Francesco Paolo Intini, lamento del cratere Copernico, Poesie di Mauro Pierno e Antonio Sagredo, Commenti di Lucio Mayoor Tosi, Marie Laure Colasson, Francesco Paolo Intini, Giorgio Linguaglossa, Kazimir Malevič, Quadrato nero su fondo bianco, Il linguaggio poetico di Intini sbatte all’interno dei gradienti della castrazione simbolica e della impotenza simbolica

Foto Malevitch Quadrato

Il quadro di Kazimir Malevič, Quadrato nero su fondo bianco (1915) è il primo tentativo di inscrivere il Significato (quadrato nero) sulla Assenza del significato (fondo bianco). La iscrizione si presenta come la rappresentazione del fallimento di QUELLA iscrizione, la negazione della Rappresentazione, il fallimento da parte della poiesis che voglia tentare una qualsiasi iscrizione di UN significato sulla base della Assenza-di-significato dello sfondo. La poiesis kitchen è proprio questo: la rappresentazione del fallimento di ogni Rappresentazione, è questo l’assunto fondamentale della pratica kitchen. (Giorgio Linguaglossa)

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Francesco Paolo Intini

LAMENTO DEL CRATERE COPERNICO

Tacciono gli ulivi e le lavatrici sono al risciacquo.
E dunque, cari miei, si sale in cattedra con lavori sulle spighe di grano.

Emergono dubbi sulla coltivazione a segale cornuta.
Tutto il massacro si riduce ad una conta di yogurt alla pesca.

Dove troveremo la fragolina di bosco
e la vibrazione del creme caramel?

In questo continente e nell’altro il cuore di merluzzo danza il flamenco
Non si avrà pace se non cedono gli scaffali al grano saraceno.

Ecco il cobra dietro il bancone con la doppietta tra i denti:
Faremo una pista ciclabile per i tank

Anche i numeri ci raggiungono sui pullman.
Le astronavi affondano al largo dei vocabolari
e le slitte di Mc Donald ghiacciano nella zuppa.

Sconvolti dalle potenze, si sanguina per una moltiplicazione.
Dalla trincea del Meno si spara contro un eroico Più.

Al raggiungimento del risultato il Vesuvio si fa matte risate:
La pallottoliera è confusa tra addizioni e sottrazioni
E il lapillo va su e giù.

Le armate bruciano armi di gelso.
Via interrotta –dicono-per uno zero intraducibile in logaritmo.

Ma intanto occorre piangere sulle spalle del distributore di benzina.
E l’afflizione si rinfresca con un tuffo a Polignano

Il Lumen è decapitato sulla via Appia. Nessun testimone.
Solo un regolamento di conti tra unità di misura.

La prevaricazione del Metro sulla Candela.

Mauro Pierno

Come si chiama? Casimiro? Il personaggio di Beckett?

Stasera passeggiava con il padre di Amleto torcia in mano e passo incerto.

Non erano sui bastioni ma su un balcone al quarto piano.

La storia ha un passo double. Una perifrasi della notte. Dici a me? Eccoli ripassano.

L’impegno si è pisciato addosso.
Guardali hanno lo scheletro del giorno.

 

Antonio Sagredo

L’illusione di un attore che non fugge da nessuno
e da nessuna cosa è il destino del numero infinito –
è l’azzardo del carnefice l’orfanezza di una quinta!
Lo zero non sarà rubato da un corvo o una colomba,
ma dalle quattro labbra da cui nasciamo!

Il Verbo non è necessario ai morti, né alla risurrezione
poi che la carne è da tempo una seduzione in prescrizione.
Il convivio è approntato: danzano dei e demoni nel bordello,
e non sai se i loro sessi sono ancora i cardini del nostro avvento.

(Vermicino, 12 ottobre 2005)

Non ci saranno altre terre dove gli stermini come amorini
saranno il nostro pane quotidiano su sarcofagi imbiancati.
E il canto del gallo è un’illusione circense nella notte
di patiboli e capestri – per le gioie dei bambini!

Non ho che una immortalità decente da calpestare sopra i ponti,
e come Keplero contare le pietre del selciato e delle stelle.
Nemmeno un nido di corvi sarà concesso ai beati angelici,
ma io quella sete nutrirò di ossa e di cenere – negli anfiteatri!

(Roma, 1-8 nov. 2013)

Giorgio Linguaglossa
6 giugno 2022 alle 17:22 

Questa identificazione escrementizia tra la materia divina e la materia carnale nella poesia kitchen di Intini è l’aspetto dominante e pienamente visibile. Come affermò Martin Lutero: «l’uomo è merda divina, è caduto dall’ano di Dio» e si è moltiplicato. La superteologia di Lutero era una rivoluzione: le buone azioni erano impure, egoiste, calcolo del letamaio; Dio ne era atterrito, ne provocavano l’ira e lo spingevano alla vendetta divina. La salvezza per Lutero veniva dalla fede in Gesù salvatore. La pseudo teologia di Lutero costituisce il segreto profondo su cui è stato edificato il capitalismo (con le sue varianti autocratiche), al fondo del quale c’è la sua natura escrementizia. La merda divina costituisce il sostrato ideologico non-detto della rivoluzione scientifico-tecnologica del capitalismo dei giorni nostri: la elevazione del godimento a categoria del politico è la aleteia del nostro odierno modo di vivere: il superiore (l’arte, il bello, l’anima etc.) comunica direttamente con l’inferiore (la merda, la polluzione, i rifiuti), l’Innominabile viene così oscurato, viene detto che è l’indicibile e così viene tranquillizzata la coscienza infelice.
È il nostro universo post-ideologico ciò di cui tratta la poesia kitchen in cui la jouissanse desublimata viene eretta a deità mondana del soggetto post-edipico.
Che dire?, in questa jouissance c’è spazio per le anime nobili, per le parole assennate, per le anime belle. Ebbene, la poesia di Intini è la più radicale sconfessione di tutte queste ipotiposi dei buoni sentimenti e delle buone maniere, il più radicale scoperchiamento dei discorsi post-ideologici. Il soggetto post-edipico castrato e impotente è il soggetto limite delle democrazie neoliberali, il soggetto libero di sottomettersi al totem di turno in quanto, appunto, libero di sottomettersi mediante una azione prodotta da quello che considera il libero arbitrio. Castrazione e impotenza del discorso poetico che non può fare altro che inneggiare, innalzare inni alla castrazione e all’impotenza.

Marie Laure Colasson
6 giugno 2022 alle 19:33 

Tutto il massacro si riduce ad una conta di yogurt alla pesca.
(F.P. Intini)

Composizione magistrale di forza dirompente, scritta interamente con materiali escrementizi… in tempi di massacri, di disinformazia e di buoni sentimenti…
Il linguaggio poetico di Intini sbatte all’interno dei gradienti della castrazione simbolica e della impotenza simbolica. È il modo peculiare di Intini di giungere al Reale, il suo personale. Nella NOe ciascuno si può ritagliare il proprio percorso, il proprio album delle figurine dei materiali escrementizi. La NOe non dà regole valide per tutti, se non una: la regola aurea è il materiale di risulta, i rifiuti. Poi ciascuno è libero di inventare una propria strategia di pescaggio degli escrementi. Intini per esempio fa a meno degli Avatar, dei sosia, dei Doppi, come avviene nella poesia di Linguaglossa, di Gino Rago e mia, lui fa compostaggio di materiali inerti e ipoveritativi, li fa scontrare come nell’auto scontro e ci fa le scintille. penso che sia la poesia del nostro tempo, tempo di populismi reazionari e guerre di conquista. Una poesia iconoclasta per un tempo iconoclasta. Una poesia di una singolarità paranoica in un tempo di masse paranoiche.

Lucio Mayoor Tosi
6 giugno 2022 alle 20:26 

Della poesia F.P. Intini io ho capito altre cose, forse perché non amo tristezze da terra desolata. Ad esempio che Intini si affida a una giustizia “naturale”, sottoposta a leggi di fisica e chimica… e naturalmente potrei sbagliarmi, ma parole chiare non se ne leggono; infatti ho chiesto più volte nei commenti ma si è detto vagamente che al fondo ci sarebbe una delusione ideologica, dovuta anche a marginalità culturale (prezzo che si paga uguale in Sicilia come in Valle D’Aosta). Voglio dire, alla domanda “Cosa ti dà pena?”, perché pena e delusione stanno alla base del tono rivendicativo, in parte derisorio, presente ovunque nelle poesie di Intini. Ma ho desistito, in fondo non è questo l’aspetto più importante, qualcuno in sintonia si trova sempre.

