Ilya Kaminsky è nato nel 1977 ed è cresciuto a Odessa, in Ucraina, All’età di quattro anni, ha perso la maggior parte del suo udito dopo una diagnosi errata. La sua famiglia ha ricevuto asilo dal governo degli Stati Uniti nel 1993, ha pubblicato Deaf Republic (Graywolf Press, 2019), Il suo libro d’esordio, Dancing in Odessa è del 2004, A leggerlo oggi sembra la prefigurazione di ciò che avverrà il 24 febbraio 2022, viene narrata una terra desolata viene bombardata e invasa da un esercito straniero e della strenua resistenza armata di un intero popolo… a cura di Giorgio Linguaglossa

Ucraina

Repubblica sorda di  Ilya Kaminsky è ambientato in un paese occupato, scosso da disordini politici. Quando i soldati intervenuti a sedare una protesta uccidono un ragazzo sordo, Petya, quello sparo omicida è l’ultimo suono udito dagli abitanti: sono diventati tutti sordi, e il loro dissenso corre ora attraverso il linguaggio dei segni. Le vite private dei cittadini si intrecciano con la violenza pubblica che li circonda: una coppia di sposi novelli, Alfonso e Sonya, in attesa di un figlio, la sfacciata Momma Galya, che istiga l’insurrezione dal suo teatro di burattini, e le ragazze di Galya, che insegnano giorno e notte la lingua dei ribelli, attirando i soldati dietro le quinte per eliminarli uno a uno. Premiato in tutto il mondo, Repubblica sorda è al tempo stesso una storia d’amore, un potente racconto in versi e una sfida aperta al silenzio di tutti noi di fronte alle atrocità del nostro tempo.

Nato il 18 aprile 1977, Ilya Kaminsky è cresciuto a Odessa, in Ucraina, nell’ex Unione Sovietica. All’età di quattro anni, ha perso la maggior parte del suo udito dopo una diagnosi errata. La sua famiglia ha ricevuto asilo dal governo degli Stati Uniti nel 1993. Ha conseguito la laurea presso la Georgetown University e ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università della California, Hastings College of Law.

Kaminsky è l’autore di Deaf Republic (Graywolf Press, 2019), vincitore dell’Anisfield-Wolf e del LA Times Book Awards e finalista per il National Book Award, il National Book Critics Circle Award e il TS Eliot Prize; Dancing in Odessa (Tupelo Press, 2004), che ha ricevuto numerosi premi tra cui il Dorset Prize e l’American Academy of Arts and Letters Metcalf Award; e Musica Humana (Chapiteau Press, 2002).

L’American Academy of Arts and Letters ha descritto le sue poesie come “una controparte letteraria di Chagall in cui le leggi di gravità sono state sospese e i colori riassegnati, ma solo per rendere la realtà quotidiana molto più indelebile”.

I premi e gli onori di Kaminsky includono la Lannan Literary Fellowship, il Whiting Writers’ Award, la Ruth Lilly Poetry Fellowship, il ForeWord Magazine Book of the Year Award in Poetry e una Creative Writing Fellowship 2019 del National Endowment for the Arts. Nel 2019, ha ricevuto l’Academy of American Poets Fellowship, che riconosce il successo poetico distinto.

Oltre ai suoi scritti, Kaminsky è anche editore e traduttore di molti altri libri, tra cui Dark Elderberry Branch: Poems of Marina Cvetaeva (Alice James Books, 2012) e The Ecco Anthology of International Poetry (Harper Collins, 2010).

Alla fine degli anni ’90 ha co-fondato Poets For Peace, un’organizzazione che sponsorizza letture di poesie negli Stati Uniti e all’estero. Ha anche insegnato alla San Diego State University e ha lavorato come impiegato legale presso il National Immigration Law Center e presso il Bay Area Legal Aid, aiutando i poveri e i senzatetto a superare le loro difficoltà legali. Detiene la cattedra Margaret T. e Henry C. Bourne Jr in Poetry e dirige il programma Poetry@Tech presso Georgia Tech, e sarà l’editore ospite per Poem-a-Day nel dicembre 2021.

Il suo libro d’esordio, Dancing in Odessa (2004), è stato pubblicato negli Stati Uniti da Tupelo Press. Presentiamo la poesia che dà il titolo al libro.

Ilya Kaminsky reads his poem “We Lived Happily During the War”

.

Dancing in Odessa

We lived north of the future, days opened
letters with a child’s signature, a raspberry, a page of sky.

My grandmother threw tomatoes
from her balcony, she pulled imagination like a blanket
over my head. I painted
my mother’s face. She understood
loneliness, hid the dead in the earth like partisans.

The night undressed us (I counted
its pulse) my mother danced, she filled the past
with peaches, casseroles. At this, my doctor laughed, his granddaughter
touched my eyelid—I kissed

the back of her knee. The city trembled,
a ghost-ship setting sail.
And my classmate invented twenty names for Jew.
He was an angel, he had no name,
we wrestled, yes. My grandfathers fought

the German tanks on tractors, I kept a suitcase full
of Brodsky’s poems. The city trembled,
a ghost-ship setting sail.
At night, I woke to whisper: yes, we lived.
We lived, yes, don’t say it was a dream.

At the local factory, my father
took a handful of snow, put it in my mouth.
The sun began a routine narration,
whitening their bodies: mother, father dancing, moving
as the darkness spoke behind them.
It was April. The sun washed the balconies, April.

I retell the story the light etches
into my hand: Little book, go to the city without me.

Ballando a Odessa

Vivevamo a nord del futuro, i giorni aprivano
lettere con la firma di un bambino, un lampone, una pagina di cielo.

Mia nonna gettava pomodori
dal terrazzo, lei svolgeva la fantasia come una coperta
sulla mia testa. Io dipingevo
il volto di mia madre. Lei capiva
la solitudine, nascondeva i morti in terra come partigiani.

La notte ci spogliò (contai
i suoi battiti) mia madre ballava, colmava il passato
di pesche, casseruole. Per questo il mio dottore rise, sua nipote
mi sfiorò le palpebre – io baciai

il dietro del ginocchio. La città tremò,
una nave fantasma che salpa.
E il mio compagno di classe inventò venti nomi per dire Ebreo.
Era un angelo, non aveva nome,
lottavamo, sì. Mio nonno combattè

i carri armati tedeschi con i trattori, portavo una valigia piena
di poesie di Brodsky. La città tremò,
una nave fantasma che salpa.
A notte, mi svegliai per sussurrare: sì, vivevamo.
Vivevamo, sì, non dire che era un sogno.

Nella locale fabbrica mio padre
raccolse una manciata di neve, me la mise in bocca.
Il sole iniziò il suo racconto abituale,
illuminando i loro corpi: madre, padre che danzavano,che si muovevano
mentre il buio parlava dietro di loro.
Era aprile. Il sole lavava i terrazzi, aprile.

Io ripeto il racconto che la luce incide
nella mia mano: Piccolo libro, vai nella città senza di me.

guerra ucraina
from Deaf Republic

And when they bombed other people’s houses, we
protested
but not enough, we opposed them but not
enough. I was
in my bed, around my bed America
was falling: invisible house by invisible house by invisible house.
I took a chair outside and watched the sun.
In the sixth month
of a disastrous reign in the house of money
in the street of money in the city of money in the country of money,
our great country of money, we (forgive us)
lived happily during the war.

*
E quando hanno bombardato le case di altre persone, noi

protestammo
ma non abbastanza, ci siamo opposti ma non

abbastanza. Io ero
nel mio letto, intorno al mio letto l’America

stava cadendo: casa invisibile per casa invisibile per casa invisibile.
Ho preso una sedia fuori e ho guardato il sole.

Nel sesto mese
di un regno disastroso nella casa del denaro

nella strada del denaro nella città del denaro nel paese del denaro,
il nostro grande paese di soldi, noi (perdonaci)

vivemmo felicemente durante la guerra.

*

Our country is the stage.

When soldiers march into town, public assemblies are officially prohibited. But today, neighbors flock to the piano music from Sonya and Alfonso’s puppet show in Central Square. Some of us have climbed up into trees, others hide behind benches and telegraph poles.

When Petya, the deaf boy in the front row, sneezes, the sergeant puppet collapses, shrieking. He stands up again, snorts, shakes his fist at the laughing audience.
An army jeep swerves into the square, disgorging its own Sergeant.
Disperse immediately!
Disperse immediately! the puppet mimics in a wooden falsetto.
Everyone freezes except Petya, who keeps giggling. Someone claps a hand over his mouth. The Sergeant turns toward the boy, raising his finger.
You!
You! the puppet raises a finger.
Sonya watches her puppet, the puppet watches the Sergeant, the Sergeant watches Sonya and Alfonso, but the rest of us watch Petya lean back, gather all the spit in his throat, and launch it at the Sergeant.

The sound we do not hear lifts the gulls off the water.

*

Il nostro paese è il palcoscenico.
Quando i soldati marciano in città, gli assembramenti pubblici sono ufficialmente proibiti. Ma oggi i vicini affollano la musica per pianoforte dello spettacolo di marionette di Sonya e Alfonso nella piazza centrale. Alcuni di noi si sono arrampicati sugli alberi, altri si nascondono dietro panchine e pali del telegrafo.
Quando Petya, il ragazzo sordo in prima fila, starnutisce, il burattino sergente crolla, strillando. Si alza di nuovo, sbuffa, agita il pugno verso il pubblico che ride.
Una jeep dell’esercito sbanda nella piazza, vomitando il proprio sergente.
Disperdetevi immediatamente!
Disperdetevi immediatamente! il burattino mima in falsetto di legno.
Tutti si bloccano tranne Petya, che continua a ridacchiare. Qualcuno gli mette una mano sulla bocca. Il sergente si volta verso il ragazzo, alzando il dito.
Voi!
Voi! il burattino alza un dito.
Sonya guarda il suo burattino, il burattino guarda il sergente, il sergente guarda Sonya e Alfonso, ma il resto di noi guarda Petya appoggiarsi all’indietro, raccogliere tutto lo sputo in gola e lanciarlo contro il sergente.
Il suono che non sentiamo solleva i gabbiani dall’acqua.

Ucraina_esplosioni
from Deaf Republic:

1.

Such is the story made of stubbornness and a little air,
a story sung by those who danced before the Lord in quiet.
Who whirled and leapt. Giving voice to consonants that rise
with no protection but each other’s ears.
We are on our bellies in this silence, Lord.

