Poesie di Giorgio Linguaglossa da Distretto n. 18 Il Signor Dobermann è entrato nella mia stanza, si è guardato intorno con sospetto. I canarini all’improvviso cessarono di cantare. All’epoca non c’era ancora l’energia elettrica, non era ancora venuta l’era dei pulsanti e degli interruttori. L’ospite mi ha chiesto con delicatezza di aprire la gabbia dei canarini, di strozzarli con le mie mani, uno ad uno, ed io mi sono voltato a guardare la tartaruga col carapace che si illumina e la finestra aperta

Lampada, foto

foto di Marie Laure Colasson (2022), l’abat jour di Stanza n. 89

.

Giorgio Linguaglossa

da Distretto n. 18

(di prossima pubblicazione con Transeuropa Ed.)

Il Signor Dobermann è entrato nella mia stanza, si è guardato intorno con sospetto. I canarini all’improvviso cessarono di cantare. All’epoca non c’era ancora l’energia elettrica, non era ancora venuta l’era dei pulsanti e degli interruttori. L’ospite mi ha chiesto con delicatezza di aprire la gabbia dei canarini, di strozzarli con le mie mani, uno ad uno, ed io mi sono voltato a guardare la tartaruga col carapace che si illumina e la finestra aperta dalla quale il vento del nord è entrato nella stanza e ha spazzato via i corpi dei pennuti. Un corvo che io capii essere un messaggero del buon augurio prese a picchiettare sul vetro della finestra, la spalancai ma non c’era più, volato via, gli alberi però erano ancora là, aspettavano qualcosa… le tazzine del caffè erano rovesciate, le cicche delle sigarette riempivano i posaceneri

«Chi è il Signor Dobermann?»
«Non lo so»
«Chi è K.?»
«Non lo so»
«Cogito?»
«È morto. È stato un personaggio delle mie poesie, tanto tempo fa»
«Enceladon?»
«Non lo so. Anche lei è stata un personaggio delle mie poesie»
«Un personaggio immaginario?»
«Sì»
«Madame Hanska?»
«Una mia invenzione»
«Anche lei un personaggio delle sue poesie?»
«Sì»
«Madame Tedio?»
«Anche quella, una mia invenzione»
«Marco Flaminio Rufo?»
«Un personaggio di Borges»
«Lei parla sempre con personaggi inesistenti?»
«Sì, che c’è di male?»
«Lei è un mitomane, caro poeta, un baro»
«Sì… forse»
[…]
«Mi parli della sua infanzia»
«Non ho avuto una infanzia»
«Mi parli di Lei»
«Non saprei cosa dirLe»
«Ogni sua affermazione…»
«È una negazione»
«Mi parli delle sue passioni»
«Non ho passioni, le ho perdute»
«Donne?»
«Anche quelle…»
«Di suo padre?»
«È morto»
«Sua madre?»
«Non ho avuto una madre»
«Si riconosce colpevole?»
«Di che cosa?»
«Del delitto»
«Cogito sa tutto»
«Non ha nessuno al mondo?»
«Nessuno»
«Allora, può morire»
«Sì»
«O forse, vivere…»
«Sì».
«Ha dei ricordi?»
«Hmmm…»
«In una sua poesia scrive di aver discusso con Ponzio Pilato»
«Sì, ci ho parlato»
«E che le ha detto?»
«Non ricordo»
«Possibile, non ricorda nulla?»
«Era avvolto in una toga rossa»
«E poi?»
«Aveva mal di testa»
«Ha incontrato Jeshua Hanozri?»
«Sì»
«Lo ha visto di persona, intendo, in viso?»
«Era di spalle»
«Le ha parlato?»
«Parlava»
«A chi parlava?»
«A degli straccioni»
«Straccioni?»
«Sì, la folla che lo salutava come un Messia»
«Che cosa diceva?»
«Non ricordo»
«Non ricorda nient’altro?»
«Nient’altro»
«Mi dica un suo ricordo. Qualsiasi.»
«Non ho ricordi»
«Non ha niente altro da dirmi?»
«Niente»
«Tutto qui?»
«Tutto qui»

Distretto n. 18

È entrato nella stanza all‘ora della pausa pranzo.
Si è seduto sulla sedia a dondolo
– il Signor K., in maniche di camicia –
«Un Campari?».
Guardò attraverso la finestra aperta
dalla quale un vento sporco rimestava gli angoli della stanza come alla ricerca
di una refurtiva nascosta.
«Non c’è fretta, caro Linguaglossa, c’è posto per tutti
per le visioni, le revisioni e le permutazioni…»

Gli impiegati di banca entravano ed uscivano dai bar,
sembravano preoccuparsi di qualcosa d’altro;
li percepivo nella nebbia, come se ci fosse un filtro,
i polsini delle camicie con i gemelli in finto oro, le spille, i fermacravatte
con le cravatte dozzinali,
il fumo delle sigarette tra gli scaffali e le bibite, le mani
che si stringono alle maniglie…
ricordo il profumo di un vestito femminile
non saprei dire…

Esteves è uscito dalla tabaccheria, s’è voltato, mi ha visto,
mi ha salutato con un cenno;
io mi sono alzato dalla sedia, sono andato alla finestra,
e gli ho risposto: «ciao Esteves!»,
poi la nebbia gialla è entrata nella stanza

La nebbia gialla strofina il petto sui vetri della finestra,
la pioggia fitta sui vetri,
le persone negli autobus vorrebbero dire qualcosa,
si tengono ai ganci;
una donna si ripassa il rossetto sulle labbra, fa una smorfia,
si osserva allo specchietto

Rivedo Giusy attraverso un acquario,
appoggiata allo stipite della porta;
mi getta un’occhiata, sorride, si volta all’indietro.

«Ricordi, Alberto?, ero con il mio terrier, “Coccobill”,
al luna park, all’Eur, sulla Grande Ruota!
stavamo così stretti!, poi venne il buio, una pioggia fitta…
lo ricordi Alberto?»;
io mi schernii: «no, non lo ricordo…»,
dissi,
però non le ho detto che non ero io…

La pioggia cadeva fitta
mi venne in mente che fosse una estranea;
dissi semplicemente:
«un caffè, ti va?», così,
per prendere tempo.
«chiudi la porta, Giusy».
Aggiunsi:
«Non dimenticare di chiudere sempre la porta alle tue spalle».

Mi sporsi dalla finestra per vedere
se gli alberi erano ancora lì.
«C’è troppo caldo qui, non si respira…», dissi

La incontrai molti anni dopo sulla Berkeley street,
la spider rossa parcheggiata tra gli alberi
il tubino aderente
il décolleté rosso fuoco

Cadeva una pioggia fitta sullo Stanbergersee.
«ripariamoci, andiamo via di qui,
fa freddo…»,
dissi.

Nel linguaggio della metafisica le cose sono collocate nel loro «luogo» (Ort) presso il quale il dire si spoglia di tutte le finzioni della retorica e della inautenticità della vita quotidiana; in base a questa categoria la perdita del «luogo» significa la dispersione dell’esistenza e la dissoluzione della memoria, infatti noi avvertiamo la «presenza» dell’esistenza soltanto quando ci allontaniamo dall’esistenza, quando siamo ex stasis, quando abitiamo la «presenza» di un’altra temporalità, una temporalità estraniata; avvertiamo la distanza dal tempo soltanto quando abitiamo un altro tempo e un altro spazio, in ciò penso risiede il significato dell’ek-esistenzialismo della  poesia di Distretto n. 18, in quello slogamento, in quella divaricazione che si apre tra un tempo, quello del quotidiano, e l’altro, quello dell’immaginario.  Andrea Emo in Quaderni di metafisica (Quaderno 359, 1973), ha una posizione tipicamente modernista, per il filosofo italiano il «passato e la memoria sono il regno di Dio» («Nel passato… è l’unica sede dell’assoluto… (ché) il passato e la memoria sono il regno di Dio… e (solo) nel passato si manifesta l’assoluto che siamo»). Oggi, in pieno Post-postmodernismo, siamo usciti fuori da questa equazione: Passato=Memoria, la poiesis più evoluta ne è consapevole, gli eventi della pandemia e della guerra di aggressione all’Ucraina rendono evidente che siamo in presenza di eventi traumatici, la storia destoricizzata in storialità ci ha posto davanti alla storialità che è ridiventata storia, e l’Occidente è chiamato a riepilogare la propria storia e a respingere la barbarie che viene dall’Est. Questa presa di consapevolezza dell’Europa ci pone davanti all’imperativo della assunzione delle proprie responsabilità, e la poesia anche deve assumersi le proprie responsabilità.1

1 R. Gasparotti, Note sul pensiero di A. Emo, in Andrea Emo, Quaderni di metafisica 1927/1981, Bompiani, Milano 2007, p. 1388. Essere e nulla non sono allora contrapposti, bensì co-implicati, in quanto «gli enti appaiono dal nulla, da quello specifico sfondo abissale che consente loro di ex-sistere, di star-fuori dal Principio, per poi, attraverso un ulteriore atto di negazione, farvi ritorno: ogni ente manifesta il ni-ente e, nel mondo, l’eternità rinasce con gli enti come effimera» (p. 86)
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44 risposte a “Poesie di Giorgio Linguaglossa da Distretto n. 18 Il Signor Dobermann è entrato nella mia stanza, si è guardato intorno con sospetto. I canarini all’improvviso cessarono di cantare. All’epoca non c’era ancora l’energia elettrica, non era ancora venuta l’era dei pulsanti e degli interruttori. L’ospite mi ha chiesto con delicatezza di aprire la gabbia dei canarini, di strozzarli con le mie mani, uno ad uno, ed io mi sono voltato a guardare la tartaruga col carapace che si illumina e la finestra aperta

  1. La richiesta di trasparenza (Glasnost) presuppone uno spettatore che si scandalizza: non è la richiesta di un cittadino impegnato, ma di uno spettatore passivo. La partecipazione avviene come reclamo e lamentela: la società della glasnost, popolata da spettatori e consumatori, dà vita a una democrazia degli spettatori.