Ho quindi posto attenzione al processo creativo, perché è indubbio che Intini straborda in creatività; la quale è posta in gioco ad ogni verso, o meglio ad ogni distico. Ogni distico ha la sua “trovata”, senza tregua, verso dopo verso. E ogni verso è conclusivo, chiuso in sé. Così è il distico, almeno nella forma coniata inizialmente dalla NOE; poi disattesa perché, penso, non corrispondente alle esigenze espressive di tutti, il che è assai naturale e comprensibile. Ma sfido chiunque a scrivere agilmente chiudendo con un imprevisto tutti gli incipit…

L’esercizio è estenuante ( ho provato, nelle mie, ma puntare sulle gag in qualche modo costringe il metodo a replicarsi all’infinito) . Io per questo l’ho definita poesia pubblicistica (cioè del procedimento creativo che punta a creare head-line). Se ho ragione, che questa poesia scaturisca dal linguaggio pubblicitario, allora non fa sorpresa che il lettore abituato a percorsi più tradizionali, non possa riconosce nei versi di Intini alcunché di familiare, neppure una virgola sembra scaturire dalle belle lettere.
Da quanto detto, può sembrare che io non sia d’accordo con la poiesis di Intini, invece ne ammiro la creatività e per certi aspetti la prova muscolare. Ma l’idea che la poesia si trasferisca su binari, morti o morenti, non mi entusiasma. Il mondo non è in disfacimento, non più di quanto lo sia stato nei secoli scorsi.

Francesco Paolo Intini
7 giugno 2022 alle 12:40 

Caro Lucio
Premetto che non è mia abitudine parlare di me stesso ma mi ha molto colpito la tua perplessità sulla mia ultima composizione e un tuo verso che mi riguardava direttamente poiché vedermi spezzato in due è quello che mi capita alla lettera:

Monna Lisa sorridente al telefono. Frange di luce.
Dal cielo visigoti e cagnolini in fila. Il poeta Francesco P. Intini
spezzato in due.

Non so di preciso cosa tu intendessi ma lo stato a cui faccio riferimento è quello di un uomo per lo più diviso tra razionalità scientifica, a cui ha dedicato gran parte della propria attività vita e la passione per la poesia, a cui si sta dedicando solo da qualche anno. Ciò che accomuna il prima e il dopo e li compatta è l’immaginazione. Lo scienziato è innamorato del bello quanto il poeta. Lo ricerca in tutte le cose che fa, come regolarità negli avvenimenti, come il volto della natura pensante che dialoga in linguaggio matematico. Nel perseguire questo scopo s’imbatte in mille problemi, deve scartare questa o quella via. A volte i rifiuti e gli insuccessi sono consistenti e si accatastano ai lati della strada, altre volte basta un lampo per risolvere un’annosa questione. C’è un marasma di idee e di circostanze che rimangono incompiute o emarginate, di strade già percorse e di nuove da intraprendere su cui alla titubanza spesso non succede l’intraprendenza. Ci sono traguardi destinati a rimanere non raggiunti o a cui perverranno altri che nemmeno conosci e che si troveranno tra le mani quello che tu hai creato per loro. Questo uno scienziato lo mette in conto anche perché il tempo a disposizione è limitato.
Per anni ho ignorato l’altro tipo di bellezza. Quando mi sono avvicinato ad essa è stato per una specie di urgenza che sentivo nascere dentro ma già dalle prime uscite avvertivo addosso un senso di ridicolo e sentirmi chiamare “poeta” mi procurava un estremo disagio.
Cos’è un poeta? Cosa la poesia?
Devo dire che grazie a poeti come Lorca, Majakovskij e Levi-quest’ultimo, pur nella sua estrema e drammatica esperienza di vita, mi tranquillizzava nel trasferimento da un campo all’altro-ho capito che esiste la possibilità di prendere in mano gli attrezzi del fabbro e forgiare versi densi di bellezza e che attraverso essi si poteva veicolare una qualsivoglia emozione. Il risultato poteva essere paragonabile a ciò che in un laboratorio chiamiamo “CRISTALLO”, vale a dire la più pura manifestazione di una sostanza, un balletto di simmetrie, angoli e distanze precise, risplendente come l’uccello del paradiso?
Alla fine anche il risultato poetico è questo indietreggiare del disordine a ordine, come se tutto il lavoro consista nel costruire una gabbia di suoni e ritmi capace di intrappolare il sentire e renderlo fraterno e disponibile alla fruizione altrui. Passare attraverso l’esperienza di Sylvia Plath ed Esenin mi è servito per assaporare la potenza di questo tipo di poesia. Tutto ciò corrisponde a rappresentare un mondo parziale catalizzato da un Io che nel creare bellezza lascia dietro di sé le rovine del resto di cui fa parte. Ma fino a che punto è possibile macerare l’intorno in cui si è immersi e non dargli rappresentanza? Ciò che non torna è proprio questo abbandonare i contesti al loro sfasciarsi e lasciarsi succhiare dalla vita che continua, forte e potente.
Ecco, inserirsi in questo meccanismo, comporta leggere la realtà che ci circonda come se fosse l’onda che sbatte su scogli di cartapesta e si porta via giorno dopo giorno brandelli di noi stessi. D’altro canto quale miglior rappresentazione della rovina se non quella che abbiamo sotto i nostri occhi? Come è possibile costruire un verso in questi tempi? Da dove nasce questa necessità ? E’ la storia stessa e quella frattura che chiamiamo guerra a darci una risposta come il lapillo che va su e giù nel cono del Vesuvio, un po’ verso la salvezza dell’umanità e un po’ verso la distruzione totale. Capisci bene che la poesia non può che riflettere tutto questo non senso universale e sostituirsi alle testate giornalistiche, ai blog, ai talk show e alla violenza degli Stati l’uno contro l’altro armato o almeno tentare di farlo senza ipocrisia e postura di struzzo.
Un caro saluto

Giorgio Linguaglossa è nato a Istanbul nel 1949 e vive e Roma (via Pietro Giordani, 18 – 00145). Per la poesia esordisce nel 1992 con Uccelli (Scettro del Re), nel 2000 pubblica Paradiso (Libreria Croce). Nel 1993 fonda il quadrimestrale di letteratura “Poiesis” che dal 1997 dirigerà fino al 2006. Nel 1995 firma, insieme a Giuseppe Pedota, Maria Rosaria Madonna e Giorgia Stecher il «Manifesto della Nuova Poesia Metafisica», pubblicato sul n. 7 di “Poiesis”. È del 2002 Appunti Critici – La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte (Libreria Croce, Roma). Nel 2005 pubblica il romanzo breve Ventiquattro tamponamenti prima di andare in ufficio. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesia La Belligeranza del Tramonto (LietoColle).
Per la saggistica nel 2007 pubblica Il minimalismo, ovvero il tentato omicidio della poesia in «Atti del Convegno: “È morto il Novecento? Rileggiamo un secolo”», Passigli. Nel 2010 escono La Nuova Poesia Modernista Italiana (1980–2010) EdiLet, Roma, e il romanzo Ponzio Pilato, Mimesis, Milano. Nel 2011, sempre per le edizioni EdiLet di Roma pubblica il saggio Dalla lirica al discorso poetico. Storia della Poesia italiana 1945 – 2010. Nel 2013 escono il libro di poesia Blumenbilder (natura morta con fiori), Passigli, Firenze, e il saggio critico Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (2000–2013), Società Editrice Fiorentina, Firenze. Nel 2015 escono La filosofia del tè (Istruzioni sull’uso dell’autenticità) Ensemble, Roma, e una antologia della propria poesia bilingue italiano/inglese Three Stills in the Frame. Selected poems (1986-2014) con Chelsea Editions, New York. Nel 2016 pubblica il romanzo 248 giorni con Achille e la Tartaruga. Nel 2017 escono la monografia critica su Alfredo de Palchi, La poesia di Alfredo de Palchi (Progetto Cultura, Roma), nel 2018 il saggio Critica della ragione sufficiente e la silloge di poesia Il tedio di Dio, con Progetto Cultura di Roma.  Ha curato l’antologia bilingue, ital/inglese How The Trojan War Ended I Don’t Remember, Chelsea Editions, New York, 2019.
Nel 2014 fonda la rivista telematica lombradelleparole.wordpress.com  con la quale, insieme ad altri poeti, prosegue nella ricerca di una «nuova ontologia estetica»: dalla ontologia negativa di Heidegger alla ontologia meta stabile dove viene esplorato  un nuovo paradigma per una poiesis che pensi una poesia delle società signorili di massa, e che prenda atto della implosione dell’io e delle sue pertinenze retoriche. La poetry kitchen, poesia buffet o kitsch poetry perseguita dalla rivista rappresenta l’esito di uno sconvolgimento totale della «forma-poesia» che abbiamo conosciuto nel novecento, con essa non si vuole esperire alcuna metafisica né alcun condominio personale delle parole, concetti ormai defenestrati dal capitalismo cognitivo.