Let us wash our faces in the wind and forget the strict shapes of affection.
Let the pregnant woman hold something of clay in her hand.
For the secret of patience is his wife’s patience
Let her man kneel on the roof, clearing his throat,
he who loved roofs, tonight and tonight, making love to her and her forgetting,
a man with a fast heartbeat, a woman dancing with a broom, uneven breath.
Let them borrow the light from the blind.
Let them kiss your forehead, approached from every angle.
What is silence? Something of the sky in us.
There will be evidence, there will be evidence.
Let them speak of air and its necessities. Whatever they will open, will open.

*
da Repubblica dei Sordi:

1.

Tale è la storia fatta di testardaggine e un po’ d’aria,
una storia cantata da coloro che hanno danzato in silenzio davanti al Signore.
Chi si voltò e saltò. Dando voce a consonanti che salgono
senza protezione se non le orecchie dell’altro.
Siamo sulle nostre pance in questo silenzio, Signore.

Laviamoci la faccia al vento e dimentichiamo le rigide forme dell’affetto.
Lascia che la donna incinta tenga in mano qualcosa di argilla.
Perché il segreto della pazienza è la pazienza di sua moglie
Lascia che il suo uomo si inginocchi sul tetto, schiarendosi la gola,
lui che amava i tetti, stanotte e stanotte, facendo l’amore con lei e dimenticandola,
un uomo con un battito cardiaco accelerato, una donna che balla con una scopa, alito irregolare.
Lascia che prendano in prestito la luce dai ciechi.
Lascia che ti bacino sulla fronte, avvicinati da ogni angolazione.
Che cos’è il silenzio? Qualcosa del cielo in noi.
Ci saranno prove, ci saranno prove.
Lasciamo che parlino dell’aria e delle sue necessità. Qualunque cosa apriranno, si aprirà.

10.

I kissed a woman

whose freckles
aroused our neighbors.

Her trembling lips
meant come to bed.
Her hair falling down in the middle

of the conversation
meant come to bed.
I walked in my hospital of thoughts.

Yes, I carried her off to bed
on the chair of my
hairy arms. But parted lips

meant kiss my parted lips,
I read those lips
without understanding

soft lips meant
kiss my soft lips.
Such is a silence

of a woman who
speaks against silence, knowing
silence is what

moves us to speak.

*

ho baciato una donna
le cui lentiggini
hanno eccitato i nostri vicini.

Le sue labbra tremanti
volevano dire di venire a letto.
I suoi capelli che cadono nel mezzo

della conversazione
volevano dire ci venire a letto.
Ho camminato nel mio ospedale dei pensieri.

Sì, l’ho portata a letto
sulla sedia delle mie
braccia pelose. Ma le labbra socchiuse

volevano baciare le mie labbra dischiuse,
ho letto quelle labbra
senza capire

cosa significassero quelle labbra morbide
che baciano le mie labbra morbide.
Tale è il silenzio

di una donna che
parla contro il silenzio, sapendo
che il silenzio è ciò che

ci spinge a parlare.

Marie Laure Colasson Struttura 30x30, 2020

Marie Laure Colasson, Fire, Dissipativ Structure, acrilic, 30×30, 2021 –
il loro appartamento tranquillo, per terra, acqua sporca dai loro stivali.

.

11.

It is December 8 and my brother Tony was killed by the soldiers. December 8 and the police are reopening the Southern Trolleyways. December 8 when my wife lifts Tony’s body from the ground, his arm tied over her shoulder—her face is damp, her hair dirty. And the soldiers unveil the damn Trolleyways, and I stand feeling (a quick march of bumps across my back and thighs) nothing.

When she comes home, I run a bath for Sonya and wash her hair, gently mixing the finest of my brother’s shampoos with quiet precision, while Sonya cries and cries.

*

È l’8 dicembre e mio fratello Tony è stato ucciso dai soldati. L’8 dicembre la polizia sta riaprendo la Southern Trolleyways. L’8 dicembre, quando mia moglie solleva il corpo di Tony da terra, il suo braccio legato sulla sua spalla – il suo viso è umido, i suoi capelli sporchi. E i soldati svelano i maledetti Trolleyways, e io sto in piedi senza sentire (una rapida marcia di colpi sulla schiena e sulle cosce) niente.

Quando lei torna a casa, preparo un bagno per Sonya e le lavo i capelli, mescolando delicatamente i migliori shampoo di mio fratello con silenziosa precisione, mentre Sonya piange e piange.

12.

remember Tony arguing in front of his mirrors, the soldiers
were painting the trees, Tony sat

on the floor of white hair, and all the trees were
painted white. And he spat at Alfonso’s irony, but when

they played accordion, the fourth among us had no name.
“I am not sleeping with Tony! He simply cuts my hair!”

—but our dinner is a tiny blue fish and, with my lean brother-in-law,
we are playing cards. I pull spade after spade after spade but

this skinny sparrow, this barber no simple soul, takes me
with his fingers by my nose and kisses me, quickly, on the lips!

When Tony washed my hair, when Alfonso
kissed between my toes, when my lips

trembled, when the fourth one laughed, when Tony slept, slept in the earth,
on the empty streets of our district, a bit of wind

called for the life which no one knew, a life
which daily took all of us: my neighbor

taken, his wife taken, their apartment quiet.
I say this slowly, as if unaffected:

their apartment quiet, on the floor, dirty water from their boots.

*
ricorda Tony che litiga davanti ai suoi specchi, i soldati
stavano dipingendo gli alberi, Tony si sedette

sul pavimento di capelli bianchi, e tutti gli alberi erano
verniciato bianco. E sputò sull’ironia di Alfonso, ma quando

suonavano la fisarmonica, il quarto di noi non aveva nome.
“Non vado a letto con Tony! Mi taglia semplicemente i capelli!”

-ma la nostra cena è un pesciolino azzurro e, con il mio magro cognato,
stiamo giocando a carte. Tiro spade dopo spade dopo spade ma

questo passero magro, questo barbiere non semplice anima, mi prende
con le sue dita sul mio naso e mi bacia, velocemente, sulle labbra!

Quando Tony mi lavò i capelli, quando Alfonso
mi baciò tra le dita dei piedi, quando le mie labbra

tremarono, quando il quarto rideva, quando Tony dormiva, dormiva nella terra,
per le strade vuote del nostro quartiere, un po’ di vento

chiamato per la vita che nessuno conosceva, una vita
che ogni giorno ci prendeva tutti: il mio vicino

presa, sua moglie presa, il loro appartamento tranquillo.
Lo dico lentamente, come se fossi indifferente:

il loro appartamento tranquillo, per terra, acqua sporca dai loro stivali.

Ucraina 2

13.

Love cities, this is what my brother taught me

as he cut soldiers’ hair, then tidied tomatoes

watching Sonya and I dance on a soapy floor—
I open the window, say in a low voice, my brother.

The voice I do not hear when I speak to myself is the clearest voice.
But the sky was all around us once.

We played chess with empty matchboxes,
he wrote love letters to my wife

and ran outside and ran back, yelling to her, “You! Mail has arrived!”

Brother of a waltzing husband, barber of a waltzing wife

(I do not speak, you do not speak, we
do not speak, we do not speak, we do not)

waltzing away from himself
on Vasenka’s warm bricks —

he blessed us with his loneliness, a light winged being.
“Your legs stick out of your trousers too much!”

— Tony, yell at me. I need propping up

in this hairy leg business. A man on earth escapes and runs and yells and stands in silence-silence

which is a soul’s noise.
At the funeral I, embarrassed by resistance fighters

standing up to shake my hand, said
I wear your trousers, in the right hand pocket, a hole.

I wrap your hearing aids in this white t-shirt—

with brief gifts

you go my eye-green brother.
And I, a fool, live.

*
Amo le città, questo è quello che mi ha insegnato mio fratello

mentre tagliava i capelli dei soldati, poi riordinava i pomodori

guardando Sonya e io ballo su un pavimento insaponato —
Apro la finestra, dico a bassa voce, fratello mio.

La voce che non sento quando parlo a me stesso è la voce più chiara.
Ma il cielo era tutto intorno a noi una volta.

Abbiamo giocato a scacchi con scatole di fiammiferi vuote,
ha scritto lettere d’amore a mia moglie

e corse fuori e corse indietro, urlandole: “Tu! La posta è arrivata!”

Fratello di un marito valzer, barbiere di una moglie valzer

(Io non parlo, tu non parli, noi
non parliamo, non parliamo, non lo facciamo)

valzer lontano da se stesso
sui caldi mattoni di Vasenka,

ci ha benedetto con la sua solitudine, un essere alato leggero.
“Le tue gambe sporgono troppo dai pantaloni!”

– Tony, sgridami. Ho bisogno di sostenermi

in questa faccenda delle gambe pelose. Un uomo sulla terra fugge e corre e urla e sta in silenzio, silenzio

che è il rumore di un’anima.
Al funerale io, imbarazzato dai combattenti della resistenza

alzandomi per stringermi la mano, disse
Indosso i tuoi pantaloni, nella tasca destra, un buco.

Avvolgo i tuoi apparecchi acustici in questa maglietta bianca—

con brevi doni

tu vai fratello mio dagli occhi verdi.
E io, uno sciocco, vivo.

14.

Each man has a quiet that revolves

around him as he beats his head against the earth. But I am laughing

hard and furious. I pour a glass of pepper vodka
and toast the gray wall. I say we were

never silent. We read each other’s lips and said
one word four times. And laughed four times

in loving repetition. We read each other’s lips to uncover
the poverty of laughter. Touch the asphalt with fingers to hear the cool earth of Vasenka

Deposit ears into the raindrops on a fisherman’s tobacco hair.
And whoever listens to me: being

there, and not being, lost and found
and lost again: Thank you for the feather on my tongue,

thank you for our argument that ends,
thank you for my deafness, Lord, such fire

from a match you never lit.

*

Ogni uomo ha una quiete che ruota

intorno a lui mentre batte la testa contro la terra. Ma io sto ridendo

duro e furioso. Verso un bicchiere di vodka al pepe
e brindo al muro grigio. Io dico che eravamo

mai silenziosi. Ci siamo letti l’un l’altro sulle labbra, ci siamo detti
una parola quattro volte. E riso quattro volte

nella amabile ripetizione. Ci leggiamo le labbra l’un l’altro per scoprire
la povertà del riso. Tocca l’asfalto con le dita per sentire la fresca terra di Vasenka

Deposita le orecchie nelle gocce di pioggia sui capelli tabacco di un pescatore.
E chi mi ascolta: essere

lì, e non essere, perso e ritrovato
e perso di nuovo: grazie per la piuma sulla mia lingua,

grazie per la nostra discussione che finisce,
grazie per la mia sordità, Signore, che fuoco

da un fiammifero che non hai mai acceso.

