sicuro l’essere nati sul ciglio della strada. Non c’è adorazione da parte dei passanti, nemmeno di una libellula e a suo paragone la bella di notte è una monaca di clausura. Si suona la tromba e dunque si fatica a trovare sintonia col rumore delle auto che sfrecciano e la puzza delle marmitte nel bicchiere sempre pieno.
      Il jazz lo capisci dal volto nero dei semi e dalla cirrosi che concepisce il tossico nel fosforo bianco che avvolge la pianta. Versi che appartengono a Saturno e al traffico sulla circonvallazione che l’avvolge da ogni parte. Gli altri che ambiscono a popolare l’universo e meravigliano i terrestri arricchiscono Giove, dove si consola il principe dolente per aver mancato il regno rassicurandolo sulla natura delle cose che assegna alla poesia un primato duraturo e a lui la promessa di luce autonoma.

      FIAMME BIANCHE DI STRAMONIO (2015 circa)

      A raccontarla in breve, così come nasce sulla statale
      l’odore di zolfo il piccolo Giordano che brucia
      non è che un fiore
      e la via stretta che si prende una farfalla

      Vola altrove-dice una libellula-
      non dove cresce la Datura
      guarda come si tiene lontana la bella di notte

      ma quella non capisce e muore

      Si trattasse di mostrare i grumi neri-dico-della mente
      come si fa col sosia tra gli imputati

      – l’emerso dallo specchio col segno in fronte
      l’ordine divino di non toccarlo-

      e dunque è lei che ci racconta in equazioni
      il cambiosesso di Medea e in brevetto
      il meglio d’uomo.

      ———————-
      e per dirla in breve:

      LABYRINTH

      Ritrarsi nella chiocciola dell’umido. Da una cometa a una scia sul parabrezza
      Il piccolo è fatto di grandi silenzi, impercettibili lampi, intestino senza uscita.

      Il grande suona la tromba del sublime
      E il respiro dà sul nulla come una gola murata.

      (F.P.Intini)

      • L’affermazione incauta e ingenua di Patrizia Cavalli:

        «qui è il mio valore. Io valgo più del fiore.»

        indica senza dubbio alcuno il processo di privatizzazine (inconscio) onde per cui ogni cosa naturale (albero, fiore, montagna etc) o merce che ci sta d’intorno viene ricondotta e parametrata al «valore» della «mia» esistenza privata: «io valgo più del fiore» indica il processo di auto valorizzazione dell’Io che mette in scena se stesso nella Commedia del Capitale che produce la «valorizzazione» di tutti i «valori», cioè il «plusvalore» del Capitale (umano) che è qui in questione.
        Ingenuità filosofica e rozzezza d’espressione sono contenute in quella piccola frasetta della Cavalli. Ingenuità che si tinge di spessore reazionario che tutto sommato si rende caudatario della realizzazione del processo di auto valorizzazione del Capitale.

        • milaure colasson

          bravo Linguaglossa, te lo meriti, questa è una vera argomentazione da critico letterario (marxista). La Patrizia Cavalli è una figura di secondo piano che fa delle rime invereconde e postruiste, non merita altra considerazione. Soprattutto dopo aver letto la poesia di Bertolt Brecht.

          • milaure colasson

            La poesia di Brecht parla di noi e della nostra epoca: viviamo davvero in tempi bui, quando parlare di alberi è già un delitto.

  17. “Uno studente chiese all’antropologa Margaret Mead quale riteneva fosse il primo segno di civiltà in una cultura. Lo studente si aspettava che Mead parlasse di ami, pentole di terracotta o macine di pietra. Ma non fu così.
    Mead disse che il primo segno di civiltà in una cultura antica era un femore rotto e poi guarito. Spiegò che nel regno animale, se ti rompi una gamba, muori. Non puoi scappare dal pericolo, andare al fiume a bere qualcosa o cercare cibo. Sei carne per bestie predatrici che si aggirano intorno a te. Nessun animale sopravvive a una gamba rotta abbastanza a lungo perché l’osso guarisca.
    Un femore rotto che è guarito è la prova che qualcuno si è preso il tempo di stare con colui che è caduto, ne ha bendato la ferita, lo ha portato in un luogo sicuro e lo ha aiutato a riprendersi.
    Mead disse che aiutare qualcun altro nelle difficoltà è il punto preciso in cui la civiltà inizia. Noi siamo al nostro meglio quando serviamo gli altri. Essere civili è questo”.
    il punto esatto del senso di comunità è la cura dell’altro.