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Lucio Mayoor Tosi nasce a Brescia nel 1954, vive a Candia Lomellina (PV). Dopo essersi diplomato all’Accademia di Belle Arti, ha lavorato per la pubblicità. Esperto di comunicazione, collabora con agenzie pubblicitarie e case editrici. Come artista ha esposto in varie mostre personali e collettive. Come poeta è a tutt’oggi inedito, fatta eccezione per alcune antologie – da segnalare l’antologia bilingue uscita negli Stati Uniti, How the Trojan war ended I don’t remember (Come è finita la guerra di Troia non ricordo), Chelsea Editions, 2019, New York.  Pubblica le sue poesie su mayoorblog.wordpress.com/ – Più che un blog, il suo personale taccuino per gli appunti.

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Marie Laure Colasson nasce a Parigi nel 1955 e vive a Roma. Pittrice, ha esposto in molte gallerie italiane e francesi, sue opere si trovano nei musei di Giappone, Parigi e Argentina, insegna danza classica e pratica la coreografia di spettacoli di danza contemporanea. È in corso di stampa la sua prima raccolta di poesia, Les choses de la vie.

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Francesco Paolo Intini (1954) vive a Bari. Coltiva sin da giovane l’interesse per la letteratura accanto alla sua attività scientifica di ricerca e di docenza universitaria nelle discipline chimiche. Negli anni recenti molte sue poesie sono apparse in rete su siti del settore con pseudonimi o con nome proprio in piccole sillogi quali ad esempio Inediti (Words Social Forum, 2016) e Natomale (LetteralmenteBook, 2017). Ha pubblicato due monografie su Silvia Plath (Sylvia e le Api. Words Social Forum 2016 e “Sylvia. Quei giorni di febbraio 1963. Piccolo viaggio nelle sue ultime dieci poesie”. Calliope free forum zone 2016) – ed una analisi testuale di “Storia di un impiegato” di Fabrizio De Andrè (Words Social Forum, 2017). Nel 2020 esce per Progetto Cultura Faust chiama Mefistofele per una metastasi. Una raccolta dei suoi scritti:  NATOMALEDUE” è in preparazione. 

 

 

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26 risposte a “Francesco Paolo Intini, lamento del cratere Copernico, Poesie di Mauro Pierno e Antonio Sagredo, Commenti di Lucio Mayoor Tosi, Marie Laure Colasson, Francesco Paolo Intini, Giorgio Linguaglossa, Kazimir Malevič, Quadrato nero su fondo bianco, Il linguaggio poetico di Intini sbatte all’interno dei gradienti della castrazione simbolica e della impotenza simbolica

  1. Viviamo tutti dentro una zona di compromissione referendaria dalla quale non v’è alcuna possibilità di uscita, la guerra in Ucraina è un potentissimo amplificatore e acceleratore di un pensiero semplicizzato: si sta di qua o di là, o guerra o pace, o sinistra o destra, armi di difesa o armi di offesa, Bene e Male etc. Anche la poiesis risuona di queste semplicizzazioni: si fa poiesis come si stendono i panni ad asciugare: si applicano le mollette sul filo come si mettono le parole in una collana: così si scrivono parole da collier da mettere al collo come ornamento e decorazione. Non sorprende che il Referendum sia l’ideologia praticata nelle società civili de-politicizzate, viviamo da sempre in una zona compromissoria referendata e referenziata che occlude il pensiero, le pratiche discorsive sono ridotte a pratiche referendarie, si pensa e si parla a secondo della proiezioni dei sondaggi, per accogliere i sondaggi favorevoli; così la politica si riduce a serbatoio di raccolta dei sondaggi favorevoli, si fa opinione seguendo il vento dei sondaggi favorevoli; la stessa critica è stata derubricata a opinione… in queste condizioni non stupisce il silenzio dei filosofi su questa situazione ontologica di referendum permanente, Cacciari e Agamben tacciono in proposito, non hanno nulla da dire sulla guerra, altri filosofi prediligono una comoda epoché, altri vestono i panni degli opinioni…sti

  2. Lo scenario atomico e i risolini beffardi e sarcastici dei talk show russi

    Nei canali di stato della televisione russa si mettono in scena dei talk show in cui vengono proiettate delle simulazioni luminose su una carta geografica su quanti secondi impiegano i mussili russi muniti di testate nucleari per attingere e annichilire Parigi, Berlino, Londra, Torino etc. il tutto condito da sorrisetti di soddisfazione e di rivalsa da parte delle conduttrici e degli ospiti dei cenacoli televisivi.
    È indubbio che qui ci troviamo in quello che Lacan nel Seminario VII descrive come «il punto di distruzione», cioè l’impossibile saturazione del Simbolico da parte del Reale della jouissance. Con i talk show russi siamo davanti ad un caso paradigmatico ed emblematico di come e quanto ad un certo punto il Simbolico non può più vestire il Reale, e il Reale sfonda il Simbolico, lo annichila. L’impossibile diventa così del tutto possibile, l’Impossibile sfonda il Simbolico lasciando gli uomini supini e indifferenti dinanzi alla soluzione estrema e definitiva. Questo è un fatto nuovo ed estremo per l’umanità dell’homo sapiens il quale mai prima d’ora nella sua lunga evoluzione si era trovato di fronte a questo Interrogativo «Abbiamo passato la linea […] nel mondo in cui viviamo?» si chiede Lacan alludendo alla circostanza che la morte del Simbolico è diventata una realtà tangibile. Lacan ha prefigurato tutto ciò: la minaccia di un olocausto atomico.
    Il fatto è che la probabilità di un olocausto atomico totale sia accolto con risolini beffardi e sarcastici da parte di alcuni sapiens è un indice pericolosissimo, un campanello d’allarme che non può essere sottovalutato e sottaciuto: La distruzione del Simbolico è la carta segreta che un gruppo di criminali può giocare in una situazione di estremo pericolo (per loro): muoia Sansone con tutti i filistei.

  3. Le composizioni in stile kitchen di questa pagina odierna de L’Ombra delle Parole meritano di essere interpretate almeno nel senso della procedura serendipica e del montaggio, ma ciò che esse impongono come datità nel fenomeno poetico Kitchen è la presenza di una sorta di linguaggio pubblicitario in grado di influenzare il linguaggio poetico.

    Di recente Giorgio Linguaglossa ha riflettuto proprio sul rapporto osmotico tra i due tipi di linguaggi.

    Su questo legame, di capitale importanza nello studio della contaminazione tra i linguaggi Giorgio Linguaglossa scrive:
    «È il linguaggio pubblicitario che impone al linguaggio poetico le sue regole, si tratta di una modificazione del linguaggio che è avvenuta nelle profondità. Oggi la politica estetica la fa la pubblicità. Il discorso poetico che voglia tornare a fare della politica estetica non può fare a meno che ri-appropriarsi delle procedure già adottate in amplissima misura dal linguaggio pubblicitario e mediatico».

    Già partendo o ri-partendo da questa base di poesia al suo grado zero si potrebbe aprire un dibattito di ampio respiro non soltanto strettamente linguistico-formale, ma ontologico-estetico sullo stato di salute della poesia, in generale, e della poetry kitchen, in particolare.

