Riprendere il filo dell’eredità Dada oggi è particolarmente significativo dopo gli eventi della pandemia Covid, della guerra di invasione dell’Ucraina e della conseguente belligeranza tra un Occidente delle democrazie che ricorre alle sanzioni e un Oriente neoimperiale guidato da potenze autocratiche e antidemocratiche. È chiaro che il gesto Dada di rottura radicale con le espressioni politiche e artistiche del passato è utilissimo oggi per ripensare una nuova forma di espressione artistica e un nuovo modo di comportamento etico, poietico e politico, Manifesti e testi del movimento Dada, Tristan Tzara, Francis Picabia, Philippe Soupault, Benjamin Péret, Erik Satie, a cura di Marie Laure Colasson

foto Marquis de Sade 1921 collage di Erwin Blumenfeld 24, 5 × 25

Marquis de Sade, collage 1921, Erwin Blumenfeldt

La maggior parte degli storici dell’arte fissa la data di nascita del movimento dada il febbraio 1916, la data di apertura a Zurigo del Cabaret Voltaire per iniziativa di Hugo Ball e della sua compagna Emmy Henning, con la collaborazione di Arp, Huelsenbeck, Janco e Tzara. In realtà la data di nascita di dada è immersa nel buio. La data di nascita di dada in Svizzera dovrebbe essere spostata al dicembre 1918, la data di apparizione sul terzo fascicolo di “Dada” del Manifesto Dada nel 1918 da parte di Tzara. Fino a quella data il movimento non appare dissimile da quelli di avanguardia che si affacciavano in quegli anni. Dada accoglie tra i suoi membri i cubisti, i futuristi, gli astrattisti e gli espressionisti, un eclettismo che è evidente nei primi due fascicoli di “Dada”, qui vengono pubblicati testi di Savinio, Meriano, Moscardelli e le illustrazioni di Picasso, Delaunay, Kandinsky e De Chirico, compresi gli espressionisti di “Der Sturm” di Berlino.

Però un generico spirito dadaista in Europa è già visibile nell’aprile del 1912, quando Cravan edita a Parigi “Maintenant” che può essere considerato il primo periodico dada. Nel 1913 a Neuilly, Duchamp crea il primo prototipo di opera plastica dada: la Ruota di bicicletta. Nel 1913 vengono realizzate in Russia e a Praga eventi che anticipano le famose serate dada di Zurigo, Parigi e Berlino, protagonista è Jaroslav Hasek, e in Russia i poeti futuristi David Burliuk, Majakovskij e Kamenski. È del tutto erronea l’ipotesi che il movimento Dada sia nato per filiazione dal futurismo italiano e russo, in Francia le origini sono più letterarie che artistiche (Jarry, Cravan, Vaché), in Europa centrale e in Belgio Dada è imparentato con l’espressionismo tedesco. Non esiste quindi un Dada puro e vergine ma vi sono tante diramazioni Dada quanti sono i dadaisti, ma è in Francia e in Svizzera che il movimento svilupperà le tendenze più estreme di ribellione ai valori borghesi indicati quali responsabili della prima guerra mondiale. Schematicamente, l’arco temporale in cui avviene l’intensificazione dei progetti dada varia dal 1916 al 1921, anche se alcune propaggini si estenderanno fino al 1925. L’attività dada è la più varia: manifesti, proclami, articoli, conferenze, poesie, aforismi, collages, rappresentazioni teatrali, narrativa breve, disegni, incisioni, pittura, assemblaggi, copertine di libri. Possiamo riassumere dicendo che Dada varia in corrispondenza del variare delle circostanze storiche e politiche dei tempi, Dada non si è mai configurata come una «scuola» quanto invece come uno spirito di rivolta totale e drastico nei confronti della produzione artistica e letteraria ufficiale, come ripulsa, liberazione e negazione di ogni valore borghese.

Riprendere il filo dell’eredità Dada oggi è particolarmente significativo dopo gli eventi della pandemia Covid, della guerra di invasione dell’Ucraina e della conseguente belligeranza tra un Occidente delle democrazie che ricorre alle sanzioni e un Oriente neoimperiale guidato da potenze autocratiche e antidemocratiche. È chiaro che il gesto Dada di rottura radicale con le espressioni politiche e artistiche del passato è utilissimo oggi per ripensare una nuova forma di espressione artistica e un nuovo modo di comportamento etico, poietico e politico.

(Marie Laure Colasson)

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“Parade” is a ballet with music by Erik Satie and a one-act scenario by Jean Cocteau. The ballet was composed in 1916–17 for Sergei Diaghilev’s Ballets Russes. The ballet premiered on Friday, May 18, 1917 at the Théâtre du Châtelet in Paris, with costumes and sets designed by Pablo Picasso, choreography by Léonide Massine (who danced), and the orchestra conducted by Ernest Ansermet.

Balletto Dada

La tecnica del taglio è un’estensione del collage alle parole, Tristan Tzara lo descrive nel Manifesto Dada:

PER FARE UNA POESIA DADAISTA

Prendi un giornale.
Prendi delle forbici.
Scegli da questo foglio un articolo della lunghezza che desideri per la tua poesia.
Ritaglia l’articolo.
Quindi ritaglia con cura ciascuna delle parole che compongono questo articolo e mettile tutte in un sacchetto.
Agita delicatamente.
Quindi togli ogni taglio uno dopo l’altro.
Copia coscienziosamente nell’ordine in cui hanno lasciato la borsa.
La poesia ti assomiglierà.
Ed eccoti qui: un autore infinitamente originale di affascinante sensibilità, anche se non apprezzato dal branco volgare.

Tristan Tzara

Drogheria-coscienza
da “Cronache Letterarie”, n. 3-4, febbraio 1919

dalla lampada d’un giglio nascerà un principe così grande
che i getti d’acqua le fabbriche ingrandiranno
e la sanguisuga trasformandosi in albero di malattia
io cerco la radice immobile signore immobile signore perché allora sì tu capirai
vieni muovendoti a spirale verso l’inutile lagrima

umido pappagallo
cactus di lignite gonfiati tra le corna della nera vacca
il pappagallo scava la torre il santo manichino
nel cuore c’è un bambino – una lampada
il medico dice che non passerà la notte

poi se ne va in linee corte e acute silenzio formazione silicosa

quando il lupo cacciato si riposa sul bianco
colui ch’è scelto caccia i suoi prigionieri
mostrando la flora uscita dalla morte che sarà causa
e apparirà il cardinaldifrancia
i tre gigli chiarezza folgorale virtù elettrica
rosso lungo secco che liscia pesci e lettere sotto il colore

il gigante il lebbroso del paesaggio
si blocca tra due città
ci son dei ruscelli cadenza e le tartarughe delle colline si accumulano pesantemente
sputa sabbia impasta i polmoni si lana si schiarisce
l’animo e l’usignolo volteggiano nel suo riso-girasole
egli vuol cogliere l’arcobaleno il mio cuore è una stella marina di carta
nel missouri nel brasile nelle antille
se pensi se sei contento lettore divieni per un istante trasparente
il tuo cervello spugna trasparente
e in questa trasparenza un’altra ci sarà più lontana trasparenza
lontana quando un nuovo animale di blu si vestirà in questa trasparenza

Salto bianco cristallo
da “Dada”, n. 1 luglio 1917, pp. 10-12

a marcel janco

sopra un chiodo
macchina da cucire smontata in altezza
scomporre i pezzi del nero
vedere colare giallo il tuo cuore è un occhio nella scatola di caucciù
incollare ad una collana di occhi
incollare francobolli sui tuoi occhi
partire cavalli norvegia serrare
gioielli verso girare secca
vuoi? piangi?
lecca il sentiero che sale verso la voce

Abramo lancia nel circo
tabacco nelle sue ossa fermenta
Abramo lancia nel circo
piscia nelle ossa
i cavalli corrono lampade elettriche al posto della testa
arrampica arrampica arrampica arrampica
arcivescovo blu sei un violino di ferro
e sghignazza sghignazza
verde cifre

Francis Picabia

Marcia della grande scala
da “La revue Musicale”, n. 214, giugno 1952, p. 63

C’è una grande scala.
Con più di mille gradini, tutti d’avorio.
Sapeste come è bella.
Nessuno la usa mai
Per non sciuparla.

Il re neppure lui l’ha mai usata
E per uscir dalla sua stanza
Salta giù dalla finestra.

E ogni tanto il re esclama:
Mi piace tanto questa scala,
La farò impagliare.