  18. Ieri sera al teatro Petrolini di Testaccio a Roma un imbarazzato Diego De Nadai ha presentato la poesia kitchen di Marie Laure Colasson. Godetevi questo bel siparietto.

  19. Bertolt Brecht
    “A quelli nati dopo di noi”

    Veramente, vivo in tempi bui!
    La parola disinvolta è folle. Una fronte liscia
    indica insensibilità. Colui che ride
    probabilmente non ha ancora ricevuto
    la terribile notizia.
    Che tempi sono questi in cui
    un discorso sugli alberi è quasi un reato
    perché comprende il tacere su così tanti crimini!
    Quello lì che sta tranquillamente attraversando la strada
    forse non è più raggiungibile per i suoi amici
    che soffrono?
    È vero: mi guadagno ancora da vivere
    ma credetemi: è un puro caso. Niente
    di ciò che faccio mi da il diritto di saziarmi.
    Per caso sono stato risparmiato. (Quando cessa la mia fortuna sono perso)
    Mi dicono: mangia e bevi! Accontentati perché hai!
    Ma come posso mangiare e bere se
    ciò che mangio lo strappo a chi ha fame, e
    il mio bicchiere di acqua manca a chi muore di sete?
    Eppure mangio e bevo.
    Mi piacerebbe anche essere saggio.
    Nei vecchi libri scrivono cosa vuol dire saggio:
    tenersi fuori dai guai del mondo e passare
    il breve periodo senza paura.
    Anche fare a meno della violenza
    ripagare il male con il bene
    non esaudire i propri desideri, ma dimenticare
    questo è ritenuto saggio.
    Tutto questo non mi riesce:
    veramente, vivo in tempi bui!
    Voi, che emergerete dalla marea
    nella quale noi siamo annegati
    ricordate
    quando parlate delle nostre debolezze
    anche i tempi bui
    ai quali voi siete scampati.
    Camminavamo, cambiando più spesso i paesi delle scarpe,
    attraverso le guerre delle classi, disperati
    quando c’era solo ingiustizia e nessuna rivolta.
    Eppure sappiamo:
    anche l’odio verso la bassezza
    distorce i tratti del viso.
    Anche l’ira per le ingiustizie
    rende la voce rauca. Ah, noi
    che volevamo preparare il terreno per la gentilezza
    noi non potevamo essere gentili.
    Ma voi, quando sarà venuto il momento
    in cui l’uomo è amico dell’uomo
    ricordate noi
    Con indulgenza.

    • (…)
      Ci guarderanno con amore, anche se non siamo la gran parte della storia. Loro, i futuri. Penseranno: “È stato un buon campionato per noi, disse Gregorio Paltrinieri”. Lo insegneranno a scuola, ai bambini. Ci vorranno bene.

      LMT

      Da Bertolt Brecht a l’indegno. Siamo molto preoccupati.