    Gino Rago
    *
    Tentativo di un nuovo corso di poetry kitchen

    Storia di un ospite che nessuno aspetta

    Sigillate il futuro in una busta di plastica
    Lo scolapasta ha litigato con l’appendiabito

    Obliterare il biglietto prima di salire nella vettura
    La sera prima dei pasti assumere un flacone di Fluimucil

    Sturare il lavandino ogni 6 ore
    Prima del trapezio viene il siniscalco

    Ogni notte torna la befana con il sacco dei ricordi
    Distruggere il passato con un colpo di tank B 72

    Prima bere la cedrata poi mangiare un cornetto
    Il gattino Proust della Colasson ha divorato tutta la marmellata

    Gettare nel fuoco il foglio matricolare
    Soffiatevi il naso prima di fare ingresso in cucina

    La morte è un congedo illimitato siglato dal Signor Dio
    Prima di uscire chiudete la porta a doppia mandata

    Verificare se il gatto di Schrödinger è vivo
    Altrimenti andate dal barbiere a farvi tagliare i capelli

    La poesia è finita
    *

  4. milaure colasson

    Per Lacan nel punto di capitone “il significante arresta lo scivolamento altrimenti indefinito della significazione”.
    Secondo Lacan la delimitazione della significazione avviene a partire dalla sequenza delle parole che enunciamo, dalla catena significante e non dalle unità elementari. Questo è un punto molto importante.
    ““Come può accadere – si chiede Lacan ne Seminario III – nell’esperienza psicotica, che il significante e il significato si presentino in forma completamente divisa”?
    E’ quanto accade normalmente nella poetry kitchen della pagina odierna. Il linguaggio kitchen è, sostanzialmente, un linguaggio psicotico nel quale il significante e il significato non corrispondono più; i poeti kitchen dovrebbero andare fieri della loro dipendenza o pendenza psicotica da un linguaggio che ormai ha perduto referenzialità.
    La poesia di Gino Rago, come quella di Mauro Pierno e quella di Francesco Intini è una tipica poesia che fa uso del punto di capitone. I linguaggi ufficiali hanno perso di credibilità. Ad un certo punto il poeta kitchen decide di mettere il freno al significante e lo fa deragliare.
    In un certo senso la instant poetry di Lucio Tosi è molto più tradizionale, è ancora dipendente dal significato, La differenza sta tutta nel deragliamento che il significante subisce.

  5. Uncinetto.

    Telegiornali, cose incredibili. Peggio che morire.
    Telegiornali, cose incredibili. Peggio che morire.

    LMT

  6. Condizione necessaria e sufficiente per l’evoluzione della NOe e della poetry kitchen è l’intervento sulla disattivazione del significante e sulla derubricazione del significato. Operazione complessa che ciascuno può interpretare secondo le proprie attitudini e possibilità espressive.

    Uncinetto.

    Telegiornali, cose incredibili. Peggio che morire.
    Telegiornali, cose incredibili. Peggio che morire
    .

    La poesia sopra citata di Lucio Tosi è dipendente dal significato, come appare chiaro dal distico sopra citato, composto dalla ripetizione di tre sintagmi ognuno dei quali in connessione con gli altri due esprimono un qualche significato con un alone di stupore per quel significato.

    In questo distico di Gino Rago abbiamo la liberazione del significato:

    Verificare se il gatto di Schrödinger è vivo
    Altrimenti andate dal barbiere a farvi tagliare i capelli

    Tra i due versi non c’è nessun legame di causalità o di casualità, forse un qualche nesso c’è ma è insondabile, e incomprensibile, forse c’è ma si trova sepolto nel folto dell’Inconscio storico. Ma con la dizione precisa e inequivocabile:

    La poesia è finita

    Rago vuole intendere che c’è un LIMITE al deragliamento del significante e questo limite lo decide il poeta quando afferma che il gioco è finito, e non vale la pena di proseguirlo. È un taglio, una cesura.

    Mauro Pierno invece si appoggia al metatesto: alla vicenda di Amleto:

    Stasera passeggiava con il padre di Amleto torcia in mano e passo incerto.
    Non erano sui bastioni ma su un balcone al quarto piano.

    Mauro Pierno inserisce delle deviazioni tra testo e metatesto e in quel diaframma vuoto disinserisce qualsiasi significazione che abbia senso e significato. Fa opera di disinserimento del significato dal significante.

    In questo distico di Francesco Intini il significato è andato a farsi friggere, è completamente deragliato, liquidato. Il discorso poetico è nient’altro che un espediente sklosvskiano, un espediente narrativo che offre all’autore l’occasione di fare palleggio dei significanti e dei significati:

    Emergono dubbi sulla coltivazione a segale cornuta.
    Tutto il massacro si riduce ad una conta di yogurt alla pesca.

    Le poesie di Antonio Sagredo sono interessanti ma restano fuori da questo schema di gioco kitchen volto a far deragliare il significante dal significato, il suo discorso è ancora stabilmente dipendente dai significati sottostanti agli enunciati.

  7. La guerra in Ucraina pone l’Occidente davanti ad un bivio. Leggere qui.
    https://www.bbc.com/news/world-europe-61742736?xtor=AL-72-%5Bpartner%5D-%5Bbbc.news.twitter%5D-%5Bheadline%5D-%5Bnews%5D-%5Bbizdev%5D-%5Bisapi%5D&at_campaign=64&at_custom2=twitter&at_medium=custom7&at_custom3=%40BBCWorld&at_custom4=DC359180-E82D-11EC-AFB4-0EDA4744363C&at_custom1=%5Bpost+type%5D

  8. Arte è lucida follia.
    Parole attraversano significati e significanti mostrandone la provvisorietà, la volatilità. Allo stesso tempo, probabilmente grazie alla lentezza dell’atto di scrittura rispetto al pensare, in quell’intervallo, poesia va strutturandosi. La forma distico, o la scrittura di seguito ma deragliante sui significati, sottrae poesia al bello e all’ovvio. Fuori, nel nulla, è paradiso inesplorato.
    Pare impossibile ma è così. Questo sembra essere il “messaggio”: salire su una scialuppa e abbandonare la nave al suo destino.
    Domanda: se manca il “chi”, come possiamo essere certi che vi sia dipendenza dal significato? Chi è il dipendente?

    Uncinetto.

    Telegiornali, cose incredibili. Peggio che morire.
    Telegiornali, cose incredibili. Peggio che morire.

    Ho dato voce all’uncinetto (sto frequentando signore che vi si dedicano, la vita entra in poesia passando dalla finestra). È voce, rumore del pensiero. Purificazione e mantra. Tre frammenti di uguale misura, da ripetere con attenzione e intenzione. Ma resta poco più che un gioco.

    La – vecchia – poesia è finita.
    Quanto alla nuova, pare non sappia dove dirigersi. Ora l’impegno è liberarsi del superfluo, alleggerire. Il viaggio potrebbe essere lungo.
    Primo segnale del nulla è la vacuità, espressa con maggiore o minore energia, ma tale resta (anche nella poesia di Intini).

    Alle spalle sono rovine, per chi si attarda (in scialuppa) è scoramento.

    • Una riflessione andrebbe fatta, se inseguire vie solo distruttive o anche costruttive.

      • Siamo entrati in un mondo parallattico

        Io penso che dovremmo uscire definitivamente dalla forbice concettuale tipica delle avanguardie del novecento e della politica leninista del novecento: distruzione/costruzione.
        Mi si dirà che sono un estremista, ma penso che la NOe e la poetry kitchen siano l’unica via (molto stretta) che può seguire la poiesis oggi nel nuovo mondo che si apre intorno a noi, un mondo parallattico, nella accezione che ne dà Slavoj Zizek:

        «La definizione di parallasse è: il dislocamento apparente di un oggetto (lo spostamento della sua posizione rispetto allo sfondo) causato da un cambiamento nella posizione di osservazione che determina un nuovo asse visivo. Il risvolto filosofico da aggiungere è che la differenza osservata non è semplicemente “soggettiva”, poiché lo stesso oggetto che esiste “là fuori” viene visto da due posizioni o punti di vista differenti. Sono piuttosto il soggetto e l’oggetto ad essere, come avrebbe detto Hegel, intrinsecamente “mediati”, di modo che un cambiamento “epistemologico” nel punto di vista del soggetto riflette sempre un cambiamento “ontologico” nell’oggetto stesso. Oppure, per dirla in “lacanese”, lo sguardo del soggetto è già da sempre inscritto all’interno dell’oggetto percepito, nella veste di suo “punto cieco”, il quale è “nell’oggetto più dell’oggetto stesso”, il punto da cui l’oggetto ricambia lo sguardo. “Il quadro, certo, è nel mio occhio. Ma io, io sono nel quadro”: la prima parte della frase di Lacan indica la soggettivazione, la dipendenza della realtà dalla sua costituzione soggettiva, mentre la seconda fornisce un’integrazione materialista, reiscrivendo il soggetto all’interno della sua stessa immagine come macchia (la scheggia oggettivata nel suo occhio). Il materialismo non è l’affermazione diretta della mia inclusione nella realtà oggettiva (una simile affermazione presuppone che la mia posizione di enunciazione sia quella di un osservatore esterno capace di cogliere l’intera realtà), ma consiste piuttosto nella svolta riflessiva tramite cui io vengo incluso nell’immagine da me costruita… Materialismo significa che la realtà che vedo non è mai “intera”, non a causa del fatto che la maggior parte di essa mi elude, ma perché contiene una macchia, un punto cieco, che indica la mia inclusione in essa».1