Non ha forse ragione il re?
(Enfantillages pittoresques)

(trad. Antonio Prete)

[Il quadro più saggio…]
da “Dada”, n. 3, aprile 1920, p. 14

Il quadro più saggio e completo bruca l’erba del mio giardino.
Tristan Tzara adora i suoi amici, i giornali sono il panorama della sua vita.
Francis Picabia se la prende sempre con se stesso.
erik satie ha trovato la musica d’arredamento; modo di introdursi nel bel mondo. [si prenotano ricevimenti]
Archipenko è un uomo chiuso quanto una casa chiusa.
Marcel Duchamp continua a dare lezioni d’amore.
Gli scandinavi hanno piacere di passeggiare la sera, quando possono contemplare la luna. E se c’è nebbia, i quadri “come la luna” di Matisse, la sostituiscono in casa.
DADA è contro il carovita.

da “Cannibale”, n. 2, 25 maggio 1920, p. 5

PIEDINI DI VITELLO FRITTI, primo piatto leggero
Farli cuocere al naturale (vedi p. 201), disossarli, tagliarli a pezzetti; immergerli nella pastella o impanarli, e farli friggere.
(vedi Testina di vitello fritta.)
Francis Picabia l’intossicato

 

Io sono dei Giavanesi

La panna montata… che gusto…
Parliamo delle cose serie del mondo civile
Questa poesia qui è fatta per i Don Chisciotte
Vi bacio tutte sui vostri begli occhi care lettrici
Voi non potete negare l’esistenza
Extra-natura non esiste
Faremo una chiacchierata
Dove abitate?
Il fondo del mio pensiero e una corretta tipografia
Un libro superbo condensa le mie facoltà
Sciocchezze vero?
Tutto è sciocchezze – in America tutto è DADA
Io sono Francis Picabia
Questa è la mia infermità
L’amore dell’arte è il più grande amore
Poiché non ne voglio ne mangiano i miei domestici
Tutto ciò non fa ridere
Mi guardo in uno specchio
Ho l’aria di una pianta offerta a sant’Antonio
Questo è l’importante
Perché mi vesto da donna per ballare
Delle riflessioni filosofiche
Bistecche all’acquavite birra cancri Egizi
La terza parte del mondo
È un tatuaggio su uno sterco di capra
L’immensa noia è una mutanda 

Benjamin Péret

Importato dal Giappone
da “Action”, n. 4, luglio 1920, p. 10

Un papuasio che fumava oppio cantava
Ringhia sul parquet un crisantemo bianco
Si stendono delle carni sanguinanti
In una coppa blu savoia
Nella coppa blu savoia il crisantemo bianco
Con un colpo secco si straccia una seta
Macchie rosse e acqua sul parquet
Domattina lo stracciaio
Con le carni sul cappello
Parlerà di Nagasaki
Piangerà tutta una sera
Dei dolci che non avrà
Il crisantemo bianco
Che ha sporcato le carni di Nagasaki
Il vento perse la fine della canzone
Il papuasio era uno scimpanzé.

Philippe Soupault

Strada
da “Sic”, n. 23, novembre 1917, p. 3

Ho visto il ricordo della tua voce fissarsi
Il mio corpo cullava i miei pensieri
E se ne andavano i fili telegrafici

L’urto d’un sasso suonò mezzodì.

*

Specchio

C’è qualcuno sul tetto che cerca di toccare il cielo
I piccioni applaudono
Beffarde le nuvole se ne vanno
La cantina è piena di gente

(tra. Antonio Prete)

Erik Satie

Racconto
da “The Blind Man”, n. 2, maggio, p. 3

Una volta avevo una scala di marmot
così bella, così bella che la feci
imbalsamare e usai soltanto la finestra per
entrare e uscire.
S.T.E.K.
Lei aveva gli occhi senza amalgama
E per non farlo vedere
Ci aveva messo sopra
Degli occhiali con lenti di scaglie.
S.T.E.K.

Ricarica, please
da “The Blind Man”, n. 2, maggio 1917, p. 7

ricarica, please, ricarica
con la chimica della tua saliva
l’accumulatore del mio cuore.
S.T.E.K.
(trad. Margherita Leardi)

 

36 commenti

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36 risposte a “Riprendere il filo dell’eredità Dada oggi è particolarmente significativo dopo gli eventi della pandemia Covid, della guerra di invasione dell’Ucraina e della conseguente belligeranza tra un Occidente delle democrazie che ricorre alle sanzioni e un Oriente neoimperiale guidato da potenze autocratiche e antidemocratiche. È chiaro che il gesto Dada di rottura radicale con le espressioni politiche e artistiche del passato è utilissimo oggi per ripensare una nuova forma di espressione artistica e un nuovo modo di comportamento etico, poietico e politico, Manifesti e testi del movimento Dada, Tristan Tzara, Francis Picabia, Philippe Soupault, Benjamin Péret, Erik Satie, a cura di Marie Laure Colasson

  1. raffaele ciccarone
    31 marzo 2022 alle 22:33
    Inedito
    Set 93

    Minecraft è assediata dai followers,
    pur se fake news.
    I poeti Kitchen pranzano al McDonald’s con quello
    che è rimasto in cucina. Picasso, De Chirico e Savinio
    mangiano al Jamaica Bar di Brera.
    Maigret passeggia a Montmartre, Lupin gli ruba la pipa
    la rivende la domenica successiva
    al Mercatino di Via Speronari a Milano.
    Il mezzo busto televisivo mostra sul dorso delle mani
    i peli irsuti del dr Jackie.
    I bimbi si sono rifugiati sotto il letto quando sono arrivate
    le ombre dei mostri.
    Alice non trova l’uscita dal Paese delle meraviglie,
    Arianna gli offre la soluzione in cambio del cappello a fiori

  2. Mimmo Pugliese

    LA STRADA DEL RITORNO

    La strada del ritorno comincia due curve dopo la domenica
    ha i nervi della quercia e denti stanchi

    Torni al prato beffardo
    il leccio soffre carcasse di arcolai

    Passano aerei, passano nuvole
    ma dove vanno?

    I cancelli hanno scavato il fango
    le chiavi ridono nella boccia del pesce rosso

    Fotografie di antenati opprimono i corridoi
    al televisore al plasma sono spuntati i rubinetti

    Un odore di marzo dimenticato
    accumula buste cuscini spazzolini

    Corre veloce un’auto, poi un’altra ed un’altra ancora
    ma chi le manda?

    Nascosti dietro ad un foruncolo
    si abbracciano giovani volpi

    Nel letto azzurro di una galleria
    puoi trovare gli occhiali persi dalle segretarie

    Un tempo c’erano i compleanni
    una volta ti hanno regalato scarpe con tomaia radioattiva

    Nell’area picnic del Ministero della Ragione
    coppie di tortore bevono il thè

    Sul lato opposto della strada un cartellone
    promette che arruolandoti girerai il mondo

    Stai perdendo tutti i capelli
    sardonici gerani leggono le linee della mano

  3. Scrive Francis Picabia nel febbraio 1913:

    [… Allora arrivarono i Cubisti. A parte qualche procedimento puramente tecnico, come quello che consiste nel riprodurre l’originale in forma cubica, la loro teoria si avvicinava di molto alle teorie dei vecchi maestri. Di fatto essi erano presi dall’idea di dover riprodurre un esatto fac-simile del loro modello più di quanto non lo fossero Gainsborough o Manet; senonché chiedevano all’osservatore qualcosa d’impossibile: pretendevano ch’egli vedesse la realtà in forma cubica – cioè attraverso i procedimenti della tecnica cubista. Hanno forse tentato di comunicare all’osservatore le loro impressioni d’un oggetto? No, assolutamente no; al contrario dei critici professionisti che sostengono che questo è stato tentato, io sostengo invece che i cubisti su questo piano non hanno fatto nulla. Pressoché alla stessa maniera dei vecchi maestri essi sono rimasti schiavi dello strano desiderio di riprodurre l’originale. Guardate i loro ritratti: troverete un occhio che altro non è che l’occhio del soggetto rappresentato; e se conferiscono a questo occhio la figura d’un diamante sfaccettato – a forza di angoli e di cubi – invece di rappresentarlo rotondo, la caratteristica essenziale non è affatto modificata.
    Quanto a me, io cerco ben altra cosa: certamente non di riprodurre l’originale… (16 febbraio, 1913)]

    È evidente quanto lucida e sorprendente sia questa affermazione di Picabia, il pittore francese vede chiaramente il limite della pittura cubista: il concetto di rappresentazione della pittura cubista è obsoleto, e Picabia va oltre, verso la tecnica della rappresentazione di quello che lui definisce «stato d’animo», un qualcosa che non è rappresentabile con le consuete tecniche basate sul concetto di «rappresentazione».

    Per fare un salto a noi, oggi, il 1 aprile del 2022, anche noi della Nuova Ontologia del poetico, affermiamo che il concetto di «rappresentazione» della poiesis tradizionale è del tutto insufficiente a rappresentare l’oggetto che ci troviamo di fronte, occorre uscire fuori da un concetto meramente rappresentazionale della poesia per una poiesis che si è finalmente liberata da qualsivoglia concetto di «rappresentazione», anche di quello dello «stato d’animo», da qualsiasi concetto rappresentazionale e mimetico dell’arte.