    Io, da critico militante (oggi il termine è caduto quasi nel ridicolo), della Nuova Poesia, non posso che rivendicare la mia funzione non conciliativa, il diritto a non assolvere ad alcuna funzione suasoria e conciliativa e di recitare in pieno la mia funzione di parte, non conciliativa, contraddittoria, che sa di portare in sé una istanza del contraddittorio e del diverso; insomma, per tornare a noi il critico non deve smussare gli angoli e le differenze che intercedono tra la poesia di Antonia Pozzi e quella di Marie Laure Colasson, per dire, ma deve porre la questione come questione problematica, sulla quale operare una scelta, nella consapevolezza che le differenze in poesia non sono un «indifferenziato» agnostico e anomico ma sono il sale della biodiversità della poesia.

    Un nuovo sguardo è già una nuova idea. Le idee le prendiamo dalle «cose». Le mutazioni del gusto già in sé sono nuove idee e le nuove idee sono le «nuove cose». Dal modo in cui usiamo gli oggetti nella nostra vita quotidiana, possiamo trarre un fascio di luce che illumina il nostro modo di utilizzare le parole, giacché le parole sono «cose» in senso fisico, spaziale. Gli oggetti, gli utensili, il vasellame si trovano nel mondo per servire l’uomo; noi possiamo vivere in un appartamento ammobiliato oppure in un appartamento estraneo, ricco di «oggetti» estranei. Quando entriamo in un appartamento ricco di suppellettili, di vasellame, di «oggetti», noi dobbiamo aspettare un po’ di tempo per abituarci a quegli «oggetti». A volte passiamo tutta una vita per abituarci agli «oggetti». In fin dei conti, noi abbiamo bisogno, per vivere, di «cose» che abbiamo scelto e che ci accompagnano nella nostra vita quotidiana. La differenza tra «oggetti estranei» e «cose» è di vitale importanza per la nostra sopravvivenza. Quando una «cosa» ci parla o riprende a parlarci, ecco, il quel momento si ha una trasmutazione degli «oggetti» in «cose», e gli oggetti indifferenti diventano nostri consanguinei, i nostri compagni significativi. Le nuove «cose» innescano un nuovo sguardo, e noi vediamo il mondo come per la prima volta. Gli «oggetti» morti sono diventati all’improvviso vivi e significativi, sono diventati «cose». «Tutto il contingente è soltanto immagine», ha scritto Osip Mandel’štam. Ed io replico: tutto il contingente è soltanto frammento.

  2. Claudio Borghi, sei un mezzo invidioso, dai, fai un altro piccolo sforzo…

  3. Il cambio di paradigma
    Dalla forma-poesia riconoscibile alla poetry kitchen
    (di Giorgio Linguaglossa)

    Il concetto di poesia che è stata scritta nel Novecento come momento lineare ha promosso una forma-poesia nella quale lo spazio e il tempo erano il contenitore dell’io e delle sue vicende private. Oggi è lecito sollevare dubbi e eccezioni a questo concetto e a questa pratica della poiesis. La poesia italiana ha seguito il modello unilineare e cronologico della vita quotidiana, ed è finita dritta nella falsariga del «riconoscibile», nella «rappresentazione» mimetica. Il romanzo ha fruito di una uscita di sicurezza data dai suoi svariati generi e sotto generi: il giallo, il noir, il fantastico, il fantasy, il semi giallo, il quasi fantasy, il gotico, il gotico-fantasy, il giallo-fantasy, il fantasy e basta etc.; la poesia non ha avuto, per ragioni storiche, una altrettanta versatilità di forme e di generi, quindi era più vulnerabile, più esposta, e ne ha pagato le conseguenze.
    La poesia del Novecento si è trovata di fronte il problema di una «forma-poesia» «riconoscibile» con un linguaggio sempre meno «riconoscibile», con l’«io» posto in un luogo, immobile, e l’«oggetto» posto in un altro luogo, immobile anch’esso; di conseguenza, il discorso lirico si è ridotto ad uno schema, un confronto tra il qui e il là, tra l’io e il suo oggetto, tra l’io e il suo doppio, e il discorso lirico ha assunto una struttura cronologica e lineare. Senza considerare una possibilità che se l’oggetto si sposta, l’io vedrà un altro oggetto che non sarà più l’oggetto dell’attimo precedente; di più, se anche l’io si sposta di un centimetro, vedrà un oggetto nuovo. E così, il discorso lirico o post-lirico si è sviluppato tra queste due postazioni immobili. Un’altra via sarebbe stata in potenza percorribile, con le due posizioni che cambiano il loro luogo nello spazio e nel tempo, come avevano ben intuito Mandel’stam negli anni Dieci e Eliot con The Waste Land del 1922, ma dopo le avanguardie del primo Novecento la forma-poesia è ritornata all’ordine e si è assestata sul modello cronologico e lineare, trascurando il fatto che già Mallarmé aveva distrutto quel modello lineare dimostrando che era una convenzione e null’altro e, come tutte le convenzioni, sarebbe stato preferibile derubricarlo per sondare le possibilità di un’altra e diversa forma-poesia.
    La poesia del Novecento ha così ripiegato sulla stazione immobile dell’io, con l’io al centro del mondo, attorno al quale ruota la fenomenologia del mondo intrapsichico. È stato il modello vincente che ha imposto i suoi binari: l’io di qua e gli oggetti di là, in un costante star-di-fronte. Questo tipo di impostazione ha condotto la poesia inevitabilmente al pendio elegiaco, e il rapporto tra l’io ed il suo oggetto si è rivelato un dialogo posizionale, «convenzionale».
    Tra l’altro, questo schema presupponeva la possibilità che fosse comunicabile e trasmissibile una esperienza privata mediante il linguaggio lirico, ma nessuno ha mai saputo dire che cos’è l’«esperienza», è possibile una poesia dell’ «esperienza»?; l’idea più diffusa che si ha oggi in Occidente è quella di una poesia significativa di una esperienza genericamente «corporale» o genericamente «spirituale». Concetto quanto mai rarefatto e indiziario quello di «esperienza» che non è possibile identificare filosoficamente con cognizione di causa come acutamente ha detto Gadamer: come e quando nasce una esperienza?, come e quando finisce? – come nasce una intenzione significante?, come e quando finisce?, questa sarebbe stata una problematica da investigare. Una intenzione significante non è il prodotto stocastico, statistico, probabilistico di tutti i tentativi di intenzionare un significato?, è ancora possibile esperire questo trapassare di tutte le cose in «altro»?, in che modo scrivere in questa fluidificazione universale?, con quale sintassi?, con quale lessico?, con quale stile?, siamo immersi tutti i giorni nella fluidificazione di tutte le forme e nei vasi comunicanti, usiamo quotidianamente trasmettitori elettronici; il linguaggio è cambiato, e così anche il linguaggio poetico.
    La poesia dell’io che si è scritta in questi ultimi cinquanta anni, da Satura (1971) di Montale in poi non ha più nulla a che vedere con le questioni filosofiche classiche come la «radura», l’«apertura» all’essere o la «distanza» dall’essere, o l’«oblio» dell’essere, l’«impegno» nel mondo; la poesia si è ridotta ad una segnaletica microscopica dell’io, con attigua a questa dimensione una «zona franca» di frastagliature, di arcipelaghi semantici, di lessicalismi, di retorismi, di orfismi etc. È un processo storico lungo e complesso quello che ha visto l’io de-fondamentalizzato e de-funzionalizzato.
    Oggi siamo giunti ad un nuovo paradigma nella poesia italiana: la poesia kitchen o poetry kitchen. La poesia non è più una «zona franca» come scriveva Pasolini negli anni Sessanta, quanto una «zona neutra» nella quale i linguaggi sono stati neutralizzati e liofilizzati dalla nuova civiltà delle emittenti elettroniche. Chiedo: è ancora possibile esperire una esperienza?, è ancora possibile il «viaggio»?, come si pone l’«esperienza» nella nuova condizione della termodinamica delle strutture dissipative e della catastrofe permanente del mondo di oggi?, non siamo già da tempo nell’imbuto di una catastrofe permanente?
    La poesia kitchen ha il merito di aver scoperto la «crisi» e il «vuoto», e ne è rimasta fulminata, e il suo linguaggio è diventato «irriconoscibile». Ecco alcuni esempi di poesia kitchen:

    Zigzag il cane di Madame Bonjour con un monocolo di tartaruga
    lecca un gelato al cioccolato mentre guida la sua Porsche

    Eredia rapida si veste d’illusioni elettrocinetiche
    si reca alla undicesima rue di Nessun Luogo

    (Marie Laure Colasson)

    *

    A piazza Mastai c’è un bonsai
    A via Merulana c’è un viavai
    A via Labicana ci passa il tramvai n. 8

    (Gino Rago)