  20. di Sergio Benvenuto, da http://www.agalmarivista.org/articoli-uscite/sergio-benvenuto-la-macchina-placebo-traduzione-e-comprensione/

    Senso e non-senso

    La teoria dell’informazione dice che il valore informativo di un messaggio è inverso alla sua probabilità. È su questa base che oggi i programmi automatici di scrittura ci suggeriscono le parole successive più probabili mentre scriviamo. Se scriviamo in una email “auguri di un felice…”, il programma suggerirà “…anno nuovo”, per esempio. Devo dire che, per quel che mi riguarda, due volte su tre il suggeritore automatico indovina. Ma non perché legge la mia mente, indovina perché scrivo cose banali, ovvero il seguito è prevedibile. Ma più il seguito di un messaggio è probabile, meno alto è il suo valore informativo. Per cui quando un traduttore umano sbaglia banalizzando il testo, fa diminuire la forza informativa del testo originario. Qui vediamo che più informazione non equivale a “più senso” come lo intendiamo di solito, anzi il contrario. Se per senso intendiamo ciò che è fin troppo comprensibile, banalità del tipo “la verità è sempre nel mezzo” o “gli estremi si toccano”, il senso è chiaro ma l’informazione è povera. Invece quando Lacan ha creato la frase “amare è dare ciò che non si ha…”, l’enunciato ci colpisce perché le successioni delle parole sono qui improbabili. È talmente improbabile che si dia ciò che non si ha… da tracimare nell’impossibile, da sfidare il buon senso ovvero il senso (che è sempre buon), esondare verso un malvagio non senso. Ciò che la teoria dell’informazione chiama “più informazione” potrebbe essere chiamato “evento più significante”. Ma il significante massimo, l’evento più raro, è non senso.

    I linguisti proposero la frase Colorless green ideas sleep furiously come esempio di una frase perfettamente grammaticale ma semanticamente insensata. Jakobson (cfr. Jakobson 1989) fece però osservare che una frase del genere potrebbe essere parte di una poesia surrealista. In effetti il senso di questa frase è problematico, proprio perché ogni parola fa evento qui, ovvero ogni parola successiva è altamente improbabile. Dopo “colorless” nessuno si aspetta il nome di un colore! L’informazione è altissima… perciò non ha senso. Il massimo di informazione è ottenuto quando si scivola nel non-senso, il senso va dissolvendosi man mano che l’informazione aumenta. Ma dopo tutto è quel che fa sempre la letteratura, in particolare la poesia: gioca sulla massima improbabilità delle combinazioni di parole, improbabilità che slitta verso l’ermetismo, anticamera dell’insensatezza. Verso un senso impossibile. Perché, facendo finta di dire, la letteratura vuol dare… la cosa stessa.

    L’improbabile, nella teoria matematica delle probabilità, è un convergere asintotico verso l’impossibile (che si scrive: 0 probabilità), è un tendere allo 0. L’impossibile è il sogno iperbolico dell’improbabile. La certezza (si scrive: probabilità 1) è riservata alla scrittura matematica e logica: è il trionfo del senso, in quanto tautologico (è questa la tesi di fondo del Tractatus di Wittgenstein, 1988). Quello che ho chiamato banalizzazione di un testo (che viene considerata spesso sua comprensione) è una galoppata a rotta di collo verso la tautologia.

    La trasmissione – quindi anche la traduzione – tende a massimizzare il senso, ovvero la probabilità e prevedibilità del testo. Il senso, ovvero la banalità, è quindi ciò a cui tutti tendiamo quando siamo confrontati alla realtà fattuale di un testo, così come il bambino piccolo tende a rifugiarsi tra le tette della mamma. Quando una persona adulta sente di star morendo, invoca la mamma. La mamma (ovvero la matematica) è la nostra tautologia iniziale e finale.

    I nostri discorsi e testi devono fare continuamente i conti col non-senso

    I nostri discorsi e testi devono fare continuamente i conti col non-senso. È il caso di quelli che logici e linguisti chiamano index symbols nella lingua, come: io, tu, qui, là, ora, tempo fa. Questi simboli hanno una funzione indicativa, ostensiva, come le frecce in un cartello ci indicano la strada che dobbiamo prendere. Io, ad esempio, non descrive nessuna persona in particolare, indica, come con un dito, il locutore in quel momento. Ora non descrive alcuna epoca particolare, indica il momento in cui io sto parlando. Eppure i simboli sono essenzialmente denotazioni universali. Se dico “il mio tavolo è di legno”, faccio ricorso a simboli universali, “i tavoli”, “il legno”. Il linguaggio parte sempre dall’universale, sperando così di giungere a circoscrivere il particolare. Ma il particolare è sempre al di là del linguaggio stesso, è ciò che il linguaggio cerca di isolare come quando diamo le coordinate di un oggetto nel mare. Ora, gli index symbols sono universali come ogni simbolo, ma designano sempre qualcosa di particolare, insomma eventi.