Marie Laure Colasson Pulsar in quadrato 30x30, 2022

Marie Laure Colasson, Explosion, 30×30 cm acrilic 2022
And when they bombed other people’s houses, we
protested
but not enough, we opposed them but not
enough. I was
in my bed, around my bed America

.

15

Motionless forgetful music of women and men
touching each forehead, breathing a soul into each immeasurable other,

on earth where we are, stranger, through madness unattainable
or grace, in difficult traffic reaching for each immeasurable other:

no one on earth (O bitterness, O desire,— who commands the ships? —
or, who —) touching the Lord’s shoulder, and breathing a soul, has measured

this motionless forgetful music of women and men. Thus
I (behind the eye what sleeps?) must from the blind borrow this light.
*

Musica immobile e smemorata di donne e uomini
che si toccano ciascuno la fronte, respirando un’anima l’uno nell’altro incommensurabile,

sulla terra dove siamo, straniero, per follia irraggiungibile
o grazia, nel traffico difficile che raggiunge l’un l’altro incommensurabile:

nessuno sulla terra (O amarezza, O desiderio, – chi comanda le navi? –
o, che -) toccando la spalla del Signore, e respirando un’anima, ha misurato

questa musica immobile e smemorata di donne e uomini. Così
Io (dietro l’occhio cosa dorme?) devo dai ciechi prendere in prestito questa luce.

16

Yet I am. I exists. I has
a body,
When I see

my wife’s slender boyish legs
the roof
of my mouth goes dry.

She takes my toe
in her mouth.
Bites lightly.

How do we live on earth, Mosquito?
If I could hear

you what would you say?
Your answer, Mosquito!

Above all, beware
of sadness

on earth we can do
—can’t we?—

*

Eppure lo sono. Io esisto. Io ho
un corpo,
Quando vedo

le gambe snelle da ragazzo di mia moglie
il tetto
della mia bocca si secca.

Lei si mette il dito del mio piede
in bocca.
Morde leggermente.

Come viviamo sulla terra, Mosquito?
Se potessi sentire

tu cosa diresti?
La tua risposta, Mosquito!

Soprattutto, stai attento
alla tristezza

sulla terra possiamo fare
—non possiamo?—

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  1. Di C.J. Polychroniou, Truthout.org
    Intervista a Noam Chomsky

    L’invasione della Russia in Ucraina ha colto di sorpresa gran parte del mondo. È un attacco non provocato e ingiustificato che passerà alla storia come uno dei più grandi crimini di guerra del 21° secolo, sostiene Noam Chomsky in questa intervista esclusiva con Truthout. Le motivazioni politiche, come quelle citate dal presidente russo Vladimir Putin, non possono essere usate come argomento per giustificare l’invasione di una nazione sovrana. Tuttavia, di fronte a questa orribile invasione, “gli Stati Uniti devono urgentemente optare per la diplomazia” invece che per l’escalation militare, poiché quest’ultima potrebbe costituire una “condanna a morte della specie, senza vincitori”, sostiene Chomsky.

    C.J. Polychroniou: Noam, l’invasione russa dell’Ucraina ha colto la maggior parte delle persone di sorpresa e ha causato una grande agitazione in tutto il mondo, anche se molti elementi indicavano che Putin era abbastanza infuriato per l’espansione verso est della NATO e la determinazione di Washington a non prendere sul serio le sue richieste di sicurezza di non superare la “linea rossa” sull’Ucraina. Perché pensi che abbia deciso di lanciare un’invasione in questo momento?

    Noam Chomsky: Prima di rispondere alla domanda, dobbiamo stabilire alcuni fatti che sono incontestabili. Il più cruciale è che l’invasione russa dell’Ucraina è un grave crimine di guerra paragonabile all’invasione statunitense dell’Iraq e all’invasione Hitler-Stalin della Polonia nel settembre 1939, per fare solo due esempi rilevanti. È ragionevole cercare spiegazioni, ma non ci sono giustificazioni o attenuanti.

    Tornando alla domanda, sono state fatte numerose speculazioni su come funziona la mente di Putin. La solita narrazione è che è intrappolato in fantasie paranoiche, che agisce da solo, circondato da cortigiani di bassa lega come quelli che conosciamo qui, in ciò che resta del Partito Repubblicano, che vanno a Mar-a-Lago in cerca dell’approvazione del Leader.

    Ma forse si dovrebbero considerare altre possibilità. Forse Putin intendeva dire quello che lui e i suoi alleati hanno detto forte e chiaro per anni. Potrebbe essere, per esempio, che “dato che la principale richiesta di Putin è la garanzia che la NATO non accetterà altri membri, e in particolare l’Ucraina o la Georgia, ovviamente non ci sarebbero state motivazioni per la crisi attuale se non ci fosse stata un’espansione dell’Alleanza atlantica dopo la fine della guerra fredda o se l’espansione fosse avvenuta in accordo con la costruzione di una struttura di sicurezza in Europa che includesse la Russia”. L’autore di queste parole è Jack Matlock, ex ambasciatore degli Stati Uniti in Russia, uno dei pochi esperti credibili della Russia nel corpo diplomatico statunitense; le ha scritte poco prima dell’invasione. Continua concludendo che la crisi “può essere facilmente risolta con l’applicazione del buon senso”. Da qualsiasi punto di vista, il buon senso suggerisce che gli Stati Uniti hanno interesse a promuovere la pace, non il conflitto. Cercare di levare l’Ucraina dall’influenza russa – l’obiettivo dichiarato dei promotori delle “rivoluzioni dei colori” – era una missione assurda e pericolosa. Abbiamo dimenticato così presto la lezione della crisi dei missili di Cuba?

    Matlock non è solo. Le memorie del capo della CIA William Burns, un altro dei pochi veri esperti sulla Russia, raggiungono le stesse conclusioni sulle questioni sostanziali. La posizione [diplomatica] ancora più forte di George Kennan ha ricevuto tardivamente un’ampia copertura, che è stata appoggiata anche dall’ex segretario alla difesa William Perry e, al di fuori dei ranghi diplomatici, dal noto studioso di relazioni internazionali John Mearsheimer, e da numerose figure che difficilmente potrebbero essere più convenzionali.

    Niente di tutto questo è sconosciuto. Documenti interni degli Stati Uniti rilasciati da WikiLeaks rivelano che l’incauta offerta di Bush II all’Ucraina di unirsi alla NATO ha immediatamente provocato severi avvertimenti dalla Russia che la minaccia militare in espansione era intollerabile. Comprensibilmente.

    Per inciso, possiamo anche prendere nota di quello strano concetto della “sinistra” che sembra regolarmente rimproverare “la sinistra” per il suo insufficiente scetticismo sulla “linea del Cremlino”.

    Il fatto è che, ad essere onesti, non sappiamo perché la decisione sia stata presa, e nemmeno se sia stata presa da Putin da solo o dal Consiglio di Sicurezza russo in cui lui gioca il ruolo di leader. Ci sono, tuttavia, alcune cose che sappiamo con un discreto grado di certezza, compresi i documenti esaminati in dettaglio dalle persone che ho appena citato, che hanno ricoperto alte posizioni all’interno del sistema di pianificazione. In breve, la crisi è stata preparata per 25 anni, mentre gli Stati Uniti hanno sprezzantemente ignorato le preoccupazioni della sicurezza russa, in particolare le sue chiare linee rosse: Georgia e soprattutto Ucraina.

    Ci sono buone ragioni per credere che questa tragedia avrebbe potuto essere evitata fino all’ultimo minuto. Ne abbiamo già discusso, ripetutamente. Sul perché Putin abbia iniziato l’aggressione criminale in questo momento, possiamo speculare quanto vogliamo. Ma il quadro generale è chiaro ma viene evitato, non viene discusso.

    È facile capire che chi ne subisce le conseguenze trova inaccettabilmente compiacente domandarsi perché è successo e se si sarebbe potuto evitare. È comprensibile, ma sbagliato. Se vogliamo rispondere alla tragedia in un modo che aiuti le vittime ed eviti le catastrofi ancora peggiori che ci aspettano, è prudente e necessario imparare il più possibile su ciò che è andato storto e su come la rotta avrebbe potuto essere corretta. I gesti eroici possono essere gratificanti. Ma non sono utili.

    Come spesso accade, mi ricordo di una lezione che ho imparato molto tempo fa. Alla fine degli anni ’60, ho partecipato a una riunione in Europa con alcuni rappresentanti del Fronte di Liberazione Nazionale del Vietnam del Sud (i ‘Vietcong’, nel linguaggio statunitense). Fu durante il breve periodo di intensa opposizione agli spaventosi crimini statunitensi in Indocina. Alcuni giovani erano così infuriati che pensavano che la reazione violenta fosse l’unica risposta appropriata alle mostruosità in atto: rompere le finestre di Main Street, bombardare un centro del Reserve Officers’ Training Corps. Qualsiasi altra cosa equivaleva alla complicità in crimini terribili. I vietnamiti vedevano le cose in modo molto diverso. Si sono fortemente opposti a tutte queste misure. Hanno fatto vedere come una protesta può essere efficace: alcune donne in piedi in preghiera silenziosa sulle tombe dei soldati americani uccisi in Vietnam. Non erano interessati a ciò che gli americani che si opponevano alla guerra facevano per sentirsi giusti e rispettabili. Volevano sopravvivere.

    È una lezione che ho sentito spesso, in una forma o nell’altra, dalle vittime di orribili sofferenze nel sud globale, il principale obiettivo della violenza imperiale. Una lezione che dovremmo prendere a cuore, adattata alle circostanze. Oggi questo significa uno sforzo per capire perché questa tragedia è avvenuta e cosa si sarebbe potuto fare per prevenirla, e per applicare queste lezioni a ciò che verrà dopo.

    Il problema è profondo. Non c’è il tempo di ripercorrere qui questa questione di vitale importanza ma la reazione a una crisi reale o immaginaria è sempre stata quella di tirare fuori la pistola piuttosto che il ramo d’ulivo. È quasi un’azione di riflesso, e le conseguenze sono state generalmente spaventose per le vittime tradizionali. Vale sempre la pena di cercare di capire, di anticipare un po’ le possibili conseguenze dell’azione o dell’inazione. Queste sono verità, certo, ma vale la pena insistere su di esse perché vengono facilmente liquidate in momenti di giustificato sfogo.

    Quali sono le opzioni?