  4. Tiziana Antonilli

    Dividere in modo manicheo l ‘Europa tra buoni e cattivi non è utile per capire i processi storici del passato e quelli in atto. L’Italia non può dare lezioni di democrazia a nessuno, dire che la nostra è una democrazia imperfetta è un eufemismo. Nella graduatoria RSF riguardante la libertà di stampa occupiamo un poco lusinghiero quarantunesimo posto, l’ultimo caso eclatante di censura è il caso del professore Orsini escluso dalla RAI solo per aver espresso dubbi. Il conformismo dell’informazione è stato stigmatizzato anche all’estero. Il Parlamento è stato svuotato di ogni potere dallo strapotere dell’esecutivo con decreti legge, dpcm e voti di fiducia a raffica. Da tempo le elezioni politiche e amministrative vedono una partecipazione prossima o al di sotto del 50% e i candidati sono scelti dalle segreterie dei partiti.. Per non parlare di larghe porzioni del Paese e dell’economia in mano alla criminalità organizzata. Sotto gli occhi di tutti si verificano processi che fanno pensare alla dittatura cinese .Anche se gli altri sono i cattivi, noi non siamo i buoni.

  5. milaure colasson

    cara Tiziana,

    è vero, come tu dici, da una parte ci stanno le democrazie imperfette e perfettibili e demagogiche come l’Italia… dall’altra però ci sono le autocrazie che irrogano 15 anni di carcere se vai in piazza a manifestare con un foglio A4 bianco. Come disse Berlinguer nel 1977: “siamo più sicuri sotto l’ombrello della Nato che altrove”.

    Complimenti a Raffaele Ciccarone e a Mimmo Pugliese perché le loro poesie sembrano scritte affacciati ad una finestra aperta sull’aria frizzante del mattino, sembra di respirare gioia e libertà e irriverenza, sono un inno alla libertà della immaginazione e alla libertà degli uomini pensanti. Il nostro compito è questo: scrivere parole di libertà (non in libertà). Prima o poi i lettori del futuro se ne accorgeranno.
    Guardate il balletto “Parade”, come tutto il balletto compresi la musica, la coreografia, la sceneggiatura, i ballerini, i fondali e i costumi.. tutto ciò è stato rivoluzionario, i dadaisti erano un gruppo di artisti di varia estrazione e di varia provenienza che lavoravano insieme per il progetto di un’arte rivoluzionaria.
    Oggi tutto ciò sembra inattingibile, gli artisti stanno ognuno per conto proprio, fanno al massimo opere da cavalletto, illustrazioni…

    • raffaele ciccarone

      Carissima Milaure, grazie per i complimenti, eccessivi direi, il primo aprile, poi, mi pone molti interrogativi. Ma li accetto comunque, tutto quello che lasci è perso, vero? Grazie!

  6. Se restiamo ai fatti, ma anche solo sfogliando un libro di storia. Ecco, non so più scrivere. Il pensiero interrotto, quello mio, personale interpretazione del frammento (Alfredo De Palchi in vita ci chiamò, direi affettuosamente, i “frammentisti”). Ma io non penso più. O penso a tratti. Che la Pace sia un’utopia, una stravaganza intellettuale, un sogno. Vaga necessità.
    Edward Luttwak, politologo romeno naturalizzato statunitense, intervistato si vanta di aver partecipato a tre conflitti e di andarne fiero; e si stupisce ” Voi non amate guerra? La guerra è bella (eccetera)”. Poi l’immancabile Alan Friedman, con quei suoi begli occhioni da ingenuo e puro, che qui da noi vende libri e fa propaganda becera (ma in Tv è la norma).
    Non un pensiero che si possa definire europeo, in qualche modo indipendente, di fatto non esiste. O esiste nell’altro mondo, quello silenzioso delle vittime, morte o che tirano a campare.

    Nel 1914-15, dopo lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, l’Italia fu dilaniata dal contrasto tra interventisti e neutralisti contrari alla guerra. E ci risiamo. Spiace che Giorgio sia interventista, e che lo sia anche il Partito democratico (quando si fa sentire con qualche idea in proposito, comunque sommessamente). Non so di quale sicurezza parlasse Berlinguer; ah be’, se Pace è utopia, allora varrà almeno la sicurezza… ma no, ma no, sfogliando libri di storia, ma anche di filosofia, chiunque può capire che se sei vivo sei in pericolo, e che nulla è garantito. Lo sanno perfino gli animali, galline, volpi, giaguari, uccelli in volo…
    Se non adesso, quando l’Europa riuscirà a parlare concretamente di pace? a pensare la pace? possibile che la gente (le vittime) siano sempre un passo più avanti dei loro governanti? della NATO, che ne vogliamo fare?

    Bella idea, parlare di Dada. Ma ce l’avevano anche con la critica. Guai ad ammetterlo, ma già gli espressionisti ( le loro opere ben pagate dai banchieri-maiali di George Grosz). Tutto va a finire lì, dove c’è tanto denaro.
    E Dada non fu un movimento di breve durata, se da noi Piero Manzoni vendette scatolette di merda.
    In ogni caso il pensiero è un altro: fine del pensiero alto, vediamo in basso cosa resta, cosa sta sotto il pensiero basso? Una ruota di bicicletta, un orinatoio. La critica, se capisce applaude. Applaudendo rimette le cose a posto. Il Cubismo? Ma avete mai visto il cubismo nella vita della gente? è stato un movimento, una tendenza reale? Tutto iniziò da Picasso, “Ritratto di Gertrude Stein”, la quale poi ci scrisse un libro. Quindi non fu Picasso ma Gertrude Stein”. Il Cubismo non è mai esistito, come non sono mai esisti i Dada… forse, su alcune tovaglie, Mondrian, su qualche vestitino di Yves Saint Laurent. È tutta critica, solo interpretazioni.
    Dada è anti-arte. In vero senso, anche anti-critica. Arte che si sottrae al giudizio corrente.

    La pittura: esiste ancora. Galleristi e promoter fanno circolare sui social immagini di giovani astrattisti, belli, ricchi e trasandati (ritratti in atelier da fare invida a qualsiasi umano che abbia un minimo di speranze). Io dico questo: la pittura non è descrittiva, se mai lo è stata. Ma l’oggetto ( il prodotto), grazie alla critica d’arte, va considerato a tutto tondo, quale evento (eccetera). Io faccio pittura “progettuale”. Per me la pittura è progetto, un po’ che il gesso sulla lavagna per Albert Einstein. Il mezzo è quello. Quando ve ne saranno di più progrediti ne riparleremo (riparleranno). Ma già si notano segnali, opere d’arte interattive, che cambiano aspetto in presenza o per azione dello spettatore.
    Si pensi quindi a una poesia interattiva (?). Non guardiamo ci sempre alle spalle.

    • caro Lucio,

      ti comunico che io sono un pacifista, non un interventista, ma non come lo è Xi jnping il quale ha assunto una posizione pacifista e anti-interventista nella guerra in Ucraina perché la guerra indebolisce (secondo le sue previsioni) il blocco occidentale e avvantaggia la Cina. Io sono pacifista nel senso che sono contrario ad un pacifismo unilaterale, ad un disarmo unilaterale dell’Italia e dell’Europa. Il disarmo va bene se è bilaterale (EU-Russia) anzi, trilaterale (EU, Russia, Cina), anzi, quadrilaterale… quintolaterale etc. Inoltre, io sono e penso da pacifista nel senso che senza dare le armi di difesa agli ucraini, condanneremo noi stessi e tutta l’Europa; dando le armi agli ucraini invece difendiamo l’Europa e l’Italia e aiutiamo gli ucraini a difendersi da una aggressione criminale e bestiale da parte dell’inner circle criminale di Mosca.

  7. Marx, emancipazione umana e rivoluzione
    di Giovanni Giammarino, 25 marzo 2022 huffingtonpost

    …diciamo che per capire Marx bisogna partire da Hegel, il grande fondatore dell’idealismo logico, della logica dialettica, che apre alla contemporaneità, secondo cui ogni realtà è autocontraddittoria, tende a superare sè stessa divenendo altrove da sé: fondazione capitale del relativismo logico/dialettico che aprì alla stagione della contemporaneità. Hegel è morto nel 1831 e da qui si aprirono due strade di interpretazione hegeliana. La destra hegeliana che rivendica il sistema di Hegel come compiuto, definitivo, gerarchico, culminante nello spirito assoluto: arte, religione e filosofia di cui quella hegeliana è la suprema giustificando la realtà affermando che tutto ciò che è reale è razionale: tutta la realtà quindi è giustificata. Questa interpretazione dell’immenso pensiero di Hegel è chiaramente di impronta conservatrice. Vi è poi una interpretazione della sinistra hegeliana che vede il vero contributo di Hegel nel metodo dialettico: ogni realtà è autocontraddittoria, supera sè stessa in altro da se: la realtà è quindi in continuo movimento. Quindi Hegel come un Eraclito moderno: un filosofo del divenire. Dalla sinistra hegeliana prende le mosse Feuerbach, in un primo momento esponente di questa corrente e che nel 1841 scrive Essenza del Cristianesimo, opera di carattere materialistico dove propone di capovolgere il principio della teoresi di Hegel: la realtà non come centro di riflessione logico/scientifica ma innanzitutto come oggetto del tutto materiale da indagare nella sua ontologia: prima la materia e poi l’idea secondo Feuerbach, cioè priorità dell’essere umano sensibile e della sua specie.