    *

    «Ha ragione il pappagallo Totò»
    – dice l’uccello Pettì –
    Neanche io voglio stare più qui
    Vado a Paris con Madame Colasson
    A trovare il Presidente Pompidou

    (Gino Rago)

    *

    Hanno smesso di allevare il mare,
    il rumore sordo affogato sopra un’onda
    è il tronco divenuto lucertola
    un deserto di visione che alleggerisce
    il disordine degli scogli.
    La badessa
    Non fa male l’odore della salsedine
    che sfoglia un libro

    (Mauro Pierno)

    *

    I mocassini di vernice continuarono a vivere limpidamente
    Il calamaio avvertì un leggero stupore
    K. tirò fuori dal taschino del gilet un orologio da tasca d’oro
    Lo consultò, fiutò della polverina bianca
    Nel frattempo, la teiera si alzò dal tavolo

    (Anonimo)

    *

    La gif di Marilyn spalanca gli occhi
    Bacia la faccina emoticon con gli occhiali
    Le dice: «I like you»
    Il pappagallo Totò deglutisce del ragù
    sulla testa del poeta Gino Ragò
    E starnutì

    (Giorgio Linguaglossa)

    *

    Una elefantessa assisa su uno sgabello
    boulevard des Batignolles
    guarda il poeta Gino Rago
    che beve un’ombra

    (Marie Laure Colasson)

    *

    Incontro un nano
    che sta prendendo un caffè seduto su una nuvola,
    litiga con degli esquimesi
    perché sono posiziocentrici e non amano Andy Warhol
    e l’anidride carbonica,

    afferma che parla l’italiano, ma dice sempre una sola parola:
    «Mai»

    (Anonimo)

  4. esperimento di ready language. un brano di Delitto e castigo di Dostoevskij

    Distretto n. 79

    Una lisa giacca a quadretti si posò sulle spalle di Raskolnikov
    e giunse al numero 19
    di via Grazhdanskaja, proprio all’angolo col vicolo Stoljarnyj,
    in cima ai tredici gradini che sta scendendo per l’eternità
    dalla sua soffitta al quinto piano.
    Tra poco sbucherà sotto l’arco del cortile, attraverserà il portone,
    passerà davanti alle ventidue bettole aperte sulla via,
    arriverà al ponte Kokushkin
    fino al numero centoquattro del canale Griboedov.
    Sono 730 passi.
    Li aveva contati innumerevoli volte.
    Guarda i due androni e i cortili, la scala di destra
    che tra poco infilerà
    fino al terzo piano, dove premerà il campanello con un suono debole
    e spento, che sembra di latta e non di ottone.
    Ha tempo per mettersi la mano destra sul cuore
    che batte troppo in fretta.
    Appesa a un cappio cucito all’interno del soprabito,
    sotto l’ascella sinistra,
    è pronta l’accetta con cui spaccherà la testa alla vecchia usuraia
    Alena Ivanovna e a sua sorella Lizaveta.

  5. antonio sagredo

    invece di leggere “il canto d’amore…” di Eliot,
    leggre il poema “Bistrot” di antonio Sahredo.

    grazie
    as

  6. milaure colasson

    T.W. Adorno
    Sul concetto di «Nuovo»

    “Gli argomenti contro l’estetica «cupiditas rerum novarum», che così plausibilmente possono richiamarsi alla mancanza di contenuto di tale categoria, sono intrinsecamente farisaici. Il nuovo non è una categoria soggettiva: è l’obbiettiva sostanza delle opere che costringe al nuovo perché altrimenti essa non può giungere a se stessa, strappandosi all’eteronomia. Al nuovo spinge la forza del vecchio che per realizzarsi ha bisogno del nuovo… Il vecchio trova rifugio solo nella punta estrema del nuovo; ed a frammenti, non per continuità. Quel che Schömberg diceva con semplicità, «chi non cerca non trova», è una parola d’ordine del nuovo […] Quando la spinta creativa non trova pronto niente di sicuro né in forma né in contenuti, gli artisti produttivi vengono obbiettivamente spinti all’esperimento. Intanto il concetto di questo (e ciò è esemplare per le categorie dell’arte moderna) è interiormetne mutato. All’origine esso significava unicamente che la volontà conscia di se stessa fa la prova di procedimenti ignoti o sanzionati. C’era alla base la credenza latentemente tradizionalistica che poi si sarebbe visto se i risultati avrebbero retto al confronto con i codici stabiliti e se si sarebbero legittimati. Questa concezione dell’esperimento artistico è divenuta tanto ovvia quanto problematica per la sua fiducia nella continuità. Il gesto sperimentale, nome per modi di comportamento artistici per i quali il nuovo è vincolante, si è conservato; esso però indica ora un elemento qualitativamente diverso… indica cioè che il soggetto artistico pratica metodi di cui non può prevedere il risultato oggettivo”. “la categoria del nuovo è centrale a partire dalla metà del XIX secolo – dal capitalismo sviluppato -“. “L’oscuramento del mondo rende razionale l’irrazionalità dell’arte: essa è la radicalmente oscurata”. “Nei termini in cui corrisponde ad un bisogno socialmente presente, l’arte è divenuta in amplissima misura un’impresa guidata dal profitto” .1

    1 T.W. Adorno Teoria estetica, Einaudi, 1970, trad. it. pp. 32,33

  7. milaure colasson

    Poetry kitchen

    Uno spettro si aggira per il mondo della poesia di accademia che si fa in Italia…
    Lo spettro della poetry kitchen
    Possiamo perimetrare il luogo vacante del soggetto a misura dell’insuccesso della simbolizzazione

    Il detto secondo cui «l’io non è più padrone in casa propria», significa che l’io è uno straniero a se stesso, che nella soggettività si annida una alienazione primaria non eliminabile

    non possiamo pensare nulla che preceda il linguaggio, il Reale appare, da
    un lato come una eccentricità interna ad esso, dall’altro come un eccedente della struttura linguistica

    La parola è il cavallo di Troia, una volta che fa ingresso nella città delle parole, si perde nelle strade più svariate, e il significante è il suo cavaliere che crede ingenuamente di guidare il cavallo secondo i suoi desideri, ma si inganna

    Il Reale in sé non è assolutamente nulla, è semplicemente
    un vuoto nella struttura simbolica che segnala una impossibilità. Il Reale non equivale a qualcosa di esterno che non si lascia catturare dalla rete simbolicama rappresenta la smagliatura stessa all’interno di tale rete

    È il linguaggio pubblicitario che impone al linguaggio poetico le sue regole, si tratta di una modifica del linguaggio che è avvenuta nelle profondità. Oggi la politica estetica la fa la pubblicità

    Wo Es war soll Ich werden, significa, per Lacan, che l’io non emerge dall’abisso dell’inconscio come un’isola dal mare, ma è un luogo di emersione della verità del soggetto ciò che riconduce l’io alla sua dimensione immaginaria

  8. Saverio Marconi

    Ombratile pallore del carrarmato. Stop.
    Intanto. Righe cartapeste inconsolabile.
    Su strade, cartellone. Rotella. Biden strappato un Putin mancato.
    Ridotto. File. Blindati. Altri ancora.haring ha già disegnato, già guerra. Fine terra. Alcool alle truppe.

  9. Saverio Marconi

    Organolettica schiera bullet imprimati
    Vagiti. Morituri morenti mai stesi. Sembianze, carri, ambulanze, cortei di soli vividi sembianze, cortei di altri, come allora nel sempre,
    Stantii silenzi, accorpa il silenzio la bomba all’ascolto senza fine del primate Marino. Nero il mare, sfocata la foce.

  10. “L’oscuramento del mondo rende razionale l’irrazionalità dell’arte: essa è la radicalmente oscurata”. “Nei termini in cui corrisponde ad un bisogno socialmente presente, l’arte è divenuta in amplissima misura un’impresa guidata dal profitto” .1

    La diafania del mondo del capitalismo cognitivo rende incognito ciò che non è diafanico, ciò che appare in superficie non corrisponde più a ciò che è nel profondo e che affiora dal profondo perché non c’è più profondità ma soltanto superficie superficiaria.

    Se tutto è linguaggio implica che nulla è linguaggio, il linguaggio corrisponde direttamente con il nulla.

    Nelle condizioni del capitalismo diafanico e del totalitarismo putiniano la poiesis semplicemente non ha un luogo, non ha luogo. L’arte totalmente oscurata di cui narrava Adorno è divenuta ratio del profitto, e quindi deiettata fuori della logica del capitalismo cognitivo che si regge sulla legislazione inconscia del profitto. La poiesis oggi in Occidente non è neanche legislazione inconscia di un qualcosa d’altro ma linguaggio superficiario della superficie.

    1 T.W. Adorno Teoria estetica, Einaudi, 1970, trad. it. pp. 32,33

  11. Saverio Marconi

    Adorniante strada in capitale, in
    Ictus e ictus. Non dà peso. aria millenaria
    Un rigolo, meticolosa luce, deflagra. Duchamp
    A martello in ombrello non ruota. Dati. Osservante tutto muore.

  12. Saverio Marconi

    Occidente ingenuo capitale. Non poesia paga.
    Orso in trappola, ramato in onda, strama.
    Biforca l’attesa, era pioggia l’anima del tempo.
    Pasolini chiama già taciuto. Lingua in armi.
    Suoni,suoni.desti. Deschi. Più ripida altura.
    Sonno in occidente. Atomo. Atomi. Mai assorto.