    Noam Chomsky – Le opzioni che rimangono dopo l’invasione sono scoraggianti. Il meno peggio è sostenere le opzioni diplomatiche che ancora esistono nella speranza di ottenere un risultato simile a quello che era molto probabile qualche giorno fa: la neutralizzazione dell’Ucraina in stile austriaco, una versione del federalismo di Minsk II. Molto più difficile da realizzare ora. E – necessariamente – con una via di fuga per Putin, o l’esito sarà ancora più terribile per l’Ucraina e il mondo intero, forse oltre l’immaginabile.

    Ma quando mai la giustizia ha prevalso negli affari internazionali? È necessario elencare ancora una volta gli spaventosi precedenti?

    Che piaccia o no, le opzioni ora si riducono a un brutto risultato che premia piuttosto che punire Putin per l’atto di aggressione, o la forte possibilità di una guerra terminale. Può sembrare gratificante mettere l’orso in un angolo da cui affonderà nella disperazione, e si può farlo. Però non è saggio.

    Nel frattempo, dovremmo fare tutto il possibile per offrire un sostegno significativo a coloro che difendono coraggiosamente la loro patria contro aggressori crudeli, a coloro che sfuggono agli orrori e alle migliaia di russi coraggiosi che si oppongono pubblicamente al crimine del loro stato con grande rischio personale – una lezione per tutti.

    E dovremmo anche cercare di trovare il modo di aiutare un tipo di vittima più generale: tutte le specie che abitano la Terra. Questa catastrofe arriva in un momento in cui tutte le grandi potenze, e in effetti tutti noi, dobbiamo lavorare insieme per controllare il grande flagello della distruzione ambientale che sta già prendendo un tributo disastroso, e diventerà presto molto peggio se non si fanno rapidamente grandi sforzi. Per portare a casa l’ovvio, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) ha appena pubblicato l’ultima e più minacciosa delle sue valutazioni periodiche su come ci stiamo dirigendo verso la catastrofe.

    Nel frattempo, le misure necessarie sono in stallo, addirittura in ritirata, mentre le risorse necessarie sono destinate alla distruzione e il mondo si muove ora verso l’espansione dell’uso dei combustibili fossili, compreso il più pericoloso e convenientemente abbondante, il carbone.

    Un demone malevolo difficilmente potrebbe escogitare una congiuntura più grottesca. Non può essere ignorata. Ogni momento è importante.

    L’invasione russa è una chiara violazione dell’articolo 2(4) della Carta delle Nazioni Unite, che vieta la minaccia o l’uso della forza contro l’integrità territoriale di un altro stato. Tuttavia, durante il suo discorso del 24 febbraio, Putin ha cercato di fornire basi legali per l’invasione e la Russia cita il Kosovo, l’Iraq, la Libia e la Siria come prova che gli Stati Uniti e i loro alleati violano ripetutamente il diritto internazionale. Può commentare le basi legali di Putin per l’invasione dell’Ucraina e lo stato del diritto internazionale nell’era post guerra fredda?

    Noam Chomsky – Non c’è niente da dire sul tentativo di Putin di fornire una base giuridica alla sua aggressione. Non ha alcun merito. Certo, è vero che gli Stati Uniti e i loro alleati violano il diritto internazionale senza battere ciglio, ma questo non offre alcuna attenuazione per i crimini di Putin. Tuttavia, Kosovo, Iraq e Libia hanno avuto un’influenza diretta sul conflitto in Ucraina.

    L’invasione dell’Iraq fu un esempio da manuale dei crimini per i quali i nazisti furono impiccati a Norimberga, pura aggressione non provocata. E un pugno in faccia alla Russia.

    Nel caso del Kosovo, l’aggressione della NATO (cioè degli Stati Uniti) è stata dichiarata “illegale ma giustificata” (ad esempio dalla Commissione Internazionale sul Kosovo presieduta da Richard Goldstone) sulla base del fatto che i bombardamenti sono stati effettuati per fermare le atrocità che stavano avendo luogo. Un tale giudizio richiedeva l’inversione della cronologia. La prova che l’ondata di atrocità era una conseguenza dell’invasione è schiacciante: prevedibile, prevista, anticipata. Inoltre, le opzioni diplomatiche erano disponibili; come sempre, sono state ignorate a favore della violenza.

    Alti funzionari statunitensi confermano che è stato soprattutto il bombardamento della Serbia alleata della Russia – senza nemmeno informarli in anticipo – che ha fatto deragliare gli sforzi russi per collaborare in qualsiasi modo con gli Stati Uniti nella costruzione di un ordine di sicurezza europeo post-Guerra Fredda, una battuta d’arresto che ha accelerato con l’invasione dell’Iraq e il bombardamento della Libia dopo che la Russia ha accettato di non porre il veto a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che la NATO ha prontamente violato.

    Gli eventi hanno conseguenze; tuttavia, i fatti possono essere nascosti all’interno del sistema dogmatico.

    Lo status del diritto internazionale non è cambiato nel periodo successivo alla guerra fredda, nemmeno a parole, figuriamoci nei fatti. Il presidente Clinton ha chiarito che gli Stati Uniti non hanno intenzione di rispettarlo. La Dottrina Clinton dichiarava che gli Stati Uniti si riservavano il diritto di agire “unilateralmente quando necessario”, compreso “l’uso unilaterale del potere militare” per difendere interessi vitali come “garantire il libero accesso a mercati chiave, forniture energetiche e risorse strategiche”. Così come i suoi successori e chiunque possa infrangere impunemente la legge.

    Questo non significa che il diritto internazionale non abbia valore. Ha una gamma di applicabilità, ed è uno standard utile per alcuni aspetti.

    L’obiettivo dell’invasione russa sembra essere quello di rovesciare il governo di Zelensky e installare al suo posto un governo filorusso. Qualunque cosa accada, comunque, l’Ucraina affronta un futuro cupo a causa della sua decisione di diventare una pedina nei giochi geostrategici di Washington. In questo contesto, fino a che punto le sanzioni economiche possono indurre la Russia a cambiare la sua posizione sull’Ucraina? O le sanzioni economiche mirano a qualcosa di più grande, come minare il controllo di Putin all’interno della Russia e i legami con paesi come Cuba, Venezuela e forse anche la Cina stessa?

    Noam Chomsky – L’Ucraina può non aver fatto le scelte più sagge, ma non aveva nulla di simile alle opzioni che avevano gli Stati imperiali. Ho il sospetto che le sanzioni renderanno la Russia ancora più dipendente dalla Cina. A meno che non cambi seriamente rotta, la Russia è uno Stato petrolifero cleptocratico dipendente da una risorsa che deve essere drasticamente diminuita o siamo tutti finiti. Non è chiaro se il suo sistema finanziario possa sopportare un forte attacco, attraverso sanzioni o altri mezzi. Una ragione in più per offrire una via di fuga, anche se con una smorfia.

    I governi occidentali, i principali partiti di opposizione, compreso il partito laburista nel Regno Unito, e i media corporativi hanno intrapreso una campagna sciovinista anti-russa. Gli obiettivi includono non solo oligarchi russi, ma anche musicisti, direttori d’orchestra e cantanti, e persino proprietari di squadre di calcio come Roman Abramovich del Chelsea FC. In seguito all’invasione, alla Russia è stato persino vietato di partecipare all’Eurovision nel 2022. È la stessa reazione che i media corporativi e la comunità internazionale in generale hanno mostrato nei confronti degli Stati Uniti dopo la loro invasione e successiva distruzione dell’Iraq, vero?

    Noam Chomsky – Il suo commento ironico è molto appropriato. E possiamo continuare su sentieri fin troppo familiari.

    Pensa che l’invasione inaugurerà una nuova era di continuo confronto tra la Russia (verosimilmente in alleanza con la Cina) e l’Occidente?

    Noam Chomsky – È difficile sapere dove cadranno le ceneri, e questa potrebbe non essere una metafora. Finora, la Cina sta camminando con cautela, ed è probabile che persegua il suo ampio programma di integrazione economica di gran parte del mondo all’interno del proprio sistema globale in espansione – in cui, poche settimane fa, ha incorporato l’Argentina nell’iniziativa Belt and Road – mentre guarda i rivali distruggersi a vicenda.

    Come abbiamo detto prima, il confronto è una condanna a morte per la specie, senza vincitori. Siamo a un punto di svolta nella storia dell’umanità. Non lo si può negare. Non lo si può ignorare.

    Traduzione di Manuela Cattaneo da CTXT Contesto y Acciòn, marzo 2022, n. 282

    • vincenzo petronelli

      Ringrazio Giorgio per aver riportato l’intervista a Chomsky, intanto poiché è sempre illuminante per inquadrare correttamente gli equilibri della geopolitica internazionale ed in secondo luogo perché fa piazza pulita di varie corbellerie udite in questi giorni; in un contesto in cui ormai i mezzi di informazione puntano apertamente alla spettacolarizzazione polemica fine a sé stessa, sembriamo essere arrivati ormai all’esaltazione dell’ignoranza (tendenza già in atto politicamente del resto da alcuni anni con l’irruzione sulla scena delle forze politiche populiste) nella misura in cui ciò permetta di tenere alto il livello dello scontro.
      Sembra che ormai, a tutti i livelli, il vero obiettivo della politica della comunicazione sia la conflitualizzazione della società, come unico strumento per riuscire ad imporre una visione politica demagogica e quindi incapace di costruire alcunché in quanto fondata sul nulla.
      Ed è così che in questi giorni abbiamo assistito ad un’improbabile carrellata di personaggi con nessuna competenza su quello che dovrebbe essere l’unico reale oggetto di approfondimento e cioè il conflitto, e che ne approfittano per utilizzare la guerra ed i suoi lutti per condurre strategie legate alla coltivazione dei propri piccoli orticelli, ideologici o post-ideologici che siano.
      Trovo che si un atteggiamente vomitevole, poiché inumano nei confronti del tema della guerra e degli scempi che comporta e perché come se non bastasse aggiunge divisioni a divisioni, in una società sempre più lacerata.
      E’ una responsabilità etica della comunicazione, su cui trovo che anche il mondo della poesia e della letteratura tutta debba interrogarsi.
      In questo panorama. l’intervento di Chomsky è sicuramente una boccata d’ossigeno.
      Buona giornata a tutti.

  2. Interessante proposta e interessantissimo poeta. Ho letto queste poesie con un nodo alla gola.

  3. Guido Galdini

    I Bee Gees, prima di impegolarsi nella disco music, nel 1969 hanno pubblicato l’album “Odessa” (il mio preferito) di cui allego la canzone omonima

  4. Lette d’un fiato. Come nuotare nello stesso fiume. Emozionato anch’io, ma anche le per le tante invenzioni nei versi.

  5. Uno spettro si aggira per l’Europa:

    una fame di riconoscibilità, una sete di omologismo. Il problema cui si trova davanti la poesia di oggi è quello di una forma-poesia riconoscibile. Gli scrittori e soprattutto i «poeti» mirano a creare qualcosa di immediatamente riconoscibile e identificabile. Il problema di una forma-poesia riconoscibile, è sempre quello: se l’«io» sta in un luogo, immobile, anche l’«oggetto» sta in un altro luogo, immobile anch’esso.