    Simboli-indice sono i nomi propri. Per questa ragione di solito i nomi propri non si traducono. Fui colpito perciò quando, da giovane, un mio amico giapponese, Nishiwaki, mi disse che il suo nome significava Giovanni… Un nome non descrive mai il portatore, meramente lo indica. È vero che spesso si traducono anche i nomi, per rendere i personaggi più familiari. Così Scarlett O’Hara di Gone with the Wind è diventata, nella versione italiana del film, Rossella. Operazione scorretta? No, ha il suo senso. Perché non tradurre allora anche il cognome? Per un orecchio anglofono O’Hara suona come tipico cognome irlandese, e siccome si sa che S. Patrizio è il protettore dell’Irlanda, perché non chiamarla Rossella San Patrizio?

    Il linguaggio è violenza concettuale esercitata sul mondo. Ogni simbolo si pretende rappresentante di un’universalità, che è sempre concettuale. Per questa ragione i simboli-indice sono una sfida, anche se marginale, a questo peccato originale universalista di ogni linguaggio. E abbiamo altri simboli inquietanti: le parole straniere che non traduciamo. Sono sempre più parole inglesi, ma abbiamo anche parole di varie altre lingue. Come Stimmung, Leit Motiv, intellighentzia, Soviet, Nomenklatura, mana (polinesiano), movida, bidonville, ecc. Non so se siano significanti veramente intraducibili, tanto più che spesso il senso che vi diamo non corrisponde al senso che i parlanti quella lingua danno oggi a quel termine. Dialogando con intellettuali russi, ho capito che per loro intellighentzia ha per lo più un senso dispregiativo che invece non ha nell’uso italiano della parola. Queste parole restano non tradotte in quanto pensiamo che il loro senso sia incommensurabile con quello di termini italiani affini.

    Possiamo dire che questa incommensurabilità è con qualsiasi termine di un’altra lingua. Si prendano termini comuni come love e happy in inglese: è del tutto soddisfacente tradurli con “amore” e “felice”? Eppure se uno dice: “I am happy with my computer” non vuol dire che ha raggiunto la felicità comprando quel computer, ma semplicemente che è soddisfatto del suo computer. D’altra parte se uno dice: “I love Kant”, non vuol dire che si è innamorato di Kant, solo che gli piace moltissimo il pensiero di Kant. E questo lo si potrebbe rilevare per quasi tutte le parole di qualsiasi lingua.

    Non traduciamo delle parole non perché non possiamo trovare parafrasi italiane corrispondenti, ma perché le trattiamo come nomi propri: sono casi in cui non è importante solo rendere il significato di un termine, ma anche il suo significante. È come se volessimo non tanto descrivere una persona, ma stampare il suo ritratto. Tradurre fedelmente sarebbe allora non tanto dare il significato di parole-concetti in un’altra lingua, piuttosto rendere il significante stesso come evento non concettualizzabile. Non tradurre il simbolo di un’altra lingua è usarlo come un indice, un nome proprio, una freccia.