  13. Non so che pensare di queste nuove poesie di Giorgio Linguaglossa, di prossima pubblicazione. Inizia con una confessione, con bellissimi “non so” che, penso, si potrebbero concretizzare saltando, interrompendo, senza ricorrere ad esplicite dichiarazioni. Questo se il frammento fosse qual cosa che “interrompe”.
    Distretto n. 18: clima ovattato introspettivo (che già altre volte). Verbi al passato, quindi memorie, anche un filo di elegia. Collage e montaggio di cose precedenti.? Ma sì, se agisce infinito.

  14. caro Lucio,

    Fino al 2012 scrivevo poesie a tematica esistenzialistica. Dopo quella data qualcosa di determinante è cambiato, mi sono reso conto che non era più possibile scrivere una poesia o un romanzo esistenzialistici, e svoltai verso una nuo-va ontologia estetica di cui la poetry kitchen è l’ultimo e più ragguardevole esito.
    Il mondo era mutato radicalmente e la forma-poesia non poteva restare ferma in attesa di tempi migliori. La crisi del capitalismo neoliberale dal 2008 era lì, sotto gli occhi di tutti, c’erano delle buone ragioni per non scrivere più alla maniera del soggettivismo esistenzialistico.

    Distretto n. 18 è una raccolta risalente al 2008-2012, poesie a tematica cognitiva incentrate sulle esperienze psicologiche dell’io, sulle esperienze della «perdita», del «vuoto», dell’«angoscia». Le avevo messe da parte come traccia di un percorso della problematica fuoriuscita dalla poesia post-novecentesca del «quotidiano», poi le avevo abbandonate in un cassetto. C’era però in quelle poesie una novità rispetto alla poesia coeva: la ricerca della de-figurazione e della de-localizzazione dell’io, ma a quel tempo non ritenevo quelle novità determinanti, occorreva qualcosa d’altro, ma forse mi sbagliavo, ero esigente con me stesso, intuivo oscuramente che quelle novità erano ancora in itinere; oggi, con il senno postumo, penso che quelle poesie abbiano raggiunto una omogeneità stilistica inconfondibile.
    La tematica esistenziale viene perimetrata grazie un linguaggio a metà tra il psicologico e il quotidiano, con un lessi-co a metà tra i vocaboli di marca riflessiva e quelli di marca subliminale, il risultato è particolarmente soddisfacente, lo comprendo ora a distanza di più di dieci anni: ero riuscito ad introdurre la de-figurazione e la de-localizzazione nel linguaggio poetico, avevo compiuto il salto stilistico tanto cercato forse senza accorgermene.
    Oggi, alla luce della attuale poesia kitchen nella quale sono impegnato, quello spazio stilistico e linguistico mi appa-re dotato di caratteristiche significative, quel linguaggio poetico non era frutto del caso ma del lavoro di ricerca svol-to nel decennio precedente.

    Ho inviato a Transeuropa la raccolta in quanto (apparentemente) più vicina alla tradizione della poesia del novecento cui si è abituati in Italia, la poesia kitchen è troppo ostica per i palati diafanici dei letterati italiani, non avrebbe senso alcuno inviare poesia kitchen a chicchessia, non troverebbe udienza. La poesia kitchen è la poesia del futuro, il gusto dei letterati italiani, ad OGGI, non è pronto né disponibile a leggere una cosa kitchen. Tra poco pubblicgheremo l’Antologia della poesia kitchen, 16 nomi che si muovono in una direzione determinata. Il che non è poco.

  15. 22 luglio 2021 alle 18:10

    Il vero linguaggio biodegradabile è il linguaggio poetico di accademia che altro non è che un neoliberismo ontologico biodegradabile

    Una vita sempre più biodegradabile e ridotta alla sua misura puramente biologica e a una parola sempre più svuotata di significazione segnano il momento critico in cui la metafisica, e con essa la sua politica e il suo linguaggio, giungono ad una soglia radicale e ad una completa delegittimazione in cui l’uso che si fa del linguaggio è privo di significatività (che si parli di vaccini, di diritti delle minoranze, di legittima difesa, di Green Pass appare svuotato di contenuti significativi, non si riesce più a poter distinguere la verità della significazione dalla sua falsità). Questo processo investe in pieno anche il linguaggio poetico e letterario in genere il quale appare in tutta la sua natura biodegradabile, insufflabile di opinioni maldestre e fasulloidi.

    1) L’uso del linguaggio

    il raffreddamento e l’espropriazione del linguaggio nella tarda modernità segnano il punto di non ritorno nel compimento della metafisica e della biopolitica delle moderne società post-democratiche.

    Non sono propriamente delle cose quanto delle tessere, segmenti di RNA, simulacri iridescenti, accattivanti albedini di sostanze un tempo floreali diventate esiziali e virali

    2) L’uso della «verità»

    «Ezio, generale romano, detesta il conte Bonifacio, che governa l’Africa. Allora insinua in Galla Placidia, reggente per conto di Valentiniano II, il sospetto che sia un traditore. La prova provata, suggerisce Ezio, potrà ottenerla invitando Bonifacio a Ravenna, alla corte imperiale: di sicuro si rifiuterà di andarci. Poi scrive a Bonifacio avvisandolo che Galla Placidia medita di ucciderlo, e consigliandogli di rifiutarsi di andare a corte, perché non ne uscirebbe vivo. Galla Placidia invita Bonifacio, questi rifiuta e viene considerato un traditore. Il gioco è fatto».1

    Chiedo: Qual è la «verità»? C’è una «verità» diversa per ogni attore che recita sul palco della storia Ezio: Galla Placidia, Bonifacio.

    Chiedo: Qual è la «verità» della poiesis? C’è una «verità» per i sostenitori della poesia dell’io, del quotidiano, e un’altra «verità» per i sostenitori della poesia kitchen. Quale delle due «verità» è più «vera» dell’altra? Qual è l’Autorità che può stabilire la validità di una «verità» nei confronti dell’altra? Se e quando si stabilisce una Autorità, il gioco è fatto, quella avvalorata dalla Autorità è la «verità» vera.

    Noi, sostenitori della poetry kitchen non dobbiamo esercitare alcuna moral suasion, il nostro compito è un altro, è mettere sul tavolo la questione della «verità»: Quale «verità» è più «vera» dell’altra? La risposta è elementare. Noi pensiamo che la poetry kitchen contenga un nocciolo di «verità» più «vera» di quello della poesia di accademia perché il suo contenuto di «verità» è posticcio, falso, imbonitorio, irrisorio.

    1 M. Ferraris, Postverità e altri enigmi, Il Mulino,, 2017, p. 28

  16. Poesia kitchen
    da Il Signor K. ha preso le sembianze di Clint Eastwood (inedito)

    Il Signor K. dopo un litigio con il suo
    alter-ego, il Signor Cogito,
    è evaso da una poesia della raccolta Distretto n. 18
    di Linguaglossa
    e si è andato a sistemare nella attigua raccolta di poesia
    Storie di una pallottola e della gallina Nanin
    del poeta Gino Rago
    dove poi ha scombussolato l’ordine degli eventi:
    il cavaturaccioli ha preso a litigare con la caffettiera di van Gogh
    la pipa di Magritte
    ha messo a soqquadro le piazze di de Chirico
    e cose del genere.

    Dice K. che non va proprio bene
    che nella poesia di Linguaglossa ci siano tanti cloni, avatar, cyborg,
    un coccodrillo che litiga con un appendiabiti,
    un dinosauro che si invaghisce di Ivanka Trump,
    corvi che gorgheggiano,
    presidenti del consiglio, ciarlatani
    e misteriosi personaggi sortiti fuori dallo sgabuzzino dei fantasmi
    della abitazione di Marie Laure Colasson,
    tra i quali il sedicente uccello Petty
    che parla in perfetto idioma norvegese…
    ci sono anche dei turisti che attraversano la camera da letto
    in monopattino
    c’è il poeta Vincenzo Petronelli
    e bambini che giocano nel cortile con la cacca,
    c’è anche il poeta Gino Rago che sortisce dalla vasca da bagno
    vestito di tutto punto
    si fa la barba con il rasoio Gillette trilame inox
    si spruzza sul collo del profumo Versace “Blue jeans”
    si guarda soddisfatto allo specchio
    e dice:
    «Sono io il poeta capostipite della Poetry kitchen!»
    c’è il poeta pentastellato Lucio Mayoor Tosi
    il quale sta fabbricando la sua ennesima instant poetry
    e si invaghisce della tgirl Korra Del Rio
    ma quella
    per riconoscenza
    lo tradisce con un poeta della collana bianca della Einaudi,
    un energumeno buono a nulla tegumentato di sostanze gelatinose sulla zucca
    tale Franco Arminio…
    «E tutto ciò per un nulla di fatto!»
    esclama il poeta Mauro Pierno appena uscito dalla toilette
    dove ha appena finito di fare un bisogno.

    Un gabbiano volò sul cofano di una Peugeout 206,
    targa FA823XL
    parcheggiata proprio davanti alla abitazione del critico Linguaglossa
    in via Pietro Giordani n. 18
    e ci fece della cacca.

    *

    (scritta un anno prima che la collana bianca di Einaudi pubblicasse il libro di Franco Arminio)

    • Guido Galdini

      Caro Giorgio
      mi permetto una rettifica
      il libro di Arminio non è stato pubblicato nella collana bianca, la classica collana di poesia Einaudi che va avanti da quasi cinquant’anni, ma in Einaudi Stile Libero, una collana molto meno di nicchia (quella dove ai tempi pubblicavano i cannibali). A voi tutti trarne le conseguenze.