        «Dobbiamo in qualche modo portarci col pensiero al punto da riuscire a capire che il capitalismo è al tempo stesso la cosa migliore capitata alla razza umana, e la peggiore… [ciò] esige di fare almeno uno sforzo per pensare l’evoluzione culturale del tardo capitalismo dialetticamente, come catastrofe e insieme come progresso».2

        «la scomparsa del soggetto individuale, insieme alla conseguenza che ne deriva sul piano della forma, la sparizione progressiva dello stile personale, genera oggi la pratica quasi universale di quello che si potrebbe chiamare pastiche… che va distinto chiaramente dalla più comune idea di parodia.
        […]
        In questa situazione, la parodia si viene a trovare priva di una sua vocazione; ha fatto il suo tempo, e quella strana cosa che è il pastiche viene a prenderne letteralmente il posto. Il pastiche è, come la parodia, l’imitazione di una particolare maschera, un discorso in una lingua morta: ma è una pratica neutrale di questa mimica, senza nessuna delle ulteriori motivazioni della parodia, monca dell’impulso satirico, priva di comicità e della convinzione che accanto a una lingua anormale presa momentaneamente in prestito esiste ancora una sana normalità linguistica. Il pastiche è dunque una parodia bianca, una statua con le orbite vuote: sta alla parodia come quell’altro fenomeno mderno, storicamente originale e interessante, che è la pratica di una specie di ironia bianca, sta a quelle che Wayne Booth chiama “le ironie permanenti” del XVIII secolo».3

        Ne La chambre claire. Note sur la photographie, dedicato alla memoria della madre ed esattamente all’immagine di lei, che tuttavia non viene mai mostrata, Roland Barthes distingue due elementi nella rappresentazione fotografica: lo studium e il punctum. Lo studium è il quadro formale entro il quale si dispone l’immagine stessa: la luce, la composizione, l’inquadratura ecc.: è, insomma, quanto definisce lafoto come produzione riflessa e, per lo meno nelle intenzioni, d’ordine artistico. Il punctum è, invece, quanto esorbita dallo studium: più precisamente, è quel dettaglio magari non previsto dall’operatore, che fuoriesce dallo studium, e tocca, anzi “punge” ( punctum, precisa Barthes, viene dal verbo pungere) l’osservatore: il dito fasciato della bambina, le scarpe con il cinturino del personaggio femminile nella foto di una famiglia negra americana ecc.

        S. Zizek, op. cit. p. 28
        2 Fredric Jameson, Postmodernism, or The Cultural Logic of Late Capitalismo, 1980, trad. it Il Postmoderno o la logica culturale del tardo capitalismo, Garzanti p. 89.
        3 ivi p. 37

  9. Ho letto su ‘Il Giornale’ che Putin durante i suoi viaggi all’estero negli anni scorsi era accompagnato da un segugio del FSB il quale aveva il compito di raccogliere le sue risultanze fisiologiche in una borsetta per trasferire poi il conglomerato in una valigia e riportarla in Russia, questo per timore di lasciare in giro gli escrementi dello Czar che avrebbero potuto essere intercettati dai servizi segreti occidentali per appurare lo stato di salute dello Czar.
    Straordinario, no? Chiediamoci: dove sta il significato?

    • Davvero straordinario. Pensare che qui da noi le Scatolette di merda di Manzoni vengono ancora riprodotte e vendute sul mercato.

      • caro Lucio,

        c’è più verità negli escrementi che nell’Empireo, anzi, l’empireo è fatto di escrementi, lo sanno bene tutti i dittatori i quali commerciano con gli escrementi e lo sanno bene anche gli schiavi i quali hanno da sempre le mani in pasta negli escrementi.
        Ecco una mia poesia sull’argomento:

        Distretto n. 15

        «Ecco gli appuntamenti che mi procurano benessere: Hotwitzer da 155 mm. Tank Terminator, Machine gun, Rocket launcher e fragole al polonio, di tutto di più».

        Il Presidente del Globo Terrestre stava massaggiando un sorbetto al limone quando mi rivolse queste parole nella hall dell’Excelsior a Venezia:

        «Dov’è la verità? Portate qui la verità!»
        «Senza indugio!»,
        urlò il Presidente completamente fuori di sesto.
        «La verità è negli escrementi!», replicò Cogito mentre metteva sul fuoco la macchinetta del caffè e masticava una brioche.
        «Tutta l’infelicità degli uomini proviene dal non saper starsene tranquilli in una stanza»,
        aggiunse il filosofo

        Le tendine sporche alle pareti lasciavano trasparire un mesto umidore.

        • «Tutta l’infelicità degli uomini proviene dal non saper starsene tranquilli in una stanza» Qui il filosofo interpreta il pensiero di chi dovrà pulire.

          A volte gli escrementi sono messi alla luce del sole, altre volte vengono nascosti dietro belle e giustissime parole. Tanta scelta non c’è.

          Piuttosto, parlando d’altro, mi sono accorto ultimamente di quanto sia faticoso inseguire immagini e situazioni. Inseguirle con parole. Voglio dire, offrire parole alle immagini… con linguaggio prosastico o poetico, non fa differenza. È frustante per la voce, la quale dovrà aspettare che il sonnifero faccia effetto. A me piace quando le parole precedono l’immagine, o ne saltano fuori. E noi a corrergli dietro.

  10. da ilfoglio.it

    “La ferocia e la stupidità di un regime autocratico fuori da ogni legalità…”, la Russia zarista per Conrad (nella foto LaPresse, Putin e Medvedev al Cremlino)
    I russi spiegati da Conrad, lo scrittore polacco con un passato nella Russia autocrate NICOLETTA TILIACOS 09 GIU 2022

    Continuiamo a dipanare i dubbi del presente appoggiandoci alla letteratura, questa volta con l’autore di “Sotto gli occhi dell’Occidente”: il suo è un racconto (e una vita) che testimonia, sotto l’apparenza di grandi ideali, il feroce nichilismo di chi non ammette limiti di sorta al proprio potere
    Con chi starebbe oggi Dostoevskij? Con Putin, che invade e bombarda l’Ucraina sotto il vessillo della non omologazione della Russia all’Occidente, o con chi Putin lo combatte? In forma molto semplificata, questo è il tema che ha posto sul Foglio del 23 maggio Oscar Giannino a cui hanno risposto in precedenza Marco Archetti il 25 maggio, e lo storico Giovanni Savino, il 6 giugno.

    Si potrebbe liquidare la questione dicendo banalmente che amare certi libri non significa sposare le idee di chi li ha scritti. Che importa con chi starebbe oggi Dostoevskij? A rovistare nei cassetti dei grandi, oltretutto, si rischiano scoperte che non vorremmo mai fare. Tanto per rimanere in Russia, pensiamo all’ostilità militante di Tolstoj contro Shakespeare. Un poetastro senza talento, secondo il grande russo, meritevole del più totale oblìo. Si poteva immaginare qualcosa di più orribile di quel guazzabuglio della “Tempesta” e di più noioso di Re Lear? (George Orwell, con britannico acume, avrebbe in seguito notato che, guarda caso, Tolstoj si scagliava contro una figura alla quale assomigliava in modo impressionante). Lo stesso Tolstoj non si capacitava neanche dell’interesse del mondo per il caso Dreyfus, vicenda a suo giudizio del tutto irrilevante. A proposito di antisemitismo, molto si è discusso delle ambigue posizioni di Dostoevskij. E Vittorio Strada, in “Impero e rivoluzione”, ricordava che l’autore di “Delitto e castigo” scriveva sul suo diario, nel 1877: “Costantinopoli deve essere nostra, deve essere conquistata da noi, russi, togliendola ai turchi e deve restare nostra per sempre. Soltanto a noi deve appartenere. (…) Quale confronto si può mai fare tra i russi e gli slavi? E chi stabilirà tra loro un’uguaglianza? Come può la Russia partecipare al possesso di Costantinopoli su basi paritarie con gli slavi, se la Russia non è uguale sotto ogni riguardo né ad ogni popoluccio singolarmente preso né a tutti loro messi insieme?”.