    • Non c’è alcuna comunicazione dove c’è l’io, non c’è alcuna verità dove c’è l’io

      Per Heidegger l’Esserci si presenta come il «Se-stesso». Heidegger pensa che sia necessario rinunciare alla idea del linguaggio come comunicazione. La parola autentica per il pensatore tedesco risponde sempre ad una «chiamata». «La chiamata (An-rufen) non ha bisogno di comunicazione verbale. Essa non dice verbo, ma non resta per questo oscura e indeterminata. La coscienza parla unicamente e costantemente nel modo del tacere. Con ciò essa costringe l’Esserci, richiamato e ridestato, al silenzio che gli si addice».1
      Per Heidegger il «Se-stesso» non solo non ha bisogno del linguaggio, ma può apparire purché ci si allontani dal linguaggio della ciarla. Per Heidegger la coscienza è originaria, cioè non ha presupposti: «Nella coscienza, l’Esserci chiama se stesso». Heidegger pone una contrapposizione radicale fra Esserci e «Si», fra coscienza e «chiacchiera», fra il silenzio della «chiamata» e il frastuono della lingua: «La chiamata non racconta storie e chiama tacitamente, essa chiama nel modo spaesante del tacere».2

      La poetry kitchen invece pone la chiamata (An-rufen) come rumore di fondo dei linguaggi mediatici, dei linguaggi della ciarla, più che negazione radicale è adozione della negatività dei linguaggi positivizzati: Non è il silenzio che risponde alla chiamata della coscienza, ma è il rumore di fondo, il rumore dei linguaggi tautologici, non più significativi; non è la «voce» oscura che attinge la coscienza, ma «voce» che si fa parola, «voce» allo stato aurorale del linguaggio, quando il linguaggio affiora alla coscienza. Un linguaggio aurorale che nega il discorso assertorio, significazionista qualsiasi discorso del senso e del significato.
      Il momento della parole è l’«atto individuale di volontà e di intelligenza». Negazione che va alla radice, negazione radicale.

      L’arte per la poetry kitchen è ciò che si offre gastronomicamente, ma con segno invertito, alla delibazione e alla degustazione dei palati; ciò che si offre come delibazione, medaglia male appiccata sul petto, ornamento mal messo, si è convertito nel suo contrario. La poiesis kitchen si dà piuttosto come ciò che «chiude» la possibilità dell’aprirsi di mondi storico-destinali. La poesia kitchen è «chiusura» di mondi storico-destinali, ciò che si sottrae alle sirene dell’avanguardia e ciò che si sottrae alle malie di una retroguardia. È il «I prefer not to» di Bartleby di Melville ripetuto e reiterato all’infinito come possibilità dell’impossibile. Estrema ratio. È la nuova utopia del rifiuto assoluto e drastico ad oltranza dei significati stabili e stabiliti.

      Il soggetto parlante, identificato come colui che dice “io”, si stacca dalla neutralità mediante un atto di parole, e si appropria della lingua; ma è una appropriazione temporanea (ed estemporanea), perché subito un altro “io” si appropria della lingua, retrocedendo il precedente “io” alla posizione di “tu”. La mente/persona (l’io) è sempre sospesa fra pre-individuale e trans-individuale. Il ruolo costitutivo dell’impersonale, che si colloca al di qua e al di là del soggetto, è ciò che consente all’io di emergere come un “io”. La dimensione comunicativa della lingua presuppone quella che Lacan chiama «lalangue»; per questa ragione la lingua «senza dubbio è fatta di lalangue». Il pre-individuale è il regno del «Non è», della negazione; il che è un altro nome dell’inconscio, che è «un saper fare con la lalangue». È rilevante questa nozione di «lalangue» perché mette in crisi il modello della lingua come codice assertorio e comunicativo, e mette in crisi anche la nozione di soggettività autonoma, infatti c’è comunicazione se c’è un soggetto che vuole comunicare; se la lingua, in realtà, «è ciò che si prova a sapere riguardo alla funzione della lalangue», questo implica collocare al centro della comunicazione dell’io un dispositivo impersonale, inafferrabile, irragionevole, che inficia dall’interno la presunzione di autonomia e di originarietà della mente/persona. Per questa ragione la «lalangue serve a tutt’altra cosa che alla comunicazione», i suoi «effetti che sono affetti» che «vanno ben al di là di tutto ciò che l’essere che parla è suscettibile di enunciare».3 Il primo, e il più rilevante, fra gli enunciati che lalangue confonde, propriamente «frantuma», è proprio quello in cui la mente/persona dice “io”.
      La poetry kitchen revoca ogni costituzionalità alla egolatria dell’io e all’ideologema assertorio e fasullo che lo vorrebbe al centro della comunicazione. Non c’è alcuna comunicazione dove c’è l’io, non c’è alcuna verità dove c’è l’io, ci dice la poetry kitchen.