  17. Nelle altalene così come nei sobborghi gli squassi si adoperano per una bella

    Nelle trincee così come nelle carbonaie si mimetizzano camaleonti tattici.

    Hai saltellato, disobbedito allo stato dell’Unione
    incrementando le sanzioni. Meglio boicottare.

    Un salto di qualità sarebbe la no fly zone in leasing
    tra Occidente ed Oriente. Un po’ a te un po’ a me.

    Putin aveva annunciato tutto senza essere sostenuto da preghiere e ogni santi.

    Whoooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooppooooooooooooooooo.

    (L’eleganza di Giorgio Linguaglossa sta negli abiti delle sue poesie, davvero esterna letteratura anche indossando pantaloni larghi due taglie in più, maglioni slabbrati e macchiati, sudici di poetry kitchen. Ricordandoci sempre in ad ogni rigo che l’abito poetico non possiede più nessun verso.)

    Grazie OMBRA.

      • Manca il filmato…

        Nelle altalene così come nei sobborghi gli squassi si adoperano per una bella pummarola.

        Nelle trincee così come nelle carbonaie si mimetizzano camaleonti tattici.

        Hai saltellato, disobbedito allo stato dell’Unione
        incrementando le sanzioni. Meglio boicottare.

        Un salto di qualità sarebbe la no fly zone in leasing
        tra Occidente ed Oriente. Un po’ a te un po’ a me.

        Putin aveva annunciato tutto senza essere sostenuto da preghiere e ogni santi.

        Whoooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooppooooooooooooooooo.

        (L’eleganza di Giorgio Linguaglossa sta negli abiti delle sue poesie, davvero esterna letteratura anche indossando pantaloni larghi due taglie in più, maglioni slabbrati e macchiati, sudici di poetry kitchen. Ricordandoci sempre in ad ogni rigo che l’abito poetico non possiede più nessun verso.)

        Grazie OMBRA.

  18. In un suo commento Giorgio Linguaglossa scrive:
    «Distretto n. 18 è una raccolta risalente al 2008-2012, poesie a tematica cognitiva incentrate sulle esperienze psicologiche dell’io, sulle esperienze della «perdita», del «vuoto»[…]».
    Ecco la parola per me decisiva: il vuoto.
    Anche in Distretto n.18 si registra la lotta fra il poeta e il vuoto che non è il nulla, ma un’altra forma di materia. Come un reziario nell’arena, il poeta lancia la sua rete, compie il gesto con cui cattura il vuoto-pagina bianca e il vuoto assume la forma della rete. Il gesto estetico che Giorgio Linguaglossa compie fra l’angoscia, la perdita e il vuoto trasforma la pagina bianca nella forma-poesia, registrando la cattura del vuoto con le cifre d’una composizione in stile kitchen ben evidenziate da Marie Laure Colasson nel suo commento, fra le quali anche in Distretto n.18 spiccano e si impongono come decisive il procedimento serendipico e la estetica del montaggio.
    Propongo, traendola dal libro di prossima pubblicazione Storie di una pallottola e della gallina Nanin di cui sto ultimando la correzione delle bozze,
    la Storia di una pallottola n. 11

    Gino Rago
    n.11

    Il commissario Montalbano spegne la sgaretta.
    Poi fa un monologo interiore a bassa voce.
    Dice:
    «Madame Colasson,
    la pallottola calibro 7.65 del suo revolver può ridurre ad uno scolapasta
    quel distinto Signore di Stavrakakis
    e invece ha colpito
    un platano del libro di Gino Rago I platani sul Tevere diventano betulle,
    mentre il suo autore, il distinto poeta,
    correva dietro le sottane di Catherine Deneuve…
    Lo so, non è stata Lei a sparare…
    Ritengo che in qualche modo abbia la sua parte quel Linguaglossa,
    il titolare dell’Ufficio Affari Riservati di via Pietro Giordani,
    l’energumeno che ha trattato la tangente per 65 milioni di dollari
    con gli emissari di Putin.
    Anche i leghisti, lo sa, sono una banda bassotti della peggiore specie,
    dove possono arraffano…
    Stia attenta anche a quel filosofo greco
    che si spaccia per marxista…
    In verità, io dei marxisti non mi fido,
    preferisco loro la crossdresser Ewa Kant,
    presidia sempre il marciapiede al Moulin Rouge…»

    Il dottor Montalbano riprende fiato.
    Poi dice:
    «Madame Colasson,
    vede quel Signore lì? Quello con la giacca a quadretti?
    E’ Alain Robbe-Grillet.
    Sì, lo scrittore.
    Crede di essere un avatar, un calzolaio, un aiuto lavapiatti.
    Sta là dietro,
    nel retrobottega, in cucina come addetto alla lavanderia
    e alle pulizie dello stabile,
    al pronto soccorso delle parole in ortopedia.

    Nella sala d’attesa dell’aeroporto
    Liz Taylor e Audrey Hepburn litigano.
    Vogliono un posto in una Struttura dissipativa della Colasson,
    invece vi precipita Italo Calvino con tutte le scarpe.
    Adesso Marlon Brando fa il posteggiatore abusivo a Fiumicino
    e Robert Mitchum fa l’autista di taxi in “Taxi driver”.

    Sulla testa di Robbe-Grillet cadono palloncini colorati,
    carte da gioco,
    un corno di corallo, una statuina decapitata, un collare per cani,
    una crema di aloe, un totem in alabastro,
    una confezione di taralli
    e un tubetto di dentifricio “Colgate” con fluoro activ…

    Madame Colasson, Lei non ha un alibi!».
    *

  19. Mauro Pierno
    Compostaggio (luglio 2021)

    Laura aveva 10 anelli: uno per ogni dito
    quanti i figli nati anche con i cesarei.

    Il mare dall’oblò.
    A Venezia il parrucchiere per signore von Aschenbach.

    La rotta degli alluci coincide con il prossimo anticiclone che trafùga oggetti alla primavera.

    Dove i treni non si fermano
    lì è il luogo ove sostare.

    Le relazioni verticali in poesia sono fittizie. In realtà ogni verso è parte di un lungo testo orizzontale

    Sopravvivere all’attacco dei versi. Pandemia che provoca vomito e bifida la lingua.Optare per l’uno o l’altro.

    Buon Giorno Signor Klister. Ha risolto il problema?
    Con tutto il materiale indiziario in suo possesso,
    dovrebbe giungere a conclusione il contezioso con le parti offese.

    Il piano finale è senza interruzione. Le divise corte,
    con calzoncini alle ginocchia. Le magliettine estive.

    Una giraffa dialoga con il tempo sul tempo del tempo
    prende il suo tempo seduta su uno sgabello da bar

    gesticola e discute con un corvo che fuma un sigaro avana

    Ed un becco di pappagallo che noi perdemmo nel ventitré, pre, preprepreprepre pre pre

    Venite in vacanza qui
    Comfort, camere sanificate, picnic,

    Colazione a buffet, piscina con idro, sale relax
    e penne bic

    La Ladyboy Aris fa sesso con il Macho Zozzilla
    Gli dice: «Il Green Pass passerà»

    Prima, una bella vacanza, poi l’abitudine.
    – Eh.

    Ciò che conta è quello che manca, ciò che manca è quello che conta. Sta scritto nel thriller.

    È ora che ti scegli un marito se non vuoi superare la trentina e trovarti nel dimenticatoio. Anche questo sta nel thriller.

    “Non abbiamo già abbastanza guai,
    da andarceli a cercare a tutti i costi? Cosa c’è, ti puzza
    l’aria, che vuoi andar via da qua?”, con gli occhi accesi

    Noi camminiamo sulla riva del mare
    È ieri. È oggi. Ci si accosta, ci si sorride
    Precipitiamo. Pioggia. Sole. E di nuovo pioggia
    Sappiamo che l’inverno non è lontano
    È ieri. È oggi. Rammento soltanto le tue mani.
    Sappiamo che ieri è già domani.

    – Questo è quanto. In ordine di apparizione :
    M.M.Gabriele, Mauro Pierno, MimmoPugliese, M.R. Madonna, Michal Ajvaz, Francesco P. Intini, M.M.Gabriele, Mauro Pierno, M.L. Colasson, Renato Carosone, Gino Rago, G. Linguaglossa, Lucio Mayoor Tosy, G. Linguaglossa, Vincenzo Petronelli, M.R. Madonna.