    Inclinazioni disdicevoli, mistica messianico-nazionalista, solenni cantonate. Ameremo forse meno, per questo, “Anna Karenina” o “I fratelli Karamazov”? No di certo. La vera sostanza del quesito però è un’altra. Si tratta di capire, scrive Giannino, come continuare a dialogare “con la profonda anima russa”, quell’anima che oggi sarebbe più che mai in sintonia con l’ennesimo autocrate che siede al Cremlino.
    Siamo partiti dalla letteratura e allora continuiamo a chiedere aiuto alla letteratura. Uno che il tema della profondità della grande anima russa ha provato – o piuttosto è stato costretto – ad affrontarlo, fu Joseph Conrad. Era nato intorno al 1858 a Berdicev, nella parte di Polonia sotto il governatorato di Kiev, e prima di diventare Joseph Conrad si chiamava Józef Teodor Konrad Korzeniowski. Se oggi ci torna in mente non è per i suoi racconti di mare ma per un libro pubblicato nel 1911: “Sotto gli occhi dell’Occidente”. Un gran romanzo nel quale Conrad racconta la Russia della polizia zarista, dei complotti rivoluzionari, delle provocazioni incrociate, dei nichilisti provvisoriamente emigrati in Svizzera. Un testo preveggente, secondo André Glucksmann, che in “Dostoevskij a Manhattan”, scritto dopo l’attacco alle Torri gemelle, vi trovava un’intuizione fondamentale: il paradigma nichilista, in Russia, accomunava autocrazia e rivoluzionari. “La ferocia e la stupidità di un regime autocratico fuori da ogni legalità e fondato di fatto su una totale anarchia morale – scrive Conrad – è la causa di un ribellismo rivoluzionario puramente utopico che reagisce in modo altrettanto stupido e atroce, complottando e distruggendo con ogni mezzo a disposizione, nella strana convinzione che la caduta di certe istituzioni umane sarà seguita da un radicale cambiamento dei cuori. Costoro non si accorgono di star cambiando solo i nomi”.

    Tesi troppo semplificatoria, fu l’accusa di una parte della critica a Conrad. Eppure, “Sotto gli occhi dell’Occidente” non è affatto il libro di un odiatore dei russi, sebbene qualche buon motivo per non amarli appassionatamente Conrad ce l’avesse. Infanzia e adolescenza, per lui, erano state marchiate da avvenimenti le cui conseguenze sarebbero arrivate fino alla guerra europea di questi giorni. Suo padre, un gentiluomo di campagna polacco coinvolto in un tentativo rivoluzionario fallito, nel 1861 era stato confinato dalla polizia zarista in Siberia, dove lo avevano seguito la moglie e il piccolo Józef. Lì, dopo qualche anno, la madre di Conrad si ammalò di tisi e fu rimandata in patria, dove morì quasi subito. Nel 1869, dopo aver ottenuto la libertà condizionata, morì anche il padre e il ragazzo orfano venne allevato da uno zio. Infine, la scelta del diciassettenne Józef di andarsene dalla Polonia per diventare marinaio, lui che il mare non l’aveva mai visto.

    Il resto è noto. Uno dei più grandi scrittori di sempre in lingua inglese, l’autore di “Lord Jim” e di “Cuore di tenebra”, era un polacco che aveva deciso di lasciarsi per sempre alle spalle il mondo dell’autocrazia russa, ma che di quel mondo aveva fatto un’esperienza indelebile. Per questo poté scrivere in “Sotto gli occhi dell’Occidente”, parlando delle dinamiche nella comunità dei rivoluzionari rifugiati in Svizzera all’inizio del Novecento, che “dovunque due russi si trovano insieme, l’ombra del dispotismo è con loro, impregna i loro pensieri, le loro opinioni, i loro più intimi sentimenti, la loro vita privata, i loro discorsi in pubblico… assilla il segreto del loro silenzio”. Conrad, che presta i propri “occhi occidentali” al narratore – il personaggio di un professore che insegna l’inglese ai russi emigrati a Ginevra – ravvisa nel cinismo la caratteristica comune di dispotismo e rivoluzione: “Nel suo orgoglio del numero, nelle sue strane pretese di santità, nella segreta prontezza d’adattamento alla sofferenza, lo spirito della Russia si rivela cinico. Il cinismo informa le dichiarazioni dei suoi uomini politici, le teorie dei suoi rivoluzionari, le mistiche vaticinazioni dei suoi profeti, al punto di far apparire la libertà come una forma di dissolutezza e le stesse virtù cristiane come qualcosa di indecente”.

    Mescolata al cinismo c’è la rassegnazione. Ed è nel disvelamento di questa attitudine, assai più complessa di quel che il termine può suggerire, che Conrad chiama apertamente in causa l’anima russa. All’inizio del romanzo a parlare è Haldin, il giovane che ha appena ucciso in un attentato l’odioso e potentissimo funzionario zarista colpevole di indicibili persecuzioni ai danni del popolo. Haldin si rivolge allo studente Razumov, immaginandolo, a torto, solidale con la causa rivoluzionaria: “Non dimenticate ciò che vi è di divino nell’anima russa… cioè la rassegnazione. Rispettatela nella vostra irrequietezza intellettuale; e fate in modo che la vostra arrogante saggezza non guasti il suo messaggio nel mondo! (…) Che cosa pensate che io sia? Un essere in rivolta? No. Voi pensatori siete, invece, in perpetua rivolta! Io sono uno dei rassegnati”. Un dinamitardo dichiara di essere diventato tale per rassegnazione, per aver risposto a una chiamata quasi religiosa, e nega di essere un “pensatore” e un uomo in rivolta: può sembrare una costruzione cervellotica, quella di Conrad, ma sentiamo che conduce verso un nucleo di verità. Non tutta intera, non definitiva, ma degna di essere meditata.

    Le cronache oggi ci parlano della disperazione delle famiglie divise, di una figlia che vive in Ucraina che non riesce a convincere la madre, rimasta in Russia, che sono proprio i russi che stanno bombardando la sua città e uccidendo i civili, e che non è vero che in Ucraina governano i nazisti. Quale forza è all’opera, quando non si presta fede alle parola di una figlia sotto le bombe? Cinismo? Rassegnazione? Paura? Risuonano le parole di Conrad, dedicate al giovane Razumov e, soprattutto, a Dostoevskij: “In Russia, nel paese delle idee chimeriche e delle aspirazioni incorporee, molti spiriti considerevoli si sono volti alfine, dal conflitto vano e interminabile, al vero fatto del paese: si sono volti al dispotismo, per ottenere pace per la loro coscienza patriottica”. Accadde a Dostoevskij, dopo l’esperienza dei lavori forzati. Accade nel romanzo di Conrad a Razumov, che pencola sull’abisso quando il rivoluzionario Haldin cerca il suo aiuto e preferisce denunciarlo alla polizia. Accade forse, ancora, migliaia o milioni di volte, a chi non accetta di mettere in discussione un potere che pensa a tutto. Pensa al patriottismo e alla nuova grandezza, alla rassicurazione e alla minaccia, alla missione salvifica della Russia e a esorcizzare la “disgregazione occidentale”. Il nuovo autocrate si può permettere qualsiasi cosa, come già vent’anni fa, dopo la guerra in Cecenia, spiegava Glucksmann: “Putin, attuale presidente della Federazione russa, può rendere omaggio alla madre che lo aveva educato segretamente al cristianesimo, deporre fiori sulla tomba del fondatore della Ceka e dei campi di concentramento, portare un toast a Josif Vissarionovic Stalin, onorare la memoria di Andropov, il boia, e di Sacharov, la sua vittima. Voi esitate. Tentate di distinguere i simulacri tattici e le convinzioni strategiche. Vi domandate che cosa si debba pensare… E lui ha già vinto a metà: non è lui che interrogate, ma voi stessi; non sapete più cosa pensare, siete in attesa. Cosa farà? Come girerà? E fin da ora avete dimenticato Grozny distrutta pietra per pietra, prima capitale scheletro dopo la Varsavia del 1944”.