    Il discorso poetico diventa un confronto tra il qui e il là, tra l’io e il suo oggetto, tra l’io e il suo doppio, e il discorso lirico assume un andamento lineare. Ma, se poniamo che l’oggetto si sposta, l’io vedrà un altro oggetto che non è più l’oggetto di un attimo prima; di più, se anche l’io si sposta di un metro, vedrà un oggetto ancora differente, anche posto che l’oggetto se ne fosse stato fermo nel suo luogo tranquillamente per un bel quarto d’ora. E così, il discorso lirico (o post-lirico) si può sviluppare tra due postazioni in stazione immobile. Altra cosa è invece se le due posizioni, ovvero, i due attanti, cambiano il loro luogo nello spazio; ne consegue, a livello sintattico, un moto di ripartenza, di stacco e di arresto e, di nuovo, di stacco. Avremmo una poesia che non si muove più secondo un modello lineare ma secondo un modello non-lineare. Voglio dire che già Mallarmé aveva distrutto il modello lineare dimostrando che esso era una convenzione e null’altro e, come tutte le convenzioni, bisognava derubricarla e passare ad uno sviluppo non più lineare ma circolare della poesia.

    Gran parte della poesia contemporanea che si fa in Europa parte da un assunto acritico: dalla stazione immobile dell’io, con l’io al «centro del mondo», attorno al quale ruota tutta la fenomenologia degli oggetti; in modo consequenziale i giri sintattici, anche se di illibato nitore e rigore metrico, si dispongono in modo lineare, come tipico di una tradizione recente: l’io di qua e gli oggetti di là, in un costante star-di-fronte.

    Questo tipo di impostazione, intendo quello della stazione immobile dell’io e della distanza fissa tra l’io e gli oggetti, conduce, inevitabilmente, al pendio elegiaco. L’elegia ti costringe a cantare la «distanza». L’elegia è tipicamente consolatoria. In definitiva, il dialogo tra l’io ed il suo oggetto si rivela essere un dialogo posizionale, posizionato, «convenzionale». Infine, chiediamoci: che genere di poesia scrivere in un’epoca afflitta, come scrive Ewa Lipska, da «eccesso di memoria»? E non è questa la domanda cruciale che si pongono anche i poeti della «nuova ontologia estetica», magari in forma invertita, come «decesso di memoria»??

    • vincenzo petronelli

      Carissimo Giorgio,
      indubbiamente quello cui accenni è uno dei punti fondanti la ricerca poetica Noe: personalmente ho sempre ritenuto che l’abbattimento della concezione lineare spazio – temporale, sussumendo conseguentemente anche tutti i paradigmi su cui si basa l’operazione mimetica poetica, inclusa la dialettica soggetto/oggetto, sia la dinamica di base di una reale operazione di revisione della costruzione poietica.
      La riflessione antropologica – anche mediante le sua filiazioni della Storia delle religioni e della Storia dell’immaginario – così come il dibattito filosofico nelle varie branche pertinenti alla materia, si interrogano da sempre sull’analisi del rapporto tra l’individuo e la realtà, preoccupandosi anche leggere i vari piani possibili di questo rapporto, dalle proiezioni socialmente e culturalmente mediate, alle sue concrezioni più profonde e che sottendono le costruzioni convenzionali.
      Naturalmente, il punto nodale dell’analisi sulla realtà è la concezione di tempo.
      Il pensiero classico definiva due livelli temporali, in realtà tra loro interconnessi. Il primo livello era quello del tempo suggerito dalla percepibilità del movimento: un tempo “misurabile”, ciclico, degli anni, delle stagioni, dei ritmi della vegetazione, un tempo scandito dalla natura.
      Il secondo livello postulava invece l’eternità, come astrazione assoluta nella quale si cercava di fermare il tempo, come condizione per cercare di interpretare il senso dell’esistenza stessa. Nella prima dimensione prevaleva il divenire con il suo avvicendarsi mutevole di nascite, eventi e dinamiche reiterate mediante la replicazione ciclica, mentre la seconda era caratterizzata dall’immobilità dell’Essere.
      In realtà, questi due livelli temporali coincidono con quelli della suddivisione ontologica platonica, cioè il tempo assoluto della realtà immutabile eterna (corrispondente al mondo delle idee) da un lato; quello relativo del divenire del mondo, in cui si inscrive la componente fisica della vita umana con la sua temporalità e finitezza.
      In concreto però, questi due livelli temporali erano tra loro complementari e videro riflessa questa complementarità anche nei riti delle antiche religioni, riprese successivamente dalla codificazioni cosmologiche delle dottrine cristiane, basate sulla concezione ciclica del tempo legato ai ritmi della natura – di cui le religioni ed i loro riti rappresentano la canonizzazione – ma che al tempo stesso, nella loro reiterazione immutabile, riconducevano ad una scansione eterna, immutabile, del tempo sacro che poneva l’uomo direttamente in contatto con il supremo, con le concrezioni profonde dello spirito.
      E’ a questa visione cosmologica che si rifà un’opera antropologica fondamentale quale “Il mito dell’eterno ritorno” del grande storico delle religioni romeno Mircea Eliade, che evidenzia appunto come le religioni antiche fossero legate a questa visione eterna del tempo e del cosmo, che ricongiungeva la sfera del quotidiano e del profondo.
      Gli studi della storia dell’immaginario collettivo di scuola francese legata alla cosiddetta “Scuola delle Annales” che ha rivoluzionato la metodologia della ricerca storica, hanno dimostrato la frattura creatasi nella concezione del tempo a partire dal basso medioevo, con la distinzione che il grande storico Jacques Le Goff ha definito, in suo saggio memorabile, “Tempo della chiesa e tempo del mercante”: la distinzione cioé, e l’affermazione di un senso lineare del tempo che è quello della borghesia degli affari, dei commerci, concezione legata allo sfruttamento intensivo e “progressivo” del tempo quale unità di misura della realizzazione dei propri affari.
      Gradualmente, con l’affermarsi del mondo di valori della borghesia, attraverso lo sviluppo della cultura capitalistica e la nascita della rivoluzione industriale, accompagnate dalla componente culturale scientista – che si affermerà con la corrente illuministica – e materialista, che troverà eco nella filosofia positivista, la concezione lineare e economicamente redditizia del tempo finisce per imporsi, in quanto dettai ritmi dell’esecuzione delle attività lavorative,
      E’ proprio in contrapposizione al rischio alienante di questa tendenza materialistica del tempo, che già gli antropologi di fine ‘800 cominciano a relativizzare il concetto di tempo ed il suo corrispondete della considerazione dello spazio, come evidenziato da Emile Durkheim e Marcel Mauss – tra i padri fondatori dell’antropologia e della sociologia, pubblicato nel 1902 ed intitolato “Su alcune forme fondative di classificazione”. Nel libro, i due studiosi, sostengono che il tempo, inteso come un fenomeno oggettivo e naturale, è una pura astrazione. Le attività organizzate attorno alle quali l’uomo impernia il suo tempo , sono un costrutto storico-culturale e il calendario scandisce il ritmo delle attività collettive regolarizzandole.
      Le indagini antropologiche sulle dimensioni del tempo e dello spazio, pongono l’accento sul valore qualitativo della concezione del tempo presso le società preindustriali ed ancora oggi, si ritiene che il senso di un tempo non quantizzato, ma carico di significati speciali, sia presente in tutte quelle società che hanno bisogno di rievocare periodicamente l’atto che considerano il fondamento della propria esistenza, il che ci riconduce all’estrinsecazione della teoria del “Mito dell’eterno ritorno” dell’opera omonima di Eliade.
      Nel 1920, lo studioso svedese Martin P. Nilsson, pubblicò un libro che ebbe una grande fortuna, “Primitive time-reckoning; a study in the origins and first development of the art of counting time among the primitive and early culture peoples”; in esso l’autore sosteneva che nelle cosiddette società “primitive” il tempo era concepito in maniera “puntiforme” e i riferimenti non corrispondevano a frazioni temporali omogenee e quantificabili, ma ad eventi naturali o sociali o a stati fisiologici, utilizzando ad esempio locuzioni come “due raccolti fa”, come equivalente di “due anni fa”, oppure “un sonno” per indicare il giorno precedente.
      Il filosofo polacco Krzysztof Pomian ha evidenziato come durante il XIX secolo, filosofi, intellettuali, storici, concepirono il tempo solo nelle versione lineare, cumulativa, ritenendo erroneamente ed arbitrariamente, che le società ancora ai margini del processo di industrializzazione fossero prive di senso storico, mentre gli stessi studi antropologici hanno dimostrato come queste comunità poggiano semplicemente il loro senso della diacronia sulla reiterazione dei loro miti fondanti.
      Le ricerche condotte nel campo della filosofia, dell’antropologia e della sociologia, sono approdate alla conclusione che sia fondamentale, per un rapporto equilibrato nella concettualizzazione del tempo nell’ambito di una civiltà industriale moderna, approdare alla coesistenza dei due piani: tempo quantitativo e tempo qualitativo, poiché da un lato una concezione esclusivamente lineare sottindenderebbe l’idea secondo cui gli eventi non si sovrapporrebbero mai, traducendosi nell’erosione dell’inteliggibilità stessa della categoria di tempo, in quanto vorrebbe dire che ogni istante del futuro fosse sempre e completamente diverso da ogni istante del passato.
      Al contrario, una concezione esclusivamente ciclica del tempo, renderebbe inconcepibile qualsiasi percezione dei nessi causali degli eventi, il che condurrebbe all’annullamento della distinzione tra passato e futuro, condannandoci a vivere in un eterno presente.
      Sussunta alla categorizzazioni delle rappresentazioni temporali vi è, all’interno degli studi di antropologia culturale, anche la riflessione sulla memoria e come essa possa essere studiata, partendo dal presupposto che la memoria rappresenta una griglia interpretativa fondamentale per la nostra esistenza.
      La possibilità di ricordare dipende dalla capacità di dimenticare e il rapporto tra memoria ed oblio permette l’atto stesso del pensiero. La memoria non è semplicemente un processo soggettivo, ma è anche un processo collettivo e la stessa è radicata nella sua idea di tempo.
      Accanto alla dimensione della linearità primaria, che pone gli eventi oggettivi su una linea progressiva tra di loro che va dal passato verso il futuro, vanno estendendosi rappresentazioni culturali del tempo che procedono in senso contrario, ossia dal futuro verso il passato. Sono riflessioni che mettono al centro la rappresentazione culturale di tempo secondo la fisica occidentale odierna: infatti i fisici si chiedono, in rapporto all’idea di tempo, perché gli eventi non procedono all’indietro. Per riflettere su questa possibilità occorre tuttavia costruire una particolare concezione culturale, e filosofica, di tempo. In fisica, per esempio, vi è l’idea secondo cui il passato non scompare e il futuro non è inesistente; passato, presente e futuro esistono alla stessa maniera. In altre parole, secondo la fisica odierna ciò che è accaduto e ciò che dovrà accadere esiste già. È sicuramente un’idea di tempo che noi classifichiamo “scientifico” e quindi non calato all’interno della percezione quotidiana umana.