  20. caro Gino Rago

    chi tenta di argomentare in pro di un «ritiro nell’inoperosità», di un’«ontologia inoperativa [quella di Agamben] che continua a presupporre un soggetto autarchico», in un certo senso coglie e non coglie nel segno perché imputa il lato debole in cui la soggettività è ridotta nel mondo globale e glocale. Quello che Agamben ci consegna (una ontologia della inoperatività) è, a mio avviso, una utilissima ontologia della disapplicazione e della disattivazione del dispositivo retorico, governamentale, storicistico, ontologia che può essere assunta a pieno titolo dalla poetry kitchen fino alle sue estreme propaggini della instant poetry e della Kitsch poetry. Ma dinanzi alla militarizzazione del pianeta posta in essere da potenze come la Cina e la Russia e altre autocrazie regionali, opporre una disapplicazione soggettivistica, è un atto di ingenuità e di gratuità.
    La disapplicazione e la disarticolazione del linguaggio alienato che la poetry kitchen mette in campo a tutto campo è l’unica via di accesso ad un nuovo dispositivo, precisamente quello poetico e poietico, ma certo del tutto insufficiente, è inutile impiegare eufemismi, diciamo le cose come stanno: le democrazie occidentali sono in pericolo dinanzi alle demoKrature sparse nel mondo e nulla possono gli atti individuali di disapplicazione dei dispositivi retorici e governamentali.
    Parlare di «pace» come opzione soggettivistica e di dispositivi soggettivistici di disapplicazione dei dispositivi retorici e governamentali in tempi di catastrofe nucleare e di auto catastrofe psicologica è, a mio avviso, insulso ed erraneo oltre che erroneo. Ci troviamo in un cul de sac, in un vicolo cieco.
    Quello che resta lo fanno i poeti nell’unico modo loro assegnato dal corso degli eventi: abitare im-poeticamente il mondo alienato e im-poetico.
    Col senno del poi, mi accorgo che le ragioni di una poiesis cognitivistica era una strada sbarrata dal corso degli eventi storico, Distretto n. 18 in tal senso segna un momento di passaggio e di svolta dal paradigma novecentesco. Dopo quest’opera la svolta verso una nuova ontologia e una nuova fenomenologia del poetico ha avuto una ulteriore accelerazione, ma già in Distretto ci sono, a ben guardare, elementi kitchen ben visibili, gli elementi di discontinuità con il paradigma novecentesco ancorato ad un progetto mimetico di rappresentazione sono vistosi.
    In tal senso la mia raccolta: Il Signor K. ha assunto le sembianze di Clint Eastwood, la tua: Storie di una pallottola e della gallina Nanin, quella di Marie laure Colasson: Les choses de la vie (di prossima pubblicazione), e Faust chiama Mefistofele per una metastasi (2021) di Francesco Paolo Intini sono già poesia integralmente kitchen, sono opere che chiudono ad ogni ontologia novecentesca e aprono verso una poesia di dopo la metafisica, sono opere che hanno varcato il Rubicone, non possono più tornare indietro perché indietro non c’è più nulla, non c’è alcun passato, alcuna tradizione, quegli antichi dispositivi poietici sono stati derubricati in storialità, sono diventati archeologia.

  21. Saverio Marconi

    L’ombra delle parole cala
    Lirismo d’anfratti per nuove cucine
    Il dottor Dobermann è già canzone,
    Francesco il principe né è testimone.
    Tutti in cerchio i caporioni, nessun cuoco
    Di Salò sorge. Tutti buoni, consumati
    I dolori. Guerra è guerra. Poesia poesia.
    Infissa la trave, cala l’ombra sulla stessa poesia.
    Chiamala come vuoi, bio, bios, nuda vita.
    Agamben non manca mai in un proprio cielo.

  22. DA UNA “A ” UN CARRO ARMATO

    Tutti quelli del teatro videro nascere un carro armato e da una B un missile.
    Ci era così familiare calcare la mano sulle virgole che non ci stupimmo di vedere sbucare reggimenti di fanti.

    Sacchi di O sparsi sulle strade come sale sul ghiaccio.

    La lavastoviglie pregava il sapone di lasciarle un po’ di schiuma.
    Così il Van Gogh con i girasoli di plastica ebbe buon gioco di un drone
    a volo sulla polvere.

    Seguitava un pesciolino a mostrare le ferite d’argento. Il microfono era salvo per miracolo e poteva fare il suo servizio.

    Troppe S sparavano dai pertugi nel pavimento e così bistrattato non s’era mai visto il popolo dei ragni.

    Lo schermo della TV ebbe un sussulto di insubordinazione.
    Bisognava mandare in onda la pubblicità
    e non c’erano sufficienti sorrisi nelle Z.

    Il mondo delle mitragliatrici lanciò un ultimatum al ritmo delle frasi.

    Se avessero scritto ancora in endecasillabo
    il prezzo dei panzerotti sarebbe lievitato
    e quello delle orecchiette affondato.

    Nei vicoli e nelle basiliche subentrò il silenzio gregoriano.
    Cosa c’è di meglio di uno spartito all’olio extravergine d’oliva?

    La libertà del verso non può essere messo in discussione da un tizio che spolvera il vocabolario dei taralli al peperoncino.

    Un truciolo con le antenne si rifugia nel temperamatite.
    La metro è ferma e non passerà un lapis per tutto l’inverno.

    I giocattoli al latte muoiono tra i binari.
    Le bottiglie si appartano per fare l’amore.
    Bolle di anidride carbonica nascondono l’intimità.

    (Francesco Paolo Intini)

  23. 21 febbraio 2016 alle 9:51

    Il Gruppo 63 – i giovani TQ (gli internauti privi di carta nautica)

    Ecco l’articolo postato da Dario Fertilio nel 2011 sulla presunta filiazione tra due movimenti che, a nostro avviso, non hanno nulla in comune, ma proprio nulla, essendo i TQ un prodotto “snob” dell’industria culturale che vuole piazzare i propri prodotti in prima fila nelle vetrine delle librerie Mondazzoli:

    «All’inizio ci fu la «generazione di Vulcano» (definizione di Umberto Eco): erano i grandi artefici del primo Novecento, da Marinetti a Ungaretti. Poi venne la «generazione di Nettuno» (anche questa inventata da Umberto Eco): letterati subacquei, freddi e sperimentali, quelli della Neoavanguardia e del Gruppo 63, i Balestrini e i Sanguineti, gli Arbasino ed Eco, con i rispettivi seguaci e stroncatori. Infine, una decina d’anni fa, ecco la «generazione di Eolo» (definizione, stavolta, del critico Renato Barilli): cioè gli internauti elettronici, gente che si è fatta le ossa sui computer e un nome sui libri di carta, come Niccolò Ammaniti, Aldo Nove, Tiziano Scarpa o Silvia Ballestra.

    Ma gli ultimi, i nativi digitali, quelli che fuori dalla rete non sanno respirare e non ci sono mai vissuti, adesso come li chiameremo? TQ, certo, secondo la stessa autodefinizione di trenta-quarantenni aspiranti ribelli che hanno appena redatto i loro manifesti. Tuttavia un problema d’identità deve pur esserci, se persino il critico per eccellenza di tutte le avanguardie, Renato Barilli, non ha ancora deciso come definirli.
    Eppure, fra il 18 e il 20 novembre, chiamerà sedici di loro a San Lazzaro, nel Bolognese, per sottoporli a un fuoco di fila di domande ed assegnare una carta d’identità letteraria a tutto il gruppo. Sarà la «quarta ondata», il nome, o rischierà per loro addirittura l’etichetta «generazione di Marte», per sottolinearne una certa aggressività ideologica anticapitalistica e antimercato, disponibile a occupazioni, contestazioni e varie azioni di guerilla culturale?
    «Ancora mi sfuggono i termini esatti della questione – confessa Barilli – perché il nodo principale non è stato sciolto. Loro, quelli di TQ, la buttano in politica, il che va benissimo. Ma prima di tutto ci vuole un nocciolo di novità stilistica, altrimenti il movimento non va da nessuna parte. Io credo che potrebbe essere la “prosa in prosa” di alcuni di loro, questa novità, il ricorso a scritture brevi campate apparentemente in aria, in realtà perfette nello spazio virtuale di internet».

    Per ora, le strade dei TQ e quelle del Gruppo 63 sembrano lontane anni luce. Anche in passato, certo, il neocapitalismo e l’industria culturale erano considerati nemici: ma per combatterli allora si proponeva un tipo di scrittura che andava dall’abbassamento del tono stilistico ai barocchismi di Manganelli e Arbasino, all’uso libero dei segni, all’inconscio; ci si muoveva insomma da premesse estetiche, valide più o meno per tutti. Qui invece, come conferma uno dei giovani teorici TQ, Gabriele Pedullà, «non si inseguono i singoli pesci, ma si ragiona su come fabbricare la rete per pescarli». Il che, tradotto, significa: prima si trovano i mezzi adatti per farsi sentire, poi si ragiona sui contenuti comuni.
    Giusto o sbagliato? «Tutto sommato giusto», secondo la critica letteraria Niva Lorenzini, principale studiosa ed esegeta di Sanguineti e Porta. «Benché sia passato mezzo secolo, e non esistano più le riviste dei grandi dibattiti come “Il Verri”, “Officina” o “Menabò”, resta la grande esigenza di un fare collettivo, di una comune presa di coscienza. Questa nuova generazione deve trovare la sua identità, definire un modo di produrre comune, gettare le basi di un nuovo realismo, riaprire il dibattito dopo l’eccesso di individualismo che abbiamo sperimentato».

    Questo è un punto su cui le due generazioni, Gruppo 63 e TQ, concordano in pieno: il vuoto di proposte e valori del nostro tempo. Angelo Guglielmi, che della Neoavanguardia fu critico e militante, parla di «situazione liquefatta», da cui uscire trovando un «momento di aggregazione». Sarà quello dei TQ? «Perché no? – si chiede Guglielmi – se come noi questi giovani sapranno rifiutare l’attuale condizione di qualunquismo e sciatteria». E lo stile? «L’approccio deve essere, come lo fu per noi, quello sperimentale, l’unico che garantisca un risultato credibile. Certo, fra i TQ ci sono letterati che non condividono questa impostazione, ma due fra i migliori – il critico Andrea Cortellessa e lo scrittore Nicola Lagioia – li sento vicini. Comunque, viva le differenze: anche fra noi del Gruppo 63 ce n’erano tante».