      1 M. Heidegger, Essere e tempo, tr. it., Longanesi, Milano 2005, p. 159.
      2 Ibidem p. 160.
      3 Le citazioni sono tratte da J. Lacan, Encore. Le Séminaire. Livre XX, Seuil, Paris 1975, pp. 174 e segg.

  21. L’enunciato composto da parole note dal senso univoco, tratto dal linguaggio condiviso, stile e predicato nominale, è assai frequente nelle poesie noe e kitchen. Ne stravolgiamo il senso ma non la forma, ritenuta pubblicitaria o giornalistica; quindi orecchiabile, anche se insonora, aritmica, vicina ma non paragonabile alla rima.
    L’enunciato-modo di dire diventa zona creativa, a volte tanto ben riuscita che vale la pena lasciarla isolata nel testo. Ottima soluzione per aprire il discorso, ma anche per interromperlo, è portatrice di non senso, quindi apre all’enigma.
    F. Intini ne fa grande uso, io altrettanto ma tendo a isolare gli enunciati. Ma un po’ tutti. È come se al posto della parola appropriata si preferisca il combinato di due o tre parole, in piccole unità di senso… per questi enunciati non esistono (ancora) manuali, anche perché sono “fioriture” del linguaggio, instabili e sempre provvisorie.

  22. Sette gatti tormentano la camicia da notte.

    Chi viene dall’aldilà finge di dormire sull’abat-jour
    ma solo le unghie dei felini si sporgono dall’altra parte.

    Ringhiano come se fosse una rissa per sostituire le zanzare
    il basilico sul davanzale però suda e non profuma

    I due piani paralleli si scambiano fisionomie che dovrebbero restare nelle urne.

    Tiziana Antonilli

  23. Tanto più gli enunciati sono improbabili, pur avendo una perfetta struttura grammaticale e sintattica, quanto più l’informazione del testo è alto, come avviene con questa poetry kitchen di Tiziana Antonilli che per la prima volta ha dato vita ad un suo testo kitchen.

    Proprio ieri l’altro ho scambiato qualche considerazione con due autori de “Lo Specchio” Mondadori i quali mi dicevano che loro non riuscivano proprio a capire nulla della poetry kitchen, non riuscivano ad entrare dentro gli argomenti che portiamo a sostegno della idea della poesia kitchen.
    Il fatto è che le nostre considerazioni riprendono spessissimo le tesi di psicanalisti come Sergio Benvenuto, Lacan, Massimo Recalcati, filosofi come Zizek e Agamben, linguisti come Jakobson e Benveniste etc., sarebbe stato sufficiente aver letto i loro testi cum grano salis, la poetry kitchen ha un retroterra fittissimo e aggiornato del pensiero filosofico e psicanalitico del novecento e dei giorni nostri. Ciò che per loro è improvvisazione dei testi kitchen corrisponde in realtà con la loro non conoscenza del pensiero filosofico e psicanalitico più aggiornato.

  24. UN CONTRADDIZIONE SI ABBATTE SULLE TERRE EMERSE

    Il tempo avanza ipotesi incredibili.
    Dinosauri sconfitti e polvere che oscura il sole?

    Il lavoro sulle radici porterà il movimento.
    Un’orchidea al triplo flip vale un quadro di Raffaello
    E l’agave si piega fino al risvolto dei pantaloni.

    Mentre aspetta la rapsodia del pino
    Al pianoforte si esibisce lo scirocco.

    Anche l’antenna reclama le sue corde.
    Dal ramoscello parte un SI che scuote i vetri.