      Per spiegare questa rappresentazione di tempo, i fisici usano il concetto di «fiume temporale», secondo cui, come sulla pellicola è già impresso un film intero esiste già nella pellicola, così nella la fisica odierna sarebbero già codificati già tutti i momenti della nostra vita. La differenza è che però per il film c’è un proiettore che sceglie ed illumina un fotogramma dopo l’altro, nella fisica invece non ci sono prove della presenza di un criterio ordinativo che scelga un istante piuttosto che un altro. Noi possiamo la percezione dello scorrere regolare del tempo, ma il tutto potrebbe essere, secondo i fisici, pura illusione. Oggi infatti gli studiosi riflettono sul fatto che, se il tempo, come il fiume congelato, non scorre ed è già tutto creato, può essere possibile viaggiare nel futuro o nel passato e che anzi, si ritiene che ciò sarà presto possibile, sfruttando, come teorizzato a suo tempo da Einstein, una strana proprietà della gravità, che influenza il tempo rallentandone il passaggio. Più intensa è la forza gravitazionale e più il tempo rallenta. La fisica sostiene infatti che, viaggiando vicino un buco nero, i nostri movimenti apparirebbero rallentati. Si è anche ipotizzato che due ore in orbita attorno ad un buco nero equivarrebbero a circa cinquanta anni sulla Terra. Tornando dall’orbita di un buco nero, sarebbe quindi possibile, per i fisici, viaggiare nel futuro della Terra.
      Un’ulteriore evoluzione di questa formulazione la teoria quantistica dei campi (Loop quantum gravity in inglese) in cui la geometria di riferimento è quantizzata. Nelle teorie classiche della relatività ristretta e della gravitazione la geometria di riferimento è continua: ragionando in una sola dimensione (anziché in 3), dati due punti distinti A e B sicuramente esiste un punto A’ intermedio tra A e B, un punto A” intermedio tra A e A’, un punto intermedio A”’ tra A e A” e così via all’infinito. Con la teoria quantistica dei campi, compiendo la stessa operazione di suddivisione tra A e B, tra A e A’ e tra A e A” si arriverà alla situazione di avere due punti A e A^ tra i quali non è presente nessun altro punto. Tornando alle tre dimensioni spaziali, ciò significa che partendo da un volume e suddividendolo in volumetti sempre più piccoli, c’è un valore minimo di volume non ulteriormente divisibile. In particolare il vuoto, quando esiste, appare dipendere dalla traiettoria dell’osservatore attraverso lo spazio-tempo.
      Tutto ciò ci porta a considerare che evidentemente sempre più l’arte debba interpretare, nella sua rappresentazione mimetica della realtà, la disarticolazione dei paradigmi tradizionali, perché è solo nella frammentazione dell’apparente e dell’egocentrismo correlato, nel vuoto in cui si annidano i detriti delle segmentazioni profonde, che si possono ritrovare quelle tracce fondamentali per poter ricostruire le traiettorie di un mondo liquido come il nostro, esattamente secondo i dettami della poetica Noe.

  6. Sottopongo ai lettori questa mia poesia che è ancora in fase transitiva, provvisoria.
    Accetto consigli.
    Non capisco bene che cosa voglia dire. Ma è poi così importante?

    Distretto n. 79/D

    Alla cena con Nerone all’Hotel Hassler di Roma
    il Signor Rottweiler e il Signor Dobermann attendono in anticamera.

    Giusy disse: «Fa caldo qui, usciamo all’aria aperta,
    il Grande Collisore di Positroni, ne sono certa, prima o poi
    troverà la particella di Dio».

    «Confondi sempre Greta Garbo con la Lollobrigida»
    – interloquii – ma gli alberi erano sempre allo stesso posto di ieri.

    […]

    Il sicario si è presentato alla porta di servizio con un biglietto da visita
    c’era scritto:
    «È pronto ad accogliere la mia memoria nel suo futuro?».

    «Una giacca a quadretti – risposi – adesso è al n. 19 di via Grazhdanskaja,
    all’angolo col vicolo Stoljarnyj, tra poco
    arriverà al ponte Kokushkin
    fino al numero 104 del canale Griboedov.
    In tutto 730 passi».

    • Ripropongo una poesia di Gino Rago:
      LA PIPA DI JAROSLAV SEIFERT

      Cara signora Lipsia,

      ho lasciato da poco Vienna.
      L’impero mi taglia in quattro parti il respiro.

      Sto cercando i segni della protagonista del racconto/ del mio amico.

      Ho toccato Amburgo e Amsterdam.
      Ho sfiorato Budapest. Ho visitato Venezia.

      Ho evitato Praga, le guglie di stare mesto, le colombe senza testa e senza ali,/
      i castelli costruiti sul fumo della pipa di Seifert.
      […]
      Nella borsetta il necessarie per il trucco,
      nessun odore della cipria che usava per coprire le rughe del viso./

      Ora sono nella periferia di Berlino.
      Un poeta-indovino mi guida. Lo seguo in direzione
      della [Berlin Alexanderplatz./

      L’italiano di Wolfgang traballa ma il suo scritto sul biglietto è chiaro:/
      <>.

      (E ho detto tutto!)

    • Un avvicinamento ad un nucleo che di volta in volta si dilegua e prepotentemente ancora ti costringe a ritrovare il centro. Ma la vita è altrove sulle radure di Odessa…”fino al numero 104 del canale Griboedov.”…Questo vortice del presente nella ricerca NOe è pur sempre in abisso:
      Il sicario si è presentato alla porta di servizio con un biglietto da visita
      c’era scritto:
      «È pronto ad accogliere la mia memoria nel suo futuro?».
      Grazie Giorgio, grazie OMBRA.

    • vincenzo petronelli

      Poesia molto interessante caro Giorgio: la tua capacità di ricucire i pezzi mancanti della storia, di ricostruire le tessere del “percorso” è davvero straordinaria.
      Come scrive Lucio di seguito e come mio modestissimo, “impudico” contributo, eliminerei alcuni passaggi intermedi, alcuni interstizi di raccordo fra un verso e l’altro per “asciugare” maggiormente il linguaggio; tutto ciò partendo dal presupposto che sono sempre in difficoltà nell’intervenire con suggerimenti sui brani di altri poeti – specie sui componimenti dei poeti di che costituiscono per me un riferimento, come nel tuo caso – perché evidentemente la “resa” linguistica di un brano è anche strettamente connessa al processo ispirativo che ha condotto a quella morfologia, iter che naturalmente può conoscere solo l’autore.
      Un grande abbraccio.

      • caro Vincenzo,

        grazie per i suggerimenti, ne terrò conto. Il fatto è che ogni nostra poesia nasce in modo diverso, i suoi natali determinano anche il loro destino, e alla fine l’autore ha uno spazio limitato di manovra tra i rottami di linguaggi che sono confluiti nella poesia.

  7. Caro Giorgio,
    ti propongo una mia versione, tolto “interloquii” e simili, e rivisto il montaggio.
    Trovo che a volte eccedi nella descrizione di dettagli: il colore di una porta, la foggia di un cappello… e poi dove metterti tra le cose.
    Appartiene alla prosa, delineare , descrivere (può essere dovuto a scrittura troppo corretta). Ma così facendo imponiamo qualcosa all’immaginazione.

    «Confondi sempre Greta Garbo con la Lollobrigida»

    «Fa caldo qui, usciamo all’aria aperta,
    il Grande Collisore di Positroni, ne sono certa, prima o poi
    troverà la particella di Dio».

    Alla cena con Nerone all’Hotel Hassler di Roma
    il Signor Rottweiler e il Signor Dobermann attendono in anticamera.

    […]

    Il sicario si è presentato alla porta di servizio con un biglietto da visita
    c’era scritto:
    «È pronto ad accogliere la mia memoria nel suo futuro?».

    «Una giacca a quadretti. Adesso è al n. 19 di via Grazhdanskaja,
    all’angolo col vicolo Stoljarnyj, tra poco arriverà al ponte Kokushkin
    fino al numero 104 del canale Griboedov.
    In tutto 730 passi».

    Senza un perché, è ovvio. E potrebbe continuare all’infinito.
    LMT

    • … all’infinito, finché inciampa in un verso di poesia. La quale non è contemporanea, moderna, e nemmeno antica; solo preferibilmente inattesa, come un luogo mai visto tra quelli che conosciamo.
      Altra cosa il citazionismo. Quasi assente in Ilya Kaminsky, ma ricco di tempo interno ed esterno (per usare una terminologia noe, ora quasi dismessa); ma tanti poeti ne fanno argomento, insieme a parole che sembrano acquistate all’estero, al punto che ti domandi se non siano sempre vissuti nei libri, se la loro vita sia stata letta e scritta… Non è il tuo caso, Giorgio. Almeno tu ci metti Greta Garbo, e non pochi sono i riferimenti pop. Per la massima libertà, anche considerato il fatto che quel che c’è da pensare è oggi prescritto, in base a dove ti trovi a vivere, alla mercé di quale istituzione…

  8. Mimmo Pugliese

    SE SPARERANNO….