    Curiosamente, un critico che fu tutt’altro che tenero con la Neoavanguardia degli anni Sessanta, Goffredo Fofi, oggi promuove i TQ per ragioni opposte a quelle di Guglielmi: «Perché non mi sembrano particolarmente sperimentali, e fortunatamente ricominciano a interessarsi della realtà. Meno male, vuol dire che ci stiamo risvegliando da un sogno durato trent’anni di grande idiozia e complicità collettiva. I militanti del Gruppo 63 erano solo dei neocapitalisti, forse per i giovani è arrivato invece il momento di sprovincializzarsi, di recuperare un rapporto col mondo».
    (Dario Fertilio)

  24. Il primo slogan della Microsoft, “Where do you want to go today?”, alludeva alla libertà e alla mobilità sconfinate del web. Questa euforia iniziale oggi si è rivelata un’illusione. La libertà e la comunicazione illimitate si rovesciano in controllo e sorveglianza totali. Anche i social media assomigliano sempre piú a panottici digitali, che sorvegliano lo spazio sociale e lo sfruttano per scopi commerciali.

    Ci eravamo appena liberati dal panottico disciplinare e già ci troviamo in un nuovo panottico, incredibilmente piú efficace. Almeno, i detenuti del panottico benthamiano venivano isolati l’uno dall’altro allo scopo di imporre una disciplina e non potevano parlare tra di loro.
    Gli utenti del panottico digitale di oggi, al contrario, comunicano ogni minuto l’uno con l’altro, si denudano volontariamente e si mostrano al meglio per quello che non-sono. Cosí contribuiscono, volontariamente, alla costruzione del panottico digitale, la loro prigione digitale. La società del controllo digitale fa un uso massiccio della libertà: essa è possibile soltanto grazie all’auto esposizione, all’auto denudamento volontari. Il Grande Fratello digitale esternalizza l’interiorità, o meglio, induce a credere nella bontà della interiorità esternalizzata.

    Le poesie e i romanzi dozzinali che si scrivono e si pubblicano a quintali ogni minuto sono pensati e scritti sul modello del Grande Fratello, non fanno altro che prendere per buona questa novella favella.

    Il rifugio nella bella interiorità dell’anima (Cfr. le poetesse pubblicate dalla collana bianca della Einaudi) corrisponde al rifugio nella bella trascendenza di molte scritture poetiche e narrative di oggi; si tratta, nella migliore delle ipotesi, di scritture innocue e malcelate.

    Lucio Mayoor Tosi
    25 luglio 2021 alle 9:02

    La verità, meglio diluirla nel linguaggio. Anche perché in purezza (con parole) non esiste: è volatile, momentanea, instantanea. A meno di farne dogma, principio, ideologia… In parole è continua trasformazione, acquisizione, rivelazione, inciampo. Ma resta il migliore tra gli input per ricavarne un verso.

    Giorgio Linguaglossa
    25 luglio 2021 alle 10:54
    La poetry kitchen diventa ogni giorno di più una poetry ludens. Il principio ludico istituisce la poiesis kitchen come spazio di gioco all’interno del quale non vigono più i rapporti di dominio e le forze produttive del gioco all’interno dello spazio sociale. La poetry kitchen dipende dalla nostra capacità di fare uso dell’inutilizzabile, di ciò che è stato deiettato dalla produzione e che quindi si sottrae alla logica binaria della produzione e del consumo.

    Lucio Mayoor Tosi scrive:
    «La verità… è volatile, momentanea, instantanea… continua trasformazione, acquisizione, rivelazione, inciampo»; perfettamente vero, ma se sostituiamo alla parola «verità» la dizione «contenuto veritativo», ecco che ci avviciniamo ad una impostazione più corretta del problema.

    Nella logica del gioco e della gratificazione attraverso gli «I like», gli «amici», i «followers», anche la comunicazione sociale è oggi funzionale alla modalità del gioco: la ludicizzazione della comunicazione procede insieme alla commercializzazione della comunicazione. Nello spazio kitchen invece la comunicazione viene crivellata di colpi e ridotta a colabrodo: si ha gioco, spazio ludico kitchen, nella misura in cui la comunicazione estetica viene abbordata e affondata dalla non-comunicazione, da messaggi non-comunicazionali inutilizzabili.

    Mauro Pierno
    25 luglio 2021 alle 9:52

    Hanno smesso di allevare il mare, il rumore sordo affogato sopra un onda
    è il tronco divenuto lucertola,
    un deserto di visione che alleggerisce
    il disordine degli scogli.
    La badessa.
    Non fa male l’odore della salsedine
    che sfoglia un libro,
    vira le ali di un rondone, sfoglia distratto le labbra,
    si arrampica scia e compone uno squarcio
    di un fico selvatico.
    Le novizie anche sputano il veleno della rivelazione
    e compiono le rivoluzioni nel respiro di un kayak.

  25. Ora prestiamo attenzione all’effetto del vino.
    Già troppo tardi. Versi perduti. Versi? Frasi fatte.

    Ormai non esistono parole veloci abbastanza
    per offrire solidarietà. Prima che iniziasse la guerra in Ucraina,
    il presidente Biden. Ma adesso tace.

    Europa si smarca dalla dipendenza russa, fanno trattative
    in altri paesi. Qualsiasi strategia. Chiaro, grazie.

    Amico. Adeguata accoglienza. Animali in devozione, carri
    dove serve. Ma non c’è fame. Se non c’è fame, sono solo
    pensieri.

    Palazzi nemici. Sì, dobbiamo difendere i nostri soldati.
    Decori religiosi, senso della vita, pellicola alimentare e performance concettuali.

    Ballerini, il mio teatro! Poeti scrivono dando la mano ai morti.
    Crisi della normalità. Cavallini azzurri, è notte. Segno che domani.
    E non ne avremo voglia.

    Mondo antico. Lento. Con troppa voce. In arte, dilettanti.

    LMT

    • Osho mi è padre. Il più sgangherato dei padri.
      Ma il mio vero padre era poeta, ed era un uomo buono.

      Detto questo sbucciamo uova. La cena è quasi pronta.
      Fin qui, come viaggiare a settanta all’ora. Chi se la sente
      dica della sua vita, da moglie marito a figlio figlia. E adesso.

      Come pulire dove manca la strada, vederci chiaro.
      Amici fantasmi con proprie calzature, quelle che hanno in vita
      e che ricordano. Anche i soprabiti.

      Memoria è presenza. Diciamolo,
      altrimenti scocca la fertile abbondanza logica del più chiaroveggente.
      Bla bla. E bla bla. Padre, non verrò domenica al battesimo del figlio.

      Dico qualcosa, come fossi in preghiera. Seguono domande
      sul primo che passa. Di tempo ne abbiamo avuto.

      Dimentica. Sono le tre. Sono derelitta.

      LMT

  26. caro Lucio,

    …però io in queste tue ultime due composizioni vedo il pericolo di una ludicizzazione integrale dello spazio poetico, se lo spazio poetico diventa integralmente ludico non resta altro dell’Altro che un ludus, il che significa che si resta all’interno del campo di gioco del Simbolico e il Simbolico continua a perorare la sua legislazione: perché il ludus, il gioco obbedisce alla stessa legislazione del non-gioco (quello delle cose serie, dei rapporti di dominio, dello scambio monetario), rientra nello schema simbolico del dominio. Infatti il gioco, il campo di gioco non è affatto neutrale, è un campo che dipende dal non-gioco, come bene sanno i grandi comici i quali macchiettizzano il campo del non-gioco tramite, appunto, il gioco. Voglio dire che ampliando a dismisura il campo di gioco, alla fine tutto diventa gioco, ludus, intervallo tra un gioco e un altro gioco, e le parole arrivano in gran quantità, e per giunta gratis… come tu stesso ammetti con un retro-pensiero: il «problema di ogni poeta, penso, quello di farsi loquace».

  27. cari amici,

    Benvenuti nel Reale, ovvero, nel Capitalocene, ovvero, l’epoca che contrassegna lo sviluppo su scala globale del Capitalismo, o meglio, mi correggo, del Turbo-Capitalismo. Il capitalismo è incompatibile con la vita sulla Terra, dal momento che presuppone una crescita infinita in un mondo di risorse finite, ne deriva che la contesa su scala planetaria delle risorse finite, quelle rare, come le terre rare, l’energia tratta dall’Elio e i metalli rari, saranno il turning point dello scontro tra le maggiori economie planetarie (L’Occidente e l’Oriente). Il futuro (prossimo e remoto) vedrà sempre più la contesa globale trasformarsi in una situazione bellica globale, e le potenze vincitrici saranno quelle che potranno arraffare la maggior quantità dei nuovi metalli e delle tecnologie estrattive dell’Energia che garantiscono lo sviluppo delle nuove iper-tecnologie. Questo è il quadro, al di là di lirismi e di giaculatorie. Quadro drammatico. Quello che ci attende nel prossimo futuro è nient’altro che questo: uno scontro globale per l’acquisizione delle ricchezze rare indispensabili allo sviluppo delle nuove tecnologie che assicureranno il dominio planetario. In questo quadro globale penso che non ci sia più spazio per il ludus e per le regioni del cuore. Xi Jnping lo sa.