    Il pensiero di Marx accoglie questa istanza pur criticando Feuerbach come materialista di vecchio stampo che pensa la materia come qualcosa di statico mentre essa, secondo l’hegelianismo puro di Marx, è in movimento e soprattutto lo è l’uomo che con il suo lavoro trasforma continuamente la Natura (ecco che ritorna la questione del rapporto con la Natura di cui abbiamo parlato due articoli or sono).

    Marx riflette sulla materia intesa come produzione di beni materiali, plasmata dall’uomo per le sue finalità ed esigenze e arriva a teorizzare il materialismo dialettico (appunto perchè di origine hegeliana) come studio delle continue trasformazioni della attività umana basata sul lavoro. L’uomo si distingue dall’animale perchè trasforma la Natura attraverso il lavoro che lo caratterizza. Arrivano così, nel 1844, i Manoscritti economico-filosofici. Sono tre quaderni di appunti che vennero pubblicati soltanto nel 1932 e tradotti in italiano subito dopo la Seconda Guerra Mondiale e che portano ad una profondissima riflessione sulla emancipazione cosmica dell’uomo. Il ritardo della pubblicazione è un fatto enorme perchè sta a significare che tutto il marxismo dell’800, i sindacati, i partiti socialdemocratici, i socialisti, i comunisti, la Rivoluzione d’Ottobre, Lenin e l’Unione Sovietica non conoscevano questi testi capitali che sono al fondamento del pensiero di Marx e che, quando furono tradotti nella nostra lingua, sono stati il lievito del movimento studentesco italiano, e non solo, del ’68.

    Con questi Manoscritti si evince che, fin dagli inizi, Marx non ha nulla a che fare con il socialismo “reale”, con l’Unione Sovietica e con i partiti comunisti. In questi testi fondamentali, si annuncia l’alienazione dell’uomo partendo da Feuerbach, il quale vede l’abbandono dell’uomo nella alienazione religiosa dove l’uomo costruisce un mondo altro perchè insoddisfatto della propria esistenza. Marx approfondisce questa lettura dichiarando che l’uomo si aliena perchè è lacerato dalla attività lavorativa. E qui la teorizzazione, di portata enorme, delle tre forme di alienazione La Prima forma di alienazione si riferisce al prodotto che si erge come una potenza estranea di fronte al produttore, cioè l’operaio che con tutta la sua energia produce un oggetto che però non gli appartiene perchè è del capitalista, propietario dei mezzi di produzione che utilizza e il qual prodotto sul mercato sarà usato dal capitalista stesso solo per il proprio profitto privato. L’oggetto, prodotto per il mercato, è quindi merce e si erge come potenza estranea all’uomo: diventa feticcio e questo porta ad una trasformazione della società che non venera più la religione creandone un’altra, quella del feticcio della merce. Questa potenza estranea si fa sempre più ricca contro l’uomo che è sempre più povero perchè ha di fronte sempre più oggetti e sempre estranei, sono un qualcosa di morto e, come dirà Lukacs, questo porta alla reificazione di tutta la vita umana: l’uomo ha sempre più a che fare con “cose”, oggetti, cioè con un mondo morto e così anche i rapporti umani sono reificati, sclerotizzati.

    Ecco quindi la Seconda forma di alienazione: nel processo produttivo c’è alienazione anche nell’atto della produzione, cioè la divisione del lavoro produce gesti ripetitivi che, di per sè, non hanno significanza (a differenza dell’era procedente dove l’artigiano si riconosceva nel suo gesto produttivo). L’alienazione viene quindi intesa anche come estraniamento rispetto al prodotto e alla sua attività produttiva e questo porta alla alienazione anche rispetto alla specie umana perchè l’uomo non è fatto per diventare una “cosa”, per diventare merce, ma per creare e comunicare. Tutto questo è la produzione capitalistica, alienante perchè rende estranei tra estranei, dove l’uomo non si realizza più nell’umanità.

    E qui si arriva alla Terza forma di alienazione: nel produrre non mi identifico e ho a che fare con altri essere umani ridotti anche loro a merce che io considero esteriormente. Questo è un punto decisivo: “cosa”, nel mondo capitalistico, significa “merce”, gli uomini sono ridotti a merce, l’operaio è una merce perchè deve entrare a far parte del “mercato del lavoro” per lavorare e produrre e quindi anche lui è una “cosa” con il proprio costo – il salario – ed è quindi soggetto alla legge della domanda e dell’offerta come tutte le merci. Più operai ci sono, meno costano ed ecco perchè il capitalismo ha la necessità di un “esercito” di operai di riserva: più operai ci sono e meno il capitalista li potrà pagare. Questo è il motivo per il quale Marx rivelava che, all’interno del capitalismo, la disoccupazione è strutturale, non eliminabile. Crisi demografica? Si fanno venire gli immigrati (e da qui si apre un’altro scenario altrettanto inquietante che, come anche quello di cui stiamo parlando, porta fino ai nostri giorni).

    La produzione capitalistica è basata sulla propietà privata dei mezzi di produzione e questo comporta che qualcuno abbia braccia da lavoro (la prole, da cui “proletario”) e che altri detengano le fabbriche (i capitalisti) ove tutto l’arco produttivo converge nella accumulazione del capitale da parte del capitalista.

    In tutta la sua filosofia, Marx tende al superamento di tutto questo attraverso l’abolizione della propietà privata capitalistica e dei suoi mezzi di produzione attraverso il socialismo che propone una attività produttiva non alienante ma espressione della propria “creatività” attraverso la quale l’umanità si possa riconciliare con sè stessa proponendo una prospettiva di produzione in cui l’uno lavora per l’altro. L’economia capitalistica è l’accumulo di profitto per pochi contro l’economia socialista pensata come accumulo di profitto per la soddisfazione di tutti dando la possibilità all’umanità di ritrovarsi. E qui si arriva agli Scritti sul Denaro, legati alle figure di Shakespeare e Goethe, dove Marx descrive il denaro come il falsificatore universale perchè onnipotente nella società capitalistica falsificando tutti i rapporti umani: l’uomo perde valore a favore del feticismo dell’oggetto.

    Nel 1848 viene chiesto a Marx di stendere, chiarendo, il programma socialista. Nasce così il Manifesto, esemplificazione di tutta la teoresi marxiana. È tra i testi decisivi di questi ultimi due secoli. Il punto centrale è la lotta di classe come appello al proletariato di emanciparsi dalla borghesia attraverso la rivoluzione. La soluzione rivoluzionaria si chiarisce in Marx nella valutazione storica dello scontro sempre esistito tra due tipi di classi (schiavi e patrizi nella antica Roma; servi della gleba e nobili nel Medioevo; proletari e capitalisti nella società contemporanea ecc.). Questo purtroppo ha portato ad una immagine limitata del marxismo (tant’è che lo stesso Marx, dopo aver visto le manipolazioni politico/ideologiche del Manifesto ebbe a dire ai movimenti socialisti francesi che, se questo era il marxismo, “Je ne sui pas marxiste!”).

    Per chiarire: nel 1848 Marx tenta di agganciare le sue idee al proletariato, e l’interpretazione che se ne è data è di una elaborazione in senso soggettivo alla dialettica di Hegel ma è una interpretazione parziale perchè per Marx è oggettiva la contraddizione hegeliana interna alla contraddizione capitalistica e la rivoluzione avverrà a prescindere dai desideri di rivendicazione personalistici e di volontà di dominio dei singoli. Questo perchè il socialismo, dice Marx, ha il proletariato come protagonista perchè oggettivamente questa classe sociale non ne sfrutta nessuna altra e quindi porta già in sè l’emancipazione universale, ben oltre la borghesia francese della generazione precedente che ha sì fatto la Rivoluzione ma sfruttando sempre le classi inferiori. Questo è il socialismo oggettivo, scientifico di Marx, vale a dire frutto di una analisi rigorosa del sistema sociale capitalistico e non di ideologia (che Marx chiamava “falsa coscienza”) criticando Prudhon, Saint-Simon, Owen e tutti gli utopisti che pensavano di tradurre in realtà le idee mentre il socialismo di Marx, hegelianamente, è reale cioè non una idea che si sovrappone alla realtà ma una analisi oggettiva del reale. Altrimenti, ci dice Marx, si starebbe prima di Hegel, cioè nell’Illuminismo che ha avuto l’idea sbagliata di elaborare un programma e poi fare la rivoluzione, motivo per cui è naufragato. Bisogna spostare l’attenzione sulla struttura, cioè bisogna dare priorità all’economia perchè la società è fatta di un motore economico con tutte poi le relative sovrastrutture (politica, religione, cultura ecc.) e si tratta di capire i movimenti di questo motore economico.