    Trovare un gene che codifichi per un CRA.
    E’ stato così bello appartenere all’analogico
    che adesso interferire con un corvo pare niente.

    Piccoli Putin già mordevano sui baobab quando
    I Neanderthal presero la Bastiglia.

    Noi siamo persuasi che si vince o perde.
    L’ape ha un bel morire se alla regina porta vetriolo.

    Anche il coccodrillo conosce la legge
    che la zebra fa ruotare tra i denti

    Tribù di chip si abituano al pane secco e alla vita sotto i ponti
    dove imparano a sopravvivere a missili di Mendelevio.

    E dunque riassumo quel che c’è da fare:
    il vetriolo irrori il contadino
    E la zebra mangi il coccodrillo.

    Dorme un geranio e russa forte nella veranda
    Fuori gioco come un Cro-magnon.

    (F.P.Intini)

  25. Un evento (un evento di parola) emerge dal nulla, ovvero, da un «vuoto» nella dimensione dell’essere (delle relazioni sociali, economiche e politiche), da un «vuoto» dell’oggetto a, infatti intendiamo per «evento» ciò che emerge da una situazione linguistica parallattica che è giunta al suo acme, alla sua massima contraddittorietà, al suo massimo livello di sismicità. Un terreno simbolico sismico è particolarmente adatto affinché sorga una dimensione parallattica del linguaggio, che è una situazione in cui il simbolismo del Simbolico si disgrega e collassa, il che richiede la celebrazione di un lutto, un cerimoniale e una figuralità apposita e un rito, una ritualità. «Parallasse significa che la stessa messa fra parentesi produce il suo oggetto».1 Mettere tra parentesi non significa porre una distanza tra il soggetto e l’oggetto quanto porre su un altro piano il luogo della conflittualità dal piano economico, sociale e politico a quello del poetico. Questo atto di porre su un altro piano e in un altro luogo è, per l’appunto, il momento parallattico del linguaggio nel momento del suo insorgere. In fin dei conti è un atto di insurrezione.
    Non c’è dubbio che la cerimonialità kitchen della poesia di Intini sia diversa e distinta da quella sketch kitchen di Marie Laure Colasson, ogni testualità kitchen è ibrida e inautentica, delimita e perimetra un proprio esclusivo demanio cerimoniale, con tanto di maggiordomo Camembert e camerieri in livrea Luigi XIV, dame in décolleté e ospiti di princisbecco: la vita privata è giunta allo spazio kitchen e coincide con lo spazio pubblico della vita pubblica, anch’essa kitchen, uno vale uno e due vale due, un vero torneo di Wimbledon dove l’eccentrico va al gabinetto con il povero di spirito ed entrambi colliquano con in Signor Nulla, il Phon litiga con il Signor Putler, l’aspirapolovere amoreggia con l’acchiappafarfalle e lo scolapasta, così la zebra si mangia il coccodrillo e l’ippopotamo bianco solfeggia un’aria di Mozart.

    1 S. Zizek la visione di parallasse, il melangolo, 2006, p. 87

  26. PIETRO EREMITA

    UNO DEGLI ULTIMI SCOPRITORI DELL’ACQUA CALDA SULLE VICENDE PUTINIANE è ALFONSO BERARDINELLI.
    TUTTO CIO’ CHE SCRIVONO QUESTI SCOPRITORI – INVENTORI NON
    HA IL MINIMO VALORE, POICHE’ HANNO GIA’ SCRITTO VARI SECOLI
    FA TUTTI GLI OPPOSITORI – MORTI DI MORTE VIOLENTA – DEL POTERE ASSOLUTO NELLE VARIE EPOCHE IN TERRA DI RUSSIA.
    TRA QUESTI OPPOSITORI SPICCA PER CHIAROVEGGENZA E CONOSCENZA DELLE COSE ANNA POLITKOVSKAJA, UCCISA NEL GIORNO DEL SUO COMPLEANNO – 7 OTTOBRE -, E QUESTO ASSASSINIO FU IL REGALO CHE FECE A SE STESSO PUTIN PER IL SUO STESSO COMPLEANNO – 7 OTTOBRE .
    E’ UNA COSA CHE RIPETO DAL GIORNO STESSO DI QUESTA UCCISIONE.
    L’EUROPA SCRISSI IN ALCUNI MIEI VERSI DEGLI ANNI ’70 E’ UNA ZOCCOLA SCOSCIATA, CHE PRIMA O DOPO MOSTRERA’ QUESTO AMABILE COMPORTAMENTO, MA SOLO QUANDO SARANNO MINACCIATI MOLTO DA VICINO I SUOI SALARI DA PROSTITUTA!