    Forse la grande anima russa è davvero cinica e rassegnata, forse la maggioranza dei russi pensa oggi alla libertà come a un ingombro molesto o a un’illusione propagandistica, ma anche gli occhi dell’Occidente si sono molto distratti, negli ultimi vent’anni. La cosa, lo abbiamo visto, non è rimasta senza conseguenze.
    “Sotto gli occhi dell’Occidente”, sei anni prima dell’ottobre, raccontava che l’apparenza di grandi ideali poteva nascondere il solito, feroce nichilismo di chi non ammette limiti di sorta al proprio potere. Continuiamo però ad avere speranza. La grande anima russa è anche Cechov, scrittore immenso e medico pronto a partire per curare i malati di tifo durante la grande carestia russa del 1891, negli stessi giorni in cui Lenin – cinico ma non rassegnato – predicava il “tanto peggio tanto meglio” e criticava chi portava aiuto alla popolazione, perché una maggiore sofferenza si sarebbe trasformata in più gagliarda ribellione. Cechov invece partì con la sua valigetta da medico, nonostante i primi segni della tisi che l’avrebbe poi ucciso e in lui si erano manifestati al ritorno dal bagno penale dell’isola di Sachalin, dove era andato volontariamente per poter raccontare le disumane condizioni dei deportati. Benché coevi, Conrad e Cechov non poterono mai incontrarsi ma, siamo sicuri, avrebbero avuto molte cose da dirsi.

  11. Un verso di Intini che mi piace particolarmente:
    “Le armate bruciano armi di gelso.”

    “Tacciono gli ulivi e le lavatrici sono al risciacquo.
    E dunque, cari miei, si sale in cattedra con lavori sulle spighe di grano.”

    Inizia con l’intorno, come nei migliori haiku.

    “E dunque” come “cari miei” resteranno un suo tratto distintivo. Anche della prosa. Ma tutto il verso mi arriva bellissimo. È l’intenzione.

    Se da “1+1 = 2” togliessimo +1, ne potrebbe risultare anche 1 + () = 7.
    C’è della logica.

    Ma io suono instant poetry. Francesco lo sa.
    Magari, avessi ancora tanto fiato!

    LMT

  12. milaure colasson

    *

    La blanche geisha cueille un trèfle à quatre feuilles
    pour effacer les mirages d’un étang marzien

    “Donne le moi!” dit Eredia
    “pour prononcer les paroles du silence”

    Madame Green intercepte l’ardue conversation
    et dans un raptus d’acier hurle
    “Vous n’avez rien compris!”

    “Ses cris sont pires qu’une bouilloire
    qui se trémousse en vacances!”

    “Tu as raison un véritable court-circuit
    un véritable drone kamikaze
    une véritable illusion de la gravité”

    Madame Green fume sa cigarette électronique
    ses yeux à inventaire
    tirent une flèche vers le soleil

    Un lion à losanges pourpres
    meurt de faim de soif dans sa cage

    Les jeux sont faits
    rien ne va plus

    *

    La bianca geisha coglie un quadrifoglio
    per cancellare i miraggi di uno stagno marziano

    “Dammelo!” dice Eredia
    “per pronunciare le parole del silenzio!”

    Madame Green intercetta l’ardua conversazione
    e in un raptus d’acciaio urla
    “Voi non avete capito niente!”

    “Le sue strida sono peggio d’un bollitore
    che traballa in vacanza”

    “Hai ragione un veritiero corto circuito
    un veritiero drone kamikaze
    una veritiera illusione della gravità”

    Madame Green fuma la sigaretta elettronica
    gli occhi a inventario
    tirano una freccia verso il sole

    Un leone a losanghe color porpora
    muore di fame di sete nella gabbia

    Les jeux sont faits
    rien ne va plus

    • Christoph Türcke ha di recente introdotto un paradigma interpretativo, che ben si lega alle considerazioni fin qui svolte, il sociologo oppone al paradigma formulato da GuyDebord nel 1967, vale a dire quello della «società dello spettacolo», il nuovo paradigma di una «società eccitata», paradigma poi radicalizzato da Baudrillard nella nozione di «società della simulazione e dei simulacri». La società eccitata va a rimorchio del «sensazionale», vive di «traumi», di shock e di «oblio» che si alternano ripristinando sempre di nuovo il meccanismo della rimozione e dell’oblio. Il mondo del tardo capitalismo macchinizzato ha ormai fagocitato la società dello spettacolo e della simulazione, oggi siamo dinanzi ad una società perennemente «eccitata» dai fantasmi e dai traumi della comunicazione. Ciò che conta, ciò che vale di più, ciò che valutiamo positivamente negli altri e ciò che noi stessi cerchiamo di realizzare, è il produrre sensazioni, shock percettivi, comunicazionali, input. Si tratta di un mondo di sensazioni, di istanti, di affetti momentanei consentanei al nostro modo di vita che richiede continue sollecitazioni, continui zoom e continui scarti, un universo di notizie che si accavalla e implode su se stesso. Il sensazionale non produce esperienze, quanto simulacri di esperienze ed oblio.

      Heidegger nel 1924 scrisse: «Quando ci sentiamo spaesati, iniziamo a parlare». Ecco, io penso che la poiesis accada quando ci sentiamo spaesati, quando non riconosciamo più le cose e le parole che ci stanno intorno. In quel frangente, le parole e le cose ci diventano riconoscibili, ed è proprio in quel momento possiamo iniziare a parlare.

      È molto importante trovare il luogo nella linguisticità, e questo lo possono fare soltanto i poeti. Marie Laure Colasson ha trovato il suo luogo esclusivo nella linguisticità in una «poesia lunare», dove la forza di gravità è appena un decimo di quella terrestre, dove le parole e i suoi fantasmi sono così leggeri come il volo di una farfalla o di una libellula. È la leggerezza il fascino segreto della sua poesia che oppone allo shock e ai traumi della società della comunicazione l’agilità e la leggerezza delle zampe di una gru o di un cerbiatto. Non per niente la Colasson scrive nella lingua di Apollinaire, di Max Jacob, di Reverdy di Anatole France e di Paul Claudel.

  13. Dalla trincea del Meno si spara contro un eroico Più.(Intini)

    Stasera passeggiava con il padre di Amleto torcia in mano e passo incerto.(Pierno)

    L’illusione di un attore che non fugge da nessuno
    e da nessuna cosa è il destino del numero infinito(Sagredo)

    Che dire?, in questa jouissance c’è spazio per le anime nobili, per le parole assennate, per le anime belle.(Linguaglossa)

    Poi ciascuno è libero di inventare una propria strategia di pescaggio degli escrementi.(Colasson)

    Voglio dire, alla domanda “Cosa ti dà pena?” (Tosy)

    o almeno tentare di farlo senza ipocrisia e postura di struzzo.(Intini)

    i missili russi muniti di testate nucleari per attingere e annichilire Parigi, Berlino, Londra, Torino etc.

    La morte è un congedo illimitato siglato dal Signor Dio (Rago)

    quanto accade normalmente nella poetry kitchen della pagina odierna (Colasson)

    Telegiornali, cose incredibili. Peggio che morire.
    Telegiornali, cose incredibili. Peggio che morire.
    (Tosi)

    Tre frammenti di uguale misura, da ripetere con attenzione e intenzione. (Tosi)

    Siamo entrati in un mondo parallattico (Zizek)

    *Merda d’artista (Manzoni)

    Le tendine sporche alle pareti lasciavano trasparire un mesto umidore.(Linguaglossa)

    Ameremo forse meno, per questo, “Anna Karenina” o “I fratelli Karamazov” (Tiliacos)

    …tolgo gli orpelli…

    • Dalla trincea del Meno si spara contro un eroico Più.
      Stasera passeggiava con il padre di Amleto torcia in mano e passo incerto.
      L’illusione di un attore che non fugge da nessuno
      e da nessuna cosa è il destino del numero infinito.
      Che dire?, in questa jouissance c’è spazio per le anime nobili, per le parole assennate, per le anime belle.
      Poi ciascuno è libero di inventare una propria strategia di pescaggio degli escrementi.
      Voglio dire, alla domanda “Cosa ti dà pena?”
      O almeno tentare di farlo senza ipocrisia e postura di struzzo.
      I missili russi muniti di testate nucleari per attingere e annichilire Parigi, Berlino, Londra, Torino etc.
      La morte è un congedo illimitato siglato dal Signor Dio
      quanto accade normalmente nella poetry kitchen della pagina odierna
      Telegiornali, cose incredibili. Peggio che morire.
      Telegiornali, cose incredibili. Peggio che morire.
      Tre frammenti di uguale misura, da ripetere con attenzione e intenzione.
      Siamo entrati in un mondo parallattico
      *Merda d’artista
      Le tendine sporche alle pareti lasciavano trasparire un mesto umidore.
      Ameremo forse meno, per questo, “Anna Karenina” o “I fratelli Karamazov”

      Grazie OMBRA.