    Se spareranno sparano
    quando raccogli una minestra di neve
    hai i capelli in disordine
    e le sole domande
    non arrivano al cielo
    che è piegato sui tuoi ginocchi
    mentre grida un cuore sordo
    nelle bottigliette di collutorio
    cadute dalla valigia vuota di mio padre
    rimasto a dormire nella tana
    rubata ai lupi
    sprofondato nei pensieri che saranno e che sono
    l’alito inquieto delle sirene
    infranto sulle rocce di croci
    e il tuo viso è un altro sole
    lucido tra le alette delle finestre divelte
    quando profumavano e profumano i limoni
    nei tetri baci degli scorpioni
    davanti alla casa dove sei nato
    portato via dai ventanni
    con solo un tegame sulla testa
    dormiranno dormirai
    torneranno tornerai
    a raccogliere ciliegie a grappoli
    albe e strade davanti alla tua porta

    • Ad esempio, ecco come io vedrei la poesia di Mimmo Pugliese:

      Se spareranno sparano
      quando raccogli una minestra di neve

      hai i capelli in disordine e le sole domande
      non arrivano al cielo che è piegato sui tuoi ginocchi

      grida un cuore sordo nelle bottigliette di collutorio
      cadute dalla valigia vuota di mio padre rimasto a dormire nella tana
      rubata ai lupi

      sprofondato nei pensieri che saranno e che sono
      l’alito inquieto delle sirene infranto sulle rocce di croci

      il tuo viso è un altro sole lucido tra le alette delle finestre divelte
      quando profumavano e profumano i limoni

      nei tetri baci degli scorpioni davanti alla casa dove sei nato
      portato via dai ventanni con solo un tegame sulla testa

      dormiranno dormirai torneranno tornerai
      a raccogliere ciliegie a grappoli albe e strade davanti alla tua porta

  9. caro Lucio,

    è interessante la tua versione. Certo, è vero, per prassi consolidata prediligo precisare i dettagli per rendere la cosa più verosimile… ma così facendo, a volte, tolgo imprevedibilità. È come un elastico: se lo tiri da dx si allunga anche a sx.
    Cmq la tua versione è un’altra cosa, ma sempre accettabile. è una versione alla tua maniera, che segue la tua sensibilità (ognuno di noi ha una sensibilità per le immagini leggermente diversa, così è e così deve essere)

  10. L’ideale è una poesia fatta con gli scampoli e gli scarti di altre poesie distrutte da un hacker, frutto di spazzatura della spazzatura, spazzatura di seconda mano. Non ho alcuna pretesa di creare il Bello né di creare il Brutto, assemblo semplicemente gli scarti. Scarti di scarti di altre mie poesie già fatte di scarti. Non voglio essere né rivoluzionario né conservatore, né innovativo o altro di che… non intendo provocare né apparire ingegnoso.

  11. alzandomi per stringermi la mano, disse
    Indosso i tuoi pantaloni, nella tasca destra, un buco.(Kaminsky)

    Il più cruciale è che l’invasione russa dell’Ucraina è un grave crimine di guerra (Chomsky)

    rompere le finestre di Main Street, bombardare un centro del Reserve Officers’ Training Corps.

    Può sembrare gratificante mettere l’orso in un angolo da cui affonderà nella disperazione, e si può farlo. Però non è saggio.

  12. Lette d’un fiato. Come nuotare nello stesso fiume.(Tosy)
    Interessante proposta e interessantissimo poeta.
    (Nota)
    alzandomi per stringermi la mano, disse
    Indosso i tuoi pantaloni, nella tasca destra, un buco.(Kaminsky)
    – È difficile sapere dove cadranno le ceneri, e questa potrebbe non essere una metafora.
    (Chomsky)
    I Bee Gees, prima di impegolarsi nella disco music, nel 1969 hanno pubblicato l’album “Odessa”(Galdini)
    Il sicario si è presentato alla porta di servizio con un biglietto da visita
    c’era scritto:
    «È pronto ad accogliere la mia memoria nel suo futuro?».(Linguaglossa)
    Trovo che a volte eccedi nella descrizione di dettagli: il colore di una porta, la foggia di un cappello… (Tosy)
    Ho toccato Amburgo e Amsterdam.
    Ho sfiorato Budapest. Ho visitato Venezia.(Rago)

    Ed ora senza impalcatura, come fuoriuscita da un pensiero unico:

  13. Lette d’un fiato. Come nuotare nello stesso fiume.
    Interessante proposta e interessantissimo poeta.

    Alzandomi per stringermi la mano, disse
    Indosso i tuoi pantaloni, nella tasca destra, un buco.

    – È difficile sapere dove cadranno le ceneri, e questa potrebbe non essere una metafora.

    I Bee Gees, prima di impegolarsi nella disco music, nel 1969 hanno pubblicato l’album “Odessa”.

    Il sicario si è presentato alla porta di servizio con un biglietto da visita
    c’era scritto:
    «È pronto ad accogliere la mia memoria nel suo futuro?»

    Trovo che a volte eccedi nella descrizione di dettagli: il colore di una porta, la foggia di un cappello…

    Ho toccato Amburgo e Amsterdam.
    Ho sfiorato Budapest. Ho visitato Venezia.

    Grazie OMBRA

  14. Ilya Kaminsky è nato nel 1977 ed è cresciuto a Odessa, in Ucraina, All’età di quattro anni, ha perso la maggior parte del suo udito dopo una diagnosi errata. La sua famiglia ha ricevuto asilo dal governo degli Stati Uniti nel 1993, ha pubblicato Deaf Republic (Graywolf Press, 2019), Il suo libro d’esordio, Dancing in Odessa è del 2004, A leggerlo oggi sembra la prefigurazione di ciò che avverrà il 24 febbraio 2022, viene narrata una terra desolata viene bombardata e invasa da un esercito straniero e della strenua resistenza armata di un intero popolo… a cura di Giorgio Linguaglossa


    Scrive Michele Neri nel suo ultimo libro scritto a quattro mani con Enrico Ratto, L’ultima foto (le immagini ci stanno fottendo), seipersei, 2021 pag 22

    Non bevo più alla mia sorgente dell’esperienza, nella quale saprei cosa cancellare, cos’è importante oppure non debba lasciare segni.
    Come scrive Davide Sisto in Ricordati di me, “Da quando il presente è diventato una storia che raccontiamo quotidianamente, permette al passato di emanciparsi e di diventare una realtà autonoma e indipendente”. E noi non possiamo permettere che questo accada, salvo abdicare al potere curativo della memoria o a quello dell’oblio; senza perdere il filo dell’identità. Capisci quanto, nel bene o nel male, le foto siano responsabili?».

    «Quanti paradossi hanno generato questi algoritmi. Le immagini esistevano proprio per sostenere la memoria, mentre è chiaro che, con l’ingresso nella nostra esperienza di più linee temporali, è cambiato l’aspetto del tempo. Il tempo e le immagini sono due protagonisti della nostra epoca, tutto è condizionato da questi due assi. Forse sono loro le cause e il motore. Il resto, il nostro vivere e le relazioni umane sono un effetto. Si diceva lo scorrere del tempo, oggi ci accorgiamo che a scorrere sono le immagini. E il tempo corre loro dietro, cerca di interagire con loro per recuperare una parvenza di linearità in questo garbuglio di intrecci temporali a cui ci ha abituato, suppongo, l’algoritmo o ciò che, non conoscendo, chiamiamo così.

    Il tempo lineare, per quanto prevedibile, non ti avrebbe annoiato. Anzi, ne sono sicuro: nei trent’anni di professione, hai sempre mantenuto alta la curiosità verso la fotografia che stavi per vedere. Le immagini si riferivano a ieri, e solo a ieri; ogni immagine portava con sé, in modo implicito ma inevitabile, l’appartenenza al passato. Oggi, nel nostro continuo pubblicare, condividere e ricondividere, ricordare e aggiornare, ci serviamo d’immagini di ieri per definire un presente.

  15. caro Lucio,

    leggasi il dialogo pedagogico tra Pasolini col giovane Gennariello, nato dopo il “miracolo” e cresciuto nel cosmo audiovisivo e pubblicitario, disegna – ritagliata sugli oggetti – una fondamentale discontinuità e colloca la “Fine del Mondo” negli anni sessanta e settanta.

    «L’educazione data a un ragazzo dagli oggetti, dalle cose, dalla realtà fisica – in altre parole dai fenomeni materiali della sua condizione sociale- rende quel ragazzo corporalmente quello che è e quello che sarà per tutta la vita. […] Il punto è questo: la mia cultura (coi suoi estetismi) mi pone in atteggiamento critico rispetto alle “cose” moderne intese come segni linguistici. La tua cultura, invece, ti fa accettare quelle cose moderne come naturali, e ascoltare il loro insegnamento come assoluto. Io potrò cercare di scalfire, o almeno di mettere indubbio, ciò che ti insegnano genitori, maestri, televisioni, giornali, e soprattutto ragazzi tuoi coetanei. Ma sono assolutamente impotente contro ciò che ti hanno insegnato e ti insegnano le cose. […] Su questo siamo due estranei, che nulla può avvicinare. Quindi, nell’ambito del linguaggio delle cose, è un vero abisso che ci divide: ossia uno dei più profondi salti di generazione che la storia ricordi. […] Tu mi dirai: le cose sempre cambiano. “’O munno cagna”. È vero. Il mondo ha eterni, inesauribili cambiamenti. Ogni qualche millennio, però,succede la fine del mondo. E allora il cambiamento è, appunto, tota-le. Ed è una fine del mondo che è accaduta tra me, cinquantenne, e te, quindicenne. […] Fino al Cinquanta, fino ai primi anni Sessanta è stato così. Le cose erano ancora fatte o confezionate da mani umane: pazienti mani antiche di falegnami, di sarti, di tappezzieri, di maiolicari. Ed erano cose con una destinazione umana, cioè personale.Poi l’artigianato, o il suo spirito, è finito di colpo.Proprio mentre hai cominciato a vivere tu. Non c’è soluzione di continuità ormai, ai miei occhi, tra quelle tazzine e un vasetto della ragione finzionale».1

    Per Adorno scrivere poesia dopo Auschwitz è divenuto un atto di barbarie. Per il filosofo tedesco l’immediatezza e la serenità dell’arte sono divenute pacchianeria e complicità: con l’esistente

    «Da quando l’arte è stata presa per la cavezza dall’industria culturale e si allinea fra i beni di consumo, la sua serenità è sintetica, falsa,stregata. Nessuna serenità è conciliabile con l’arbitraria imposizione al cliente».2

    Oggi, nel 2022, la condizione della poiesis (non utilizzo più il termine equivoco e screditato di “arte”) è divenuta inconciliabile con il concetto di prassi dell’esistente, un concetto critico e autocritico di poiesis oggi obbliga il poietes ad accreditarsi pertinentemente nella sfera dell’anti-mondo, in una zona della prassi estranea alla prassi delle forze produttive e dei rapporti di produzione, voglio dire che la poiesis critica oggi deve svolgersi in quella zona di non-compromissione con l’esistente e le sue pratiche fidejussorie. Oggi la poiesis non può che essere accompagnamento musicale al funerale delle arti fidejussorie, accompagnamento musicale alla discarica pubblica nella quale essa è invischiata.