    TUTTI AUSPICANO LA MORTE DI QUESTO CLEPTOCRATE, MA SARANNO DELUSI: E’ UN CANDIDATO ELETTO AL SUICIDIO!
    A NESSUNO PERMETTERA’ DI REALIZZZARE IL PROPRIO ASSASSINIO, SE NON A SE STESSO. E CON QUESTO PACE ALLA SUA BUON’ANIMA!
    PUTIN SIGNIFICA: PEZZETTINO, UN POCHETTINO DI QUALCOSA CHE ASPIRA ALLA GRANDEZZA – PER QUESTO PIETRO IL GRANDE E’ IL SUO MODELLO, MA PUTINI E’ GRANDE NELLA SUA PICCOLEZZA E POCHEZZA DI ESSERE UNO DEI PERSONAGGI PIU’ MISERABILI DI GOGOL’: RICORDATE UNO CRITTORE UCRAINO CHE SCRIVE IN LINGUA RUSSA, COME TANTI ALTRI.

    DORME SONNI TRANQUILLISSIMI PERCHE’ SA QUANDO E COME MORIRA’: NELLA MANIERA PIU’ ECLATANTE COME UN COLPO DI TEATRO!
    QUESTA E’ STORIA SCRITTA IN ANTICIPO

    ALFONSO LOCATELLI

  27. Alfonso Cataldi

    A cinque anni un merlo si è posato sulla spalla destra.
    Ricevuto il premio Strega, Raffaele La Capria

    ha acquistato un tavolo da pranzo
    tondo per quel figlio unico.

    Le emozioni feroci non arrivano in nessuno libro
    Il giorno dopo sono già bacheca.

    Le stragi alzarono le mani di fronte ai
    “Campioni del mondo!
    Campioni del mondo!
    Campioni del mondo!”

    Dino Zoff manda giù l’amarezza del limone
    In bocca ha la nostalgia per il lavoro fatto bene a qualsiasi livello.

    «Dieci flessioni ogni mattina innescano un circolo virtuoso a qualsiasi età»

    Le piazze fanno il pieno di serotonina
    L’orgoglio nazionale non prude quanto quello gay.

    Il canetto scodinzola in mezzo a ogni folla
    gli basta un padroncino a fianco.

    03/07/2022

  28. milaure colasson

    Gli specchi ridono di noi. I pipistrelli
    ci disprezzano.

    (Mario Lunetta)

    Mario Lunetta dispone di un suo personalissimo cerimoniale ossessivo, così come Alfonso Cataldi ne ha uno suo del tutto personale:

    A cinque anni un merlo si è posato sulla spalla destra.
    Ricevuto il premio Strega, Raffaele La Capria

    (Alfonso Cataldi)

    La mattina il poeta Gino Rago prende un caffè
    Madame Colasson redige il verbale degli acchiappafarfalle
    Ewa Tagher aggiusta la redingote del pappagallo Proust

    Giorgio Linguaglossa negli ultimi tempi ha modificato il suo cerimoniale, ogni enunciato è finito, è fine a se stesso, eppure tutti insieme fanno testo, fanno testo di nulla.
    Cerimonia implica che c’è un cerimoniale, un rito, un breviario, una mitologia… e anche un mitomane: ovvero l’autore..

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