    Nasce così Il Capitale, sintesi straordinaria tra la filosofia classica tedesca (Kant, Fichte, Hegel), l’economia politica inglese di Smith, Ricardo ecc. e il socialismo francese. È l’opera decisiva per capire il meccanismo oggettivo dell’economia che funziona indipendentemente dalla volontà degli uomini (in netto dissidio con Schopenhauer). Ma innanzitutto è doveroso chiarie un luogo comune che ha portato alla manipolazione di questo grande pensatore: Marx ha scritto forse tre pagine sul socialismo in tutta la sua vita perchè, hegeliano convinto, pensava la filosofia come studio e analisi dell’oggetto di riferimento e non mezzo per fare annunci e proseliti: questo deve essere molto chiaro! Il Capitale è una analisi scientifica della società capitalisitica dimostrando quanto i suoi principi siano invariabili e trasversali a qualsiasi epoca – ecco la grandezza e l’estrema attualità di Marx (e il motivo per il quale Marx sarà sempre attuale finchè il capitalismo dominerà l’uomo).

    Il capitalismo è autocontraddittorio e, come dal feudalesimo è nato il capitalismo e il potere della borghesia, dal potere della borghesia potrebbe nascere quello del proletariato. Ogni produzione, nella analisi di Marx, è tale grazie alla contraddizione tra forze produttive materiali (uomini, macchine ecc.) e i rapporti di produzione sui quali si innestano i rapporti politici e giuridici. Nella generazione precedente, soprattutto in Francia, le forze produttrici erano sempre più borghesi (qui Marx fa un elogio della borghesia come enorme forza produttrice) e si scontravano con i rapporti di produzione (assolutismo regio, leggi feudali, leggi di maggiorascato) che erano sempre più obbliganti soffocando l’esplosione delle forze di produzione borghese: questa fu la miccia della Rivoluzione Francese alla quale, dopo, a forza produttrice borghese corrispose rapporto di produzione borghese: nasce così il mondo capitalistico borghese e, per Marx, hegelianamente, una nuova contraddizione.

    La nuova contraddizione del capitalismo borghese è rappresentata da forze produttive sempre più sociali (catena di montaggio, parcellizzazione delle forze produttive ecc.) per produrre sempre più e dove i rapporti di produzione sono ora privati, vale a dire capitalistici cioè a fini di arricchimento privato. Questa è la contraddizione: forze produttive sociali per arricchimento borghese cioè privatistico con relativa propietà privata dei mezzi di produzione. Una contraddizione che prima o poi esploderà, come tutte le altre nella storia nell’uomo.

    Il ciclo produttivo ed economico pre-capitalistico era un ciclo semplice, statico, basato sul rapporto merce/denaro/merce. Quello invece capitalistico è una macchina infernale perchè è costruito sul denaro del capitale investito nella merce-forza-lavoro umana che produce plusvalore e a sua volta acquistata dal capitale che compra questa merce e porta al profitto del capitale iniziale investito: è un meccanismo vorticoso che trasforma continuamente la produzione perchè il capitalista, che compra le materie prime, vuole sempre più plusvalore. In tutto questo l’operaio viene retribuito solo per poter continuare a produrre, cioè per la sola sopravvivenza e il resto che lui produce accresce il capitale: qui sta il ruolo di merce umana identificata da Marx che deve servire per accumulare plusvalore e accrescere il capitale altrimenti il capitalista non investe più.

    Quindi, questo costante accumulo di capitali comporta un continuo sconvolgimento dell’assetto produttivo dove i più forti si rafforzano e più deboli si indeboliscono sempre di più a cominciare dai capitalisti stessi dove il più forte compra il più debole. I veri espropiatori, dice Marx rispondendo alle critiche delle classi dominanti, sono proprio i capitalisti (portando gli artigiani nelle fabbriche, espropriando terreni e trasformando i contadini in braccianti agricoli ecc.). Quindi il capitalismo è espropriatore in un meccanismo vorticoso dove il più forte si rafforza fino ad arrivare al monopolio. E qui arriva Lenin che, nel 1917, scrive un’opera altrettanto decisiva sulla base de Il Capitale: “Imperialismo fase suprema del capitalismo”. Qui Lenin denuncia come, nella fase monopolistica, i grandi stati capitalisti, non trovando più spazio per nuovi mercati e quindi nuove fonti di approvvigionamento delle materie prime, si scontrano tra loro. Così nasce la Prima Guerra Mondiale.

    Marx analizza questo sconvolgimento continuo che porta alla crisi di sovra-produzione e dichiarando esplicitamente che, periodicamente, il capitale, che è una forza dinamica, mette in atto forze produttive tali per cui produce sempre di più fino ad arrivare ad una crisi di sovra-produzione che deve ad ogni costo svolgersi in un atto risolutivo per poi riprendere da capo a produrre (realtà autocontraddittoria hegeliana). Così nasce la crisi di Wall Street del 1929 che ha poi portato al nazismo. Su questa crisi Keynes radicalizza l’idea che il capitalismo per sopravvivere deve creare acquirenti e propone quindi un Welfare-State, come farà poi Roosevelt col New deal accogliendo la tesi di Keynes, attraverso il quale le masse possano aumentare il potere di acquisto. Però la capacità produttiva va ben oltre questo (cemento, ferro, acciaio e quindi scuole, navi, ospedali ecc.) e a chi vendere tutto questo surplus di produzione? Ecco che lo stato deve diventare imprenditore.

    Dall’interno del capitalismo sorge un’esigenza per cui lo stato diviene protagonista collettivo dell’economia. Addirittura, gli storici dell’economia ci dicono che per uscire dalla crisi del 1929 non è bastato l’investimento fatto da Roosvelt in aumento dei salari e opere pubbliche vastissime a spese dello stato ma, drammaticamente, si è usciti dalla crisi con la Seconda Guerra Mondiale caratterizzata da una produzione industriale acceleratissima sperperata in distruzioni immani. Con al Seconda Guerra Mondiale il capitalismo, che, come analizza Marx, si contorce in una serie costante di crisi, si è salvato. Secondo il grande studioso di filosofia dell’ economia, Antonio Gargano, si avranno sempre crisi dall’epicentro del capitalismo, anche peggiori di quelle del 1929 e del 2008, perchè il meccanismo, così come studiato da Marx, è quello di una autocontraddittorietà che non solo è interna al sistema capitalistico ma ne è la struttura: produzione sociale per una appropriazione privata delle ricchezze e questa contraddizione hegeliana prima o poi scoppierà.

    L’importanza di Marx come pensatore, come filosofo puro è di rilievo capitale e indiscusso che nulla ha a che fare con le risultanti socio/politiche di qualsivoglia ideologia. Marx merita di essere studiato e (ri-)letto per quello che è: un grande classico del pensiero filosofico accanto a Platone, Aristotele, Cartesio, Kant, Hegel, Nietzsche, Husserl e Heidegger. Un gigante del pensiero.

  8. LA BILE SI MOSTRÒ IN CALZE NERE E GIARRETTIERA …MA LA NOTTE… MA LA NOTTE…

    Il pianeta risucchiava la lava nei polmoni
    senza un residuo di gravità avrebbe superato l’asticella a 2 e 50 Ampere

    Dove sono i coccodrilli? Il Nung è infestato dagli gnu ripeteva
    Il direttore delle poste
    Tirò fuori dalle retrovie il ritratto del Caudillo.

    La rivolta dei timbri contro i posacenere
    Chi da una parte chi dall’altra le canzonette sconce, la roulette russa
    le catene di sant’Antonio osè, gli appening tra mouse.

    Bisognava fare squadra, sorprendere, insultare
    Fucilare Lorca all’Oscar.

    Si trattò di richiamare alle armi roncole e bastoni
    Carte napoletane, puttanieri, sifilitici del terzo tipo.
    Che imparassero il ramino finalmente.

    Sapete? Signor Kurtz, sarà un gioco da ragazzi. Qui nel sacco della tombola
    ci sono medaglie per il 1812, carrozze e surgelati del 1799, altre che vedranno la luce del 1975.

    Cipolle e carciofi in bustine da tre fucilati per muro a secco.
    L’ultimo elicottero da Mergellina.

    Penzola da un ramo libero la donna di bastone.
    E’ un’iguana, ma avrei giurato sugli artigli di un ramarro
    Che Federico avrebbe avuto salva la coscienza.

    Oh il più liquido tra i surreali non meritava funghi al suo debutto in terra
    Davvero brutale recitare versi con la bocca piena di rane.
    Allo stato larvale un thè al nickel è più che gradito.
    Come faranno le spighe a sopportare quest’orrore?

    Il toro ringrazia.
    Persino il cobra scendendo da Wall Street non trova la foresta,
    Sia dunque benedetto l’errore del verso profeta.

    Il valore di Ruffo è nel non tenere fede
    Penzoli l’amministratore tra i conti del bilancio preventivo
    nessuna pietà per chi usava il pitale alla regina.