  14. Sul «compostaggio di frammenti» di Mauro Pierno

    Quando Salman Rushdie inizia a scrivere il suo primo romanzo, Midnight’s children nel 1981, aveva già raccolto una sterminata miriade di «frammenti» dei cartelloni pubblicitari affissi in India negli anni Cinquanta, e il romanzo fu una ricostruzione minuziosa della storia indiana a partire da quei frammenti raccolti. Così anche il celebre romanzo di Orhan Pamuk, Museo dell’innocenza, ha nel suo centro il racconto della raccolta di una sterminata miriade di «frammenti», di biglietti dell’autobus, di spille, di oggetti femminili che erano appartenuti alla amatissima Fusun da parte del protagonista, poi morta in un incidente stradale. Il protagonista ricostruisce il passato a partire da quei frammenti. O meglio: crede, si illude di ricostruire il passato, ma il passato è passato e il più grande amore della sua vita, la bellissima Fusun è morta. L’unico modo per farla rivivere è, appunto, la raccolta dei frammenti, anche insignificanti di cose che avevano avuto un rapporto con la sua amata Fusun.
    Il «frammento», dunque, è una cosa ben strana, la postmodernità lo ha scoperto da molti decenni; Derrida, Levinas, Barthes, Lyotard, Baudrillard e altri pensatori hanno investigato le straordinarie facoltà di questo «talismano magico»; la poesia, il romanzo, la pittura, la scultura, il cinema, ma anche la pubblicità ne fanno larghissimo uso da molti decenni, soltanto la poesia italiana non se ne è accorta, che continua a fare poesia scolastica, di accademia.

    L’atto kitchen di Pierno è un atto rivoluzionario, utilizza il frammento come un «effetto di superficie», un «talismano magico», come immagini di caleidoscopio, come «cartellonistica»; impiega il «frammento», il polittico e il compostaggio di frammenti come principio guida della composizione poetica; ma non solo, l’atto kitchen è anche un perlustratore e un mistificatore dell’Enigma superficiario contenuto nei «frammenti», ciascuno dei quali è portatore di un «mondo», ma solo come effetto di superficie, come specchio riflettente, surrogato di ciò che non è più presente, simulacro di un oggetto che non c’è, rivelandoci la condizione umana di vuoto permanente della soggettività proprio della civiltà cibernetica-tecnologica.

    È una poetica del Vuoto, una poesia del Vuoto. E il Vuoto è un potentissimo detonatore che l’innesco dei «frammenti compostati» fa esplodere. L’atto kitchen ha l’aspetto di un fuoco d’artificio di superficie; si ha l’impressione che si tratti di una diabolica macchinazione della simulazione, ci induce al sospetto che sia la nostra condizione umana attigua a quella della simulazione: non sappiamo più quando recitiamo o siamo, non riusciamo più a distinguere la maschera dalla «vera» faccia. La poesia diventa un algebrico gioco di simulacri e di simulazioni, una agopuntura, una scherma, citazioni, reperti fossili, lacerti del contemporaneo, reperti dell’Antropocene. È una poesia che ci rivela più cose circa la nostra contemporaneità, circa la nostra dis-autenticità di quante ne possa contenere la vetrina del telemarket globale, ed è simile al telemarket, una danza apotropaica di scheletri viventi…

  15. La parola che da inizio duemila apre le danze è “interattività”. Grazie all’interattività chiunque può “produrre sensazioni, shock percettivi, comunicazionali, input”. Performance, installazioni, arte concettuale, ecc. mirano al coinvolgimento dell’osservatore, che si suppone o lo si vorrebbe partecipativo; o assente, nei grandi numeri, se il parametro è meramente commerciale. Nella poesia kitchen la partecipazione attiva del lettore è fondamentale, troppe le parti mancanti del discorso (del discorso lineare). Tutto sta a capire se il linguaggio di risulta corrisponde o intercetta nelle modalità il farsi del pensiero odierno; il quale non sempre è rintracciabile nelle forme preferite dalle élite letterarie ma, al contrario, è rinvenibile nelle titolazioni di libri, giornali, notiziari e pubblicità. Mia sensazione è che il linguaggio comune, condiviso, abbia abbandonato l’uso di locuzioni appropriate ma si preferisca il modo di dire; il quale si aggiorna in ogni momento perché capace di integrare terminologie di linguaggio internazionale; purché sempre nella forma dei “modo di dire”. Parte della produzione kitchen sembra volta a creare inediti modi di dire.

    La poesia di Marie Laure Colasson è all’insegna della leggerezza, è vero e lo si capisce sempre, fin dal primo verso. Eredia e Bianca geisha inaugurano la forma “sequel” (come già il Signor K e Cogito nelle poesie di Linguaglossa). Va però considerato che la forma distico tende ad irreggimentare il discorso, il che non giova alla leggerezza; tant’è che Marie Laure si trova a non poter uscire dalla forma soggetto verbo predicato. C’è anche la questione del bilinguismo. Ma certo è un passo avanti rispetto all’esistenzialismo, di cui si avverto le tracce.

  16. Lo spazio in cui vivono le parole si dilata continuamente, e le parole si allontanano le une dalle altre, così come ogni cosa che avviene nel nostro universo.

    L’universo parallattico non ha un centro, è lo spazio che si dilata, le galassie sono ferme nello spazio ma vengono trascinate via dall’espansione. Questo avviene nello stesso modo in tutto lo spazio. Immaginate la pasta di un panettone Motta che lievita e gli acini di uva passa che stanno all’interno della pasta che si allontanano l’uno dall’altro con il passare del tempo. Stanno fermi, è la pasta che lievita e che li fa allontanare.

    Non dobbiamo immaginare qualcosa all’interno di una cosa di cui avviene l’espansione, ma che non c’è neanche un centro dell’espansione. Ogni punto dell’universo è equivalente a tutti gli altri. Se osservassimo le cose da un’altra galassia, vedremo le altre galassie allontanarsi da noi esattamente come avviene dal nostro punto di vista. Quindi non ci sono posizioni privilegiate nell’universo e non c’è un centro dell’espansione.

  17. raffaele ciccarone

    Set 124

    Si vedono solo le virgole prima che lo spazio finisca,
    così il risvolto fa affari d’oro.

    Certi indizi non sfuggono a Roger Rabbit, anche se
    Jessica non si dà per vinta.

    Il formicolio ha la sua disciplina: in fila indiana solo per due.
    Fanculo le aspettative sempre remunerate al ribasso.

    L’ultima preghiera contempla decotto di fichi secchi al netto
    dei semini sulle frittelle pugliesi.

    Una purea al grafene porta più notizie di tutti i quotidiani
    messi insieme, basta stenderla e passarla nel forno! – dice Mrs. K.

    Il cincillà dopo la crisi della pelliccia, come la gallina,
    non fa più uova e lascia che se ne occupi il visone in TV.

    Il corvo stanco di saltellare fece il passo decisivo allungandosi
    su due pali, tutti i dollari compreso il bunker furono silurati.

    Il collo di bottiglia gira incuriosito, ma, solo per un euro in più
    senza pretendere prebende all’olio di palma.

    Chi trovasse la sfogliatina al cioccolato è pregato di non toccarla
    pur se circondata dal filo spinato sotto tensione elettrica a norma CEI

  18. HEISENBERG SA DI MENTOLO E DANTE DI VINAVIL

    Vedi come siamo ridotti: a riempire salumi
    E smontare alberi motori

    E se capita una fornitura di fulmini
    Gridare alla fortuna di averli in un bicchiere

    Heisenberg sa di mentolo. Nomi altisonanti
    e gatti sull’orlo di un esaurimento nervoso.

    C’è da vergognarsi
    se non sai l’errore di crederti poeta
    E quello che si fa scrivendolo in poesia.

    Perché occultare la pubblicità?
    Se la dividi per duepigreco il gioco è fatto.

    Penetrare l’essenza dell’universo col dentifricio in mano
    Mettere una zeppa a uno spiffero di angeli.

    McCarthy suona per noi, c’è un tintinnare di tabelle
    Sullo sfondo del Granchio.

    E l’etichetta all’olio d’oliva?
    Il solito Dante l’inchioda all’ingresso.

    Tutto questo clamore per uno scricchiolio di sedia elettrica
    -Matilde dov’è la pancia?

    Provvedere a tenerla in ordine, come un pianeta su cui si ride
    Dopo una guerra tra bile e coledoco e cingoli che penetrano il pancreas.

    (F.P.Intini)

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