  28. Saverio Marconi

    a Giorgio Linguaglossa

    La lavastoviglie pregava il sapone e la schiuma fece il resto
    Il cavallino di legno nitrì anni dopo al vecchio libertino
    l’i-pad lasciò il suo messaggio ai sacerdoti del tempio
    Un templare, di furia e incanto, misurò la forca al primo atomo
    Non ci fu doglia sul marciapiede smarrito. Un passeggino vuoto

    cremava lacrime di gelato dalle ruote rosicchiate da un topolino
    Il bambino rideva, a ogni dito rosicchiato un cerbiatto moriva
    bevendo l’acqua del lago montano. Le cime sono cartoline
    per la vista di carbonite.

    Epitaffi erano gli schermi, le lapidi iraconde. Tutto nasconde
    il segreto di Paracelso. Nel sole nitrisce
    il rinoceronte. Putin osserva la nebbia. La mente abbaia. Insetti muovono l’asse terrestre.

  29. caro Saverio Marconi,

    ho letto questa Sua composizione e mi sono detto: “questa è vera poesia kitchen!”.
    Complimenti, non è facile affatto entrare dentro le ruote dentate del nuovo meccanismo del poetico in modalità kitchen.
    Solo due suggerimenti: correggere Putin con Putler e sostituire “Tutto” con un soggetto.
    Per il resto la composizione è realmente ultronea. Metta anche una sua biobibliografia essenziale, così, tanto da presentarci.
    Grazie, un saluto.

    • Saverio Marconi

      Grazie per il suo commento. Scrivere poesia così è molto divertente, rilassante. Non è vero che è difficile entrare nei meccanismi della poesia Kitchen, a me diverte. Siete molto simpatici in questo blog. Buona serata.

  30. Pongo una domanda semplice: prima di ipotizzare l’esistenza di tanti universi si dovrebbe porre la domanda seguente: perché esiste un solo universo e non tanti universi?
    E anche la seguente domanda: se poi esistessero davvero infiniti universi non potrebbe darsi che questi infiniti universi corrispondano ad un unico universo?

    La fine dell’eternità*

    Nel romanzo di Isaac Asimov La fine dell’eternità, del 1955, il protagonista, appartenente alla casta degli Eterni che vive fuori dal tempo e ne può modificare il continuum (la “Realtà”), spostandosi tra le epoche come ci si sposterebbe da una città a un’altra, si ribella all’Eternità e ne distrugge le fondamenta; in tal modo l’umanità può recuperare il suo libero arbitrio, assumendosi la piena responsabilità di scelte che non possono essere modificate per dare forma a una diversa Realtà.

    Il romanzo si chiude celebrando «la fine dell’Eternità» e «il principio dell’Infinito».
    È paradossale che un libro di David Deutsch in cui si discute dell’idea del multiverso si intitoli proprio L’inizio dell’infinito, che nell’ottica del romanzo di Asimov rappresenta invece la fine degli “universi paralleli” e l’inizio di un “unico universo”. L’idea del multiverso è difficile da accettare,secondo la fisica teorica pakistana Tasneem ZehraHusain, perché paradossalmente, sebbene «ampli il nostro concetto di realtà fisica in misura quasi inimmaginabile, appare claustrofobica nel suo de-marcare un limite esterno alla nostra conoscenza e alla nostra capacità di acquisire conoscenza»

    Pensiamoci: se tutte le nostre possibili scelte sono destinate a realizzarsi in qualche universo,che senso hanno le nostre preoccupazioni su quale scelta è quella giusta, su come andranno le cose, sulla morale e sull’etica? Che senso ha, in ultima analisi, il libero arbitrio, ossia la nostra libertà di scelta
    ? Tutto quello che può accadere,accade; tutto ciò che possiamo scegliere di fare è già stato scelto. Ecco la claustrofobia del multiverso (che si respira, non a caso, anche nel romanzo di Asimov).

    È stato osservato, giustamente, che l’idea del multiverso è anche, in un certo senso, consolatoria. Possiamo sempre pensare che agli altri nostri
    doppelgänger le cose siano andate meglio di come sono andate per noi in questo mondo (che, salvo per pochissimi, non è mai il migliore dei mondi possibili)…

    * https://www.academia.edu/32822847/Universi_paralleli_Perch%C3%A9_il_nostro_universo_potrebbe_non_essere_lunico

  31. La poetry kitchen è anche la poiesis della cucina; ma il frigorifero è vuoto. Dunque, lottare con il vuoto, ma vuoto non è il frigorifero, il vuoto è nelle parole stesse. Siamo alla fine della immortalità, bisogna ricorrere alle metafore cinetiche. Bisogna che chi intenda fare poetry kitchen dev’essere nella consapevolezza che della funzione di vedetta su una nave: Forse risponde al vero che questa poesia raggiunge pochi lettori, ma essa è in grado di registrare anche i minimi mutamenti di atmosfera nello spirito del tempo e nell’azione del montaggio compie il gesto estetico che altri imiteranno e svilupperanno…Non c’è spazio per il divertimento, per l’atteggiamento giocoso, per le ludo-patie …
    Propongo, da Storie di una pallottola e della gallina Nanin, l’ultimo atto delle storie della gallina Nanin

    Gino Rago

    Storia della gallina Nanin,
    Ultimo atto

    Nanin decide di scolarsi una bottiglia di Rosso di Montalcino,
    cantina Belvedere 1997.
    Comincia senza freni a delirare:
    «Sì , è vero, detesto il mio papà,
    quel Lucio Mayoor Tosi, lui è dei 5Stelle
    ed io sono una democratica del PD!
    Adesso basta con questa Alleanza,
    è innaturale, anzi, contro natura.

    Adesso faccio colazione a letto con uova e pancetta
    mentre il segretario del PD se la spassa con quella vecchia befana
    di Ursula Andress…
    Dice che la sogna anche di notte
    stesa tra i rododendri e i platani di Villa Borghese.
    Ma io gli rendo pan per focaccia!».

    Saltella qua e là e va ad appollaiarsi
    sulla ringhiera del balcone dell’Ufficio Affari Riservati
    di via Pietro Giordani 18.
    Nanin sa che il Direttore, il critico Giorgio Linguaglossa,
    come ogni mercoledì
    a quell’ora è tra le lenzuola con la nuova amante,
    Madame Hanska, la giovanissima moglie di un poeta di Boemia.
    La porta è socchiusa.
    Entra nella Room n.3 al 5 piano.
    Sul comodino tra due finestre che ricevono luce dalla via
    sono poggiati sei libri:
    Jukebox all’idrogeno di Allen Ginsberg,
    I platani sul Tevere diventano betulle di Gino Rago,
    La lugubre gondola di Tomas Tranströmer,
    Fuga da Bisanzio di Iosif Brodskij,
    Rapporto dalla città assediata di Zbigniew Herbert,
    La terra desolata di T.S. Eliot.

    Il dottor Ricciardi, il nuovo commissario della Garbatella,
    quello della serie televisiva di Rai1,
    fa irruzione con tre agenti e un cane poliziotto antidroga.
    Cadono sull’asfalto di via Pietro Giordani:
    una cornice in finto argento,
    un riquadro con due segni di pennarello viola ,
    un albero di natale con palline rosse,
    un abat-jour di ottone, una zucca di Hallowen,
    un cero a forma di piramide,
    una statuetta in bronzo della dea Shiva che suona il piffero,
    un sacchetto di lavanda, una barchetta di Jaipur,
    due candelotti a forma di cilindri,
    un Rolex falso, due mollette per appendere i panni…
    E altro che non ricordo.

    Madame Colasson riceve una telefonata anonima:
    «Corra subito a Via Pietro Giordani,
    all’Ufficio Affari Riservati c’è un pandemonio!,
    Sta succedendo di tutto! Non perda tempo!…».
    Si avvolge un foulard giallo intorno al collo,
    mette due gocce di “Chanel n.5” ai lobi delle orecchie,
    prende la borsetta “The Bridge” color cuoio,
    la forcina appuntita che serve per reggere i capelli
    e, com’è come non è, irrompe nella Room n.3, sorprende la Nanin.
    la gallina della cover dell’Antologia Poetry Kitchen
    a letto con il noto critico.

    Grida:
    «Lei è una ladra, una spiona, una poco di buono…».
    Interviene uno degli agenti in tenuta antisommossa,
    da una pistola parte un colpo
    che invece di attingere la Nanin colpisce un gabbiano che passava di lì,
    la gallina si finge morta, tutti esultano…

    Gridano:
    «Così si chiude per sempre la storia della gallina Nanin!».

    Ma si sbagliano di grosso…
    *

  32. Tiziana Antonilli

    In distretto 18 di Giorgio Linguaglossa, almeno nei test qui i presentati, colgo una sorta di flusso di coscienza. ‘La divaricazione ‘ tra il tempo del quotidiano e il tempo dell’immaginario, come dice l’autore, mi sembra la chiave di lettura più opportuna . Il risultato è proprio questo: sentirsi immersi in un flusso di coscienza. Da sottolineare, a mio parere, è la rivendicazione che Linguaglossa fa più avanti, si considera un critico non conciliativo, capace di schierarsi, di cogliere le contraddizioni e le differenze. Una militanza, quindi, benvenuta in un mondo letterario a volte edulcorato. Trovo vicino alla mia sensibilità anche quello che Giorgio scrive sugli oggetti che diventano cose e parlano. Le nature morte di Cézanne e di Morandi, passando alla pittura, compiono proprio questo viaggio.

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