    Ora il Re è a caccia. Passerà da Portici il treno di lumache.
    Se il Borbone si tuffa dal suo naso, Nelson prepara la frittata di limoni.
    E dunque niente green pass al gran buffet soltanto restrizioni in stile impero .

    I cannoni intonano la nona di Beethoven.
    L’albero della libertà fuma il sigaro cubano.

    All’onore della mensa nessun fantasma vale una brasciola barese.
    Qui e là tornano i giullari a soffiare sulla minestra di Ferdinando

    Mantenere i nervi saporiti, il soffritto in versi endecasillabi
    Mentre il Vesuvio mangia la pizza a metro e la gotta avanza.

    (F.P.Intini)

    VIVA IL DADA

  9. Questa di Francesco Paolo Intini è davvero una poesia esecutoria:

    una Esecuzione con tanto di tropi
    e di figure retoriche accurata, completa, definitiva.

    La poesia e la critica sono collassate sotto il loro stesso peso
    definitorio, assolutorio, probatorio,

    quel linguaggio è diventato un non-linguaggio,
    uno pseudo-linguaggio, un linguaggio da risultato,

    un linguaggio giustificato, positivizzato.
    Anche i linguaggi poetici alla lunga diventano plastica

    spiegazzata, e dopo un po’ non significano più niente.
    Come si fa a catturare il nulla? Semplice,

    rinunciando a volerlo catturare, facendo
    un passo indietro

  10. milaure colasson

    Che altro dire?
    Poesia scritta dopo un bombardamento a tappeto

  11. Singole parole, calate in un discorso poetico, son cosa rara. Verbi, sostantivi o aggettivi, non fa differenza. Punto. (Punto, seguito da punto). Di solito necessarie per suono, per completare creativamente un tracciato, anche se a-metrico. Dico bene? perché ormai si parla per frasi fatte. Su queste ultime (capite “dico bene” e “queste ultime”?) Franco Intini interviene con deviazioni, prima che il verso abbia un qualunque significato. Il discorso ne risulta minato, nell’insieme deflagrante.
    Questo è possibile perché il discorso, nel linguaggio odierno, sempre più agglomerato di modi-di-dire e frasi fatte, tende a bastarsi. Pieno, mezzo pieno che sia, principalmente volto ad essere recepito. Qui la poesia kitchen introduce lo scarto, che avviene in modi diversi quanti sono gli autori (così che alla fine, contraddicendo la teoria del non-autore, si abbia invece una resa individuale).
    Il discorso per frasi fatte contiene silenzio. Questo silenzio è da considerarsi spazio pubblico, zona libera. Alcuni autori NOE procedono con scarti semantici, periodali, altri, come il sottoscritto, utilizzano il modo-di-dire volutamente, con intento pop.
    Ci sono luci. Il discorso è abitato.

  12. Scrive un commentatore dopo la lettura di alcune mie composizioni che tra un protone e la poesia il cammino è troppo lungo. La sintassi della “disinformazia” infatti devia il cammino del fiume verso il ghiacciaio da cui origina impedendo il placido scorrere nella pianura fino al mare. All’osservatore a valle resta un letto vuoto, inguardabile, colmo di pesci morti e dunque ne deduce che anche il fiume è morto. L’aspetto interessante è che esso invece si è trasferito altrove generando valli e cascate del tutto sconosciute mettendo persino in moto mulini che trasformano la farina in chicchi di grano. Tutto perchè in realtà la poesia o meglio una composizione Noe, cammina verso il protone e non viceversa.
    un caro saluto all’Ombra

  13. «Le strutture ideologiche postmoderne, sviluppate dopo la fine delle grandi narrazioni, rappresentano una privatizzazione o tribalizzazione della verità».1

    Le strutture ideologiche post-moderne, dagli anni settanta ai giorni nostri, si nutrono vampirescamente di una narrazione che racconta il mondo come questione «privata» e non più «pubblica». Di conseguenza la questione «verità» viene introiettata dall’io e diventa soggettiva, si riduce ad un principio soggettivo, ad una petizione del soggetto. La questione verità così soggettivizzata si trasforma in qualcosa che si può esternare perché abita nelle profondità presunte del soggetto. È da questo momento che la poesia cessa di essere un genere pubblicistico per diventare un genere privato, anzi privatistico. Questa problematica deve essere chiara, è un punto inequivocabile, che segna una linea da tracciare con la massima precisione.

    La pseudo-arte privatistica che si è fatta in Europa in questi ultimi decenni intercetta la tendenza privatistica delle società depoliticizzate dell’Occidente e ne fa una sorta di vademecum privatizzato. Privatizzazione presente in maggiore e larghissima misura anche nelle società autocratiche, come ben si vede nella Russia putiniana che manipola vampirescamente le verità cambiandole di segno e di registro: vedi il massacro di Bucha di donne e bambini con le mani legate dietro la schiera assassinati con un colpo di pistola alla nuca.

    1 M. Ferraris, Postverità e altri enigmi, Il Mulino, 2017

  14. Durante il caffè la doccia la spesa un colloquio
    durante l’amore una passeggiata una domanda una risposta durante una partita il cambio di un pneumatico durante la cena il pranzo la colazione durante una punizione durante una carezza un bacio un abbraccio durante una telefonata un messaggio un occhiata durante una birra un aperitivo un discorso un silenzio durante una sigaretta una gita una consegna durante il ritorno durante la scuola l’università durante un soccorso una ferita un incrocio un attraversamento durante una lezione un’intervista un’interrogazione durante il sonno. Durante.

    (… una grande operazione, percorrere le parole come il tempo…)

    Grazie OMBRA.

  15. Dopo la guerra.
    (instant poem)

    Ora vivo al Grand Palais. Dopo la guerra
    avremo bisogno di arte e decorazione. Di gentilezza.

    LMT

  16. Scegli da questo foglio un articolo della lunghezza che desideri per la tua poesia. (Tzara)

    Questo è l’importante
    Perché mi vesto da donna per ballare(Picabia)

    Il crisantemo bianco
    Che ha sporcato le carni di Nagasaki (Peret)

    C’è qualcuno sul tetto che cerca di toccare il cielo
    I piccioni applaudono (Soupault)

    Una volta avevo una scala di marmot
    così bella, così bella che la feci
    imbalsamare (Satie)

    Il mezzo busto televisivo mostra sul dorso delle mani
    i peli irsuti del dr Jackie.(Ciccarone)

    Fotografie di antenati opprimono i corridoi
    al televisore al plasma sono spuntati i rubinetti (Pugliese)

    l’ultimo caso eclatante di censura è il caso del professore Orsini escluso dalla RAI solo per aver espresso dubbi. (Antonilli)

    Come disse Berlinguer nel 1977: “siamo più sicuri sotto l’ombrello della Nato che altrove”. (Colasson)

    Che la Pace sia un’utopia, una stravaganza intellettuale, un sogno. Vaga necessità (Tosy)

    Ma già si notano segnali, opere d’arte interattive, che cambiano aspetto in presenza o per azione dello spettatore. (Tosy)

    Ecco quindi la Seconda forma di alienazione: nel processo produttivo c’è alienazione anche nell’atto della produzione.(Linguaglossa)

    Bisognava fare squadra, sorprendere, insultare
    Fucilare Lorca all’Oscar. (Intini)

    Il discorso per frasi fatte contiene silenzio. Questo silenzio è da considerarsi spazio pubblico, zona libera (Tosy)

    • Sto lavorando…. scusatemi…

      • Scegli da questo foglio un articolo della lunghezza che desideri per la tua poesia. (Tzara)

        Questo è l’importante
        Perché mi vesto da donna per ballare(Picabia)

        Il crisantemo bianco
        Che ha sporcato le carni di Nagasaki (Peret)

        C’è qualcuno sul tetto che cerca di toccare il cielo
        I piccioni applaudono (Soupault)

        Una volta avevo una scala di marmot
        così bella, così bella che la feci
        imbalsamare (Satie)

        Il mezzo busto televisivo mostra sul dorso delle mani
        i peli irsuti del dr Jackie.(Ciccarone)

        Fotografie di antenati opprimono i corridoi
        al televisore al plasma sono spuntati i rubinetti (Pugliese)

        l’ultimo caso eclatante di censura è il caso del professore Orsini escluso dalla RAI solo per aver espresso dubbi. (Antonilli)

        Come disse Berlinguer nel 1977: “siamo più sicuri sotto l’ombrello della Nato che altrove”. (Colasson)

        Che la Pace sia un’utopia, una stravaganza intellettuale, un sogno. Vaga necessità (Tosy)

        Ma già si notano segnali, opere d’arte interattive, che cambiano aspetto in presenza o per azione dello spettatore. (Tosy)

        Ecco quindi la Seconda forma di alienazione: nel processo produttivo c’è alienazione anche nell’atto della produzione.(Linguaglossa)

        Bisognava fare squadra, sorprendere, insultare
        Fucilare Lorca all’Oscar. (Intini)

        Il discorso per frasi fatte contiene silenzio. Questo silenzio è da considerarsi spazio pubblico, zona libera (Tosy)

        vedi il massacro di Bucha di donne e bambini con le mani legate dietro la schiera assassinati con un colpo di pistola alla nuca.
        (Linguaglossa)

        durante una sigaretta una gita una consegna durante il ritorno durante la scuola (Pierno)

        (E adesso senza impalcatura…)

  17. COMPOSTAGGIO 04 22

    Scegli da questo foglio un articolo della lunghezza che desideri per la tua poesia.