    1 P.P. Pasolini. Lettere luterane, Einaudi, Torino 1976, pp. 35-43.
    2 T.W. Adorno, Noten zur Literatur, 1961-1968 (1965 – III, 1974 – IV), trad. it. di E. De Angelis, Note per la letteratura, 1961-1968, Einaudi, Torino 1979, p. 277

    • vincenzo petronelli

      Indubbiamente, soprattutto a partire dall’avvento della televisione (che pure a sua volta ha saputo essere in alcune delle sue pagine, vettore importante di produzone culturale) la poesia e la cultura in generale, sono state “circuite” da quella che Guy Debord ha definito, nella sua celeberrima formulazione, la “società dello spettacolo”, che proponendo un modello di cultura omologante e massificante, ha gradualmente incanalato la produzione culturale in una logica di consumismo industriale e relativo controllo politico, cui naturalmente non è facile sottrarsi per autori e fruitori.
      Evidentemente, un’operazione preliminare funzionale a tale disegno non poteva che essere la riduzione del prodotto culturale ad oggetto, coronamento di un progetto mercificazione della società impostosi nella cultura capitalistica nell’epoca della sua americanizzazione.
      Come giustamente riportato nell’intervento di Giorgio che richiama il dialogo di Pasolini, questo processo ha segnato la fine dell’antica logica produttiva contadina ed artigianale della valorizzazione della natura antropologica dell’oggetto, come prodotto mirante al soddisfacimento dei bisogni umani, per giungere a ribaltare completamente l’ottica, istillando bisogni fittizi nellindividuo per autoperpetuare i propri meccanismi interni.
      Purtroppo, inquandrando la questione dall’ottica dei nostri giorni, è innegabile come l’avvento della digitalizzazione abbia ulteriormento funto da catalizzatore di questo processo,anche mediante la creazione del meccanismo dell’acquisto online, che imprime una funzione consolatoria, autorealizzativa, all’atto dell’acquisto per l’uomo atomizzato dell’era della telematica.
      E’ un passaggio cruciale per la comprensione della storia antropologica degli ultimi settant’anni.

  16. Mettiamo dei proiettili nei nostri fiori
    infiliamoli nei siluri nelle camere da letto
    nei soggiorni sulle spiagge nel ragù della domenica
    nelle case nei telegiornali nelle televisioni sulle autostrade in mezzo al traffico nelle vacanze attorno a giardini ai parchi agli ospedali agli aereoporti ai teatri a bordo campo sui tram sui treni
    sugli elicotteri nei giocattoli nelle merende tra una forchetta ed un coltello tra un bicchiere dell’acqua ed una caraffa di vino in mezzo ai piedi tra le mani tra le natiche i coglioni le fiche i pannolini i pannoloni le ciabatte le scarpe i santi le puttane.

    Grazie OMBRA

  17. La Fine del Postmoderno

    Scrive Emanuele Zinato in Automobili di carta, University Press, Padova, 2012:

    «Si comincia a interrogarsi su La fine del postmoderno; si avanzano proposte storiografiche basate sulla necrosi e autofagia della categoria prefissoide e analettica e sulla genesi di un nuovo romanzo della globalizzazione. Alla tesi prevalente che colloca la svolta intorno alla metà degli anni Cinquanta, si affiancano altre teorie che tendono ad estenderne a dismisura i confini.
    Qui si preferisce adottare tuttavia una periodizzazione ristretta. L’espansione e penetrazione planetaria dei fenomeni connessi al termine avvengono infatti solo dopo la recessione del 1973,e segnatamente a partire dalla fine degli anni Settanta: il dilagare di una nuova piccola borghesia onnivora, la rivoluzione telematica, la trasformazione della comunicazione multimediale in colossale business,l’avvio dell’ondata neoliberista e della globalizzazione.L’autocoscienza del postmoderno, del resto, nasce in Italia solo all’inizio degli anni Ottanta: con la discussione sul «pensiero debole»di Gianni Vattimo, con la traduzione della Condition postmoderne di Lyotard, con l’uscita del Nome della rosa di Eco e delle sue postille, con la Biennale dell’Architettura, intitolata da Portoghesi, La Presenza del Passato. Solo vent’anni dopo, nessuno parla più di “trasparenza”, “leggerezza” e di fine delle contraddizioni mentre sembrano ricomparire logiche“pesanti”, contrastive. Gli stessi apologeti neoliberisti che ieri proclamavano con plauso plebiscitario la fine della storia , oggi ripristinano una sorta di restyling della mediazione, o per meglio dire di un suo lugubre surrogato: l’uso dello state-building e l’esportazione armata della democrazia. Sembra insomma che le evidenze tragicamente tangibili dei nuovi paradossi, a partire da quello della guerra permanente, stiano incrinando i presupposti ideologici del postmoderno (le idee di società trasparente e di testualizzazione del mondo)
    e, con essi, la centralità dell’intrattenimento: «il dolore, e la morte, sono forse la prova più chiara che l’uomo non “è un segno” e che alla base dell’io semiotico c’è sempre l’io esistenziale, senza il quale nessuna comunicazione reale sarebbe possibile».
    Contro ogni derealizzazione, gli organismi fisici esistono in un modo materialmente innegabile, che siano o no oggetto di significazione: tali “limiti oscuri” inerenti la condizione biologica, non solo sono, nelle opere, il fondamento di costanti antropologiche di lunghissima diacronia, ma costituiscono le coordinate esperienziali minime socialmente condivisibili (dall’animale-uomo) e dunque anche quelle fondanti un’esperienza di scrittura-lettura. La fragilità biologica è trincea di resistenza e punto archimedico da cui sembra possibile partire per ridare senso comunitario all’espressione di una scrittura e di una soggettività».

    Con il biennio della pandemia Covid e questi ultimi 32 giorni di guerra di invasione all’Ucraina da parte della Russia di Putin, mi sembra chiaro che siamo entrati in una nuova era geopolitica del mondo che vedrà l’accentuazione del confronto politico tra l’Occidente (Usa, Europa, Canada, Australia, Giappone) con le sue democrazie e le autocrazie (Russia, Cina e autocrazie minori). Come sempre è la storia che decide la fine di un’epoca e l’inizio di una nuova, non sono i professori di filosofia o di lettere. È la storia con la A maiuscola che decide del corso degli avvenimenti.
    Tracciare una mappa tematica e formale del postmoderno ( con nell’esibizione citazionale, la frammentazione del soggetto, del tempo e della storia, interpretate in accezione ludica o parodica fa ormai parte del passato recente e meno recente) è ora possibile, il postmoderno ha avuto un inizio con l’esplosione delle prime avanguardie del novecento, e una fine con lo scoppio della pandemia e la guerra in Ucraina. Le arti (come si diceva una volta) non possono non seguire gli avvenimento storici.

  18. fiu…fiu…LE BOMBE SONO TANTE MILIONI DI MILIONI fiu…fiu…

    Noi inventori delle lacrime artificiali costruimmo piscine di Capodimonte e uccidemmo il vitello grasso per le bracciate di ritorno.

    Odessa era rasa al suolo prima di aprire l’atlante.
    I se ed i ma inquisiti da Torquemada in persona.

    I soldati romani e il centurione tirarono a sorte gli scampoli di nervi.
    Sul frigo ci fu una patteggiamento.

    Nessuna pompa ebbe il coraggio di riscaldare i cuori.
    E mentre il pensiero circolava negli oleodotti
    I nervi cantavano Tityre, tu patulae recubans

    Un dentifricio rovescia le gengive.
    Non lasciarsi prendere dalla schiuma al mentolo.

    fiu… fiu… Il SORRISO era PUBBLICITà fiu… fiu…

    Il napalm è molto meglio e, talvolta, restituisce capanne a un intero villaggio.

    I bambini corrono sempre, ora sono arrivati in Europa.
    Giocavano in una buca nei ‘70. Non sembrano sorpresi dagli SPOT.

    Mostrano il QI di Einstein nel parlare un’altra lingua. Sono impegnati a scrivere la teoria dell’ ASSOLUTO NIENTE.

    DADA: Che vuol dire? Non c’è modo di capirlo. Un colpo di cannone sul vocabolario da cui fuggono i polli e rientra il lupo travestito da nonnina e viceversa.

    (F.P. Intini)

  19. vincenzo petronelli

    Sono finalmente riuscito a leggere l’articolo su Kaminsky e le relative poesie e devo dire che mi ha fatto particolarmente piacere poiché avevo quest’autore nel “mirino” già da un po’, ma faceva ancora parte di quella schiera di autori nella lista dei desiderata, in attesa di trovare un momento per un approfondimento. Grazie a quest’articolo di Giorgio, sono evidentemente riuscito a colmare questa lacuna importante.
    Come ha scritto prima di me Lucio, ho letto le poesie di Kaminsky tutte d’un fiato, coinvolto dalla sua vis epica, anche prescidendo anche dalla coincidenza con le contigenze del momento,
    Come ho avuto modo di precisare già diverse volte anche in riferimento al tema della ricerca poetica, sono particolarmente attratto dai poeti che riescono ad abbracciare lo sguardo storico e/o l’analisi sociale o scandagliare la profondità antropologica nella loro poesia: quei poeti cioè che riescono a sintetizzare l’interezza del loro universo nella loro scrittura poetica, affrancando la poesia dalla subordinazione alla sfera dell’intimismo e riuscendo a restituire nella nostra arte l’intero proprio universo.
    La poesia di Kaminsky si colloca evidentemente in questa falsariga: siamo di fronte ad un poeta capace di ritrarre mirabilmente l’intero cosmo di una geografia, che si fa etnologia dell’anima, perché questa è la cifra della grande letteratura: partire dal particolare, per illuminare il globale.
    In effetti, non c’è una pagina, una singola riga tra quanto letto che non mi permetta di assaporare l’atmosfera di una realtà che conosco bene e però al tempo stesso riesco a collocare le suggestioni scaturenti dalle descrizioni di Kaminsky, nella cornice di tanti altri momenti, capitoli di letteratura incontrati nella vita e di tanti altri contesti di questo mondp sofferente.
    Trovo che anche dal punto di vista stilistico la scrittura di Kaminsky sia interessante, per la sua capacità di saper alternare i piani della sintassi poetica, tra una lingua iscritta nella tradizione ed una sfasatura legata al baluginìo di frammenti e visioni scompaginanti l’ordine convenzionale del mondo. Personalmente la versificazione di Kaminsky mi ricorda alcuni scrittori irlandesi del tardo novecento, come certi episodi della produzione di Heaney o la poetica di Muldoon.
    Ringrazio Giorgio per questo vero e proprio regalo.

  20. caro Vincenzo,

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