    Questo è l’importante
    Perché mi vesto da donna per ballare

    Il crisantemo bianco
    Che ha sporcato le carni di Nagasaki

    C’è qualcuno sul tetto che cerca di toccare il cielo
    I piccioni applaudono

    Una volta avevo una scala di marmot
    così bella, così bella che la feci
    imbalsamare

    Il mezzo busto televisivo mostra sul dorso delle mani
    i peli irsuti del dr Jackie.

    Fotografie di antenati opprimono i corridoi
    al televisore al plasma sono spuntati i rubinetti

    L’ultimo caso eclatante di censura è il caso del professore Orsini escluso dalla RAI solo per aver espresso dubbi.

    Come disse Berlinguer nel 1977: “siamo più sicuri sotto l’ombrello della Nato che altrove”.

    Che la Pace sia un’utopia, una stravaganza intellettuale, un sogno. Vaga necessità

    Ma già si notano segnali, opere d’arte interattive, che cambiano aspetto in presenza o per azione dello spettatore.

    Ecco quindi la Seconda forma di alienazione: nel processo produttivo c’è alienazione anche nell’atto della produzione.

    Bisognava fare squadra, sorprendere, insultare
    Fucilare Lorca all’Oscar.

    Il discorso per frasi fatte contiene silenzio. Questo silenzio è da considerarsi spazio pubblico, zona libera

    Vedi il massacro di Bucha di donne e bambini con le mani legate dietro la schiera assassinati con un colpo di pistola alla nuca.

    Durante una sigaretta una gita una consegna durante il ritorno durante la scuola

    Tzara, Picabia, Peret, Soupault, Satie, Ciccarone, Pugliese, Antonilli, Colasson,Tosy, Tosy, Linguaglossa, Intini,Tosy, Linguaglossa, Pierno.

    Grazie OMBRA

    • Comunicazione di servizio:
      vi chiedo di poter utilizzare questo Compostaggio per una lettura in pubblico o per una qualsivoglia rappresentazione in pubblico. Me ne date il permesso?
      Grazie…un abbraccione

  18. Ai bisognosi di sentimento, emozione, trasporto, la poesia kitchen non piace. È poesia fredda. Questi pensano che si possa intervenire sul linguaggio grazie ai sentimenti; stati alterati della mente, come innamorarsi, soffrire, essere marchiati dalla vita. Eh no, non va. La poesia kitchen non li attizza.

  19. tra un protone e la poesia il cammino è troppo lungo.
    (Intini)

    Ora vivo al Grand Palais. Dopo la guerra
    avremo bisogno di arte e decorazione. Di gentilezza.
    (Lucio Tosi)

    Durante la pausa pranzo il massacro di Bucha donne, bambini e uomini legati e torturati e ammazzati con un colpo alla nuca dai soldatini di Putin
    (Linguaglossa)

    Il «compostaggio» è per eccellenza il metodo e il metronomo delle parole di oggi, le parole sono diventate dei vampiri, si nutrono vampirescamente di carne umana.
    Le parole sono, popperianamente, falsificabili.

    La più grande invenzione di Dada è stato il metodo del compostaggio delle parole, in quanto tutte false, falsificate e falsificabili, parole catarifrangenti di una luce oscura.

    Dovremmo ringraziare Putin e il suo inner circle per averci propinato la strategia della manipolazione delle parole in scala mascroscopica e planetaria.

    Scopo del compostaggio è denazificare le parole fraudolente, e anche quelle cosiddette giuste… smilitarizzarle e rivelarle per quello che sono: parole dei corifei della propaganda spudorata.

  20. da liberoquotidiano.it

    Federico Rampini Il mondo ribaltato

    La guerra in Ucraina è anche la guerra del gas tra Russia ed Europa. E questo è il tema affrontato da Federico Rampini in un video editoriale pubblicato sul sito del Corriere della Sera. Si ragiona sulle prospettive energetiche del Vecchio Continente, con Germania e Italia che su tutti, ad oggi, dipendono dalle forniture russe. La minaccia di Vladimir Putin è infatti quella di chiedere i rubinetti. E per questo, spiega Rampini, “l’Europa intera cerca una riconversione geografica dei suoi acquisti di gas. Siamo abituati a comprarne la maggior parte dalla Russia, arrivava attraverso gasdotti”.

    Ma “ora guardiamo agli Stati Uniti, per comprarne di più dall’America. Un processo lento e complicato: arriva via nave, deve essere liquefatto e poi rigassificato. Ci vogliono infrastrutture nuove”, sottolinea Rampini, ricordando come però ora il processo sia in marcia e dunque diventa necessario riflettere sulle conseguenze geopolitiche. “Parto dal celebre proverbio: tutte le strade portano a Roma. Il significato era profondo: l’impero romano aveva costruito infrastrutture di comunicazione che costringevano le colonie a comunicare con il centro dell’impero. Strade, ponti, acquedotti: tutto era fatto per facilitare la comunicazione tra periferia e centro dell’impero. Le infrastrutture della rete energetica sono un po’ la stessa cosa. Anche durante gli anni della Guerra Fredda avevamo investito in queste infrastrutture, anche se i rapporti con l’Est non erano buoni”, ricorda il giornalista.

    E a questo punto, Rampini, spiega quale sia il cambio di paradigma, di sistema, che sta muovendo i primi passi: “Ora ci stiamo mettendo a fare un processo completamente diverso, investiamo in infrastrutture che guardano verso l’Atlantico. Questo dà la misura dei prezzi che Putin e Russia rischiano di pagare sul lungo termine: hanno contribuito a renderci indipendenti. Non avranno più la possibilità di sfruttare il cordone ombelicale che univa Europa e Russia, quel cordone che neanche i dirigenti sovietici negli anni più duri della Guerra fredda avevano voluto tagliare”, conclude Federico Rampini, profetizzando insomma un futuro a tinte molto fosche per la Russia putiniana.

    • Caro Giorgio,
      va bene tutto ma Rampini proprio no. Secondo te, quanto avrà da guadagnarci l’America su questa tragedia? Perché essere atlantisti, e non semplicemente europei? Come puoi dare retta a Rampini, Luttwak, Friedman… i peggio sostenitori della in-civiltà capitalistica…

      • Per favore, non mettere il mio nome quando vuoi esprimere odio verso il nemico Putin. Io non ho nemici, penso che l’Europa stia soffrendo a causa della competizione tra super potenze. Spero, anche se capisco i tempi non sembrano maturi, che l’Europa avanzi prospettive nuove.

        • caro Lucio,

          io non odio Putin, per odiarlo lo dovrei riconoscere simile a me, ma è dissimile da me e dalle persone che condividono con me i valori della intangibilità degli esseri umani. Putin come criminale di guerra deve essere giudicato dalla Corte internazionale dell’Aia per crimini di guerra. La cricca di criminali che ha preso il potere in Russia è questione dei russi, non mi riguarda. Però le conseguenze della invasione di uno stato sovrano, l’Ucraina, è una questione storica che segna e segnerà, una interruzione nella globalizzazione, il mondo si dividerà, che lo si voglia o no, sempre di più tra una sfera di influenza asiatica (le demoKrature autarchiche e dittatoriali di Russia e Cina, Corea del Nord, Eritrea, Siria etc.) e una euroatlantica delle democrazie liberali (Europa, USA, Australia, Canada Regno Unito, Giappone).
          Personalmente, verso Putin e le sue stragi di civili avverto un profondo schifo e un ribrezzo come verso gli scarafaggi.

  21. Il frammento di verità che ancora ci contraddistingue è la labile fiammella che in ogni nostro scritto ancora sopravvive. Un compostaggio appunto di nostri scritti è una testimonianza di esistenza vitale comune. Comunismo letterario!
    Riduzionismo storico esistenziale.
    Nelle singolarità i podromi della menzogna.
    Aiutiamoci a non restare soli.
    Tutte le ideologie ridotte all’osso nel comune denominatore si sostanziano in un oggetto…
    proiettili, missili, bombe, telefonini, televisori, merende, medicinali…
    (Un saluto particolare ad Antonio Sagredo. È da tanto che non vedo suoi interventi.)
    Grazie OMBRA

  22. antonio sagredo

    Conoscevo il filmato dadaista ed è sempre un piacere rivederlo…
    si stenta a credere che è di poco più di un secolo fa. Vi sono decine di filmati dadaisti che seguirono a questo qui presentato, specialmente quelli per così dire “praghesi” subito noti e riconosciuti tali in tutta la Europa, ma è tutta la zona slava e non,che dalla Polonia fino alla Ungheria, Bulgaria e Romania che se poco noti sono di grane importanza per sapere di quanto e come si diffuse il dadaismo per l’intera Europa, fin nei paesi baltici. E fu dunque un “movimento” talmente essenziale che poco dopo generò – in concerto con altri movimenti non puramente dadaisti, il surrealismo e insieme progredirono e regredirono fin nei primissimi anni ’60 (vedi il secondo surrealismo ceco che si portò dietro fagogitando tutti i rimasugli del passato dadaista e surrealista… il movimento dell’esplosianismo (a Praga con Boudnik, metà anni sessanta) fu il detonatore della fine di tutti movimenti d’avanguardia europei. Da non dimenticare il dadaismo in Portogallo, e specie in Spagna che sfociò nel cinema di Bunuel sotto mentite spoglie surrealiste. Ora non ci resta che ammirare o denigrare se volete questi movimenti nei musei ammuffiti per le reliquie di “cose” non vissute, ma dobbiamo comunque ringraziare grandi talenti se è ancora possibile rivederli, questi movimenti, in azione cinetica o teatrale (come realizzò Carmelo Bene nel caso di Marinetti in un filmato si può godere lo spettacolo come se davvero il salentino fosse di quella epoca!).
    Da non dimenticare certi denigratori geniali come Celine, che dapprima ne subì l’influsso per certe visioni che subito rigettò come astorici, pur comprendendone i sussulti inniovatori.
    as

  23. caro mauro,

    la sintesi di Draghi:

    “La pace o il condizionatore acceso”

    è un perfetto esempio di enunciato kitchen!

  24. vincenzo petronelli

    Trovo davvero molto interessante la riflessione della nostra Marie Laure da cui l’articolo trae il suo avvio,
    Oggi più che mai, di fronte agli eventi tragici e le sensazioni distopiche cui stiamo assistendo, si avverte un’impressione di non ritorno, rispetto alla quale la riflessione artistica ed intellettuale deve interrogarsi seriamente.
    In qualche modo ritengo che in paese come il nostro, mediamente – anche se fortunatamente le eccezioni non mancano – caratterizzato da una cronica miopia provincialistica da territorio remoto dell’impero, la necessità di sradicare le concrezioni da connivenza politica stratificatesi nel corso dei decenni, a causa delle quali molti intellettuali hanno “deposto le armi”, pur di poter meschinamente vivere del loro povero (povero perché svilito evidentemente da una tale accezione) lavoro.
    A maggior ragione ritengo che questo discorso investa la poesia italiana, probabilmente la “grande addormentata” del panorama culturale italiano, dove trovare delle eccezioni lodevoli è molto più difficile; ci sono, senz’altro, ma non a caso bisogna rintracciarle fuori dalle correnti dominanti, il che vuol dire però, che si tratta di rintracciarle in opere che hanno o hanno avuto una circolazione estremamente rarefatta. La maggior parte della produzione poetica italiana è ormai diventata, – come ebbe a dire una volta Sting a proposito della produzione rock anestetizzata degli anni ’80 – una nullità reazionaria.
    Proseguire oggi su questa strada di obnubilamento da potere, di fronte agli eventi che si stanno susseguendo davanti ai nostri occhi, non è solo intellettualmente disonesto – come presuppone tale atteggiamento provincialistico – ma rischia di diventare addirittura criminale.
    Ho apprezzato molto anche l’intervento di Giorgio sulla ricostruzione della storia del pensiero marxista, che condivido totalmente e che trovo pertinente rispetto alla prima parte di questo mio intervento anche relativamente al passaggio in cui sacrosantemente Giorgio chiarisce il fatto che la dottrina di Marx non abbia alcun collegamento con quella che è stata la storia dell’Unione Sovietica, per la semplicissima ragione che una dottrina filosofica libertaria non può legittimare un regime, peraltro con le atrocità di cui in diversi episodi questo si è macchiato (e parlo da persona di sinistra).
    C’erano sicuramente dei nodi irrisolti nella dialettica marxiana, ma andavano e vanno chiariti su quel terreno, quello appunto del confronto dialettico, non possono giusticare le storture che quel sistema ha generato.
    Ho sempre pensato (e le dinamiche di questi giorni evidentemente lo confermano) che una componente fondamentale che spiega la deriva assunta dal regime sovietico – in particolare con l’ascesa di Stalin – sia insita proprio nel connubio innaturale, forzato, che ad un certo punto si è venuto a creare fra l’internazionalismo socialista e la tendenza espansionistica russa e fra il concetto di “dittatura del proletariato” (che certamente è proprio uno dei punti “in sospeso” nel dibattito filosofico cui accennavo prima) e la tendenza alla leadeship politica forte maturata nella storia russa, che pur affondando le radici – come del resto per qualsiasi manifestazione socio-antropologica – in un retroterra storico preciso e cioè nell’insicurezza che da sempre caratterizza la storia di un paese dai vasti confini e privo di barriere naturali protettive, non può trasformarsi in una paradossale legittimazione del conculcamento a sua volta della libertà altrui,
    Non a caso, già nella prima metà dell’800, Sergey Semёnovič Uvarov, ministro dell’istruzione ed ideologo dello Zar, coniò lo slogan «autocrazia, ortodossia e nazionalità» (самодержавие, православие и народность in russo), identificando Mosca come la “terza Roma”, che non guardava più all’Europa corrotta dalle idee liberali, costituzionaliste e parlamentari, ma verso la creazione di un regime autocratico. In realtà la politica russa ha conosciuto momenti altalenanti da questo punto di vista, ma ho riportato questo precedente strettamente attuale – assieme al richiamo espansionistico della storia russa – perché i periodici “riaffacci” di queste tendenze nella politica russa, sono alla base della degenerazione, imboccata ad un certo punto dalla storia del regime sovietico rispetto alla dottina comunista – e giova invece ricordare come lo stesso Lenin si fosse più volte espresso a favore dell’autodeterminazione dei popoli sotto l’amministrazione russa, tra i quali gli ucraini, in nome dell’emancipazione internazionale del popolo dei lavoratori dagli interessi dei poteri politici vigenti, portatore degli equilibri favorevoli alla visione del mondo aristocratico e borghese e delle articolazioni finanziarie ad essi connesse – quanto l’atteggiamento, intriso di collusioni clientelari/mafiose e di populismo della politica di Putin.
    E’ sottinteso come ciò non comporti alcun addebito nei confronti della grande cultura russa, che personalmente amo, essendo peraltro uno specialista di studi storico-antropologici su quest’area e conoscendone la lingua; cultura che nella storia tra l’altro prodotto anche straordinarie figure di voci dissenzienti rispetto a tali storture
    Per tornare al collegamento tra lo scenario politico internazionale attuale e l’atteggiamento di rottura e denuncia verso quest’ultimo che il mondo della cultura e della letteratura, anche italiano dovrebbe assumere, vedo un pericoloso atteggiamento giustificatorio nei confronti della politica putiniana (come se quest’invasione fosse il primo episodio di questo tipo e non l’ennesima puntata di una serie di strategie proditorie e sanguinarie del presidente russo, nei confronti di popoli limitrofi che non è in grado di concepire se non come stati vassalli, per non parlare dei ladrocinii e dei massacri perpetrati all’interno dei territori della federazione) proprio in nome di richiami ideologici che nulla hanno da spartire con la realtà effettuale delle cose e che anzi, nel cui nome – cosa gravissima per chi lavora con la comunicazione a qualsiasi livello- finisce per distorcere la veridicità dell’informazione, al solo fine di benedire la propria visione ideologica.
    Il legame rispetto a quanto scritto prima,è nel fatto che sappiamo benissimo come ci sia (e torno a ripetermi: lo dico da persona di sinistra) una componente che a sinistra ha assunto un ruolo importante di controllo della politica culturale che si ispira a questa interpretazione deformante dell’esperienza comunista e se (giustamente) censura le mira imperialistiche da una parte, non è in grado di individuarle stesse responsabilità dall’altro lato, come se si trattasse ancora di perpetuare una lotta di riequilibrio tra visioni ideali diverse e non rendendosi conto che ormai tutte le potenze politiche e finanziarie mondiali sono da ricondurre ad un unico alveo, che non solo è chiaramente quello capitalistico, ma che addirittura Russia, Cina ed India siano ormai l’espressione del volto più selvaggio del capitalismo stesso.
    Per molti esponenti della produzione culturale incartapecorita del panorama italiano è scomodo muoversi dal proprio torpore ed è senz’altro più agevole proseguire con la pubblicazione delle solite opere improntate alla poetica dell’io e dell’autoconsolazione, ma non posso che concludere riecheggiando lo stesso auspicio contenuto nella riflessione di Marie Luare Colasson; ” È chiaro che il gesto Dada di rottura radicale con le espressioni politiche e artistiche del passato è utilissimo oggi per ripensare una nuova forma di espressione artistica e un nuovo modo di comportamento etico, poietico e politico”.
    Un saluto carissimo a tutti gli amici dell’Ombra.

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